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Pensiero

Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata

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Ann Widdecombe, ex parlamentare britannica e star televisiva, è stata assassinata.

 

La polizia britannica sta indagando sulla morte della Widdecombe, 78 anni, trovata ferita e senza vita nella sua casa nel Devon, in Inghilterra, il 9 luglio. Secondo il Daily Telegraph, la polizia del Devon e della Cornovaglia sta cercando «un uomo bianco» come sospetto della sua morte. La notizia del decesso della Widdecombe è stata diffusa dai giornali britannici questa mattina senza alcun riferimento a un atto criminoso.

 

Secondo le ultime notizie, un uomo di 26 anni, descritto dalla polizia come un «cittadino britannico bianco», è stato arrestato in relazione al suo omicidio.

 

Convertita al cattolicesimo e attivista pro-vita, la Widdecombe si è fatta amare dai britannici grazie alle sue apparizioni sorprendentemente popolari nei programmi televisivi Strictly Come Dancing e Celebrity Big Brother.

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La Widdecombe è stata deputata conservatrice dal 1987 al 2010, successivamente membro del Brexit Party e poi del Reform Party.

 

Si tratta del secondo omicidio di un politico cattolico pro-life di alto profilo in Inghilterra in questo decennio. Sir David Amess, membro del Parlamento per 38 anni e amico di Widdecombe, è stato assassinato sul posto di lavoro nel 2021 dall’islamista Ali Harbi Ali.

 

La figlia di Amess, Katie, ha rilasciato una dichiarazione. «Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Ann Widdecombe», ha scritto. «Ann è stata un’amica leale e di lunga data di mio padre, Sir David Amess, e la nostra famiglia le sarà sempre grata per la gentilezza, la forza e la dignità che ha dimostrato nei momenti più difficili della nostra vita».

 

«L’elogio funebre che ha pronunciato per mio padre nella Cattedrale di Westminster, e la compassione che ci ha dimostrato nei giorni e nei mesi successivi alla sua scomparsa, hanno rispecchiato il meglio del suo carattere: caloroso, integerrimo e incrollabile nel suo sostegno a coloro a cui voleva bene», ha continuato Katie Amess. «L’amicizia di Ann significava moltissimo per mio padre, e le sue parole hanno portato conforto a tantissime persone che gli volevano bene. Oggi la ricordiamo con affetto e rispetto, e porgiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. Possa riposare in pace».

 

L’assassino di Amess, secondo alcuni, aveva legami con i terroristi islamisti somali al-Shabbab, ai quali il governo italiano, tempo prima, aveva pagato un lauto riscatto per una cooperante rapita e poi tornata sorridente e convertita al’islam.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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Pensiero

Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.  

Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.

  Ci troviamo a un punto di svolta storico.   E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.   Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.

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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri

Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.   La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.   Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.   Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.   Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.

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L’altra specie di uomo: il costruttore

  Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».     Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.   Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.   E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.

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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole

Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.   Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.   Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.   Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.   Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.

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Un aneddoto che dice tutto

Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.   Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.   Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.

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Quel mondo sta morendo

Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire. Ma in fondo, sa già di aver perso.   Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.  

L’IA ha rimescolato le carte

Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.   L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.   È l’ultimo baluardo dei prenditori  che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.  

Il vero reset

Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.   La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.   Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.   Brivael Le Pogam  

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Geopolitica

L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO

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La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.

 

Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.

 

Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.

 

La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.

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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.

 

Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.

 

Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.

 

La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?

 

Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.

 

Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.

 

Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.

 

Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.

 

Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?

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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.

 

E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.

 

Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.

 

E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.

 

Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.

 

Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.

 

Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».

 

Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.

 

E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.

 

Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.

 

E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?

 

Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?

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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.

 

No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.

 

Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.

 

Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.

 

Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.

 

Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.

 

Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.

 

Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.

 

In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.

 

Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?

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Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.

 

Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.

 

E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.

 

Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?

 

Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?

 

Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

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Pensiero

L’abisso del mondo moderno

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Vorrei scrivere qui di ciò che più di ogni altra cosa plasmerà le nostre vite nel XX secolo: lo Stato Moderno. Ogni Paese, sulla carta, ha un suo Stato – qui in Ispagna abbiamo un Regno, altrove abbiamo repubbliche, «democrazie», autocrazie più o meno occulte, satrapie di ogni sorta – tuttavia non possiamo notare, grazie al biennio pandemico, come tutte le nazioni terrestri, con pochissime eccezioni, abbiano proceduto nel medesimo modo, facendo le stesse cose.   Lockstep: Robert F. Kennedy jr. ha detto, fra gli altri, che con il COVID siamo entrati di fatto in una fase post-costituzionale dello Stato. Abbiamo visto in Italia, in Germania e perfino negli Stati Uniti, articoli fondamentali della Costituzione violati impunemente dai governi e dai giudici.   Libertà di pensiero, libertà di espressione, libertà di cura, libertà di movimento, libertà di lavoro, libertà di associazione… il catalogo è lunghissimo.   Abbiamo visto tutti i Paesi, basati su carte relativamente nuove (come l’Italia) o antiche (come gli Stati Uniti), disintegrare i loro stessi fondamenti giuridici, come l’habeas corpus: fa ridere pensare alla libertà corporea nel contesto in cui nemmeno le nostre cellule ci appartenevano più.   Davanti a nostri occhi abbiamo visto caricarsi in tutte le società un programma di apartheid biotica, un’apartheid molecolare, un sistema di discriminazione che arrivava a giudicare, ed escludere, il cittadino su base subcellulare. Se non avevi accettato nelle tue cellule il mRNA della siringa genica sperimentale, potevi, di fatto, essere abbandonato dall’intera società e dalla sua autorità.

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Abbiamo testimoniato il contratto sociale andare in meltdown. In realtà, e questa è una delle cose che voglio dire qui, non si è trattato solo di un processo di distruzione dello status quo. Mi è stato evidente, quasi da subito, come tutta l’esperienza pandemica non fosse altro che l’attuazione di un piano di ridefinizione politica generale.   L’idea del cittadino come latore di diritti, sanciti dalle Costituzioni, è stata, ovunque, dissolta. Lo Stato non esisteva più per garantire che il cittadino godesse di questi diritti (quelli che gli americani dicono derivare direttamente da Dio). Lo Stato infligge al cittadino violenze che vanno contro i suoi diritti, ergo lo Stato non si basa più sul diritto, ma su altro: lo Stato si basa quindi sullo Stato stesso come ente scisso dalla sua stessa popolazione, che può considerare quindi come sua stessa nemica.    Lo Stato quindi diventa non più la somma delle volontà in equilibrio dei suoi cittadini, come vuole la pia illusione democratica. Diventa un qualcosa di separato dagli esseri umani che dovrebbe proteggere.   Il risultato finale è una semplice quanto terrificante inversione dell’intera architettura sociale occidentale: se non è lo Stato che serve il cittadino, è il cittadino che deve servire lo Stato, a costo della sua stessa libertà. E colui che non è libero ha, nei secoli, un nome preciso: schiavo.   Abbiamo assistito di fatto ad un cambio di paradigma incontrovertibile, quello per cui è lo Stato moderno stesso, sedicente «democratico», a portare il suo popolo alla schiavitù.   Lo Stato moderno è un ente per lo più invisibile, ma onnipervadente: siamo soggetti allo Stato moderno anche lontano dai suoi uffici e dalle sue caserme, siamo sottomessi alle sue leggi anche prima di nascere: lo sanno quei milioni di esseri umani che, per tramite delle leggi dello Stato moderno, non sono venuti al mondo, di fatto ucciso dallo Stato stesso, uno Stato-Moloch, uno Stato-Erode, che da decenni ha fatto capire la sua intenzione di controllare, dominare la vita umana, al punto da poterla spegnere a piacimento – bambini o vecchi, embrioni, feti, uomini o donne che siano.   Lo Stato moderno è un essere che ha una volontà propria, ha un programma preciso. Esso decide, si muove, vive, uccide, anche in autonomia rispetto agli esseri umani. Di fatto, lo Stato moderno è una macchina. Di qui l’attrazione assoluta, che abbiamo visto in Italia ma ancora di più a Brusselle, che la politica odierna ha per i tecnocrati: economisti, super-avvocati, super-ragionieri, super-medici, «esperti».   Andiamo oltre il governo dei tecnocrati, con l’attuazione della tecnocrazia nel senso letterale, etimologico: il governo della tecnica, più che dei tecnici, e quindi un governo macchinale, senza più esseri umani.   Il destino inevitabile che quindi ci tocca sarà quello di vedere, tra pochissimo tempo, l’Intelligenza Artificiale al potere, uploadata nei gangli dello Stato a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non possiamo dire che questo non fosse già teorizzato due secoli fa dal marchese d’Alveydre con la sua sinarchia, che parlava dello Stato come sistema vivente ed armonioso, della società come un grande congegno, del governo una macchina guidata dall’intelletto e dal sapere iniziatico infuso da un’élite in armonia spirituale con le leggi universali, cioè da una classe sacerdotale vera e propria – una casta di bramini del potere che, capiamo meglio ora guardando i burocrati impettiti di Davos, serve solo ad avviare il sistema, che poi può procedere ancora meglio senza di essa.   Lo Stato Moderno quindi cessa di essere umano, forse non lo è mai stato: nato secoli fa da rivoluzioni guidate da movimenti segreti – che si vogliono laici ma che in realtà costituiscono fondamentalismi mistici aberranti – lo Stato moderno ha progressivamente rimosso Dio – perfino nella Costituzione Italiana scritta dopo la Guerra dai democristiani, veri grandi nemici della politica cristiana nel nome dell’idolo del progresso, e con esso cancellando via via sempre più evidentemente la Sua immagine, l’essere umano, Imago dei.   Togliendo Dio dallo Stato si è tolto l’uomo come suo principio: e ciò è vero, ancora prima dei nostri anni di poteri malthusiani, anche per i totalitarismi del primo Novecento. Senza Dio, senza il Logos di San Giovanni, lo Stato perde la ragione, diviene preda dell’irrazionalismo più folle e devastante, fino a divenire autodistruttivo: è il caso del nazismo, che pure da una prospettiva ultranatalista – il Lebensraum di cui Hitler ha cominciato a scrivere praticamente da subito – condivisa con l’Italia fascista e il Giappone Imperiale, ha scatenato guerre e stermini in tutto il continente, compreso l’assassinio della sua stessa popolazione condotta nella fornace del conflitto. È stato detto, a guidare lo Stato totalitario non è più la ratio cristiana, ma uno spirito di altro tipo, uno spirito dionisiaco, uno spirito di sacrificio – di sacrificio umano.   Ecco che ci appare più chiara una verità che striscia in fondo alla mente di tanti di noi: lo Stato democratico-liberale postbellico ha forse – per lo meno, al momento, russofobie rimilitarizzanti Von der Leyen permettendo – ridotto il numero delle guerre e quindi dei loro morti. Tuttavia, è evidente che lo Stato moderno ha sostituito la morte militare con quella indotta dalle sue nuove pratiche antiumane: l’aborto uccide, nei Paesi sviluppati, un bambino su quattro o forse su tre (e, in vari Paesi non solo nordici, il 100% degli affetti da sindrome di down), l’eutanasia, che vedo si sta scatenando in Spagna sta divenendo una delle principali cause di morte in Canada, così come in Belgio, Olanda (dove costituisce il 6% dei decessi) e ora anche in Francia e Gran Bretagna, e coinvolge sempre più chiaramente non più solo malati terminali, ma chiunque: persone tristi (perché non sufficientemente abbienti, perché angosciate dal cambiamento climatico), veterani disabili, persone in una lista di attesa per operazione chirurgica, persone che si oppongono alla loro stessa terminazione eutanatica, danneggiati dal vaccino COVID, e poi, chiaro, i bambini, vuoi perché malati, vuoi perché autistici, vuoi perché recanti altri difetti che la famiglia borghese eugenetica oggi non tollera più.

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Per non parlare di un’altra pratica sterminatrice incoraggiata dallo Stato moderno, il trapianto degli organi, che sarebbe più giusto chiamare predazione degli organi, che può avvenire solo se il cuore dell’espiantato batte ancora, coperto dalla menzogna convenzionale escogitata ad Harvard della «morte cerebrale».   Va considerato come tutte queste modalità di massacro siano sempre più legate fra loro: la provincia canadese del Quebecco, capofila globale per il suicidio assistito, oggi è anche capofila per il trapianto di organi, di cui, grazie alla morte di Stato, dispone in estrema abbondanza.   E l’aborto, abbiamo visto in chiarezza nello stesso decennio, va ad alimentare, negli USA e non solo, un’immensa filiera di ricerca universitaria e biomedica, al punto che è possibile comprare in tranquillità tessuti di bambino abortito a scopo scientifica, e vi sono donne che li vendono o che, si dice, addirittura arrivino a prendersi incinte ed uccidere i bambini per fare un favore al collega ricercatore, che farà così esperimenti con il feto squartato.   Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, scriveva Publio Cornelio Tacito. dove fanno il deserto, lo chiamano pace. Producono immani massacri, oceani di micromorte, ecatombi di innocenti, e li chiamano «diritto» e «progresso». In passato ho ricordato come durante la Guerra Fredda lo scienziato atomico Herman Kahn coniò il termine di megadeath, unità di misura per ogni milione di morti ottenuto da un attacco atomico. Dalla depenalizzazione parziale dell’aborto in Spagna del 1985, secondo i dati ufficiali, vi sono stati 2,8 megadeath. In Italia, dalla legge 194/1978, più di sei – in pratica intere regioni fatte sparire. Consideriamo che a Hiroshima si sono registrate circa 0,14 megamorti (ovvero 140.000 morti). Lo Stato moderno, al momento, uccide più della bomba atomica.   E quindi, non possiamo fingere di non vedere come lo Stato moderno sia sempre più chiaramente un sistema di ritorno del sacrificio umano. Non poteva essere altrimenti, è la diligente conseguenza di un’altra inversione: se cacci quel Dio che si sacrifica per gli uomini, arrivano quegli dei che dagli uomini pretendono sacrifici. Non più Dio che muore per gli uomini, ma gli uomini che devono morire per gli dèi. Come ai tempi antichi, con Baal e Moloch, e in ogni religione precristiana. La guerra globale al cristianesimo – specie quello che ancora crede nel miracolo dell’eucarestia – è tutta qui. E la fascinazione che la cultura mainstream mostra per il paganesimo mesoamericano, con i suoi sacrifici umani massivi, non è davvero casuale.   L’idea quindi è quella di concepire la macchina dello Stato moderno, senza Dio e senza uomo, come una macchina di morte. Il suo stesso codice, e lo vediamo in chiarezza in tutte le leggi bioetiche, è intriso di quella che Giovanni Paolo II chiamava Cultura della Morte, e che io sintetizzo in un’unica parola come Necrocultura   La Necrocultura è il sistema operativo del mondo moderno. È la sua legge di gravità: opporsi a qualsiasi delle sue pratiche antiumane è considerato come una bestemmia democratica, perché la morte oggi è un «diritto». Così, andando perfino oltre il pensiero utilitarista di massimizzazione del piacere pubblico con eventuale sacrificio della minoranza, giustificano i nuovi stermini per gli antichi dèi.   Ci stupiamo, allora, se si riaffaccia, proprio in quella che è definita una democrazia, anzi, la più grande democrazia del Medio Oriente – dove, per inteso, il Dio dei cristiani è bandito, sputato, dissacrato – si riaffaccia la pratica del genocidio?   POSIWID. The purpose of a system is what it does, il fine di un sistema è quello che fa, diceva Stafford Beer. I nostri Stati oggi producono morte in quantità, al punto da generare autogenocidi o genocidi tout court: l’importanza, ripeto, sembra solo quella di aumentare le cifre della morte e della sofferenza.

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Andiamo pure oltre i fenomeni della bioetica e della guerra, e consideriamo qualcosa di più mondano. Era stato persino ammesso dall’ONU, in un suo documento di anni fa, che l’immigrazione in corso negli ultimi decenni è una immigrazione di sostituzione. Possono linciare Renaud Camus e chiunque usi il termine «grand remplacement», o grande sostituzione, ma ciò è la realtà delle cose nelle città europee, totalmente ridisegnate dagli immigrati.   Tale sostituzione non arriva senza dolore , anzi, pare che la violenza delle giovani masse immigrate sia organizzata proprio come strumento di controllo politico della popolazione locale, una volta di più depredata dei suoi diritti (come quello di libera circolazione: uno Stato può dirsi tale se perde il controllo di suoi territori, come le cosiddette no-go zone), e privato di aspirazioni politiche e di benessere dalla minaccia costante della società divenuta giungla.   Lo scrittore americano Sam Francis chiamava questo fenomeno anarco-tirannia: anarchia per l’immigrato terzomondista, tirannia di tasse e altro (pensiamo al COVID) per il cittadino. Prima di lui, aveva preconizzato, forse programmato, l’intera situazione il conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, che – lui si profondamente razzista, ma per qualche ragione ancora celebratissimo nelle stanze di Bruxelles – auspicava la creazione di una nuova razza europea tramite l’immissione genetica dell’elemento afroasiatico, di modo da sostituire l’attuale popolazione con una più sentimentale e dunque, diceva, più docile.   Vorrei andare oltre l’idea, che tanto piace ai partiti di destra che tuttavia non fanno davvero nulla per risolvere, dell’immigrazione come sostituzione.   Perché nello Stato moderno la sostituzione dell’uomo avverrà a prescindere dagli immigrati, cioè dall’uomo stesso. Ora tutti stanno parlando dell’apocalisse lavorativa dell’Intelligenza Artificiale. Vediamo già migliaia di licenziamenti di persone altamente qualificate come i programmatori informatici. A breve, sappiamo che spariranno i camionisti, i tassisti, e già da anni sappiamo che si licenziano in massa i giornalisti. I lavori manuali, tuttavia, non sono al riparo per niente: gli idraulici, gli imbianchini, saranno rimpiazzati da robot umanoidi, che saranno come le auto di Ford, venduti ad ogni famiglia, o meglio noleggiati – si parla di 600 dollari al mese, il prezzo scenderà, ma calerà catastroficamente anche il numero di famiglie che se lo potranno permettere, se non il numero di famiglie tout court.   Ancora: è evidente che i robot sostituiranno i soldati (nel teatro di guerra ucraino è già così), e un domani (in realtà progetti pilota vi sono già oggi) i poliziotti: saremo, come in un film di fantascienza distopica, sorvegliati da androidi e robocani, come quelli visti pattugliare Shanghai e Singapore durante il lockdown COVID.   Andiamo pure oltre, perché la Necrocultura della sostituzione non si ferma qui: non abbiamo il tempo per parlare della questione della riproduzione artificiale. La provetta, non solo legale ma garantita dallo Stato in moltissimi Paesi, a causa degli embrioni scartati, uccide più dell’aborto, e al contempo ingenera fenomeni come quello delle chimere umane: gli embrioni impiantati si fondono creando esseri umani con due DNA, con il gemello minore che va a formare alcuni organi del maggiore (compresi quelli sessuali) e può continuare a crescere mostruosamente dentro il fratello ospite.    Ma l’umanità fatta in vitro non è l’ultima fermata, né lo è l’eugenetica CRISPR iniziata pubblicamente anni fa con le gemelle cinesi resistenti all’HIV (e, cosa sottaciute, dotate di un gene che aumenta le capacità mentali) prodotte dal biofisico cinese He Jiankui.   Oltre si va nella proposta di George Church, lo scienziato harvardiano MIT coautore della tecnologia CRISPR e fiancheggiatore dei progetti di de-estinzione del mammuth via clonazione. Nel suo libro Regenesis, Church parla della possibilità di creare dei mirror-humans, umani-specchio, ossia esseri umani dalla biochimica totalmente invertita, quindi non suscettibili, in teoria, di alcuna malattia, che dovranno, per vivere, mangiare cibro anch’esso biochimicamente invertito, o chiralizzato. Si tratta di una specie inimmaginabile perfino per la letteratura fantastica: eppure, potrebbe essere alla portata della tecnica tra pochi anni.   La popolazione di uomini sintetici di cui va popolandosi la terra riporta alla mente oscuri versi dell’Apocalisse di San Giovanni.    «La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà» (Ap 17, 8)

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Lo Stato moderno, Stato della Necrocultura, pare proprio dirigere verso la distruzione del libro della vita.    Federico Nietzsche, un filosofo sopravvalutato, anzi programmaticamente diffuso per infettare con l’irrazionalismo esoterico dopo la destra anche la sinistra, aveva tirato fuori questo aforisma, davvero usato un po’ troppo.   «Chi lotta contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te».   Ebbene, l’abisso dello Stato moderno già guarda in noi, e lo sappiamo dall’imperativo di sorveglianza bioelettronica divenuto patente con il COVID e che sarà ancora più evidente con l’imminente introduzione dell’euro digitale (che creerà, curiosamente, sulla piattaforma informatica prestata a quella del green pass COVID).    E noi non dobbiamo aver paura di guardare nell’abisso, noi dobbiamo sfidarlo, noi dobbiamo vincerlo. Dobbiamo riformulare completamente la macchina di morte dello Stato moderno, riscriverla a partire dal dato più fondamentale: la vita e il suo mistero. Ecco il vero principio trascendente ed indiscutibile su cui dovrebbe fondarsi lo Stato per gli esseri umani.   Dobbiamo farlo per noi e per i nostri figli, e per gli esseri umani che verranno dopo di loro.   Roberto Dal Bosco

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