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Mons. Viganò: la Chiesa sostituita da un’entità di matrice massonica asservita all’Anticristo

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Viganò del 29 giugno 2026

 

Diligis me?

Omelia per la Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

 

Si diligis me, pasce oves meas. Non enim pascit oves qui non diligit Christum.

Mercenarius est qui non diligit, sed suum quærit, non quæ Jesu Christi.

 

Se mi ami, pasci le mie pecore. Infatti non pasce le pecore chi non ama Cristo.

È un mercenario chi non ama, ma cerca il proprio interesse, non quello di Gesù Cristo.

Sant’Agostino

 

Con la solennità odierna dei Santi Apostoli Pietro e Paolo la Santa Chiesa ci pone dinanzi al mistero tremendo del mandato affidato da Nostro Signore al Principe degli Apostoli. A riparazione del triplice rinnegamento nel Pretorio, Egli chiede a Simon Pietro una triplice professione di amore, dopo essere apparso ai discepoli sul lago di Tiberiade. Mi ami tu? Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore (Gv 21, 15-19). È su queste parole del Maestro — insieme a quelle pronunciate a Cesarea di Filippo, Tu sei Pietro (Mt 16, 17-18) — che si fonda il Papato cattolico.

 

Il Signore edifica la Sua Chiesa su Pietro, ordinandogli di pascere il Suo gregge, di amare il Suo Corpo Mistico e il suo Capo Divino dello stesso amore soprannaturale — la Carità — che è senza condizioni e che giunge a dare la vita per gli amici (Gv 15, 13). Un mandatum intrinsecamente eroico, che fa di Pietro e dei suoi Successori i legittimi Vicari di Cristo in terra; e che per le implicazioni che comporta nel governo della Chiesa e nella salvezza delle anime richiede, come imprescindibile condizione, l’unione coerente della Verità e della Carità. Tanto è il potere dato da Dio a un uomo, tanta la potestà regale e sacerdotale che Cristo riversa nel Papato. E quanto più il Sommo Pontefice si distingue per la propria individualità — il papa buono, il papa del sorriso, il papa globe-trotter, il papa teologo, il papa delle periferie — tanto meno echeggia la voce del Maestro nelle sue parole.

 

Oggi l’ordine che il divino Legislatore ha voluto dare al Papato Romano e alla Sua Chiesa è sovvertito proprio da chi siede ai vertici dell’istituzione. Il tradimento non è dissimulato, ma ostentato senza ritegno, nella folle convinzione di avere ormai raggiunto lo scopo, di essere a poca distanza dallo sciagurato traguardo della dissoluzione della Chiesa Cattolica, per sostituirla con un’entità di matrice massonica asservita all’Anticristo.

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Ubi sedes beatissimi Petri, et Cathedra veritatis ad lumen gentium constituta est — scriveva papa Leone XIII nel suo Esorcismo — ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suæ; ut, percusso pastore, et gregem disperdere valeant. Dove il Signore ha posto la sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della verità per illuminare i popoli, lì i Suoi nemici hanno posto il trono dell’abominazione e della loro empietà, perché dopo aver colpito il Pastore, possano disperdere il Gregge.

 

Le parole profetiche della visione di Leone XIII possono aver lasciato forse sgomenti e increduli i contemporanei di quel papa, e così è stato fino a Pio XII. Ma cent’anni dopo, esse si rivelano tanto inquietanti quanto precise, e completano il monito della Vergine Santissima a La Salette: Roma perderà la fede e diverrà la sede dell’Anticristo. E cos’è questa, se non l’abominazione della desolazione di cui parlano il Profeta Daniele (Dan 9, 27; 11, 31; 12, 11) e lo stesso Vangelo (Mt 24, 15 e Mc 13, 14)? Cos’è, se non la desolazione della Città santa (Ap 11,2) e la Grande Meretrice (Ap 17, 1-18), seduta sui sette colli, ubriaca del sangue dei Santi, che simboleggia ogni forma di apostasia e di falsa religione che si allea con il potere politico contro la Chiesa?

 

Chi se non la sede dell’Anticristo e il trono dell’abominazione fulminerebbe la scomunica a quei Vescovi che non intendono avvallare il tradimento di Roma e che denunciano la rivoluzione conciliare da oltre sessant’anni? Potremmo mai concepire, come Cattolici, che sia un Papa, un Vicario di Cristo, a comminare sanzioni canoniche a chi impugna le eresie del Vaticano II? E che l’intero Episcopato avvalli e incoraggi deviazioni dottrinali e morali, anziché contrastarle energicamente?

 

Una stolida miopia induce molti conservatori a rifugiarsi nella casistica di manuali scritti e pensati in tempi di normalità, cercandovi la soluzione ad una crisi unica, biblica, apocalittica, escatologica; e ad escludere categoricamente che un eretico non decada dal Papato, e che gli ci si possa appena resistere, riconoscendogli autorità e potestà. Essi non comprendono che la promessa del divino Redentore a San Pietro — Portæ inferi non prævalebunt — presuppone comunque un conflitto tremendo in cui la Sinagoga di Satana sembrerà prevalere, e la Chiesa Cattolica verrà data per morta. Presuppone un’apostasia generale che riguarda non solo gli agnelli — ossia i neofiti e i Cattolici fragili e insicuri — ma l’intero gregge, con i suoi pastori sostituiti dolosamente da mercenari e lupi feroci.

 

Ed è tremendamente vero: le potenze dell’inferno certamente non prevarranno contro la Chiesa di Cristo, ma dimostrano di aver già conquistato un’altra chiesa – anzi un’altra religione – che si vuole fondata non su Pietro, ma su una reinterpretazione ecumenica e sinodale del Papato alla luce del documento bergogliano «Il Vescovo di Roma. Primato e Sinodalità nei dialoghi ecumenici e nelle risposte all’enciclica Ut unum sint”».

 

Quando Simone fece la propria professione di fede – Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 16) – il Signore gli rispose subito dopo: Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli (ibid., 17). La Verità appartiene a Dio, e solo chi pensa e agisce secondo Dio parla con le parole di Verità. Per questo Pietro è beato. Ma è anche homo peccator per sua stessa ammissione (Lc 5, 8), meritevole di essere trattato dal Signore come il tentatore nel deserto: Via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! (Mt 16, 23). E il primo modo di pensare secondo gli uomini è rifiutare la Croce: Signore, non ti accada mai una cosa del genere! (Ibid., 25).

 

Ma non è appunto «pensare secondo gli uomini» e contraddire la Croce e il Sacrificio redentore di Nostro Signore, affermare che tutte le religioni sono sentieri che conducono a Dio? Non è “pensare secondo gli uomini” affermare con Amoris Lætitia che la morale si deve adattare alle voglie degli uomini, e che con Fiducia Supplicans la Chiesa deve ratificare i vizi più turpi, anziché additare alle anime la via stretta che conduce al Cielo? Non è vanificare la Passione di Nostro Signore sostenere una fratellanza universale che prescinde dalla paternità divina in Cristo?

 

La Chiesa è santa e indefettibile, certamente. Santa e indefettibile è la Cattedra del Beatissimo Pietro. Ma l’indefettibilità di chi è investito del Supremo Pontificato non è una sorta di “pilota automatico” che costringe il Pontefice a fare e dire ciò che vuole Nostro Signore. Il libero arbitrio gli consente di rispondere ed assecondare l’azione della Grazia di stato, ma anche di sottrarsi ad essa, rifiutandosi di compiere la volontà di Dio e usurpando la Sua sacra autorità per lo scopo opposto a quello stabilito da Gesù Cristo. Ciò rende odiosa l’autorità dei Vescovi che pretendono dai fedeli un’obbedienza che è buona e legittima solo se chi la esercita è a sua volta sottomesso ed obbediente al Capo del Corpo Mistico, Nostro Signore Gesù Cristo.

 

Fare dell’obbedienza un idolo — trasformare cioè in fine un mezzo ordinato — rappresenta un abuso intollerabile da parte di chi pretende dai sudditi un assenso acritico e servile, proprio nel momento in cui si sottrae alla suprema autorità di Dio e si arroga il diritto di decidere cosa del Depositum fidei meriti di essere conservato e cosa possa essere modificato.

 

La sinodalità — così come formulata da Prevost nei suoi molteplici interventi — crea la base dottrinale alla rivoluzione permanente che porterà il Vaticano II alle sue estreme conseguenze, ovvero alla dissoluzione dell’edificio cattolico per come lo conosciamo — l’ennesima battaglia vinta dalle porte degli Inferi, in una guerra in cui alla fine esse non prevarranno, in cui alla fine il Cuore Immacolato trionferà, in cui alla fine l’Anticristo sarà ucciso da San Michele Arcangelo, in cui alla fine Nostro Signore precipiterà Satana nell’abisso. Alla fine. E nel frattempo, mentre i codardi consegnano le armi e si arrendono al nemico, altri conseguono la vittoria finale sotto le insegne di Cristo Re.

 

Chi non deplorerebbe un generale che, avendo le armi e le truppe per sconfiggere l’avversario, deliberatamente ne impedisse l’uso, abbandonasse a se stessi i soldati e lasciasse saccheggiare e devastare la fortezza dopo averne spalancato le porte altrimenti inviolabili? Come lo si potrebbe considerare legittimo rappresentante di un sovrano, che ha tradito in tutto e al quale nega i titoli regali per compiacere i suoi nemici?

 

Riconoscere legittimità a chi usurpa il Papato per demolirlo e distruggere con esso la Chiesa, trasforma il Pontificato in un monstrum autoreferenziale, lo trasforma nel trono dell’abominazione e di ogni empietà – secondo le parole di Leone XIII. E contraddice la Sacra Scrittura, dal momento che Nostro Signore stesso, per riammettere Pietro nel ruolo che con il rinnegamento aveva perduto, gli ha chiesto una triplice professione di Fede e di Carità. Se l’apostasia dei lapsi in tempi di persecuzione poteva comportare la loro esclusione dal corpo ecclesiale e una severa penitenza a vita, quale penitenza dovrebbe essere imposta a Papi e Vescovi che e tradiscono il Mandato ricevuto e apostatano dalla Fede Cattolica?

 

La Fraternità San Pio X fa benissimo ad appellarsi allo stato di necessità per conferire le Consacrazioni episcopali senza il mandato papale. E se oggi il loro venerato Fondatore fosse ancora tra noi, di sicuro egli considererebbe queste Consacrazioni come indispensabili non solo alla sopravvivenza della Fraternità, ma anche e soprattutto alla difesa – per tutta la Chiesa – del Depositum Fidei, del Sacerdozio e della Messa Cattolica, garantendo una Successione Apostolica non inficiata da riti dubbi e da dottrine ereticali. Sarebbe infatti ben poco cattolico avere maggior sollecitudine per il proprio Istituto che non per l’intero corpo ecclesiale; e lo stato di necessità invocato per il bene delle anime perderebbe legittimità, se dovesse riguardare solo la salus Fraternitatis.

 

Se già all’epoca di Giovanni Paolo II l’arcivescovo Lefebvre denunciava le deviazioni conciliari, oggi egli non potrebbe non denunciare con maggior forza l’apostasia sinodale. Cedere alle minacce o alle lusinghe di Roma si è già dimostrata una scelta rovinosa e perdente: lo sanno bene i transfughi della Fraternità San Pietro, per i quali le promesse fatte prima che abbandonassero Ecône sono state in gran parte disattese.

 

Dopo Traditionis Custodes — tuttora in pieno vigore — sarebbe ancor più sconsiderato dar seguito all’invito che il cardinale Müller ha lanciato al Concistoro di questi giorni: replicare il meccanismo ricattatorio del Motu Proprio Ecclesia Dei che concede libertà liturgica in cambio dell’addomesticamento dottrinale e morale al Vaticano II e alla sua versione sinodale.

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Ancora una volta la quinta colonna del neomodernismo rappresentata dal conservatorismo ratzingeriano di alcuni ben noti Porporati impone l’accettazione del Concilio e della Messa montiniana come condicio sine qua non della comunione ecclesiastica, facendo eco a Leone che proprio pochi giorni fa ha riconosciuto come la minacciata scomunica alla Fraternità San Pio X non sia motivata da una questione canonica, quanto da una ragione dottrinale non negoziabile: l’accettazione del Vaticano II e della via sinodale. Tutto questo ti darò, se prostrato accetterai il Vaticano II e il Novus Ordo.

 

Sant’Agostino così commenta le parole del Vangelo: Si diligis me, pasce oves meas. Non dixit: Pasce tuas, sed meas. Pasce ergo meas, si me diligis: non sicut tuas, sed sicut meas. Quære in eis gloriam meam, non tuam; dominium meum non tuum; lucra mea, non tua. Se mi ami, pasci le mie pecore. Non ha detto: Pasci le tue, ma le mie. Pasci dunque le mie, se mi ami: non come se le considerassi tue, ma come mie. Cerca in esse la mia gloria, non la tua, la mia signoria, non il tuo dominio; le anime che ho riscattato, non il tuo vantaggio personale.

 

Preghiamo, fratelli carissimi, per la Santa Chiesa. Preghiamo e prepariamoci a combattere per lei, affrontando i nemici che vi si sono infiltrati e che oggi ne tengono il timone dirigendo la Barca di Pietro verso gli scogli. Sosteniamo pubblicamente quanti conducono questa battaglia con coraggio, spesso venendone perseguitati e ostracizzati. Non smettiamo di proclamare il Vangelo nella sua interezza, perché il silenzio di tanti, troppi pavidi finisce con l’essere complicità e non suona molto diverso dal rinnegamento di Pietro: Non lo conosco.

 

Ci accompagnino in questo tempo di prova e di disvelamento i Principi degli Apostoli, in onore dei quali offriamo alla Maestà divina la Vittima immacolata. Sancti Apostoli Petrus et Paulus, de quorum potestate et auctoritate confidimus, ipsi intercedant pro nobis ad Dominum.

 

Amen.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo 

 

Viterbo, 29 Giugno MMXXVI 

Ss.rum Petri et Pauli Apostolorum

 

 

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Immagine: Guido Reni (1575–1642), Pietro e Paolo (circa 1605), Pinacoteca di Brera, Milao.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Il fondatore dell’Istituto del Verbo Incarnato avrebbe abusato dei seminaristi

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La Santa Sede ha confermato questa settimana che il fondatore, oggi scomparso, dell’Istituto del Verbo Incarnato (IVE), la cui opera era appoggiata dall’allora cardinale Theodore McCarrick, si è reso colpevole «di atti che costituiscono un reato contro il sesto comandamento, commessi con violenza contro più persone». Lo riporta LifeSite.   Secondo una dichiarazione del Vaticano, i tribunali ecclesiastici «hanno raggiunto la certezza morale circa la responsabilità di padre Carlos Miguel Buela», fondatore sia dell’IVE sia della sua controparte femminile, le Serve del Signore e della Vergine di Matará (SSVM).   Padre Carlos Miguel Buela, sacerdote argentino morto nel 2023, era da tempo sospettato di abusi sessuali su seminaristi. Secondo Rome Reports, le prime accuse contro il fondatore risalgono agli anni Novanta. Il Vaticano lo rimosse dalla guida nel 2010, e la prima condanna è del 2021.   Nel 2020 un’inchiesta del Washington Post aveva rivelato che, dal 2004 al 2017, l’allora cardinale McCarrick inviò all’IVE decine di assegni, alcuni da 50.000 dollari, prelevati da un conto dell’arcidiocesi di Washington sotto il suo controllo.  

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«Durante quegli anni, Carlos Buela, che ha fondato il gruppo decenni fa in Argentina, ha ripetutamente sfidato le sanzioni vaticane per presunti abusi sessuali su seminaristi, secondo un ordine vaticano riservato», ha riportato il WaPo, aggiungendo che «il gruppo ha ‘sistematicamente ostacolato’ gli sforzi del Vaticano per supervisionare le sue attività».   Un’indagine del WaPo ha inoltre mostrato che i legami finanziari e personali tra McCarrick e il gruppo di Buela «erano molto più estesi di quanto si pensasse in precedenza». L’inchiesta ha messo in luce «un flusso di denaro del tutto insolito da un leader religioso accusato a un gruppo guidato da un altro».   La dichiarazione del Vaticano precisa che il suo «chiarimento ha lo scopo di contribuire a ristabilire la verità, come atto di giustizia verso coloro che hanno subito un danno a causa della condotta del sacerdote Carlos Miguel Buela, nonché di garantire che i membri di entrambi gli Istituti siano debitamente informati e di sostenere il processo di riesame del carisma e di revisione, rinnovamento e purificazione della spiritualità, della formazione e dell’apostolato propri di ciascun Istituto, distinguendo tra il dono dello Spirito elargito per l’edificazione della Chiesa e i limiti o la condotta personale del Fondatore».   Buela fondò l’Istituto del Verbo Incarnato a Mendoza, in Argentina, nel 1984. Da allora l’IVE e l’SSVM si sono diffusi in 45 Paesi di cinque continenti.   Nel 1987 l’Istituto aprì la prima missione in Perù. Nel 1989 la presenza si estese negli Stati Uniti, a New York. Pochi giorni dopo alcuni sacerdoti giunsero a Roma per perfezionare gli studi. Sempre nel 1987 fu fondato ufficialmente il seminario minore. Nel 1988 nacquero il noviziato maschile, il ramo femminile e il ramo contemplativo maschile. Quello stesso anno si svolse il primo Capitolo generale.   Nel 1992 l’Istituto aprì case proprie in Russia e in Israele, nel 1993 a Taiwan e nel 1994 in Ucraina. Nel 1994 approvò in via definitiva i propri statuti. Gli anni tra il 1995 e il 2001 furono segnati dal succedersi di tre commissari pontifici, che guidarono l’Istituto sospendendone il governo. Ciononostante la Santa Sede gli affidò una missione in Tagikistan.   La Santa Sede stabilì che la casa generale dovesse trasferirsi nella diocesi di Velletri-Segni e che si formasse un governo provvisorio, con il compito di convocare un capitolo generale, che si tenne nel 2001. Nel 2004 l’Istituto fu riconosciuto come istituto religioso di diritto diocesano, ossia riconosciuto dalla Chiesa locale, ma non ancora dalla Santa Sede.

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Lo «spirito di Assisi» riaffermato a Metz, quarto giorno di Leone XIV in Francia

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Dopo Parigi e Lourdes, Leone XIV conclude il suo viaggio in Francia a Metz, lunedì 28 settembre. Un incontro interreligioso, un discorso sull’Europa e una Messa nella cattedrale di Saint-Étienne hanno caratterizzato quest’ultima giornata.

 

Gli studenti accolgono il papa

Arrivato da Lourdes in mattinata, papa Leone XIV è stato accolto all’aeroporto di Metz-Nancy-Lorena da una ventina di studenti della scuola privata Marcel Van di Argancy. I bambini avevano preparato una canzone, dei disegni e alcuni doni. Il papa si è preso del tempo per ascoltarli e salutarli individualmente prima di benedire gli studenti inginocchiati.

 

Questo incontro ha aggiunto un tocco personale a una giornata in gran parte dedicata agli affari europei. La scelta di Metz è dovuta in gran parte a Robert Schuman e alla storia di una regione segnata dalle guerre franco-prussiane. Il cardinale Jean-Marc Aveline ha riferito che, tra le città prese in considerazione, Leone XIV aveva scelto Metz «per via dell’Europa».

 

L’Appello di Metz, nello spirito di Assisi

Presso il Centro Congressi Robert Schuman, papa Leone XIV ha incontrato i membri della Conferenza dei Capi Religiosi di Francia (CRCF), che dal 2010 riunisce leader cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, musulmani e buddisti.

 

Sette rappresentanti hanno letto l’«Appello di Metz», redatto da questi leader religiosi. Il testo è stato poi firmato, alla presenza del papa, dal Cardinale Jean-Marc Aveline; dal Pastore Christian Krieger; dal Vescovo Dimitrios; da Haïm Korsia, Rabbino Capo di Francia; da Antony Boussemart, copresidente dell’Unione Buddista di Francia; e da Chems-Eddine Hafiz, rettore della Grande Moschea di Parigi. Il Cardinale Aveline lo ha consegnato a due giovani.

 

Il documento fa esplicito riferimento all’incontro organizzato da Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986. Su invito del papa, i rappresentanti delle diverse religioni del mondo si riunirono lì per una giornata di digiuno e preghiera per la pace. I gruppi non religiosi pregarono secondo i propri riti, molti utilizzando a tale scopo chiese cattoliche o strutture ecclesiastiche. Tutti si riunirono poi davanti alla Basilica di San Francesco, dove i loro rappresentanti offrirono a turno preghiere alla presenza degli altri. Questa giornata senza precedenti diede origine a quello che sarebbe stato definito lo «spirito di Assisi».

 

L’arcivescovo Marcel Lefebvre e l’arcivescovo Antonio de Castro Mayer denunciarono ben più di una semplice ambiguità. Nella loro dichiarazione del 2 dicembre 1986, descrissero Assisi come «il culmine di questa rottura con il precedente magistero della Chiesa» e condannarono un peccato pubblico contro l’unità di Dio, del Verbo Incarnato e della sua Chiesa: «Giovanni Paolo II che incoraggia le false religioni a pregare i loro falsi dèi: uno scandalo incommensurabile e senza precedenti». Invocarono il rinnovamento della Chiesa attraverso la «fedeltà integrale alla Tradizione».

 

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Di fronte a guerre, disuguaglianze e sconvolgimenti ecologici e tecnologici, i firmatari desiderano ora «servire insieme l’intera famiglia umana». Questa fraternità universale, con le sue sfumature massoniche, immagina l’umanità come un tutt’uno in cui le nazioni e i loro beni tendono a passare in secondo piano. I firmatari condannano la discriminazione, gli attacchi contro individui e luoghi di culto, l’incitamento all’odio e il totalitarismo. Giustizia, dignità umana, solidarietà, ospitalità, fraternità e la salvaguardia della nostra «casa comune» delineano quindi il loro programma di pace.

 

Soprattutto, costoro attribuiscono un valore positivo alle false religioni stesse: «Attestiamo che la ricerca della pace, la non violenza e la sollecitudine per gli altri sono profondamente radicate, ognuna a suo modo, in ciascuna delle nostre tradizioni religiose». Questo apprezzamento si estende alle loro pratiche: «Sappiamo per esperienza che il dialogo, la preghiera, la meditazione e varie forme di pratica spirituale aprono la strada alla pace». Le false religioni sarebbero dunque una «via privilegiata» verso la «pace disarmata e disarmante» auspicata da Leone XIV.

 

L’appello propone inoltre una cultura di accoglienza e di educazione alla pace, mobilitando famiglie, scuole, attività ricreative e sportive. Si conclude con tre impegni: proseguire il dialogo, educare i giovani alla comprensione reciproca delle religioni e agire insieme per la giustizia e la pace.

 

Questa presentazione delle religioni e delle loro pratiche come altrettanti percorsi verso la pace perpetua l’errore denunciato nel 1986. La cooperazione pratica tra persone di diverse fedi può servire a un bene reale: aiutare le vittime, rispettare gli impegni o prevenire la violenza. Ciò non ci autorizza, tuttavia, a riconoscere nelle false religioni, in quanto tali, alcuna fecondità spirituale. Le verità naturali che esse custodiscono non giustificano né i loro errori, che sono contrari alla Rivelazione, né i loro culti, che allontanano le persone dal vero Dio.

 

La dichiarazione di mons. Lefebvre e mons. de Castro Mayer denunciava i principi naturalistici e una concezione della dignità umana disgiunta dalla verità e dalla dignità morale. Contrapponeva questi princìpi alla difesa della fede, all’opera missionaria e al regno universale di Nostro Signore Gesù Cristo. A Metz, la prospettiva rimane quella di una comprensione religiosa al servizio della famiglia umana, mentre la salvezza eterna delle anime viene messa da parte.

 

Prendendo la parola successivamente, Leone XIV ha salutato Metz come una città «di confini e di passaggi». Ha evocato Robert Schuman, uomo di fede e democristiano le cui azioni avevano trasformato le antiche divisioni europee in «ponti di speranza». Seguendo il suo esempio, i leader religiosi dovevano testimoniare che è ancora possibile incontrarsi, stringere amicizia e costruire la pace.

 

«Il dialogo non diminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità, aprendoci alla differenza dell’altro», ha affermato il papa. Citando Francesco e Giovanni Paolo II, ha presentato il dialogo come un passo oltre la diplomazia o la tolleranza, volto all’amicizia e alla pace. Riferendosi a Paul Ricœur, ha descritto l’alterità come una promessa piuttosto che una minaccia.

 

Leone XIV ha denunciato infine la strumentalizzazione della religione: «Invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione è una profanazione di quel nome». Ha chiesto ai leader presenti di «disarmare i cuori e le parole».

 

La condanna della violenza ingiusta è necessaria, ma il desiderio di preservare le «identità religiose» come un bene non ha niente di cattolico. Ad Assisi, i partecipanti avevano già mantenuto le proprie credenze e pratiche: fu l’incoraggiamento dato a queste che mons. Lefebvre e mons. de Castro Mayer condannarono. Il problema non si limita alla confusione tra le religioni. Risiede anche nella loro valorizzazione condivisa, nonostante le contraddizioni con il dogma cattolico, al servizio di una pace presentata come conquista comune. La verità della fede non può diventare una distinzione secondaria in nome della riconciliazione tra i popoli: nulla può essere posto al di sopra di Dio e della sua Rivelazione.

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Difendere la vita «fino alla fine»

Il papa ha proseguito sul tema della protezione della vita. Dopo aver collocato la fecondità delle tradizioni religiose al servizio della pace e della fraternità, l’ha collegata alla loro capacità di proteggere le persone vulnerabili: «La grandezza di una civiltà non si misura dalle sue conquiste materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita: ne affermano il valore sacro».

 

Questa preoccupazione deve tradursi in azioni concrete: «Servire la vita significa circondarla di cura, presenza e tenerezza, specialmente nei momenti di difficoltà, fino alla fine». Questo monito riecheggiava gli interventi del Palazzo dell’Eliseo e di Lourdes contro la morte programmata. Accompagnare i malati fino alla fine della loro vita, anziché porvi fine con il pretesto della compassione, rimane uno dei temi più duraturi del cammino.

 

Leone XIV ha affidato inoltre a coloro che sono «aperti alla trascendenza» la missione di offrire solidi punti di riferimento, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti la dignità umana. In conclusione, ha citato la sua enciclica Magnifica Humanitas: «la Chiesa considera compagni di viaggio tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà e la bellezza».

 

Ha ringraziato i rappresentanti religiosi per la loro presenza, e chiesto a Dio di insegnare loro a vivere sempre più pienamente come suoi figli e come suoi fratelli e sorelle, invitandoli a diventare, ovunque vivano, artefici di pace e testimoni di speranza. Il suo discorso si è concluso con una benedizione.

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Un’Europa cristiana… ma non confessionale

L’incontro successivo, «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità», ha riunito, tra gli altri, Emmanuel Macron, il Principe Alberto II di Monaco, il Granduca Guglielmo di Lussemburgo e diversi leader europei.

 

Leone XIV ha reso omaggio a Robert Schuman, i cui sforzi per la riconciliazione franco-tedesca si espressero nella dichiarazione del 9 maggio 1950. Ha poi offerto una prospettiva storica sull’Europa, una realtà culturale prima ancora che geografica: l’eredità greca e romana, la diffusione del cristianesimo, l’integrazione dei popoli germanici e slavi e gli incontri con altre civiltà.

 

San Benedetto ha occupato un posto speciale. Il papa ha parlato dell’immensa opera dei monaci a favore dei poveri, dei malati e degli anziani, nonché del loro ruolo nell’istruzione, negli ospedali, nella scienza, nell’architettura, nel diritto e nell’organizzazione delle città: «Senza questo fondamento monastico, la civiltà europea, come la conosciamo, non esisterebbe».

 

Parlando più nello specifico di storia locale, ha ricordato San Crodegango di Metz e la diffusione del canto gregoriano nei territori carolingi. In questo scenario, il Cristianesimo appare come una forza capace di plasmare i popoli, le loro istituzioni e la loro cultura.

 

Leone XIV ha anche citato Schumann sull’uguaglianza di natura dell’umanità, redenta dallo stesso Cristo, sulla dignità del lavoro e sulla legge universale della carità. Alcide de Gasperi gli ha permesso di evocare un patrimonio europeo condiviso, nutrito dalla fraternità evangelica, dalla legge, dalla bellezza, dalla verità e dalla giustizia.

 

Questi richiami sono preziosi in un continente che sta plasmando il proprio futuro dimenticando ciò che deve alla Chiesa. Il papa ha però subito chiarito che il riferimento al Cristianesimo non era un «criterio confessionale esclusivo»: doveva semplicemente riconoscere l’apertura alla trascendenza come dimensione della persona umana e fonte di civiltà.

 

Ciò che ha costruito il Cristianesimo, tuttavia, non è stata un’indeterminata aspirazione religiosa, bensì la fede in Gesù Cristo, la grazia conferita dai sacramenti e l’azione della sua Chiesa. Ridurre questa eredità a una mera apertura al trascendente significa cancellare ciò che l’ha resa così feconda.

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Radici cristiane senza una società cristiana?

Leone XIV ha proseguito invocando l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e il dialogo tra le istituzioni e le Chiese. Ha collegato esplicitamente la laicità al carattere aconfessionale delle istituzioni civili, auspicando al contempo un’autentica collaborazione e il rispetto della libertà di organizzazione, espressione e culto delle comunità religiose.

 

Ha citato poi i valori proclamati dal Trattato sull’Unione europea: i diritti umani, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto.

 

In questo risiede una delle obiezioni fondamentali della Fraternità San Pio X alla libertà religiosa conciliare riaffermata da Leone XIV e alle illusioni che essa alimenta. I doveri religiosi delle società non si esauriscono nella tutela della libertà dei credenti, poiché Gesù Cristo ha diritti sia sulle nazioni che sugli individui. La distinzione tra potere spirituale e potere temporale non autorizza lo Stato a considerarsi indipendente da Dio e dalla religione da Lui rivelata.

 

La dottrina tradizionale riconosce che le circostanze possono rendere necessaria la tolleranza di falsi culti per evitare un male maggiore, ma tale tolleranza non diventa per questo un principio di indifferenza religiosa da parte delle autorità pubbliche. Riconoscere le radici cristiane è quindi insufficiente se ci si rifiuta di trarne le conseguenze per l’ordine sociale.

 

Analogamente, la riconciliazione tra i popoli d’Europa merita di essere sostenuta anche senza l’approvazione di principio dell’attuale assetto dell’Unione Europea. La cooperazione internazionale deve servire il bene comune delle nazioni e rimanere soggetta alla legge morale, cosa che non sempre accade all’interno delle istituzioni europee. Né i processi democratici né i trattati possono rendere giuste le decisioni contrarie a questa legge: Leone XIV stesso ce lo aveva appena ricordato a proposito dell’eutanasia.

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Immigrazione: l’accoglienza come principio guida

In tema di immigrazione, Leone XIV ha descritto una nuova fase della storia europea, caratterizzata dall’arrivo di persone in fuga da guerre, persecuzioni o povertà. Ha auspicato percorsi legali e sicuri, assistenza alle persone in pericolo, la lotta contro i trafficanti, la protezione delle vittime e autentici processi di accoglienza e integrazione. Ha menzionato inoltre politiche che consentano a tutti di vivere con dignità nel proprio Paese.

 

«Accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole l’opportunità di sviluppare i propri talenti, le proprie capacità e la propria sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa», ha specificato.

 

Questa esigenza di integrazione aggiunge una riserva alla mera logica dell’accoglienza, ma Leone XIV la inquadra nella prospettiva di un «incontro senza precedenti tra popoli e culture», auspicando una «riscoperta creativa delle nostre radici» e un «ascolto attento dell’altro». Il fenomeno migratorio viene quindi presentato principalmente come un’opportunità di incontro, senza esaminare gli sconvolgimenti che la sua portata può imporre alle nazioni europee.

 

Il dovere di aiutare una persona in difficoltà non è sufficiente a giustificare una politica di insediamento permanente, tanto meno a rendere l’immigrazione di massa un bene in sé. La carità non può essere separata dalla giustizia, dalla prudenza e dall’ordine dei doveri. Chi detiene il potere è responsabile di un popolo specifico, di cui deve preservare la sicurezza, la coesione e il patrimonio materiale e spirituale.

 

Le nazioni non sono popolazioni interscambiabili, né le loro patrie sono semplicemente spazi disponibili. L’universalità della Chiesa non richiede la cancellazione dei popoli: li chiama ad accogliere la stessa fede senza abolire le loro legittime appartenenze. La possibilità di vivere con dignità nella propria terra, che Leone XIV ha giustamente menzionato, meritava un ruolo ben più centrale. Aiutare i popoli a superare la guerra, la povertà e la corruzione contribuisce al loro benessere in modo più profondo che considerare la loro partenza come l’orizzonte del loro futuro. Lo sradicamento rimane una prova da prevenire o alleviare, non uno strumento di fraternità universale a costo dello sconvolgimento delle nazioni.

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La pace di fronte all’«illusione del riarmo»

La guerra ha occupato un posto significativo nel discorso. Senza nominare direttamente l’Ucraina, Leone XIV ha deplorato il ritorno in Europa di un «massacro insensato», per poi invocare un dialogo paziente, il coraggio di negoziare e la disponibilità a sacrificare alcune posizioni in nome della pace.

 

Ha respinto un «ingenuo irenismo», mettendo in guardia contro «l’illusione del riarmo». Ha sottolineato inoltre la fedeltà alla parola data, il rispetto degli impegni internazionali e la lotta contro le menzogne ​​tra gli Stati, presentando il multilateralismo come rimedio alla volontà di dominio. Questi chiarimenti ci impediscono di ridurre il suo messaggio a un pacifismo che mira a porre fine ai combattimenti a qualsiasi costo. È tuttavia importante ricordare che la pace non consiste unicamente nell’assenza di guerra: presuppone un ordine giusto. La dottrina cattolica tradizionale non esclude la possibilità di una guerra giusta, in particolare quando si tratta di difendere un popolo dall’aggressione, alle condizioni determinate dalla legge morale. Il negoziato può condurre alla pace; non può però giustificare l’abbandono delle vittime alla legge del più forte.

 

Il discorso si è concluso con un’esortazione ai giovani a costruire la pace, a rifiutare la violenza, ad assumersi le proprie responsabilità e a impegnarsi per il bene comune, anche in politica. Leone XIV ha chiesto loro di non aver paura di formare una famiglia o di mettere al mondo dei figli, e di difendere la vita umana dal primo all’ultimo respiro.

 

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Nella Cattedrale di Saint-Étienne, dal deserto alla Città di Dio

Nel pomeriggio, il papa ha celebrato la Messa per la pace e la giustizia nella Cattedrale di Saint-Étienne. Era presente anche Emmanuel Macron, che inizialmente aveva programmato di non partecipare ad alcuna Messa durante il suo viaggio.

 

L’omelia si è basata su tre immagini tratte dal libro di Isaia: il deserto, il giardino e la casa. Il deserto rappresentava l’essenziale e il silenzioso, associato alla legge che conduce alla bontà, alla semplicità, alla rinuncia e al sacrificio. Il giardino rappresentava la bellezza di una vita che fiorisce secondo il disegno di Dio. Infine, la casa evocava la pace, dono divino che richiede impegno comunitario e carità.

 

Commentando il Discorso della Montagna, il papa ha contrapposto il perdono, la misericordia e la magnanimità alla logica della vendetta. Chi cerca vendetta non è necessariamente più forte di chi perdona, così come chi rompe una relazione non è necessariamente più forte di chi accetta lo sforzo della riconciliazione.

 

La storia di Metz e della regione della Mosella, profondamente segnata dalle due guerre mondiali, ha illustrato il coraggio necessario per spezzare la catena del risentimento. Le ferite profonde rendono difficile questo sforzo; non rendono fruttuosa la vendetta.

 

Citando Sant’Agostino, Leone XIV ha evocato la pace della Città Celeste, dove le persone godono di Dio e, in Lui, gli uni degli altri. Questa prospettiva soprannaturale si contrappone a quella dell’incontro interreligioso mattutino, fondato su una fraternità naturalistica comune alle diverse religioni.

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Chagall e l’«armonia delle differenze»

Il papa ha ricordato i principi trasmessi dall’eredità cristiana: la sacralità della vita, l’importanza primaria della famiglia, la cura dei poveri, l’accoglienza dello straniero e il rispetto per gli anziani. Ha menzionato l’opera monastica e San Crodegango, invitando i fedeli a tramandare questa eredità.

 

Con i suoi 6.500 metri quadrati di vetrate, la cattedrale, «lanterna del buon Dio», gli ha offerto l’immagine conclusiva della sua omelia: una vera e propria Biblia pauperum, una Bibbia per immagini che alimenta la preghiera e la meditazione.

 

Ma Leone XIV ha presentato anche le vetrate di Marc Chagall, pittore ebreo che lavorò sia per edifici cattolici che protestanti, come un «straordinario simbolo ecumenico e di dialogo interreligioso». Ha interpretato questa diversità come un mosaico di pace, prima di affermare che il futuro dell’Europa risiede nell’«armonia delle differenze».

 

La diversità di popoli, culture ed espressioni artistiche può arricchire una singola civiltà. Lo stesso non si può dire delle religioni: le loro contraddizioni riguardo a Dio, a Gesù Cristo e alla salvezza non possono creare un’«armonia delle differenze». Il valore artistico di un’opera, a prescindere dalla religione del suo creatore, non può rendere una cattedrale una testimonianza della legittimità del pluralismo religioso.

 

Leone XIV ha ricordato poi a tutti che le strutture della Chiesa hanno significato solo se contribuiscono a portare la luce del Vangelo nel mondo. Ha affidato Metz alla Madonna e ai santi patroni della diocesi, esprimendo la speranza che questa comunità rimanga un «faro di speranza» per la Francia, l’Europa e il mondo.

 

Al termine della Messa, ultimo evento pubblico del viaggio, ha ringraziato le autorità civili, i vescovi, i sacerdoti, i consacrati, i fedeli e i volontari che avevano organizzato le quattro giornate.

 

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In aereo, diversi chiarimenti

Durante il volo Metz-Roma, Leone XIV ha ricordato in particolare due episodi: l’entusiasmo dei giovani allo Stade de France e le grazie ricevute a Lourdes dagli ammalati. Ha parlato di giorni pieni di benedizioni, quasi di miracoli, e della presenza di Dio che toccava i cuori.

 

Interrogato sulle vittime di abusi incontrate a Lourdes, ha chiarito la sua posizione sulla presunta natura «sistemica» del fenomeno. Pur non negando che alcune organizzazioni possano aver agito in modo abusivo, si è rifiutato di usare questa etichetta indiscriminatamente. Ha sottolineato che l’abuso è innanzitutto un problema umano e che, all’interno della Chiesa, può colpire le vittime anche nella loro fede.

 

Questa distinzione è importante. I crimini dei membri della Chiesa e le mancanze di coloro che ricoprono posizioni di autorità devono essere riconosciuti e puniti; non possono essere attribuiti alla santità della Chiesa, alla sua dottrina o ai suoi sacramenti.

 

Sul tema della laicità, il papa ha difeso i suoi interventi contro l’eutanasia: insegnare la legge morale e applicare il Vangelo alla vita umana non significa impegnarsi in una competizione partitica. Ha affermato di essere venuto a predicare Gesù Cristo, «la via, la verità e la vita», piuttosto che a interferire nella politica francese.

 

Ha inoltre affrontato la crisi abitativa, ha auspicato negoziati tra Russia e Ucraina, ha denunciato i profitti dell’industria bellica e ha condannato le minacce nucleari. Riguardo all’intelligenza artificiale, ha esortato a prendere sul serio i rischi evidenziati dagli esperti e ha menzionato la commissione vaticana istituita per studiarne usi, benefici e pericoli.

 

L’ultima domanda, riguardante la Germania, era di natura più prettamente politica. Questa domanda è giunta dopo gli spettacolari successi elettorali dell’AfD: a settembre, il partito aveva appena vinto due elezioni regionali, con il 43,8% in Sassonia-Anhalt e poi con il 38,2% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ottenendo anche significativi progressi a Berlino. Senza nominarlo esplicitamente, ma con un’allusione trasparente, il giornalista ha collegato l’ascesa di movimenti definiti estremisti al declino religioso della Germania e alla messa in discussione del consenso europeo.

 

Leone XIV ha ritenuto opportuno studiare il legame tra questi fenomeni. Ha osservato che l’estrema destra tedesca si sta frammentando, e «un gruppo in particolare», a suo avviso, sta diventando «ancora più estremista» degli altri. Ha poi menzionato l’associazione di alcune di queste posizioni con «una particolare forma di religione» che, secondo lui come secondo i leader cattolici e protestanti tedeschi, «non costituisce un’autentica espressione del cristianesimo». Il papa ha contrapposto questi movimenti ai valori evangelici di comprensione, compassione e accompagnamento, in contrapposizione a «odio» e «divisione».

 

La risposta riecheggia una retorica ormai familiare nel discorso ecclesiastico e politico europeo: apertura e accompagnamento vengono facilmente identificati con le esigenze del Vangelo, mentre le reazioni basate sull’identità o sul nazionalismo sono sospettate di paura, isolazionismo o divisione. Ma questa interpretazione moralistica ignora in gran parte le realtà che spiegano l’ascesa di questi movimenti: immigrazione di massa, insicurezza, sconvolgimenti culturali e rifiuto di alcune politiche dell’Unione Europea.

 

Gli stessi risultati tedeschi sono l’espressione politica di queste preoccupazioni. Prenderle sul serio non significa appoggiare l’AfD, ma piuttosto riconoscere che una parte considerevole della popolazione rifiuta politiche le cui conseguenze vengono vissute concretamente, a volte crudelmente, nella propria vita. Ascoltarle e rispondere alle loro richieste è anche una questione di carità ben ponderata. «Comprensione», «compassione» e «sostegno» non possono essere riservati ad alcuni ignorando la sofferenza di altri.

 

Dopo quattro giorni, cosa rimarrà?

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Questi quattro giorni hanno portato alla luce una Francia cattolica che molti consideravano una presenza marginale. I giovani allo Stade de France, la folla parigina, i pellegrini di Lourdes e i fedeli di Metz hanno dimostrato un autentico attaccamento al papa, alla preghiera e al patrimonio cristiano del loro Paese.

 

L’evento ha avuto risonanza ben oltre le fila dei cattolici praticanti. France Télévisions ha annunciato che 23 milioni di telespettatori francesi hanno seguito il viaggio, in tutto o in parte, sui suoi canali e piattaforme, mentre i video condivisi sui social media hanno totalizzato oltre 80 milioni di visualizzazioni. Queste cifre misurano la portata del pubblico, non l’adesione alla fede; tuttavia, testimoniano un notevole interesse in una società il cui clima culturale e ideologico dominante è profondamente ostile al cattolicesimo.

 

Anche la reazione politica si è divisa tra diversi schieramenti tradizionalmente opposti. Alcuni si sono concentrati sulla difesa della vita e della famiglia, mentre altri hanno enfatizzato gli appelli alla pace, all’apertura e al dialogo. Questa buona volontà, tuttavia, non significava unanimità dottrinale, né implicava che i funzionari presenti avessero rinunciato alle loro posizioni contrarie alla morale cattolica. Piuttosto, le reazioni politiche rivelano come ciascun gruppo abbia tratto dalla visita solo ciò che era in linea con le proprie convinzioni.

 

Alcune parole hanno davvero nutrito gli animi: l’invito alla conversione e alla penitenza, la riparazione dei peccati, l’offerta delle sofferenze, la grazia della Redenzione, l’intercessione della Madonna e la vita eterna. La difesa degli infermi contro la falsa compassione che conduce alla morte è stata ribadita fermamente.

 

Ma il solo fervore non basta a dimostrare che una crisi vecchia di oltre mezzo secolo sia stata superata. I grandi assembramenti delle precedenti visite papali, attorno all’altare della nuova Messa – i cui problemi fondamentali permangono anche quando celebrata con cura e solennità – non hanno arrestato il processo di scristianizzazione. I veri frutti della santificazione si misurano nella conversione delle anime, nelle vocazioni, nella fedeltà delle famiglie, nella trasmissione del catechismo e nella vita sacramentale.

 

Le difficoltà dottrinali permangono e continuano a produrre le loro disastrose conseguenze. Presenti sullo sfondo durante i primi tre giorni, sono esplose a Metz come uno spettacolo pirotecnico conciliare: la falsa nozione di fraternità umana, di dialogo interreligioso e di secolarismo degli Stati vi sono state espressamente e categoricamente riaffermate. I graditi richiami di Lourdes non le eliminano.

 

Che ci piaccia o no, il continuo aggravarsi della crisi rende sempre più difficile eludere le obiezioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X al Concilio e alle riforme che ne sono scaturite. Tali questioni non possono essere ridotte a semplici sensibilità contrapposte, poiché toccano realtà vitali per la Chiesa: la fede, il culto, la sua costituzione divina e gerarchica e i diritti di Gesù Cristo.

 

Questo viaggio ha dimostrato che in Francia ci sono ancora anime che anelano alla verità, alla preghiera e al sacrificio. Sarebbe un grave errore rispondere a questo anelito con un nuovo adattamento a un mondo che le ha private proprio di questi doni. Il rinnovamento cattolico esige che la pienezza delle verità della fede torni a essere il principio-guida costante della predicazione e dell’azione della Chiesa.

 

La folla ci ha ricordato che la Francia non ha dimenticato Cristo, ma la sua rinascita dipenderà dal posto che Gli spetterà.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Spirito

Mons. De Sivry ai frati: «Siate fieri della vostra vocazione»

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A Flavigny-sur-Ozerain, la festa di San Michele è stata celebrata il 29 settembre con le vestizioni, cinque prime professioni e una professione perpetua. Nel presidere la cerimonia, il vescovo Michel Poinsinet de Sivry ha dedicato la sua omelia alla specifica vocazione dei frati: religiosi consacrati a Dio, a immagine degli angeli, nella castità consacrata e nel discreto servizio del sacerdozio.   Reverendo Rettore, cari confratelli sacerdoti, cari fratelli, carissime sorelle, carissime famiglie, e soprattutto cari frati, che tra pochi istanti riceverete l’abito, pronuncerete i vostri voti per la prima volta, li rinnoverete e uno di voi li pronuncerà definitivamente;   sono davvero molto felice di poter presiedere questa cerimonia pontificale, la mia prima in questo splendido seminario di Flavigny, il seminario dove è iniziata la mia formazione sacerdotale. E sono ovviamente molto felice che questa cerimonia sia dedicata ai nostri cari frati, che si dedicano al sacerdozio attraverso il servizio del Santo Sacrificio della Messa e attraverso il servizio reso ai nostri sacerdoti.   Ringrazio il nostro caro fondatore, mons. Lefebvre, per aver donato alla Santa Chiesa Cattolica, per aver donato alla nostra Fraternità, dei veri angeli custodi, che prendono a modello l’Arcangelo San Michele.   Cari frati, siate fieri della vostra vocazione. Questo è ciò che dice mons. Lefebvre. Egli vi chiama alla fierezza e vi chiede di non avere nostalgia di una vita contemplativa o sacerdotale. Perché il nostro caro fondatore vede in questa vocazione di frate una via per assimilarvi allo spirito di Nostro Signore Gesù Cristo.   Ed è proprio a questo che ci invita san Paolo nella sua Epistola ai Filippesi: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti», dice, «di cui fu rivestito Cristo Gesù». Abbiate gli stessi sentimenti.   Ebbene, la vocazione di frate vi permette di assumere la stessa mentalità che animava l’anima di Nostro Signore Gesù Cristo.   Perché cos’è stata la vita di Nostro Signore Gesù Cristo? È stata innanzitutto un’opera di separazione. Questo è ciò che san Paolo ci rivela nella sua Epistola agli Ebrei. Ci rivela le prime parole pronunciate da Nostro Signore Gesù Cristo entrando nel mondo: «Tu non hai voluto», disse al Padre suo, «olocausto o sacrificio, ma tu mi hai dato un corpo. Ed eccomi, Padre, per fare la tua volontà».   Fin dai primissimi istanti della sua esistenza, Nostro Signore Gesù Cristo è separato dal mondo e consacrato a Dio. Da quel momento in poi, tutta la sua esistenza consisterà nel compiere la volontà del Padre sulla terra.

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«Il frate piange lo spirito del mondo»

In effetti, la vocazione dei frati è innanzitutto un’opera di separazione. Questo è ciò che significherà, tra poco, la vestizione. Il frate è separato dal mondo, e questa separazione è segnata da questa veste nera, abito di lutto. Il frate piange lo spirito del mondo.   Questa separazione non è un vuoto. Al contrario, permette ai frati di essere ricolmi dello Spirito di Dio, lo Spirito di Nostro Signore Gesù Cristo.   E questa separazione conduce quasi naturalmente all’oblazione. Come l’offertorio, durante il Santo Sacrificio della Messa, conduce alla consacrazione, all’oblazione di Nostro Signore Gesù Cristo sull’altare, così anche questa separazione conduce a questa oblazione.   E questa oblazione è simboleggiata dai voti che i frati pronunciano: il voto di povertà, il voto di castità e il voto di obbedienza.   Attraverso il voto di obbedienza, il frate vive ora sotto la guida della volontà di Dio, come espressa negli statuti dei frati e attraverso i loro superiori.   Attraverso il voto di castità, di verginità, il frate si consacra interamente a Dio. E forse è proprio questo che vorrei sottolineare stamattina: questo voto di verginità, di verginità consacrata.   San Gregorio di Nissa disse queste parole: «Come l’anima è al di sopra del corpo, come i vasti cieli sono al di sopra dei pianeti, come l’esistenza dei beati, la loro stabilità, è al di sopra della nostra fugace esistenza, come Dio è al di sopra dell’uomo, così anche», disse, «la verginità è al di sopra del matrimonio».   Sant’Ambrogio disse: «Il matrimonio cristiano è santo solo perché permette alla Chiesa di avere al suo interno generazioni pure di vergini». Ecco perché il matrimonio è santo.   E in effetti, questa verginità fu consacrata da Nostro Signore Gesù Cristo. Questo è ciò che leggiamo nel Vangelo di Matteo. Dopo aver restituito al matrimonio la sua dignità originaria, Nostro Signore Gesù Cristo disse alla folla che lo circondava: «Alcuni si faranno eunuchi per il regno di Dio. Chi può comprendere, comprenda».   E in effetti, queste parole scossero moltitudini. Suscitarono generazioni di Lucia, Caterina, Francesco e Domenico. Queste parole suscitarono un esercito di vergini.   Questa verginità consacrata non è altro che il culmine, la fioritura di un’anima, un’anima che ha ricevuto il battesimo, che ha ricevuto la grazia di Nostro Signore Gesù Cristo. Attraverso il battesimo, l’anima ha ricevuto questa vita divina, questo carattere, questa potenza passiva con cui ha ottenuto il diritto di partecipare all’esercizio del bene comune.   L’anima consacrata, al momento della professione di fede, è sotto l’autorità del sacerdote. Attraverso questo battesimo, l’anima è totalmente consacrata a Dio. Tutte le sue facoltà sono ordinate a Dio.   Ora, il consacrato dedica non solo l’anima, ma anche il corpo. Il corpo seguirà questo impulso dell’anima e sarà così totalmente consacrato a Dio. Questo corpo sarà quindi un’ostia pura, un’ostia immacolata, un’ostia senza macchia. Questo è ciò che leggiamo nel Canone della Messa.   Ora, cari fratelli, quando partecipate alla Messa, rinnovate questo bellissimo voto di verginità consacrata. Rinnovatelo insieme a queste parole di Nostro Signore Gesù Cristo, che offre se stesso al Padre, che offre quest’ostia, quest’ostia immacolata.   Questa verginità consacrata glorifica Dio Padre sulla terra. Perché non c’è prova d’amore più grande, dice Nostro Signore, che dare la propria vita per coloro che si amano. Ebbene, questa consacrazione è l’autentica manifestazione, la prova dell’amore che abbiamo per Nostro Signore Gesù Cristo, per la Santa Chiesa Cattolica. Ci doniamo corpo e anima.

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«Dietro il sacerdozio, ci sono sempre i frati»

Questa verginità consacrata ci rende simili agli angeli. Perché gli angeli, i buoni angeli, sono presenti nel momento del Santo Sacrificio della Messa. E contemplano ciò che san Tommaso d’Aquino chiama il Panis angelicus, il pane degli angeli. Gli angeli si nutrono di questa contemplazione di Nostro Signore Gesù Cristo, di questa visione di Nostro Signore Gesù Cristo nel momento del Santo Sacrificio della Messa. E questa visione li nutre, nutre il loro spirito.   Cari frati, ogni volta che partecipate al Santo Sacrificio della Messa, imitate gli angeli nella loro contemplazione. Trovate in questa contemplazione un nutrimento solido e santo che vi rinnovi, che vi permetta di perfezionare e accrescere in voi questa carità per Nostro Signore Gesù Cristo.   Gesù Cristo vi ha amato per primo, e voi Gli rispondete con questo voto di verginità. Rinnovate, rinnovate costantemente questa consacrazione.   E poi gli angeli, nel momento del Santo Sacrificio della Messa, servono l’altare in modo misterioso e invisibile. Leggiamo nel Canone, nell’Offertorio, che l’angelo porta le nostre preghiere a Dio. Il servizio degli angeli è un servizio estremamente discreto, ma quanto è straordinario, quanto è efficace!   Ebbene, cari fratelli, questo è ciò che ci chiede mons. Lefebvre: imitare gli angeli nel servizio del sacerdozio. Servire il sacerdozio con umiltà e discrezione.   Cari fratelli, quando vedete il sacerdote all’altare, quando lo vedete prendersi del tempo nel confessionale, quando partecipate a queste conferenze spirituali che vi nutrono, quando il sacerdote porta la comunione agli ammalati, ricordatevi che tutto ciò è possibile perché, dietro questo servizio sacerdotale, c’è il servizio del frate, che permette al sacerdote di liberarsi dai fardelli materiali per poter esercitare pienamente il suo sacerdozio.   Dietro il sacerdozio ci sono sempre i frati, c’è l’opera dei frati.

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«La verginità è ciò che rende possibili le vittorie»

La verginità ci permette di elevare il livello morale della nazione, della patria, della società civile. E oggi abbiamo bisogno di queste anime vergini che elevano il livello morale della nazione, che sono testimoni autentiche, appagate e felici, e che affermano che questa castità è possibile, che questa santità è raggiungibile, poiché la incarnano ogni giorno attraverso la loro vocazione.   La verginità prega per coloro che non pregano. Essa espia. Rende grazie per coloro che non rendono grazie. La verginità è ciò che attira la misericordia di Dio nel mondo. Le anime vergini pregano per il mondo, espiano per il mondo.   La verginità è ciò che rende possibili le vittorie. E conosciamo le vittorie di Santa Genoveffa, quelle di Santa Giovanna d’Arco: anime vergini che hanno ottenuto vittorie, che hanno vinto battaglie.   Questo è ciò che ci aspettiamo dai nostri frati e suore: che, attraverso di loro, in questa crisi della Chiesa, possiamo ottenere vittorie per l’onore di Nostro Signore Gesù Cristo, per l’onore della Beata Vergine Maria.   La verginità guarisce. Si dedica alla cura degli infermi. La verginità insegna. Insegna nelle nostre scuole. Si dedica alla formazione delle anime. La verginità costruisce. Costruisce chiese, costruisce cattedrali. La verginità è ciò che ha plasmato la nostra civiltà cristiana, e ne siamo molto orgogliosi.   Cari frati, questa verginità è purtroppo sottoposta a intensi attacchi, a volte anche molto feroci. Cari frati, state attenti a questo mondo digitale, che deve rimanere uno strumento e che purtroppo può danneggiare questa bella verginità consacrata. Questo mondo digitale ci inonda di notizie e, a poco a poco, se non stiamo attenti, ci dà uno spirito mondano e ci impedisce di praticare la contemplazione.   Questo mondo digitale, se non stiamo attenti può danneggiare, distruggere la nostra offerta, la nostra consacrazione. Cari fratelli, un modo efficace per contrastare questa battaglia è il voto di obbedienza. L’obbedienza è il modo più efficace per comprendere appieno questo mondo digitale.   Infine, questa verginità è feconda, come quella della Beata Vergine Maria, come quella di San Giuseppe. Questa verginità, attraverso la preghiera e le buone opere, è estremamente feconda.   Perciò, questa mattina, chiediamo specialmente per voi, cari frati, che la vostra vocazione sia feconda, che vi salvi e, dopo di voi, salvi centinaia di anime, al servizio di Dio e per la gloria di Nostro Signore Gesù Cristo.   + Michel Poinsinet de Sivry Vescovo   Articolo previamente apparso su FSSPX.News    

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