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Mons. Viganò: la Chiesa sostituita da un’entità di matrice massonica asservita all’Anticristo

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Viganò del 29 giugno 2026

 

Diligis me?

Omelia per la Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

 

Si diligis me, pasce oves meas. Non enim pascit oves qui non diligit Christum.

Mercenarius est qui non diligit, sed suum quærit, non quæ Jesu Christi.

 

Se mi ami, pasci le mie pecore. Infatti non pasce le pecore chi non ama Cristo.

È un mercenario chi non ama, ma cerca il proprio interesse, non quello di Gesù Cristo.

Sant’Agostino

 

Con la solennità odierna dei Santi Apostoli Pietro e Paolo la Santa Chiesa ci pone dinanzi al mistero tremendo del mandato affidato da Nostro Signore al Principe degli Apostoli. A riparazione del triplice rinnegamento nel Pretorio, Egli chiede a Simon Pietro una triplice professione di amore, dopo essere apparso ai discepoli sul lago di Tiberiade. Mi ami tu? Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore (Gv 21, 15-19). È su queste parole del Maestro — insieme a quelle pronunciate a Cesarea di Filippo, Tu sei Pietro (Mt 16, 17-18) — che si fonda il Papato cattolico.

 

Il Signore edifica la Sua Chiesa su Pietro, ordinandogli di pascere il Suo gregge, di amare il Suo Corpo Mistico e il suo Capo Divino dello stesso amore soprannaturale — la Carità — che è senza condizioni e che giunge a dare la vita per gli amici (Gv 15, 13). Un mandatum intrinsecamente eroico, che fa di Pietro e dei suoi Successori i legittimi Vicari di Cristo in terra; e che per le implicazioni che comporta nel governo della Chiesa e nella salvezza delle anime richiede, come imprescindibile condizione, l’unione coerente della Verità e della Carità. Tanto è il potere dato da Dio a un uomo, tanta la potestà regale e sacerdotale che Cristo riversa nel Papato. E quanto più il Sommo Pontefice si distingue per la propria individualità — il papa buono, il papa del sorriso, il papa globe-trotter, il papa teologo, il papa delle periferie — tanto meno echeggia la voce del Maestro nelle sue parole.

 

Oggi l’ordine che il divino Legislatore ha voluto dare al Papato Romano e alla Sua Chiesa è sovvertito proprio da chi siede ai vertici dell’istituzione. Il tradimento non è dissimulato, ma ostentato senza ritegno, nella folle convinzione di avere ormai raggiunto lo scopo, di essere a poca distanza dallo sciagurato traguardo della dissoluzione della Chiesa Cattolica, per sostituirla con un’entità di matrice massonica asservita all’Anticristo.

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Ubi sedes beatissimi Petri, et Cathedra veritatis ad lumen gentium constituta est — scriveva papa Leone XIII nel suo Esorcismo — ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suæ; ut, percusso pastore, et gregem disperdere valeant. Dove il Signore ha posto la sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della verità per illuminare i popoli, lì i Suoi nemici hanno posto il trono dell’abominazione e della loro empietà, perché dopo aver colpito il Pastore, possano disperdere il Gregge.

 

Le parole profetiche della visione di Leone XIII possono aver lasciato forse sgomenti e increduli i contemporanei di quel papa, e così è stato fino a Pio XII. Ma cent’anni dopo, esse si rivelano tanto inquietanti quanto precise, e completano il monito della Vergine Santissima a La Salette: Roma perderà la fede e diverrà la sede dell’Anticristo. E cos’è questa, se non l’abominazione della desolazione di cui parlano il Profeta Daniele (Dan 9, 27; 11, 31; 12, 11) e lo stesso Vangelo (Mt 24, 15 e Mc 13, 14)? Cos’è, se non la desolazione della Città santa (Ap 11,2) e la Grande Meretrice (Ap 17, 1-18), seduta sui sette colli, ubriaca del sangue dei Santi, che simboleggia ogni forma di apostasia e di falsa religione che si allea con il potere politico contro la Chiesa?

 

Chi se non la sede dell’Anticristo e il trono dell’abominazione fulminerebbe la scomunica a quei Vescovi che non intendono avvallare il tradimento di Roma e che denunciano la rivoluzione conciliare da oltre sessant’anni? Potremmo mai concepire, come Cattolici, che sia un Papa, un Vicario di Cristo, a comminare sanzioni canoniche a chi impugna le eresie del Vaticano II? E che l’intero Episcopato avvalli e incoraggi deviazioni dottrinali e morali, anziché contrastarle energicamente?

 

Una stolida miopia induce molti conservatori a rifugiarsi nella casistica di manuali scritti e pensati in tempi di normalità, cercandovi la soluzione ad una crisi unica, biblica, apocalittica, escatologica; e ad escludere categoricamente che un eretico non decada dal Papato, e che gli ci si possa appena resistere, riconoscendogli autorità e potestà. Essi non comprendono che la promessa del divino Redentore a San Pietro — Portæ inferi non prævalebunt — presuppone comunque un conflitto tremendo in cui la Sinagoga di Satana sembrerà prevalere, e la Chiesa Cattolica verrà data per morta. Presuppone un’apostasia generale che riguarda non solo gli agnelli — ossia i neofiti e i Cattolici fragili e insicuri — ma l’intero gregge, con i suoi pastori sostituiti dolosamente da mercenari e lupi feroci.

 

Ed è tremendamente vero: le potenze dell’inferno certamente non prevarranno contro la Chiesa di Cristo, ma dimostrano di aver già conquistato un’altra chiesa – anzi un’altra religione – che si vuole fondata non su Pietro, ma su una reinterpretazione ecumenica e sinodale del Papato alla luce del documento bergogliano «Il Vescovo di Roma. Primato e Sinodalità nei dialoghi ecumenici e nelle risposte all’enciclica Ut unum sint”».

 

Quando Simone fece la propria professione di fede – Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 16) – il Signore gli rispose subito dopo: Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli (ibid., 17). La Verità appartiene a Dio, e solo chi pensa e agisce secondo Dio parla con le parole di Verità. Per questo Pietro è beato. Ma è anche homo peccator per sua stessa ammissione (Lc 5, 8), meritevole di essere trattato dal Signore come il tentatore nel deserto: Via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! (Mt 16, 23). E il primo modo di pensare secondo gli uomini è rifiutare la Croce: Signore, non ti accada mai una cosa del genere! (Ibid., 25).

 

Ma non è appunto «pensare secondo gli uomini» e contraddire la Croce e il Sacrificio redentore di Nostro Signore, affermare che tutte le religioni sono sentieri che conducono a Dio? Non è “pensare secondo gli uomini” affermare con Amoris Lætitia che la morale si deve adattare alle voglie degli uomini, e che con Fiducia Supplicans la Chiesa deve ratificare i vizi più turpi, anziché additare alle anime la via stretta che conduce al Cielo? Non è vanificare la Passione di Nostro Signore sostenere una fratellanza universale che prescinde dalla paternità divina in Cristo?

 

La Chiesa è santa e indefettibile, certamente. Santa e indefettibile è la Cattedra del Beatissimo Pietro. Ma l’indefettibilità di chi è investito del Supremo Pontificato non è una sorta di “pilota automatico” che costringe il Pontefice a fare e dire ciò che vuole Nostro Signore. Il libero arbitrio gli consente di rispondere ed assecondare l’azione della Grazia di stato, ma anche di sottrarsi ad essa, rifiutandosi di compiere la volontà di Dio e usurpando la Sua sacra autorità per lo scopo opposto a quello stabilito da Gesù Cristo. Ciò rende odiosa l’autorità dei Vescovi che pretendono dai fedeli un’obbedienza che è buona e legittima solo se chi la esercita è a sua volta sottomesso ed obbediente al Capo del Corpo Mistico, Nostro Signore Gesù Cristo.

 

Fare dell’obbedienza un idolo — trasformare cioè in fine un mezzo ordinato — rappresenta un abuso intollerabile da parte di chi pretende dai sudditi un assenso acritico e servile, proprio nel momento in cui si sottrae alla suprema autorità di Dio e si arroga il diritto di decidere cosa del Depositum fidei meriti di essere conservato e cosa possa essere modificato.

 

La sinodalità — così come formulata da Prevost nei suoi molteplici interventi — crea la base dottrinale alla rivoluzione permanente che porterà il Vaticano II alle sue estreme conseguenze, ovvero alla dissoluzione dell’edificio cattolico per come lo conosciamo — l’ennesima battaglia vinta dalle porte degli Inferi, in una guerra in cui alla fine esse non prevarranno, in cui alla fine il Cuore Immacolato trionferà, in cui alla fine l’Anticristo sarà ucciso da San Michele Arcangelo, in cui alla fine Nostro Signore precipiterà Satana nell’abisso. Alla fine. E nel frattempo, mentre i codardi consegnano le armi e si arrendono al nemico, altri conseguono la vittoria finale sotto le insegne di Cristo Re.

 

Chi non deplorerebbe un generale che, avendo le armi e le truppe per sconfiggere l’avversario, deliberatamente ne impedisse l’uso, abbandonasse a se stessi i soldati e lasciasse saccheggiare e devastare la fortezza dopo averne spalancato le porte altrimenti inviolabili? Come lo si potrebbe considerare legittimo rappresentante di un sovrano, che ha tradito in tutto al quale nega i titoli regali per compiacere i suoi nemici?

 

Riconoscere legittimità a chi usurpa il Papato per demolirlo e distruggere con esso la Chiesa, trasforma il Pontificato in un monstrum autoreferenziale, lo trasforma nel trono dell’abominazione e di ogni empietà – secondo le parole di Leone XIII. E contraddice la Sacra Scrittura, dal momento che Nostro Signore stesso, per riammettere Pietro nel ruolo che con il rinnegamento aveva perduto, gli ha chiesto una triplice professione di Fede e di Carità. Se l’apostasia dei lapsi in tempi di persecuzione poteva comportare la loro esclusione dal corpo ecclesiale e una severa penitenza a vita, quale penitenza dovrebbe essere imposta a Papi e Vescovi che e tradiscono il Mandato ricevuto apostatano dalla Fede Cattolica?

 

La Fraternità San Pio X fa benissimo ad appellarsi allo stato di necessità per conferire le Consacrazioni episcopali senza il mandato papale. E se oggi il loro venerato Fondatore fosse ancora tra noi, di sicuro egli considererebbe queste Consacrazioni come indispensabili non solo alla sopravvivenza della Fraternità, ma anche e soprattutto alla difesa – per tutta la Chiesa – del Depositum Fidei, del Sacerdozio e della Messa Cattolica, garantendo una Successione Apostolica non inficiata da riti dubbi e da dottrine ereticali. Sarebbe infatti ben poco cattolico avere maggior sollecitudine per il proprio Istituto che non per l’intero corpo ecclesiale; e lo stato di necessità invocato per il bene delle anime perderebbe legittimità, se dovesse riguardare solo la salus Fraternitatis.

 

Se già all’epoca di Giovanni Paolo II l’arcivescovo Lefebvre denunciava le deviazioni conciliari, oggi egli non potrebbe non denunciare con maggior forza l’apostasia sinodale. Cedere alle minacce o alle lusinghe di Roma si è già dimostrata una scelta rovinosa e perdente: lo sanno bene i transfughi della Fraternità San Pietro, per i quali le promesse fatte prima che abbandonassero Ecône sono state in gran parte disattese.

 

Dopo Traditionis Custodes — tuttora in pieno vigore — sarebbe ancor più sconsiderato dar seguito all’invito che il cardinale Müller ha lanciato al Concistoro di questi giorni: replicare il meccanismo ricattatorio del Motu Proprio Ecclesia Dei che concede libertà liturgica in cambio dell’addomesticamento dottrinale e morale al Vaticano II e alla sua versione sinodale.

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Ancora una volta la quinta colonna del neomodernismo rappresentata dal conservatorismo ratzingeriano di alcuni ben noti Porporati impone l’accettazione del Concilio e della Messa montiniana come condicio sine qua non della comunione ecclesiastica, facendo eco a Leone che proprio pochi giorni fa ha riconosciuto come la minacciata scomunica alla Fraternità San Pio X non sia motivata da una questione canonica, quanto da una ragione dottrinale non negoziabile: l’accettazione del Vaticano II e della via sinodale. Tutto questo ti darò, se prostrato accetterai il Vaticano II e il Novus Ordo.

 

Sant’Agostino così commenta le parole del Vangelo: Si diligis me, pasce oves meas. Non dixit: Pasce tuas, sed meas. Pasce ergo meas, si me diligis: non sicut tuas, sed sicut meas. Quære in eis gloriam meam, non tuam; dominium meum non tuum; lucra mea, non tua. Se mi ami, pasci le mie pecore. Non ha detto: Pasci le tue, ma le mie. Pasci dunque le mie, se mi ami: non come se le considerassi tue, ma come mie. Cerca in esse la mia gloria, non la tua, la mia signoria, non il tuo dominio; le anime che ho riscattato, non il tuo vantaggio personale.

 

Preghiamo, fratelli carissimi, per la Santa Chiesa. Preghiamo e prepariamoci a combattere per lei, affrontando i nemici che vi si sono infiltrati e che oggi ne tengono il timone dirigendo la Barca di Pietro verso gli scogli. Sosteniamo pubblicamente quanti conducono questa battaglia con coraggio, spesso venendone perseguitati e ostracizzati. Non smettiamo di proclamare il Vangelo nella sua interezza, perché il silenzio di tanti, troppi pavidi finisce con l’essere complicità e non suona molto diverso dal rinnegamento di Pietro: Non lo conosco.

 

Ci accompagnino in questo tempo di prova e di disvelamento i Principi degli Apostoli, in onore dei quali offriamo alla Maestà divina la Vittima immacolata. Sancti Apostoli Petrus et Paulus, de quorum potestate et auctoritate confidimus, ipsi intercedant pro nobis ad Dominum.

 

Amen.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo 

 

Viterbo, 29 Giugno MMXXVI 

Ss.rum Petri et Pauli Apostolorum

 

 

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Immagine: Guido Reni (1575–1642), Pietro e Paolo (circa 1605), Pinacoteca di Brera, Milao.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

Pensiero

Ecône e il vero ordine mondiale

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Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.   La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.   Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.

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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.   Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.     Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.   È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.   Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.   «On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.   La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.  

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.     Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.   Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.   Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?   In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.   A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.   La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.   «Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»   Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.   Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».   I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.

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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».   Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.   A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).   Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.     «Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».   La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.   Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.   In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.

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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.   Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.   Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.   E così sia.   Roberto Dal Bosco

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Spirito

L’allenatore della Spagna è cattolico e prega ogni giorno

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Luis de la Fuente, allenatore della nazionale di calcio spagnola, è un cattolico devoto.

 

Il mister spagnuolo ha dichiarato lunedì, al termine di una conferenza stampa il giorno prima della vittoria contro la Francia che ha garantito l’accesso alla finale dei Mondiali FIFA 2026, di pregare ogni giorno in segno di ringraziamento e per chiedere l’aiuto di Dio, ma non per la vittoria sugli avversari.

 

Durante una conferenza stampa del 13 luglio, un giornalista ha accennato alla fede dell’allenatore e gli ha chiesto per cosa stesse pregando in vista della semifinale contro la Francia. De la Fuente ha sottolineato di pregare ogni giorno, non per ottenere aiuto nella vittoria contro gli avversari ai Mondiali, ma per ringraziare di avere un altro giorno da vivere, per la salute e per altre ragioni non legate al calcio.

 

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«Prego ogni giorno, ma non perché sono a un Mondiale o perché sto cercando di ottenere un determinato risultato», ha detto l’allenatore. «Lo ringrazio ogni giorno, ogni giorno quando mi sveglio, per il fatto che sto bene. Per il fatto che posso guardarmi allo specchio e dire: «Un altro giorno in cui posso godermi la vita». Sono grato per queste piccole cose».

 

«E prego ogni giorno, non per chiedere ulteriore aiuto… sarebbe ingiusto chiedergli di aiutare me e non il mio avversario», ha aggiunto. «Chiedo altre cose, soprattutto buona salute, e qualsiasi altra cosa mi dia la possibilità di continuare a combattere».

 

Martedì la Spagna ha battuto la Francia per 2-0, qualificandosi per la finale dei Mondiali contro l’Argentina, in programma domenica 19 luglio. La nazionale spagnola, allenata da De la Fuente, aveva già vinto il campionato europeo UEFA del 2024.

 

De la Fuente ha professato apertamente la sua fede cattolica in numerose occasioni. Nel 2024, durante gli Europei, l’allenatore ha dichiarato che la sua decisione di farsi il segno della croce prima di ogni partita «non è superstizione, è fede».

 

Nel corso di un’intervista rilasciata nel 2023 al quotidiano spagnolo El Mundo, De la Fuente ha approfondito ulteriormente la sua fede, affermando che ci sono «mille ragioni per credere in Dio» e che senza di Lui «nulla nella vita ha senso».

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Immagine di Junta de Andalucía via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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Spirito

«Il concilio è rivoluzione»: omelia della prima messa pontificale del vescovo Michel de Sivry

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Data l’11 luglio 2026 nella chiesa di San Giuseppe a Bruxelles.   Carissimi fratelli nel sacerdozio, venerabili fratelli, care sorelle, cari fedeli,   È una grande gioia celebrare oggi questa prima messa pontificale in questa chiesa di San Giuseppe, patrono della Chiesa universale.   Siamo colmi di gratitudine dopo queste consacrazioni episcopali, che non sono altro che un atto di fedeltà alla Santa Chiesa Cattolica e alla Tradizione Cattolica. Un pensiero speciale va al nostro caro fondatore, Sua Eccellenza l’Arcivescovo Lefebvre, il cui coraggio, la cui prudenza e la cui fede sono ora per noi un esempio.   Ringrazio i miei cari colleghi per la loro presenza e la loro amicizia sacerdotale. Alcuni sono venuti da lontano per partecipare a questa prima Messa. Vorrei ringraziare i nostri fratelli, le nostre sorelle e voi, miei cari fratelli, per questa ondata di fede e carità che ci ha accompagnato alle consacrazioni.   Sappiate che tutte queste preghiere e questi sacrifici ci hanno sostenuto grandemente e ci danno tanto entusiasmo per intraprendere questo ministero episcopale. Siamo lieti di accogliere la vostra richiesta di ricevere i sacramenti secondo la tradizione della Chiesa.   Continuiamo dunque quanto delineato per la Santa Chiesa da papa San Pio X all’inizio del XX secolo: Omnia instaurare in Christo, «Restaurare ogni cosa in Cristo». Questa è la nostra missione particolare e provvidenziale, che dobbiamo proseguire.

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Sacramenti per custodire intatto il deposito della fede

Miei cari fratelli, queste consacrazioni episcopali non sono in alcun modo un atto «della natura» o un atto veramente «scismatico». Queste consacrazioni sono tutt’altro che «scismatiche». I nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X non hanno giurisdizione territoriale.   Non siamo scismatici perché riconosciamo che papa Leone XIV è effettivamente il capo visibile della Chiesa. E preghiamo per lui ogni giorno, e continueremo a pregare per lui ogni giorno al momento del Santo Sacrificio della Messa.   Non siamo scismatici perché crediamo con tutto il cuore in tutte le verità che la Chiesa ha insegnato, in tutte le verità che il nostro Signore Gesù Cristo ci ha trasmesso. E siamo pronti a suggellarle con il nostro sangue.   Non siamo scismatici perché accettiamo, professiamo e riceviamo i sette sacramenti che Nostro Signore Gesù Cristo ci ha donato per santificarci e andare in Paradiso.   Miei cari fratelli, come sapete, dobbiamo tutti andare in Cielo. Questo è il nostro scopo qui sulla terra. Tutto il nostro essere, la nostra anima, il nostro corpo, ogni cosa ci chiama al Cielo. Siamo fatti per il Cielo. È nostro dovere. È nostro dovere lavorare ogni giorno alla nostra santificazione, alla nostra santità. È nostro dovere!   Ma se abbiamo questo dovere, abbiamo anche dei diritti: il diritto di ricevere i mezzi appropriati per raggiungere il nostro scopo. Questi mezzi sono la fede, i sacramenti, la disciplina e la legge della Chiesa. Questi sono mezzi ordinari e sufficienti per santificarci e diventare santi.   E questi metodi sono stati usati per duemila anni di Tradizione, dagli apostoli, dai martiri, dai confessori, dalle vergini. Ebbene, noi vogliamo conservarli. Vogliamo conservare questa fede degli apostoli. Vogliamo conservare questi stessi sacramenti. Vogliamo conservare questa stessa disciplina.

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Concilio Vaticano II: La rottura nel cuore della crisi

Purtroppo, come abbiamo visto dal Concilio Vaticano II in poi, questa fede, questi sacramenti, questa disciplina sono stati annacquati e profondamente alterati. A tal punto che, tristemente, ci distolgono dal nostro scopo e ci impediscono di essere santificati come i membri della Chiesa sono sempre stati santificati attraverso duemila anni di Tradizione.   Come sapete, il cardinale Suenens, che conosciamo bene, disse del Concilio: «Il Concilio è il 1789 nella Chiesa». In altre parole, questo Concilio è una rivoluzione. È una rivoluzione. Yves Congar, il teologo, in particolare esperto di libertà religiosa, disse che il Concilio è la Rivoluzione d’Ottobre nella Chiesa. La Chiesa ha avuto la sua Rivoluzione d’Ottobre con il Concilio Vaticano II.   E in effetti, quando esaminiamo questi testi in modo sintetico, non possiamo fare a meno di notare che essi sono in contrasto con il costante insegnamento della Chiesa.   La Gaudium et Spes, ad esempio, la costituzione che regola i rapporti tra la Chiesa e il mondo: il cardinale Ratzinger definì questo testo un «contro-sillabo». Il Sillabo , scritto nel 1864 da papa Pio IX, era un catalogo che condannava gli errori moderni: liberalismo, naturalismo, separazione tra Chiesa e Stato e secolarismo. Definendo la Gaudium et Spes un contro-sillabo, il cardinale Ratzinger affermò una rottura con gli insegnamenti di Pio IX e, con essi, con l’intera Tradizione.   Dignitatis Humanae, libertà religiosa. Questo testo conciliare ci dice che per legge naturale, per volontà di Dio, nessuno può essere impedito dallo Stato di confessare, di manifestare la propria fede o religione, qualunque essa sia, non solo in privato ma anche in pubblico. In altre parole, la Chiesa dice allo Stato che deve accettare l’errore anche al suo interno.   E così, paesi come l’Italia, la Spagna e la Colombia sono stati costretti da Roma a rimuovere il termine «cattolico» dalle loro costituzioni. Ai capi di Stato cattolici è stato chiesto di rimuovere il termine «cattolico» dalle loro costituzioni per essere coerenti con questa libertà religiosa. Questo testo, Dignitatis Humanae, rappresenta una netta rottura con Mirari Vos di Gregorio XVI , Libertas di Leone XIII e Quas Primas di papa Pio XI . C’è una rottura. La Chiesa ha sostenuto la secolarizzazione degli Stati.   Abbiamo anche Unitatis Redintegratio e Nostra Aetate, riguardanti l’ecumenismo, che insegnano che in ogni religione, qualunque essa sia, vi sono elementi di santificazione che, nella misura in cui vi aderiamo sinceramente, conducono alla salvezza. Tutte le religioni, quindi, attraverso questi elementi di santificazione, possono condurre alla salvezza. Perciò non possiamo più condannare queste false religioni perché contengono elementi di salvezza. Ci impegneremo nel dialogo per arricchirci a vicenda. Non parliamo più di conversione, ma di dialogo.   Ebbene, questo testo contraddice l’insegnamento di papa Pio XI nella sua enciclica Mortalium Animos. Pio XI afferma esattamente il contrario, e con lui, l’intera Tradizione Cattolica. Un esempio recente di ecumenismo è la dichiarazione di papa Francesco sulla fraternità umana ad Abu Dhabi, in cui afferma che le false religioni sono state volute da Dio.   Infine, abbiamo la Lumen Gentium, al capitolo 3, che afferma che nella Chiesa ci sono due soggetti di potere universale: il papa e il collegio episcopale, unito al papa. Ma il papa, in quest’ultimo caso, è solo primum inter pares, un’autorità morale. Questo testo è chiaramente in contrasto con la Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I.   E poiché il potere può essere condiviso, oggi stiamo vivendo questa sinodalità, questo cammino sinodale, in cui ci viene insegnato che il popolo di Dio è un’entità teologica, il che significa che di solito può essere illuminato dallo Spirito Santo, e che l’autorità deve ascoltare questo popolo di Dio ed esserne portavoce. E poiché il popolo di Dio evolve nel suo pensiero, nel suo comportamento e nella sua moralità, l’autorità deve adattarsi. Così, la verità si evolve. Abbiamo questo cammino sinodale tedesco, ad esempio, che sostiene l’ordinazione delle donne al diaconato, il matrimonio dei sacerdoti ed è estremamente aperto al matrimonio tra persone dello stesso sesso.   Infine, di recente, il cardinale Fernandez, nella Mater Populi Fidelis, minimizza significativamente la mediazione universale di Maria e chiede alla Chiesa di non usare mai più il termine «corredentrice» per riferirsi a Maria, sebbene papa San Pio X abbia autorizzato questo termine e Pio XI lo usi esplicitamente. Benedetto XV ha spiegato questa corredenzione, l’ha insegnata, e ora ci viene chiesto di smettere di usarla.   Cari fratelli, ci troviamo dunque di fronte a una questione di coscienza, come disse l’arcivescovo Lefebvre. Chi dobbiamo seguire? Dobbiamo seguire questi nuovi sviluppi, questa rottura, oppure dobbiamo, con prudenza, seguire ciò che la Santa Chiesa Cattolica ha sempre creduto, insegnato e praticato? Noi scegliamo questa prudenza, la fedeltà alla Tradizione Cattolica.

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Perché la Fraternità non si definisce scismatica

Certo, purtroppo, siamo stati scomunicati, come sapete, con un decreto del 2 luglio. Ma, in realtà, miei cari fratelli, non sono stati scomunicati i singoli individui, bensì la Tradizione cattolica, ciò che insegniamo. Siamo stati scomunicati da uomini di Chiesa le cui idee sono state condannate – e continuano ad essere condannate – da duemila anni di Tradizione.   Inoltre, questa scomunica non è legalmente giustificata. La legge non può essere ignorata. Il Codice di Diritto Canonico del 1983 stabilisce, al canone 1323 § 4, che una persona che agisce per necessità non può incorrere in sanzioni canoniche. Questo canone afferma inoltre che se tale stato di necessità non esiste oggettivamente, ma la persona che ha agito credeva veramente di trovarsi in uno stato di necessità, allora non possono essere imposte sanzioni. Ora, miei cari fratelli, come abbiamo detto, è lo stato di necessità che ci obbliga a ricevere i sacramenti. È per la salvezza delle nostre anime. È per la salvezza delle vostre anime. Perché desiderate ricevere – e questo è legittimo, è un vostro diritto – tutto ciò che hanno ricevuto i vostri padri, tutto ciò che hanno ricevuto gli apostoli, tutto ciò che hanno ricevuto i confessori e le vergini, voi desiderate riceverlo. E avete il diritto di farlo. Avete tutto il diritto di farlo.   Naturalmente, questa sanzione ci ferisce profondamente perché siamo cattolici, perché siamo devoti al Santo Padre, perché siamo devoti ai vescovi, perché siamo devoti ai sacerdoti. Siamo toccati nel nostro cuore di bambini da queste sanzioni. Ma le sopportiamo. Le sopportiamo come una croce per la Santa Chiesa Cattolica.   Miei cari fratelli, soprattutto, non nutrite rancore. Al contrario, custodite questa profonda carità nei vostri cuori e, soprattutto, rimanete in pace. Dobbiamo rimanere in pace. Ne abbiamo il diritto. Siamo obbligati a compiere un atto grave e straordinario perché siamo costretti a farlo. Non abbiamo scelta.

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L’Immacolata Concezione, un modello di fedeltà nelle avversità

Carissimi fratelli, oggi vi ho chiesto di celebrare la Messa dell’Immacolata Concezione, perché mi sembra che la Beata Vergine Maria riassuma in sé questa vittoria di Nostro Signore Gesù Cristo sul mondo, su Satana e sul peccato.   E proprio questo mistero dell’Immacolata Concezione dovrebbe custodire le nostre anime in questa ferma speranza, in una grande gioia interiore. Maria, come sappiamo, ha vinto il peccato perché è immacolata. Papa San Pio X disse: «O Vergine, immacolata nel corpo e nell’anima». La Vergine Maria è immacolata nell’anima perché, come sappiamo, non ha mai contratto il peccato originale, né alcuna imperfezione.   La Vergine Maria possiede questa pienezza di sovrabbondanza attraverso la quale è mediatrice di tutte le grazie. Maria è santa nel suo corpo, vergine nel suo corpo. Il suo corpo è veramente il Tempio dello Spirito Santo, la nuova Arca dell’Alleanza che racchiude in sé nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo fatto carne.   Maria, per ciò che è e per le sue opere, ha vinto il peccato. E poi San Pio X aggiunge che Maria è vergine nella fede, immacolata nella fede. La Vergine Maria ha avuto una vita difficile. Tuttavia, nonostante le circostanze avverse in cui ha vissuto, Maria non ha mai dubitato per un solo istante della divinità, dell’umanità e della regalità di suo Figlio, nostro Signore Gesù Cristo.   Fin dal momento dell’Annunciazione – e sua cugina Elisabetta lo avrebbe poi proclamato – credette alle parole dell’Angelo. Credette di essere stata concepita immacolata. Credette che il Verbo fosse il Figlio di Dio. Credette che anche suo figlio sarebbe stato Re. La Vergine Maria credette. Credette per tutta la vita nella divinità di nostro Signore Gesù Cristo.   Ai piedi della croce, la Beata Vergine Maria non dubitò mai, nemmeno per un istante, che questa fosse la via per compiere l’opera della Redenzione. E questa fede della Vergine Maria la sostenne, permettendole di rimanere in grande pace interiore. Imitiamo la Beata Vergine Maria nella nostra fede, affinché questa fede ci mantenga saldi e in pace interiore, perché ne abbiamo bisogno.   E poi, la Vergine Maria è immacolata nel suo cuore, nel suo amore, dice San Pio X. Maria ha amato Dio tre volte Santo. Ha amato Dio Padre perché è una creatura così santa e bella. Ha amato Dio Padre con tutto il suo cuore come una creatura. Ha amato Dio Figlio, Dio suo Figlio, come una madre. Ha amato suo figlio con una perfezione di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra madre, poiché nulla ha ostacolato l’amore che provava per suo figlio, vero Dio, vero uomo. E poi ha amato Dio Spirito Santo perché era la sua sposa. La Beata Vergine Maria ha mantenuto questa grande serenità attraverso la sua santità.   In conclusione, ascoltiamo ciò che ci dice san Pietro nella sua seconda epistola: «Coloro che vi calunniano, i pagani, vedendo le vostre buone opere, glorifichino Dio che è nei cieli».   La migliore risposta che possiamo dare a questa difficile situazione, allo shock delle sanzioni, sarà quella di rispondere con la santità della nostra vita, imitando la Beata Vergine Maria. La santità della nostra vita sarà la migliore testimonianza della vitalità e della verità della Tradizione Cattolica. E così, quando il Santo Padre deciderà di ristabilire ogni cosa in Cristo, potremo umilmente affidargli questa Tradizione che abbiamo scelto di preservare.   Perché questa Tradizione è il rimedio, la risposta ai mali moderni. Ebbene, la conserviamo per il Santo Padre. La conserviamo per la Santa Chiesa Cattolica. Custodiamola nei nostri cuori affinché un giorno possiamo far parte di quelle schiere di confessori e forse di martiri. Chiediamo questa grazia alla Beata Vergine Maria Immacolata e al nostro caro fondatore, l’Arcivescovo Lefebvre. Amen.   Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.   Amen.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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