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«Ci inseguiranno con le loro torce fiammeggianti fino al fuoco dell’inferno». Israele, il sacrificio dell’Innocente: cosa ha compreso Toaff

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Sta circolando da ieri con insistenza un post fatto su Facebook dadi Ariel Toaff. Molti lo conoscono già: professore di Storia presso l’Università israeliana Bar-Ilan, è figlio di Elio Toaff, già rabbino capo di Roma, noto per gli episodi di vicinanza con Giovanni Paolo II.

 

Le parole di Toaff, ebreo italo-israeliano, sono di una durezza tremenda. Sarebbero immediatamente condannate come «antisemitismo», e bannate dai social, se a pronunziarle fosse stato un goy, un non-ebreo.

 

«Israele sotto Netanyahu sta imboccando, come un ciuco ubriaco, la strada verso una debacle economica senza precedenti e l’isolamento internazionale» scrive lo storico medievale, evocando un animale, l’asino, di certo sapore biblico.

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«Se riusciremo ad uscirne, ci vorrà del tempo per rimetterci in sesto. Dell’immagine morale di Israele non parlo, perché l’ha persa da tempo». Un’ammissione drastica, ma oramai condivisibile da chiunque: il disastro morale di Israele è ora sotto gli occhi del mondo, e le denunce all’Aia e i futuri riconoscimenti promessi alla Palestina (in ultimis, in queste ore, è arrivata anche l’Australia, che pure ha una storia di lotta contro il cosiddetto «negazionismo olocaustico») ne sono la prova schiacciante. Al punto che perfino Donald Trump, accusato ora dalla sua stessa base di favorire gli israeliani rispetto agli americani in tradimento totale del principio MAGA dell’America First, ad aprile aveva dichiarato che Israele a Gaza «sta perdendo gran parte del mondo» e alimentando l’antisemitismo.

 

 

«Gaza non rischia di essere la tomba di Netanyahu e dei suoi folli seguaci, ma la nostra» continua Toaff, senza specificare se stia parlando degli ebrei o degli israeliani. «E non abbiamo fatto niente per impedirlo. Di fatto siamo suoi complici, ignobilmente complici». Parole coraggiose, di sincerità che va ben al di là dell’autocritica di rito. Si tratta di un giudizio spirituale che sa di definitivo, di epocale.

 

«La giusta e crudele punizione non tarderà a raggiungerci. È uno dei capitoli più infami della storia del sionismo moderno» scrive ancora lo storico nato ad Ancona. «I morti ammazzati di Gaza, donne e bambini, ci inseguiranno con le loro torce fiammeggianti fino al fuoco dell’inferno».

 

Qui scatta un’immagine ancora più potente, che l’esperto di storia ha studiato e raccontato in profondità: i pogrom, gli atti di persecuzione contro gli ebrei di cui è costellata la storia di, praticamente, ogni regione del mondo. Una punizione che, incredibilmente, viene qui definita «giusta e crudele». Inseguiti con le fiamme, e poi l’inferno: sono immagini di portata spaventosa. Davanti a tanta intensità, davanti a un tale coraggio di visione e percezione, può venire la pelle d’oca. Ci togliamo il cappello.

 

«E ora provate a bloccarmi e a cancellare il mio post ipocriti, pavidi e vigliacchi» conclude Toaff. «Siete una vergogna nella storia del popolo di Israele». Non sappiamo a chi stia parlando ora: a chi controlla i social media? È un’implicita ammissione al fatto che gli ebrei (o i sionisti, fate voi) controllano il pubblico discorso su internet e oltre?

 

La carne al fuoco è tantissima. Specie se consideriamo chi sta parlando. E ricordiamo quanto accadde nel febbraio 2007, quando uscì il libro più celebre di Toaff, Pasque di sangue.

 

Lo studio storico, edito dalla prestigiosa casa editrice Il Mulino (in zona, diciamo così, prodiana) esamina il contesto storico e culturale dell’ebraismo ashkenazita medievale in diaspora, dove nacque l’accusa agli ebrei di compiere omicidi rituali di bambini cristiani durante la Pasqua, utilizzando il loro sangue per presunti riti anticristiani.

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L’esempio più noto è quello di Simonino di Trento, noto da tutti come San Simonino (1472-1475), bambino di due anni e mezzo trovato morto durante la Pasqua del 1475, venerato come beato dalla Chiesa cattolica sino al Concilio Vaticano II. A seguito del ritrovamento in una roggia del corpo (che, secondo voci, da qualche parte ancora dovrebbe esserci…), quindici ebrei di Trento furono interrogati con la tortura, e confessarono. Furono messi a morte. Il culto di Simonino divenne nei secoli, e non solo per il mondo cattolico, la prova dell’esistenza dell’omicidio rituale ebraico, la cosiddetta «Accusa del sangue»: l’idea, diffusa dall’Inghilterra Medievale all’Europa rinascimentale alla Germania nazista al mondo arabo odierno, secondo cui gli ebrei consumano sangue umano, specialmente di bambini, durante la Pasqua ebraica (Pesach) per scopi magici o rituali.

 

In Pasque di sangue, se da un lato Toaff rigetta l’idea di omicidi rituali come mito cristiano, in linea con la storiografia tradizionale che considera tali accuse una montatura delle autorità cristiane, dall’altro suggerisce che, pur mancando prove dell’uso magico o superstizioso del sangue, non si può escludere che singoli individui, forse legati a gruppi estremisti ashkenaziti, possano aver compiuto tali pratiche. In particolare, vi sarebbero elementi che farebbero pensare a collegamenti con culti cabalistici dell’ebraismo dell’Europa orientale.

 

In pratica, Toaff ammette che l’omicidio rituale ebraico potrebbe essere realtà. Secondo Toaff, non è corretto rigettare completamente i documenti processuali, ritenuti dalla vulgata attuale come «inattendibili». Ad esempio, si riscontra una chiara corrispondenza tra le confessioni del processo di Trento e le fonti ebraiche relative all’uso magico e simbolico del sangue in riti e liturgie specifiche durante la Pasqua ebraica, tipici di gruppi estremisti ashkenaziti, con intenti anticristiani (il cosiddetto «rituale della maledizione»). Ciò conferma che, nonostante le confessioni ottenute sotto tortura, è possibile estrarne elementi autentici della cultura sotto processo. Nelle confessioni del processo di Trento emergono frasi in ebraico ashkenazita – invettive anticristiane corroborate da altre fonti – trascritte erroneamente dai notai, dimostrando che i giudici non conoscevano né l’ebraico né lo yiddish, il che avvalora l’autenticità di tali espressioni.

 

Lo scandalo all’uscita del libro fu immediato. In una reazione di velocità e potenza mai prima vedute, il volume fu ritirato prepotentemente dalle librerie (un fenomeno che avremo visto anni dopo con il libro sul COVID dell’allora ministro della Sanità Speranza), ma l’effetto fu l’opposto di quello desiderato dai censori: in un classico della golemica ebraica, l’interesse verso le tesi del libro accrebbero ancora di più. Nel momento in cui scrivo, su eBay una copia di Pasque di sangue prima edizioni si può comprare per 550 euro, mentre se volete risparmiare e comprarlo su Amazon dovete sborsarne 480. Racconterò pure di aver scoperto che un’amica serba, moderatamente religiosa, aveva pure lei sentito parlare del caso, che evidentemente viene discusso anche dalle comunità ortodosse in Italia.

 

Sì, Golem. Il mostro sfugge dal controllo: la seconda edizione, uscita nel 2008, pure ribadiva in qualche modo le tesi, ma voleva mettere in chiaro i concetti espressi «per non consentire equivoci di sorta», ma lo scandalo non viene dimenticato, il segno lasciato dal saggio è indelebile.

 

Vale la pena qui notare come dentro al mondo ebraico le reazioni non siano state univoche, e per un motivo che tenteremo di spiegare.

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Le reazioni dell’ebraismo italiano, e di conseguenza dell’intellighenzia democratica tutta (con paginoni su Corriere e Repubblica, ma anche, ma guarda un po’, sul giornale dei vescovi Avvenire) fu di rigetto alle tesi di Toaff. Valga la risposta del rabbino Elio Toaff, massimo rappresentante del giudaismo nazionale, nonché padre dell’autore: «la cultura ebraica è basata sulla pace e sul perdono. Si tratta di leggende che non hanno nessun fondamento».

 

Al contrario, l’università di Tel Aviv dove insegna il professor Toaff, la Bar-Ilan, difese le ricerche del suo cattedratico. Lì per lì, uno si potrebbe chiedere perché: stiamo parlando di un rito diabolico, di combustibile per l’antisemitismo nei millenni, di un argomento ancora usato oggi da palestinesi e altri musulmani mediorientali. Com’è possibile che non abbiano negato a basta?

 

Il motivo riesco a spiegarmelo ricordando le parole di uno sconosciuto incontrato per caso nell’estate del 2007. Ero a Roma, e non potevo resistere all’idea di una passeggiata serale. Davanti alla fontana di Piazza Navona incontro, incredibilmente, un amico compaesano trasferitosi a Los Angeles, che era lì con la famiglia messa su in America – che coincidenza incredibile trovarlo lì. Quando ci salutiamo, vedo seduto lì a fianco un ragazzo calvo, dall’aspetto anglo. Sta leggendo una fotocopia con un articolo su Pasque di Sangue. Non resisto e attacco bottone.

 

Voglio chiedergli come mai si interessa della questione. Nasce una conversazione più generale, durata ore, del perché si trovava a Roma: è un ragazzo britannico, che viveva in America, mi racconta la sua storia di conversione, lavorava per una ricca signora cattolica, ma lui non aveva tanta fede. Poi un giorno davanti a altre persone si mette a parlare di Cristo e della sua chiesa, e si rende conto di avere dentro di sé qualcosa di simile ad una vocazione. Era volato nel centro della cristianità, quindi, per capire il da farsi: non so se sia entrato in qualche seminario, non so se ora sia un consacrato, posso però dire che credevo completamente all’energia della sua conversione.

 

E allora, caro amico, perché ti interessi di Pasque di sangue? Al momento trovai la risposta ingenua, «dilettantistica», direi, ma ora capisco meglio. «Perché gli ebrei stanno rivendicando questo segno di forza sanguinaria, di violenza a fondamento della loro storia. I cattolici non hanno niente del genere». Parlava quasi come la cosa gli dispiacesse, forse perché lui sognava uno Stato Cattolico come Israele è lo Stato Ebraico, e nella sua foga di neoconvertito si rendeva conto che la chiesa moderna ha tolto ogni fondamento all’idea di uno Stato Cristiano.

 

È la prima parte del discorso di questo ragazzo conosciuto casualmente (che ha un nome, che non farò) che ora mi risuona dentro: gli ebrei rivendicano la propria forza sanguinaria. Pure se essa è ingiusta, orrenda, crudele, inumana – esoterica, infernale. E quindi: per sfuggire all’immagine di passività inane, gli ebrei rivendicano il sacrificio umano…?

 

Ciò sicuramente può venire dalla vulgata ebraica del Novecento, che vedeva l’ebreo come debole prima, come vittima poi: si va dall’idea dell’ebreo come razza femmina espressa in Sesso e Carattere (1903) di Otto Weininger – libro apparso in Italia con traduzione di Giulio Evola e apprezzato da Adolfo Hitler, malgrado l’autore fosse ebreo: il führer tuttavia apprezzava il fatto che il Weininger si fosse suicidato – alla successiva presentazione dell’ebreo come vittima definitiva con i campi di sterminio, quella che Norman Finkelstein ha chiamato L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei (2000).

 

L’etichetta di razza debole, insomma, non va più bene agli ebrei. Non è vero che sono stati eterne vittime, e mai hanno alzato un dito contro i cristiani maggioritari: «Anche gli ebrei avevano voce. E non era sempre una voce sommessa e soffocata dalle lagrime» scrive Toaff in Pasque di Sangue.

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Quello dell’ebreo che non ne può più del senso di vittimismo, della narrativa dell’impotenza della propria genìa è un tema che meglio di ogni saggio accademico descrive il film capolavoro The Believer (2001), con un giovane e bravissimo Ryan Gosling nei panni di uintern naziskin americano che in realtà è ebreoUna storia che riprende quella, vera, di Dan Burros (1937-1965), esponente del Partito Nazismo Americano (ANP) e della frangia più violenta del Ku Klux Klan che era in realtà di una famiglia di ebrei di Nuova York.

 

Burros, definito come non plus ultra post-bellico di jüdische selbsthass («odio dell’ebreo verso se stesso»), finì, come Weininger, suicida. Non era l’unico ebreo a finire ai vertici dell’ANP. Era il giro che parlava di Washington come il luogo dello ZOG, cioè Zionist occupied Government («Governo di occupazione sionista»), espressione classica dei neonazisti statunitensi desunta dal loro libro-manifesto The Turner Diaries, di cui anni fa era apparsa finalmente una traduzione in italiano chiamata La seconda guerra civile americana. I diari di Turner, ora – abbiamo appena visto – misteriosamente sparita da Amazon, dove poco tempo fa pure l’avevamo comprata. Notiamo che che in questi giorni l’espressione del «governo occupato dagli israeliani» sionisti si sente tranquillamente in bocca a commentatori americani critici dell’influenza di Israele che magari nemmeno sono di destra.

 

Qui si introduce un discorso più ampio, che è quello della sostituzione dell’olocausto. Alcuni hanno sostenuto che la propaganda del dopoguerra ha tentato di sostituire presso la spiritualità cristiana l’Agnello, cioè l’Innocente, cioè Cristo, con il massacro degli ebrei: di fatto, proprio il termine per descrivere il sacrificio, «Olocausto», è ora occupato dalla questione dello sterminio operato dai tedeschi.

 

Il popolo ebraico massacrato diviene il vero Agnello, il vero sacrifizio dell’Innocente. Per questo, è stato detto, si può considerare l’Olocausto come «unica religione rimasta», l’unica di cui lo Stato moderno, Stato laico (cioè, massonico) obbliga il culto: ecco le «Giornate della Memoria». Ecco le leggi sul «negazionismo dell’Olocausto». Ecco la censura sui social se anche solo si prova a dire qualcosa contro non l’ebraismo, ma il sionismo…

 

Tutto questo è finito, e non solo Toaff sembra averlo capito. La vittima è divenuta carnefice. L’abusato, abusatore. Chi ha gridato per quasi un secolo al genocidio subìto, ora è accusato all’Aia di genocidio.

 

Il nuovo agnello mostra le forme di un lupo sanguinario: bombarda civili, uccide bambini, affama un intero popolo. Il rovesciamento del paradigma, sembrano dire tanti come Toaff, è incontrovertibile. Nessuna carta di vittimismo pare funzionare più: non il genocidio nazista, non la strage del 7 ottobre 2023.

 

Per chi scrive è evidente che la volgare esibizione di potenza di Israele, mostrata in tutta la sua crudeltà gratuita non solo sui canali social interni dei soldati IDF, sia animata proprio dalla volontà di sembrare, finalmente, non più vittime. Con il problema che, dicotomicamente, se non si è vittime, si diviene carnefici…

 

Dal dolore della vittima, all’estasi del carnefice: non possiamo non vedere come, davvero, ciò avvicini alle versioni più caricaturali, fumettistiche, del nazismo, inteso come sadismo massivo nei confronti del più debole.

 

Memento Golem: quello che non viene calcolato qui, come non lo era stato l’altra volta, sono le conseguenze di quanto si fa. Certo non ce lo dice la storiografia dell’establishment, ma sappiamo che i nazisti pagarono non solo con la distruzione del loro Stato (e la creazione di uno Stato castrato, uno Stato in istato di umiliazione e impotenza permanente) ma con l’uccisione e la diaspora, nel dopoguerra, di milioni di tedeschi.

 

Toaff sembra averlo capito quando parla della punizione in arrivo, con «i morti ammazzati di Gaza, donne e bambini, ci inseguiranno con le loro torce fiammeggianti fino al fuoco dell’inferno». L’inferno di Israele, al di là della questione personale e metafisica, potrebbe coincidere con la sua fine: non si tratta di un’idea peregrina, almeno non più, nemmeno presso gli stessi ebrei, con alcuni che si stanno convincendo della «maledizione dell’ottava decade»: lo Stato degli ebrei non dura più di ottant’anni, non visse più a lungo il Regno di re Davide, né il regno di Giudea (140-37 a.C.) degli asmonei che, per beghe interne tra fazione giudaiche, finì come protettorato romano.

 

Ora ci avviciniamo all’ottantesimo anniversario della nascita di Israele. Che sia questo che forza la mano dei sionisti? Che vi sia questo senso di apocalisse politica dietro alla frenesia assassini di questi mesi? Non sappiamo rispondere. Vediamo, tuttavia, come costoro possono immaginare, e temere, un mondo post-Israele…

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Se la sono cercata, potrebbe essere il commento superficiale. Forse in realtà non avevano scelta: con boria, ti prendi gioco dell’Innocente, sgozzi sghignazzando l’Agnello, pretendendo pure di essere tu, l’Agnello – e credi che ciò non chiamerà l’Ira di Dio?

 

Chiudo con una nota personale. Sono stato a Trento, per un gita domenicale, mesi fa. Parcheggiato davanti al Duomo, siamo entrati, e dopo un po’ abbiamo cercato qualcosa che ricordasse San Simonino, da qualche parte nella mia testa c’è l’idea che ci fosse una statua, forse poi cancellata con l’abolizione voluta dal Concilio Vaticano II del culto del beato bambino. Non si tratta di una figura minore per la città e per la Chiesa cattolica: fino al 1965, il Martirologio Romano in data 24 marzo segnava la celebrazione a Trento della «passione di san Simone, fanciullo trucidato crudelmente dai Giudei, autore di molti miracoli».

 

Chiediamo a quello che sembra un lavoratore della cattedrale. Ci dice che sì, c’è un segno rimasto, è un dipinto, dove, tra tanti altri soggetti, si intravede San Simonino… andiamo a vederlo, sulla navata sinistra: c’è, il bimbo beato è appena accennato. Quindi chiediamo dove sia la chiesa di San Simonino, e il ragazzo ci risponde che non c’è, c’è una cosa che si chiama «Aula del Simonino», è uno spazio pubblico, «laico», è un luogo FAI, ci fanno conferenze, cose così, è in fondo alla via fuori dal Duomo, che si chiama ancora via del Simonino. Andiamo a verificare: tutto vero. Tuttavia, apprendiamo che lo scorso 27 gennaio (l’immancabile «giorno della memoria») è stata piazzata in Piazza Duomo una targa commemorativa degli ebrei uccisi nel processo di quasi sei secoli fa…

 

Ora non ci sorprenderemmo se l’interesse per San Simonino, sepolto da decenni come hanno cercato di sotterrare il libro di Toaff, facesse un’impennata. Magari tracimando pure in altri casi della zona, come quello di Lorenzino da Marostica, bambino trovato cadavere nel 1485 e per il cui omicidio furono accusati gli ebrei di Bassano: un altro infanticidio rituale giudaico, con culto del bambino martire abolito, anche quello, dal Concilio nel 1965.

 

Simonino, Lorenzino, potrebbero essere tra quei «bambini, ci inseguiranno con le loro torce fiammeggianti fino al fuoco dell’inferno». Qualcuno lo sta capendo. Sta capendo che le conseguenze, quando si tocca l’Innocente, possono davvero seguirti sino alla fine, sino al giudizio. Perché il giudizio, alla fine, ci sarà.

 

Sì: il sacrificio umano ha un costo. Lo diciamo non solo per quanto riguarda la guerra di Gaza, ma anche per i nostri ospedali: forse chi uccide i bambini, ad un certo punto, dovrà pagare.

 

Davvero.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine: Bassorilievo rappresentante l’assassino di San Simonino di Trento

Immagine di Andreas Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic; immagine modificata

 

 

 

 

Intelligenza Artificiale

Il volto nascosto della democrazia

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Solo un paio di settimane fa, Elon Musk ha lanciato un avvertimento: noi umani dobbiamo modificare «la larghezza di banda della nostra corteccia cerebrale» per renderla compatibile con quella dei computer, in modo che «la volontà collettiva dell’umanità coincida con la volontà dell’Intelligenza Artificiale».   Possiamo protestare, urlare fino a perdere la voce e persino pubblicare meme online che attribuiscono i baffi di Hitler a questo patriarca dai testicoli di platino che vuole ripopolare il mondo con i suoi mille e un figli, Elon Musk, ma vale la pena riconoscere che le sue affermazioni, espresse attraverso la retorica dispotica rousseauiana della volontà generale, rappresentano una strenua difesa – e certamente un aggiornamento – dei principi guida della democrazia moderna.   La democrazia moderna, fin dalle sue origini, si è dedicata all’espropriazione di beni e diritti naturali della popolazione per scambiarli forzatamente con un insieme di diritti formali che, se ci atteniamo alla dura realtà, dovremmo piuttosto definire diritti aspirazionali. Il caso spagnolo è paradigmatico. Il parlamentarismo liberale emerso a partire dal 1810 si è accompagnato a un processo plebiscito di espropriazione, che non solo ha sottratto beni ecclesiastici con tragiche conseguenze sociali, ma ha anche rubato direttamente le terre comunali ai contadini attraverso un’ondata di espropriazioni civili (oggi sconosciute alla maggior parte della popolazione) culminata con quella promossa da Madoz nel 1855.

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A causa di questo furto legalizzato di terra e pane da parte dello Stato liberale e dei suoi alleati, le rivolte contadine divennero così frequenti che nel 1844 venne creata la Guardia Civil per reprimere tutti i contadini che, per aver difeso i diritti delle loro famiglie e dei loro vicini, vennero considerati banditi e nemici dell’interesse pubblico.   La diseredazione dimostra chiaramente il rapporto tra democrazia e una concezione perversamente liberale del mercato, in cui lo Stato non rappresenta più la popolazione, bensì interessi estranei ad essa. Di fatto, le terre comuni vengono espropriate alla maggioranza dei contadini perché considerate inutili, poiché nella loro forma di piccoli appezzamenti il ​​loro unico scopo è quello di provvedere al sostentamento delle famiglie e non di essere sfruttate come grandi latifondi dove la produttività (diciamo il PIL) viene ottimizzata a scapito della vita e del benessere dei veri cittadini.   La reale libertà di cui i contadini godono grazie a queste terre viene considerata illegittima e sostituita da una concezione liberale del diritto ancorata a un’illusoria idea di proprietà privata. Ne è prova il fatto che la diseredazione civile, anziché promuovere la redistribuzione delle terre, ha portato alla concentrazione delle terre comuni nelle mani dei grandi latifondisti, i quali hanno assoggettato i contadini a condizioni di schiavitù mascherate da lavoro salariato o li hanno esiliati, costringendoli a migrare come proletari verso le città per servire l’industria.   Di conseguenza, la democrazia moderna, dal XVIII secolo ad oggi, si è dedicata a promettere di risolvere proprio i mali che ha causato e, peggio ancora, ad attribuirne la colpa ai periodi storici moderni che l’hanno preceduta (sottolineo «moderni» perché promuovevano idee prudenti, non millenaristiche, di universalità, uguaglianza, meritocrazia e sviluppo).   Pertanto, non dobbiamo lasciarci ingannare dalle apparenze e fraintendere l’avvertimento di Elon Musk sulla necessità di disfarsi dei nostri cervelli «inutili» (in fondo, intende quei mini-schemi cognitivi che servono solo a permetterci di vivere nell’anonimato e morire dopo un certo periodo di tempo) come antidemocratico. L’idea omogeneizzante ed espropriante di Musk è quella della democrazia moderna, adattata però ai tempi del postumanesimo e della rivoluzione digitale.   L’intento, proclamato da illustri postumanisti per decenni, è quello di creare un gigantesco patrimonio cognitivo in cui i cittadini del XXI secolo diventino indistinguibili dall’Intelligenza Artificiale e perdano i diritti sui propri cervelli, nello stesso modo in cui i contadini del XIX secolo persero i loro diritti inalienabili sulla terra che li aveva sostentati per tutto il Medioevo e l’inizio dell’età moderna.   Consideriamo che, in reazione a questa minaccia, tanto reale quanto folle, il Parlamento cileno ha approvato, ad esempio, un emendamento costituzionale nel 2021 che tutela i diritti neurologici dei suoi cittadini.

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Allo stesso modo delle confische terriere del XIX secolo, l’obiettivo di questo attacco all’integrità del nostro cervello è il raggiungimento di una libertà distopica che dobbiamo abbracciare come ideale, anche se ci rende schiavi. Paradossalmente, non si tratta più di conquistare la proprietà privata a scapito della proprietà comune (la piccola proprietà è ora il grande nemico da sconfiggere), ma di acquisire una capacità mefistofelica parodistica di elaborazione dati digitale del cervello, nonché di raggiungere la presunta immortalità per i nostri discendenti e di conquistare l’universo.   Secondo Ray Kurzweil, direttore dell’ingegneria di Google, una volta fusi con l’IA, diventeremo di fatto dei che imporranno ordine nientemeno che alle «leggi dell’universo goffo e stupido”, poiché in pochi anni «quando gli scienziati saranno un milione di volte più intelligenti e la ricerca un milione di volte più veloce, un’ora di progresso si tradurrà in un secolo di progresso, secondo i parametri attuali».   L’origine di queste illusioni disumanizzanti che spesso scambiamo per progresso (non c’è «progresso» senza prudenza, senza riconoscere la finitezza umana e senza essere consapevoli della reale possibilità di regressione) risiede nella democrazia moderna. Come ho già sottolineato in altri articoli, la democrazia moderna è una creazione fondamentalmente calvinista al servizio della Rivoluzione Industriale e dell’imperialismo predatorio, che ha giocato con le nostre aspirazioni repubblicane solo per tradirle e attaccare, ripetutamente, la maggioranza, soprattutto nei periodi in cui più pretendeva di difenderla.   Ricordiamo, ad esempio, nel caso della Spagna, le massicce privatizzazioni delle imprese pubbliche (ovvero un nuovo disimpegno) attuate dal PSOE una volta assunto il potere nel 1978, e la loro continuazione democratica da parte del PP. Questo non significa, per evitare fraintendimenti, che le dittature come quella di Franco siano state un antidoto agli eccessi della democrazia, ma piuttosto, come ho spiegato in altre occasioni, che la dittatura è una forma di dispotismo (quando non di totalitarismo) inseparabile dalla logica religiosa della democrazia moderna.   In realtà, se la democrazia moderna va di pari passo con la dittatura, è perché entrambe si fondano sulla volontà generale rousseauiana, alla quale Musk si appella nel suo monito sulla necessità di conciliare la nostra volontà collettiva con quella dell’Intelligenza Artificiale. La volontà generale non è, contrariamente a quanto alcuni credono, la somma delle volontà individuali, bensì la volontà dello Stato in quanto entità omogeneizzante e modernizzatrice.   Per questo il calvinista Rousseau si oppose, ad esempio, al diritto di associazione, mentre Hegel, uno dei suoi maggiori ammiratori e successori, arrivò a sostenere in testi come La filosofia del diritto che «nelle nazioni civilizzate, il vero coraggio risiede nella prontezza con cui ci si dedica interamente al servizio dello Stato, in modo che l’individuo sia solo uno tra tanti. Nessun valore personale ha importanza: ciò che conta è la sottomissione all’universale» (§ 327)

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Il desiderio protestante come forza motrice della democrazia

La democrazia moderna mira a trasformare i cittadini in individui dalla mentalità di gregge, che obbediscono ciecamente alla volontà dello Stato (non è forse l’UE, ormai logora e reduce dalla capitolazione a Trump, che tuttavia disciplina i suoi cittadini con la frusta, un perfetto esempio di ciò?), per la semplice ragione che si fonda interamente sulla negazione protestante del libero arbitrio.   La democrazia moderna non crede nelle autentiche libertà individuali; al contrario, attraverso la teoria della predestinazione, trasforma l’essere umano che si considera eletto, e che viene riconosciuto come tale dai Poteri Forti, in un falso dio che, attraverso la formazione di uno Stato repressivo degli eletti (si pensi agli Stati Uniti o all’Israele sionista), crede di poter trasformare in realtà i suoi desideri più oscuri.   Il desiderio è, di fatto, l’elemento più importante per comprendere le cause del crollo della democrazia moderna. Secondo il mito hegeliano del padrone e dello schiavo, il desiderio dello schiavo di essere riconosciuto dal padrone, e viceversa, è fondamentale per comprendere la formazione delle società umane e la progressione dialettica della storia verso una società perfetta come quella rappresentata dalla democrazia imposta in tutto il mondo dal Codice Civile napoleonico.   Secondo l’Hegel divulgato da Alexandre Kojève in Introduzione alla lettura di Hegel, padrone e schiavo si riconciliano nella figura del cittadino, che trova la libertà obbedendo alle leggi di uno stato omogeneo e universale – il culmine della democrazia – che si estenderà in tutto il mondo.   Kojève merita maggiore attenzione di quanta ne riceva di solito, in quanto figura chiave per la comprensione della natura dispotica della democrazia. Non solo l’ha teorizzata, influenzando un’intera generazione di intellettuali europei, ma l’ha anche messa in pratica nella sua forma più brutale. Secondo Fukuyama, se Kojève dedicò gran parte della sua vita alla burocrazia di alto livello e abbandonò il lavoro intellettuale, lo fece per «supervisionare la costruzione [dell’Unione Europea] come dimora definitiva dell’ultimo uomo», in cui, in quanto stato universale omogeneo, la politica avrebbe dovuto essere sostituita dall’amministrazione e i confini nazionali dissolti.   Kojève non usa mezzi termini e, in una lettera a Leo Strauss del 19 settembre 1959, chiarisce che in questo stato omogeneo universale, che è positivo semplicemente perché rappresenta lo stadio finale dell’umanità, gli esseri umani in quanto tali cessano di esistere e vengono sostituiti da «automi sani» che sono «soddisfatti» praticando sport, arte o indulgendo nell’erotismo, mentre «quelli che sono automi malati [insoddisfatti] vengono rinchiusi».   In un’altra lettera del 1955, indirizzata a Carl Schmitt, Kojève spiega che lo stato omogeneo universale si è sviluppato in tutta l’umanità grazie all’impulso di grandi uomini, da Alessandro Magno a Napoleone, e da Napoleone a Stalin («l’Alessandro Magno del nostro mondo, il Napoleone industrializzato»).   Kojève spiega anche, senza il minimo imbarazzo, che «Hitler era una versione nuova, ampliata e migliorata di Napoleone», ma che «sfortunatamente, Hitler è arrivato con 150 anni di ritardo». In ogni caso, Kojève, autore dell’opuscolo «Marx è Dio e Ford è il suo profeta», crede che la fine della storia sia già arrivata e che lo stato universale omogeneo sia inarrestabile e che alla fine combinerà la sostituzione della politica con l’amministrazione caratteristica dell’URSS e lo sviluppo industriale tipico di una società senza classi, come egli vedeva negli Stati Uniti del suo tempo.

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Nonostante le ovazioni della sua vasta schiera di ammiratori, leggere Kojève permette di addentrarsi nelle profondità della psicopatia politica democratica, poiché, lungi dal lamentare l’animalizzazione del genere umano, egli crede che questa rappresenti un ritorno allo stato precedente al peccato originale, in cui «gli animali post-storici della specie Homo sapiens (che certamente vivranno in abbondanza) saranno contenti secondo il loro comportamento artistico, erotico o ludico».   «Bisognerebbe ammettere che, dopo la fine della Storia, gli uomini avrebbero costruito i loro edifici e manufatti come gli uccelli costruiscono i loro nidi e i ragni tessono le loro tele, che avrebbero tenuto concerti musicali come rane e cicale, che avrebbero giocato come giocano i cuccioli e che si sarebbero abbandonati all’amore come fanno gli animali».   Kojève avrebbe in seguito precisato la sua posizione, affermando che l’animalizzazione dell’Homo sapiens non sarebbe stata totale, ma sostenendo che la fine della Storia, in cui non esiste altro orizzonte se non uno Stato universale omogeneo al quale si esige obbedienza, è già giunta. Tuttavia, se le tesi di Kojève dovrebbero preoccuparci per qualcosa, è per la loro intenzionalità e la suicida deificazione del genere umano, ma non tanto per il loro contenuto, che illumina il corso degli ultimi duecento anni in modo tanto oggettivo quanto tragico.   È infatti innegabile che con la deriva disumanizzante dell’arte non figurativa, l’esercizio dell’ingegno umano sia caduto in automatismi disumani e irrazionali simili a quelli descritti. Inoltre, le tesi di Kojève dimostrano, come è evidente a tutti, che la logica millenaristica della democrazia moderna, irrimediabilmente totalitaria, racchiude in sé progetti che appaiono diversi, ma sono in realtà simili, come il costituzionalismo liberale, la democrazia liberale, il comunismo e le dittature militari. In tutti i casi, si tratta di trasformare i desideri in presunte realtà, cercando di porre fine alla narrazione che impone sulla Terra il regno di un dio post-umano (seppur furiosamente vendicativo).   Il comunismo, che oggi sembra riemergere in una versione parodistica per mano del globalismo – nello stile del «non avrai niente, ma sarai felice» promosso da istituzioni come il World Economic Forum – esemplifica perfettamente come ideali ideologici moderni apparentemente antitetici facciano parte dello stesso ecosistema democratico-protestante. Il comunismo non è stato altro che il cavallo di Troia che il liberalismo ha usato per infiltrarsi, con un messaggio universalista ed egualitario, in tutte le culture e i continenti che non si sarebbero mai identificati con l’egoistico individualismo liberale che ha guidato la Rivoluzione Industriale (ovvero, l’intero pianeta ad eccezione dei territori protestanti).   Ecco perché il comunismo, invece di accettare che i desideri siano forze motrici dell’indagine umana da domare, ha abbracciato il millenarismo calvinista degli eletti e ha promesso niente di meno che di realizzare completamente, come se fosse una divinità, il legittimo desiderio di giustizia proletaria attraverso una fine della storia in cui le classi sociali non esisterebbero, non ci sarebbe bisogno di esse e regnerebbe la “libertà”, anche se quella fine della storia poteva essere perseguita solo con la stessa ricetta fallimentare usata dal liberalismo: basata sul sangue e sulla violenza, ma che preparava il terreno per il saccheggio della proprietà e dei diritti dei cittadini.   Tuttavia, se la storia ci insegna qualcosa, è a prestare attenzione agli avvertimenti dei nostri antenati, anche quando cerchiamo di dimenticarli. Nel XIX secolo inoltrato, poco dopo che il protestante Hegel aveva espresso il suo fascino per la Rivoluzione napoleonica e proclamato la fine della storia, il cattolico Tocqueville, che era stato affascinato dalla Rivoluzione americana, avvertì in Rivoluzione e Ancien Régime che la novità della rivoluzione non era affatto nuova, ma risiedeva piuttosto nell’ampia diffusione dell’assolutismo che l’aveva generata.   Tocqueville arrivò a descrivere la rivoluzione come un fondamentalismo religioso simile all’islamismo più fanatico e riconobbe, con disappunto, che dopo aver consultato gli archivi, aveva trovato una democrazia più organica nei villaggi più remoti della Germania feudale durante il Medioevo che nello stesso XIX secolo in cui scriveva.   È fondamentale evidenziare la differenza tra l’approccio calvinista protestante e quello cattolico all’idea di rivoluzione repubblicana, poiché entrambe le fedi, con diversa intensità, hanno plasmato il terreno fertile egualitario del XVII secolo da cui è emersa la seconda fase della modernità, una fase che ora sembra volgere al termine.   Se la prima modernità, promotrice di ideali egualitari e repubblicani, è eminentemente cattolica, la seconda, ancorata a presupposti discriminatori che avrebbero portato a dottrine come il Destino Manifesto, sarebbe radicalmente protestante. La principale divergenza, come ho accennato in precedenza, risiede nella concezione del desiderio propria di ciascuna di queste fedi.   Nella visione cattolica, il desiderio è riconosciuto come fondamentale ma non può mai essere pienamente realizzato a causa dei limiti intrinseci della natura umana. In questo senso, testi come La Celestina, ad esempio, ci mostrano una lotta di classe non marxista che rivela conflitti alimentati da un desiderio umano multiforme, domato solo dalla prudenza, ma che non potrà mai essere pienamente soddisfatto o «risolto», poiché un simile sogno icarino, se tentato, si concluderà sempre con spargimenti di sangue e sofferenza.   Nella visione protestante, accade il contrario: ogni desiderio può essere realizzato perché la comunità degli esseri umani eletti ha soppiantato Dio e crede che il potere politico esercitato attraverso la violenza alteri la realtà.   In altre parole, la visione del mondo cattolica è tanto realistica quanto tragica, e si fonda su una filosofia vitalista chiamata disillusione. Pertanto, per un cattolico, il mito hegeliano del riconoscimento, in cui esiste un padrone e uno schiavo, è privo di significato, poiché l’esistenza non ha bisogno di essere riconosciuta sulla base di alcun sofisma cartesiano né è fondamentalmente soggetta ad alcuna forza umana suprematista.   L’esistenza è un dato di fatto, e la libertà consiste nell’accettare i limiti esistenti ed esplorare, in base al libero arbitrio, il regno di ciò che è umanamente possibile. Tra le numerose alternative di matrice cattolica al mito hegeliano del riconoscimento, troviamo, ad esempio, El Criticón di Gracián , in cui Critilo, uomo del Vecchio Mondo, e Andrenio, del Nuovo Mondo, si fondono in una sintesi in cui non ci sono né padroni né schiavi, ma piuttosto l’accettazione, in quanto pari, di una finitezza condivisa e di una vita che è libera solo se abbraccia la grande categoria etica del Cristianesimo e della letteratura del Secolo d’Oro spagnolo: l’anonimato.   Per i protagonisti di El Criticón, non verrà da un’illusione postumana, ma dalla trascendenza dell’amore (sempre anonimo), sebbene anche, nell’ambito della fama, dalle opere di ingegno che potranno essere tramandate alle generazioni future, mantenendo così viva la fiamma etica dell’Umanità.   L’anonimato, così spesso dimenticato nella nostra era egocentrica di selfie e ostentazioni pubbliche, è riconosciuto come fondamento della vera esistenza umana nel Sermone della Montagna, contenuto nel Vangelo di Matteo, dove Gesù Cristo indica chiaramente che bisogna pregare, fare l’elemosina o digiunare in segreto. Una delle novità del protestantesimo consisterà nell’ignorare di fatto questo comandamento, promuovendo l’esibizione pubblica della virtù come ideale etico, anche se ciò spesso dimostra ipocrisia e implica una sorta di deificazione dell’uomo.

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Il modo più chiaro per apprezzare la differenza tra la visione del mondo cattolica e quella protestante e come questa influenzi il nostro presente è probabilmente quello di leggere due testi contemporanei che fanno parte del nostro patrimonio culturale: il Don Chisciotte di Cervantes e l’Amleto di Shakespeare. Se avete l’opportunità di dedicare del tempo ai classici durante queste festività, assicuratevi di confrontarli.   Mentre Don Chisciotte viene sconfitto al primo ostacolo, ma dichiara, a un gentile vicino che mette in discussione la sua nuova identità, «Io so chi sono» – riscrivendo in modo autenticamente umano l’«Io sono colui che sono» di Yahweh – Amleto mette in discussione i fondamenti stessi dell’esistenza, sfiorando il suicidio nel celebre soliloquio «Essere o non essere».   La differenza è abissale, perché mentre in Cervantes troviamo un’affermazione dell’esistenza, che non ha bisogno di essere riconosciuta ma accetta le sue coordinate naturalmente umane, in Shakespeare assistiamo a un’apologia deicida del suicidio in cui Amleto arriva ad affermare che se non fosse per il terrore irrazionale del «che ci sia qualcosa oltre la Morte» cesseremmo di essere codardi, poiché «la naturale tinta del coraggio / è indebolita dalle pallide vernici della prudenza, / imprese di maggiore importanza / per questa sola considerazione cambiano corso, / non vengono intraprese e si riducono a vani progetti».   Il collasso della civiltà a cui ci sta conducendo la democrazia moderna deriva proprio dall’aver abbandonato la prudenza e dall’aver tentato, negli ultimi duecento anni, attraverso una concezione totalitaria dello Stato, di realizzare quelle «grandi imprese» di cui parla Amleto, che, pur essendo in realtà «vani progetti», hanno cercato di concretizzarsi contro ogni logica e legge.   David Souto Alcalde   Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Espana    

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Geopolitica

Karaganov: «una guerra mondiale su vasta scala è già iniziata»

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Renovatio 21 traduce un articolo del politologo russo Sergej Karaganov apparso sulla rivista russa Profile. L’importanza del pensiero del Karaganov, per la Russia e per il mondo, è stata sottolineata da Renovatio 21 tante volte nel corso di questi ultimi anni.

 

Il susseguirsi accelerato di eventi, ognuno dei quali si sovrappone e si contraddice all’altro, è sconcertante e rende difficile cogliere l’essenza di ciò che sta accadendo. Cercherò di interpretare il corso della storia, attingendo alla mia esperienza e conoscenza, nonché al fatto che negli ultimi 35 anni non ho mai commesso errori significativi nelle mie valutazioni e previsioni. A volte ero leggermente in ritardo, ma più spesso ero avanti di diversi anni, o addirittura di un paio di decenni, rispetto alla comunità degli esperti.

 

Una guerra mondiale su vasta scala è già iniziata. Le sue radici risalgono al 1917, quando l’Unione Sovietica si separò dal sistema capitalistico. Inizialmente, gli interventisti si scagliarono contro di noi; poi la Germania nazista e quasi tutta l’Europa occidentale, ma quest’ultima perse. Il secondo round iniziò negli anni Cinquanta, quando i popoli dell’URSS, a costo di enormi sofferenze e nella loro ricerca di sovranità e sicurezza, crearono la bomba atomica e successivamente raggiunsero la parità nucleare con gli Stati Uniti.

 

Così facendo, senza rendercene conto all’epoca, abbiamo minato le fondamenta di cinque secoli di dominio occidentale in ambito ideologico, che aveva permesso loro di saccheggiare il resto del mondo e soggiogare persino le civiltà più avanzate. Quel fondamento era la superiorità militare, sulla quale si basava il sistema di sfruttamento dell’intera umanità.

 

Dalla metà degli anni Cinquanta in poi, l’Occidente iniziò a subire una sconfitta militare dopo l’altra. Un’ondata di liberazione nazionale si diffuse in tutto il mondo, accompagnata dalla nazionalizzazione delle risorse che erano state accaparrate dai paesi occidentali e dalle loro multinazionali. L’equilibrio di potere globale iniziò a spostarsi a favore del mondo non occidentale.

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Gli Stati Uniti tentarono per la prima volta di riprendere il sopravvento sotto la presidenza Reagan, con un rapido aumento della spesa militare volto a ristabilire il proprio dominio e con il lancio del programma «Guerre Stellari». Intervennero nella piccola e indifesa nazione di Grenada per dimostrare che gli americani erano ancora in grado di vincere.

 

E in questo caso, l’Occidente è stato fortunato. Per ragioni interne, dovute all’erosione del suo nucleo ideologico e al rifiuto di riformare un’economia nazionale che stava diventando sempre più inefficiente, l’Unione Sovietica è crollata. Il sistema capitalistico globale, che era a sua volta in crisi, ha ricevuto un’enorme iniezione di energia sotto forma di una moltitudine di consumatori affamati e di manodopera a basso costo.

 

Sembrava che la storia si fosse capovolta. Iniziò un periodo di euforia, ma non durò a lungo. Stordito dalla vittoria, l’Occidente commise una serie di clamorosi errori geostrategici, e poi la Russia iniziò a riprendersi, principalmente grazie alla sua potenza militare.

 

Le radici immediate dell’attuale guerra mondiale emersero alla fine degli anni 2000. Già sotto l’amministrazione Obama, la politica in seguito denominata «America First» iniziò a delinearsi come una rinascita del potere statunitense. Le spese militari iniziarono ad aumentare e un’ondata di propaganda anti-russa si diffuse rapidamente. Mosca tentò, riappropriandosi della Crimea, di fermare l’ultimo tentativo di vendetta dell’Occidente, ma questo non fece altro che scatenare la furia occidentale.

 

Non siamo riusciti a capitalizzare su questo successo perché ci siamo aggrappati alla speranza di «raggiungere un accordo», abbiamo tergiversato sul «processo di Minsk» e ci siamo rifiutati di vedere come, sul territorio ucraino, l’esercito e la popolazione si stessero preparando alla guerra con la Russia.

 

Sono seguite nuove ondate di sanzioni e una guerra economica è iniziata addirittura durante il primo mandato di Trump. Tutti aspettavamo qualcosa. Poi è arrivata la distrazione del COVID, che con ogni probabilità rappresentava uno dei fronti della guerra già iniziata, ma che si è rivoltata contro l’Occidente stesso.

 

Abbiamo reagito con lentezza ai tentativi di rappresaglia. Quando finalmente lo abbiamo fatto nel 2022, abbiamo commesso diversi errori. Tra questi, la sottovalutazione dell’intenzione dell’Occidente di schiacciare la Russia, causa del suo fallimento storico, per poi rivolgere la sua attenzione alla Cina e soggiogare nuovamente la maggioranza globale, il Terzo Mondo, il Sud del mondo, che era stato liberato dall’URSS.

 

Abbiamo sottovalutato la prontezza alla guerra del regime di Kiev e il grado di condizionamento subito dalla popolazione ucraina. Speravamo che «la nostra gente» fosse ancora presente, sebbene a ovest del Dnepr ce ne fossero già pochi e il loro numero fosse in costante diminuzione.

 

Un altro errore fu quello di iniziare a combattere il regime di Kiev senza riconoscere che il principale avversario e la fonte della minaccia era l’Occidente nel suo complesso, in particolare le élite europee, che cercavano di distogliere l’attenzione dai propri fallimenti e, idealmente, di vendicarsi delle sconfitte storiche del XX secolo, prima fra tutte la sconfitta della stragrande maggioranza degli europei che marciarono contro l’URSS sotto le insegne di Hitler.

 

Il nostro errore principale, tuttavia, è stato il sottoutilizzo dell’arma più importante del nostro arsenale, un errore per il quale abbiamo pagato con la malnutrizione e persino la fame negli anni Quaranta e Cinquanta: la deterrenza nucleare.

 

Siamo stati trascinati in un conflitto definito «operazione militare speciale», accettando di fatto le regole del gioco imposte, una guerra di logoramento, data la superiorità economica e demografica del nemico. La guerra ha assunto un carattere di trincea, seppur con una dimensione tecnologica tipica del XXI secolo. Nel 2023 e nel 2024, tuttavia, abbiamo intensificato la nostra deterrenza nucleare, inviando diversi segnali tecnico-militari e modernizzando la nostra dottrina sull’uso delle armi nucleari.

 

Gli americani, che non avevano in alcun caso intenzione di combattere per l’Europa, soprattutto in presenza del rischio di un’escalation a livello nucleare e quindi della diffusione del conflitto sul territorio statunitense, hanno iniziato a ritirarsi dal confronto diretto già sotto la presidenza Biden, continuando a trarre profitto dalla guerra e, di fatto, a depredare gli europei. Trump, pur parlando di pace, ha proseguito sulla stessa linea, traendo profitto dalla guerra ed evitando il rischio di uno scontro diretto con la Russia.

 

La guerra mondiale ha attualmente due principali focolai convergenti: quello europeo, incentrato sull’Ucraina, e quello mediorientale, dove gli Stati Uniti e il loro alleato minore Israele stanno tentando di destabilizzare l’intero Vicino e Medio Oriente. Il Sud Asia potrebbe essere il prossimo. Il Venezuela è già stato schiacciato; Cuba è sotto pressione.

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È necessaria una nuova politica

Innanzitutto , dobbiamo comprendere che le profonde contraddizioni dell’attuale sistema economico globale, che minano le fondamenta stesse dello sviluppo umano, rischiano di portare alla distruzione dell’umanità. Allo stesso tempo, la prosecuzione della nostra attuale politica inadeguata in Ucraina rischia di sfinire il Paese e di indebolire la forza e lo spirito della Russia, che solo di recente hanno iniziato a rinascere.

 

In secondo luogo, sul piano politico-militare si può discutere di un cessate il fuoco e persino parlare di uno «spirito dell’Alaska». Ma allo stesso tempo, dobbiamo comprendere chiaramente l’essenza di ciò che sta accadendo: la pace a lungo termine e lo sviluppo del nostro Paese, così come dell’umanità intera, sono impossibili senza sventare il tentativo di vendetta politico-militare dell’Occidente, con l’Europa ancora una volta in prima linea.

 

Per impedire questa vendetta, è necessario distruggere il regime di Kiev e liberare i territori meridionali e orientali del quasi-stato «Ucraina», vitali per la sicurezza della Russia. I nostri coraggiosi combattenti e comandanti sul campo possono e devono continuare ad avanzare. Ma dobbiamo comprendere che una guerra di trincea modernizzata non porterà alla vittoria. Potremmo perdere, o quantomeno sprecare, centinaia di migliaia dei nostri migliori uomini, indispensabili per la lotta e le vittorie nel prossimo periodo storico, estremamente pericoloso e difficile, che quasi certamente comporterà uno scontro più ampio.

 

Terzo. È impossibile portare a una conclusione vittoriosa l’attuale conflitto in Ucraina, e tanto meno impedirne l’escalation in una guerra termonucleare globale, senza rafforzare significativamente la politica di deterrenza nucleare. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo smettere di parlare di «controllo degli armamenti». La questione di un nuovo trattato START deve essere chiusa. Allo stesso tempo, gli accordi sulla gestione congiunta della deterrenza nucleare e della stabilità strategica possono rimanere utili e persino necessari. Dobbiamo intensificare lo sviluppo di missili e altri sistemi di lancio a medio e strategico raggio per dissuadere l’Occidente dal tentare di riconquistare la sua superiorità. I ​​nostri avversari devono comprendere che la superiorità e l’impunità sono irraggiungibili.

 

Se impiegate in numero ottimale e guidate dalla dottrina corretta, le armi nucleari rendono impossibile la superiorità non nucleare e riducono la necessità di spese militari eccessive. Sistemi come Burevestnik, Oreshnik e altre piattaforme di lancio ipersoniche devono convincere il nemico di questa realtà.

 

Dobbiamo preparare la prossima generazione affinché le élite americane comprendano in anticipo che i loro sogni di ristabilire la supremazia e imporre la propria volontà con la forza sono irrealistici.

 

L’accelerazione nell’aumento della flessibilità delle capacità nucleari ha lo scopo di ricordare a tutti che è impossibile sconfiggere una grande potenza nucleare attraverso una corsa agli armamenti non nucleare o con una guerra convenzionale. Questo, ovviamente, presuppone che si eviti l’errore di un riarmo nucleare incontrollato, come fecero l’URSS e gli Stati Uniti negli anni Sessanta. Fu un’esperienza costosa e in gran parte inutile. Dobbiamo semplicemente chiarire che una simile corsa agli armamenti sarebbe futile e persino suicida per i nostri avversari. Su questo tema, vale la pena avviare un dialogo, quantomeno con gli americani.

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Allo stesso tempo, per frenare una Washington che ha perso il senso della misura, dovremmo includere nella nostra dottrina sull’uso delle armi nucleari e di altre armi, qualora gli Stati Uniti e l’Occidente continuassero sulla strada attuale verso lo scatenamento di una guerra mondiale, una disposizione che preveda una reale prontezza a colpire obiettivi americani ed europei occidentali all’estero, compresi quelli situati in paesi terzi. Farebbero bene a disfarsi di tali obiettivi.

 

A tal fine, dobbiamo continuare a sviluppare la flessibilità delle nostre capacità militari. Gli Stati Uniti e i loro alleati dipendono molto più di noi dalle infrastrutture, dalle basi e dai colli di bottiglia logistici e di comunicazione all’estero. Il nemico deve percepire la propria vulnerabilità e sapere che ne siamo pienamente consapevoli.

 

Vale la pena attingere all’esperienza dell’Iran nella difesa contro le attuali pressioni statunitensi e israeliane. Teheran ha iniziato a colpire i punti deboli del nemico, che ne ha risentito ed è stato costretto a indietreggiare. Modifiche alla dottrina e alla pianificazione militare specifica, inclusa la predisposizione ad attacchi asimmetrici, rafforzeranno l’effetto deterrente e potrebbero avere un impatto dissuasivo su un avversario sempre più incline ad azioni avventate.

 

Dovremmo riconsiderare le priorità per gli attacchi preventivi, partendo dalle opzioni non nucleari, per poi ricorrere, solo se necessario, a quelle nucleari come ultima risorsa. Tra i primi obiettivi dovrebbero esserci non solo i centri di comunicazione e di comando, ma anche i luoghi in cui si concentrano le élite decisionali, soprattutto in Europa. Questo li priverebbe del loro senso di impunità. Devono capire che se continuano la guerra contro la Russia, o scelgono di intensificarla ulteriormente, seguiranno attacchi devastanti.

 

Per rafforzare la credibilità di tale deterrenza, occorre intensificare gli sforzi per sviluppare munizioni, sia convenzionali che nucleari, in grado di penetrare strutture sotterranee fortificate, e tali sistemi devono essere testati. Bisogna sfatare l’illusione che le élite politiche e militari possano nascondersi in bunker o luoghi remoti. La recente pubblicazione da parte del nostro ministero della Difesa di un elenco di aziende europee coinvolte nel sostegno al regime di Kiev rappresenta un piccolo ma necessario passo in questa direzione.

 

Al momento, questa élite finge di temerci. In realtà, non ci teme affatto. Insistono costantemente sul fatto che la Russia non ricorrerà mai alle armi nucleari. Questa illusione deve essere infranta. Bisogna far loro capire che una continua escalation comporta rischi esistenziali. Forse allora faranno un passo indietro. Forse le loro stesse strutture interne, i cosiddetti “stati profondi”, li freneranno. Forse anche l’opinione pubblica si risveglierà dalla sua inerzia.

 

È inoltre necessario rafforzare la credibilità della deterrenza nucleare per superare quella che potremmo definire «autocompiacimento strategico», ovvero la convinzione che una guerra su vasta scala sia impossibile. Tale convinzione si è già dimostrata pericolosa.

 

Ciò è particolarmente rilevante nel caso della Germania. Un Paese che ha scatenato due guerre mondiali e che è responsabile di immense distruzioni non dovrebbe essere autorizzato a sviluppare nuovamente una potenza militare schiacciante. Qualora tali ambizioni dovessero emergere, deve essere ben chiaro che saranno contrastate con misure decisive.

 

Quarto. Per rendere credibile la deterrenza, è necessario apportare ulteriori modifiche alla dottrina nucleare. Essa dovrebbe affermare esplicitamente che, in caso di aggressione da parte di una coalizione dotata di maggiore potenziale economico, demografico e tecnologico, l’uso di armi nucleari potrebbe diventare inevitabile. Questa opzione deve essere presentata come un’ultima risorsa, ma reale.

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Potrebbe inoltre essere necessario riprendere i test per rafforzare la credibilità delle nostre capacità. Non è chiaro perché continuiamo ad aspettare che siano gli altri ad agire per primi.

 

Allo stesso tempo, l’escalation deve rimanere sotto controllo. Le risposte iniziali dovrebbero dare priorità agli attacchi convenzionali contro i centri di comando e le infrastrutture strategiche. Solo se l’escalation dovesse proseguire si dovrebbero prendere in considerazione ulteriori misure.

 

Il ricorso alla deterrenza nucleare è essenziale anche per contrastare il ruolo crescente dei droni e di altre nuove forme di guerra. I responsabili di tali attacchi devono comprendere che la rappresaglia sarà inevitabile.

 

Quinto. Oltre alle misure dottrinali e tecnico-militari, occorre adeguare le strutture di comando. Sarebbe opportuno nominare un comandante dedicato per il teatro operativo europeo, una figura con reale autorità e responsabilità, supportata da personale esperto.

 

Sesto. È tempo di riconsiderare l’idea che una guerra nucleare non possa avere vincitori. Sebbene un simile conflitto sarebbe indubbiamente catastrofico, la deterrenza si basa sul riconoscimento che l’escalation ha delle conseguenze. Il rifiuto di riconoscere questa realtà potrebbe di per sé incoraggiare comportamenti sconsiderati.

 

Sia chiaro: l’uso di armi nucleari sarebbe una tragedia. Ma il rifiuto di mantenere una deterrenza credibile potrebbe condurre a una catastrofe ancora maggiore, ovvero l’espansione incontrollata della guerra.

 

Settimo. Oltre alle misure militari, la Russia deve intensificare la cooperazione con i partner chiave. In particolare, il coordinamento con la Cina è essenziale. Occorre inoltre adoperarsi per stabilizzare altre regioni, compreso il Medio Oriente, attraverso nuovi accordi di sicurezza che coinvolgano le grandi potenze.

 

Ottavo. Visti i rischi dei prossimi decenni, potrebbe essere necessario valutare un allineamento strategico più stretto con la Cina, che includa potenzialmente un quadro difensivo temporaneo. Un simile accordo potrebbe contribuire a prevenire un’ulteriore escalation e a mantenere l’equilibrio globale.

 

Naturalmente, saranno necessarie ulteriori misure. Ma quelle qui delineate potrebbero essere sufficienti a fermare il conflitto in corso, preservare la forza della Russia e, soprattutto, impedire una deriva verso una catastrofe globale.

 

Se non agiremo con decisione, le conseguenze saranno profonde, non solo per la Russia, ma per il futuro dell’umanità stessa.

 

Sergej Karaganov

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

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Pensiero

Mons. Viganò contro la chiesa archistar per la nuova Milano sincretista. Chi la costruisce? E cosa dirà Ambrogio?

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X la notizia della realizzazione, con imprimatur dell’arcivescovo ambrosiano Delpini, di una chiesa dedicata a «fedi diverse» realizzata dall’archistar Boeri.   Il progetto è chiamato «Monastero Ambrosiano» e sarà realizzato da Stefano Boeri Architetti su commissione dalla Diocesi di Milano. Situato nel distretto tecnologico MIND (ex area Expo), sorgerà entro il 2029 come spazio di spiritualità, ricerca e confronto aperto al dialogo tra fedi diverse, culture e saperi del XXI secolo.   Per commentare il progetto para-sincretista, monsignor Viganò si affida alle parole santo vescovo milanese Ambrogio.   «La Chiesa non cerca i vostri doni, perché avete adornato con doni i templi dei pagani. L’altare di Cristo rigetta i vostri doni, perché avete eretto un altare agli idoli; poiché la voce è vostra, la mano è vostra, la sottoscrizione è vostra, l’opera è vostra. Il Signore Gesù rifiuta e rigetta il vostro omaggio, poiché vi siete sottomessi agli idoli; poiché vi ha detto: Non potete servire due padroni» (Mt 6, 24)   Sono parole tratte dalla Lettera XVII di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, all’imperatore Valentiniano II (384 d.C.), paragrafo 14.  

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Colpisce l’entusiasmo dell’arcidiocesi ambrosiana per il progetto in pieno stile mondialista.   «Il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 m², con 1.100 m² destinati agli spazi aperti: ispirato alla tradizione monastica cristiana, il progetto reinterpreta l’archetipo del chiostro come dispositivo spaziale e simbolico: un luogo introverso ma permeabile, in cui si articolano tre dimensioni fondamentali: cura, dialogo e ricerca spirituale» proclama il sito dell’arcidiocesi, che lancia anche un caloroso virgolettato dell’arcivescovo Delpini, già noto per la sua partecipazione allo storico incontro all’Ambrosianeum tra vertici della massoneria e prelati di alto rango, nonché per il racconto di barzellette sui gesuiti quando gli chiedevano delle decisioni di Bergoglio (che tanto piaceva ai massoni…).     In MIND, ha dichiarato monsignor Delpini «si incontrano conoscenza, ricerca, talenti, affari, divertimenti, la natura e la vita, l’Italia e il mondo. Nel cuore della città dell’innovazione si affaccia la domanda sul senso del tutto, sul perché dell’impegno e dell’investimento. La domanda invoca l’incontro tra scienza e sapienza, tra innovazione ed etica, tra tecnologia e umanesimo, tra profitto e solidarietà. (…) Così Milano scrive il suo futuro: non c’è convivenza, né pace, né bene comune senza Dio».   Non siamo molto distanti, immaginiamo, dalle salette di preghiera multifede degli aeroporti, che abbiamo visto sempre, in tutti i Paesi che hanno avuto lo stomaco (o l’ordine…) di metterle, vuote e logore.

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A questo punto due parole vanno dette sull’architetto, cioè l’archistar coinvolto: Stefano Boeri. Quello di Boeri può dirsi uno dei nomi centrali nella realizzazione della nuova Milano dei grattacieli miliardari (come il suo, premiatissimo, «Bosco verticale») costruiti dalle giunte piddine.   Il nome dell’architetto, onnipresente nella metropoli lombarda delle ultime due decadi e più (ha firmato pure importanti progetti di architettura d’interni e ristrutturazione per l’Inter, tra cui la riqualificazione degli spogliatoi della prima squadra a San Siro e la progettazione della Sala delle Coppe), era saltato fuori nelle turbine di inchieste al riguardo l’urbanistica sotto l’amministrazione Sala e rinviato a giudizio lo scorso gennaio.   Il Boeri, oltre che architetto di grande successo, è professore al Politecnico e pure direttore della prestigiosa rivista Domus. Il fratello maggiore del presidente INPS Tito Boeri e figlio della designer allieva di Marco Zanuso Cini Boeri (1924-2020) e del partigiano neurologo Renato Boeri (1922-1994).   Non tutti sanno che Boeri senior , dottore al Besta, fu tra i creatori nel 1989 della Consulta di Bioetica, che ha un roboante appellativo istituzionale ma in realtà è solo una onlus che promuove l’etica «laica»: sostiene il diritto all’autodeterminazione e ritiene eticamente ammissibile sia il suicidio medicalmente assistito che l’eutanasia attiva, qualora il paziente capace di intendere e volere ne faccia richiesta lucida e consapevole per porre fine a sofferenze intollerabili; ha promosso attivamente la «Biocard», una carta di autodeterminazione per consentire ai cittadini di rifiutare trattamenti sanitari (inclusa l’idratazione e nutrizione artificiale) in caso di perdita futura delle facoltà mentali; è favorevole all’accesso alle tecniche di riproduzione artificiale anche per coppie omosessuali e persone single; sostiene la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali e la liberalizzazione della diagnosi preimpianto.   È ancora più interessante sapere che l’architetto è quindi il nipote del senatore Giovanni Battista Boeri (1882-1957), avvocato membro del Partito Repubblicano Italiano, nonché – secondo le enciclopedia online e libri – massone iniziato il 26 dicembre 1903 nella Loggia Giuseppe Garibaldi di Imperia. Nel 1906 nonno Boeri divenne Maestro.   Sempre sul sito dell’arcidiocesi, il Boeri fa dichiarazioni che lasciano intendere in chiarezza il sostrato spirituale dell’operazione.   «Abbiamo inteso dare forma al nuovo Monastero Ambrosiano con un’architettura unitaria e aperta, che rappresentasse anche nelle sue spazialità l’abbraccio tra la nuova Chiesa, il prisma trasparente della Biblioteca delle Religioni e il chiostro triangolare del Giardino delle Fedi, posto all’incrocio tra il Cardo e il Decumano. Un monastero contemporaneo, pensato per rispondere alle esigenze di una società plurale e per promuovere coesione sociale, dialogo interreligioso e produzione di conoscenza».   Insomma, un luogo di sincretismo, anzi scusate, di «dialogo», parola abusa che forse abbiamo già sentito, un concetto portante di quei movimenti che promuovono il dibattito tollerante e costruttivo tra persone con idee politiche, religiose o sociali diverse. Il dialogo, dicono, è lo strumento principale per ricercare la verità e favorire la fratellanza universale, rifiutando il fanatismo. Il dialogo è, insomma «superamento dei dogmi», che poi sono proprio quella cosa tipica della chiesa cattolica.   Dove, in genere, si possono sentire questi discorsi sul primato del dialogo?   Ah, sì, ad esempio: «Il dialogo è il nostro pane consustanziale e viatico, è il cibo di cui i nostri fratelli si nutrono lavorando assieme nel rispetto della diversità». Sono parole da un’allocuzione del 2002 dal Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi.   Vi sareste aspettati di ritrovarle nella Chiesa di Milano? Certo, se consideriamo gli incontri semipubblici tra muratori e cardinali e tante voci striscianti su certi arcivescovi del passato, e pure se guardiamo in che stato versa il cattolicesimo meneghino (gestione cervelli conto terzi CL inclusa).   Vorremmo dire, però, qualcos’altro. Chi conosce Renovatio 21 conosce la nostra devozione ad Ambrogio. Per cui, non è che possiamo lasciare che si tocchi così il Santo vescovo di Milano.

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Il Santo non solo non tollerava le altre fedi (al punto di scrivere all’imperatore, che voleva punire i cristiani per una sinagoga incendiata a Callinico in Siria, dicendo che gli aveva dato fuoco lui stesso, Ambrogio), ma nemmeno variazioni eretiche del cristianesimo: Sant’Ambrogio estirpò l’arianesimo da Milano, e la cacciata degli ariani da parte del vescovo di Milano è uno degli episodi storici più celebri della città, a tal punto da essere entrato prepotentemente nell’iconografia e nella leggenda popolare.   Lo scontro tra Ambrogio e gli ariani culminò tra il 385 e il 386 con la cosiddetta «lotta delle basiliche»: l’imperatrice Giustina – madre di Valentiniano II e grande fiancheggiatrice dell’arianesimo, pretese che una basilica milanese (la Portiana) venisse ceduta agli ariani per i loro culti. Ambrogio si rifiutò categoricamente, affermando che le chiese appartengono a Dio e non all’imperatore.   Quindi, Ambrogio e la comunità cattolica milanese si barricarono all’interno della basilica per giorni. Per tenere alto il morale dei fedeli durante l’assedio dei soldati imperiali, Ambrogio compose e fece cantare per la prima volta i famosi inni ambrosiani.   Di fronte alla straordinaria resistenza pacifica del popolo e alla successiva scoperta dei corpi dei santi martiri Gervasio e Protaso (che rinvigorì il fervore cattolico), la corte imperiale dovette cedere. L’arianesimo a Milano perse così ogni spazio pubblico e politico, scomparendo progressivamente.   Quando vedete Ambrogio rappresentato col flagello in mano, vi è rappresentata questa lotta, questa intolleranza verso l’errore, il peccato, il caos.   Siamo dinanzi, ora, alla stessa situazione sia pure ribaltata: i nemici della Chiesa sono nella Chiesa stessa per sconsacrare, dissacrare, svuotare spazi sacri e creare spazi sacrileghi.   Cari milanesi, «cattolici» e «laici», siete sicuri che – in una situazione che ci pare proprio simile – il flagello di Ambrogio non possa tornare?   Roberto Dal Bosco

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