Connettiti con Renovato 21

Pensiero

«Ci inseguiranno con le loro torce fiammeggianti fino al fuoco dell’inferno». Israele, il sacrificio dell’Innocente: cosa ha compreso Toaff

Pubblicato

il

Sta circolando da ieri con insistenza un post fatto su Facebook dadi Ariel Toaff. Molti lo conoscono già: professore di Storia presso l’Università israeliana Bar-Ilan, è figlio di Elio Toaff, già rabbino capo di Roma, noto per gli episodi di vicinanza con Giovanni Paolo II.

 

Le parole di Toaff, ebreo italo-israeliano, sono di una durezza tremenda. Sarebbero immediatamente condannate come «antisemitismo», e bannate dai social, se a pronunziarle fosse stato un goy, un non-ebreo.

 

«Israele sotto Netanyahu sta imboccando, come un ciuco ubriaco, la strada verso una debacle economica senza precedenti e l’isolamento internazionale» scrive lo storico medievale, evocando un animale, l’asino, di certo sapore biblico.

Sostieni Renovatio 21

«Se riusciremo ad uscirne, ci vorrà del tempo per rimetterci in sesto. Dell’immagine morale di Israele non parlo, perché l’ha persa da tempo». Un’ammissione drastica, ma oramai condivisibile da chiunque: il disastro morale di Israele è ora sotto gli occhi del mondo, e le denunce all’Aia e i futuri riconoscimenti promessi alla Palestina (in ultimis, in queste ore, è arrivata anche l’Australia, che pure ha una storia di lotta contro il cosiddetto «negazionismo olocaustico») ne sono la prova schiacciante. Al punto che perfino Donald Trump, accusato ora dalla sua stessa base di favorire gli israeliani rispetto agli americani in tradimento totale del principio MAGA dell’America First, ad aprile aveva dichiarato che Israele a Gaza «sta perdendo gran parte del mondo» e alimentando l’antisemitismo.

 

 

«Gaza non rischia di essere la tomba di Netanyahu e dei suoi folli seguaci, ma la nostra» continua Toaff, senza specificare se stia parlando degli ebrei o degli israeliani. «E non abbiamo fatto niente per impedirlo. Di fatto siamo suoi complici, ignobilmente complici». Parole coraggiose, di sincerità che va ben al di là dell’autocritica di rito. Si tratta di un giudizio spirituale che sa di definitivo, di epocale.

 

«La giusta e crudele punizione non tarderà a raggiungerci. È uno dei capitoli più infami della storia del sionismo moderno» scrive ancora lo storico nato ad Ancona. «I morti ammazzati di Gaza, donne e bambini, ci inseguiranno con le loro torce fiammeggianti fino al fuoco dell’inferno».

 

Qui scatta un’immagine ancora più potente, che l’esperto di storia ha studiato e raccontato in profondità: i pogrom, gli atti di persecuzione contro gli ebrei di cui è costellata la storia di, praticamente, ogni regione del mondo. Una punizione che, incredibilmente, viene qui definita «giusta e crudele». Inseguiti con le fiamme, e poi l’inferno: sono immagini di portata spaventosa. Davanti a tanta intensità, davanti a un tale coraggio di visione e percezione, può venire la pelle d’oca. Ci togliamo il cappello.

 

«E ora provate a bloccarmi e a cancellare il mio post ipocriti, pavidi e vigliacchi» conclude Toaff. «Siete una vergogna nella storia del popolo di Israele». Non sappiamo a chi stia parlando ora: a chi controlla i social media? È un’implicita ammissione al fatto che gli ebrei (o i sionisti, fate voi) controllano il pubblico discorso su internet e oltre?

 

La carne al fuoco è tantissima. Specie se consideriamo chi sta parlando. E ricordiamo quanto accadde nel febbraio 2007, quando uscì il libro più celebre di Toaff, Pasque di sangue.

 

Lo studio storico, edito dalla prestigiosa casa editrice Il Mulino (in zona, diciamo così, prodiana) esamina il contesto storico e culturale dell’ebraismo ashkenazita medievale in diaspora, dove nacque l’accusa agli ebrei di compiere omicidi rituali di bambini cristiani durante la Pasqua, utilizzando il loro sangue per presunti riti anticristiani.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

L’esempio più noto è quello di Simonino di Trento, noto da tutti come San Simonino (1472-1475), bambino di due anni e mezzo trovato morto durante la Pasqua del 1475, venerato come beato dalla Chiesa cattolica sino al Concilio Vaticano II. A seguito del ritrovamento in una roggia del corpo (che, secondo voci, da qualche parte ancora dovrebbe esserci…), quindici ebrei di Trento furono interrogati con la tortura, e confessarono. Furono messi a morte. Il culto di Simonino divenne nei secoli, e non solo per il mondo cattolico, la prova dell’esistenza dell’omicidio rituale ebraico, la cosiddetta «Accusa del sangue»: l’idea, diffusa dall’Inghilterra Medievale all’Europa rinascimentale alla Germania nazista al mondo arabo odierno, secondo cui gli ebrei consumano sangue umano, specialmente di bambini, durante la Pasqua ebraica (Pesach) per scopi magici o rituali.

 

In Pasque di sangue, se da un lato Toaff rigetta l’idea di omicidi rituali come mito cristiano, in linea con la storiografia tradizionale che considera tali accuse una montatura delle autorità cristiane, dall’altro suggerisce che, pur mancando prove dell’uso magico o superstizioso del sangue, non si può escludere che singoli individui, forse legati a gruppi estremisti ashkenaziti, possano aver compiuto tali pratiche. In particolare, vi sarebbero elementi che farebbero pensare a collegamenti con culti cabalistici dell’ebraismo dell’Europa orientale.

 

In pratica, Toaff ammette che l’omicidio rituale ebraico potrebbe essere realtà. Secondo Toaff, non è corretto rigettare completamente i documenti processuali, ritenuti dalla vulgata attuale come «inattendibili». Ad esempio, si riscontra una chiara corrispondenza tra le confessioni del processo di Trento e le fonti ebraiche relative all’uso magico e simbolico del sangue in riti e liturgie specifiche durante la Pasqua ebraica, tipici di gruppi estremisti ashkenaziti, con intenti anticristiani (il cosiddetto «rituale della maledizione»). Ciò conferma che, nonostante le confessioni ottenute sotto tortura, è possibile estrarne elementi autentici della cultura sotto processo. Nelle confessioni del processo di Trento emergono frasi in ebraico ashkenazita – invettive anticristiane corroborate da altre fonti – trascritte erroneamente dai notai, dimostrando che i giudici non conoscevano né l’ebraico né lo yiddish, il che avvalora l’autenticità di tali espressioni.

 

Lo scandalo all’uscita del libro fu immediato. In una reazione di velocità e potenza mai prima vedute, il volume fu ritirato prepotentemente dalle librerie (un fenomeno che avremo visto anni dopo con il libro sul COVID dell’allora ministro della Sanità Speranza), ma l’effetto fu l’opposto di quello desiderato dai censori: in un classico della golemica ebraica, l’interesse verso le tesi del libro accrebbero ancora di più. Nel momento in cui scrivo, su eBay una copia di Pasque di sangue prima edizioni si può comprare per 550 euro, mentre se volete risparmiare e comprarlo su Amazon dovete sborsarne 480. Racconterò pure di aver scoperto che un’amica serba, moderatamente religiosa, aveva pure lei sentito parlare del caso, che evidentemente viene discusso anche dalle comunità ortodosse in Italia.

 

Sì, Golem. Il mostro sfugge dal controllo: la seconda edizione, uscita nel 2008, pure ribadiva in qualche modo le tesi, ma voleva mettere in chiaro i concetti espressi «per non consentire equivoci di sorta», ma lo scandalo non viene dimenticato, il segno lasciato dal saggio è indelebile.

 

Vale la pena qui notare come dentro al mondo ebraico le reazioni non siano state univoche, e per un motivo che tenteremo di spiegare.

Iscriviti al canale Telegram

Le reazioni dell’ebraismo italiano, e di conseguenza dell’intellighenzia democratica tutta (con paginoni su Corriere e Repubblica, ma anche, ma guarda un po’, sul giornale dei vescovi Avvenire) fu di rigetto alle tesi di Toaff. Valga la risposta del rabbino Elio Toaff, massimo rappresentante del giudaismo nazionale, nonché padre dell’autore: «la cultura ebraica è basata sulla pace e sul perdono. Si tratta di leggende che non hanno nessun fondamento».

 

Al contrario, l’università di Tel Aviv dove insegna il professor Toaff, la Bar-Ilan, difese le ricerche del suo cattedratico. Lì per lì, uno si potrebbe chiedere perché: stiamo parlando di un rito diabolico, di combustibile per l’antisemitismo nei millenni, di un argomento ancora usato oggi da palestinesi e altri musulmani mediorientali. Com’è possibile che non abbiano negato a basta?

 

Il motivo riesco a spiegarmelo ricordando le parole di uno sconosciuto incontrato per caso nell’estate del 2007. Ero a Roma, e non potevo resistere all’idea di una passeggiata serale. Davanti alla fontana di Piazza Navona incontro, incredibilmente, un amico compaesano trasferitosi a Los Angeles, che era lì con la famiglia messa su in America – che coincidenza incredibile trovarlo lì. Quando ci salutiamo, vedo seduto lì a fianco un ragazzo calvo, dall’aspetto anglo. Sta leggendo una fotocopia con un articolo su Pasque di Sangue. Non resisto e attacco bottone.

 

Voglio chiedergli come mai si interessa della questione. Nasce una conversazione più generale, durata ore, del perché si trovava a Roma: è un ragazzo britannico, che viveva in America, mi racconta la sua storia di conversione, lavorava per una ricca signora cattolica, ma lui non aveva tanta fede. Poi un giorno davanti a altre persone si mette a parlare di Cristo e della sua chiesa, e si rende conto di avere dentro di sé qualcosa di simile ad una vocazione. Era volato nel centro della cristianità, quindi, per capire il da farsi: non so se sia entrato in qualche seminario, non so se ora sia un consacrato, posso però dire che credevo completamente all’energia della sua conversione.

 

E allora, caro amico, perché ti interessi di Pasque di sangue? Al momento trovai la risposta ingenua, «dilettantistica», direi, ma ora capisco meglio. «Perché gli ebrei stanno rivendicando questo segno di forza sanguinaria, di violenza a fondamento della loro storia. I cattolici non hanno niente del genere». Parlava quasi come la cosa gli dispiacesse, forse perché lui sognava uno Stato Cattolico come Israele è lo Stato Ebraico, e nella sua foga di neoconvertito si rendeva conto che la chiesa moderna ha tolto ogni fondamento all’idea di uno Stato Cristiano.

 

È la prima parte del discorso di questo ragazzo conosciuto casualmente (che ha un nome, che non farò) che ora mi risuona dentro: gli ebrei rivendicano la propria forza sanguinaria. Pure se essa è ingiusta, orrenda, crudele, inumana – esoterica, infernale. E quindi: per sfuggire all’immagine di passività inane, gli ebrei rivendicano il sacrificio umano…?

 

Ciò sicuramente può venire dalla vulgata ebraica del Novecento, che vedeva l’ebreo come debole prima, come vittima poi: si va dall’idea dell’ebreo come razza femmina espressa in Sesso e Carattere (1903) di Otto Weininger – libro apparso in Italia con traduzione di Giulio Evola e apprezzato da Adolfo Hitler, malgrado l’autore fosse ebreo: il führer tuttavia apprezzava il fatto che il Weininger si fosse suicidato – alla successiva presentazione dell’ebreo come vittima definitiva con i campi di sterminio, quella che Norman Finkelstein ha chiamato L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei (2000).

 

L’etichetta di razza debole, insomma, non va più bene agli ebrei. Non è vero che sono stati eterne vittime, e mai hanno alzato un dito contro i cristiani maggioritari: «Anche gli ebrei avevano voce. E non era sempre una voce sommessa e soffocata dalle lagrime» scrive Toaff in Pasque di Sangue.

Aiuta Renovatio 21

Quello dell’ebreo che non ne può più del senso di vittimismo, della narrativa dell’impotenza della propria genìa è un tema che meglio di ogni saggio accademico descrive il film capolavoro The Believer (2001), con un giovane e bravissimo Ryan Gosling nei panni di uintern naziskin americano che in realtà è ebreoUna storia che riprende quella, vera, di Dan Burros (1937-1965), esponente del Partito Nazismo Americano (ANP) e della frangia più violenta del Ku Klux Klan che era in realtà di una famiglia di ebrei di Nuova York.

 

Burros, definito come non plus ultra post-bellico di jüdische selbsthass («odio dell’ebreo verso se stesso»), finì, come Weininger, suicida. Non era l’unico ebreo a finire ai vertici dell’ANP. Era il giro che parlava di Washington come il luogo dello ZOG, cioè Zionist occupied Government («Governo di occupazione sionista»), espressione classica dei neonazisti statunitensi desunta dal loro libro-manifesto The Turner Diaries, di cui anni fa era apparsa finalmente una traduzione in italiano chiamata La seconda guerra civile americana. I diari di Turner, ora – abbiamo appena visto – misteriosamente sparita da Amazon, dove poco tempo fa pure l’avevamo comprata. Notiamo che che in questi giorni l’espressione del «governo occupato dagli israeliani» sionisti si sente tranquillamente in bocca a commentatori americani critici dell’influenza di Israele che magari nemmeno sono di destra.

 

Qui si introduce un discorso più ampio, che è quello della sostituzione dell’olocausto. Alcuni hanno sostenuto che la propaganda del dopoguerra ha tentato di sostituire presso la spiritualità cristiana l’Agnello, cioè l’Innocente, cioè Cristo, con il massacro degli ebrei: di fatto, proprio il termine per descrivere il sacrificio, «Olocausto», è ora occupato dalla questione dello sterminio operato dai tedeschi.

 

Il popolo ebraico massacrato diviene il vero Agnello, il vero sacrifizio dell’Innocente. Per questo, è stato detto, si può considerare l’Olocausto come «unica religione rimasta», l’unica di cui lo Stato moderno, Stato laico (cioè, massonico) obbliga il culto: ecco le «Giornate della Memoria». Ecco le leggi sul «negazionismo dell’Olocausto». Ecco la censura sui social se anche solo si prova a dire qualcosa contro non l’ebraismo, ma il sionismo…

 

Tutto questo è finito, e non solo Toaff sembra averlo capito. La vittima è divenuta carnefice. L’abusato, abusatore. Chi ha gridato per quasi un secolo al genocidio subìto, ora è accusato all’Aia di genocidio.

 

Il nuovo agnello mostra le forme di un lupo sanguinario: bombarda civili, uccide bambini, affama un intero popolo. Il rovesciamento del paradigma, sembrano dire tanti come Toaff, è incontrovertibile. Nessuna carta di vittimismo pare funzionare più: non il genocidio nazista, non la strage del 7 ottobre 2023.

 

Per chi scrive è evidente che la volgare esibizione di potenza di Israele, mostrata in tutta la sua crudeltà gratuita non solo sui canali social interni dei soldati IDF, sia animata proprio dalla volontà di sembrare, finalmente, non più vittime. Con il problema che, dicotomicamente, se non si è vittime, si diviene carnefici…

 

Dal dolore della vittima, all’estasi del carnefice: non possiamo non vedere come, davvero, ciò avvicini alle versioni più caricaturali, fumettistiche, del nazismo, inteso come sadismo massivo nei confronti del più debole.

 

Memento Golem: quello che non viene calcolato qui, come non lo era stato l’altra volta, sono le conseguenze di quanto si fa. Certo non ce lo dice la storiografia dell’establishment, ma sappiamo che i nazisti pagarono non solo con la distruzione del loro Stato (e la creazione di uno Stato castrato, uno Stato in istato di umiliazione e impotenza permanente) ma con l’uccisione e la diaspora, nel dopoguerra, di milioni di tedeschi.

 

Toaff sembra averlo capito quando parla della punizione in arrivo, con «i morti ammazzati di Gaza, donne e bambini, ci inseguiranno con le loro torce fiammeggianti fino al fuoco dell’inferno». L’inferno di Israele, al di là della questione personale e metafisica, potrebbe coincidere con la sua fine: non si tratta di un’idea peregrina, almeno non più, nemmeno presso gli stessi ebrei, con alcuni che si stanno convincendo della «maledizione dell’ottava decade»: lo Stato degli ebrei non dura più di ottant’anni, non visse più a lungo il Regno di re Davide, né il regno di Giudea (140-37 a.C.) degli asmonei che, per beghe interne tra fazione giudaiche, finì come protettorato romano.

 

Ora ci avviciniamo all’ottantesimo anniversario della nascita di Israele. Che sia questo che forza la mano dei sionisti? Che vi sia questo senso di apocalisse politica dietro alla frenesia assassini di questi mesi? Non sappiamo rispondere. Vediamo, tuttavia, come costoro possono immaginare, e temere, un mondo post-Israele…

Sostieni Renovatio 21

Se la sono cercata, potrebbe essere il commento superficiale. Forse in realtà non avevano scelta: con boria, ti prendi gioco dell’Innocente, sgozzi sghignazzando l’Agnello, pretendendo pure di essere tu, l’Agnello – e credi che ciò non chiamerà l’Ira di Dio?

 

Chiudo con una nota personale. Sono stato a Trento, per un gita domenicale, mesi fa. Parcheggiato davanti al Duomo, siamo entrati, e dopo un po’ abbiamo cercato qualcosa che ricordasse San Simonino, da qualche parte nella mia testa c’è l’idea che ci fosse una statua, forse poi cancellata con l’abolizione voluta dal Concilio Vaticano II del culto del beato bambino. Non si tratta di una figura minore per la città e per la Chiesa cattolica: fino al 1965, il Martirologio Romano in data 24 marzo segnava la celebrazione a Trento della «passione di san Simone, fanciullo trucidato crudelmente dai Giudei, autore di molti miracoli».

 

Chiediamo a quello che sembra un lavoratore della cattedrale. Ci dice che sì, c’è un segno rimasto, è un dipinto, dove, tra tanti altri soggetti, si intravede San Simonino… andiamo a vederlo, sulla navata sinistra: c’è, il bimbo beato è appena accennato. Quindi chiediamo dove sia la chiesa di San Simonino, e il ragazzo ci risponde che non c’è, c’è una cosa che si chiama «Aula del Simonino», è uno spazio pubblico, «laico», è un luogo FAI, ci fanno conferenze, cose così, è in fondo alla via fuori dal Duomo, che si chiama ancora via del Simonino. Andiamo a verificare: tutto vero. Tuttavia, apprendiamo che lo scorso 27 gennaio (l’immancabile «giorno della memoria») è stata piazzata in Piazza Duomo una targa commemorativa degli ebrei uccisi nel processo di quasi sei secoli fa…

 

Ora non ci sorprenderemmo se l’interesse per San Simonino, sepolto da decenni come hanno cercato di sotterrare il libro di Toaff, facesse un’impennata. Magari tracimando pure in altri casi della zona, come quello di Lorenzino da Marostica, bambino trovato cadavere nel 1485 e per il cui omicidio furono accusati gli ebrei di Bassano: un altro infanticidio rituale giudaico, con culto del bambino martire abolito, anche quello, dal Concilio nel 1965.

 

Simonino, Lorenzino, potrebbero essere tra quei «bambini, ci inseguiranno con le loro torce fiammeggianti fino al fuoco dell’inferno». Qualcuno lo sta capendo. Sta capendo che le conseguenze, quando si tocca l’Innocente, possono davvero seguirti sino alla fine, sino al giudizio. Perché il giudizio, alla fine, ci sarà.

 

Sì: il sacrificio umano ha un costo. Lo diciamo non solo per quanto riguarda la guerra di Gaza, ma anche per i nostri ospedali: forse chi uccide i bambini, ad un certo punto, dovrà pagare.

 

Davvero.

 

Roberto Dal Bosco

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine: Bassorilievo rappresentante l’assassino di San Simonino di Trento

Immagine di Andreas Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic; immagine modificata

 

 

 

 

Civiltà

La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.   Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.   1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.   2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.  

Sostieni Renovatio 21

3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.   4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.   5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.   6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.   7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.   Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.   La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.   La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.   Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.   Krzysztof Szczawinski  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 Immagine di Jjshapiro via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported  
Continua a leggere

Pensiero

Storia di rune e cani che abbaiano

Pubblicato

il

Da

Ai cortesi e umani lettori agostani porgiamo un’amena storiella, o se si preferisce un apologo.

 

Un vecchio cane stava di guardia a un vecchio cascinale di campagna. La maggior parte del tempo stava a dormire nella polvere.

 

Spesso sognava di inseguire lepri e selvaggine di vario tipo, e allora si agitava tutto con piccoli scatti inutili, il muso diventava feroce e batteva i denti gialli per azzannare una preda inesistente.

 

Al risveglio, si grattava un po’ e gironzolava a coda bassa, slanciandosi in brevi corse, poiché aveva il fiato corto, contro qualche passero che subito volava via per posarsi più in là.

 

La sua vera e unica passione era abbaiare alla gente.

 

Nella parte davanti costeggiava l’edificio un sentiero sterrato, usato come scorciatoia. Al passaggio della gente il cane correva al cancello con grandi latrati, quasi fosse il doppio più grosso e animoso.

 

Sulle prime i passanti si spaventavano, poi ridevano e qualcuno gli tirava una sassata, facendolo scappare guaendo e ringhiando. Nessuno in verità si sognava di entrare nella proprietà, non per paura del cane, ma perché l’edificio era cadente e abbandonato, e dava un senso di tristezza.

 

Un giorni il proprietario mandò un muratore per aggiustare una parte del muro di cinta che stava per rovinare. Ogni volta che lo vedeva al cancello il cane faceva la scena di gettarglisi incontro veementemente, come volesse sbranarlo. Dopo qualche tempo il muratore, che amava gli animali e ne conosceva il linguaggio, si sedette sui talloni e lo interrogò attraverso le sbarre:

 

«Perché fai così? E’ una settimana che vengo qui ogni giorno, ormai mi conosci. Lo sai che mi ha mandato il tuo padrone per riparare quel muro. In più hai già visto che lavoro di fuori e che non mi interessa entrare nel cancello. Non ti tratto male e neppure ti lancio delle pietre. Non hai niente da temere da me. Eppure mi abbai contro oggi come il primo giorno».

 

«La proprietà privata non si tocca» rispose il cane. «Che ci sia chi voglia entrare è intollerabile. Il gesto poi è ancora più condannabile perché questo cascinale è un bene storico. È già accaduto in passato, e non deve accadere più. Se qualcuno anche solo accenna a passare la soglia bisogna levare alta la voce. Che tu sia un amico non è un buon motivo per far passare le provocazioni» aggiunse il cane.

 

«Mai cedere, mai credere di essere al sicuro. E in fondo, a dirtela chiara, più abbaio e più mi sento bene e importante, e più la scodella mi si riempie. Perciò, sappi che anche domani, quando mi passerai davanti con il tuo secchio e i tuoi arnesi, latrerò, ululerò e ringhierò furiosamente, come se non ti avessi mai visto prima.

 

«Come ti chiami, bel cagnone?»

 

«Pavlov».

Sostieni Renovatio 21

Piaciuta la favola? Sentite quest’altra.

 

A Pisa, il 17 agosto, sul muro di una scuola primaria, appaiono delle scritte inneggianti al fascio, e dei simboli chiaramente runici.

 

Un’ondata di sdegno pervade le istituzioni.

 

Il vicepresidente del Consiglio regionale toscano, PD, scatta: «Pisa è una città insignita della Medaglia di bronzo al valor militare per la Resistenza e non può esserci spazio per simboli e richiami a ideologie fasciste e naziste. Episodi come questo vanno condannati da tutti con fermezza e senza ambiguità».

 

Queste scritte sono, incalza, «un gesto gravissimo e intollerabile, ancora più odioso perché colpisce una scuola, luogo di educazione, libertà e democrazia».

 

Inoltre, «Fa impressione che siano apparse oggi, giorno in cui ricorre il ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti». Senza dimenticare la ricorrenza appena celebrata dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.

 

Da palazzo Madama gli fa subito eco una senatrice, sempre progressista: «Dopo l’imbrattamento della lapide dedicata a Franco Serantini e altri luoghi continuano ad apparire scritte e riferimenti nostalgici».

 

Poi si scopre che la scuola primaria è in ristrutturazione e che le scritte le hanno lasciate gli operai come indicazioni. La scritta «Sì fascia» non auspicava il ritorno del Duce, ma il luogo dove applicare il cappotto termico. Le terribili celtiche non erano altro che frecce tracciate alla buona.

 

Ci si poteva arrivare, si dirà.

 

Già, forse. Ma intanto nel prendere atto del granchio il PD, se si può dire, si chiude a riccio.

 

L’eccesso di zelo è stato causato dalla proliferazione dei rigurgiti fascisti. «Possiamo anche sorridere dell’equivoco, ma non liquidare con battute il clima nel quale è maturato. Riconoscere un errore non significa abbassare la guardia: Pisa ha bisogno di attenzione e di una condanna netta di ogni intimidazione fascista».

 

La storiella finisce qui. De te fabula narratur, dice Orazio, e sinceramente non sapremmo che altro aggiungere.

 

Massimo Zanetti

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 


 

Continua a leggere

Pensiero

Il fascismo evergreen

Pubblicato

il

Da

Oggi, nel giorno dell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, il presidente della Repubblica Mattarella tuona contro il «ritorno di logiche di dominio e nuove ombre di guerra».   Senza nulla togliere alla drammaticità di quell’evento, le dichiarazioni del presidente potrebbero apparire contraddittorie a chi ricordasse che Mattarella è il principale supporter istituzionale dell’Unione Europea, e cioè di un apparato sempre più incline a derive totalitaristiche e guerrafondaie, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, almeno dal COVID in poi.   Ma, per fortuna del Capo dello Stato, e tutto sommato anche nostra, a parte gli iscritti al PD sono sempre meno quelli che hanno tempo di seguire le notizie del mainstream e ancor meno quelli in grado di cogliere la contraddizione in questione.   Del resto, «ribadire il NO al fascismo», come ha fatto nella stessa occasione anche un ex presidente del Consiglio, è praticamente esilarante, se non fosse strumentale ad altri obiettivi.   Definito dal coevo Dizionario Enciclopedico Moderno Labor (Milano, 1943, tomo II, pag. 601) come il «movimento politico italiano creato da Benito Mussolini», senza ulteriori aggettivazioni, tentare ricorrentemente di fornirne una definizione, o prenderne le distanze, a più di 100 anni dalla sua creazione, e a più di 80 anni dalla morte del suo fondatore e unico capo, può avere molti scopi di cui il principale è forse questo: ridicolizzare, etichettare e ostracizzare sbrigativamente chi non la pensa o non si comporta come la massa rintronata dalle logiche demo-liberal-globaliste propagandate dal capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica.   Non sei woke? Non sei europeista? Non sostieni le politiche di genere? Non credi nel cambiamento climatico? Non ti sei vaccinato?   Sei un fascista di merda.   Con tanti saluti dai nazi-arcobaleno.   Prof. Luca Marini   Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
Continua a leggere

Più popolari