Pensiero
Bombardata la parrocchia cattolica di Gaza. Quando finirà il privilegio distruttore israeliano?
Alle 10 di questa mattina, ora italiana, bombe israeliane hanno colpito la chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza.
Fonti sanitarie dell’ospedale Al-Ahli di Gaza City riportano almeno due vittime: Saad Issa Kostandi Salameh, portinaio della parrocchia, e Foumia Issa Latif Ayyad, una fedele anziana. Nove persone sono rimaste ferite, alcune gravemente. La comunità dopo il 7 ottobre 2023 conta solo 500 persone: in pratica è stata dimezzata.
Il parroco, padre Gabriel Romanelli, ha subito una ferita a una gamba ed è stato curato in ospedale prima di rientrare in comunità.
GAZA
Parish priest Fr. Gabriel Romanelli IVE being treated today after Israel hit Holy Family Catholic Church
The church was damaged and parishioners were also injured pic.twitter.com/QMk2mAsR12
— Catholic Arena (@CatholicArena) July 17, 2025
I lettori di Renovatio 21 non sentono per la prima volta il suo nome: il parroco cattolico di Gaza in questi anni è stato al centro delle grida di angoscia che arrivano – contrariamente a quello che fa sembrare la propaganda goscista filoislamica – anche dai cristiani, stritolati dall’angoscia del bagno di sangue dietro l’angolo.
La chiesa, che ospita circa 500 sfollati a causa della guerra, ha riportato danni materiali.
GAZA
The view of Holy Family Catholic Church which was HIT by ISRAEL today
Parishioners and the Parish Priest Gabriel Romanelli IVE have all been injured pic.twitter.com/nAcISBDu2V
— Catholic Arena (@CatholicArena) July 17, 2025
At least two dead in Israeli destruction of Catholic Church in Gaza
“The Cross still stands, after an Israeli attack fulminates the Church of the Holy Family in Gaza.
“American Catholics must speak up. Enough is enough. Our tax dollars are behind this. Enough.”… pic.twitter.com/tDm7U10SZc
— Rorate Caeli (@RorateCaeli) July 17, 2025
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Vanno registrate le reazioni dal nostro Paese e dalla sfera cattolica.
La Conferenza Episcopale Italiana: «apprendiamo con sgomento dell’inaccettabile attacco alla chiesa della Sacra Famiglia di Gaza. Esprimiamo vicinanza alla comunità della parrocchia colpita, con un particolare pensiero a coloro che soffrono e ai feriti, tra i quali padre Gabriel Romanelli. Nel condannare fermamente le violenze che continuano a seminare distruzione e morte tra la popolazione della Striscia, duramente provata da mesi di guerra, rivolgiamo un appello alle parti coinvolte e alla comunità internazionale affinché tacciano le armi e si avvii un negoziato, unica strada possibile per giungere alla pace».
La premier Giorgia Meloni: «i raid israeliani su Gaza colpiscono anche la chiesa della Sacra Famiglia. Sono inaccettabili gli attacchi contro la popolazione civile che Israele sta dimostrando da mesi. Nessuna azione militare può giustificare un tale atteggiamento».
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (che dovrebbe avere ancora il dente avvelenato per l’attacco israeliano di mesi fa ai nostri soldati dell’UNIFIL in Libano): «oggi, come ieri, come una settimana fa, come il mese scorso e tre mesi fa, sono morti altri palestinesi innocenti, uomini, donne, bambini, che non fanno parte di Hamas ma semmai ne sono prigionieri e ostaggi. La loro sola colpa è essere nati in una terra straziata dall’odio, in un tempo drammatico nel quale la ragione si è addormentata. Noi assistiamo ormai da mesi a qualcosa di disumano, straziante, orribile»
Trova, abbastanza ineditamente, parole di condanna netta pure il ministro degli Esteri di Forza Italia Antonio Tajani: «Gli attacchi dell’esercito israeliano contro la popolazione civile a Gaza non sono più ammissibili. Nel raid di questa mattina è stata colpita anche la Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, un atto grave contro un luogo di culto cristiano. Tutta la mia vicinanza a Padre Romanelli, rimasto ferito durante il raid. È tempo di fermarsi e trovare la pace».
Anche il vertice del mondo cattolico sarebbe turbato. Telegramma del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: «Sua Santità Papa Leone XIV è profondamente addolorato nell’apprendere la perdita di vite e di feriti causati dall’attacco militare alla chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza e assicura al parroco, don Gabriel Romanelli e a tutta la comunità parrocchiale la sua vicinanza spirituale affidando le anime dei defunti all’amorevole misericordia di Dio. Il papa rinnova il suo appello per un immediato cessate il fuoco ed esprime la sua profonda speranza di dialogo, riconciliazione e pace durevole nella regione».
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, sino a poco fa custode della Terra Santa nonché porporato papabile, che ha partecipato con gli altri patriarchi l’altro giorno ad una manifestazione pubblica contro le violenze dei coloni israeliani: «Noi cerchiamo sempre di raggiungere Gaza in tutti i modi possibili, direttamente e indirettamente. Adesso è presto per parlare di tutto questo, bisogna capire cosa sia accaduto, cosa si deve fare, soprattutto per proteggere la nostra gente, naturalmente cercare di verificare che queste cose non accadono più e poi si vedrà come proseguire, ma certamente non li lasceremo mai soli».
Tutti, apparentemente sconvolti. Nessuno però che riesce ad andare oltre alle parole di condanna circostanziata. Nessuno fa la domanda: da dove arriva questa strage?
Israele ha attribuito l’attacco a un «errore di tiro». Il solito. Perfino alcuni giornali della stampa mainstream hanno cominciato, finalmente, a definire ridicole affermazioni come questa. Israele riesce a centrare, come il mese scorso, un appartamento con dentro i massimi generali israeliani, beccando esattamente la stanza in cui si trovano. Poi fa errori di tiro e colpisce le chiese. Non è, il lettore di Renovatio 21 lo sa, la prima chiesa ad essere colpita: distrussero, con la gente dentro, San Porfirio, la chiesa più antica di Gaza, ora degli ortodossi.
Ora, ci vogliono dire che Hamas si nascondeva in parrocchia? E ricordiamo anche le due signore cattoliche trucidate da cecchini israeliani mentre camminavano per strada ad inizio conflitto: anche quelli, errori? Oppure nella borsa della spesa si nascondeva anche lì un virgulto di Hamas, cresciuto a pane, jihadismo e finanziamenti israeliani?
La realtà è che Israele ha il privilegio (lo abbiamo chiamato così in un precedente articolo) di dire e fare quel che vuole – e di uccidere chi vuole. Nessuno, la storia lo insegna, ha mai davvero reagito. Rapiscono Eichmann in una periferia argentina in barba ad ogni legge, lo portano in Israele dove lo processano con le loro leggi (di uno Stato che nemmeno esisteva ai tempi del reato) e poi lo uccidono. Uccidono un cameriere a Lillehammer, in Norvegia convinti che fosse il terrorista palestinese Salameh, ma è solo un uomo innocente. A Roma rapiscono lo scienziato atomico Mordechai Vanunu, che voleva dire al mondo del programma atomico israeliano, e lo mettono al gabbio per decenni.
Le bombe nucleari di Sion sono in effetti l’esempio definitivo di quello che stiamo dicendo: tutti lo sanno, ma il protocollo prevede che si faccia spallucce – perfino quando ciclicamente riemerge che forse è quello il motivo per cui hanno ucciso John Kennedy, e quindi indovinate da chi. Lo Stato Ebraico tira dritto, anzi, proietta l’accusa sugli altri: no, l’Iraq, la Libia, l’Iran non possono avere l’atomica.
Sappiamo che c’è una parola ebraica per questo tipo di tracotanza: chuzpah. La stiamo vedendo in questi mesi nel suo massimo splendore. Lo Stato creato con la giustificazione morale fondante del genocidio subito, è ora accusato, in tribunale, di praticare un genocidio – anzi, qualcuno ha detto «genocidio robotico di massa». I suoi soldati uccidono a casa, torturano e stuprano, mettono i video sui canali Telegram e vengono pure difesi dai loro parlamentari (arrivati a dire pubblicamente della legittimità di sodomizzare con un bastone un prigioniero palestinese). I loro droni, quando non uccidono, emettono versi di bambini che piangono per far uscire le persone e poi sparare loro. Hanno armi ad Intelligenza Artificiale (definita come «fabbrica di assassinii di massa»), lanciano cadaveri dai palazzi, usano bulldozer automatici che spianano tutto, e cantano canzoni sul destino della Striscia di venire spianata per fare un bel parcheggio che arriva fino al mare.
È la chuzpah di Binyamin Netanyahu, il cui vero nome di famiglia potrebbe essere Mileikowsky (Polonia, Ucraina), già noto in USA negli anni Settanta e Ottanta come Ben Nitay – ora capite il motivo per cui Renovatio 21 si permette di chiamarlo Beniamino: anche noi ci prendiamo un po’ di libertà con i nomi – il quale è andato in visita da Trump e, invece che dargli un cercapersone assassino come la volta precedente (allucinante) lo ha vellicato dicendo che gli avrebbe fatto vincere il premio Nobel per la pace.
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Fateci capire: l’uomo accusato all’Aia di crimini di guerra e genocidio può parlare degli esiti della Commissione del premio Nobel per la Pace? Vengono certi pensieri sui legami tra ebrei e massoni (che controllano il premio nordico da sempre, chiedete a Carducci), ma andiamo oltre.
La scenetta di Bibi che promette il Nobel a Trump è avvenuta durante il recente incontro tra i due a Washington. Fateci caso: lo stesso giorno che vede Netanyahu Trump getta sotto il tram tutta la base MAGA cominciando a sproloquiare dicendo che il caso Esptein è chiuso e non vedremo più niente. Cosa sia successo, non lo sappiamo. È lecito pensare, a questo punto, qualsiasi cosa.
Specie se si pensa che accanto ad Epstein c’era Ghislaine Maxwell, figlia del controverso miliardario britannico Robert Maxwell (vero nome Jan Ludvik Hyman Binyamin Hoch, ebreo boemo) che fu, secondo quanto ritenuto da tanti, una potentissima atomica israeliana, con tutti i vertici del Mossad e dello Stato Giudaico a presenziare alla cerimonia di interramento in Israele del suo cadavere. Come dire: intrighi, bombe atomiche, ricatti – gli ingredienti sono sempre gli stessi. Ora la Maxwell, unica in carcere, sembra che abbia sempre avuto voglia di vuotare il sacco parlando in audizione a Washington, ma nessuno (strano) l’ha mai invitata…
Il privilegio della chuzpah distruttrice potrebbe, però, essere arrivato al capolinea. Non è più possibile reggere l’evidenza. Ci hanno infilato intesta la crudeltà nazista della legge del taglione alla fine della guerra: da ammazzare per ogni soldato tedesco ucciso. La logica, il senso comune saltano fuori: di fronte alle forse 50.000 vittime di Gaza, che proporzione fare con il migliaio di morti dell’attacco del 7 ottobre? Una legge per il taglione 1:50? Cinque volte la barbarie hitlerista?
Gaza verrà spianata totalmente, forse ne faranno davvero un resort, come vuole Trump forse inzigato dal vermilinguo genero, figlio di un palazzinaro criminale ricattatore ebreo ortodosso eterno sostenitore di Netanyahu. Quella, tuttavia, diverrà dinanzi al mondo la prova definitiva ed incontrovertibile della violenza annientatrice sionista, e quindi l’erosione del privilegio olocaustico, quello per cui tutti i nostri politici, e neanche solo loro, hanno dovuto per anni sottomettersi alla gita in sinagoga e allo Yad Vashem con la kippah e baciare la pantofola della ragione morale per l’esistenza dello Stato di Israele: lo sterminio, di cui però ora gli ebrei sono chiaramente accusati.
Ci sono altri timori tuttavia, specie tra i giudei. C’è, per esempio, la storia della «maledizione dell’ottava decade».
Il primo Stato ebraico, istituito dal re Davide, raggiunse traguardi notevoli e mantenne l’unità per 80 anni. Nell’81º anno, divisioni interne causarono la frammentazione del regno della Casa di Davide nei regni di Yehuda e Yisrael, avviando il suo declino. Durante questo processo, milioni di membri delle Dieci Tribù andarono perduti, e Rabbi Akiva affermò che non sarebbero mai tornati.
Il secondo Stato ebraico, il regno asmoneo dell’epoca del Secondo Tempio, durò 77 anni come entità unita e indipendente. Nella sua ottava decade, però, conflitti interni lo divisero, spingendo i leader delle fazioni rivali per il trono a chiedere l’intervento di Pompeo in Siria, offrendosi come vassalli di Roma. Di conseguenza, il regno asmoneo perse la sua sovranità, diventando un protettorato romano privo dell’orgogliosa indipendenza ebraica.
Ora, all’ottantesimo compleanno dello Stato di Israele mancano pochi mesi. Si tratta di un’idea piuttosto apocalittica. Stiamo assistendo alle ultime ore di questa edizione del Regno di Giudea? E perché gli israeliani lo temono davvero che stiamo vedendo tale feroce annientatrice?
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E poi, la domanda abissale, che nessuno, nemmeno quando piovono le bombe sulle chiese, osa fare: chi deve custodire davvero la Terra Santa? Chi può farlo? Chi può, deve, portare la pace nei luoghi dove nacque, visse e morì nostro Signore?
Tra uno Stato Ebraico e una miriade limitrofa di versioni di Stato Islamico, ci sarà mai uno Stato Cristiano – uno Stato Crociato – in grado di riportare il logos nell’inferno che dal Medio Oriente arriva a bruciare anche noi?
La risposta a questa domanda, riteniamo, è fondamentale: non solo per i cristiani sopravvissuti allo Stato moderno, ma per la Civiltà stessa. Al punto da arrivare alla vertigine ultima: senza una Gerusalemme pacificata nel nome di Cristo nessuno Stato Cristiano è possibile.
Non sappiamo se il concetto, mentre i nostri sacerdoti vengono bombardati, è chiaro abbastanza.
«Gli orecchi per udire li avete, ma non volete capire, avete gli occhi per vedere, ma non volete intendere» (Is 6,9).
Roberto Dal Bosco
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Immagine da Twitter; modificata
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.
Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.
Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.
Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.
Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.
Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.
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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.
Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.
Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.
È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.
Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.
E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.
Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.
Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!
Nessuna meraviglia anche in questo caso.
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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.
Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.
Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.
Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.
Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.
Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.
Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.
Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.
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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?
È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».
Questo vi basta? Siete dei poveracci.
Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.
Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.
Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.
Anche questo non sorprende.
Avv. Renzo Magalozzi
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Immagine di Bruno via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Civiltà
Chi sono i fabiani?
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3 — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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