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Bombardata la parrocchia cattolica di Gaza. Quando finirà il privilegio distruttore israeliano?

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Alle 10 di questa mattina, ora italiana, bombe israeliane hanno colpito la chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza.

 

Fonti sanitarie dell’ospedale Al-Ahli di Gaza City riportano almeno due vittime: Saad Issa Kostandi Salameh, portinaio della parrocchia, e Foumia Issa Latif Ayyad, una fedele anziana. Nove persone sono rimaste ferite, alcune gravemente. La comunità dopo il 7 ottobre 2023 conta solo 500 persone: in pratica è stata dimezzata.

 

Il parroco, padre Gabriel Romanelli, ha subito una ferita a una gamba ed è stato curato in ospedale prima di rientrare in comunità.

 

 

I lettori di Renovatio 21 non sentono per la prima volta il suo nome: il parroco cattolico di Gaza in questi anni è stato al centro delle grida di angoscia che arrivano – contrariamente a quello che fa sembrare la propaganda goscista filoislamica – anche dai cristiani, stritolati dall’angoscia del bagno di sangue dietro l’angolo.

 

La chiesa, che ospita circa 500 sfollati a causa della guerra, ha riportato danni materiali.

 

 

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Vanno registrate le reazioni dal nostro Paese e dalla sfera cattolica.

 

La Conferenza Episcopale Italiana: «apprendiamo con sgomento dell’inaccettabile attacco alla chiesa della Sacra Famiglia di Gaza. Esprimiamo vicinanza alla comunità della parrocchia colpita, con un particolare pensiero a coloro che soffrono e ai feriti, tra i quali padre Gabriel Romanelli. Nel condannare fermamente le violenze che continuano a seminare distruzione e morte tra la popolazione della Striscia, duramente provata da mesi di guerra, rivolgiamo un appello alle parti coinvolte e alla comunità internazionale affinché tacciano le armi e si avvii un negoziato, unica strada possibile per giungere alla pace».

 

La premier Giorgia Meloni: «i raid israeliani su Gaza colpiscono anche la chiesa della Sacra Famiglia. Sono inaccettabili gli attacchi contro la popolazione civile che Israele sta dimostrando da mesi. Nessuna azione militare può giustificare un tale atteggiamento».

 

Il ministro della Difesa Guido Crosetto (che dovrebbe avere ancora il dente avvelenato per l’attacco israeliano di mesi fa ai nostri soldati dell’UNIFIL in Libano): «oggi, come ieri, come una settimana fa, come il mese scorso e tre mesi fa, sono morti altri palestinesi innocenti, uomini, donne, bambini, che non fanno parte di Hamas ma semmai ne sono prigionieri e ostaggi. La loro sola colpa è essere nati in una terra straziata dall’odio, in un tempo drammatico nel quale la ragione si è addormentata. Noi assistiamo ormai da mesi a qualcosa di disumano, straziante, orribile»

 

Trova, abbastanza ineditamente, parole di condanna netta pure il ministro degli Esteri di Forza Italia Antonio Tajani: «Gli attacchi dell’esercito israeliano contro la popolazione civile a Gaza non sono più ammissibili. Nel raid di questa mattina è stata colpita anche la Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, un atto grave contro un luogo di culto cristiano. Tutta la mia vicinanza a Padre Romanelli, rimasto ferito durante il raid. È tempo di fermarsi e trovare la pace».

 

Anche il vertice del mondo cattolico sarebbe turbato. Telegramma del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: «Sua Santità Papa Leone XIV è profondamente addolorato nell’apprendere la perdita di vite e di feriti causati dall’attacco militare alla chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza e assicura al parroco, don Gabriel Romanelli e a tutta la comunità parrocchiale la sua vicinanza spirituale affidando le anime dei defunti all’amorevole misericordia di Dio. Il papa rinnova il suo appello per un immediato cessate il fuoco ed esprime la sua profonda speranza di dialogo, riconciliazione e pace durevole nella regione».

 

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, sino a poco fa custode della Terra Santa nonché porporato papabile, che ha partecipato con gli altri patriarchi l’altro giorno ad una manifestazione pubblica contro le violenze dei coloni israeliani: «Noi cerchiamo sempre di raggiungere Gaza in tutti i modi possibili, direttamente e indirettamente. Adesso è presto per parlare di tutto questo, bisogna capire cosa sia accaduto, cosa si deve fare, soprattutto per proteggere la nostra gente, naturalmente cercare di verificare che queste cose non accadono più e poi si vedrà come proseguire, ma certamente non li lasceremo mai soli».

 

 

Tutti, apparentemente sconvolti. Nessuno però che riesce ad andare oltre alle parole di condanna circostanziata. Nessuno fa la domanda: da dove arriva questa strage?

 

Israele ha attribuito l’attacco a un «errore di tiro». Il solito. Perfino alcuni giornali della stampa mainstream hanno cominciato, finalmente, a definire ridicole affermazioni come questa. Israele riesce a centrare, come il mese scorso, un appartamento con dentro i massimi generali israeliani, beccando esattamente la stanza in cui si trovano. Poi fa errori di tiro e colpisce le chiese. Non è, il lettore di Renovatio 21 lo sa, la prima chiesa ad essere colpita: distrussero, con la gente dentro, San Porfirio, la chiesa più antica di Gaza, ora degli ortodossi.

 

Ora, ci vogliono dire che Hamas si nascondeva in parrocchia? E ricordiamo anche le due signore cattoliche trucidate da cecchini israeliani mentre camminavano per strada ad inizio conflitto: anche quelli, errori? Oppure nella borsa della spesa si nascondeva anche lì un virgulto di Hamas, cresciuto a pane, jihadismo e finanziamenti israeliani?

 

La realtà è che Israele ha il privilegio (lo abbiamo chiamato così in un precedente articolo) di dire e fare quel che vuole – e di uccidere chi vuole. Nessuno, la storia lo insegna, ha mai davvero reagito. Rapiscono Eichmann in una periferia argentina in barba ad ogni legge, lo portano in Israele dove lo processano con le loro leggi (di uno Stato che nemmeno esisteva ai tempi del reato) e poi lo uccidono. Uccidono un cameriere a Lillehammer, in Norvegia convinti che fosse il terrorista palestinese Salameh, ma è solo un uomo innocente. A Roma rapiscono lo scienziato atomico Mordechai Vanunu, che voleva dire al mondo del programma atomico israeliano, e lo mettono al gabbio per decenni.

 

Le bombe nucleari di Sion sono in effetti l’esempio definitivo di quello che stiamo dicendo: tutti lo sanno, ma il protocollo prevede che si faccia spallucce – perfino quando ciclicamente riemerge che forse è quello il motivo per cui hanno ucciso John Kennedy, e quindi indovinate da chi. Lo Stato Ebraico tira dritto, anzi, proietta l’accusa sugli altri: no, l’Iraq, la Libia, l’Iran non possono avere l’atomica.

 

Sappiamo che c’è una parola ebraica per questo tipo di tracotanza: chuzpah. La stiamo vedendo in questi mesi nel suo massimo splendore. Lo Stato creato con la giustificazione morale fondante del genocidio subito, è ora accusato, in tribunale, di praticare un genocidio – anzi, qualcuno ha detto «genocidio robotico di massa». I suoi soldati uccidono a casa, torturano e stuprano, mettono i video sui canali Telegram e vengono pure difesi dai loro parlamentari (arrivati a dire pubblicamente della legittimità di sodomizzare con un bastone un prigioniero palestinese). I loro droni, quando non uccidono, emettono versi di bambini che piangono per far uscire le persone e poi sparare loro. Hanno armi ad Intelligenza Artificiale (definita come «fabbrica di assassinii di massa»), lanciano cadaveri dai palazzi, usano bulldozer automatici che spianano tutto, e cantano canzoni sul destino della Striscia di venire spianata per fare un bel parcheggio che arriva fino al mare.

 

È la chuzpah di Binyamin Netanyahu, il cui vero nome di famiglia potrebbe essere Mileikowsky (Polonia, Ucraina), già noto in USA negli anni Settanta e Ottanta come Ben Nitay – ora capite il motivo per cui Renovatio 21 si permette di chiamarlo Beniamino: anche noi ci prendiamo un po’ di libertà con i nomi – il quale è andato in visita da Trump e, invece che dargli un cercapersone assassino come la volta precedente (allucinante) lo ha vellicato dicendo che gli avrebbe fatto vincere il premio Nobel per la pace.

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Fateci capire: l’uomo accusato all’Aia di crimini di guerra e genocidio può parlare degli esiti della Commissione del premio Nobel per la Pace? Vengono certi pensieri sui legami tra ebrei e massoni (che controllano il premio nordico da sempre, chiedete a Carducci), ma andiamo oltre.

 

La scenetta di Bibi che promette il Nobel a Trump è avvenuta durante il recente incontro tra i due a Washington. Fateci caso: lo stesso giorno che vede Netanyahu Trump getta sotto il tram tutta la base MAGA cominciando a sproloquiare dicendo che il caso Esptein è chiuso e non vedremo più niente. Cosa sia successo, non lo sappiamo. È lecito pensare, a questo punto, qualsiasi cosa.

 

Specie se si pensa che accanto ad Epstein c’era Ghislaine Maxwell, figlia del controverso miliardario britannico Robert Maxwell (vero nome Jan Ludvik Hyman Binyamin Hoch, ebreo boemo) che fu, secondo quanto ritenuto da tanti, una potentissima atomica israeliana, con tutti i vertici del Mossad e dello Stato Giudaico a presenziare alla cerimonia di interramento in Israele del suo cadavere. Come dire: intrighi, bombe atomiche, ricatti – gli ingredienti sono sempre gli stessi. Ora la Maxwell, unica in carcere, sembra che abbia sempre avuto voglia di vuotare il sacco parlando in audizione a Washington, ma nessuno (strano) l’ha mai invitata…

 

Il privilegio della chuzpah distruttrice potrebbe, però, essere arrivato al capolinea. Non è più possibile reggere l’evidenza. Ci hanno infilato intesta la crudeltà nazista della legge del taglione alla fine della guerra: da ammazzare per ogni soldato tedesco ucciso. La logica, il senso comune saltano fuori: di fronte alle forse 50.000 vittime di Gaza, che proporzione fare con il migliaio di morti dell’attacco del 7 ottobre? Una legge per il taglione 1:50? Cinque volte la barbarie hitlerista?

 

Gaza verrà spianata totalmente, forse ne faranno davvero un resort, come vuole Trump forse inzigato dal vermilinguo genero, figlio di un palazzinaro criminale ricattatore ebreo ortodosso eterno sostenitore di Netanyahu. Quella, tuttavia, diverrà dinanzi al mondo la prova definitiva ed incontrovertibile della violenza annientatrice sionista, e quindi l’erosione del privilegio olocaustico, quello per cui tutti i nostri politici, e neanche solo loro, hanno dovuto per anni sottomettersi alla gita in sinagoga e allo Yad Vashem con la kippah e baciare la pantofola della ragione morale per l’esistenza dello Stato di Israele: lo sterminio, di cui però ora gli ebrei sono chiaramente accusati.

 

Ci sono altri timori tuttavia, specie tra i giudei. C’è, per esempio, la storia della «maledizione dell’ottava decade».

 

Il primo Stato ebraico, istituito dal re Davide, raggiunse traguardi notevoli e mantenne l’unità per 80 anni. Nell’81º anno, divisioni interne causarono la frammentazione del regno della Casa di Davide nei regni di Yehuda e Yisrael, avviando il suo declino. Durante questo processo, milioni di membri delle Dieci Tribù andarono perduti, e Rabbi Akiva affermò che non sarebbero mai tornati.

 

Il secondo Stato ebraico, il regno asmoneo dell’epoca del Secondo Tempio, durò 77 anni come entità unita e indipendente. Nella sua ottava decade, però, conflitti interni lo divisero, spingendo i leader delle fazioni rivali per il trono a chiedere l’intervento di Pompeo in Siria, offrendosi come vassalli di Roma. Di conseguenza, il regno asmoneo perse la sua sovranità, diventando un protettorato romano privo dell’orgogliosa indipendenza ebraica.

 

Ora, all’ottantesimo compleanno dello Stato di Israele mancano pochi mesi. Si tratta di un’idea piuttosto apocalittica. Stiamo assistendo alle ultime ore di questa edizione del Regno di Giudea? E perché gli israeliani lo temono davvero che stiamo vedendo tale feroce annientatrice?

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E poi, la domanda abissale, che nessuno, nemmeno quando piovono le bombe sulle chiese, osa fare: chi deve custodire davvero la Terra Santa? Chi può farlo? Chi può, deve, portare la pace nei luoghi dove nacque, visse e morì nostro Signore?

 

Tra uno Stato Ebraico e una miriade limitrofa di versioni di Stato Islamico, ci sarà mai uno Stato Cristiano – uno Stato Crociato – in grado di riportare il logos nell’inferno che dal Medio Oriente arriva a bruciare anche noi?

 

La risposta a questa domanda, riteniamo, è fondamentale: non solo per i cristiani sopravvissuti allo Stato moderno, ma per la Civiltà stessa. Al punto da arrivare alla vertigine ultima: senza una Gerusalemme pacificata nel nome di Cristo nessuno Stato Cristiano è possibile.

 

Non sappiamo se il concetto, mentre i nostri sacerdoti vengono bombardati, è chiaro abbastanza.

 

«Gli orecchi per udire li avete, ma non volete capire, avete gli occhi per vedere, ma non volete intendere» (Is 6,9).

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Maldini, povera Italia

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Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.   Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.   Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.   Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.   Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).   Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.   È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.   Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.   «Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.   «Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».   «Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».   «Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».   Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».   C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.   Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.   Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».    «È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.   L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».   «Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».    Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.   Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.   Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.   Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.   Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.   Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.   Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.   Francesco Rondolini  

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Geopolitica

Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21

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Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.

 

Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.

 

Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.

 

Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.

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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.

 

«Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».

 

«Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.

 

«È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si  è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».

 

«Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».

 

«Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.

 

«È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».

 

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Pensiero

Arriva la «scomunica marinata»?

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Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.   Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.   La scummunica è uguale ar marfrancese, Che tte penetra l’osse a la sordina, E tte manna a fà fotte in men d’un mese.   Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese, Doppo der cedolon de stammatina?   Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.   L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.   La scummunica inzomma è una parola Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa, L’ubbidissce ar momento, e vve conzola Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.   Abbasta una scummunica, una sola, Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa! Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola A bbenedillo, bbutta via la spesa.   Domenica er Curato l’ha spiegata, E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete La scummunica nata e mmarinata.   Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete, Un sputo, una scorreggia, una pissciata Ve pò scummunicà cquanno volete.„   Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.   Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.   Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.   La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.   Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.   A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.   Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.   C’era una vorta un Re cche ddar palazzo Mannò ffora a li popoli st’editto: “Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”   Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».   I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.   Anvedi.   Roberto Dal Bosco  

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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
 
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