Pensiero
Tachipirina no-vax e vigile Speranza: siamo molto, molto oltre Orwell
Le immagini raccolte qualche sera fa a Villafranca veronese dalla giornalista Angela Camuso ad una presentazione del libro dell’ex ministro Roberto Speranza ci introducono bruscamente in una categoria ulteriore, in un mondo nuovo davvero: quello dell’ultra-orwelliano.
Lo avete visto tutti. Speranza, con la mano alzata e aria seccata, declama: «la sua è solo propaganda no-vax (..) le do una comunicazione, che spero lei dia anche a tutti quelli che la seguono. Il famoso protocollo Tachipirina e vigile attesa è inventato da voi (…) non esiste, è una vostra invenzione, è un’invenzione dei no-vax».
SPERANZA CLAMOROSO SUL PROTOCOLLO TACHIPIRINA E VIGILE ATTESA NELL’INTERVISTA DI ANGELA CAMUSO:”LO AVETE INVENTATO VOI”. INTERVIENE PRESIDENTE COMMISSIONE #COVID:”NEGA L’EVIDENZA”https://t.co/xNCQHGJDeB https://t.co/cRhJwYwXwp pic.twitter.com/We6f0nF5hJ
— angela camuso (@camuso_angela) February 3, 2025
Una strepitosa ANGELA CAMUSO
Senza vergogna Speranza afferma che il protocollo Tachipirina e vigile attesa non è mai esistito e che è solo un’invenzione dei novax .
PAZZESCO !– Verona per la Libertà pic.twitter.com/1gOSNTDQ3p
— Virna (@Virna25marzo) February 1, 2025
«Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile». Parole da Teoria e prassi del collettivismo oligarchico di Emmanuel Goldstein, il libro fittizio inserito nella trama di 1984, Capitolo I.
Noi siamo qui, ad ascoltare anche questa – e cercare di rimanere sani di mente (dice un personaggio del libro: «l’integrità mentale non ha alcun rapporto con la statistica»).
«Il Partito vi diceva che non dovevate credere né ai vostri occhi né alle vostre orecchie. Era, questa, l’ingiunzione essenziale e definitiva. Winston si sentì assalire dallo sconforto al pensiero dell’enorme potere dispiegato contro di lui, alla facilità con cui un qualsiasi intellettuale del Partito avrebbe demolito le sue tesi in un eventuale dibattito, le sottigliezze argomentative che lui non sarebbe neanche riuscito a capire, figuriamoci a contrastare. Eppure era lui a essere nel giusto! Lui aveva ragione e loro avevano torto. Bisognava difendere tutto ciò che era ovvio, sciocco e vero. I truismi sono veri, era una cosa da tenere per fermo! Il mondo reale esiste e le sue leggi sono immutabili. Le pietre sono dure, l’acqua è bagnata e gli oggetti lasciati senza sostegno cadono verso il centro della Terra».
Quanto abbiamo, in questi anni, usato ed abusato dell’aggettivo, nessuno lo sa. In una realtà dove la menzogna è propalata di continuo, dove lo Stato tende ad un totalitarismo persino biomolecolare cui nemmeno lo scrittore inglese era arrivato, abbiamo detto «orwelliano» ad ogni piè sospinto.
Qui però siamo definitivamente oltre. La documentazione qui è davvero abbondante.
Ad esempio, pagina 10 della Circolare del ministero della Salute del 30 novembre 2020 («Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2») sta scritto: «in linea generale, per soggetti con queste caratteristiche cliniche non è indicata alcuna terapia al di fuori di una eventuale terapia sintomatica di supporto. In particolare, nei soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici, sulla base delle informazioni e dei dati attualmente disponibili, si forniscono le seguenti indicazioni di gestione clinica: • vigile attesa; • misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria; • trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)»…
Non si tratta dell’unico documento, emesso sotto Speranza, a parlare di «vigile attesa» ed antipiretici. Chi scrive ricorda altre incongruenze mostruose, come l’assenza (anzi, la condanna) degli antibiotici, che non venivano prescritti dai medici ministeriali neppure con polmonite conclamata conosciamo, da vicino, un caso: negati dal medico della mutua, prescritti da un altro medico: presi gli antibiotici, ecco la guarigione di un caso che sembrava destinato al peggio.
Ma che volete che sia: è stato tanto tempo fa. Ci siamo dimenticati, è nel passato. E il passato è, credono alcuni, manipolabile a piacimento. No?
«La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva» scrive Orwell. «Tutti i documenti sono stati distrutti o falsificati, tutti i libri riscritti, tutti i quadri dipinti da capo, tutte le statue, le strade e gli edifici cambiati di nome, tutte le date alterate, e questo processo è ancora in corso, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. La storia si è fermata. Non esiste altro che un eterno presente nel quale il Partito ha sempre ragione».
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«Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato» diceva Winston nel romanzo. Speranza, con evidenza, spera di controllare il passato, anche quello recente. Mica è un modo di dire: come in 1984 la censura si abbatteva sulla parola scritta, anche qui si è attaccato – ricordate? – l’oggetto mnemonico più importante: il libro Perché guariremo.
Perché il libro che va (ancora…?) in giro a presentare, accolto da volenterosi immunizzati (e forse salariati) dallo Stato-partito piddino, era, ad un certo punto, sparito. Il colossale giuoco di prestigio fu impressionante: il volume riuscì a sparire quando era già arrivato nelle librerie di tutta Italia. Trasmissioni TV fecero vedere commessi di grandi catene librarie che ammettevano che sì, il libro era lì, ma in magazzino, e non potevano tirarlo fuori. Su eBay la prima edizione fantasma del libro ora sta a 129 euro.
Speranza non ha mai chiarito perché fu fatto scattare contro l’opera sua questo potente lavoro di (auto)censura, né perché successivamente invece poté pubblicare.
Tuttavia, a noi sovviene un altro caso, forse l’unico considerabile come simile: quello del libro dello storico israeliano Ariel Toaff Pasque di sangue, saggio di storia sul cosiddetto «omicidio rituale ebraico» (l’accusa per cui i giudei, nel periodo pasquale, rapivano e sacrificavano bambini cristiani per compiere riti immondi), scritto dal figlio del celebre rabbino capo di Roma. Era il febbraio 2007: il libro, d’un tratto, sparì dalle librerie, mentre sui giornali presero a comparire articoli, talvolta criptici, di condanna del testo, conditi da discorsi molto specifici che il lettore medio certo non poteva seguire, né verso i quali poteva nutrire interesse.
Tra Speranza e le Pasque di Sangue (la cui prima edizione su eBay sta a 390 euro) non vediamo grandi collegamenti, a parte questa cosa, mormorata fra le malelingue, del matrimonio dell’ex ministro celebrato per qualche ragione a Gerusalemme. Il PD era quel partito che non sempre con lo Stato Ebraico aveva avuto rapporti felici, ma è acqua passata. Lo stesso dicasi per il rapporto tra l’ex PCI e gli USA…. ma è acqua passata, anzi, orwellata. Stiamo divagando, ma fino ad un certo punto.
Insomma: siamo immersi in un sistema che è in grado davvero di proporsi in maniera più che orwelliana, ultra-orwelliane, e mica si vergogna. Abbiamo solo iniziato. Domani accuseranno i no-vax dei danni da vaccino.
Come? Lo hanno già fatto? Beh, sì ricorderete saggi circolanti che dicevano che gli effetti collaterali erano causati dalle campagne di ansia generate dalla massa antivaccinista.
Si può andare oltre? Si potrà arrivare al cortocircuito semantico totale per cui i vaccinati sono no-vax? Sì: è quello che succede sempre, su tutta la stampa, proprio quando c’è un evento pubblico, e i danneggiati da vaccino (che sono sempre più saldamente organizzati, e, ovvio, adirati) vengono etichettati come «no-vax».
Sì: i vaccinati sono pericolosi antivaccinisti. Se non vi esplode il cervello per la contradictio in adjecto, allora potete cercare di riflettere, con misura, sul concetto della distorsione per cui la vittima diviene carnefice – prima che arrivate a pensare certe cose proibite sul Medio Oriente, confidate nel fatto che, anche qui, Orwell non era arrivato: il potere di 1984 mai si scagliava frontalmente contro il popolo, mai lo accusava direttamente, preferendo drogarlo di propaganda e lavorare gli elementi difformi.
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La tachipirina no-vax è invece il fallimento del potere gettato sul popolo, una manovra di squallore, e di orrore, infiniti. Ci tocca di vedere anche questo, ma tanto, chi non lo ha capito: quale credibilità è rimasta allo Stato moderno? Quale legittimità?
Chi ancora crede a quanto gli dice il vertice? Chi ancora si ritiene protetto dalla «democrazia»?
Pochi, speriamo: perché per non capire quello che sta accadendo, davvero bisogna aver fatto scendere la temperatura rimanendo in postura di attendismo beota.
Tachipirina e vigile attesa per salvare il potere dello Stato moderno e il suo inganno infame.
Perché, impariamo il sublime pleonasmo: il fine del potere è quello che fa.
«Il potere è un fine, non un mezzo. Non si instaura una dittatura al fine di salvaguardare una rivoluzione: si fa la rivoluzione proprio per instaurare la dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione, il fine della tortura è la tortura, il fine del potere è il potere».
Quindi, il fine della Necrocultura è la Cultura della Morte. Il fine di tutto questo processo è mentirvi, ferirvi, degradarvi, uccidervi. Lo avete capito?
Roberto Dal Bosco
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Civiltà
La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte
The Most Destructive Intellectual Project of the Twentieth Century.
The Frankfurt School. You should know what it was, what it built, and why you are still living inside it. 1. The Institute for Social Research was founded in Frankfurt in 1923 and relocated to Columbia… https://t.co/tuqvEblLIN pic.twitter.com/hXnNKmqPrW — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Pensiero
Storia di rune e cani che abbaiano
Ai cortesi e umani lettori agostani porgiamo un’amena storiella, o se si preferisce un apologo.
Un vecchio cane stava di guardia a un vecchio cascinale di campagna. La maggior parte del tempo stava a dormire nella polvere.
Spesso sognava di inseguire lepri e selvaggine di vario tipo, e allora si agitava tutto con piccoli scatti inutili, il muso diventava feroce e batteva i denti gialli per azzannare una preda inesistente.
Al risveglio, si grattava un po’ e gironzolava a coda bassa, slanciandosi in brevi corse, poiché aveva il fiato corto, contro qualche passero che subito volava via per posarsi più in là.
La sua vera e unica passione era abbaiare alla gente.
Nella parte davanti costeggiava l’edificio un sentiero sterrato, usato come scorciatoia. Al passaggio della gente il cane correva al cancello con grandi latrati, quasi fosse il doppio più grosso e animoso.
Sulle prime i passanti si spaventavano, poi ridevano e qualcuno gli tirava una sassata, facendolo scappare guaendo e ringhiando. Nessuno in verità si sognava di entrare nella proprietà, non per paura del cane, ma perché l’edificio era cadente e abbandonato, e dava un senso di tristezza.
Un giorni il proprietario mandò un muratore per aggiustare una parte del muro di cinta che stava per rovinare. Ogni volta che lo vedeva al cancello il cane faceva la scena di gettarglisi incontro veementemente, come volesse sbranarlo. Dopo qualche tempo il muratore, che amava gli animali e ne conosceva il linguaggio, si sedette sui talloni e lo interrogò attraverso le sbarre:
«Perché fai così? E’ una settimana che vengo qui ogni giorno, ormai mi conosci. Lo sai che mi ha mandato il tuo padrone per riparare quel muro. In più hai già visto che lavoro di fuori e che non mi interessa entrare nel cancello. Non ti tratto male e neppure ti lancio delle pietre. Non hai niente da temere da me. Eppure mi abbai contro oggi come il primo giorno».
«La proprietà privata non si tocca» rispose il cane. «Che ci sia chi voglia entrare è intollerabile. Il gesto poi è ancora più condannabile perché questo cascinale è un bene storico. È già accaduto in passato, e non deve accadere più. Se qualcuno anche solo accenna a passare la soglia bisogna levare alta la voce. Che tu sia un amico non è un buon motivo per far passare le provocazioni» aggiunse il cane.
«Mai cedere, mai credere di essere al sicuro. E in fondo, a dirtela chiara, più abbaio e più mi sento bene e importante, e più la scodella mi si riempie. Perciò, sappi che anche domani, quando mi passerai davanti con il tuo secchio e i tuoi arnesi, latrerò, ululerò e ringhierò furiosamente, come se non ti avessi mai visto prima.
«Come ti chiami, bel cagnone?»
«Pavlov».
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Piaciuta la favola? Sentite quest’altra.
A Pisa, il 17 agosto, sul muro di una scuola primaria, appaiono delle scritte inneggianti al fascio, e dei simboli chiaramente runici.
Un’ondata di sdegno pervade le istituzioni.
Il vicepresidente del Consiglio regionale toscano, PD, scatta: «Pisa è una città insignita della Medaglia di bronzo al valor militare per la Resistenza e non può esserci spazio per simboli e richiami a ideologie fasciste e naziste. Episodi come questo vanno condannati da tutti con fermezza e senza ambiguità».
Queste scritte sono, incalza, «un gesto gravissimo e intollerabile, ancora più odioso perché colpisce una scuola, luogo di educazione, libertà e democrazia».
Inoltre, «Fa impressione che siano apparse oggi, giorno in cui ricorre il ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti». Senza dimenticare la ricorrenza appena celebrata dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.
Da palazzo Madama gli fa subito eco una senatrice, sempre progressista: «Dopo l’imbrattamento della lapide dedicata a Franco Serantini e altri luoghi continuano ad apparire scritte e riferimenti nostalgici».
Poi si scopre che la scuola primaria è in ristrutturazione e che le scritte le hanno lasciate gli operai come indicazioni. La scritta «Sì fascia» non auspicava il ritorno del Duce, ma il luogo dove applicare il cappotto termico. Le terribili celtiche non erano altro che frecce tracciate alla buona.
Ci si poteva arrivare, si dirà.
Già, forse. Ma intanto nel prendere atto del granchio il PD, se si può dire, si chiude a riccio.
L’eccesso di zelo è stato causato dalla proliferazione dei rigurgiti fascisti. «Possiamo anche sorridere dell’equivoco, ma non liquidare con battute il clima nel quale è maturato. Riconoscere un errore non significa abbassare la guardia: Pisa ha bisogno di attenzione e di una condanna netta di ogni intimidazione fascista».
La storiella finisce qui. De te fabula narratur, dice Orazio, e sinceramente non sapremmo che altro aggiungere.
Massimo Zanetti
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Pensiero
Il fascismo evergreen
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