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Pene invalide, sacramenti validi

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Nell’omelia pronunciata domenica 5 luglio 2026 nella chiesa del Seminario San Pio X di Ecône, padre Bernard de Lacoste, direttore del seminario, ha risposto, alla luce del diritto canonico, alle principali questioni sollevate dal decreto del 2 luglio riguardante le consacrazioni episcopali e la Fraternità Sacerdotale San Pio X.

 

Miei carissimi fratelli,

 

Il 2 luglio, il giorno dopo le consacrazioni, il cardinale Fernández ha pubblicato un decreto, un decreto severo, riguardante le consacrazioni e la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Vorrei dire qualche parola su questo decreto e rispondere in particolare a quattro domande.

 

Innanzitutto: quanto accaduto il 1° luglio costituisce davvero uno scisma?

 

E poi: esiste davvero una scomunica per i vescovi, i sacerdoti e i fedeli che approvano queste consacrazioni?

 

E ancora: i sacramenti celebrati nella Fraternità Sacerdotale San Pio X sono leciti?

 

Infine: le confessioni e i matrimoni celebrati nella Fraternità Sacerdotale San Pio X sono validi?

 

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Le consacrazioni del 1° luglio costituiscono uno scisma?

Se torniamo alla definizione di scisma, non è un qualsiasi atto di disobbedienza al Papa a costituire uno scisma. Lo scisma è una disobbedienza che sfida il primato del Papa; è una ribellione contro l’ufficio papale stesso.

 

Ma questo non è assolutamente ciò che è accaduto il 1° luglio a Écône.

 

Al contrario, nella Fraternità Sacerdotale San Pio X riconosciamo Papa Leone XIV come nostro capo, Vicario di Cristo. Ciò è particolarmente evidente in tutte le comunicazioni che il nostro Superiore Generale gli ha inviato. Le lettere che gli ha indirizzato sono permeate dal rispetto di un figlio che si rivolge al padre, di un suddito che parla al suo superiore e guida.

 

Inoltre, l’anno scorso siamo andati a Roma per l’Anno Santo, cosa che gli scismatici non farebbero mai.

 

Ad ogni Messa, i sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X nominano Leone XIV nel Canone della Messa, e preghiamo per il papa ad ogni Benedizione del Santissimo Sacramento, cosa che nessun scismatico può fare.

 

È dunque certo che le consacrazioni episcopali del 1° luglio non costituirono un atto scismatico.

 

Abbiamo un indizio interessante a riguardo. Nel 1988, le autorità romane dichiararono: «avete commesso un atto scismatico», quando l’arcivescovo Lefebvre consacrò quattro vescovi senza l’autorizzazione del Papa.

 

Eppure, oggi, nel 2026, ci viene nuovamente detto che siamo in scisma e che stiamo abbandonando la Chiesa, quando già nel 1988 ci veniva detto la stessa cosa. Possiamo abbandonare una società dalla quale siamo già usciti? È assurdo.

 

Le consacrazioni del 2026 non sono quindi più scismatiche di quelle del 1988. La Fraternità Sacerdotale San Pio X è opera della Chiesa e obbedisce al Papa ogniqualvolta impartisce ordini conformi alla fede e alla morale.

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I vescovi, i sacerdoti e i fedeli sono scomunicati?

Le disposizioni del decreto del cardinale Fernández sembrano severe.

 

Esiste un principio fondamentale del diritto canonico: non c’è punizione ecclesiastica senza peccato. Solo chi ha commesso un peccato mortale può incorrere in una punizione ecclesiastica.

 

Ma l’atto del 1° luglio ha costituito un atto di fedeltà alla fede cattolica: trasmettere il sacerdozio, trasmettere l’episcopato, trasmettere la fede e i sacramenti come la Chiesa ha sempre voluto trasmetterli.

 

Esiste un altro grande principio del diritto penale canonico: chi agisce sotto l’influenza di una situazione di necessità non può incorrere in alcuna pena.

 

È evidente, tuttavia, che le consacrazioni del 1° luglio si sono svolte proprio per una simile necessità: la drammatica necessità in cui ci troviamo oggi nella Chiesa, dove la fede non viene più insegnata, dove la morale viene calpestata, dove i fedeli vivono in grande confusione e profonda oscurità, perché le stesse massime autorità della Chiesa a volte diventano fonte di confusione.

 

Il Codice di Diritto Canonico del 1983 aggiunge addirittura che non è prevista alcuna sanzione, nemmeno in caso di errore nella valutazione di tale necessità.

 

Pertanto, chi si sbagliasse pensando che sussista un caso di necessità, quando in realtà non c’è, sfugge anche alla pena automatica che il diritto canonico chiama latae sententiae.

 

Si deve dunque concludere che né i vescovi della Fraternità, né il clero, né i fedeli sono scomunicati.

 

Inoltre, un altro indizio è molto interessante.

 

Ricorderete che nel 2009 la Santa Sede revocò le presunte scomuniche dei quattro vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre nel 1988. Tuttavia, queste presunte scomuniche furono revocate nonostante i soggetti interessati non avessero mai mostrato il minimo segno di contrizione, pentimento o intenzione di cambiare.

 

Tuttavia, nella Chiesa esiste una regola molto rigida: quando una persona viene scomunicata, non può essere riabilitata se non si pente del suo peccato. Eppure i nostri quattro vescovi non si sono mai pentiti delle consacrazioni del 1988. Al contrario, hanno sempre espresso la loro gratitudine all’arcivescovo Lefebvre e la loro gioia per aver ricevuto tale consacrazione.

 

Eppure, le presunte scomuniche furono revocate. Forse le stesse autorità romane non ci credevano.

 

Quanto a voi, cari fedeli, siete forse scomunicati? No, come abbiamo appena visto. Ma c’è un ulteriore argomento.

 

Il decreto del cardinale Fernandez del 2 luglio è accompagnato da una nota integrativa che a sua volta rimanda a una nota del 24 agosto 1996. Tuttavia, questo documento della Santa Sede afferma esplicitamente: «le diverse situazioni devono essere valutate caso per caso».

 

La Santa Sede stessa chiarisce che non esiste una scomunica generale che colpisca indiscriminatamente tutti i fedeli, ma che ogni situazione deve essere esaminata individualmente. In altre parole, un fedele non sarà certamente scomunicato a meno che non sia stato emesso un giudizio specifico che lo riguardi personalmente.

 

Pertanto, potete essere certi di non aver subito alcuna scomunica.

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I sacramenti celebrati nella Fraternità sono leciti?

Il decreto stabilisce che, d’ora in poi, i sacramenti celebrati nella Fraternità Sacerdotale San Pio X sono illeciti, ovvero proibiti e illegali. È corretto?

Questo sarebbe vero in una situazione pacifica e normale per la Chiesa. Ma esiste un grande principio del diritto canonico, già presente nei Decretali di Gregorio IX e in San Tommaso d’Aquino: «la necessità rende lecito ciò che è illecito». In altre parole, ciò che non è permesso in circostanze normali diventa permesso quando ci si trova in una situazione di necessità.

 

Questa è esattamente la situazione che stiamo vivendo oggi.

 

È vero che la Fraternità Sacerdotale San Pio X non gode di un ordinario status canonico. Se tutto andasse bene nella Chiesa, non avrebbe bisogno di esercitare il suo ministero. Ma oggi ci troviamo in una situazione drammatica. Molti sacerdoti regolarmente approvati non insegnano più la vera fede o danno cattivi consigli morali.

 

Ci troviamo dunque in un autentico caso di necessità, in cui sacerdoti fedeli alla Tradizione esercitano un ministero perfettamente legittimo per il bene delle anime, al fine di porre rimedio alla tragica situazione in cui si trovano oggi tanti cattolici.

 

Le confessioni e i matrimoni sono validi?

Per quanto riguarda la validità del sacramento della penitenza, è vero che un sacerdote, per concedere validamente l’assoluzione, deve avere giurisdizione sul penitente. Tuttavia, i sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X attualmente non possiedono la giurisdizione ordinaria e abituale.

 

Tuttavia, il diritto canonico prevede espressamente la giurisdizione sostitutiva in numerosi casi, poiché la preoccupazione primaria della Chiesa è la salvezza delle anime. Questa è la sua legge suprema. Pertanto, la Chiesa conferisce molto spesso la giurisdizione a un sacerdote che ne è privo, affinché possa validamente impartire l’assoluzione.

 

Ad esempio, quando un fedele sta per morire e l’unico sacerdote presente non ha giurisdizione, la Chiesa gliela conferisce in virtù della sola situazione in cui si trova.

 

Lo stesso vale quando un sacerdote dimentica inavvertitamente che il suo mandato è scaduto e che non possiede più la giurisdizione.

 

Oppure, ancora, quando c’è un equivoco diffuso: tutti credono che il sacerdote abbia giurisdizione, mentre in realtà non è così. Anche in questo caso, interviene la Chiesa.

 

Per analogia, e l’analogia giuridica è un principio riconosciuto anche nel diritto canonico, le soluzioni previste dalla legge vengono applicate a situazioni analoghe.

 

È dunque assolutamente certo che i sacerdoti fedeli alla Tradizione beneficiano ora di una giurisdizione supplementare che consente loro di assolvere validamente tutti i fedeli che vengono a confessarsi davanti a loro.

 

Qualcuno potrebbe obiettare: «non sono del tutto convinto da questa argomentazione. Presenta certamente ragioni valide, ma nutro ancora qualche dubbio».

 

Tuttavia, il diritto canonico prevede espressamente che, quando un sacerdote ha solo una giurisdizione dubbia, la Chiesa gli conferisce una giurisdizione certa affinché i fedeli possano essere certi della validità dei sacramenti.

 

Pertanto, anche se qualcuno ritenesse dubbia la nostra giurisdizione, questa sostituzione della Chiesa rende certa la giurisdizione dei sacerdoti fedeli alla Tradizione.

 

Per quanto riguarda il matrimonio, occorre ricordare che il ministro del sacramento non è il sacerdote, bensì gli sposi stessi, che si conferiscono reciprocamente il sacramento con il loro consenso matrimoniale.

 

Il Concilio di Trento ha effettivamente richiesto che tale consenso fosse scambiato davanti al parroco, pena l’invalidità del matrimonio. Tuttavia, il diritto canonico ha sempre previsto situazioni in cui è molto difficile sposarsi davanti al sacerdote: perché è assente, perché si rifiuta di venire, o perché sussistono gravi impedimenti fisici o morali.

 

In queste circostanze, il diritto canonico afferma che il matrimonio rimane valido, anche se non è stato contratto davanti al parroco. È lecito anche se celebrato davanti a un altro sacerdote che non ha giurisdizione.

 

Pertanto, nelle attuali circostanze della Santa Chiesa, quando un giovane e una giovane si scambiano le promesse di matrimonio davanti a un sacerdote fedele alla Tradizione che non sia parroco, tale matrimonio è certamente valido e lecito.

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Conclusione

In realtà, cari fedeli, il problema fondamentale non è la questione delle consacrazioni senza mandato papale. La prova è che in Cina le consacrazioni avvengono regolarmente senza mandato papale e che negli ultimi anni la Santa Sede non ha scomunicato nessuno.

 

Ciò che oggi preoccupa le autorità romane è il nostro attaccamento alla dottrina cattolica e il nostro rifiuto degli errori del Concilio Vaticano II. Questo è il nocciolo del problema.

 

La prova migliore di ciò è che la Santa Sede, pochi giorni fa, ha istituito un’intera procedura per i sacerdoti che desiderano lasciare la Fraternità Sacerdotale San Pio X per rientrare nell’ordinamento giuridico. Diversi documenti devono essere letti e firmati, e uno di questi richiede esplicitamente l’accettazione del Concilio Vaticano II.

 

Il problema è quindi di natura dottrinale, non disciplinare.

 

In conclusione, cari fedeli, dobbiamo rimanere profondamente legati alla fede cattolica e avere la certezza che il ministero dei sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X è pienamente parte della Santa Chiesa Romana; questi sacerdoti continueranno a impartirvi i sacramenti con la stessa devozione, per il bene delle vostre anime.

 

Potremmo essere tentati di provare una certa animosità verso il Papa o il Cardinale Fernández, ma questo non sarebbe un atteggiamento cristiano. Dobbiamo continuare ad amare il Papa, e anche il Cardinale Fernández, a perdonarli di cuore e a pregare per loro. Sì, il Papa ha bisogno delle nostre preghiere; la Chiesa ha bisogno delle nostre preghiere.

 

E siamo felici di continuare a lavorare per preservare la fede e dare a tutta la Chiesa una splendida testimonianza della nostra fedeltà.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Spirito

«Assunzione, rigenerazione, garanzia della nostra stessa risurrezione»: Omelia di mons. Viganò nella festa dell’Assunta

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa dell’Assunzione della Vergine Maria

 

TU HONORIFICENTIA POPULI NOSTRI

Omelia nell’Assunzione della Beatissima Vergine Maria

   

Signum magnum apparuit in cælo:

mulier amicta sole, et luna sub pedibus ejus.

Un segno grande apparve nel cielo:

una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi.

Ap 12, 1

In questo giorno santo in cui la Chiesa — quella di sempre, non quella schiava del mondo, che ha creduto di poter riscrivere anche la lode dovuta alla Madre di Dio — innalza il suo canto dinanzi al mistero dell’Assunzione, permettetemi di condurvi non a una pia commozione passeggera, ma a quella roccia di dottrina sicura su cui i Padri, i Dottori e i Sommi Pontefici hanno edificato, per secoli, la nostra certezza.
 
Non fu un sentimento pio, non fu un’immaginazione consolatoria a generare questa festa che l’Oriente conosceva già come Dormizione fin dal V secolo, e che Roma stessa solennizzò per mano dei Pontefici Sergio I e Leone IV. Fu la logica stessa della Fede, quella logica che San Giovanni Damasceno seppe esprimere con vigore ineguagliato:
 
«Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza corruzione il suo corpo dopo la morte». (1)
 
Oportebat: era necessario, era conveniente. Non capriccio della pietà, ma necessità della ragione illuminata dalla Fede, la medesima che oggi taluni, gonfi di scienza e vuoti di sapienza, vorrebbero degradare a mito o a simbolo.

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A questa voce si uniscono, concordi attraverso i secoli, San Germano di Costantinopoli e l’antica tradizione attribuita a San Modesto di Gerusalemme; e poi, nel pieno della Scolastica, Sant’Alberto Magno nel suo Mariale, e l’Angelico Dottore stesso, San Tommaso, che nel commento alle Sentenze non esita ad applicare alla Θεοτόκος quello stesso principio di convenienza teologica che i Modernisti, innamorati del dubbio più che della certezza, hanno voluto bandire dalla teologia come se fosse un’onta e non, invece, un dono della grazia alla ragione.
 
San Bonaventura, San Bernardino da Siena, San Roberto Bellarmino, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: una catena ininterrotta di santità e di dottrina, che nessun Concilio pastorale, nessuna riforma liturgica, nessuna «nuova» teologia potrà mai spezzare, perché non è opera di uomini, ma custodia dello Spirito Santo sopra la sua Chiesa.
 
Quando, il 1 Novembre 1950, il Venerabile Pio XII pronunciò la definizione dogmatica con la Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus, egli non inventò una dottrina nuova: raccolse, come in un’urna preziosa, ciò che la Tradizione aveva custodito da sempre, e lo consegnò solennemente, con l’autorità che Nostro Signore ha posto nel Successore di Pietro, alla Fede irrevocabile di tutti i secoli a venire. Fu, quello, uno degli ultimi grandi atti di un Magistero che ancora sapeva insegnare senza tremare, definire senza negoziare, custodire senza disperdere — prima che la tempesta, che già covava nelle stanze romane, si abbattesse sulla vigna del Signore.
 
La Santa Chiesa, secondo la liturgia promulgata da Pio XII, pone oggi sulle labbra dei suoi ministri le parole che l’antico Israele rivolse a Giuditta, figura anticipatrice della Vergine vincitrice, dopo che ella ebbe schiacciato la testa del nemico del popolo di Dio.
 
«Il Signore ti ha benedetta con la sua potenza, perché per mezzo tuo ha ridotto al nulla i nostri nemici. Benedetta sei tu, o figlia, dal Signore Dio altissimo, più di tutte le donne sulla terra. Benedetto il Signore che ha creato il cielo e la terra, che ti ha guidata a colpire la testa del capo dei nostri nemici; perché oggi ha reso il tuo nome così glorioso, che la tua lode non si allontanerà dalla bocca degli uomini… Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la letizia d’Israele, tu l’onore del nostro popolo». (2)
 
Non sfugge la profondità di questa scelta da parte della Chiesa: Giuditta che recide il capo di Oloferne è figura di Colei che, Immacolata fin dal primo istante, schiaccia sotto il suo piede la testa dell’antico serpente; e come a Giuditta fu detto che il suo nome non sarebbe mai più uscito dalla bocca degli uomini, così il nome di Maria è benedetto in ogni generazione, ed è gloria di Gerusalemme, letizia d’Israele, onore del popolo cristiano.

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Chi oggi vorrebbe espungere queste tipologie dalla pubblica preghiera della Chiesa, giudicandole troppo «guerriere» o troppo «medievali» per un culto reso timido e accomodante, tradisce il senso stesso della battaglia soprannaturale in cui la Santa Chiesa è tuttora impegnata.
 
Il Padre Garrigou-Lagrange, fra gli ultimi grandi maestri della Scuola romana prima che i modernisti si impadronissero delle cattedre, insegnò che l’Assunzione non è privilegio isolato, ma frutto necessario dell’Immacolata Concezione e della Maternità divina: Colei che fu preservata dal peccato doveva esserlo anche dalla corruzione che del peccato è retaggio. Vi è in questo una coerenza che sfida ogni relativismo teologico: Dio non fa nulla a metà, e la grazia concessa a Maria al principio della sua esistenza doveva necessariamente fiorire e compiersi, al termine del suo pellegrinaggio terreno, nella gloria piena del corpo risorto.
 
Il grande domenicano confessava che il teologo attraversa, dinanzi alle più alte verità mariane, tre stagioni dell’anima: dapprima l’adesione della pietà filiale, poi il turbamento dinanzi alle obiezioni che il mondo solleva, infine — se Dio concede il tempo e la grazia di approfondire — il ritorno alla medesima certezza iniziale, non più per solo sentimento, ma per scienza: perché le cose di Dio, e in particolare le grazie concesse a Maria Santissima, sono sempre più ricche di quanto la pigrizia dell’intelletto osi supporre.
 
Non fu forse questo il cammino che tanti fedeli, e tanti pastori, avrebbero dovuto percorrere in questi decenni di smarrimento, invece di abbandonarsi, dinanzi alla prima obiezione del mondo, a un silenzio colpevole sulle verità più alte della Fede?
 
Il medesimo Padre Garrigou-Lagrange insegnò ancora che la mediazione universale di Maria e la sua Regalità sui cuori non sono ornamenti retorici, ma conseguenze rigorose della sua Maternità divina: se Ella è Madre del Capo, è Madre anche delle membra; se coopera alla nostra rigenerazione nell’ordine della grazia, tanto più la sua Assunzione gloriosa è primizia e garanzia di quella medesima rigenerazione estesa, un giorno, ai corpi di tutti i redenti.
 
Cari fedeli, in un’epoca che ha smarrito il senso del corpo — che lo idolatra e insieme lo profana, che lo manipola e lo dissolve in ideologie estranee al disegno del Creatore — la festa odierna ci ricorda che il corpo dell’uomo non è un accidente da cui l’anima anelerebbe liberarsi, ma parte costitutiva di quella persona che Cristo è venuto a redimere integralmente, mediante la propria Incarnazione.

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Maria assunta in cielo, anima e corpo, è la primizia e la garanzia della nostra stessa risurrezione: pegno che nessuna filosofia moderna, nessuna teologia evanescente, nessuna nota di impresentabili porporati potrà mai cancellare dal Credo che professiamo.
 
A Lei, dunque, Regina assunta in cielo, affidiamo oggi la Chiesa che tanto soffre; a Lei chiediamo che, come schiacciò fin dal principio la testa del serpente antico, così voglia schiacciare anche l’apostasia che oggi insidia il gregge di suo Figlio.
 
Che Ella, Arca della Nuova Alleanza assunta nel santuario del Cielo, ottenga a questa povera Chiesa pellegrinante la grazia di ritornare, senza più tentennamenti, alla pienezza della Fede e del culto che i Padri ci hanno trasmesso.
 
E così sia.
 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 15 Agosto MMXXVI
In Assumptione Beatæ Mariæ Virginis

    NOTE
1) Oportebat eam, quae in partu illaesam servaverat virginitatem, suum corpus sine ulla corruptione etiam post mortem conservare. S. Joannes Damascenus, Encomium in Dormitionem Dei Genitricis semperque Virginis Mariæ, hom. II, 14 (citato in Pio XII, Munificentissimus Deus, 1950). 2) Benedixit te Dominus in virtute sua, quia per te ad nihilum redegit inimicos nostros. Benedicta es tu, filia, a Domino Deo excelso, prae omnibus mulieribus super terram. Benedictus Dominus qui creavit cælum et terram, qui te direxit in vulnera capitis principis inimicorum nostrorum; quia hodie nomen tuum ita magnificavit, ut non recedat laus tua de ore hominum… Tu gloria Jerusalem, tu lætitia Israël, tu honorificentia populi nostri. Idt 13, 22-25; 15, 10 — Epistola della Messa dell’Assunzione

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Immagine: Guercino (1591-1666), Assunzione della Vergine (1650), Detroit Museum of Arts, Detroit. Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata  
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Spirito

La Reja: 12 seminaristi FSSPX hanno preso la tonaca

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Nella festa dell’Assunzione, il 15 agosto 2026, dodici seminaristi del Seminario Internazionale di Nostra Signora Corredentrice di La Reja, in Argentina, hanno ricevuto la tonaca da padre de Lassus, direttore del seminario. Provenienti da dieci paesi diversi, hanno così compiuto un passo significativo nel loro percorso di formazione al sacerdozio.

 

Oggi, 15 agosto, festa dell’Assunzione della Vergine Maria, il seminario La Reja è stato pervaso dalla gioia. In primo luogo per la festa che stavamo celebrando, ma anche, in stretta connessione con il mistero dell’Assunzione, in occasione dell’investitura di dodici seminaristi dell’anno di spiritualità, provenienti da diverse parti del mondo.

 

Un cileno, un peruviano, un colombiano, due messicani, tre brasiliani, un filippino, un argentino, un ecuadoriano e un cubano hanno ricevuto l’abito ecclesiastico dalle mani del reverendo padre de Lassus, direttore del seminario.

 

Questa cerimonia, che segna in modo chiaro, significativo e profondo ogni seminarista durante gli anni di formazione, manifesta e chiede a Dio la grazia di abbandonare il mondo e donarsi interamente al Signore. Come la talare ricopre tutto il corpo, così l’intera persona deve essere avvolta da Cristo per rivestirsi della vita di grazia, simboleggiata dalla cotta bianca che il seminarista indosserà sopra l’abito clericale nero.

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Questi seminaristi hanno ricevuto oggi un dono molto speciale, ma anche una grande responsabilità. Ovunque andranno, saranno d’ora in poi ambasciatori di Colui che hanno scelto. Non si tratta di un’investitura volta a mettere in risalto meriti personali o onori individuali: tutto è ordinato al Signore, alla Sua gloria e al Suo regno in mezzo al popolo. Questi seminaristi ricevono la missione di manifestare pubblicamente la loro offerta alla divina Volontà, come rivelata nella Rivelazione e nella Tradizione trasmesse dagli Apostoli.

 

Sono stati indetti tre giorni di ritiro spirituale per preparare le loro anime a ricevere questo dono; è stato un vero e proprio tempo di grazia. Santa Messa, adorazione eucaristica, preghiera liturgica e personale, silenzio, meditazione e riflessione su questa fase della loro vita da seminaristi hanno scandito questi giorni. Durante questo periodo, ciascuno ha anche beneficiato della guida e del sostegno dei professori. Infine, come grazia speciale, l’ultima conferenza è stata tenuta dal priore del priorato di Buenos Aires, padre Luiz Camargo.

 

Oggi, Nostro Signore, che si è degnato di rivestirsi della nostra umanità, ha benedetto, per mano del direttore del seminario, le tonache con cui questi seminaristi sono stati rivestiti: affinché si rivestano di povertà, innocenza e rinuncia, e muoiano a tutto ciò che si oppone al regno di Nostro Signore; affinché, con la santità della loro vita, gli uomini siano spinti a cercare le cose del Cielo e, con le loro azioni, glorifichino la grandezza, la giustizia e la bontà di Dio.

 

Nessun cattolico ben formato può negare i tempi bui che stiamo vivendo. Perciò affidiamo alle vostre preghiere la perseveranza di ciascuno dei seminaristi della nostra casa di formazione sacerdotale, e in particolare di coloro che oggi hanno compiuto questo importante primo passo. Possano rimanere sempre fedeli e trovare la loro gloria nella Croce del nostro Redentore.

 

«Mihi autem absit gloria in cruce Domini nostri Iesu Christi, per quem mihi mundus crucifixus est et ego mundo».

 

«Quanto a me, quanto a me, non sia mai che io mi vanti se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo è stato crocifisso per me e io per il mondo» (Galati 6,14).

 

 

 

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Occulto

Mons. Viganò contro il rito della Pachamama in Perù prima dell’arrivo del papa

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha reagito alla notizia di un rito di idolatria della Pachamama svoltosi in Perù alla presenza di alti funzionari vaticani prima dell’arrivo di Leone XIV.   «A Cusco, nei giorni scorsi, in preparazione al prossimo viaggio di Leone in Perù, alti prelati della chiesa sinodale hanno preso parte — non come spettatori distratti, ma come partecipanti attivi — a un rito pagano di invocazione all’idolo infernale della Pachamama».   «È lo stesso culto idolatrico con il quale Bergoglio ha violato il Primo Comandamento e profanato i giardini vaticani e la Basilica di San Pietro, e che Robert Prevost aveva già praticato come giovane agostiniano. Il seme fu gettato ad Assisi, il 27 ottobre 1986; il raccolto lo vediamo oggi, quando un officiale del Dicastero per la Dottrina della Fede e un vescovo ausiliare offrono, con visibile devozione, foglie di coca a un immondo idolo andino, al quale vengono ancor oggi offerti sacrifici umani» scrive l’arcivescovo.  

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«A chi ancora si domanda se vi siano ”segni di cattolicità” residui in questa struttura che porta il nome di Chiesa Cattolica ma ne ha tradito la sostanza, chiedo: come giudicherebbero i Martiri della Fede questa apostasia del clero e dei vertici della chiesa conciliare-sinodale?» tuona monsignore.   Come divenuto noto pochi mesi fa, nel 1995, quando era ancora un sacerdote agostiniano, l’allora padre Robert Prevost partecipò a un simposio teologico ufficiale a San Paolo, in Brasile, il cui programma includeva un rituale dedicato a Pachamama, la «Madre Terra». Vi sono foto del futuro papa inginocchiato durante il rito idolatrico della Pachamama.  
Nell’omelia della passata festa del Corpus Domini, Viganò aveva lamentato: «Non è chi non veda quanto grottesco e rivelatore appaia il comportamento di Pastori indegni, per i quali ogni scusa è valida se consente di negare gli onori divini al Santissimo Sacramento. Ci si prostra davanti alla Pachamama, ma guai a piegare il ginocchio — veneremur cernui — al Pane degli Angeli».   Due anni fa il prelato aveva commentato la notizia dell’inizio della «fase sperimentale» della messa in «rito amazzonico» decisa dai vertici del Sacro Palazzo dichiarando che «il “rito amazzonico” partorito dalla mente di Bergoglio rappresenta un ulteriore passo verso il culto della “madre terra” inaugurato con l’idolo della Pachamama» ha scritto il prelato.
  Il 4 ottobre 2019, durante una cerimonia tenutasi nei Giardini Vaticani prima dell’apertura del Sinodo amazzonico, Bergoglio ha benedetto l’effigie della dea pagana andino-amazzonica detta «Pachamama», un idolo pagano di divinità femminile presente nelle tremende religioni precolombiane.

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In seguito un fedele austriaco gettò nel Tevere le statue della Pachamama tenute nella chiesa della Traspontina in via della Conciliazione. Seguì il ritrovamento pressoché immediato (incredibile) da parte delle forze dell’ordine italiane, la reinstallazione degli idoli pagani nell’edificio sacro ai bordi del Vaticano e l’ancora più incredibile richiesta di perdono da parte del papa per le effigi della dea buttate nel Tevere.   Come riportato da Renovatio 21, curiosamente al World Economic Forum di Davos 2024 si è avuto un momento inquietante quando sul palco è stata chiamata a «benedire» i potenti globali lì riunitisi uno sciamano-donna dell’Amazzonia.   Nel frattempo, parallelamente al rito amazzonico che si sta sviluppando in sordina, il Vaticano sta riflettendo su un altro rito inculturato, legato al paganesimo: si tratta del rito Maya, Maya proposto dai vescovi cattolici del Messico è ora all’esame del Dicastero per il Culto Divino.   Ci troviamo ancora una volta dinanzi a quello che Renovatio 21 a più riprese ha definito catto-paganesimo papaleadulterazione idolatrica se non demoniaca del rito spinta dallo stesso vertice del papato.  

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