Immigrazione
Immigrazione e stupro sistemico: la guerra contro la donna e la società è qui
L’ultimo caso è quello della bella modella scampata per un pelo da una molestia del branco.
«Mi hanno inseguita e hanno iniziato a toccarmi. Ho cercato in tutti i modi di oppormi, ma erano troppi» dice la vittima nei virgolettati finiti sulla stampa.
I giornali sono prodighi di dettagli, tranne uno. Cioè, ci dicono come si chiama la ragazza, da dove viene (Polonia) che lavoro fa (la modella: a quanto pare esistono ancora, ma l’IA si mangerà questa professione nel giro di pochi mesi), quanti anni ha (30), dove è accaduto il fattaccio (Milano, Porta Romana, anzi per precisione via Livenza), dove stava andando (al supermercato), dove è stata colpita (è stata picchiata «con pugni al volto e all’addome»), e ci viene raccontato anche perché come si sarebbe salvata – un giovane sconosciuto avrebbe ingaggiato una colluttazione con il gruppo di malintenzionati, mettendoli, pare di capire, in fuga.
L’eroismo del piccolo guerriero samaritano («giovane alto e robusto, sembrerebbe italiano» scrive il Corriere lasciandosi sfuggire qualcosa) si prende il centro della notizia: visto, esistono ancora persone coraggiose, si buttano da soli contro la ridda dei molestatori, e vincono. Anzi, dalla cronaca nera, a questo punto la notizia viene ritorta ancora più pazzescamente verso la cronaca rosa: ora la ragazza – una modella, quindi bellissima, praticamente una principessa – vuole conoscere il suo salvatore, il cavaliere senza volto.
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Tutto fantastico, letteralmente. Guardate dove ci sta portando la forza impressa nell’architettura di questa notizia: è l’happy ending, è la favola. Evviva: tutti vivranno felici e contenti – soprattutti i lettori, i cittadini contribuenti per cui questa fiaba è confezionata con cura.
Manca solo un dettaglio: chi erano i molestatori? Negli articoli che circolano sulla vicenda non ce n’è traccia. Il lettore non affetto da formi ingravescenti di prosciutto oftalmico lo presente: ma non è che… il gruppo di molestatori… è di origine straniera? In realtà, quando parlano dell’eroe che «sembrerebbe italiano» sembrano implicitamente ammetterlo. Ma chissà.
Lo spettro di una parola aleggia in ogni riga dei resoconti: maranza. Eppure, il lemma non è di quelli usati ad abundantiam recentemente, al punto che lo stesso Corriere aveva dedicato articoli alla loro «moda», con tanto di analisi delle «maranzine», cioè le ragazze finite nei gruppi di ragazzini afroislamici.
Ora, il lettore di Renovatio 21 sa che il giornalista diligente, che voglia tenersi stretti il suo tesserino dell’Ordine, deve attenersi a ai dettami della Carta di Roma, cioè il «Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti» oggi parte integrante del «Testo unico dei doveri del giornalista».
Secondo la deontologia giornalistica, titolare scrivendo la provenienza etnica di un aggressore, in quest’ottica, è sbagliato: «è necessario ribadire che la provenienza o l’appartenenza culturale di una persona vanno specificate solo quando è strettamente necessario al fine della comprensione della notizia». «Evitare di “etnicizzare” le notizie non significa censurare certe informazioni?» si domandano le linee guida della Carta. «Non si chiede di censurare informazioni, ma di selezionare, tra le varie caratteristiche proprie di una persona, solo quelle veramente pertinenti a capire cosa è successo».
L’associazione Carta di Roma è un ente nato nel 2011 per attuale tale «protocollo deontologico per una informazione corretta sull’immigrazione». La pagina internet «Chi siamo» nel 2018 riportava il supporto del UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), dell’Otto per Mille Chiesa Valdese e di Open Society Foundation, il sistema di fondazioni di George Soros. La stessa pagina oggi non vede più inserito il logo dell’ente di Soros, sostituito da quello dell’UNAR.
Sappiamo che la tendenza non è solo italiana: pensiamo ad esempio alla Francia, dove l’anno passato un gruppo di deputati verdi e di sinistra aveva denunciato la «strumentalizzazione politica» dei fatti di cronaca nera, per cui si chiedeva ai media pubblici di «effettuare una revisione editoriale del ruolo delle notizie nella copertura mediatica».
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Il testo proposto dai goscisti dell’Assemblée Nationale citava il caso di Lola, 13 anni, violentata e uccisa a Parigi da una migrante algerina con un ordine di espulsione nel 2022, e quello di Thomas, assassinato da una banda di migranti a Crépol nel 2023.
Colpisce ad ogni modo che l’attenuazione mediatica sia richiesta anche per uno dei crimini più orrendi, specie considerando la sensibilità femminista arrivata a permeare gli ambiti istituzionale: la violenza sessuale.
Questo perché alla sinistra, ai giornali, non può riuscire di vedere il fenomeno nella sua essenza. I guardiani della soglia non vogliono che le masse arrivino a comprendere la tragica verità: e cioè che uno stupro non è solo uno stupro.
Uno stupro, in determinati contesti, non costituisce un atto isolato di violenza, ma è uno strumento politico. Chi conosce la storia lo sa: fuori dalla sua natura ferale, lo stupro nei secoli viene utilizzato deliberatamente come arma per affermare dominio, umiliare il nemico, distruggere comunità e consolidare il controllo.
Ciò è particolarmente evidente contesti di guerra o oppressione, lo stupro non riguarda principalmente le pulsioni belluine del maschio (che sono, a loro, volta, strumenti, come tutte le forze non sottoposte alla ragione) bensì il potere, l’umiliazione e la distruzione del tessuto sociale preesistente.
La violenza sessuale a terrorizzare e demoralizzare la popolazione nemica, compresi civili e famiglie. Un popolo terrorizzato e demoralizzato è incline alla resa e alla sottomissione: ciò è vero con i bombardamenti aerei (non solo di bombe: pure i volantini, a dimostrazione che si tratta di una battaglia psicologica) così come gli stupri sistematici visti nelle zone di guerra.
Lo stupro, sin dall’epoca più antica di cui abbiamo traccia, simboleggia la conquista: violando le donne, viste storicamente come simbolo dell’onore del gruppo, si afferma la superiorità del vincitore e l’impotenza del perdente. In epoca pre-aborto, ma anche ora in vari contest, esso era chiaramente impiegato anche per alterare la composizione demografica attraverso gravidanze forzate (cioè pulizia etnica tramite il ventre delle donne conquistate, cioè genocidio per sostituzione etnogenetica), per aumentare il morale delle truppe – perché la guerra tira fuori il peggio di qualsiasi uomo – e per devastare i legami sociali, provocando traumi collettivi e stigma che fa implodere il gruppo sociale.
Il fenomeno, lo sappiamo è antico. Già nell’Iliade e nelle conquiste dell’antichità e del Medioevo, lo stupro delle donne dei vinti faceva parte del bottino di guerra.
Fino al Novecento era spesso considerato un «danno collaterale» o addirittura un diritto del vincitore. Solo con le Convenzioni di Ginevra e, soprattutto, con i tribunali internazionali degli anni Novanta, lo stupro è stato esplicitamente riconosciuto come crimine di guerra e crimine contro l’umanità, talvolta, ufficialmente, come strumento di genocidio.
È stato durante la Seconda Guerra Mondiale che ha cominciato a notarsi i contorni del fenomeno: nel Massacro di Nanchino i soldati giapponesi stuprarono decine di migliaia di donne cinesi. Il museo dello stupro di Nanchino, che lo scrivente ha visitato, è un titanico e dedalico monumento a queste crudeltà efferate: il Giappone ridusse in schiavitù sessuale («donne di conforto», erano chiamate) circa 200.000 donne.
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L’Armata Rossa in Germania commise centinaia di migliaia di violenze sessuali come forma di vendetta e terrore. Negli anni Novanta, durante le guerre jugoslave, gli stupri sistematici in Bosnia (soprattutto di donne musulmane) furono organizzati come strumento di pulizia etnica, tanto da essere riconosciuti come crimine contro l’umanità dal Tribunale dell’Aja.
Nel genocidio del Ruanda del 1994 lo stupro fu usato massicciamente contro le donne vatusse. Casi simili si sono ripetuti in Congo, Tigray, Birmania, Siria e molti altri conflitti contemporanei, dove lo stupro viene impiegato ancora oggi come arma di guerra a basso costo.
L’Italia stessa dovrebbe ricordare le «marocchinate» nel 1944, una delle pagine più tragiche e controverse della campagna d’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Con questo termine quasi giocoso, si indicano stupri di massa, violenze sessuali, saccheggi e omicidi compiuti principalmente dai goumiers (truppe coloniali marocchine, ma anche algerine e di altre origini nordafricane) inquadrati nel Corpo di Spedizione Francese in Italia (CEF), comandato dal generale Alphonse Juin.
I fatti si concentrarono soprattutto dopo la battaglia di Montecassino, tra maggio e giugno 1944. Dopo aver contribuito in modo decisivo allo sfondamento della Linea Gustav, le truppe francesi avanzarono nella Ciociaria (provincia di Frosinone) e nel basso Lazio, estendendo poi le violenze fino a parti della Campania e della Toscana meridionale. Secondo numerose testimonianze e rapporti dell’epoca, ai soldati fu concessa una sorta di «carta bianca» per circa 50 ore come ricompensa per le pesanti perdite subite a Cassino. Questo permise saccheggi sistematici e violenze incontrollate sulla popolazione civile italiana, considerata «nemica» per via dell’alleanza precedente con la Germania nazista.
Le vittime furono soprattutto donne di ogni età: dalle bambine di 11 anni alle anziane di oltre 80. Molte furono stuprate a turno da gruppi di soldati (spesso da 2-3 fino a decine o centinaia in casi estremi), picchiate e in alcuni casi uccise. Non furono risparmiati nemmeno uomini e bambini: centinaia di maschi furono sodomizzati e assassinati, spesso per aver tentato di difendere le proprie familiari. Interi paesi furono devastati, con furti, incendi e distruzioni.
I comandi alleati (americani e britannici) erano a conoscenza dei fatti, ma intervennero in modo limitato per non creare tensioni con i francesi. In Italia l’evento rimase a lungo in ombra per non offuscare il racconto della cosiddetta «Liberazione». Solo nel 1952 la deputata comunista Maria Maddalena Rossi lo denunciò in Parlamento. Il caso divenne noto al grande pubblico grazie al romanzo La Ciociara di Alberto Moravia e al film di Vittorio De Sica con Sophia Loren.
Tutta la questione degli stupri che finiscono (se vi finiscono) nella cronaca dei giornali può divenire comprensibile solo se realizziamo che non si tratta più, con evidenza, di immigrazione, ma di invasione. In termini logici, non si tratta di un processo sociale, ma di un processo bellico. Gli stupri quindi non sono crimini sociali, magari legati al disagio: sono veri e proprio strumenti di guerra, utilizzati, coscienti o no che siano, dalle truppe di occupazione terzomondiali, così da disintegrare il morale degli autoctoni e sabotarne il tessuto sociale a partire dall’elemento fondante della società, la donna.
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Le statistiche parlano piuttosto chiaro. In Italia, secondo i dati del Ministero dell’Interno e dell’ISTAT relativi al 2022, gli stranieri rappresentano circa l’8,5-10% della popolazione residente. Tuttavia, nel 2022 su 5.775 autori noti di violenze sessuali denunciati o arrestati, il 42,2% erano stranieri. Gli immigrati risultano quindi sovrarappresentati rispetto al loro peso demografico, con un fattore di 4-5 volte superiore. Questa sovrarappresentazione è ancora più marcata tra i giovani e nei reati commessi da sconosciuti. Gli irregolari mostrano tassi particolarmente elevati in vari studi.
In Europa il quadro è analogo in diversi Paesi con alti livelli di immigrazione. In Svezia, che ha uno dei tassi di denuncia di stupro più alti del continente, studi e inchieste mostrano che tra il 58% e i due terzi dei condannati per stupro hanno background immigrato (prima o seconda generazione), con forte sovrarappresentazione da Medio Oriente, Africa e Afghanistan.
In Germania gli stranieri sono sovrarappresentati nei reati sessuali, con un aumento evidente dopo il 2015. A Parigi, in Francia, nel 2023 il 77% dei stupri risolti aveva autori di nazionalità straniera. Tendenze simili emergono anche in Gran Bretagna e in altri Paesi europei per quanto riguarda i reati sessuali commessi da sconosciuti o di gruppo.
A livello europeo Eurostat registra un forte aumento generale delle denunce di violenze sessuali e stupri negli ultimi dieci anni. I Paesi con maggiore immigrazione extra-europea tendono a mostrare una maggiore incidenza di autori stranieri nei reati predatori.
In breve, abbiamo importato a casa nostra lo stupro sistemico. Lo abbiamo pagato con le nostre tasse, abbiamo lasciato che lassù qualcuno lo programmasse per ferire le nostre donne e quindi far collassare la nostra società.
Questo è evidente leggendo le cronache dei giornali, in ispecie quelli locali.
Agosto 2025: «Violenza di gruppo su una 19enne a Padova: stupro in un edificio abbandonato. Tre stranieri arrestati». Marzo 2026, provincia di Bergamo: «La colpisce con una sciabola e la stupra ripetutamente: arrestato a Bottanuco marocchino di 43 anni». Rovigo, luglio 2025: «Stupro a Rovigo, preso anche il secondo aggressore: arrestato un 19enne egiziano». Catania: «13enne stuprata da sette egiziani. Confermata la condanna a 12 anni per uno degli aggressori». Liguria, ottobre 2025: «25enne sequestrata e stuprata nell’entroterra di Chiavari: la ragazza ha lottato per un’ora». Napoli, stesso mese: «Napoli, turista stuprata a Porta Capuana: arrestato 29enne marocchino». Milano, settembre 2025: «impiegata trascinata nel bosco e violentata mentre fa jogging: allo stupratore altro sconto di pena in Appello». Novembre 2025: «Donna violentata nel centro di Firenze, due arrestati per stupro di gruppo». Abruzzo, poche ore fa: «Avezzano, egiziano stupra una 16enne nel parcheggio della scuola».
È solo un mazzetto. Possiamo andare avanti per giorni, raccogliendo orrori raccapriccianti. sia nel passato che nel futuro.
Ora, perché nessuno parla delle nuove «marocchinate»? Perché sui giornali non esiste ancora il termine «maranzate»?
C’è questa tendenza, a non vedere la questione migratoria come un vero e proprio fenomeno militare, una guerra neanche più tanto occulta in pieno svolgimento in Occidente.
Eppure, per tanti immigrati è tutto logico: Dar al-Harb è il termine classico della giurisprudenza islamica che significa letteralmente «dimora della guerra». Storicamente, indicava i territori al di fuori del controllo islamico (Dar al-Islam) non governati dalla legge coranica e abitati da non musulmani, con cui non esistevano trattati di pace o alleanze.
E quindi, per l’islamismo nemmeno patentemente jihadista – dove, dopo qualche bisboccia e qualche arresto, confluiscono per forza di gravità tutti gli sbandati afroislamici, e non solo loro – è chiaro che se il Paese non è sottomesso all’Islam, allora è terra di guerra, e quindi, per conseguenza naturale, di stupro.
Tutti i fatti di cronaca che leggete, e quelli che non leggerete perché non riportati, o trasformati in favolette, vengono da questa matrice metapolitica ancestrale.
Lo stupro come sistema per disintegrare le società cristiane, dove vigeva la sicurezza del cittadino e la dignità dell’essere umano: ecco la cifra sessuale dell’anarco-tirannia e del suo programma di violenza totalista.
Roberto Dal Bosco
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Immagine generata artificialmente
Immigrazione
Trump: la migrazione di massa porterà la Spagna alla rovina
‘What’s happened with Spain is an outrage.’
Donald Trump says migrant invasions in Spain, like that of Ceuta, will be the ‘ruin’ of Europe.@beverleyturner pic.twitter.com/Dj6BnFaEAq — GB News (@GBNEWS) September 3, 2026
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Animali
I migranti di Ceuta picchiano a morte un cucciolo di delfino: la mente progressista in cortocircuito
Dalla Ceuta invasa dai nordafricani arrivano immagini in grado di stimolare il raccapriccio persino tra goscisti ed immigrazionisti. Un tabù enorme è stato toccato, anzi forse due: la violenza contro i cetacei e pure quella contro i cuccioli di animale.
Le immagini hanno fatto il giro del mondo in un battibaleno: un gruppo di migranti è stato accusato di aver estratto dal mare un cucciolo di delfino per poi ucciderlo a bastonate
Come riportato dal quotidiano locale El Faro de Ceuta, mercoledì un piccolo di tursiope era stato notato mentre nuotava in prossimità della riva, sulla spiaggia di El Trampolin, prima che alcuni uomini lo tirassero fuori dall’acqua; uno di loro avrebbe colpito l’animale alla testa con un bastone, provocandone la morte.
Un addetto alla sorveglianza della spiaggia sarebbe intervenuto per fermare il gruppo, intimando di non toccare il delfino e di avvisare i servizi preposti alla tutela della fauna selvatica. Gli uomini avrebbero quindi provato a rimettere l’animale in mare, ma a quel punto sembrava già privo di vita.
Il blogger di Ceuta Juan Ruiz ha ripreso con la videocamera alcuni membri del gruppo mentre si avvicinavano sollevando il delfino come se fosse un trofeo. «Non potete prenderlo, è un delfino, non si mangia!», ha gridato Ruiz, chiedendo poi con insistenza chi fosse stato a ucciderlo.
🇪🇸 Spanish men intervened to rescue a baby dolphin from Moroccan migrants in Ceuta.
Follow: @europa pic.twitter.com/ovaBcKqCEz
— Europa.com (@europa) September 3, 2026
The illegal migrants in Ceuta pulled a baby dolphin out of the sea today and clubbed it to death for fear fun.
Get them out of Europe immediately pic.twitter.com/4ERzMgH8kC
— Visegrád 24 (@visegrad24) September 3, 2026
🇪🇸 Migrants in Ceuta filmed dragging a baby dolphin from the sea
A disturbing video recorded at El Trampolín beach in Ceuta shows a group of migrants taking a baby dolphin out of the water and carrying it along the beach.pic.twitter.com/v7zhuUxv09
— NewsForce (@Newsforce) September 3, 2026
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Di fronte all’affermazione di alcuni presenti secondo cui l’animale sarebbe morto già in acqua, Ruiz ha replicato con tono sarcastico: «Certo, è morto in acqua da solo, no?».
L’associazione ambientalista locale DAUBMA ha sporto denuncia presso le forze dell’ordine spagnole, sollecitando le autorità ad aprire un’indagine sull’accaduto e a individuare i responsabili.
La diffusione del video ha scatenato una vasta ondata di sdegno sui social media del mondo intero, con numerosi utenti spagnoli che invocavano procedimenti penali nei confronti dei responsabili e la loro espulsione dal territorio nazionale. Questa reazione si è inserita in un clima già segnato da un più ampio sentimento anti-immigrazione a Ceuta, città in cui i residenti avevano già manifestato pubblicamente chiedendo espulsioni e scandendo cori come «Fuori gli invasori».
Le immagini sono davvero difficili da guardare: il povero cucciolo di delfino privo di vita mentre viene portato da un gruppo di nordafricani sghignazzanti. Dobbiamo dire che Renovatio 21 aveva già veduto immagini simili: in un lago belga, alcuni ragazzini immigrati avevano catturato un grosso pesce, e tra risate e cachinni lo avevano portato in giro a mo’ di trofeo e gettato per uno scivolo acquatico, non si sa sé ancora vivo o già morto. Il video su YouTube o X non si trova più, perché – pensate un po’ – violave le linee guida di entrambe le piattaforme contro la diffusione e la promozione di contenuti legati al maltrattamento degli animali. Tuttavia se volete dare un’occhiata una testa fiamminga ancora lo mostra.
Il cortocircuito della mente progressista, davanti all’immagine di abuso del cetaceo, vacilla. Quindi, la storia degli abusi sugli animali perpetrati dagli immigrati – come diceva durante la campagna elettorale 2024 Donaldo Trump («They’re eating the dogs / They’re eating the cats / They’re eating the pets») raccogliendo le testimonianze in Ohia e in altre varie aree USA, e come sanno tanti italiani che osservano parchi e zone di verde della loro città – è vera, e a questo punto incontrovertibile.
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La metafisica piddina va in cortocircuito: è possibile tenere insieme l’agenda ecologica (con le sue vacche sacre, pardon, cetacei sacri) con quella immigrazionista? Il marocchino che se la ride mentre espone il cadavere del cucciolo di tursiope lo nega per sempre.
Il cittadino sincero-democratico e progressista precipita nel vuoto, se si mette a pensare alla probabile dinamica dell’accaduto: il piccolo di delfino si allontana dalla sua mamma perché, birbante, voleva giocare con gli uomini che vedeva sguazzare poco più in là nella spiaggia… essi magari lo hanno pure attirato. Per poi massacrarlo senza nessuna pietà, con una violenza contro i cuccioli che non possiamo dire sia naturale – tutti prima o poi lo abbiamo pensato: le forme «carine», occhi grandi, musetti tondi, che hanno i piccoli di ogni specie servono proprio a depotenziare l’aggressività delle belve adulte.
Si tratta del Kindchenschema formulato per la prima volta dall’etologo premio Nobel Konrad Lorenz nel 1943, che descriveva un insieme di caratteristiche fisiche tipiche dei cuccioli — sia umani che animali — che attivano una risposta biologica automatica negli adulti che comprende la stimolazione immediata dell’istinto di cura parentale e protezione. Chi ha mai visto un gattino piccolo sa di cosa parliamo. Pure guardando queste immagini del cucciolo di delfino morto tale reazione senz’altro si attiva. Da qui il cortocircuito ancora più poderoso.
A questo punto ammettiamo pure che anche Renovatio 21 ha qualche difficoltà. Chi ci segue conosce la nostra indomita battaglia contro la specie cetacea, i suoi comportamenti osceni, e i suoi privilegi: delfini e orche sono armi totemiche dell’ecofascismo antiumanista, quello per cui l’uomo può pure morire sacrificato all’idolatria del mammifero pisciforme, come insegna il caso della teppa orcina che incrocia al largo di Gibilterra, che non è tanto lontana da Ceuta, in effetti.
Al contempo, riteniamo, con ancora più evidenza sulla nostra vita quotidiana, che anche l’immigrato sia un’arma, sparata con milioni di cartucce umane, contro l’Europa e la Civiltà, cioè contro di noi. Un ordigno sociogeopolitico (la definisce così l’accademico statunitense Kelly M. Greenhill nel suo libro Armi di migrazione di massa) , concetto storico-politico ben noto agli studiosi del fenomeno e ai suoi praticanti – un tempo, Muhammar Gheddafi (che negoziò con la fine della tratta umana mediterranea la fine dell’embargo antilibico, per poi essere tradito e travolto sino ad essere impalato), poi Receps Erdogan (che ottenne, sempre dalla UE, 5 miliardi per tenersi gli immigrati della grande ondata del 2015, quella del bambino curdo Aylan fotografato morto sulla spiaggia) ora con probabilità il Regno del Marocco con i suoi probabili fiancheggiatori israelo–americani.
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Gli immigrati, abbiamo ripetuto su questo sito tante volte, sono lo strumento di un piano per distruggere non solo il vostro benessere e la vostra incolumità biologica, ma lo stesso sistema morale cristiano, come perfettamente enunciato dal conte Coudenohove-Kalergi. Essi servono ad attivare nelle nostre città quello che chiamiamo anarco-tirannia, un sistema dove il cittadino è oppresso non solo dalla violenza barbarica randomatica dell’immigrato, ma pure dallo Stato divenuto impossibilmente esoso e incredibilmente repressivo, totalitario davvero, verso il contribuente autoctono – il green pass serva da esempio, e aspettate di vedere cosa vi farà l’euro digitale, o anche solo con l’ID digitale UE – mentre l’immigrato è lasciato libero di gozzovigliare tranquillo e sanguinario in quella che le rivolte inglesi di questi anni hanno chiamato «two tier society», società a due livelli. Privilegio e tolleranza per il migrante, repressione totale poliziesca e giudiziaria per l’autoctono.
Ora, il gioco della torre immigrati contro cetacei davvero non ce l’aspettavamo, per cui non fateci decidere. Si tratta di due maschere della Necrocultura, due idoli osceni del mondo moderno, due progetti pensati per distruggere le vostre vite.
Poi, va bene, il solito disgustoso paradosso persiste: alcuni protestano per il delfinino morto, ma per le ragazzine sistematicamente stuprate dagli immigrati (come a Ceuta…) non una parola. Come niente da dire per i milioni di bambini abortiti, cui si aggiungono, in questi giorni, i bimbi strangolati dalle loro madri, che le femministe americane vogliono libere.
Le torme a sostegno della figlicida Lindsay Clancy sotto processo (e delle sue emulatrici, già all’opera) sono le stesse majorette dell’immigrazione di massa, e che dicono che la «grande sostituzione» non esiste, è solo un mito inventato dalla destra xenofoba e razzista e pure antiabortista.
Dispiace doverlo comunicare alle femministe ed ai femministi: grazie al vostro impegno perverso, sarete sostituiti, pure voi, da eserciti di abusatori di delfini.
E ci rendiamo conto che – rileggiamola – quest’ultima frase pare pure surrealismo, fantascienza, teatro dell’assurdo.
Invece è l’amara realtà. Per noi tutti, per voi e i vostri amici pinnati.
Roberto Dal Bosco
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Immagine screenshot da Twitter
Immigrazione
Gran Bretagna, carcerati bianchi costretti a convertirsi da bande musulmane
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