Pensiero
La guerra civile transumanista è già iniziata
Zoltman Istvan è un ragazzotto americano che spesso finisce sui giornali perché, in uno Stato bipartitico come gli USA, lui ha un suo partito politico indipendente. Nel 2016 corse per diventare presidente con il suo United States Transhumanist Party, il partito transumanista americano (USTP). Nel 2018 ha provato a diventare governatore della California.
A livello elettorale non ha avuto alcun successo, tuttavia ha ottenuto ciò che desiderava: permettere al transumanismo di arrivare al grande pubblico americano, cercando così di sensibilizzarlo riguardo alle possibilità tecnologiche di miglioramento della specie umana. Per Zoltan è necessario «creare una mentalità culturale in America che abbracciare e produrre tecnologia e scienza radicali è nel migliore interesse della nostra Nazione e della nostra specie». Siamo, insomma, nella fase del proselitismo. In teoria. Bisogna spiegare che l’uomo può essere migliorato, può superarsi, divenire, grazie alla scienza, superuomo.
I transumanisti credono proprio questo: la natura può essere riformata, e la vita umana prolungata e migliorata grazie a modifiche tecniche fatte nel corpo umano: bioinformatica, chip cerebrali, biorobotica, farmaceutica, ingegneria genetica. L’essere umano, quindi, grazie alla tecnologia trascende se stesso – divenendo più che umano, cioè transumano.
Lo slogan del partito, creato nel 2014, è particolarmente rilevante: «Mettere la scienza, la medicina e la tecnologia in prima linea nella politica americana». Non è esagerato dire, come faremo fra poco, che l’intero Paese, con Fauci e il COVID, sia quindi divenuto transumanista. Uguale per il resto del mondo: trovatemi un virologo TV o un rappresentante piddino che non sia d’accordo con il motto dell’USTP.
Zoltan non ci ha mai colpito per la sua profondità di pensiero. Ha dichiarato di essere stato fulminato dall’idea del transumanismo in Vietnam: ma non durante la guerra, durante una gita touristica (forse un po’ Dark Tourism) dove gli fu detto che il campo vicino a lui era pericoloso, perché ancora pieno di mine – da qui l’illuminazione della caducità della vita, e quindi invece che pensare all’anima immortale, il nostro a pensato a come immortalizzare il corpo.
Tuttavia, il personaggio ha giocoforza fatto alcuni pensieri interessanti riguardo al destino del transumanismo nella società moderna. Nel suo romanzo filosofico del 2013 The Transhumanist Wager («La scommessa transumanista») pare significare che la minaccia più grande arriverà da «gruppi cristiani», che attaccheranno i transumanisti per far deragliare le magnifiche sorte progressive dell’umanità transumanizzante, scatenando infine una guerra tra le due fazioni.
L’idea della guerra transumanista fu ripetuta dallo Zoltan in un’intervista con la testata Quartz nel 2020:
«Si verificherà una grande guerra transumanista tra coloro che abbracciano la tecnologia radicale nei loro corpi e coloro che non lo fanno. Molti saranno colpiti da questo periodo e alcuni lo chiameranno la fine dei tempi. Vinceranno quelli che si schiereranno con la tecnologia e l’Intelligenza Artificiale».
Il lettore può capire che niente di tutto questo oggi è fantascienza, né il semplice discorsetto di un folclorico personaggio da candidatura presidenziale pazzotica stile Vermine Supreme.
Perché, in primo luogo, il Pentagono – non unico fra gli organi militari – sta portando avanti tutte queste tecnologie di «potenziamento del soldato». Ma lasciando stare gli esperimenti più o meno segreti della DARPA sui soldati, possiamo ricordarci di Klaus Schwab, che preconizza chip cerebrali per tutti in una fusione completa uomo-macchina dove negli aeroporti ti scannerizzano il pensiero. La questione, quindi, è concreta assai.
In secondo luogo, è impossibile non riconoscere che la società è stata transumanizzata: la campagna mondiale di vaccinazione, cioè di modifica genica mRNA, cosa è se non, sulla carta, un immenso processo di supposto miglioramento biotecnologico dell’essere umano? Di questo sono convinti tutti i sierati e le loro autorità: mi sono vaccinato per divenire migliore, per non prendere il COVID, per non morirne.
Sono tutti diventati, più o meno involontariamente, più che esseri umani: sono divenuti esseri transumani.
Per corollario abbiamo avuto la spaccatura totale della società: da una parte gli «ottimizzati» (moderni, aderenti alla grande religione postcristiana della Scienza), dall’altra i no-vax, che invece sono esseri neanderthaliani, inferiori ed imbarazzanti, ineleganti e – soprattutto – pericolosi. Ricordiamo quanti, magari con addosso una vita di voti a sinistra o un giuramento su Ippocrate o sulla Costituzione, ad un certo punto hanno invocato i campi di concentramento, e magari lo Zyklon B.
Ecco, i lager sono qualcosa che si sviluppa con la guerra. In questo caso, la guerra è all’interno della stessa società, dello stesso Paese – di ciascun Paese del mondo in realtà.
In questo sito parliamo spesse volte di guerra civile: è una prospettiva inevitabile, se si riconosce la polarizzazione oramai insanabile della società, e la distanza tra una parte della popolazione e i governi, che sembrano aver perso ogni pudore e gettato la maschera: il potere, abbiamo imparato in questi mesi, non si vergogna più di schiacciare, vessare, e financo eliminare la minoranza che lo contesta. Anzi, non la considera nemmeno una minoranza, perché se così fosse, per imperativo della democrazia moderna, essa avrebbe diritti.
Chi si oppone al corso delle cose – per esempio, ai vaccini mRNA, o, più di recente, al disegno NATO – non ha più alcun diritto, nemmeno quello di avere un account sui social. Camionisti canadesi, cittadini dello Sri Lanka, allevatori olandesi e decine di sabati di protesta e repressione in tutte le città d’Europa e ben oltre ce lo indicano con certezza. L’abisso tra le parti è immane. Nessuno ha idea di come superarlo; nessuno, da nessuna delle due parti, forse vuole più farlo. I social sembrano progettati per aumentare algoritmicamente la divisione nel consorzio umano; i media mainstream sembrano allineati nell’esercizio del capro espiatorio.
È chiaro dunque che la guerra civile transumanista è già qui. Ci ha accompagnato per mesi. Quando le forze dell’ordine vi fermavano in macchina sotto lockdown. Quando litigavate con il parente vaccinato e adirato perché voi avete scelto di mantenere il sangue puro. Quando avete perso il lavoro. Quando non vi hanno fatto entrare all’ospedale a vedere vostro figlio che veniva operato, o vostro padre che moriva. Quando vi hanno deriso, insultato, condannato, a volte pure minacciato fisicamente.
È quella che su questo sito abbiamo chiamato «Apartheid biotica», e poi «guerra civile biotica». Di fatto, ci va bene chiamarla anche guerra civile transumanista: perché coinvolge una parte della popolazione che crede di poter superare tecnologicamente i limiti dell’uomo, e sottomettere coloro che, rifiutando la tecnica, scelgono invece do restare umani.
La guerra civile transumanista non si limiterà solo a modifiche biomolecolari del corpo: il pensiero va ovviamente, va alle piattaforme di gestione informatica della società, come quella del green pass, e quella, che sarà varata a breve, con l’euro digitale. Cioè un sistema che sarà connesso ad ogni aspetto della vostra vita e deciderà per voi cosa potete acquistare, dove, quante volte, perché. Poco più in là, ecco la prossima tappa del transumanismo: l’interfaccia uomo-macchina (HMI), ossia il celeberrimo, inevitabile microchip impiantabile.
Il chip sottocutaneo (o infra-cerebrale) sarà propalato dai governi e dai loro volenterosi carnefici come necessario per combattere i mali della società, dall’epidemia agli sprechi in periodo di razionamento, a cui ci stanno già abituando con generosità. Il no-chip sarà pefettamente sovrapponibile all’odierno no-vax: egoista, parassita, ignorante, bestiale fonte di pericolo.
Un obbligo di microchip per determinate attività vi sembra impossibile? Macché: il lunedì del calcetto con gli amici vuoi farlo senza l’algoritmo che consente di capire che stai per avere un infarto? Sai quante vite salvate? Vuoi nascondere il fatto che hai il COVID? Vuoi che l’autorità non ti possa avvisare se sei in un luogo sbagliato, o vicino alla persona sbagliata? E con le storie atroci di bambini rapiti, davvero vuoi non chippare tuo figlio?
Dopo aver visto una, due, tre, quattro dosi di mRNA sintetico sprizzate in allegria sul deltoide a milioni di persone, qualcuno davvero riesce ad immaginare che una parte cospicua della società non si farà chippare?
Crediamo davvero che il bravo soldatino transumanista non sia già qui fra di noi?
I segni di questo soldatino transumanista, ancorché involontariamente tale, sono oggi pienamente visibili, in attesa del reload invernale: mascherina all’aperto, mascherina al supermercato, mascherina FFP2 mentre si guida, nervosismo in prossimità di altri esseri umani. Sono i casi conclamati, e non sono i più spaventosi. Fanno più paura coloro che appartengono alla massa vaccina, coloro che bovinamente hanno obbedito a tutto, muggendo appena quando qualcuno diceva loro che stavano per essere portati al macello: ma no, tu continua a brucare…
È questa massa ben corposa che, dimostratasi capace di cadere facilmente preda all’ipnosi se non alla psicosi, può diventare estremamente pericolosa. È quella che, toccati i tasti giusti, procede ai pogrom – cioè alla violenza vera e propria.
Cosa succederà, noi non lo sappiamo. Possiamo supporre che, anche qualora vincesse le elezioni italiane il centrodestra, il processo di divisione isterica della società non accennerà a diminuire: anzi.
Proprio per spogliare anche i minimi residui di «populismo» (cioè, di lealtà verso il popolo, pensate lo scandalo…) potrebbe venir lanciato un nuovo ciclo di emergenza e di meccanismi premiali come il green pass, più la piattaforma bioelettronica annessa. Il clima, forse, o un’altra epidemia – magari il vaiolo delle scimmie che adesso interessa per qualche motivo quasi totalmente i partecipanti a feste gay. Poi c’è la guerra in Russia. L’inflazione – qualcuno ricorderà che, come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso qualcuno parlò della tentazione dei governi di procedere a «lockdown inflattivi».
Chiunque andrà al governo difficilmente si ribellerà al diktat emergenziale ulteriore – non lo hanno fatto sotto il governo Draghi, figurarsi sotto il loro stesso governo.
Per cui: non pensate che vi sia qualcuno che vi proteggerà. E ci rendiamo conto che questo pensiero mina la stessa idea di Stato nel suo significato più primordiale: l’autorità conferita dagli uomini a qualcuno che li protegga.
No, non sarete protetti – anzi, sapete benissimo che nell’era della Necrocultura realizzata, lo Stato vede il suo popolo come nemico, e invece di farlo prosperare, vuole diminuirlo, sfoltirlo – e sottomettere gli eventuali residui.
A cosa ci dobbiamo preparare? Ci verranno a prendere in casa? Ci nasconderemo nelle catacombe? Verremo cacciati per strada? A questo punto, lo avete capito, la fantascienza è stata superata da un pezzo e Orwell e Huxley son divenuti autori di novelle ottimiste. Possiamo davvero aspettarci di tutto: perché, come dicevamo, i segni di una possibile guerra civile transumanista ci sono tutti. E noi, visti i nostri mezzi, non siamo esattamente dati per vincenti. Qualcuno dirà infatti che forse è ingiusto chiamarla guerra civile: potrebbe rivelarsi solo una persecuzione.
Ecco la persecuzione del XXI secolo: il martirio per mantenere il sangue puro, per rifiutare del marchio biotecnico della Bestia, per fuggire dalla transumanizzazione globale dell’essere umano.
Quindi, possiamo solo dirvi di prepararvi, cercando di realizzare con la mente e con il cuore la natura di questa situazione.
Siete parte di una storia pazzesca, un film fantastico fatto di realismo e distopia al contempo.
Il finale di questa pellicola è solo in mano vostra.
Intanto è importante che capiamo bene la trama. Per cui, su questo sito, continueremo a raccontarvela.
Con recap ad nauseam.
Roberto Dal Bosco
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine generata artificialmente
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