Pensiero
La guerra civile transumanista è già iniziata
Zoltman Istvan è un ragazzotto americano che spesso finisce sui giornali perché, in uno Stato bipartitico come gli USA, lui ha un suo partito politico indipendente. Nel 2016 corse per diventare presidente con il suo United States Transhumanist Party, il partito transumanista americano (USTP). Nel 2018 ha provato a diventare governatore della California.
A livello elettorale non ha avuto alcun successo, tuttavia ha ottenuto ciò che desiderava: permettere al transumanismo di arrivare al grande pubblico americano, cercando così di sensibilizzarlo riguardo alle possibilità tecnologiche di miglioramento della specie umana. Per Zoltan è necessario «creare una mentalità culturale in America che abbracciare e produrre tecnologia e scienza radicali è nel migliore interesse della nostra Nazione e della nostra specie». Siamo, insomma, nella fase del proselitismo. In teoria. Bisogna spiegare che l’uomo può essere migliorato, può superarsi, divenire, grazie alla scienza, superuomo.
I transumanisti credono proprio questo: la natura può essere riformata, e la vita umana prolungata e migliorata grazie a modifiche tecniche fatte nel corpo umano: bioinformatica, chip cerebrali, biorobotica, farmaceutica, ingegneria genetica. L’essere umano, quindi, grazie alla tecnologia trascende se stesso – divenendo più che umano, cioè transumano.
Lo slogan del partito, creato nel 2014, è particolarmente rilevante: «Mettere la scienza, la medicina e la tecnologia in prima linea nella politica americana». Non è esagerato dire, come faremo fra poco, che l’intero Paese, con Fauci e il COVID, sia quindi divenuto transumanista. Uguale per il resto del mondo: trovatemi un virologo TV o un rappresentante piddino che non sia d’accordo con il motto dell’USTP.
Zoltan non ci ha mai colpito per la sua profondità di pensiero. Ha dichiarato di essere stato fulminato dall’idea del transumanismo in Vietnam: ma non durante la guerra, durante una gita touristica (forse un po’ Dark Tourism) dove gli fu detto che il campo vicino a lui era pericoloso, perché ancora pieno di mine – da qui l’illuminazione della caducità della vita, e quindi invece che pensare all’anima immortale, il nostro a pensato a come immortalizzare il corpo.
Tuttavia, il personaggio ha giocoforza fatto alcuni pensieri interessanti riguardo al destino del transumanismo nella società moderna. Nel suo romanzo filosofico del 2013 The Transhumanist Wager («La scommessa transumanista») pare significare che la minaccia più grande arriverà da «gruppi cristiani», che attaccheranno i transumanisti per far deragliare le magnifiche sorte progressive dell’umanità transumanizzante, scatenando infine una guerra tra le due fazioni.
L’idea della guerra transumanista fu ripetuta dallo Zoltan in un’intervista con la testata Quartz nel 2020:
«Si verificherà una grande guerra transumanista tra coloro che abbracciano la tecnologia radicale nei loro corpi e coloro che non lo fanno. Molti saranno colpiti da questo periodo e alcuni lo chiameranno la fine dei tempi. Vinceranno quelli che si schiereranno con la tecnologia e l’Intelligenza Artificiale».
Il lettore può capire che niente di tutto questo oggi è fantascienza, né il semplice discorsetto di un folclorico personaggio da candidatura presidenziale pazzotica stile Vermine Supreme.
Perché, in primo luogo, il Pentagono – non unico fra gli organi militari – sta portando avanti tutte queste tecnologie di «potenziamento del soldato». Ma lasciando stare gli esperimenti più o meno segreti della DARPA sui soldati, possiamo ricordarci di Klaus Schwab, che preconizza chip cerebrali per tutti in una fusione completa uomo-macchina dove negli aeroporti ti scannerizzano il pensiero. La questione, quindi, è concreta assai.
In secondo luogo, è impossibile non riconoscere che la società è stata transumanizzata: la campagna mondiale di vaccinazione, cioè di modifica genica mRNA, cosa è se non, sulla carta, un immenso processo di supposto miglioramento biotecnologico dell’essere umano? Di questo sono convinti tutti i sierati e le loro autorità: mi sono vaccinato per divenire migliore, per non prendere il COVID, per non morirne.
Sono tutti diventati, più o meno involontariamente, più che esseri umani: sono divenuti esseri transumani.
Per corollario abbiamo avuto la spaccatura totale della società: da una parte gli «ottimizzati» (moderni, aderenti alla grande religione postcristiana della Scienza), dall’altra i no-vax, che invece sono esseri neanderthaliani, inferiori ed imbarazzanti, ineleganti e – soprattutto – pericolosi. Ricordiamo quanti, magari con addosso una vita di voti a sinistra o un giuramento su Ippocrate o sulla Costituzione, ad un certo punto hanno invocato i campi di concentramento, e magari lo Zyklon B.
Ecco, i lager sono qualcosa che si sviluppa con la guerra. In questo caso, la guerra è all’interno della stessa società, dello stesso Paese – di ciascun Paese del mondo in realtà.
In questo sito parliamo spesse volte di guerra civile: è una prospettiva inevitabile, se si riconosce la polarizzazione oramai insanabile della società, e la distanza tra una parte della popolazione e i governi, che sembrano aver perso ogni pudore e gettato la maschera: il potere, abbiamo imparato in questi mesi, non si vergogna più di schiacciare, vessare, e financo eliminare la minoranza che lo contesta. Anzi, non la considera nemmeno una minoranza, perché se così fosse, per imperativo della democrazia moderna, essa avrebbe diritti.
Chi si oppone al corso delle cose – per esempio, ai vaccini mRNA, o, più di recente, al disegno NATO – non ha più alcun diritto, nemmeno quello di avere un account sui social. Camionisti canadesi, cittadini dello Sri Lanka, allevatori olandesi e decine di sabati di protesta e repressione in tutte le città d’Europa e ben oltre ce lo indicano con certezza. L’abisso tra le parti è immane. Nessuno ha idea di come superarlo; nessuno, da nessuna delle due parti, forse vuole più farlo. I social sembrano progettati per aumentare algoritmicamente la divisione nel consorzio umano; i media mainstream sembrano allineati nell’esercizio del capro espiatorio.
È chiaro dunque che la guerra civile transumanista è già qui. Ci ha accompagnato per mesi. Quando le forze dell’ordine vi fermavano in macchina sotto lockdown. Quando litigavate con il parente vaccinato e adirato perché voi avete scelto di mantenere il sangue puro. Quando avete perso il lavoro. Quando non vi hanno fatto entrare all’ospedale a vedere vostro figlio che veniva operato, o vostro padre che moriva. Quando vi hanno deriso, insultato, condannato, a volte pure minacciato fisicamente.
È quella che su questo sito abbiamo chiamato «Apartheid biotica», e poi «guerra civile biotica». Di fatto, ci va bene chiamarla anche guerra civile transumanista: perché coinvolge una parte della popolazione che crede di poter superare tecnologicamente i limiti dell’uomo, e sottomettere coloro che, rifiutando la tecnica, scelgono invece do restare umani.
La guerra civile transumanista non si limiterà solo a modifiche biomolecolari del corpo: il pensiero va ovviamente, va alle piattaforme di gestione informatica della società, come quella del green pass, e quella, che sarà varata a breve, con l’euro digitale. Cioè un sistema che sarà connesso ad ogni aspetto della vostra vita e deciderà per voi cosa potete acquistare, dove, quante volte, perché. Poco più in là, ecco la prossima tappa del transumanismo: l’interfaccia uomo-macchina (HMI), ossia il celeberrimo, inevitabile microchip impiantabile.
Il chip sottocutaneo (o infra-cerebrale) sarà propalato dai governi e dai loro volenterosi carnefici come necessario per combattere i mali della società, dall’epidemia agli sprechi in periodo di razionamento, a cui ci stanno già abituando con generosità. Il no-chip sarà pefettamente sovrapponibile all’odierno no-vax: egoista, parassita, ignorante, bestiale fonte di pericolo.
Un obbligo di microchip per determinate attività vi sembra impossibile? Macché: il lunedì del calcetto con gli amici vuoi farlo senza l’algoritmo che consente di capire che stai per avere un infarto? Sai quante vite salvate? Vuoi nascondere il fatto che hai il COVID? Vuoi che l’autorità non ti possa avvisare se sei in un luogo sbagliato, o vicino alla persona sbagliata? E con le storie atroci di bambini rapiti, davvero vuoi non chippare tuo figlio?
Dopo aver visto una, due, tre, quattro dosi di mRNA sintetico sprizzate in allegria sul deltoide a milioni di persone, qualcuno davvero riesce ad immaginare che una parte cospicua della società non si farà chippare?
Crediamo davvero che il bravo soldatino transumanista non sia già qui fra di noi?
I segni di questo soldatino transumanista, ancorché involontariamente tale, sono oggi pienamente visibili, in attesa del reload invernale: mascherina all’aperto, mascherina al supermercato, mascherina FFP2 mentre si guida, nervosismo in prossimità di altri esseri umani. Sono i casi conclamati, e non sono i più spaventosi. Fanno più paura coloro che appartengono alla massa vaccina, coloro che bovinamente hanno obbedito a tutto, muggendo appena quando qualcuno diceva loro che stavano per essere portati al macello: ma no, tu continua a brucare…
È questa massa ben corposa che, dimostratasi capace di cadere facilmente preda all’ipnosi se non alla psicosi, può diventare estremamente pericolosa. È quella che, toccati i tasti giusti, procede ai pogrom – cioè alla violenza vera e propria.
Cosa succederà, noi non lo sappiamo. Possiamo supporre che, anche qualora vincesse le elezioni italiane il centrodestra, il processo di divisione isterica della società non accennerà a diminuire: anzi.
Proprio per spogliare anche i minimi residui di «populismo» (cioè, di lealtà verso il popolo, pensate lo scandalo…) potrebbe venir lanciato un nuovo ciclo di emergenza e di meccanismi premiali come il green pass, più la piattaforma bioelettronica annessa. Il clima, forse, o un’altra epidemia – magari il vaiolo delle scimmie che adesso interessa per qualche motivo quasi totalmente i partecipanti a feste gay. Poi c’è la guerra in Russia. L’inflazione – qualcuno ricorderà che, come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso qualcuno parlò della tentazione dei governi di procedere a «lockdown inflattivi».
Chiunque andrà al governo difficilmente si ribellerà al diktat emergenziale ulteriore – non lo hanno fatto sotto il governo Draghi, figurarsi sotto il loro stesso governo.
Per cui: non pensate che vi sia qualcuno che vi proteggerà. E ci rendiamo conto che questo pensiero mina la stessa idea di Stato nel suo significato più primordiale: l’autorità conferita dagli uomini a qualcuno che li protegga.
No, non sarete protetti – anzi, sapete benissimo che nell’era della Necrocultura realizzata, lo Stato vede il suo popolo come nemico, e invece di farlo prosperare, vuole diminuirlo, sfoltirlo – e sottomettere gli eventuali residui.
A cosa ci dobbiamo preparare? Ci verranno a prendere in casa? Ci nasconderemo nelle catacombe? Verremo cacciati per strada? A questo punto, lo avete capito, la fantascienza è stata superata da un pezzo e Orwell e Huxley son divenuti autori di novelle ottimiste. Possiamo davvero aspettarci di tutto: perché, come dicevamo, i segni di una possibile guerra civile transumanista ci sono tutti. E noi, visti i nostri mezzi, non siamo esattamente dati per vincenti. Qualcuno dirà infatti che forse è ingiusto chiamarla guerra civile: potrebbe rivelarsi solo una persecuzione.
Ecco la persecuzione del XXI secolo: il martirio per mantenere il sangue puro, per rifiutare del marchio biotecnico della Bestia, per fuggire dalla transumanizzazione globale dell’essere umano.
Quindi, possiamo solo dirvi di prepararvi, cercando di realizzare con la mente e con il cuore la natura di questa situazione.
Siete parte di una storia pazzesca, un film fantastico fatto di realismo e distopia al contempo.
Il finale di questa pellicola è solo in mano vostra.
Intanto è importante che capiamo bene la trama. Per cui, su questo sito, continueremo a raccontarvela.
Con recap ad nauseam.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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