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Nelson Mandela e il green pass

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Crediamo che il green pass – e il passaporto vaccinale, e il 2G, e ogni altro nome con cui i vari Paesi danno un nome al lasciapassare COVID – costituisca un’apartheid vera. Su questo sito la chiamiamo spesso con l’espressione «apartheid biotica». Ci sembra incredibile che ci venga ora venduto un concetto di «libertà» che passa attraverso la segregazione di una parte della popolazione. Ma è così.

 

Si tratta di una prima assoluta per la triste storia della discriminazione umana: non si è discriminati per colore della pelle, lingua, appartenenza etnica, ideologia – si è discriminati ad un livello biologico, perfino, subcellulare, biomolecolare.

 

Abbiamo tutti visti i parossismi a cui si è arrivati. Come se niente fosse, Paesi interi hanno diviso supermercati e bar tra un segmento biotico della popolazione e l’altro – i vaccinati hanno i loro tavolini, magari fuori, e in tanti posti non possono entrare. «Come i fumatori una volta», minimizza qualcuno. No, in realtà i fumatori in piscina potevano andare, bastava che non vi fumassero.

 

Siamo dinanzi ad un progetto di ingegneria sociale sacrificale: la cancellazione delle minoranze

Come se niente fosse, si è stabilito quello che qualcuno potrebbe definire un nuovo razzismo, basato sulla marchiatura mRNA. Il genetista Lee Silver, un entusiasta di quella che battezzò «riprogenetica», cioè la creazione sempre più artificiale di bambini bioingegnerizzati, disse nel suo libro di fine anni Novanta Il paradiso clonato che la società si sarebbe presto divisa in due tronconi: da una parte i GenRich, la popolazione geneticamente arricchita, creature con DNA manipolato per essere più belli, più sani, più funzionali; dall’altro i Natural, coloro che, per fede religiosa, arretratezza, o anche solo per sfortuna sono venuti al mondo attraverso gestazione e concepimento naturali.

 

Silver sosteneva che queste due classi sociali si sarebbero distinte al punto tale che i Natural sarebbero finiti giocoforza a fare i lavori domestici in casa dei GenRich. Non solo: andando avanti nel tempo, la diversità genetica dei due gruppi sarebbe diventata tale che incroci tra le due «razze» sarebbero diventati biologicamente impossibili.

 

Ebbene, non siamo ancora passati per l’ingegneria genetica (ma, il lettore di Renovatio 21 lo sa, ci stiamo arrivando), ma siamo pienamente davanti ad una società divisa oramai in due classi biologiche – e, per inciso, a dividerle c’è appunto una tecnica genetica, il mRNA.

 

L’apartheid dei non vaccinati è una realtà che si farà sentire in modo sempre più osceno. Al momento, in Austria e in Germania abbiamo il lockdown per i soli non vaccinati, quindi i lager, già attivi in Australia e, a quanto consta da una legge appena votata a Vienna, di possibile prossima apertura in un Paese limitrofo.

 

Tuttavia, è stato notato, se guardiamo all’apartheid esperito dai neri africani, le differenze balzano all’occhio. Ai neri sudafricani non veniva impedito di uscire di casa. Ai neri sudafricani non veniva impedito di lavorare. Ai neri sudafricani non era chiesta un’alterazione genetica. Ai neri sudafricani non era orrendamente concesso di prendere gli autobus dei bianchi, ma gli autobus per i neri c’erano.

 

In pratica, le condizioni dei neri sotto l’apartheid sudafricano erano migliori di quelle di tanti non vaccinati sotto il regime della tirannide sanitaria.

In pratica, le condizioni dei neri sotto l’apartheid sudafricano erano migliori di quelle di tanti non vaccinati sotto il regime della tirannide sanitaria

 

A questo punto, è impossibile non tirare fuori la storia dell’icona della lotta all’apartheid, Nelson Mandela.

 

Non ci è possibile provare simpatia per quello che è stato preconfezionato dal mondo «laico» (cioè massonico e globalista) come un santo «laico» (cioè massonico e globalista) del XX secolo, al pari di Gandhi e Martin Luther King – il fondatore di Renovatio 21 ha scritto a riguardo un ebook, e ne ha parlato anche in un capitolo di un altro libro.

 

Mandela era un terrorista: così era considerato, e a ragione, dal governo sudafricano dell’apartheid. Venne imprigionato perché il suo partito, l’ANC (che era pesantemente influenzato dall’URSS e dai suoi satelliti) aveva abbandonato i metodi costituzionali e  intrapreso la via della lotta armata: sabotaggi, con morti e feriti, e addestramento di un ala militare per futuro uso.

 

Nelson Mandela, l’idolo celebrato da coloro che oggi impongono la tirannide biotica, avrebbe qualcosa da raccontare. Qualcosa che interroga, nel profondo, il senso stesso della democrazia

Sugli attentati da loro perpetrati, con morti innocenti, si potrebbe scrivere a lungo, così come dell’orrido modo in cui giustiziavano i loro stessi uomini – una copertone in fiamme intorno al collo e via, con tanto di canzoncina che celebrava il necklacing, la cosiddetta «collana»: «With our boxes of matches, and our necklaces, we shall liberate this country», con la nostra scatola di fiammiferi, e le nostre collane, libereremo questo Paese…

 

Tuttavia, proprio Nelson Mandela, l’idolo celebrato da coloro che oggi impongono la tirannide biotica, avrebbe qualcosa da raccontare. Qualcosa che interroga, nel profondo, il senso stesso della democrazia.

 

Mandela fu arrestato nel 1962. Seguì il cosiddetto Rivonia Trial, il processo, durato dall’ottobre 1963 al giugno 1964, che terminò con la condanna all’ergastolo comminata a Mandela per cospirazione per rovesciare lo Stato.

 

«Sono accusato di aver incitato le persone a commettere un reato in segno di protesta contro la legge, una legge nella cui preparazione né io né alcun membro del mio popolo abbiamo avuto voce in capitolo»

Mandela, al termine del processo, tenne un discorso divenuto storico, considerato oggi uno dei momenti fondanti del Sudafrica attuale, sorto dopo 27 anni di prigionia del leader. Era il 20 aprile 1964.

 

Vengono citate spesso, e a ragione, la bellezza e la poesia del suo idealismo civile:

 

«Durante la mia vita ho dedicato me stesso a questa lotta del popolo africano. Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera. Ho coltivato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivranno insieme in armonia e con pari opportunità. È un ideale per il quale spero di vivere e di vedere realizzato. Ma, mio ​​Signore, se è necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire».

 

Gli avvocati di Mandela erano contrari all’inserzione di questo riferimento alla morte: temevano che avrebbe potuto portare la sentenza verso la pena capitale. Mandela volle includere lo stesso queste parole.

 

È possibile per una larga fetta della popolazione, subire una legge sulla quale non ha avuto alcuna voce in capitolo?

Tuttavia, politicamente e filosoficamente più significativo fu la prima dichiarazione in tribunale, nel 1962.

 

«Sono accusato di aver incitato le persone a commettere un reato in segno di protesta contro la legge, una legge nella cui preparazione né io né alcun membro del mio popolo abbiamo avuto voce in capitolo».

 

«Nel soppesare la decisione sulla pena da infliggere per un simile reato, il giudice deve tener conto della questione della responsabilità, se sono io responsabile o se, di fatto, gran parte della responsabilità non ricade sulle spalle del governo che ha promulgato quella legge, sapendo che il mio popolo, che costituisce la maggioranza della popolazione di questo Paese, si è opposto a quella legge, e sapendo inoltre che ogni mezzo legale per dimostrare tale opposizione è stato ad esso precluso dalla legislazione precedente e dall’azione amministrativa del governo».

 

Mandela parla dell’impasse definitivo della democrazia: una parte della popolazione non ha più alcun canale per esprimersi.

 

Ma più ancora, il leader sudafricano nelle righe dà respiro ad uno dei più grandi temi della democrazia, quello che il politologo di Yale Ian Shapiro chiama «principle of affected interest», il «principio dell’interesse colpito».

 

È possibile per una larga fetta della popolazione, subire una legge sulla quale non ha avuto alcuna voce in capitolo?

 

Oggigiorno, ci troviamo esattamente nella posizione di Mandela. Leggi terrificanti – leggi di apartheid peggiore di quello sudafricano – vengono implementate senza che né nel governo né in Parlamento vi sia la benché minima rappresentazione di una una percentuale di popolazione a doppia cifra che rifiuta completamente le politiche in atto

«La posizione di Mandela era che il principio dell’interesse colpito era stato violato» sostiene Shapiro. «Questa nozione è molto vicina alla più fondamentale idea procedurale della teoria democratica, cioè che le persone i cui interessi sono colpiti da una decisione, presumibilmente dovrebbero avere qualche voce in capitolo nel prendere quella decisione».

 

Ciò è particolarmente vero nei casi in cui la popolazione non abbia un’espressione di rappresentanza democratica – la scintilla che fece scoccare l’ora della Rivoluzione Americana, quel «No taxation without representation» inovato dal Tea Party. Se ci vuoi tassare, vogliamo avere una rappresentazione all’interno del processo decisionale sulle tasse.

 

Siamo praticamente nel cuore della giustizia democratica. Senza rappresentazione di vaste porzioni della popolazione — specialmente quelle in dissenso con il potere! – non vi è giustizia e non vi è, come da etimo, potere del popolo. La forma di governo risultante è sola una forma di tirannide che si fa chiamare cosmeticamente «democrazia».

 

A questi milioni di dissidenti senza alcuna rappresentazione, senza alcuna voce del processo decisionale, è chiesto il sacrificio del proprio corpo biologico e della propria morale

Oggigiorno, ci troviamo esattamente nella posizione di Mandela. Leggi terrificanti – leggi di apartheid peggiore di quello sudafricano – vengono implementate senza che né nel governo né in Parlamento vi sia la benché minima rappresentazione di una una percentuale di popolazione a doppia cifra che rifiuta completamente le politiche in atto.

 

Di più: a questi milioni di dissidenti senza alcuna rappresentazione, senza alcuna voce del processo decisionale, è chiesto il sacrificio del proprio corpo biologico e della propria morale. Leggi, ripetiamo con Mandela, «di cui né io né alcun membro del mio popolo abbiamo avuto voce in capitolo nella preparazione».

 

Cosa diviene quindi la democrazia?

 

I governi di tutto il mondo, oggi, perseguono l’esatto contrario: la disintegrazione degli individui dotati di ragione, e la preservazione di masse di persone irrazionali e manipolabili a piacimento, sia che li si chiuda in casa per mesi che gli si innesti una sostanza di alterazione genica

«La democrazia può essere il peggiore dei mali, la peggiore delle tirannie. Perché non c’è una tirannia peggiore della massa irrazionale, della folla dei linciatori». Lo abbiamo sentito in un articolo pubblicato ieri, il grande discorso di Lyndon Larouche sulla Legge Naturale come unica vera patria dell’essere umano.

 

«La democrazia come alcuni la definiscono è la democrazia della folla linciatrice, nei confronti della quale è importante non avere il colore della pelle sbagliato, o non avere il colore d’opinione sbagliato, entro la quale l’individuo non ha altro diritto all’infuori del diritto di essere d’accordo con ciò che sembra essere l’opinione dominante».

 

È esattamente così, come con Mandela: l’unico diritto che abbiamo è quello di essere d’accordo con l’opinione dominante, che oggi chiamano, sempre più sfacciatamente, «narrazione». Devi credere a tutto quello che ti dicono, anche quanto ciò che ti viene inculcato è spudoratamente privo di logica, e quello che ti viene iniettato è privo di garanzie di sicurezza (non per nulla, te lo portano i militari…). Altrimenti: scherno, emarginazione, magari pure l’espulsione dal discorso pubblico, la damnatio memoriae odierna che passa per i social media. Magari, poi, anche qualche manganellata, o un cane che vi sbrana davanti a tutti, o finanche un paio di pallottole.

 

Siamo dinanzi ad un progetto di ingegneria sociale sacrificale: la cancellazione delle minoranze.

 

Ci troviamo quindi ad un impasse storico – o forse, ad una mutazione politica epocale. La democrazia non rappresenta più i cittadini – solo, programmaticamente, alcuni di essi. Gli altri sono ignorati, o combattuti fino ad avvenuta sottomissione

Lo Stato democratico dovrebbe, in teoria, includere il dissenso, quando esso è basato non sulla barbarie irrazionale, ma sulla ragione. Lo Stato dovrebbe fornire la possibilità di parola, di ragione – di Logos – a tutti gli uomini che del Logos sono figli.

 

«La difesa dell’individuo che desideri ragionare, che intenda essere governato dalla Legge Naturale e dalla ragione, è il compito più sacro della società» diceva Larouche. «La difesa e lo sviluppo di tali individui è il compito della società».

 

I governi di tutto il mondo, oggi, perseguono l’esatto contrario: la disintegrazione degli individui dotati di ragione, e la preservazione di masse di persone irrazionali e manipolabili a piacimento, sia che li si chiuda in casa per mesi che gli si innesti una sostanza di alterazione genica.

 

Ci troviamo quindi ad un impasse storico – o forse, ad una mutazione politica epocale. La democrazia non rappresenta più i cittadini – solo, programmaticamente, alcuni di essi. Gli altri sono ignorati, o combattuti fino ad avvenuta sottomissione.

 

La democrazia, nata con l’intento di lasciare libera l’espressione dell’individuo, ora è divenuta censura e violenza. La democrazia è divenuta tirannide e schiavitù. La libertà è divenuta apartheid. Apartheid biotica.

La democrazia, pensata per includere le minoranze, ora progetta la loro eliminazione, politica e forse non solo politica.

 

La democrazia, nata con l’intento di lasciare libera l’espressione dell’individuo, ora è divenuta censura e violenza.

 

La democrazia è divenuta tirannide e schiavitù.

 

La libertà è divenuta apartheid. Apartheid biotica.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine Laurel di via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0), immagine modificata.

 

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Devastazione multidimensionale e voto di mangiatoia: prima breve meditazione sui risultati elettorali

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Il risultato delle elezioni politiche 2022 è devastante. Multidimensionalmente devastante.

 

Lo scenario politico, sociopolitico, geopolitico dell’Italia ne esce segnato con forza.

 

Innanzitutto, ha vinto, stravinto l’unico partito finito all’opposizione. Questo dovrebbe essere un bel messaggio per il potere riguardo a Draghi, la tecnocrazia e lo Stato-partito che ficca in un blob fusionale tutte le compagini politiche possibili.

 

Ricordate: il prototipo di Draghi, Mario Monti, dopo averci governato su mandato dei poteri desovranizzanti si candidò con un partito creato per la bisogna, Scelta Civica, che divenne Sciolta Civica nel giro di pochi mesi: e aveva preso il 10%, una cifra che adesso molti si sognano.  Nonostante i voti e i deputati, il partito si rivelò biodegradabile.

 

Pensiamo quindi il messaggio per Draghi sia netto, tuttavia, come abbiamo visto a Nuova York dove è stato insignito del Bafometto d’oro da Kissinger in persona (mancavano solo Joker, Lex Luthor e Irisa di Candy Candy), il potere costituito se ne sbatte allegramente, e piazzerà Draghi al vertice della NATO (lui, che il lato economico della alla Russia l’avrebbe organizzato, ha scritto il Financial Times) oppure, peggio, dietro alla Meloni a vermilinguare verso il prossimo passo, che è la CBDC, la valuta digitale da Banca Centrale, che nel nostro caso è l’«inevitabile» euro digitale – cioè, come sa il lettore di Renovatio 21, il «danaro programmabile» con cui sorveglieranno e soprattutto telecomanderanno le vostre esistenze via piattaforme dove diverrete utenti privi di diritti.

 

Ma andiamo oltre. Berlusconi raggiunge una cifra che non pensavamo, ma rimane ostaggio di un partitello, che pur spogliatosi dei Brunetta e delle Carfagne, esprime gente come la Ronzulli. Sappiamo che, purtroppo, il migliore di quel partito è morto poche settimane fa. Il risultato, ribadiamo, è comunque ottimo: chi pensava alla disintegrazione di Forza Italia (per esempio: noi) si sbagliava.

 

Già dalle prime ore di spoglio diveniva chiaro che il PD era arrivato al risultato peggiore di sempre. Con la sequela di leader pieni di carisma di questi anni (Bersani, Zingaretti, soprattutto Letta) era possibile. La soglia del 20% era considerata da tutti come non oltrepassabile: è il metabolismo basale piddino, fatto, immaginiamo dalla base, dai lavoratori coop con le relative famiglie, le regioni Emilia-Romagna e Toscana con tutto l’indotto piddizzato nei decenni. Ebbene, Letta è riuscito a infrangere anche questa certezza: perfino chi deve al PD lo stipendio non lo vota più.

 

Quel 20% era considerabile come un «voto di mangiatoia», che quindi è solido e affidabile.

 

Riteniamo che sia così spiegabile il successo all’altro grande vincitore morale della tornata elettorale, il M5S. Ogni promessa di cambiamento (il motivo per cui presero oltre il 35% l’altra volta) è stata fumata con il Conte bis e il governo Draghi. C’è stato poi di tutto: scandali, urla, accuse orrende contro il figlio del fondatore (una cosa non troppo dissimile a quella che negli anni Cinquanta fece dimettere immediatamente il senatore Piccioni; ma ora è diverso), scissioni Dirty Dancing, e soprattutto un tizio calato dall’alto, anzi dal basso, dal Meridione, che con la sua carriera di avvocato-professore e la sua pochette poco c’entrava con il sentire popolano grilloide.

 

E invece, è successo il peggio: valanghe di voti ai 5 stelle, ma concentrati, guarda guarda, tutti al Sud. Il lettore sta pensando per caso al Reddito di Cittadinanza, che di fatto è un assistenzialismo da Cassa del Mezzogiorno (abolita via referendum, in teoria) spudorato? Mica possiamo entrare nella testa degli elettori.

 

Tuttavia, il dato è davvero disarmante: circoscrizioni, in Puglia e in Campania, dove il M5S è oltre il 40%, praticamente quasi un cittadino su due. Prendete invece il dato del Veneto: i grillini sono arrivano appena al 5%.

 

La distinzione dell’Italia secondo i blocchi latitudinali, Nord contro Sud, era in realtà già ben visibile nel 2018: ora è esplosa impudicamente. Due Italie diverse, che votano diversamente, perché vivono diversamente, esistono diversamente – e in modo diametralmente opposto. Ciò è per forza di cose drammatico, e non sappiamo, nel breve e medio termine, quanto risolvibile.

 

La Lega Nord, che era nata più di trent’anni fa proprio su questa divisione, paga il prezzo più alto. La Lega nazionale è finita. Il risultato, che la mette sullo stesso piano di Forza Italia e perfino del duo-bullo Calenda-Renzi, è semplicemente mostruoso, soprattutto pensando che si partiva dalla Madonnina del Duomo di Milano, quel comizio con Salvini e dietro tutta la destra Europea in fila (dalla Le Pen in giù) che portò più del 35% dei voti alle Europee 2019.

 

La Lega paga l’essere stata con Draghi? Certo. Paga il fatto di aver voluto – crediamo sia la spiegazione – far parte del sedicente governo di «ricostruzione» post-pandemica, magari intestandosi un po’ della pioggia di miliardi PNNR (a proposito, li avete visti voi?) di modo da non essere esclusi dal possibile voto di mangiatoia che ne sarebbe uscito.

 

Bella scelta: avesse fatto questo anno e mezzo all’opposizione, ora probabilmente la storia sarebbe diversa, e magari il mondo avrebbe potuto avere il primo premier europeo, tra una Nutella e l’altra, a parlare di fine delle sanzioni alla Russia, fine degli armamenti all’Ucraina, fine del suicidio economico-energetico della Nazione.

 

Il risultato della Lega, quindi, sarà tragico non solo per l’Italia, ma possibilmente per il mondo intero. Perché la guerra e l’energia (ciò che rende uno Stato possibile: la difesa dei cittadini dalla violenza e la fornitura minima di strumenti per vivere) erano in realtà l’unico tema su cui valeva la pena di votare, più, certo, la questione della sottomissione bioelettronica che ci attende.

 

Il risultato della Lega sarà tragico poi soprattutto per la Lega: non immaginiamo le notti dei lunghi coltelli che si preparano, i Giorgetti, gli Zaia, i Fedriga, che avrebbero potuto essere domati se Salvini avesse fatto almeno almeno il 15%, ma così è davvero finita.

 

Ancora più preoccupante, ma ne scriveremo un’altra volta, è il danno che si potrebbe produrre sul territorio: la forza della Lega, come noto, sono le sue radici locali, le migliaia di sindaci e consiglieri dei piccoli comuni, che in trent’anni magari non hanno amministrato male, e quindi magari valeva la pena di tenerseli.

 

È chiaro che il programma di Fratelli d’Italia, che ha nella Lega l’unico vero avversario, sarà quello di disinstallarli, per sostituirli con chissà chi: sappiamo che il partito ha in questo momento più potere di spesa di quanto ne sappia spendere, che il successo è tale che si sono creati buchi di personale, e chissà cosa può entrarvi dentro (qualche inchiesta giornalistica in merito c’è).

 

Infine, una parola sui partitini antisistema, che dovrebbero starci a cuore ma in realtà non lo sono mai stati.

 

La débâcle è senza fine.

 

Molti sono ridotti a prefissi telefonici piemontesi (0,1…) come il partito della Cunial, che forse ingiustamente ci eravamo dimenticati (davvero) di citare nel precedente pezzo sui partiti che non avremmo votato.

 

Non vanno sopra l’1% Paragone e Italia Sovrana.

 

C’è perfino un prefisso telefonico internazionale (0,0…): è il caso di Adinolfi, che ha preso lo 0,06% alla Camera, ma ci hanno detto che ha comunque già fatto un post tutto baldanzoso.

 

Insomma: la ridda di possibili gatekeeper e scappati di casa è stata distrutta.

 

Ora c’è da capire cosa succederà a tutto il loro pur piccolo capitale politico di dissenso. Crediamo che, come il summenzionato partito di Monti e tanti altri, si vada verso il biodegradabile.

 

Non crediamo che nessuno di questi partiti possa durare nel tempo. Italia sovrana, con dentro Rizzo e Ingroia, è già in se stessa divisa. Paragone ci chiediamo come farà a tenersi dentro anche lui i vari nomi e le varie componenti, alcune dotate di identità propria – sempre che il Paragone abbia voglia di andare avanti, e che magari, colpo di fortuna, non torni nella TV nazionale con un programma tutto suo. La Cunial neanche stavolta vorremmo spendere tempo a considerarla.

 

In realtà, al di là della morfologia interna dei vari partitini, è un’altra la cosa che vogliamo dire: tutti questi partiti moriranno per mancanza di cultura – o meglio, di idee, financo di Fede.

 

Cosa credono, i membri di queste compagini? Hanno un’idea persistente delle cose? Hanno – perdonaci il termine – un’ideologia? Riformuliamo: hanno una visione del mondo che accomuna tutti i quadri, i vertici e la base?

 

No: hanno solo il dissenso della gente, magari drogata dalla dopamina Telegram. Hanno solo il risentimento, che sappiamo quanto possa essere cieco e fallimentare se non direzionato dalla corretta visione delle cose.

 

Diciamo di più: praticamente nessuno di questi partiti ha un vero ripetitore coerente della cultura che dovrebbero rappresentare.

 

Potete annegare nella pubblicità dei loro siti, gustarvi video e post con gli emoji nei loro canali YouTube e Telegram, finché glieli lasciano: dispositivi fatti per offrire una massima esposizione con la minima riflessioni, creati per far vivere le persone solo nel presente, senza chiedere loro di pensare o di credere. Anzi, pensare e credere e quanto i social media vogliono evitare che facciate, per questo offrono a chiunque (o quasi) una piattaforma.

 

Sono tutte realtà senza radici – e il loro sradicamento è moltiplicato dai canali che utilizzano per arrivare al popolo, cioè ai loro elettori.

 

Ecco perché, oltre ad esplodere o ad implodere, ad un certo punto spariranno – perché, come con l’euro digitale, al potere basta premere un pulsante per paralizzarli o frantumarli.

 

Più passa il tempo, e più credo che la realtà cui un movimento odierno deve votarsi è quella di una rete fisica: persone, incontri, carta: libri e financo giornali, newslettere di cellulosa, spediti in casa di persone che comunque si trovano, de visu, si parlano a voce e mangiano insieme, cioè fanno quelle cose dove i social media non arrivano.

 

Se non le si oppone materialmente una Cultura umana – coerente, persistente, vivificante – la Cultura della Morte vince. Sempre. Contro chiunque.

 

Le considerazioni partitiche sulle elezioni sono finite.

 

Rimane ora la realtà: una crisi economica senza precedenti è davanti a noi e potrebbe mandarci alla fame. Una crisi energetica potrebbe a breve eutanatizzare per assideramento migliaia e migliaia di anziani, e non solo loro. Una crisi geopolitica potrebbe, come disse Putin a inizio anno, trascinarci in una guerra nucleare europea senza vincitori, una guerra a cui di fatto stiamo già prendendo parte.

 

Nessuna di queste cose, le uniche importanti, saranno prese in carico dai partiti e dal futuro governo a sovranità limitata.

 

Per cui, ribadiamo ancora una volta, quello che con probabilità farà il governo Meloni sarà quello che si preparano a fare i governi di tutta Europa: la repressione verso chi dissentirà dalla miseria del Nuovo Ordine Mondiale.

 

Questo è il vero dato devastante uscito dalle urne.

 

Ma quali elezioni. Rimboccatevi le maniche: la campagna della popolazione umana per la propria sopravvivenza è appena iniziata.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

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E il giornale svizzero si chiese: «siamo davvero governati da pazzi?»

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Il settimanale elvetico Weltwoche ha pubblicato un editoriale del suo ultimo numero esplicito fin dal titolo: «Biden, Baerbock, Cassis und Co.: Werden wir eigentlich von Wahnsinnigen regiert?», cioè, tradotto dal tedesco, «Biden, Baerbock, Cassis and Co.: Siamo davvero governati da pazzi?».

 

Segnaliamo che Cassis è il presidente svizzero, e che la parola «wahnsinnigen» è tradotta da qualcuno come «maniaci».

 

«Le nostre super élite occidentali, tutti i think tank e gli esperti della NATO, i generali e gli zampano politici di Washington, Bruxelles e Berlino non hanno pensato a niente, assolutamente a niente. Sarebbe stato facile trovare un compromesso con la Russia negli ultimi due anni» scrive l’autore dell’articolo Roger Köppel.

 

«Più gli americani e gli europei vengono coinvolti nella loro febbrile spirale di aggressione, più lunga, globale e pericolosa diventerà questa guerra (…) Ecco perché è necessaria la pace ora, nei giorni dell’escalation. L’Europa dovrebbe fare da apripista, frenare l’amministrazione Biden, porre limiti agli ucraini con il carisma da telecamera del presidente Zelens’kyj, il quale potrebbe ancora ammalarsi della sindrome del messia».

 

Il pezzo è una durissima invettiva contro l’élite dell’establishment globale, e la loro demonizzazione del presidente russo Putin, che non è riducibili ai piani che il potere mondiale ha per la Russia, che vorrebbe invece magari «installare un nuovo Eltsin amico degli americani al Cremlino, un debole e alcolizzato che gestisce la Russia come negozio di pezzi di ricambio per gli interessi americani».

 

«Invece di rendere onestamente conto della situazione e guardarsi allo specchio, i politici occidentali e i loro media hanno intensificato il loro odio cieco nei confronti di Putin, che ritraggono come una progenie del male, come l’unico colpevole e il diavolo universale che distoglie l’attenzione dai propri fallimenti. Moralmente ubriachi, si inebriano di fantasie di una vittoria già avvenuta, si convincono che Putin è finito, fatto, pompando sempre più armi in Ucraina»

 

Non manca nell’invettiva di Weltwoche una critica dell’autocompiacimento valoriale dell’élite al potere, ora cementata dalla diffusione della cosiddetta cultura woke.

 

«Sono queste le persone che oggi si gonfiano, parlano di “valori europei” e si dichiarano i guardiani della democrazia e della libertà, che si stanno progressivamente limitando, schiacciando sempre di più la proprietà e l’economia di mercato sotto uno Stato in espansione senza pietà e rovinando così la grande eredità per la quale i nostri antenati hanno combattuto duramente e difeso».

 

Il pezzo si allarga al quadro più grande: immigrazione, catastrofe economica, ecologismo reso obbligo distruttivo per l’economia.

 

«Transizione energetica, politica migratoria, malintesi ed errori dell’euro ovunque. I nostri governi hanno aperto le frontiere all’immigrazione clandestina, le loro politiche energetiche stanno portando al baratro. Geopoliticamente, hanno rischiato una guerra nucleare contro la Russia, non perché Putin sia pazzo, ma perché non prendono sul serio i russi, probabilmente a causa di profondi pregiudizi razzisti, li trattano in modo sprezzante e se ne fregano dei loro interessi , mentre sono autointossicati e affamati di potere».

 

«La demonizzazione della Russia e di Putin è diventata un sostituto del pensiero e del programma, alimentando la loro cecità e l’arroganza generale che blocca la loro visione e il percorso verso il realismo e la pacifica convivenza».

 

Infine, Köppel invita al realismo diplomatico, che sembra totalmente abbandonato dalla parte occidentale, cioè a immediati negoziati di pace.

 

«Rischiare una guerra mondiale contro la Russia è una follia. Servono negoziati di pace. I nostri politici, le nostre élite, i nostri media stanno facendo il contrario. Stanno correndo a tutto gas verso il muro. Per anni, in modo dimostrabile».

 

Puntualizziamo: il gas è facile tuttavia che lo finiscano. La Russia no: e non sta guidando per andare a sbattere contro il muro.

 

 

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Giù le mani dalla Torre Goldfinger

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Giù le mani dalla Torre Goldfinger. Giù le mani da questa icona di architettura brutalista, da questa ineludibile pietra miliare della nostra Londra.

 

C’è inquietudine. Pare che vi siano dei progetti che possano minacciarla. Noi non possiamo permetterlo.

 

È impossibile, se avete vissuto a Londra o vi siete anche solo passati per qualche giorno, non conoscere questo colossale, indecifrabile monumento. Di colpo, in mezzo a case e palazzetti bassi, bum, un ecomostro infinito, che sa di roccia e di vecchiaia, pur essendo stato concepito di recente (1972) e con tutta l’intenzione di creare una torre del futuro.

 

Era impossibile sfuggire alla sua visione. E questo per motivi generazionali e tecnologici.

 

Vi è stato un tempo, infatti, in cui le generazioni nate tra gli anni Settanta e i primi Ottanta, in cui non vi era abbondanza. O meglio, vi era un’assoluta abbondanza di benessere e spensieratezza – a livelli che chiunque, qualsiasi sia la sua età nell’A.D. 2022 se lo sogna – tuttavia c’era una carenza, come dire, di cultura popolare.

 

La cultura popolare – la musica, i film, i giornali, i fumetti, i libri, l’abbigliamento – era controllata da conglomerati di distribuzione nazionale, che in pratica decidevano quello che dovevi vedere, ascoltare, vestire, sentire. Gli stimoli autentici, gli stimoli nuovi, gli stimoli alieni, non venivano distribuiti: né in TV, né alla radio, né nei negozi tradizionali.

 

Per questo c’era Londra. La capitale britannica agiva da enorme valvola per la cultura giovanile continentale. Da tutta Europa, si riversavano giovani sulle strade londinesi. E per fare cosa? Per andare a caccia di dischi che in Italia non arrivavano, per trovare vestiti – usati, sempre – che non collimavano con quanto veniva venduto a casa, anche solo per riempirsi gli occhi di immagini che altrimenti (ripetiamo: non c’era internet!) non avresti mai visto: ricordo lo stupore dinanzi a ciò che si vedeva al Forbidden Planet, un polveroso, rifornitissimo negozio di fumetti vicino a Tottenham Court Road. Quando mai potevi vedere in Italia quei disegni, quei poster, quelle estetiche che venivano dagli USA e dal Giappone e chissà da dove.

 

Andare a Londra, quindi, era per tanti giovani europei dei bei tempi un lavoro di scavo. Esso fu reso sempre più inevitabile dall’arrivo dei voli low-cost (che sono il più grande anticoncezionale della nostra generazione, ma quello è un altro discorso).

 

Sorsero intere attività intorno alla questione: conoscevo una ragazza, poi divenuta molto devota, che in Italia teneva aperto un negozio con quello che scavava a Londra nei fine settimana.

 

Lo scavo aveva dei luoghi specifici. Ad un certo punto, era impossibile non passare da Notting Hill a Portobello Road.

 

Ed è lì che la Torre Goldfinger appariva, un simbolo incongruo che era, anche quello, un segno che dimostrava la distanza totale dall’Italia.

 

Torre Goldfinger, A.D. 2004

 

Le portavo rispetto quando a Londra ero poco più che un turista scavatore, ma ho cominciato ad omaggiare la Torre soprattutto quando a Londra mi sono fermato a vivere.

 

Si chiama in realtà Trellick Tower, ma io l’ho sempre chiamata Torre Goldfinger.

 

Il motivo è semplice: così si chiamava l’architetto che, sì, aveva qualcosa a che fare con James Bond.

 

Conosco la storia solo perché, non ricordo bene come, finii ad un piccolo party in quella che fu l’abitazione dell’architetto in 2, Willow Road ad Hampstead, tutt’altra zona di Londra.

 

Ora casa Goldfinger è qualcosa come un piccolo museo Goldfinger, o giù di lì, o almeno lo era una ventina di anni fa  (ricordo bene quella festicciola, perché un inglese tentò di spiegarmi che teoricamente la Regina era padrona di ogni cosa, e il governo doveva solo amministrare le sue proprietà, mentre il popolo è fatto di subjects, cioè soggetti, sudditi assoggettati…).

 

Casa Goldfinger, 2 Willow Road, Hampstead, settembre 2004

 

Erno Goldfinger era un designer britannico nato ungherese che a Londra rappresentava l’architettura modernista. Di famiglia ebraica, al collasso dell’Impero asburgico migrò a Parigi, dove incontrò Mies van der Rohe and Le Corbusier, poi si spostò a inizio anni Trenta a Londra.

 

Prima della guerra cominciò a costruire questa case squadratissime – come la sua. Dopo la guerra fece la sede del Partito Comunista Britannico. Disegnò poi cinema e complessi residenziali, scuole elementarie e secondarie – alcune sono state demolite, altre, addirittura, sono state ricostruite per ordine del giudice come condanna al palazzinaro che le aveva tirate giù.

 

I missili V2 della Germania nazista avevano distrutto una quantità cospicua di Londra, per cui il governo del dopoguerra decise che la progettazione di grattacieli avrebbe risolto i problemi abitativi che affliggevano la capitale. È qui che Goldfinger trovò sfogo, costruendo almeno tre Tower-block, tra cui la Torre Trellick.

 

Non tutti amavano l’estetica brutalista che Goldfinger impartiva ai londinesi. Uno dei detrattori era Ian Fleming, l’enigmatico scrittore che si inventò James Bond. Già allora prendevo sul serio quanto scriveva Fleming: l’idea di un mondo dove Stati-nazione combattono singoli uomini ultrapotenti oggi – con Bill Gates, Klaus Schwab o George Soros («l’unico uomo al mondo con una sua politica estera») – non sembra tanto fiction; così come bisogna sapere che la cifra 007 ha un valore storico ed esoterico immenso, perché richiama il negromante John Dee, l’uomo a cui Elisabetta I assegnò la creazione del servizio segreto di Albione uscita dall’Europa con lo scisma (la vera Brexit) e quindi il progetto del grande impero britannico che avrebbe sconvolto il globo tutto.

 

Quindi, Fleming era visionario e informatissimo, partecipe probabilmente di segreti a noi proibiti, ma al contempo poteva essere assai vendicativo ed insolente.

 

Il Fleming un giorno andò a giuocare a golf col cugino. I due si misero a disquisire della distruzione di alcuni cottage ad Hampstead servita a costruire la casa di Goldfinger in 2 Willow Road. Vi era stata una certa opposizione alla cosa, e Fleming ne aveva fatto parte. Così decise che il cattivo della prossima sua storia di James Bond dovesse chiamarsi Auric Goldfinger. Il romanzo uscì nel 1959.

 

Goldfinger non aveva un carattere facile. Si dice fosse severo perfino con i suoi stessi clienti. Viene definito come iracondo e humorless, privo di spirito. Ovvio quindi che si incazzò parecchio, e andò dagli avvocati.

 

Fleming diede la risposta più stronza possibile: disse che avrebbe quindi cambiato il nome del cattivone, da Goldfinger si sarebbe passati a Goldprick, dove prick significa il fallo maschile ma anche soprattutto l’appellativo di «coglione» che si dà a certe persone. Il Goldfinger mollò la presa e si rimangiò l’intenzione di querelare. L’editore di Fleming volle quindi omaggiare l’architetto con i danari spesi per gli avvocati e bene sei copie gratuite del libro.

 

(Tra parentesi: Goldfinger fu poi la pellicola migliore della serie, quello al termine della cui visione si dice Fellini abbia esclamato: «questo sì che è un film». Confesso che il rapporto tra il villain Auric Goldfinger e la Repubblica Popolare Cinese per far collassare l’economia mondiale risuona ancora oggi dentro di me quando penso allo strano, ben solido legame tra Bill Gates e Pechino. Infine, impossibile trovare una Bond Girl con un nome più consono di Pussy Galore, che qui non traduciamo)

 

Ora, il New York Times scrive che vorrebbero costruire un altro alto palazzo di fianco alla torre. Abitanti della stessa ed appassionati come me si sono imbufaliti: non, non è possibile. Non portateci via anche questo.

 

Il progetto di Goldfinger includeva un asilo nido, un negozio all’angolo, un pub, una clinica medica e persino una casa di riposo. Un ecosistema umano completo, che, penso ora, forse ha dato ispirazione a James Ballard per scrivere il suo romanzo Il condominio.

 

Pezzo per pezzo, potrebbe venire via tutto. L’altra Torre Goldfinger della città, la Balfron Tower nell’East London, è stata svuotata ai tempi della Thatcher e venduta a privati con la falsa promessa che i residenti sarebbero fatti tornare. Cosa che ovviamente non è accaduta.

 

Il New York Times mostra una residente bellissima e giovanissima, tipo 22 anni, che non solo ci vive dentro, ma ha la Torre tatuata sul polpaccio e pure un anello che la riproduce. Siamo a livelli di passione ben superiore ai miei, riconosco. Tuttavia, quello che voglio dire qui è che la Torre non è solo la Torre.

 

La Torre è un pezzo di noi, un ricordo. O ancora di più, è il simbolo di qualcosa di magari inopportuno ed imperfetto, ma che entra nello scenario interiore tuo e di altre persone come te – la tua generazione, e oltre la tua generazione.

 

Il mondo moderno, lo abbiamo capito, vuole rendere tutto resettabile, riformattabile. Può cancellare a piacimento account, idee, persone. Può spersonalizzare milioni di persone, può disintegrare intere porzioni della popolazione. E quindi, certo, può far sparire un ammasso di pietra di 31 piani che svetta nel cielo con la sua forma binaria ed unica.

 

Da un giorno all’altro, puf. Sì, può farlo – perché una società che non ha difeso i propri corpi dinanzi all’imposizione della siringa mRNA, come può davvero battersi per un palazzo, pure ritenuto brutto?

 

Per questo guardo le foto della Torre Goldfinger e capisco che per me è diventata qualcosa di più di un ricordo generazionale, di una memoria di quando stavo a Londra (amandola come la amo tutt’ora: strano detto da me, giusto?).

 

La Torre è l’emblema del vecchio mondo che ci hanno rapinato, e che ora ci dicono che non tornerà mai più: un mondo che chiedeva poche cose, in fondo, un pizzico di prosperità, un pizzico di gioia, un pizzico di gioventù che deve rimanerti attaccata al cuore per sempre, e che invece oggi ti lavano via con la miocardite.

 

In onore della Torre Goldfinger quindi pubblico in copertina per la prima volta perfino un selfie, anzi un protoselfie, fatto quando ancora i telefonini erano telefoni portatili ed esistevano le macchinette fotografiche, un’immagine di quasi 20 anni fa con cui voglio certificare per sempre il mio rispetto al colosso di Kensal Green.

 

Protoselfie dell’autore con la Torre Goldfinger, 2004 (quando vi erano ancora le macchine fotografiche)

 

Questo sono io, questa è la Torre nel 2004.

 

Giù le mani dalla Torre Goldfinger. Giù le mani dai nostri ricordi. Giù le mani dal nostro mondo. Giù le mani dalle nostre vite.

 

Voi, schifosi Goldpricks.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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