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Pensiero

Nelson Mandela e il green pass

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Crediamo che il green pass – e il passaporto vaccinale, e il 2G, e ogni altro nome con cui i vari Paesi danno un nome al lasciapassare COVID – costituisca un’apartheid vera. Su questo sito la chiamiamo spesso con l’espressione «apartheid biotica». Ci sembra incredibile che ci venga ora venduto un concetto di «libertà» che passa attraverso la segregazione di una parte della popolazione. Ma è così.

 

Si tratta di una prima assoluta per la triste storia della discriminazione umana: non si è discriminati per colore della pelle, lingua, appartenenza etnica, ideologia – si è discriminati ad un livello biologico, perfino, subcellulare, biomolecolare.

 

Abbiamo tutti visti i parossismi a cui si è arrivati. Come se niente fosse, Paesi interi hanno diviso supermercati e bar tra un segmento biotico della popolazione e l’altro – i vaccinati hanno i loro tavolini, magari fuori, e in tanti posti non possono entrare. «Come i fumatori una volta», minimizza qualcuno. No, in realtà i fumatori in piscina potevano andare, bastava che non vi fumassero.

 

Siamo dinanzi ad un progetto di ingegneria sociale sacrificale: la cancellazione delle minoranze

Come se niente fosse, si è stabilito quello che qualcuno potrebbe definire un nuovo razzismo, basato sulla marchiatura mRNA. Il genetista Lee Silver, un entusiasta di quella che battezzò «riprogenetica», cioè la creazione sempre più artificiale di bambini bioingegnerizzati, disse nel suo libro di fine anni Novanta Il paradiso clonato che la società si sarebbe presto divisa in due tronconi: da una parte i GenRich, la popolazione geneticamente arricchita, creature con DNA manipolato per essere più belli, più sani, più funzionali; dall’altro i Natural, coloro che, per fede religiosa, arretratezza, o anche solo per sfortuna sono venuti al mondo attraverso gestazione e concepimento naturali.

 

Silver sosteneva che queste due classi sociali si sarebbero distinte al punto tale che i Natural sarebbero finiti giocoforza a fare i lavori domestici in casa dei GenRich. Non solo: andando avanti nel tempo, la diversità genetica dei due gruppi sarebbe diventata tale che incroci tra le due «razze» sarebbero diventati biologicamente impossibili.

 

Ebbene, non siamo ancora passati per l’ingegneria genetica (ma, il lettore di Renovatio 21 lo sa, ci stiamo arrivando), ma siamo pienamente davanti ad una società divisa oramai in due classi biologiche – e, per inciso, a dividerle c’è appunto una tecnica genetica, il mRNA.

 

L’apartheid dei non vaccinati è una realtà che si farà sentire in modo sempre più osceno. Al momento, in Austria e in Germania abbiamo il lockdown per i soli non vaccinati, quindi i lager, già attivi in Australia e, a quanto consta da una legge appena votata a Vienna, di possibile prossima apertura in un Paese limitrofo.

 

Tuttavia, è stato notato, se guardiamo all’apartheid esperito dai neri africani, le differenze balzano all’occhio. Ai neri sudafricani non veniva impedito di uscire di casa. Ai neri sudafricani non veniva impedito di lavorare. Ai neri sudafricani non era chiesta un’alterazione genetica. Ai neri sudafricani non era orrendamente concesso di prendere gli autobus dei bianchi, ma gli autobus per i neri c’erano.

 

In pratica, le condizioni dei neri sotto l’apartheid sudafricano erano migliori di quelle di tanti non vaccinati sotto il regime della tirannide sanitaria.

In pratica, le condizioni dei neri sotto l’apartheid sudafricano erano migliori di quelle di tanti non vaccinati sotto il regime della tirannide sanitaria

 

A questo punto, è impossibile non tirare fuori la storia dell’icona della lotta all’apartheid, Nelson Mandela.

 

Non ci è possibile provare simpatia per quello che è stato preconfezionato dal mondo «laico» (cioè massonico e globalista) come un santo «laico» (cioè massonico e globalista) del XX secolo, al pari di Gandhi e Martin Luther King – il fondatore di Renovatio 21 ha scritto a riguardo un ebook, e ne ha parlato anche in un capitolo di un altro libro.

 

Mandela era un terrorista: così era considerato, e a ragione, dal governo sudafricano dell’apartheid. Venne imprigionato perché il suo partito, l’ANC (che era pesantemente influenzato dall’URSS e dai suoi satelliti) aveva abbandonato i metodi costituzionali e  intrapreso la via della lotta armata: sabotaggi, con morti e feriti, e addestramento di un ala militare per futuro uso.

 

Nelson Mandela, l’idolo celebrato da coloro che oggi impongono la tirannide biotica, avrebbe qualcosa da raccontare. Qualcosa che interroga, nel profondo, il senso stesso della democrazia

Sugli attentati da loro perpetrati, con morti innocenti, si potrebbe scrivere a lungo, così come dell’orrido modo in cui giustiziavano i loro stessi uomini – una copertone in fiamme intorno al collo e via, con tanto di canzoncina che celebrava il necklacing, la cosiddetta «collana»: «With our boxes of matches, and our necklaces, we shall liberate this country», con la nostra scatola di fiammiferi, e le nostre collane, libereremo questo Paese…

 

Tuttavia, proprio Nelson Mandela, l’idolo celebrato da coloro che oggi impongono la tirannide biotica, avrebbe qualcosa da raccontare. Qualcosa che interroga, nel profondo, il senso stesso della democrazia.

 

Mandela fu arrestato nel 1962. Seguì il cosiddetto Rivonia Trial, il processo, durato dall’ottobre 1963 al giugno 1964, che terminò con la condanna all’ergastolo comminata a Mandela per cospirazione per rovesciare lo Stato.

 

«Sono accusato di aver incitato le persone a commettere un reato in segno di protesta contro la legge, una legge nella cui preparazione né io né alcun membro del mio popolo abbiamo avuto voce in capitolo»

Mandela, al termine del processo, tenne un discorso divenuto storico, considerato oggi uno dei momenti fondanti del Sudafrica attuale, sorto dopo 27 anni di prigionia del leader. Era il 20 aprile 1964.

 

Vengono citate spesso, e a ragione, la bellezza e la poesia del suo idealismo civile:

 

«Durante la mia vita ho dedicato me stesso a questa lotta del popolo africano. Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera. Ho coltivato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivranno insieme in armonia e con pari opportunità. È un ideale per il quale spero di vivere e di vedere realizzato. Ma, mio ​​Signore, se è necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire».

 

Gli avvocati di Mandela erano contrari all’inserzione di questo riferimento alla morte: temevano che avrebbe potuto portare la sentenza verso la pena capitale. Mandela volle includere lo stesso queste parole.

 

È possibile per una larga fetta della popolazione, subire una legge sulla quale non ha avuto alcuna voce in capitolo?

Tuttavia, politicamente e filosoficamente più significativo fu la prima dichiarazione in tribunale, nel 1962.

 

«Sono accusato di aver incitato le persone a commettere un reato in segno di protesta contro la legge, una legge nella cui preparazione né io né alcun membro del mio popolo abbiamo avuto voce in capitolo».

 

«Nel soppesare la decisione sulla pena da infliggere per un simile reato, il giudice deve tener conto della questione della responsabilità, se sono io responsabile o se, di fatto, gran parte della responsabilità non ricade sulle spalle del governo che ha promulgato quella legge, sapendo che il mio popolo, che costituisce la maggioranza della popolazione di questo Paese, si è opposto a quella legge, e sapendo inoltre che ogni mezzo legale per dimostrare tale opposizione è stato ad esso precluso dalla legislazione precedente e dall’azione amministrativa del governo».

 

Mandela parla dell’impasse definitivo della democrazia: una parte della popolazione non ha più alcun canale per esprimersi.

 

Ma più ancora, il leader sudafricano nelle righe dà respiro ad uno dei più grandi temi della democrazia, quello che il politologo di Yale Ian Shapiro chiama «principle of affected interest», il «principio dell’interesse colpito».

 

È possibile per una larga fetta della popolazione, subire una legge sulla quale non ha avuto alcuna voce in capitolo?

 

Oggigiorno, ci troviamo esattamente nella posizione di Mandela. Leggi terrificanti – leggi di apartheid peggiore di quello sudafricano – vengono implementate senza che né nel governo né in Parlamento vi sia la benché minima rappresentazione di una una percentuale di popolazione a doppia cifra che rifiuta completamente le politiche in atto

«La posizione di Mandela era che il principio dell’interesse colpito era stato violato» sostiene Shapiro. «Questa nozione è molto vicina alla più fondamentale idea procedurale della teoria democratica, cioè che le persone i cui interessi sono colpiti da una decisione, presumibilmente dovrebbero avere qualche voce in capitolo nel prendere quella decisione».

 

Ciò è particolarmente vero nei casi in cui la popolazione non abbia un’espressione di rappresentanza democratica – la scintilla che fece scoccare l’ora della Rivoluzione Americana, quel «No taxation without representation» inovato dal Tea Party. Se ci vuoi tassare, vogliamo avere una rappresentazione all’interno del processo decisionale sulle tasse.

 

Siamo praticamente nel cuore della giustizia democratica. Senza rappresentazione di vaste porzioni della popolazione — specialmente quelle in dissenso con il potere! – non vi è giustizia e non vi è, come da etimo, potere del popolo. La forma di governo risultante è sola una forma di tirannide che si fa chiamare cosmeticamente «democrazia».

 

A questi milioni di dissidenti senza alcuna rappresentazione, senza alcuna voce del processo decisionale, è chiesto il sacrificio del proprio corpo biologico e della propria morale

Oggigiorno, ci troviamo esattamente nella posizione di Mandela. Leggi terrificanti – leggi di apartheid peggiore di quello sudafricano – vengono implementate senza che né nel governo né in Parlamento vi sia la benché minima rappresentazione di una una percentuale di popolazione a doppia cifra che rifiuta completamente le politiche in atto.

 

Di più: a questi milioni di dissidenti senza alcuna rappresentazione, senza alcuna voce del processo decisionale, è chiesto il sacrificio del proprio corpo biologico e della propria morale. Leggi, ripetiamo con Mandela, «di cui né io né alcun membro del mio popolo abbiamo avuto voce in capitolo nella preparazione».

 

Cosa diviene quindi la democrazia?

 

I governi di tutto il mondo, oggi, perseguono l’esatto contrario: la disintegrazione degli individui dotati di ragione, e la preservazione di masse di persone irrazionali e manipolabili a piacimento, sia che li si chiuda in casa per mesi che gli si innesti una sostanza di alterazione genica

«La democrazia può essere il peggiore dei mali, la peggiore delle tirannie. Perché non c’è una tirannia peggiore della massa irrazionale, della folla dei linciatori». Lo abbiamo sentito in un articolo pubblicato ieri, il grande discorso di Lyndon Larouche sulla Legge Naturale come unica vera patria dell’essere umano.

 

«La democrazia come alcuni la definiscono è la democrazia della folla linciatrice, nei confronti della quale è importante non avere il colore della pelle sbagliato, o non avere il colore d’opinione sbagliato, entro la quale l’individuo non ha altro diritto all’infuori del diritto di essere d’accordo con ciò che sembra essere l’opinione dominante».

 

È esattamente così, come con Mandela: l’unico diritto che abbiamo è quello di essere d’accordo con l’opinione dominante, che oggi chiamano, sempre più sfacciatamente, «narrazione». Devi credere a tutto quello che ti dicono, anche quanto ciò che ti viene inculcato è spudoratamente privo di logica, e quello che ti viene iniettato è privo di garanzie di sicurezza (non per nulla, te lo portano i militari…). Altrimenti: scherno, emarginazione, magari pure l’espulsione dal discorso pubblico, la damnatio memoriae odierna che passa per i social media. Magari, poi, anche qualche manganellata, o un cane che vi sbrana davanti a tutti, o finanche un paio di pallottole.

 

Siamo dinanzi ad un progetto di ingegneria sociale sacrificale: la cancellazione delle minoranze.

 

Ci troviamo quindi ad un impasse storico – o forse, ad una mutazione politica epocale. La democrazia non rappresenta più i cittadini – solo, programmaticamente, alcuni di essi. Gli altri sono ignorati, o combattuti fino ad avvenuta sottomissione

Lo Stato democratico dovrebbe, in teoria, includere il dissenso, quando esso è basato non sulla barbarie irrazionale, ma sulla ragione. Lo Stato dovrebbe fornire la possibilità di parola, di ragione – di Logos – a tutti gli uomini che del Logos sono figli.

 

«La difesa dell’individuo che desideri ragionare, che intenda essere governato dalla Legge Naturale e dalla ragione, è il compito più sacro della società» diceva Larouche. «La difesa e lo sviluppo di tali individui è il compito della società».

 

I governi di tutto il mondo, oggi, perseguono l’esatto contrario: la disintegrazione degli individui dotati di ragione, e la preservazione di masse di persone irrazionali e manipolabili a piacimento, sia che li si chiuda in casa per mesi che gli si innesti una sostanza di alterazione genica.

 

Ci troviamo quindi ad un impasse storico – o forse, ad una mutazione politica epocale. La democrazia non rappresenta più i cittadini – solo, programmaticamente, alcuni di essi. Gli altri sono ignorati, o combattuti fino ad avvenuta sottomissione.

 

La democrazia, nata con l’intento di lasciare libera l’espressione dell’individuo, ora è divenuta censura e violenza. La democrazia è divenuta tirannide e schiavitù. La libertà è divenuta apartheid. Apartheid biotica.

La democrazia, pensata per includere le minoranze, ora progetta la loro eliminazione, politica e forse non solo politica.

 

La democrazia, nata con l’intento di lasciare libera l’espressione dell’individuo, ora è divenuta censura e violenza.

 

La democrazia è divenuta tirannide e schiavitù.

 

La libertà è divenuta apartheid. Apartheid biotica.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine Laurel di via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0), immagine modificata.

 

Oligarcato

Annullata a Vienna la conferenza sull’Anticristo con Peter Thiel

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Il Festival di Vienna ha revocato la prevista partecipazione del magnate tecnologico tedesco-americano Peter Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti.

 

Il co-fondatore di PayPal e Palantir Technologies, noto per le sue posizioni di destra e «transumaniste», avrebbe dovuto prendere parte a una discussione intitolata «Armageddon e l’Anticristo? Dalla teologia alla realpolitik». Quest’anno il Festival si è definito «Repubblica degli Dei», presentandosi come uno «spazio di critica radicale e nuovi inizi».

 

Il panel ha subito generato forti polemiche: per alcuni rappresentava un’occasione per confrontarsi con le idee controverse di Thiel, mentre per altri la sua visione apocalittica non doveva avere alcuno spazio. La sua presenza è stata contestata anche dalle autorità comunali di Vienna, che finanziano il festival.

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«L’invito rivolto a Peter Thiel sta giustamente suscitando grande malcontento tra il pubblico», ha dichiarato al quotidiano Der Standard Veronica Kaup-Hasler, assessore alla Cultura del Comune di Vienna.

 

Il ritiro in massa degli altri partecipanti ha rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli organizzatori hanno ammesso che la controversia su Thiel aveva indebolito il festival «in misura inaccettabile». Sabato è stata quindi annunciata la cancellazione dell’incontro con l’imprenditore.

 

«Non a qualsiasi costo: prendo molto sul serio le critiche. Per via della mia responsabilità nei confronti del programma generale, purtroppo ho dovuto rinunciare all’evento previsto con Peter Thiel, sebbene lo trovassi estremamente interessante e tematicamente coerente con il quadro di Republic of Gods. Tuttavia, insistere sull’evento sarebbe stato contrario alla mia stima per il nostro programma artistico e per tutti coloro che vi sono coinvolti», ha dichiarato il direttore artistico Milo Rau in un comunicato.

 

I discorsi pubblici di Thiel hanno spesso suscitato polemiche. A marzo ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, in una location tenuta privata nei pressi Vaticano. Alcuni media avevano addirittura sostenuto che l’evento si sarebbe svolto presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino, alma mater di Papa Leone XIV. L’istituzione ha però smentito rapidamente qualsiasi collegamento, mentre altri esponenti vicini al Vaticano hanno criticato le iniziative di Thiel.

 

Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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Pensiero

La scuola dell’amicizia

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Due sabati fa ho vissuto un’esperienza magica. Sono tornata nella città natale della mia defunta madre per partecipare al funerale di una delle sue più care amiche. Lì, ho condiviso ricordi, prima al cimitero e poi in un ristorante vicino, con le due superstiti del gruppo di quattro donne – tra cui mia madre – che avevano stretto un legame di amicizia indissolubile e sempre caloroso nel corso di otto decenni.   Conoscere i propri genitori è un percorso che dura tutta la vita. Crescendo, mescoliamo e rielaboriamo continuamente i ricordi che abbiamo di loro, nella speranza di ricostruire un ritratto più o meno completo di chi rappresentavano per noi e per il mondo.   Per me, fare ciò non è una semplice e occasionale incursione nella nostalgia. Si tratta, piuttosto, di una ricerca costante, alimentata da un desiderio forse vano di accrescere continuamente la mia consapevolezza mentre mi avvicino al mio ultimo giorno. E questo per una semplice ragione. Sarò sempre il figlio dei miei genitori, e ciò che erano, o non erano, è profondamente radicato in me.

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È risaputo che la nostra memoria è inaffidabile. Ma è altrettanto risaputo che, per impedire che una persona si dissolva in un groviglio di sensazioni fugaci e frammentate (obiettivo che sembra essere perseguito da molti educatori e promotori della cultura popolare contemporanea), dobbiamo impegnarci a costruire un’identità funzionale a partire dai numerosi frammenti di memoria che portiamo dentro di noi.   Esiste un metodo per farlo? Non ne sono sicuro.   Credo però che ci siano alcune abitudini che possono essere d’aiuto, come tenere un registro dettagliato dei ricordi – o, nel mio caso, essendo una persona con una grande sensibilità uditiva e visiva, registrazioni di voci piacevoli e immagini di luoghi – a cui possiamo tornare più e più volte nel corso della nostra vita.   Rivivendo questi momenti di calore e appagamento spirituale, non solo troviamo conforto nei momenti difficili, ma ricordiamo anche a noi stessi, in mezzo alla falsa cornucopia della cultura consumistica, ciò che il nostro essere interiore desidera veramente mentre andiamo avanti nel tempo.   Ascoltandomi in questo modo, negli ultimi anni mi sono stupito di come i ricordi della mia infanzia nella città natale di mia madre, dove trascorrevo solo i fine settimana e le vacanze estive con i miei nonni, mio ​​zio e mia zia, siano arrivati ​​a oscurare quelli del luogo in cui sono cresciuto giorno dopo giorno, dove andavo felicemente a scuola e giocavo a hockey su ghiaccio, dove ho avuto i miei primi amori e ho bevuto di nascosto le prime birre con i miei amici.   Strano, vero? Beh, l’altro giorno credo di aver trovato una spiegazione. Leominster, la città post-industriale di mia madre, a 20 minuti dalla mia, era un luogo dove tutti contavano qualcosa e dove, quando camminavo per la via principale tenendo per mano mio nonno, o compravo il giornale con mio zio dopo aver assistito alla messa delle sei del mattino, c’era sempre tempo per scambiare due parole o raccontare qualche aneddoto. Così ho imparato che ogni incontro apparentemente banale e pratico con gli altri è un’opportunità per cercare di comprenderli e di capire un po’ meglio il loro mondo.   Ma ancora più importante era il modo in cui la famiglia di mia madre concepiva l’amicizia. Partivano tutti dal presupposto che praticamente chiunque si incontrasse regolarmente ne fosse degno e che, salvo casi di menzogne ​​grottesche o ostilità, quel legame sarebbe durato, in un modo o nell’altro, per sempre.   Inutile dire che questa prospettiva dava enorme importanza alla tolleranza. Quando, durante i cocktail party del sabato pomeriggio a volte organizzati dai miei nonni – quest’ultimo membro del comitato scolastico da 25 anni e leader locale del Partito Democratico – Jimmy Foster si presentava ubriaco fradicio, o Doc McHugh si lasciava un po’ trasportare dalla propria genialità, il loro comportamento non ortodosso veniva considerato, come tante altre cose simili, una dimensione normale, seppur un po’ pittoresca, della vita.   E qui risiede un paradosso meraviglioso e forse rivelatore. Gli Smith di Leominster erano ben lungi dall’essere ciò che oggi definiremmo relativisti morali. Nutrivano profonde convinzioni, radicate sia nella loro fede cattolica sia nell’odio irlandese per le bugie, la falsità, le molestie e l’ingiustizia. E se qualcuno oltrepassava uno qualsiasi di questi limiti, esprimevano senza mezzi termini il loro disappunto.   Ma fino a «quel momento», che in realtà arrivava in pochissimi casi, eri un amico fidato con tutte le tue peculiarità, le tue stranezze o le tue preoccupazioni esagerate.   Per mia madre, così come per mio zio e mia zia, questo connubio di profonda convinzione e grande tolleranza ha permesso loro di stringere amicizie straordinariamente durature con persone molto diverse tra loro.   Quando mio zio, politicamente convinto conservatore, morì, il suo amico ultraliberale, che conosceva da 70 anni e che era stato in passato nella lista dei nemici di Nixon, venne da Washington per pronunciare l’elogio funebre. Negli ultimi decenni della sua vita, le amiche più care di mia zia – il cui cattolicesimo si potrebbe definire tridentino – erano una coppia di lesbiche.   E per quanto riguarda mia madre – il cui gruppo di quattro amiche più intime comprendeva un’ambiziosa donna d’affari divorziata che aveva trascorso molti anni in Australia; una moglie, madre e imprenditrice che aveva sconfitto il cancro per ben quattro volte; e una donna elegante e atletica felicemente sposata con lo stesso uomo da 70 anni – quel momento per porre fine o anche solo mettere in discussione le fondamenta della sua amicizia non arrivò mai. E così fu per quasi tutte le altre amicizie che coltivò e di cui godette nel corso della sua vita.   E due sabati fa, io e mia sorella ci siamo rallegrati non solo dei racconti che i due sopravvissuti ci hanno fatto su otto decenni di amicizia condivisa, ma anche della certezza di aver frequentato, grazie alla straordinaria capacità di mia madre e della sua famiglia di creare e coltivare amicizie, una scuola ben più importante di quelle in cui abbiamo conseguito le nostre prestigiose lauree universitarie.

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Possibile che, in questi tempi di divisione, caratterizzati dalla pressione di schierarsi rapidamente da una parte o dall’altra di una particolare posizione sociale o ideologica, gli Smith di Leominster avessero ragione nelle loro idee sull’amicizia?   È possibile che quelle che oggi, nel nostro Paese apparentemente irrimediabilmente diviso, vengono considerate convinzioni ideologiche, non siano in realtà vere e proprie convinzioni, ma piuttosto etichette a cui molti aderiscono in modo rapido e superficiale proprio perché non hanno riflettuto a fondo su ciò in cui credono o perché non vogliono apparire antiquati o disinformati?   Forse è giunto il momento di ricordare loro ciò che i membri della famiglia di mia madre sapevano e trasmettevano quotidianamente: che ogni persona è un’opportunità di apprendimento e che le persone con convinzioni veramente salde non temono le opinioni contrarie, né sentono il minimo bisogno di mettere a tacere o censurare coloro che non sono d’accordo con un aspetto o l’altro della loro visione della realtà.   Thomas Harrington   Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Espana

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Essere genitori

I bambini che libereranno Faccetta nera

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Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.

 

In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.

 

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Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)

 

E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».

 

Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.

 

Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.

 

Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…

 

Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.

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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.

 

La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.

 

Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.

 

Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.

 

Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.

 

Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?

 

E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?

 

In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.

 

Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.

 

In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.

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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…

 

Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?

 

Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.

 

Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.

 

Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.

 

Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.

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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.

 

 

Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.

 

Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».

 

 

Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme.

C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?

 

Roberto Dal Bosco

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