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Il totalitarismo del green pass per sempre: OMS e UE annunciano un «sistema globale» di passaporti digitali per i vaccini

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Unione europea hanno annunciato la loro collaborazione sui passaporti digitali globali per i vaccini in una conferenza stampa congiunta a Ginevra il 5 giugno.

 

Si tratta, di fatto, dell’estensione del green pass in tutti i Paesi comunitari (e non solo), e oltre i tempi delle emergenze pandemiche. Il green pass, in pratica, diverrà la norma.

 

«Nel giugno 2023, l’OMS adotterà il sistema di certificazione digitale COVID-19 dell’Unione Europea per istituire un sistema globale che contribuirà a facilitare la mobilità globale e proteggere i cittadini di tutto il mondo dalle minacce sanitarie in corso e future, comprese le pandemie», afferma il comunicato stampa dell’OMS.

 

«Questo è il primo elemento costitutivo del Global Digital Health Certification Network (GDHCN) dell’OMS che svilupperà un’ampia gamma di prodotti digitali per offrire una salute migliore a tutti».

 

«La pandemia di COVID-19 ha evidenziato il valore delle soluzioni sanitarie digitali nel facilitare l’accesso ai servizi sanitari», ha affermato il direttore generale dell’OMS, il dottor Tedros Ghebreyesus, durante la conferenza stampa. «Mentre la fase di emergenza della pandemia di COVID-19 è ormai conclusa, gli investimenti nelle infrastrutture digitali rimangono una risorsa importante per i sistemi sanitari e per le economie e le società in generale».

 

 

L’OMS ha dichiarato che utilizzerà il «certificato COVID digitale dell’UE» come modello per stabilire un certificato sanitario digitale globale.

 

Come riportato da Renovatio 21, tale certificato, noto in Italia come «green pass», è stato creato sulla medesima piattaforma digitale creata da Bruxelles per la preparazione dell’euro digitale – e già anni prima che esplodesse il virus di Wuhano.

 

«Uno degli elementi chiave nel lavoro dell’Unione europea contro la pandemia di COVID-19 sono stati i certificati COVID-19 digitali. Per facilitare la libera circolazione all’interno dei suoi confini, l’UE ha rapidamente istituito certificati COVID-19 interoperabili (intitolati “Certificato digitale UE COVID-19” o “EU DCC”)», si legge nel comunicato stampa dell’OMS.

 

«Con questa collaborazione, l’OMS faciliterà questo processo a livello globale sotto la propria struttura con l’obiettivo di consentire al mondo di beneficiare della convergenza dei certificati digitali».

 

«Questo partenariato è un passo importante per il piano d’azione digitale della strategia sanitaria globale dell’UE», ha affermato il commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides.

 

«Utilizzando le migliori pratiche europee, contribuiamo agli standard sanitari digitali e all’interoperabilità a livello globale, a vantaggio dei più bisognosi. È anche un potente esempio di come l’allineamento tra l’UE e l’OMS possa garantire una salute migliore per tutti, nell’UE e nel mondo», ha proseguito il funzionario sanitario UE. «In qualità di autorità di direzione e coordinamento del lavoro sanitario internazionale, non esiste partner migliore dell’OMS per portare avanti il ​​lavoro che abbiamo avviato nell’UE e sviluppare ulteriormente soluzioni sanitarie digitali globali».

 

Il commissario UE per il mercato interno, Thierry Breton, ha aggiunto che «la certificazione UE non è stata solo uno strumento importante nella nostra lotta contro la pandemia, ma ha anche facilitato i viaggi e il turismo internazionali» e che l’espansione dell’OMS del vaccino digitale i passaporti saranno «uno strumento globale contro future pandemie».

 

«Il primo elemento costitutivo del sistema globale dell’OMS diventerà operativo nel giugno 2023 e mira a essere sviluppato progressivamente nei prossimi mesi», afferma il comunicato stampa dell’OMS.

 

L’OMS ha sottolineato che «non avrà accesso a nessun dato personale sottostante, che continuerebbe ad essere di dominio esclusivo dei governi». Cosa che non si sa quanto sia credibile, viste anche le recenti ammissioni sull’euro digitale fatte dalla presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde, la quale, pensando di parlare con Zelens’kyj (erano in verità i soliti burloni radiofonici russi), ha ammesso che la moneta elettronica UE servirà anche per spiare i cittadini.

 

«Questa partnership lavorerà per sviluppare tecnicamente il sistema dell’OMS con un approccio graduale per coprire ulteriori casi d’uso, che possono includere, ad esempio, la digitalizzazione del certificato internazionale di vaccinazione o profilassi», ha annunciato l’OMS. «L’espansione di tali soluzioni digitali sarà essenziale per offrire una salute migliore ai cittadini di tutto il mondo».

 

La cooperazione tra l’UE e l’OMS mira a «incoraggiare la massima adozione e partecipazione globale» nel loro certificato sanitario digitale. «Particolare attenzione sarà prestata alle pari opportunità di partecipazione dei più bisognosi: Paesi a basso e medio reddito» hanno assicurato i papaveri UE-OMS riuniti. Green pass ai poveri, in sostanza.

 

I passaporti vaccinali digitali globali sono da tempo nell’agenda dell’OMS, con la Banca Mondiale che per essi l’anno scorso aveva stanziato un fondo da 1 miliardo di dollari. Nel febbraio 2022, l’agenzia ha commissionato  a T-Systems, una sussidiaria di  Deutsche Telekom con portata internazionale, lo sviluppo di un sistema di passaporto digitale globale per i vaccini.

 

L’anno scorso era emerso come la Corona-Warn-App (CWA), l’app di tracciabilità dei contatti sviluppata in Germania con funzione pragmatica passaporto vaccinale, avrebbe iniziato ad assegnare ai cittadini colori diversi a seconda del loro status vaccinale, un metodo che ricalca esattamente quello della Cina comunista. Due anni fa era emerso altresì come la Repubblica Popolare Cinese facesse pressione sull’OMS per essere incaricata di sviluppare passaporti vaccinali per tutti i Paesi.

 

Nonostante lo abbia negato, anche Bill Gates, primo contribuente privato OMS, si era espresso a favore dei passaporti vaccinali, sostiene il candidato presidente USA Robert F. Kennedy jr. Nel 2021 era emerso come Microsoft e altri giganti tecnologici stessero sviluppando passaporti pandemici grazie a finanziamenti della Rockefeller Foundation.

 

Nonostante la popolazione abbia dato segni di non gradire (britannici, francesi, danesi, svizzeri, australiani, texani e pure qualche sparuto eurodeputato) la loro implementazione, sembra, come ha ribadito un numero sospetto di volte l’enigmatico Tony Blair, «inevitabile». L’indicazione di due anni fa contro obbligo e passaporti vaccinali espressa dal Consiglio d’Europa è stata bellamente ignorata.

 

Dobbiamo inoltre ringraziare, tra gli altri, anche Giorgia Meloni, che ha firmato in tranquillità il documento finale del G20 di Bali per la promozione dei passaporti digitali internazionali.

 

Con il nuovo Trattato pandemico e gli emendamenti al Regolamento Sanitario Internazionale (RSI), se approvati nel 2024 come previsto, l’OMS potrebbe essere divenire organo di governo de facto per lo Stato profondo globale – che, come nell’esempio cinese, ha già pronta la sua griglia di controllo totalitario della popolazione su base bioelettronica. È in fase di caricamento, ritiene lo specialista di armi biologiche Francis Boyle, «uno Stato totalitario mondiale» che passa per leggi sanitarie transnazionali.

 

Non si fermeranno alle malattie, come sappiamo. Istituiranno, come esce da tanti discorsi a Davos, un sistema premiale che controllerà l’individuo sin nelle sue più micrologiche transazioni secondo parametri inventati secondo la nuova emergenza, quella del clima.

 

Curiosamente, il documento ufficiale del dicembre 2022 che ne parla e su cui lo sviluppo dei passaporti vaccinali OMS-UE dovrebbe fondarsi, l’«EU Global Health Strategy», nel momento in cui scriviamo non è accessibile, con addirittura problemi a scaricare il PDF. Tuttavia, grazie all’archivio Internet della Wayback Machine, possiamo dare un’occhiata al suo contenuto, già dall’introduzione: «oggi più che mai la salute globale è influenzata dalla triplice crisi planetaria del cambiamento climatico, biodiversità e inquinamento».

 

«Oltre alle tradizionali cause profonde di cattiva salute, come la povertà e le disuguaglianze sociali, altri driver dei problemi di salute devono essere affrontati in modo integrato, come il cambiamento climatico, l’ambiente degrado, crisi umanitarie o insicurezza alimentare, aggravate da crisi come la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina», scrive il documento ufficiale UE, per niente di parte, in una mirabile sintesi di tutte le catastrofi capitateci addosso negli ultimi mesi.

 

Ci sono, al «principio guida 2» riferimenti alla necessità di allinearsi con il «Piano di azione gender III e al Piano di azione giovani, alle persone disabili in linea con la Convezione ONU sulle persone con disabilità» così come provvedere all’accesso alla salute di altri gruppi vulnerabili come il popolo LGBTIQ [sic], gli anziani, i migranti, i rifugiati e gli sfollati, anche in contesti di disastri naturali o artificiale e degli impatti del cambiamento climatico».

 

Tuttavia, bisognerebbe concentrarsi a leggere bene quanto scrive il documento UE al «principio guida 12»:

 

«Perseguire la neutralità climatica globale entro il 2050, aumentando la capacità di adattamento, rafforzare la resilienza riducendo la vulnerabilità ai cambiamenti climatici in conformità con l’Accordo di Parigi».

 

«Sostenere la biodiversità del suolo, il perseguimento internazionale della riduzione e mitigazione dell’inquinamento atmosferico emissioni globali, la promozione dei principali strumenti internazionali e un meccanismo globale per la gestione delle sostanze chimiche e rifiuti oltre il 2020, la negoziazione di una nuova, giuridicamente vincolante strumento per porre fine all’inquinamento da plastica e risultati ambiziosi sull’acqua e salute alla prossima Conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua del 2023».

 

E ancora: «Promuovere un’azione globale ambiziosa per affrontare la perdita di biodiversità, traffico di specie selvatiche, inquinamento di aria, acqua e suolo, esposizione a sostanze tossiche. Promuovere l’approccio One Health in futuro Global Biodiversity Framework da concordare all’ONU Biodiversità Conferenza (COP15)». I lettori di Renovatio 21 stanno cominciando a prendere dimestichezza nei confronti di questa nuova espressione: One Health, la grande campagna di uniformazione sanitaria planetaria, la quale, secondo il documento UE «affronta la complessa interconnessione tra umanità, clima, ambiente e animali; per una più efficace sorveglianza delle malattie in tutto il mondo; e per regole e cooperazione internazionali più forti sui meccanismi sulla salute». Su queste pagine abbiamo già iniziato a specificare in cosa consista e chi vi sia dietro (spoiler: i soliti noti) e quale sia il suo fine (spoiler 2: il Trattato pandemico e oltre, cfr. più sopra).

 

Vedete che il green pass climatico, quindi, è già realtà. Tanti tasselli erano andati al loro posto ben prima della conferenza stampa congiunta OMS-UE.

 

Il green pass, come abbiamo ripetuto tante, tante volte (ricordate quando Renovatio 21 vi diceva che sarebbe stato eterno?), altro non era che una prova generale di una mutazione mondiale dello Stato e dell’umanità – una prova tecnica per la sottomissione dell’uomo nel XXI secolo.

 

Il cittadino diviene «utente», lo Stato diviene «piattaforma», i diritti spariscono e divengono, come era stato per il certificato verde, «accessi» assegnati e tolti dall’alto, per disposizione elettronica del potere – che, considerando gli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale, potrebbe a breve essere completamente scevro dell’elemento umano.

 

Governati da un potere oscuro, forse non umano – forse dalla macchina. E marchiati.

 

Vale la pena, a costo della nausea, ricordare le parole della Rivelazione: «nessuno poteva comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome» (Apocalisse, 13, 17).

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Sorveglianza

Chat control, il Parlamento Europeo ha esteso fino al 2028 il programma di sorveglianza sui nostri telefoni

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Il Parlamento Europeo ha prorogato fino all’aprile 2028 la legislazione «Chat Control», un programma di sorveglianza della messaggistica privata presentato come strumento contro il materiale pedopornografico, dopo che una manovra procedurale ha permesso l’approvazione del provvedimento nonostante la maggioranza dei parlamentari avesse votato contro.

 

Il 9 luglio, il Parlamento europeo ha adottato una proroga di Chat Control 1.0, un’esenzione temporanea e volontaria dalle norme sulla privacy nell’UE, apparentemente volta a individuare materiale pedopornografico online. Il regolamento rimarrà ora in vigore fino al 3 aprile 2028, dando alle istituzioni europee più tempo per negoziare un nuovo quadro normativo. Comunemente noto come Chat Control 2.0, il nuovo regolamento renderebbe obbligatorio il controllo dei messaggi e delle foto private, anche sui servizi crittografati come WhatsApp e Signal.

 

L’estensione Chat Control 1.0 è stata approvata dopo un iter procedurale che ha impedito una votazione diretta sul merito della legge stessa.

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«È una vergogna che lo strumento Chat Control sia stato approvato dal Parlamento europeo», ha dichiarato Svenja Hahn, presidente del partito ALDE e europarlamentare tedesca, in un commento a EUTechLoop. «Apre le porte alla sorveglianza di massa di tutte le comunicazioni private dei nostri cittadini europei, invece di concentrarsi sulla lotta mirata contro gli abusi sessuali sui minori, come proposto dal Parlamento. La sorveglianza delle chat private, promossa dagli Stati membri dell’UE, rappresenta una minaccia per la nostra libertà e la nostra democrazia. Dobbiamo continuare a lottare contro Chat Control».

 

Alla base di Chat Control 1.0 c’è il Regolamento (UE) 2021/1232, che consente una deroga temporanea alle leggi europee sulla privacy per permettere ai fornitori di utilizzare sistemi automatizzati per rilevare materiale pedopornografico. Tale deroga è scaduta il 3 aprile di quest’anno, ma le discussioni per prorogarla si sono bloccate a causa dell’opposizione di diverse organizzazioni che hanno espresso preoccupazione per le implicazioni umanitarie del regolamento proposto.

 

Come riportato da EuroNews, a marzo i membri del Parlamento europeo hanno respinto una proposta per prorogare Chat Control 1.0, dopo che i negoziati non hanno portato a un accordo. È stato approvato un emendamento che impone di limitare il monitoraggio ai singoli utenti o ai gruppi già sospettati per ordine di un’autorità giudiziaria, impedendo così l’accesso indiscriminato alla corrispondenza delle comunicazioni private con sede nell’UE.

 

Successivamente, a giugno, la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola ha riaperto il fascicolo legislativo al Consiglio europeo, chiedendo all’UE di «trovare un accordo su una seconda lettura di questo fascicolo».

 

Il 2 luglio, il Consiglio ha quindi presentato, come propria «iniziativa», la proposta emendata che era stata appena respinta dal Parlamento, imponendo una seconda lettura, ovvero un nuovo ciclo di dibattito e votazione. Poiché la proposta è diventata la «posizione ufficiale» del Consiglio europeo, il regolamento del Parlamento europeo richiede la maggioranza assoluta – non dei presenti, ma di tutti gli eurodeputati – per emendarla. Ciò ha reso considerevolmente più difficile per gli oppositori ribaltare il disegno di legge.

 

Il 9 luglio, durante il dibattito, una prima votazione ha mostrato una maggioranza semplice a favore del rigetto della posizione del consiglio. Si è quindi tenuta una seconda votazione, che tuttavia non ha raggiunto la maggioranza assoluta necessaria per ribaltare il testo modificato. Di conseguenza, la proposta non è stata respinta. La legge è stata quindi approvata e Chat Control 1.0 è stata prorogata fino al 3 aprile 2028.

 

Tuttavia, la versione modificata di Chat Control 1.0 ha introdotto una clausola che esclude le comunicazioni crittografate end-to-end (ad esempio, su WhatsApp e Signal) dall’ambito di applicazione del regolamento, indipendentemente dal fatto che siano crittografate ora, lo siano state in passato o lo saranno in futuro.

 

I servizi di posta elettronica come Gmail e iCloud, l’archiviazione cloud protetta da crittografia lato server e la messaggistica diretta non crittografata su Instagram e Facebook rimangono esposti e fortemente incentivati a effettuare scansioni volontarie. Prima della sospensione dell’aprile 2026, la sola raccolta di piattaforme Meta rappresentava quasi la totalità delle segnalazioni inviate alle autorità di contrasto europee.

 

Come riportato da Renovatio 21, cinque anni fa Apple aveva dichiarato l’introduzione di modifiche agli iPhone progettate per scovare casi di abusi sessuali su minori. Già un lustro fa, dietro al nobile intento di combattere la pedofilia, non è difficile vedere che si tratta di un nuovo limite eroso dal capitalismo di sorveglianza.

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Dall’autunno del 2026 inizieranno i lavori per la versione definitiva 2.0, che introdurrà il monitoraggio «obbligatorio e preventivo» direttamente sui dispositivi utilizzati da tutti i cittadini dell’UE. Il nuovo quadro normativo dovrebbe essere approvato entro luglio 2028 e includere la cosiddetta scansione lato client. A tal fine, un algoritmo viene installato direttamente sul telefono o sul computer dell’utente e analizza il contenuto mentre viene digitato, prima che venga crittografato e inviato.

 

Si tratta di un ipertotalitarismo bioelettronico de facto, che sta venendo lanciato sotto i nostri occhi. E la pandemia con i suoi green pass, come ripetiamo su Renovatio 21ne è stata solo la prova generale.

 

Come sempre, la lotta all’orrore della pedopornografia viene brandita dal sistema come motivazione per aumentare la sorveglianza dell’individuo, imponendo metodi di controllo sempre più capillari. È un bel paradosso: Bruxelles, che ricordiamo è città nota per le voci sulla terrificante pedofilia delle sue élite, per proteggerci dai pedofili accresce il suo potere.

 

La nuova manovra, che segue l’attacco alle grandi piattaforme pornografiche internet, nasconde quindi un’orrore più grande: quello della nuova piattaforma del totalitarismo europeo, una tecnocrazia basata su sorveglianza e controllo come mai abbiamo veduto nella storia umana.

 

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Sorveglianza

Il governo spagnolo blacklista Palantir

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Il governo spagnolo ha ordinato alle aziende statali di interrompere i rapporti con l’azienda statunitense di difesa Palantir. Lo riporta il quotidiano spagnolo El Confidencial.   La decisione segue divieti simili imposti in Francia e Germania. Fonti interne a diverse aziende pubbliche hanno riferito al giornale di aver ricevuto istruzioni di non firmare nuovi contratti con Palantir per timore che informazioni classificate relative alla sicurezza nazionale possano finire nelle mani della società.   Il divieto riguarda le aziende statali che operano nei settori delle comunicazioni, della difesa, della tecnologia militare e delle infrastrutture pubbliche, secondo quanto riportato da El Confidencial. Le forze armate spagnole, tuttavia, avrebbero ottenuto un’esenzione. Nel 2023, il Centro di intelligence delle forze armate (CIFAS) del Ministero della Difesa spagnolo ha firmato un accordo da 16,5 milioni di euro (18,8 milioni di dollari) con Palantir, che scadrà il prossimo novembre.

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Due partiti della coalizione del primo ministro Pedro Sanchez, Sumar e Junts, hanno chiesto al governo di chiarire la natura del contratto ancora in essere tra il Ministero della Difesa e Palantir. In una risposta ufficiale di giovedì, il governo ha affermato che Palantir «non ha accesso ai dati dei cittadini spagnoli».   Il software di analisi dati di Palantir è utilizzato da eserciti, forze dell’ordine e dipartimenti governativi in tutto il mondo, tra cui il Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS) e il Dipartimento per l’Immigrazione e le Dogane degli Stati Uniti (ICE).   Il prodotto di punta dell’azienda, un sistema operativo chiamato «Gotham», è utilizzato dagli eserciti statunitense e israeliano. Esso raccoglie dati eterogenei, come filmati di droni, mappe e flussi video in diretta provenienti dai soldati sul campo, e utilizza l’Intelligenza Artificiale per prevedere i movimenti del nemico e pianificare gli attacchi.   Tuttavia, lo stretto rapporto tra l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, e l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump, e il suo recente «manifesto» a sostegno della supremazia militare americana, hanno reso l’azienda impopolare in Europa. Il mese scorso, il primo ministro francese Sébastien Lecornu ha annunciato che l’agenzia di intelligence interna del paese, la Direzione generale per la sicurezza interna (DGSI), avrebbe «sostituito il gigante americano Palantir» con un software sviluppato dall’azienda francese ChapsVision.   Anche il BfV, l’equivalente tedesco della DGSI, avrebbe scelto ChapsVision per le proprie esigenze di analisi dei dati.

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Il mese scorso, il sindaco di Londra Sadiq Khan è intervenuto per bloccare un accordo da 50 milioni di sterline (76 milioni di euro) tra Palantir e la polizia metropolitana della città, definendo il contratto una «chiara e grave violazione» delle norme sugli appalti. Palantir ha ancora un accordo da 330 milioni di sterline con il Servizio Sanitario Nazionale (NHS) e un accordo da 240 milioni di sterline con il Ministero della Difesa britannico.   Palantir Technologies nasce nel 2003 in California per iniziativa dell’investitore Peter Thiel e di Alex Karp, con l’obiettivo di applicare i sistemi antifrode di PayPal – azienda fondata da Thiel con Elon Musk e poi venduta ad eBay – all’antiterrorismo. Nei suoi primi anni di vita l’azienda fatica a trovare investitori finché non è intervenuta In-Q-Tel, il braccio di venture capital della CIA, che ne ha finanziato lo sviluppo garantendole l’accesso alla comunità dell’Intelligence. Da allora, piattaforme come Gotham integrano dati globali per la NSA, l’FBI e governi occidentali.   Questa stretta interconnessione con i servizi segreti genera forti polemiche in tutto il mondo. Gli attivisti accusano Palantir di favorire la sorveglianza di massa e il «predictive policing». Negli Stati Uniti è stata duramente contestata per aver supportato l’agenzia ICE nelle deportazioni di migranti, mentre in Europa l’uso del software ha sollevato ampie proteste per la violazione della privacy dei cittadini.  

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Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic
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Testata giornalistica europea rifiuta di pubblicare un articolo di Lavrov. Non è la prima volta

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Il ramo europeo della testata Politico, che ha sede a Bruxelles ed è di proprietà della tedesca Axel Springer SE, si è rifiutata di pubblicare un articolo esclusivo scritto dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

 

L’articolo era inizialmente previsto per la pubblicazione su Politico Europe, ma è stato annullato «a causa di una decisione dell’ultimo minuto da parte della redazione», ha dichiarato venerdì il ministero degli Esteri russo.

 

Nel testo, Lavrov delineava la posizione di Mosca sul conflitto ucraino, il ruolo dell’Europa nell’escalation della crisi e le implicazioni per la sicurezza globale. Il capo della diplomazia russa ha accusato i leader europei di usare la diplomazia come copertura per l’espansione della NATO e dell’UE, sostenendo che l’Occidente ha cercato di trasformare l’Ucraina in una roccaforte anti-russa.

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Il vertice della diplomazia russa ha avvertito che la crescente militarizzazione dell’UE, comprese le discussioni sulla deterrenza nucleare e sull’«autonomia strategica», potrebbe aumentare il rischio di uno scontro diretto tra NATO e Russia.

 

Non è la prima volta che un articolo del ministro degli Esteri di Mosca, rispettatissimo decano della diplomazia internazionale e per alcuni volto razionale della Russia, viene censurata dalla stampa occidentale.

 

Un altro grottesco caso simile ha riguardato il principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera, che lo scorso novembre ha rifiutato di pubblicare un’intervista esclusiva con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

 

L’incredibile sviluppo è stato ridicolizzato dal portavoce del ministero degli Esteri di Mosca Maria Zakharova, che, facendo ridere i presenti ad un briefing a Mosca, ha raccontato che quando il ministero russo ha chiesto come mai l’intervista non fosse stata pubblicata il Corriere avrebbe risposto che non c’era spazio; la Zakharova ha proseguito dicendo che, visiti i «problemi con la Carta che deve avere l’Italia», era stato proposto dal Cremlino di pubblicarla sul sito, ma sarebbe stato risposto da via Solferino che non c’era spazio nemmeno su internet. Infine, non si sa quanto scherzando, la portavoce dice che è stato ulteriormente proposto all’antico quotidiano italiano di pubblicare un link ad una pagina esterna, ma sarebbe stato detto che non c’era spazio nemmeno per quello.

 

È finita che l’intervista la ha pubblicata il sito del ministero degli Esteri russo e dell’ambasciata russa in Italia.

 

Fu un caso altamente imbarazzante, cringe nel pieno senso del termine.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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