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Necrocultura

Dalla guerra civile alla «guerra biotica»

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Nei primi anni Novanta uscì un libro del filosofo marxista Robert Kurz intitolato Il collasso della modernizzazione. In esso si rifletteva su cosa sarebbe successo al mondo dopo la fine del blocco socialista.

 

«Il mondo unitario e unificato, infine realizzato e generalmente riconosciuto (…) si rivela nell’orrenda visione di una guerra civile planetaria (Weltbuergerkrieg) in cui non vi saranno più fronti riconoscibili, ma solo una cieca esplosione di violenza ad ogni livello».

 

Kurz non aveva torto: in quei mesi, si assisteva al massacro yugoslavo, di fatto una guerra civile di violenza inaudita basata su una matrice etnica fino a poco prima totalmente impensabile.

«Il mondo unitario e unificato, infine realizzato e generalmente riconosciuto (…) si rivela nell’orrenda visione di una guerra civile planetaria (Weltbuergerkrieg) in cui non vi saranno più fronti riconoscibili, ma solo una cieca esplosione di violenza ad ogni livello»

 

Tuttavia, l’analisi psico-politica dello studioso tedesco voleva andare ancora più a fondo.

 

«Quando uomini, popoli, regioni e stati si accorgeranno che mai più gli si ripresenterà l’occasione di essere vincenti e che, continuando a perdere, saranno infine privati di ogni possibilità accettabile di vita, finiranno col rovesciare il tavolo da gioco e sputare su tutte le regole della cosiddetta Civiltà».

 

Il Kurz insomma prevedeva l’arrivo di una fase di caos sanguinario, quella che il filosofo Réné Girard, nella sua teoria riguardo La violenza e il sacro, chiama «crisi sacrificale».

 

Il mondo sazio avrebbe generato quantità di conflitti che avremmo chiamato «guerre civili», ciascuna tendente verso la barbarie. Non era un pensiero inesatto: a quei tempi vi era la pioggia di sangue sui Balcani (che si protrasse, tra un disastro ONU-NATO e l’altro, per un decennio) ma anche l’Algeria, che dimentichiamo tutti: centinaia di migliaia di morti; bambini, maestre di scuola, donne di Paese, monaci massacrati nel modo più belluino dagli stessi jihadisti che avrebbero affinato l’apprendimento della pragmatica della violenza iniziato con gli sgozzamenti di soldati sovietici in Afghanistan per finire con il granguignolesco circo stragista dell’ISIS della metà degli anni 2010. Non dimentichiamo, del resto, che il libro-guida del jihadismo si chiama Idarat at-Tawahhus, cioè «la gestione della barbarie». (Per inciso: lo sto traducendo, da diversi anni, e spero di finire il lavoro entro pochi mesi).

Barbarie e guerra civile, quindi, sono sfere che nell’ultimo secolo sono finiti quasi per coincidere

 

Barbarie e guerra civile, quindi, sono sfere che nell’ultimo secolo sono finiti quasi per coincidere; il tardo successo del filone revisionista di Pansa sui partigiani crudeli ne è una testimonianza. Il messaggio era semplice, nonostante il tabù imposto dalla Repubblica «nata dalla Resistenza» (e dalla magica manina di James Jesus Angleton, vabbè), anche la «guerra civile» seguita all’8 settembre fu di fatto un momento di estrema barbarie, da tutte le parti. I corpi appesi di Mussolini e della Petacci lo stanno a significare benissimo: la guerra civile è regressione nel primordiale, nel tribale, nel ferale.

 

Kurz avanzava con la sua teoria per trovare il respiro di insurrezione marxista: la guerra civile, storicamente, ha riguardato ceti superiori, con le masse proletarie solo recentemente chiamate alla mobilitazione. Bisogna che questa guerra civile sfoci in una rivoluzione, pensavano i vecchi-nuovi comunisti, bisogna che ne esca la dittatura del proletariato che aspettiamo da secoli, visto che quella che abbiamo vista realizzata in mezzo mondo non possiamo dire a voce alto che non c’è piaciuta tantissimo…

 

Tutti coloro che hanno studiato Marx oggi sono servi del capitale globale – sia da questa parte del muro, che dall’altra, dove i leader politici (per esempio, in Albania) sono invitati al banchetto di nozze di George Soros

Sono passati tanti anni da questo libro, e da queste idee.

 

Tutti coloro che hanno studiato Marx oggi sono servi del capitale globale – sia da questa parte del muro, che dall’altra, dove i leader politici (per esempio, in Albania) sono invitati al banchetto di nozze di George Soros.

 

Il marxismo è rivendicato come la base di movimenti sintetici come Black Lives Matter, sostenuto apertis verbis da miliardari e multinazionali sfruttatrici. La «guerra civile» che è consentita ora ai neri, con imposizione della barbarie a intere aree urbane americane, è applaudita dai politici progressisti sul libro paga della Silicon Valley e i miliardari della finanza.

 

Quindi, la «guerra civile planetaria», questo universo di barbarie perpetua che ci prometteva il filosofo marxista dopo la fine del Patto di Varsavia, si è realizzata in forma di cartapesta: una scenografia intercambiabile, finta, poco profonda, buona per un teatrino che tenga impegnati gli allocchi.

La «guerra civile planetaria», questo universo di barbarie perpetua che ci prometteva il filosofo marxista dopo la fine del Patto di Varsavia, si è realizzata in forma di cartapesta: una scenografia intercambiabile, finta, poco profonda, buona per un teatrino che tenga impegnati gli allocchi

 

O forse non è del tutto così.

 

In realtà, è da tanto tempo che su Renovatio 21 ve lo ripetiamo: si prepara un movimento di contrazione non pacifica della società. Il nostro consorzio umano era stato polarizzato in modo mai visto dapprima per tramite social media: la politica lo sa bene, e l’effetto massimo di quanto sto dicendo è stato Donald Trump, che portò ad una divisione dell’elettorato (e dei media, e degli enti statali) che creò gruppi incapaci anche solo di comunicare fra lodo.

 

Poi è venuta la pandemia. Il gap qui  si è aggravato in modo molto più profondo, e su una linea completamente nuova: non più su un piano politico e civile, ma su un piano biotico. È la vita biologica stessa delle persone – il bios – che adesso è il dato rilevante per le fazioni contrapposte.

 

Poi è venuta la pandemia. Il gap qui  si è aggravato in modo molto più profondo, e su una linea completamente nuova: non più su un piano politico e civile, ma su un piano biotico. È la vita biologica stessa delle persone – il bios – che adesso è il dato rilevante per le fazioni contrapposte

Io ho fatto il vaccino, perché tu no?

 

Io mi proteggo con la mascherina dalla minaccia biologica del millennio, perché tu no?

 

Io accetto le modificazioni cellulari per tramite dell’mRNA, perché tu no?

 

Io sono disposto a rinunziare alla mia privacy sanitaria, perché tu no?

 

Io ho sterilizzato mio figlio, perché tu no?

 

Sono tutte domande che strisciano, più o meno evidenti, sotto ogni discorso pubblico e privato, quando si parla di obblighi, di rischi, di no-vax, questo indicibile, inspiegabile cancro sociale che a nessuno salta in mente di definire, come una volta, «dissidenti», né tantomeno con il (brutto) termine giuridico che vi sarebbe pronto per la bisogna, «obiettori».

I no-vax, questo indicibile, inspiegabile cancro sociale che a nessuno salta in mente di definire, come una volta, «dissidenti», né tantomeno con il (brutto) termine giuridico che vi sarebbe pronto per la bisogna, «obiettori»

 

Ciò che divide ora la popolazione è un dato biologico, non etnico. Ciò che crea insiemi di contrasto all’interno della società, non è un’ideologia, ma una biopolitica.

 

Come visibile a chiunque, una delle due fazioni gode non solo dell’appoggio dello Stato, ma anche di tutto il sistema sovranazionale (OMS, Bill Gates, Big Tech, Big Pharma etc.) che di fatto elargisce ordini e prebende alle élite statali. Lo Stato moderno, dunque, non ha nessuna intenzione di placare lo scontro in seno al suo stesso corpo.

 

L’idea che può avere quindi l’Autorità, forte di un sostegno popolare che non ha avuto in altri periodo , quindi, può essere una e una sola: il sacrificio del segmento ritenuto sbagliato. L’annichilimento della minoranza tossica. La cancellazione del gruppo difforme – le cui idee, come il virus, sappiamo quanto siano contagiose.

 

I calcoli li hanno già fatti: se i dissidenti sono il 30%, come dice qualcuno, cancellandoli otteniamo comunque una situazione che consente la sopravvivenza del sistema.

Ciò che divide ora la popolazione è un dato biologico, non etnico. Ciò che crea insiemi di contrasto all’interno della società, non è un’ideologia, ma una biopolitica

 

È in base a questo conto che i social vi stanno censurando e buttando fuori: come ogni altro sistema (le scuole, gli ospedali, le chiese) hanno già accettato l’idea di fare a meno di voi, perfino del vostro portafogli, e continuare sereni con la massa bovina di chi non si pone problemi e obbedisce in cambio di una brucata qua e là, fino al giorno in cui (appunto) non le mucche non si portano al macello.

 

Voi, che disturbate la ruminazione della mandria e per di più la spaventata con questa storia del macellaio, siete in realtà un problema di cui sbarazzarsi – gli conviene non solo politicamente, ma anche economicamente. E conviene allo Stato che ha come unico sistema operativo la filosofia dell’utilitarismo: massimo godimento dei più tramite accettazione di eventuali sacrifici delle minoranze.

 

Non stupiamoci quindi, se lo Stato, tra gli applausi di chi fa la coda all’hub della siringa genica, ha affidato il processo biopolitico principale in atto ai militari

C’è più di una motivazione valida e concreta, quindi, per sbarazzarsi di voi.

 

Non stupiamoci quindi, se lo Stato, tra gli applausi di chi fa la coda all’hub della siringa genica, ha affidato il processo biopolitico principale in atto ai militari. Abbiamo sentito sui giornali ogni sorta di linguaggio guerresco, con discorsi sulla «caccia ai non vaccinati», e i no-vax «da stanare» etc. Sì, si tratta proprio di un’operazione militare, perché di fondo il manovratore sa che il quadro in arrivo è un quadro di scontro, e quindi ci ha messo i soldati, cioè degli uomini armati.

 

Perché sono in parecchi che, come noi, non si arrenderanno mai, preferendo – sul serio – la morte piuttosto che bruciare il granello d’incenso alla Necrocultura pandemica, alla sua dittatura biosecuritaria, ai suoi farmaci transumanisti.

In parecchi non si arrenderanno mai e non bruceranno il granello d’incenso alla Necrocultura pandemica, alla sua dittatura biosecuritaria, ai suoi farmaci transumanisti

 

«Si prepara una guerra civile, e voi lo sapete» avevano scritto i soldati francesi ai loro politici in una strana lettera qualche settimana fa.

 

Noi la pensiamo un po’ più articolatamente: Si prepara una guerra biotica, e nessuno lo ha ancora capito bene.

 

Per cui, cari lettori, stiamo vicini. Prepariamoci all’urto. Sarà tremendo, anzi, lo è già. Già ora vediamo gli effetti devastanti, sulle vite e sulle famiglie di tanti, del DL 44, la prima vera legge di discriminazione biologica di questo conflitto.

 

Si prepara una guerra biotica, e nessuno lo ha ancora capito bene

Ma ricordatelo sempre: nella guerra biotica planetaria, non siamo noi quelli dalla parte della barbarie.

 

Non siamo noi che facciamo i bambini a pezzi per farci le pozioni.

 

Non siamo noi che imponiamo al prossimo di divenire cavia di un esperimento scientifico.

 

Ricordatelo sempre: nella guerra biotica planetaria, non siamo noi quelli dalla parte della barbarie

Non siamo noi ad aver riempito le terapie intensive per svuotarle senza nessuna autopsia.

 

Non siamo noi che abbiamo cremato i resti di esseri umani senza che nessuno potesse piangerli.

 

Non siamo noi che abbiamo impedito alla gente di vivere, lavorare, abbracciarsi, pregare – per mesi.

 

Noi siamo la Civiltà, la Civiltà della vita – e per essa vale la pena di combattere fino a che avremo il cuore che batte

Non siamo noi quelli che, nemmeno per un istante, pensano alla violenza, pensano a chiamare i militari.

 

Noi siamo la Civiltà, la Civiltà della vita – e per essa vale la pena di combattere fino a che avremo il cuore che batte.

 

 

Roberto Dal Bosco

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Arte

Zerocalcare, il pericolo mortale di «Strappare lungo i bordi»

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L’evento audiovisivo dell’anno è con probabilità – dopo Squid GameStrappare lungo i bordi, opera di animazione Netflix in sei episodi firmata dall’oramai celeberrimo Zerocalcare.

 

Zerocalcare è un romano nato nel 1984. All’anagrafe si chiama in realtà Michele Rech, ponendosi quindi nel solco degli artisti romani che coprono un nome nordico con uno pseudonimo, come nel caso del grande Franco Lechner (1931-1987), in arte Bombolo, o la recentissimamente scomparsa Lina Wertmüller (1928-2021), il cui nome per esteso era Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich (in pratica aveva un nome lungo quanto gli improbabili titoli delle sue pellicole).

 

Zerocalcare è senza dubbio il più grande artista della sua generazione per quanto riguarda il fumetto e ora anche il cinema di animazione. Il suo è un successo davvero autentico: viene davvero dal basso, da un passaparola furioso dei suoi sostenitori (un insieme molto trasversale) che forse pure precede, o può ignorare, i social media.

 

Zerocalcare è senza dubbio il più grande artista della sua generazione per quanto riguarda il fumetto e ora anche il cinema di animazione

Viene dai centri sociali, un mondo che da decenni ha perso la sua spinta. La cosa è pienamente avvertibile nella sua opera, dove si dedica per lo più riferimenti della cultura popolare trasmessa dalla TV (Guerre Stellari, I Cavalieri dello Zodiaco, Game of Thrones, I Simpson, Ken il Guerriero), che con ogni evidenza vince per profondità e persistenza sulle mitologie gosciste.

 

La sparizione dell’anima dell’universo un tempo detto «antagonista» è stata drammaticamente visibile durante la pandemia, dove i ribelli libertari non hanno fiatato mentre si installava nelle loro città un vero Stato di polizia che ogni giorno che passa diventa sempre più distopico (botte dai celerini, libertà di parola proibita, pass digitali). Di fatto, del tema della pandemia in Strappare lungo i bordi non c’è traccia alcuna: il «centrosocialismo», con evidenza, non disponeva della capacità di calcolo per una cosa del genere, né la volontà di antagonizzare davvero il potere costituito quando esso mostra il suo vero volto.

 

Ad ogni modo, la serie è di altissima fattura. La sfida di trasporre in immagini in movimento la caratteristica principale dei fumetti dell’autore – ossia la visualizzazione immediata di tutti i pensieri del protagonista – è riuscita in pieno, forse in modo ancora più divertente rispetto alla carta. Si ride e si ghigna ad ogni piè sospinto.

 

 

Certo, un paio di cose stonano, forse in maniera imperdonabile. Della sigla simil-Riccardo Fogli ci chiediamo tuttora la significazione, ed è mandata in onda, apparentemente senza ironia, pure una canzone di Ron. Poi, la presenza, anche solo in voce, di Mastrandrea… Ma perché? Perché?

 

Del tema della pandemia in Strappare lungo i bordi non c’è traccia alcuna: il «centrosocialismo», con evidenza, non disponeva della capacità di calcolo per una cosa del genere, né la volontà di antagonizzare davvero il potere costituito quando esso mostra il suo vero volto

La serie ha fatto scattare un paio di polemiche sui giornali mainstream. La prima, la più stupida, era sul persistente uso del romanesco. La seconda invece riguardava una questione di modelli umani.

 

La seconda, lanciata dall’ex parlamentare radicale Daniele Capezzone, ora giornalista del quotidiano non allineato La Verità, «Voi con Zerocalcare, noi con Clint Eastwood. A ciascuno il suo, e ciascuno contento: chi con la lagna e il disagio come dimensione esistenziale; chi invece con la lotta, la sfida, l’affermazione dell’individuo contro ogni potere». Lo Zerocalcare risponde: «A me me fa volà che DANIELECAPEZZONE se sente come CLINT EASTWOOD».  Non sappiamo bene se ci sua qualche allusione che non capiamo. Tra gli utenti di Twitter, scroscianti applausi.

 

Nella storia, a Biella i genitori della ragazza suicida hanno allestito per la «cerimonia funebre» la sua palestra di Boxe

Tuttavia vorremo qui parlare di qualcosa di più serio.

 

Gli episodi sono essenzialmente costruiti su due livelli, che peraltro non si incollano benissimo fra loro: da una parte una serie di gag sul micromondo del ragazzo, con discorsi che vanno dalla sporcizia del bagno degli uomini alla sporcizia del suo divano, passando per il dolore di deludere la propria maestra alle elementari.

 

A questi segmenti, divertenti e autoconclusivi, è agglutinata la storia principale, che (SPOILER) è il viaggio, anche questo di minimalismo disperato, da Roma a Biella per andare al «funerale» di un’amica, potenzialmente una morosa, morta suicida.

 

E in questo frangente che si pongono, per chi ha presente di cosa si sta parlando, dei problemi di non poco conto.

 

Riteniamo questa cosa – le esequie di un suicida celebrate in qualsiasi forma, nella palestra di un centro sociale o in una cattedrale della fu religione cattolica – un pericolo estremo per la società, un rischio mortale e concreto per tante persone

Un giornale romano lo ha intervistato titolando «È una storia autobiografica, tranne il suicidio». Dice che il personaggio di Alice, la ragazza suicida al centro dell’intreccio, è immaginario. Noi tuttavia ricordiamo un suo fumetto, uno dei primi, che cercava di elaborare la morte di un’amica anoressica. Non sappiamo se si trattai di quello. «Non avevo voglia di raccontare una persona specifica per non lederne la privacy. Evidentemente, però, nella vita mi sono trovato a vivere delle situazioni molto simili» chiosa.

 

Nella storia, a Biella i genitori della ragazza hanno allestito per la «cerimonia funebre» la sua palestra di Boxe, che sembra uno di quei luoghi che, come da moda recente (a sinistra ma non solo), vengono «okkupati» per questioni sportive.

 

La suicida, viene detto orgogliosamente al microfono, non era una vittima. Il protagonista si interroga sulla mancata solennità della situazione.

 

Vengono fatti ascoltare gli audio della ragazza con i bambini per cui faceva la volontaria. Canzoni. Ricordi. È una festicciola, anche affollata, in onore di quella che si è uccisa.

 

Se c’è una cosa detta giusta dall’OMS è che il suicidio è contagioso. Il suicidio infetta chi gli sta intorno. Il suicidio può propagarsi come una vera epidemia

Il suicidio non viene condannato, da nessuno. Per qualche minuto, qualche domanda viene posta. Ma in fondo, pare di capire da altri discorsi che vengono fatti tra gli amici, è una sua scelta. Così come quella di aver voglia di fare sesso, o di mangiare del gelato a tarda notte, o di provare un’esperienza «lella», cioè lesbica.

 

Ha deciso di andarsene, punto. Non dobbiamo stare qui a chiederci il motivo. Celebriamone, tutti insieme, l’esistenza – compresa forse anche quest’ultima scelta. Si ricava questa impressione. E dobbiamo essere sinceri, è quella che si ha da qualsiasi funerale conciliare fatto ad un morto suicida.

 

Riteniamo questa cosa – le esequie di un suicida celebrate in qualsiasi forma, nella palestra di un centro sociale o in una cattedrale della fu religione cattolica – un pericolo estremo per la società, un rischio mortale e concreto per tante persone.

 

Non stiamo parlando a caso. Perché se c’è una cosa detta giusta dall’OMS è che il suicidio è contagioso. Il suicidio infetta chi gli sta intorno. Il suicidio può propagarsi come una vera epidemia.

 

Se il semplice «parlare» di un suicidio come fatto di cronaca fa aumentare i suicidi, giustificare un morto suicida, che effetto può avere? E fare della sua morte una celebrazione?.

Ma non è solo l’OMS. Questa semplice verità, e cioè che il suicidio può contagiare, è conosciuta, in teoria, perfino dall’Ordine dei Giornalisti, che sul suicidio mette in piedi corsi deontologici:

 

«Le norme deontologiche indicano chiaramente le cautele con cui devono essere esposti questi casi per non provocare dei fenomeni di emulazione: ci sono dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che dimostrano in modo chiaro che parlare dei suicidi fa aumentare il numero delle persone che decidono di togliersi la vita».

 

Se il semplice «parlare» di un suicidio come fatto di cronaca fa aumentare i suicidi, giustificare un morto suicida, che effetto può avere? E fare della sua morte una celebrazione festosa?

 

Ne parlo perché ho potuto testimoniare in prima persona il fenomeno: i suicidi si possono presentare sotto forma di cluster, di «grappoli» devastanti. Ne avevo scritto su un vecchio articolo pubblicato anni fa su Renovatio 21, «La vita senza il dolore». Ciò che vi scrivevo è ancora vivissimo dentro di me.

 

Organizzarono un funerale in chiesa per A. e io sapevo che era la cosa sbagliata, per il semplice fatto che la mia sensibilità tradizionale mi porta a sapere che, prima del Concilio Vaticano II, i funerali dei suicidi, saggiamente, non venivano celebrati. O almeno, non si facevano messe pubbliche

C’è stato un anno in cui nel giro di poco tempo ho visto morire per suicidio una sequela di amici e conoscenti. Fu sconvolgente: sparivano uno dopo l’altro. Alcuni casi in teoria non erano collegabili fra loro. Altri, invece, sì.

 

Iniziò A., e fu straziante. Ricordo la telefonata a tarda sera degli amici, che chiamavano dalla camera mortuaria. «Cosa?». «A. non c’è più». Ti si spalanca davanti il vuoto. Il vuoto poi comincia a vorticare. Perché? Lo sai perché. Forse non lo sai. E poi potevi fare qualcosa, potevi vederlo più spesso, anche se non c’era mai l’occasione, ormai. Ma no, non potevi fare nulla. Ecco, adesso vuol dire che a Natale quest’anno non lo rivedrai? Vuol dire che non ti farà una di quelle sue telefonate con la sua parlata irresistibile? Ma come è possibile? Poi, per tutta la notte, sentimenti indefinibili. Nei giorni successivi, pure.

 

Organizzarono un funerale in chiesa per A. e io sapevo che era la cosa sbagliata, per il semplice fatto che la mia sensibilità tradizionale mi porta a sapere che, prima del Concilio Vaticano II, i funerali dei suicidi, saggiamente, non venivano celebrati. O almeno, non si facevano messe pubbliche.

 

Ma la Chiesa, con il Concilio, è cambiata: l’Inferno è stato di fatto «svuotato». Quindi i peccati, compresi i suicidi, non potevano che aumentare a dismisura: cosa ti ferma, davanti all’errore, se non c’è il timore della punizione tremenda? Questa è la chiesa che rifiuto, e che combatterò sempre, e che accuso anche di tutte queste morti, che sono milioni.

 

Non fu solo quello il motivo per cui decisi, con dolore, di non partecipare. Avevo appreso che gli amici intendevano fare uno show completo: letture belle, e poi via con l’ascolto delle musiche preferite di A., che era un cultore, con tanto di spiegazione dal pubblico di altro amico musicofilo. Scelsi di stare lontanissimo da tutto questo: andai ad una conferenza in Centro Italia, di quelle dove si parla delle devastazioni del Concilio Vaticano II, e ricordai, con un accenno anonimo, A., vittima di un mondo dove la religione non ti racconta più cosa è il Bene, e che dono infinito sia la vita umana. Trovai lì un sacerdote tradizionista, un grande prete che riuscì a capire la situazione. Chiesi di dire una messa per l’anima di A., pensando così di aver chiuso nel modo giusto la storia.

 

La questione, tuttavia, non riguarda questi cartoni animati. È l’aria che essi respirano, che respiriamo tutti. È la Necrocultura. È la legge della realtà del secolo, è il sistema operativo del mondo moderno: tutto deve tendere alla distruzione dell’essere umano, alla sua umiliazione alla sua dannazione

E invece, mi sbagliavo terribilmente.

 

Poco dopo, sarebbe stata la volta di R.

 

Con R., che conoscevo meno, c’era una relazione famigliare. Lui si definiva come un cugino acquisito, e chiamava scherzosamente mia sorella «cugi». Mi telefonarono di pomeriggio, mentre lavoravo. Mi fu impossibile continuare qualsiasi attività. Mi fu impossibile, parimenti, non pensare ad A., non risentire tutto quel dolore, ora maggiorato, divenuto ancora più irrazionale.

 

Poi la realizzazione. R. era andato ai «funerali» musicali di A. Come non pensare che, nella mente di qualcuno che ospita l’oscuro pensiero, possa scattare quel clic: se me ne vado sarò ricordato dai miei amici tutti uniti, felici, messi insieme dalle cose che ci piacciono, da un senso di affetto collettivo quasi liberatorio, catartico. La mia festa più bella – senza di me. Clic.

 

È chiaro che sono solo le mie stupide ipotesi. Non ho il potere di conoscere cosa c’era dentro all’anima in quel momento. Tuttavia, sulla contagiosità del suicidio, come ammesso dall’OMS e pure in teoria dalla deontologia dei giornalisti, ci sono elementi concreti.

 

Potete capire, quindi, perché posso ritenere pericolosa la serie di Zerocalcare. Il funerale bordo ring mi hanno ricordato A. e R. E il nulla infinito che se li è portati via, e che, senza che qualcuno faccia qualcosa, continua ad avanzare disintegrando il nostro mondo e portandosi dietro tante anime.

 

La situazione attuale: la Cultura della Morte è uscita allo scoperto e ci ha circondato e imprigionato

La questione, tuttavia, non riguarda questi cartoni animati. È l’aria che essi respirano, che respiriamo tutti. È la Necrocultura. È la legge della realtà del secolo, è il sistema operativo del mondo moderno: tutto deve tendere alla distruzione dell’essere umano, alla sua umiliazione alla sua dannazione.

 

Chi doveva difenderci, non è sparito: si è messo dalla parte dei demoni.

 

«L’Ordine dei giornalisti e l’OMS, ho detto all’inizio, quanto meno sulla carta si preoccupano del carattere contagioso del suicidio; la Chiesa di oggi invece no» scrivevo tre anni fa.

 

Potete, se volte, leggere il pezzo dedicato alla serie mandato in stampa dal giornale dei vescovi, Avvenire. La questione è totalmente ignorata (così come una microsequenza con un Armadillo prete che celebra dicendo volgarità: non sappiamo se un tempo sarebbe stata ritenuta legale). Ai cattolici di oggi, cosa interessa? Di fatto, cosa li divide dai centri sociali e dai loro «riti» improbabili?

 

«Perché la Chiesa di oggi è davvero un ente stupido quanto assassino» sbraitavo nel vecchio articolo. «Perché la Chiesa di oggi è il vero problema, il vero nemico dell’Umanità e del Dio della Vita».

 

Terminavo con un discorso filosofico sul dolore che integra la vita, da bisogna voler celebrare tutta intera, perché la vita è qualcosa di superiore al dolore e al piacere, è ciò che li contiene, e che, nella sua forza divina, va avanti anche senza di essi.

 

Tanti altri, da quando è iniziata questa storia, sono morti. Questo è un fatto che abbiamo accettato. Solo, ricordiamoci di non celebrarlo. Ricordiamoci di combatterlo.

Blah blah. Tutto giusto, per carità. Ma guardo alla situazione attuale: la Cultura della Morte è uscita allo scoperto e ci ha circondato e imprigionato.

 

In questi due anni, resistere alla lusinga della tenebra per molti è diventato difficile. Lo sappiamo dalle statistiche. L’impianto dello Stato globale pandemico ha avuto questo effetto, e forse era nei programmi. Di certo, qui la gerarchia cattolica ha dato una grossa mano, mostrandosi programmaticamente impotente verso un organismo acellulare che ha chiuso i suoi templi e cancellato i suoi riti – oltre ad aver introdotto un sacramento nuovo, quello della siringa mRNA.

 

Tanti altri, da quando è iniziata questa storia, sono morti. Questo è un fatto che abbiamo accettato.

 

Solo, ricordiamoci di non celebrarlo. Ricordiamoci di combatterlo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di Peterbandle85 via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-ND 3.0)

 

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Necrocultura

La Nuova Zelanda proibirà il tabacco a tutti i nati dopo il 2008

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Il governo neozelandese ha annunciato l’intenzione di vietare ai nati dopo il 2008 la possibilità acquistare i prodotti del tabacco.

 

Secondo la nuova legge, chiunque sia nato prima del 2008 potrà comunque acquistare tabacco se può dimostrare la propria età.

 

«Vogliamo assicurarci che i giovani non inizino mai a fumare, quindi renderemo un reato vendere o fornire prodotti del tabacco da fumo a nuove coorti di giovani», ha dichiarato la dott.ssa Ayesha Verrall, ministro associato della salute del paese, in un video che annuncia la legge visibile sul sito Stuff . «Le persone di 14 anni quando la legge entrerà in vigore non potranno mai acquistare legalmente tabacco».

 

La legge potrebbe portare alla curiosa situazione in cui 65 anni dopo l’attuazione della legge, i cittadini potrebbero ancora acquistare sigarette se possono dimostrare di avere almeno 80 anni

L’attuale età legale per fumare in Nuova Zelanda è di 18 anni.

 

Come in tante altre occasioni di delirio giuridico offerteci dalla pandemia, la legge potrebbe portare alla curiosa situazione in cui 65 anni dopo l’attuazione della legge, i cittadini potrebbero ancora acquistare sigarette se possono dimostrare di avere almeno 80 anni.

 

Immaginiamo quindi che il nati nel 2007 compreranno segretamente le bionde per i quasi coetanei nati sfortunatamente l’anno successivo per tutto il XXI secolo.

 

In pratica, in futuro in Nuova Zelanda potresti avere il diritto di uccidere tuo figlio, ma non di fumare una sigaretta.

Il mondo del politicamente corretto qui va incontro ad un’ulteriore eterogenesi dei fini il tasso di fumatori si trova ancora intorno al 22% della popolazione Maori del Paese – che è rispettata, onorata in ogni modo, tanto che la distanza con l’Australia degli aborigeni e l’America dei pellerossa è abissale –  il che rende i nativi della haka colpiti in modo sproporzionato dal neoprobizionisto antitabagista.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Nuova Zelanda è governata dalla premier goscista Jacinda Ardern, che costituisce un esempio fulgido della violenza ideologica del politically correct globale.

 

La Ardern ha dichiarato, sorridendo, che la società in cui andiamo incontro è a due livelli: vi saranno più diritti per i vaccinati rispetto ai non vaccinati, che diverranno quindi cittadini di serie B.

 

La Necrocultura, il sistema operativo del mondo moderno, che premia l’assassinio e il suicido e qualsiasi altra forma di umiliazione ed eliminazione dell’essere umano, a cui toglie, nel nome di leggi folli,  le libertà fondamentali e pure le libertà superficiali

Con la stessa sicumera, rasente l’incoscienza, qualche giorno fa ha dichiarato che «non ci sarà un punto finale nel programma vaccinale». La Ardern quattro mesi fa aveva chiesto ai cittadini di «non parlare con i vicini» dopo che aveva rimandato il Paese in ulteriore lockdown a causa di un singolo caso COVID rilevato.

 

Nell’estate 2020 la Nuova Zelanda aveva annunciato l’intenzione di mettere i contagiati COVID e i loro familiari in «strutture di quarantena».

 

Jacinda Ardern  è altresì nota per aver suggerito una legge che porterebbe la possibilità di abortire il bambino nel ventre anche a nove mesi, in pratica ucciderlo anche il giorno del parto. Qualcuno si è chiesto quindi sei sia favore dell’infanticidio.

 

In pratica, in futuro in Nuova Zelanda potresti avere il diritto di uccidere tuo figlio, ma non di fumare una sigaretta.

 

Nel nome del progresso, l’uomo viene schiacciato ed estinto – e non gli si dà neppure la possibilità, come si faceva un tempo ai condannati a morte, di fumare l’ultima sigaretta

Il lettore di Renovatio 21 non si stupisce: questa è la Necrocultura, il sistema operativo del mondo moderno, che premia l’assassinio e il suicido e qualsiasi altra forma di umiliazione ed eliminazione dell’essere umano, a cui toglie, nel nome di leggi folli,  le libertà fondamentali e pure le libertà superficiali.

 

Nel nome del progresso, l’uomo viene schiacciato ed estinto – e non gli si dà neppure la possibilità, come si faceva un tempo ai condannati a morte, di fumare l’ultima sigaretta.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Necrocultura

Quando Papa Benedetto tuonava contro l’uso degli embrioni per la ricerca

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Oggi abbiamo un papa che straparla di ecologia e obbliga a vaccini ottenuti tramite il sacrificio di feti abortiti. Un pontefice che, su qualsiasi tema ma soprattutto su questi, sembra incapace di affrontare la complessità. Come escluso da una  visione del quadro di insieme della società umana: cioè, non in grado di fare il mestiere che per millenni hanno fatto i vicari di Cristo in Terra.

 

Dobbiamo ricordare fino a pochi anni fa non era così. Dobbiamo ricordare che, fino allo strano golpe che ha intronato Bergoglio, c’era un papa che scriveva, e pensava, in modo diverso. Comunicando ai fedeli cose che, nell’ora presente, suonano profetiche, di importanza assoluta.

 

«Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale»

«Il problema decisivo è la complessiva tenuta morale della società. Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale».

 

Sono parole dal punto 50 del IV capitolo della Caritas in Veritate, l’enciclica scritta da Benedetto XVI del 2009 riguardo lo «sviluppo umano integrale nella carità e nella verità».

 

Rileggiamo. L’ambientalismo è niente, «se si sacrificano embrioni umani alla ricerca».

 

«La fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni, la possibilità della clonazione e dell’ibridazione umana nascono e sono promosse nell’attuale cultura del disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero, perché si è ormai arrivati alla radice della vita»

Parole che esplodono nella mente di noi esuli figli di Eva nell’anno del Signore 2021, il tempo della peste, della tirannide e della follia. Il tempo in cui gli stessi cattolici giustificano il sacrificio «scientifico» degli embrioni umani. Quello, e oltre: lo squartamento a cuor battente dei feti per asportarne organi e tessuti da usare in laboratorio, magari per la produzione di immonde linee cellulari «immortalizzate» con oncogeni, magari per creare topi «umanizzati».

 

Ecco, dinanzi all’abominio che ora ci sembra inarrestabile, una volta c’era qualcuno che, almeno a parole, tentava di ergere una diga di umanità.

 

«La fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni, la possibilità della clonazione e dell’ibridazione umana nascono e sono promosse nell’attuale cultura del disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero, perché si è ormai arrivati alla radice della vita. Qui l’assolutismo della tecnica trova la sua massima espressione. In tale tipo di cultura la coscienza è solo chiamata a prendere atto di una mera possibilità tecnica» (Caritas in Veritate, VI, 75)

 

Abbiamo criticato Ratzinger in passato. Ma ci è impossibile, davanti a queste parole, non vedere come quel papa volasse altissimo, comprendendo battaglie – come quella contro la produzione di esseri umani in provetta, cioè la riproduzione artificiale, la FIVET ora pagata dallo Stato – ora totalmente inarticolabili. Renovatio 21, che questa battaglia tenta di farla,  sa bene quanto sia difficile anche solo far capire di cosa si stia parlando. Invece, neanche una dozzina di anni fa, lo scriveva il papa. Nero su bianco.

 

«Non si possono tuttavia minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha a disposizione»

Ora chiudete gli occhi. Pensate ai ragazzi di oggi. Riportate alla mente l’immagine del papa con Greta Thunberg. Pensate al giovane ragazzo allontanato dalla Guardia svizzera perché non si piegava all’obbligo vaccinale del papa, che è la sottomissione ad un vaccino ottenuto tramite cellule di aborto.

 

Ora riapriteli. Leggete.

 

«È una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell’ambiente naturale, quando l’educazione e le leggi non le aiutano a rispettare se stesse. Il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante dell’ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio, della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano integrale. I doveri che abbiamo verso l’ambiente si collegano con i doveri che abbiamo verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri. Non si possono esigere gli uni e conculcare gli altri. Questa è una grave antinomia della mentalità e della prassi odierna, che avvilisce la persona, sconvolge l’ambiente e danneggia la società». (Caritas in Veritate, IV, 51)

 

Ora pensate a noi, che vi tormentiamo con questa idea, quella della Cultura della Morte (che noi chiamiamo, spesse volte, Necrocultura), sapendo che è un’espressione in via di sparizione del discorso cattolico, soppiantata dall’ecoterzomondismo della «cultura dello scarto» o dalla definizione-Tuttocittà papale delle «periferie esistenziali».

 

Della Necrocultura un tempo si parlava nelle encicliche.

 

«Non si possono tuttavia minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha a disposizione. Alla diffusa, tragica, piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, ma è già surrettiziamente in nuce, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite. Sul versante opposto, va facendosi strada una mens eutanasica, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe condizioni viene considerata non più degna di essere vissuta. Dietro questi scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignità umana». (Caritas in Veritate, VI, 75)

 

Ratzinger comprendeva che si stava preparando una rivoluzione antropologica. Tuttavia non osava pensare che essa potesse promanare direttamente dalla manipolazione della vita, dalla biotecnologia genetica applicata sull’umanità tutta tramite la siringa mRNA.

Sono passati pochissimi anni. La Cultura della Morte ha affinato i suoi strumenti in modo inimmaginabile. L’aborto da «diritto» femminista e liberale è divenuto base industriale per la farmaceutica globale. L’eutanasia è realtà – anzi, siamo andati oltre, stiamo per votare un referendum sulla depenalizzazione dell’omicidio del consenziente, qualcosa che con la «dolce morte» non ha niente a che fare. L’eugenetica è qui, per la Lebensunwertes Leben, la vita considerata indegna di essere vissuta (ora chiamata briosamente «best interest») hanno già ucciso diversi bambini. La «dignità umana», in un mondo dove persino i volti delle persone sono coperti, è un miraggio lontano, un’espressione pomposa svuotata di ogni realtà.

 

Soprattutto, abbiamo un nuovo, grande strumento della Necrocultura che Ratzinger non aveva previsto: il vaccino pandemico. Esso proviene dallo stesso pozzo maligno da cui provengono tutti i mezzi del male – esso è fatto di sacrifici umani, di bambini immolati. Ma non solo: esso è in grado di ordinare il mondo, di dividerlo e dominarlo, di marchiare l’umanità per permetterle di vivere come annunciato nell’Apocalisse di Giovanni.

 

«Oggi occorre affermare che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell’uomo». (Caritas in Veritate, VI, 75)

 

Ratzinger comprendeva che si stava preparando una rivoluzione antropologica. Tuttavia non osava pensare che essa potesse promanare direttamente dalla manipolazione della vita, dalla biotecnologia genetica applicata sull’umanità tutta tramite la siringa mRNA.

 

La Cultura della Morte provoca la manipolazione della vita, pensava il papa. Ora abbiamo appreso che la manipolazione della vita non solo giustifica, ma potenzia, produce la Necrocultura

La Cultura della Morte provoca la manipolazione della vita, pensava il papa. Ora abbiamo appreso che la manipolazione della vita non solo giustifica, ma potenzia, produce la Necrocultura.

 

Non è il primo scritto del tedesco a suonare oggi come profetico. «La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri» aveva detto il cardinale Ratzinger ai seminaristi di Palermo nel 2000. Egli parlò di «un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina».

 

«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento (…) Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri».

 

Sono parole perfette per l’era dei vaccini genetici creati al computer e finanziati dall’informatico Bill Gates, l’era dei campi di quarantena, l’era dove la libertà si può sperare solo tramite un codice numerico verde fornito dalla macchina.

 

Quindi, ci rimane la domanda che si sono fatti tutti, ma che nessuno ha mai posto seriamente: perché Ratzinger se ne è andato?

 

Quindi, ci rimane la domanda che si sono fatti tutti, ma che nessuno ha mai posto seriamente: perché Ratzinger se ne è andato? È stato forse per far posto esattamente a tutto ciò che egli paventava nei suoi scritti e nei suo discorsi?

È stato forse per far posto esattamente a tutto ciò che egli paventava nei suoi scritti e nei suo discorsi?

 

È un bel mistero. Un mistero che ha, in verità, indicibili resposabilità mondiali. Un mistero da cui sono dipese immani conseguenze per lo spirito e la carne di tutti i popoli.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di Mangouste35 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata

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