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Predazione degli organi

Il legame tra il concetto di «morte cerebrale» e la predazione degli organi

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Il concetto della morte cerebrale – convenzione creata per far partire l’industria dei trapianti, che vanno eseguiti a cuor battente – è stato al centro di un video pubblicato dal direttore di LifeSite John-Henry Westen con il neonatologo in pensione Dr. Paul Byrne.

 

Il dottor Byrne si è interessato inizialmente alla questione nel 1975, quando un suo paziente neonato di nome Joseph non rispondeva più mentre viveva sotto ventilazione artificiale. Dopo che un test delle onde cerebrali aveva dato risultati che suggerivano che Joseph aveva sofferto di «morte cerebrale», un risultato ripetuto da un secondo test, Byrne aveva continuato a curare il suo paziente, obiettando che Joseph non era morto.

 

Quando Joseph aveva circa cinque mesi, Byrne iniziò a indagare sulla questione, scoprendo infine che il concetto di «morte cerebrale» non ha alcuna vera base scientifica.

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Il concetto stesso, racconta il medico, è stato «inventato» dopo un trapianto di cuore illegale fallito tra due neonati a Brooklyn, New York. Un comitato di Harvard ha pubblicato un rapporto chiamato «A Definition of Irreversible Coma» («Una definizione di coma irreversibile») in cui ha identificato il «coma irreversibile» con la morte, senza alcun dato sui pazienti o test di laboratorio.

 

«Mentre ci concentriamo su queste questioni, le questioni più importanti hanno a che fare con la differenza tra vita e morte», spiega il dottor Byrne, identificando la differenza tra creazione, quando qualcuno viene concepito, e morte, quando le membrane cellulari iniziano a rompersi dopo che l’anima lascia il corpo. «Sappiamo cos’è la vita, sappiamo che la morte è qualcosa di diverso. E quindi l’attenzione dovrebbe essere rivolta a non dichiarare qualcuno morto finché non è effettivamente morto».

 

Rivolgendo la sua attenzione alla donazione di organi e ai trapianti, Byrne osserva che la nostra società tende a essere «fiduciosa», con il desiderio tra le persone di fare del bene agli altri. Tuttavia, sostiene Byrne, Dio ha creato i nostri organi appositamente per noi in modo tale che non possano essere trapiantati. Il processo umano del trapianto, egli ritiene, è un’interferenza con il processo naturale di Dio, con l’eccezione naturale della gravidanza.

 

Nel frattempo, la persona sottoposta al trapianto scambia un insieme di problemi con un altro. La questione dei farmaci per tutta la vita che costringono il corpo ad accettare gli organi trapiantati, aggiunge il Byrne, è una «questione sociale» e non solo una questione di costi, considerando l’aumento di certe infezioni come la tubercolosi alla luce del trapianto di organi.

 

Il medico afferma che le persone tendono a scegliere la «via più facile» piuttosto che quella morale, qualcosa che esamina alla luce dei trapianti di cuore, che tolgono la vita a una persona per il bene di un’altra.

 

«Una volta che qualcuno ha questo marchio di morte cerebrale, il sistema lo renderà morto, perché chiunque venga definito morto cerebralmente, il sistema lo rende morto, o tagliandogli gli organi vitali, o, se non riesce a respirare da solo, togliendogli il supporto vitale», spiega Byrne. «Ecco perché dicono, “Nessuno si è ripreso dalla morte cerebrale”».

 

In Canada e negli Stati Uniti ci sono persone che vanno in giro a cercare organi. Il contesto americano usa il nome «designated requester» per una figura, che, a differenza del medico curante della persona, è autorizzata a discutere di trapianti con la famiglia. Nel frattempo, il fenomeno delle persone che si svegliano dopo essere state dichiarate cerebralmente morte si è verificato fin dall’inizio, dice Byrne.

 

«È un intero team di persone che partecipano tutte a questa industria multimiliardaria che dipende dall’ottenimento di organi sani… e da dove si ottengono organi sani? Da persone viventi. Si può ottenere un organo sano da un cadavere? No», sottolinea.

 

Mentre si può legalmente essere dichiarati morti mentre si è ancora in vita, la legge stessa dipende da ciò che dice la medicina. Entrambe, tuttavia, non dovrebbero contraddire la filosofia. La filosofia, dice Byrne, ci dice che gli uomini sono composti di corpo e anima. Per pensare a queste cose, tuttavia, dobbiamo isolarle, ma nel processo, dice Byrne, le «mescoliamo», con le nostre emozioni che si coinvolgono anche per quanto riguarda il desiderio di aiutare qualcuno, e quindi possiamo prendere la decisione sbagliata.

 

Il pubblico, dice, fa affidamento sulla «leadership» di dottori, giuristi, filosofi e teologi. Abbiamo visto, aggiungiamo noi, quanto questa leadership sia immotivata, e, dopo la pandemia, di fatto fallita in ogni dimensione possibile.

 

Come riportato da Renovatio 21, dinanzi alla verità che il soggetto di espianto è di fatto vivo, vari soggetti stanno iniziando a discutere l’abbandono della regola del «donatore morto» e quindi la possibile «eutanasia del donatore». Il Canada, grazie alla legge sull’eutanasia che permette quasi a chiunque di farsi ammazzare dallo Stato, è infatti ora diventato una delle capitali per numero di trapianti.

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La maschera sulla «morte del donatore» sta calando al punto che i chirurghi di trapianti stanno inventando anche una procedura chiamata con il nome mistico e tecnico di «resurrezione parziale».

 

In questa procedura, i medici dichiarano un paziente morto prematuramente (poco dopo uno scompenso cardiaco), quindi attuano interventi per riprendere la circolazione nel paziente al fine di ottimizzare la vitalità dell’organo. Tuttavia – ascoltate bene – bloccano deliberatamente la circolazione del sangue ossigenato dal raggiungere il cervello.

 

Garantire che il cervello sia privato del sangue ossigenato mentre altri organi vengono perfusi con esso fa due cose: preserva gli organi per il trapianto e assicura che il paziente muoia – per mano dei chirurghi, in un modo diverso da quello in cui il paziente stava già morendo naturalmente.

 

In pratica, i medici non solo stanno rendendosi conto sempre più che stanno ammazzando i pazienti, ridotti a conti correnti di organi da derubare, ma stanno inventando anche nuovi protocolli di crudeltà per farlo.

 

La Necrocultura corre, ogni giorno, dentro ai nostri ospedali, dove per squartare qualcuno che ha la sola colpa magari di essere stato coinvolto in un incidente stradale somministrano dichiaratamente al soggetto il curaro, al fine di paralizzarlo durante lo squartamento atto alla predazione dei suoi organi.

 

Provate a pensarci: che senso ha dare un paralizzante ad un morto? I morti si muovono? I morti sentono il dolore?

 

Domande a cui nessuno, né negli ospedali, né sui giornali, né nelle università, né nelle aule della politica, vuole davvero porsi.

 

Noi lo facciamo invece, e vi diciamo: rifiutate con ogni mezzo la «donazione» degli organi, che è predazione della materia vitale inflitta all’innocente, ulteriore sottile trasformazione del sacrificio umano nel mondo moderno.

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Morte cerebrale

Budget sanitario e morte cerebrale: la predazione degli organi come obiettivo del sistema

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Il 26 agosto, il Corriere delle Alpi ha riportato i dati sull’attività di donazione della ULSS 1 Dolomiti, resi pubblici dai vertici dell’azienda sanitaria e dal coordinamento trapianti: nel 2024 dieci accertamenti di morte con criterio neurologico; nel 2025 sedici; nei primi otto mesi del 2026 sei.   Nello stesso periodo del 2026 si contano cinque donatori multiorgano. Il direttore generale dell’ULSS auspica inoltre che il 20% di mancati consensi alla donazione registrato nel territorio possa essere ulteriormente ridotto, fino «magari» ad essere azzerato.   Fin qui, la consueta promozione della cosiddetta donazione. Ma nei dati diffusi dall’azienda sanitaria c’è molto di più: il coordinatore aziendale spiega che i coordinamenti ospedalieri sono operativi ventiquattr’ore su ventiquattro, individuano i potenziali donatori e mettono in atto i processi necessari affinché si possa arrivare alla donazione. Tra le attività svolte, figura il monitoraggio quotidiano dei cerebrolesi ricoverati in terapia intensiva, oltre al controllo dei decessi ospedalieri e territoriali.   Inoltre, quando viene avviato un accertamento di morte con criteri neurologici, spiega ancora il responsabile, la rete dei trapianti è già stata attivata in modo da essere pronta al successivo prelievo e al trapianto.   Quest’ultimo dato, in particolare, mostra che l’accertamento neurologico della morte, pur avendo una funzione autonoma rispetto alla donazione, può svolgersi mentre la macchina trapiantologica è già stata messa in movimento. L’autonomia dell’accertamento, dunque, non comporta una separazione temporale e organizzativa dei due processi.

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È certamente vero che la legge italiana distingue le responsabilità: i medici che effettuano prelievi e trapianti devono essere diversi da quelli incaricati dell’accertamento della morte. Ma la questione decisiva riguarda il processo. Esiste anche una separazione del processo?   La legge n. 91 del 1999 stabilisce che già «all’inizio del periodo di osservazione», previsto per l’accertamento della morte, vengano fornite ai familiari tutte le informazioni relative anche al prelievo e alle opportunità terapeutiche per le persone in attesa di trapianto.   Il Centro Nazionale Trapianti spiega inoltre che, quando il soggetto sottoposto ad accertamento presenta le condizioni cliniche per diventare un potenziale donatore, il coordinatore del prelievo verifica la sua volontà registrata nel Sistema Informativo Trapianti. La cronaca bellunese rende così visibile ciò che norme e procedure già mostrano: accertamento neurologico e processo donativo possono sovrapporsi temporalmente e organizzativamente.   Ma c’è un documento ufficiale che porta la questione ancora oltre: l’accertamento neurologico della morte entra addirittura fra gli indicatori utilizzati per valutare la capacità organizzativa del sistema sanitario.   Tra gli indicatori utilizzati dal ministero della Salute, nel Nuovo Sistema di Garanzia per valutare l’assistenza sanitaria, compare l’indicatore H09Zb, che misura il rapporto tra il numero degli accertamenti e la popolazione residente. Ma è soprattutto il modo in cui il ministero spiega la funzione di questo indicatore a risultare illuminante.   Gli accertamenti vengono inseriti nel gruppo degli indicatori che misurano la capacità organizzativa degli ospedali di assicurare «il processo di donazione di organi». Lo stesso documento definisce i soggetti sui quali vengono effettuati tali accertamenti come potenziali donatori di organi a cuore battente e afferma che l’accertamento costituisce il punto di partenza del processo donativo.   Il documento arriva a individuare come uno dei principali fattori di perdita di potenziali donatori proprio il mancato accertamento della morte neurologica. Per descrivere il fenomeno utilizza addirittura l’espressione tecnica «missing brain deaths», «morti cerebrali mancanti».   Come abbiamo visto, l’accertamento della morte con criteri neurologici viene attivato quando ricorrono le condizioni cliniche previste, indipendentemente dal fatto che il paziente possa o meno diventare donatore. Ma proprio per questo appare ancora più significativo che il medesimo accertamento venga poi assunto dal sistema trapiantologico come indicatore della capacità di procurement.   La questione riguarda dunque proprio questa sovrapposizione: un accertamento che risponde alla necessità di stabilire la morte del paziente viene contemporaneamente conteggiato e valutato in funzione della capacità del sistema di procurare organi.   Eppure, la morte dovrebbe essere un evento che la medicina constata, non un parametro attraverso il quale valutare la capacità organizzativa del sistema sanitario nel produrre donazione di organi.   La stessa logica ricorre nell’indicatore PROC2, utilizzato da anni dal sistema trapiantologico, che mette in rapporto gli accertamenti di morte encefalica con i decessi per lesione cerebrale acuta in terapia intensiva.   Il Centro Nazionale Trapianti lo utilizza per monitorare l’«efficienza» dell’accertamento e, più in generale, del processo di identificazione del potenziale donatore. Anche nei programmi nazionali il numero degli accertamenti neurologici compare accanto al numero dei donatori procurati. La diagnosi di morte encefalica, pur avendo una funzione autonoma, viene dunque incorporata organizzativamente nel sistema di valutazione del sistema organizzativo dei trapianti.   Ma dal quadro generale emerge un altro paradosso, quello economico: l’organo viene donato; il cittadino non riceve nulla; la famiglia non riceve nulla.

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Ma appena l’organo diventa disponibile si attiva una struttura estremamente complessa: personale sanitario, équipe chirurgiche, laboratori, trasporti, sale operatorie, sistemi di perfusione e conservazione, dispositivi medici e centri trapianto. E la filiera non termina con l’intervento, ma prosegue con la degenza, i controlli periodici, gli esami diagnostici, le visite specialistiche e soprattutto con le terapie farmacologiche antirigetto che accompagneranno il trapiantato nel tempo.   Il dato documentabile è l’esistenza di un rilevante flusso economico attivato dalla filiera e i numeri non mentono: solo per il piano di attività 2025 del Coordinamento Regionale Trapianti, il Veneto ha stanziato 665.100 euro; la programmazione sanitaria lombarda per il 2026 prevede l’adeguamento fino a 3,5 milioni di euro del finanziamento massimo destinato alle attività di trapianti e dichiara esplicitamente come risultato atteso «l’ulteriore incremento del procurement di organi».   A livello nazionale, inoltre, la legge di bilancio ha autorizzato 10 milioni di euro all’anno, a partire dal 2025, per la riduzione delle liste d’attesa per i trapianti e per l’acquisto di dispositivi destinati alla perfusione, conservazione, trasporto e gestione degli organi e dei tessuti. Nell’aprile 2026 la Conferenza Stato-Regioni ha sancito l’intesa sulle modalità di riparto di queste risorse.   Tuttavia queste cifre riguardano soltanto alcuni capitoli della macchina dei trapianti. Se si guarda alla filiera trapiantologica vera e propria, emergono altri ordini di grandezza: uno studio economico italiano stima in circa 61.000 euro il costo a carico del Servizio sanitario di un trapianto renale e della gestione del paziente nel primo anno; per il trapianto di fegato legato all’epatite B, un recente studio ha stimato invece un costo sanitario diretto medio nell’arco della vita di circa 396.000 euro per paziente, di cui oltre 80.000 euro riconducibili alla sola immunosoppressione.   Infine, uno studio condotto sul sistema trapiantologico del Lazio ha calcolato, tra il 2015 e il 2019, oltre 97 milioni di euro di finanziamenti tariffari per l’attività di trapianto di organi solidi, ai quali si aggiungevano oltre 29 milioni di euro destinati, nello stesso quinquennio, ai servizi di donazione.   La materia prima biologica senza la quale l’intera filiera non potrebbe esistere viene ceduta gratuitamente. Tutto ciò che accade dopo ha invece un costo, un finanziamento, una tariffa, un fornitore, un dispositivo, un professionista e spesso un mercato. E quel flusso economico non si esaurisce con il trapianto: continua negli anni attraverso farmaci, controlli, esami, visite e assistenza specialistica.   L’organo non viene comprato, ma intorno all’organo circola denaro, molto denaro.   A questo punto viene naturale porsi la domanda provocatoria che la retorica della «cultura del dono» lascia normalmente senza risposta: se io metto gratuitamente a disposizione qualcosa senza cui una filiera sanitaria, tecnologica, farmaceutica e logistica dal valore considerevole non potrebbe esistere, perché soltanto il mio contributo deve necessariamente rimanere estraneo a qualsiasi valutazione economica?   Il sistema considera moralmente inaccettabile attribuire un prezzo all’organo, mentre considera del tutto normale attribuire costi, finanziamenti e remunerazioni a praticamente ogni attività che quell’organo rende possibile.   Al limite, il cittadino potrebbe legittimamente dire: «se ciò che ti dono gratuitamente mette in moto tutto questo valore economico, allora l’organo me lo paghi». Ma la gratuità, ahinoi, riguarda il donatore, non la filiera.   Ma torniamo ai dati di Belluno. Dieci accertamenti, poi sedici, poi altri sei; cinque donatori multiorgano nei primi otto mesi dell’anno; la rete che monitora quotidianamente i cerebrolesi; il sistema dei trapianti già mobilitato durante il periodo di accertamento. Il tutto presentato nel contesto dei risultati dell’attività di donazione.   Adesso sappiamo che esiste un indicatore ministeriale che misura gli accertamenti neurologici all’interno della capacità organizzativa del processo di donazione; sappiamo che il mancato accertamento viene considerato una perdita di potenziali donatori; sappiamo che esiste un indice PROC2 che ne misura l’efficienza; sappiamo che programmi regionali dichiarano esplicitamente l’incremento del procurement come risultato atteso.

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La domanda, a questo punto, si impone: che cosa succede quando un accertamento di morte che prescinde formalmente dalla donazione diventa, nello stesso tempo, un indicatore attraverso il quale si misura l’efficienza del sistema che procura gli organi?   Una cosa è accertare la morte encefalica, un’altra è costruire un sistema che misura quanti accertamenti vengono effettuati, che parla di accertamenti «mancanti», che considera quegli accertamenti indicatori dell’efficienza dell’attività di donazione e investe in programmi destinati ad aumentare la disponibilità di organi.   È forse questo il dato più inquietante che emerge dal resoconto della ULSS 1 Dolomiti: la morte cerebrale non viene soltanto accertata, ma cercata, conteggiata e trasformata in indicatore di efficienza del sistema trapiantologico.   E proprio mentre scriviamo, una drammatica notizia di cronaca sembra riportare l’intera questione dalla dimensione dei numeri a quella della realtà. Due sorelline, di undici e quattro anni, sono rimaste coinvolte nello stesso incidente stradale sulla Pontebbana.   La maggiore è morta durante il trasporto in ospedale e, riferisce Sky Tg24, per lei «la donazione non era stata possibile perché era morta durante il trasporto». La sorellina di quattro anni, invece, era stata rianimata e ricoverata: dopo alcuni giorni è stato avviato l’accertamento della morte con criteri neurologici e, concluso il periodo previsto, i genitori hanno acconsentito al prelievo degli organi.   La realtà, pertanto, è sotto gli occhi di tutti e sono le stesse cronache, forse involontariamente, a mostrarcela: la morte cardiocircolatoria della prima bambina ha reso impossibile la donazione, mentre l’accertamento della morte neurologica della seconda l’ha resa possibile. È precisamente questa differenza a mostrare perché, per il sistema dei trapianti, la morte con criteri neurologici possieda un’importanza del tutto particolare.   È alla luce di questa realtà che la questione diventa inevitabile: quando una morte «mancante» diventa, nel linguaggio tecnico, un potenziale donatore perduto, stiamo ancora semplicemente constatando la morte, o stiamo anche misurando quanto efficacemente il sistema riesce a trovarla?   Alfredo De Matteo

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
 
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Morte cerebrale

Morte cerebrale: donatore o no, decidono loro quando sei morto

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Due recenti fatti di cronaca ci consentono di mettere a fuoco un aspetto della cosiddetta morte cerebrale che rimane quasi sempre sullo sfondo e che, in realtà, precede la stessa questione dei trapianti. E che quindi ci sembra opportuno ribadire.

 

Nel primo caso, un cinquantenne è stato ricoverato in Rianimazione a Pescara dopo essere stato colpito con violenza mentre cercava di difendere il figlio diciottenne durante una lite. Pochi giorni dopo è stato avviato l’iter di accertamento della morte encefalica, culminato nella dichiarazione del decesso, cui ha fatto seguito la cosiddetta donazione degli organi.

 

Nel secondo fatto di cronaca, a Verona, un ragazzo di appena diciotto anni, colpito alla testa con una bottiglia durante una lite, è stato ricoverato in condizioni molto gravi. Anche in questo caso l’ospedale, appena due giorni dopo, ha avviato la procedura per l’accertamento della morte cerebrale. Non si hanno notizie se anche per questo paziente si procederà all’espianto degli organi, ma a questo punto la questione del consenso alla donazione degli organi appare francamente marginale. 

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Già, perché si tratta di due episodi diversi ma accomunati dallo stesso schema operativo: l’aggressione subita, il ricovero in ospedale in stato di incoscienza e in condizioni molto gravi, l’attivazione della medesima procedura alcuni giorni dopo. È proprio questa sequenza di eventi che permette di sgombrare il campo da un equivoco molto diffuso: la questione della morte cerebrale non è innanzitutto legata a quella dei trapianti.

 

Il prelievo degli organi vitali rappresenta certamente una delle sue conseguenze più evidenti e brutali, ma sarebbe un errore pensare che l’accertamento della morte cerebrale venga effettuato soltanto nei confronti di potenziali donatori.

 

La legge italiana stabilisce infatti che «la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo» e il D.M. 11 aprile 2008 prevede che, quando ricorrono determinate condizioni cliniche, il medico debba darne immediata comunicazione alla Direzione sanitaria affinché venga attivato il procedimento previsto. La volontà relativa alla donazione degli organi appartiene dunque a un piano successivo e distinto.

 

In altre parole, non essere donatori non mette al riparo dall’accertamento della morte cerebrale e i familiari non dispongono di un diritto di veto sulla procedura di accertamento della morte quando ne ricorrano le condizioni previste dalla legge. 

 

La morte cerebrale stabilisce infatti il momento nel quale un essere umano gravemente cerebroleso cessa giuridicamente di essere un paziente. Per il nostro ordinamento, una volta concluso l’accertamento egli è equiparabile a un cadavere; e anche qualora non si proceda all’espianto, non esiste comunque più il presupposto per continuare un trattamento terapeutico finalizzato alla sua sopravvivenza. 

 

Ma quali sono i criteri attraverso i quali si arriva a una conseguenza tanto definitiva?

 

Il punto meriterebbe molta più attenzione di quanta normalmente ne riceva. L’accertamento neurologico, infatti, non consiste semplicemente nell’osservare passivamente un organismo fino alla comparsa degli inequivocabili segni tradizionali della morte. Richiede una serie di verifiche cliniche, tra cui l’assenza di coscienza e dei riflessi del tronco encefalico e la verifica dell’assenza di respirazione spontanea attraverso il cosiddetto test di apnea

 

Proprio il test di apnea costituisce uno degli aspetti che più contrastano con la deontologia medica: per verificare se il paziente sia ancora capace di respirare autonomamente viene consentito che la concentrazione di anidride carbonica nel sangue aumenti fino ai valori stabiliti dal protocollo, mentre il paziente non riceve la normale ventilazione meccanica. La letteratura medica riconosce che durante questa procedura possono verificarsi complicanze quali ipotensione e ipossiemia e prevede criteri per interrompere il test qualora si produca instabilità clinica significativa.

 

La questione assume un significato particolare proprio perché ci troviamo davanti a un individuo del quale si sta cercando di stabilire se sia morto: se la premessa fosse sbagliata, quelle procedure verrebbero effettuate su un paziente vivo e gravemente cerebroleso, precisamente nel momento in cui avrebbe bisogno della massima protezione e della massima cura. 

 

E non esiste neppure, a livello internazionale, un unico protocollo universalmente applicato. Nel corso degli anni numerosi studi hanno documentato differenze tra Paesi e sistemi sanitari riguardo ai prerequisiti, alla durata dell’osservazione, al numero degli esaminatori, all’impiego di test strumentali e alle modalità dell’accertamento. Proprio per ridurre questa variabilità è stato elaborato il World Brain Death Project, che ha proposto raccomandazioni internazionali comuni; il fatto stesso che sia stato necessario tentare un’armonizzazione mostra quanto i criteri abbiano storicamente presentato differenze significative.

 

Eppure, dall’esito di questi accertamenti dipende una conseguenza radicale: da un lato del confine abbiamo un paziente gravissimo da assistere, dall’altro un presunto cadavere.

 

La medicina intensiva permette oggi di sostenere per periodi prolungati organismi gravemente cerebrolesi che necessitano di ventilazione, assistenza continua, personale specializzato e posti di terapia intensiva. Con la dichiarazione di morte cerebrale quel problema scompare alla radice, perché non esiste più, giuridicamente, un paziente da assistere.

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Evidentemente, la normativa non dichiara come proprio scopo quello di liberare posti letto o risparmiare risorse. Ma questo non impedisce di porre una domanda scomoda: quanto è funzionale al sistema sanitario (e al sistema in generale) una definizione della morte che consente di trasformare un paziente gravemente cerebroleso, potenzialmente bisognoso di assistenza per un tempo indefinito, in un soggetto nei confronti del quale non esiste più alcun dovere terapeutico?

 

La questione non è marginale, perché ci riporta alle origini stesse del paradigma. La legge italiana non afferma semplicemente che la cessazione irreversibile delle funzioni encefaliche costituisca un segno dal quale dedurre che l’organismo è morto; stabilisce che la morte si identifica con quella cessazione.

 

È proprio a questo punto che la questione diventa antropologica: medicina e diritto si sono arrogati il potere di stabilire che un essere umano le cui funzioni cerebrali vengono considerate definitivamente compromesse non appartenga più al mondo dei vivi.

 

È questo che rende riduttivo concentrare il dibattito esclusivamente sulla donazione. Anche se domani non venisse più effettuato un solo trapianto di organi vitali, rimarrebbe intatta la domanda fondamentale: quell’essere umano è veramente morto?

 

E la domanda riguarda tutti, donatori e non donatori, perché la morte cerebrale non stabilisce soltanto quando gli organi possono diventare disponibili, ma quando un essere umano gravemente compromesso cessa di essere considerato un paziente al quale prestare cure.

 

Il lettore ci permetterà un’amara riflessione a margine: quando al rinnovo della carta d’identità ci viene chiesto se acconsentiamo alla donazione degli organi, possiamo ancora decidere che cosa verrà fatto del nostro corpo, ma non quando possiamo essere considerati cadaveri. 

 

Quella decisione è già stata presa. E non da noi.

 

Alfredo De Matteo

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Predazione degli organi

Il caso horror del «donatore vivente» di organi farà svegliare gli Stati Uniti?

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Le autorità statunitensi hanno avviato un procedimento per chiudere un’organizzazione per la donazione di organi, accusata di aver proseguito con un intervento chirurgico nonostante il donatore mostrasse segni di vita. La speranza di Renovatio 21 è che il caso possa aprire gli occhi a molti riguardo alla «donazione degli organi» in generale, che è giusto chiamare, invece, «predazione degli organi».   Il segretario alla Salute e ai Servizi Umani Robert F. Kennedy Jr. ha annunciato la decisione la settimana scorsa, nell’ambito di una più ampia revisione del sistema americano di prelievo di organi.   Kennedy ha definito Network for Hope, un’organizzazione no-profit con sede nel Kentucky, «una mela marcia» con «persistenti violazioni delle norme di sicurezza».   Si tratta di una delle oltre 50 organizzazioni no-profit di questo tipo presenti negli Stati Uniti, che coordina il prelievo di organi da donatori deceduti e contribuisce ad abbinare gli organi ai pazienti in lista d’attesa per i trapianti a livello nazionale.  

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Il caso al centro dell’azione governativa risale all’ottobre del 2021 e riguarda Anthony Thomas «TJ» Hoover II, un uomo del Kentucky che, a seguito di un’overdose di droga, fu dichiarato cerebralmente morto in un ospedale locale. La famiglia di Hoover acconsentì alla donazione dei suoi organi e l’uomo fu preparato per l’intervento di espianto.   Tuttavia, mentre veniva condotto in sala operatoria, Hoover avrebbe aperto gli occhi e avrebbe iniziato a seguire con lo sguardo i membri della famiglia. Secondo quanto riferito, sarebbe stato spiegato loro che si trattava di riflessi involontari, comuni nei pazienti dichiarati cerebralmente morti. Il senso comune degli esseri umani è talmente corrotto oggi che si è disposti a credere a questo ordine orwelliano: «Il Partito ti diceva di rifiutare l’evidenza dei tuoi occhi e delle tue orecchie. Era il loro comando finale, più essenziale», scriveva profeticamente 1984.   Secondo le testimonianze rese in seguito al Congresso e nelle indagini federali, la situazione ha preso una piega drammatica una volta che lo Hoover è stato portato in sala operatoria. Il personale ha riferito che ha iniziato a muoversi, a scuotere la testa, a sembrare che piangesse e a tentare di strapparsi il tubo per la respirazione, spingendo due medici a rifiutarsi di proseguire con l’intervento.   Ex dipendenti della Kentucky Organ Donor Affiliates (KODA), predecessore dell’attuale Network for Hope, hanno in seguito affermato che un supervisore aveva esortato il personale a trovare un altro medico disposto a proseguire con il prelievo di organi previsto, nonostante Hoover mostrasse segni di vita. Network for Hope ha negato le accuse, dichiarando che la KODA non ha mai tentato di prelevare organi da un paziente vivente.   La procedura fu interrotta e Hoover sopravvisse. Ora Hoover vive con sua sorella a Richmond, nel Kentucky, e si sta sottoponendo a un lungo percorso di fisioterapia e cure, gran parte delle quali vengono condivise su TikTok nel tentativo di ispirare gli altri.

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L’amministrazione Trump ha presentato il caso del Kentucky come prova di fallimenti sistemici nel sistema statunitense dei trapianti di organi. Dopo aver esaminato 351 casi di donazione di organi in cui il prelievo era stato autorizzato ma non completato, il dipartimento della Salute e dei Servizi Umani ha affermato che circa un terzo presentava «caratteristiche preoccupanti».   Gli investigatori hanno scoperto che 73 pazienti mostravano segni di funzionalità cerebrale che avrebbero dovuto escluderli dalla donazione di organi, mentre almeno 28 potrebbero non essere stati deceduti al momento dell’avvio della procedura di prelievo.   «Quando un’organizzazione a cui è affidato il dono della vita mette ripetutamente a rischio i pazienti, il governo federale ha il dovere di intervenire, ed è per questo che stiamo intervenendo oggi», ha dichiarato Kennedy in una conferenza stampa a Lexington.   Network for Hope è sotto esame federale da oltre un anno, da quando un informatore che aveva lavorato con una precedente versione dell’organizzazione no-profit ha denunciato al Congresso un caso in cui il personale aveva iniziato a prelevare gli organi di un uomo prima ancora che fosse deceduto.   Ora, è il caso di aprire gli occhi: la fretta con cui quest’ente privato sembrava operare per dichiarare «cerebralmente morto» (cioè morto secondo una convenzione, magari nemmeno valida in un altro Paese) è quella che, statene certi, hanno anche tanti, se non tutti, gli ospedali italiani.   Ci si chiede se gli operatori della «morte cerebrale» e della filiera dei trapianti abbiano incentivi speciali per aumentare il numero di espianti. E quindi, affrettarsi a dichiarare «morto» (benintenso cerebralmente, convenzionalmente: perché il trapianto si deve fare a cuor battente) qualsiasi disgraziato gli capiti a tiro, vuoi per una overdose, vuoi per un incidente stradale o altro.

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Pur non sembrando esservi incentivi al personale coinvolto, esistono meccanismi di rimborso e finanziamento delle attività di procurement degli organi (segnalazione potenziali donatori, mantenimento, prelievo, trasporto, coordinamento) e di trapianto, che di fatto incentivano gli ospedali a incrementare l’attività.   A livello interregionale (compensazione mobilità sanitaria) esistono tariffe convenzionali per osservazione, prelievo e trasporto di organi da cadavere (indicativamente intorno ai 2.600-3.000 euro circa per organo, più quota trasporto). Queste tariffe servono a incentivare l’attività quando donatore e ricevente sono in Regioni diverse.   Al di là delle questioni riguardo l’industria statale della morte già in atto, va fatto comprendere, anche a Kennedy, che quello da lui raccontato non è un caso limite: è la norma. Di fatto, tutti gli espianti di organi avvengono quando il paziente è vivo: il cuore gli batte ancora.   Ecco perché è giusto chiamarla non «donazione», ma «predazione»: il debole, in stato di incoscienza o solo di minorata capacità di difesa, viene assalito e squartato, a benefizio di un sistema perverso che invece di guarire le persone le uccide.   I «trapianti» sono una delle colonne portanti della Necrocultura, che ha reso accettabile, per le famiglie, che pure i famigliari subiscano la morte per tortura del loro caro pensando pure di fare del bene.   Il mondo, moralmente, biologicamente, è sottosopra: è il trionfo della Morte. Ed è ora che si sveglino tutti, anche nelle stanze dei bottoni USA.  

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