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Cervello

Il marchio magnetico della Bestia

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Quando un paio di settimane fa hanno cominciato a parlarmene, non volevo crederci.

 

«Ma dai. Ma cosa state dicendo? La zona d’iniezione del vaccino COVID adesso diventerebbe magnetica. Ma cosa state dicendo… via». Ero ad un pranzo di amici genitori dell’asilo.

 

Lì per lì mi sono un po’ disperato. Come possiamo cercare di fare un’informazione limpida, se dobbiamo competere con queste panzane mostruose che circolano senza freno?

 

Poi la mamma di un amichetto di mio figlio mi fa vedere il suo telefonino. Sullo schermo c’è la foto di una ragazza, una sanitaria, che si tira su la manica del camice: attaccata al braccio ha una tessera di un supermercato della zona.

 

Non ho motivi per dubitare di quello che dice. La foto è di prima mano

«Questa è una mia collega. La foto l’ho fatta venerdì».

 

Rimango basito. «Ma scusa, hai provato ad attaccartela tu al tuo braccio?».

 

«Sì, niente».

 

«Hai provato allora ad attaccarla in altre parti del corpo della tua collega? Sull’avambraccio, sull’altro braccio…?».

 

«Sì, niente».

 

Il brivido più grande me lo dà la logica: chi diffonde questi video non è un no-vax. In nessun modo. Pensateci: sono persone che hanno appena fatto il vaccino. Se hanno fatto il video da loro stessi, i dubbi sulla siringa li hanno al massimo da pochi minuti

Non ho motivi per dubitare di quello che dice. La foto è di prima mano. Così mi metto a scavare nelle reti delle chat – cosa che detesto, e da cui cerco di tenermi lontanissimo. Scopro che la cosa ha già una quantità di video impressionante, la maggior parte totalmente inequivocabili. Magneti grandi e piccoli si attaccano al punto dell’iniezione. È semplicemente pazzesco.

 

Il brivido più grande me lo dà la logica: chi diffonde questi video non è un no-vax. In nessun modo. Pensateci: sono persone che hanno appena fatto il vaccino. Se hanno fatto il video da loro stessi, i dubbi sulla siringa li hanno al massimo da pochi minuti.

 

A questo punto ammetto di essere anche io – perfino io – sorpreso. Con questa campagna infame di alterazione genetiva massiva, hanno davvero pure magnetizzato gli esseri umani? È una virata che supera la fantascienza programmatica a cui siamo oramai abituati.

 

Bisogna dare un’occhiata a cosa dicono i vaccinisti, penso subito. Avranno sicuramente tirato fuori una spiegazione, avranno fatto parlare qualche dottore o ricercatore che, dando degli analfabeti funzionali a tutti, darà una spiegazione di qualche tipo del fenomeno.

«L’efficienza della somministrazione dei vaccini a DNA è spesso relativamente bassa rispetto ai vaccini proteici – scrivevano gli studiosi sette anni fa – L’uso di nanoparticelle di ossido di ferro superparamagnetico (SPION) per fornire geni tramite magnetofezione mostra risultati promettenti nel migliorare l’efficienza della consegna genica sia in vitro che in vivo»

 

Invece, niente. Per giorni la cosa è totalmente ignorata, non se ne fa menzione in nessun luogo del mainstream, né ci si applicano di debunker, gli sbufalatori, i fact checker, etc.

 

Solo di recente, ecco che mi segnalano un post in una di quelle misteriose pagine di vaccinisti, dove migliaia di elettori del PD (e non solo) vanno a prendere quella boccata d’aria che li fa sentire superiori al prossimo (quindi non mediocri) per qualche minuto (anche questa, in fondo, è un tipo di fantascienza, di genere «escapista»).

 

 

Il post dei vaccinisti è in teoria ironico. Ci piazza Magneto, il cattivo Marvel degli X-Men, un mutante (che tecnicamente è un uomo con alterazione del DNA) in grado di muovere i metalli attraverso il magnetismo. Il post non fa ridere, ma tantissimi commentano soddisfatti quanto schifo fanno quelli che credono a questa stronzata dei siti di iniezione divenuti magnetici. Sganasciano. Fanno anche loro battute, o almeno tentano. Nessuno, davvero nessuno (e alcuni, siamo pronti a giurare, hanno il pezzo di carta che attesta che hanno fatto medicina, o lo stanno per ottenere) tenta di fornire una spiegazione possibile.

Bisogna essere ebeti totali per riuscire a mettersi tranquilli

 

Ad un certo punto, fra i commenti, ne appare uno particolare. Un signora pubblica la foto di suo padre: al braccio ha attaccato un piccolo magnete. Il signore dice che il papà ha fatto da poco l’iniezione, e che questa cosa non se l’aspettavano. Nel messaggio, chiede se qualcuno ha qualche spiegazione. Ribadiamo: chi sta mettendo in circolo foto e video sul fenomeno non può, per logica, essere un no-vax, perché i no-vax il vaccino non se lo fanno.

 

Tuttavia, al povero signore che chiede una mano a capire, viene risposto con una valanga di scherno. Fanno altre battute su magneto. Gli dicono che il padre era sudaticcio. Qualcuno immancabilmente ghigna qualcosa sul 5G. Insomma lo prendono per il culo. Altri mettono in dubbio la foto, e dal sarcasmo irrispettoso si passa all’aggressività.

 

«Le nanoparticelle magnetiche (MNP) possono essere prodotte aggiungendo ossido di ferro a queste bolle lipidiche (…) hanno utilizzato un cosiddetto approccio magnetogenetico, essenzialmente distribuendo MNP che attraversano la barriera emato-encefalica»

Ho poi visto che anche la mediasfera mainstream finalmente è uscita con qualcosa. Un video del giornale agnelliano La Stampa, praticamente senza audio – avete presente, quei video a tesi con la musichetta e i sottotitoli temporizzati, tipici dell’era social. Il video, come annuncia il titolo rimbalzato anche su Dagospia, sostiene di svelare il mistero. È completamente inutile guardarlo tutto, perché non disvela niente. Negli ultimi secondi fa vedere una ragazza che dice di essersi inventata tutto, ha leccato la carta di credito per incollarsela al braccio, era una burla di cui si pente.

 

Capite: questa spiegazione dovrebbe bastarci, e mettere a letto per sempre questa mostruosa dissonanza cognitiva ingeneratasi da questa storia folle.

 

Neanche per sogno. Bisogna essere ebeti totali per riuscire a mettersi tranquilli.

 

Passano i giorni, e il materiale si accumula. Affiorano studi su Pubmed, l’archivio online che funge da Biblioteca pubblica della Medicina USA. Nel 2014 quattro studiosi hanno vergato un articolo  intitolato «Superparamagnetic nanoparticle delivery of DNA vaccine»(«Trasporto di nanoparticelle superparamagnetiche del vaccino a DNA»).

Stefano Montanari, che ha ammesso che anche lui all’inizio non credeva a questi video scioccanti, in una trasmissione TV ha ricordato le lezioni che il dottor Di Bella gli faceva all’università riguardo la possibilità di cambiare il comportamento di un babbuino renderndolo aggressivo grazie a sostanze magnetiche, che di fatto rendevano la sua mente telecomandabile: «le particelle magnetiche fanno di te un’antenna»

 

«L’efficienza della somministrazione dei vaccini a DNA è spesso relativamente bassa rispetto ai vaccini proteici – scrivevano gli studiosi sette anni fa – L’uso di nanoparticelle di ossido di ferro superparamagnetico (SPION) per fornire geni tramite magnetofezione mostra risultati promettenti nel migliorare l’efficienza della consegna genica sia in vitro che in vivo. In particolare, la durata della trasfezione genica, specialmente per l’applicazione in vitro, può essere significativamente ridotta dalla magnetofezione rispetto al tempo necessario per ottenere un’elevata trasfezione genica con protocolli standard».

 

«Le SPION che sono state rese stabili in condizioni fisiologiche possono essere utilizzate sia come agenti terapeutici che diagnostici grazie alle loro caratteristiche magnetiche uniche. Le preziose caratteristiche delle nanoparticelle di ossido di ferro nelle bioapplicazioni includono uno stretto controllo sulla loro distribuzione dimensionale, le proprietà magnetiche di queste particelle e la capacità di trasportare particolari biomolecole verso obiettivi specifici. L’interiorizzazione e l’emivita delle particelle all’interno del corpo dipendono dal metodo di sintesi».

 

I vari specialisti – beninteso, quelli che accettano di parlarne – brancolano nel buio. Salta fuori che ci sarebbe una ditta tedesca che produce questi SPION, ma nel sito scrivono che servono solo ed esclusivamente per ricerca medica ed esperimenti scientifici: qui invece pare che stiano somministrandoli all’intera popolazione mondiale, ma del resto sappiamo tutti che siamo porcellini d’India di un grande esperimento. In questa Norimberga 2.0, il lager è esteso quanto tutto il mondo.

 

La tecnologia, insomma, c’è già: solo che nessuno si immagina che possa essere così totalmente diffusa

 

Potrebbe essere in atto davvero una campagna di marcatura magnetica

Non è finita. Torna alla luce anche un recente studio del MIT, il più prestigioso politecnico USA. L’esperimento aveva il compito di registrare – e influenzare – l’attività cerebrale animale. «Un team di scienziati del MIT ha quindi costruito un tipo di nanoparticella magnetica sensibile al calore in grado di fornire stimolanti chimici in profondità nei tessuti cerebrali e rilasciarli su richiesta, fornendo un nuovo mezzo per modulare a distanza i comportamenti dei soggetti del test» scrive il sito Labroots., riprendendo lo studio finito su Nature Nanotechnology.

 

Tutti coloro che sono vaccinati, cioè magnetizzati, sono riconoscibili immediatamente con l’ausilio di semplici sensori. Non servono «green pass» o app specifiche; non serve la Privacy. Un sensore magnetico ad un tornello di entrata di un concerto, una piscina, un cinema, un ristorante e il problema è risolto: vaccinato, non vaccinato. Non c’è bisogno di scomodare le leggi sulla riservatezza o i diritti costituzionali, in fondo è come la lettura obbligata della temperatura corporea, che è una palese violazione dei nostri diritti, ma oramai è passata

L’articolo del 2019 descrive quello che poi sarebbe divenuto il sistema di trasporto dei vaccini mRNA come Pfizer e Moderna: microbolle di grasso. «Le particelle liposomiali sono minuscole strutture simili a bolle spesso costituite da doppi strati di fosfolipidi. Grazie alla loro biocompatibilità, capacità di intrappolare una varietà di piccole e grandi molecole e versatilità nell’adottare un’ampia gamma di proprietà fisico-chimiche e biologiche, i liposomi sono un vettore popolare nella scienza biomedica, in grado di fornire qualsiasi cosa, dal DNA plasmidico per l’editing genetico, a agenti chemiotossici nella terapia del cancro».

 

È su di esse che si innesta il potere magnetico: «le nanoparticelle magnetiche (MNP) possono essere prodotte aggiungendo ossido di ferro a queste bolle lipidiche (…) hanno utilizzato un cosiddetto approccio magnetogenetico, essenzialmente distribuendo MNP che attraversano la barriera emato-encefalica (BBB) ​​nella regione cerebrale mirata e utilizzando l’energia termica generata dall’ipertermia magnetica per rilasciare stimolanti chimici incapsulati all’interno di queste bolle lipidiche».

 

La tecnologia, insomma, c’è già: solo che nessuno si immagina che possa essere così totalmente diffusa.

 

Stefano Montanari, che ha ammesso che anche lui all’inizio non credeva a questi video scioccanti, in una trasmissione TV ha ricordato le lezioni che il dottor Di Bella gli faceva all’università riguardo la possibilità di cambiare il comportamento di un babbuino renderndolo aggressivo grazie a sostanze magnetiche, che di fatto rendevano la sua mente telecomandabile: «le particelle magnetiche fanno di te un’antenna».

 

 

Non abbiamo mai avuto dubbi sulla vera natura della pratica vaccinale: non un fatto biomedico, ma un fatto politico, psicosociale. La vaccinazione è un referendum: una richiesta di consenso

 

Ora che ci pensiamo, Renovatio 21 ha dato notizia lo scorso marzo di una startup americana che propone una tecnologia per «scavare» il cervello umano con dei magneti. E sappiamo come gli esperimenti su impianti cerebrali in grado di guarire il Parkinson o lo stress post-traumatico (la maggior parte delle cavie sono soldati USA veterani degli orrori di Iraq e Afghanistan) sia finanziata da anni dal settore pubblico e militare – la DARPA, l’avveniristico ente Ricerca & Sviluppo del Pentagono. Sappiamo come tecnologie cerebrali estremamente invasive abbiamo i loro esperimenti spudorati come pure i loro investitori giganti – come Facebook. In Cina, dove sono più avanti, forme non sottocutanee di controllo del pensiero sono utilizzate sui bambini a scuola.

 

Ma stiamo andando troppo oltre. C’è un effetto molto più semplice che possiamo prevedere: tutti coloro che sono vaccinati, cioè magnetizzati, sono riconoscibili immediatamente con l’ausilio di semplici sensori. Non servono «green pass» o app specifiche; non serve la Privacy. Un sensore magnetico ad un tornello di entrata di un concerto, una piscina, un cinema, un ristorante e il problema è risolto: vaccinato, non vaccinato. Non c’è bisogno di scomodare le leggi sulla riservatezza o i diritti costituzionali, in fondo è come la lettura obbligata della temperatura corporea, che è una palese violazione dei nostri diritti, ma oramai è passata.

 

Quindi, potrebbe essere in atto davvero una campagna di marcatura magnetica.

 

Non abbiamo mai avuto dubbi sulla natura di «marchio» dell’atto politico della vaccinazione: qualcuno, un potere stabile e profondo, reclama gli esseri umani a sé, li deve registrare, li deve battezzare…

Non abbiamo mai avuto dubbi sulla vera natura della pratica vaccinale: non un fatto biomedico, ma un fatto politico, psicosociale. La vaccinazione è un referendum: una richiesta di consenso, che ora, nonostante i morti e il teatrino grottesco con militari da Sturmtruppen e professori ridicoli, è stato approvato. Il popolo ha votato Sì: prendeteci pure i diritti, prendeteci pure un pezzo della nostra salute, magari – conformarci nella speranza che si torni alla normalità varrà pure questo sacrificio.

 

E non abbiamo mai avuto dubbi sulla natura di «marchio» dell’atto politico della vaccinazione: qualcuno, un potere stabile e profondo, reclama gli esseri umani a sé, li deve registrare, li deve battezzare… Ora potrebbe aver iniziato a farlo con la forza magnetica.

 

Ci sono due versi dell’Apocalisse di San Giovanni che spesso, negli anni, sono stati citati a sproposito. Quando si parla dell’ascesa della Bestia nei tempi ultimi, ci è detto che essa «faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome» (Ap 13, 16-17)

 

Stiamo vedendo l’applicazione universale del marchio magnetico della Bestia

Ebbene, stavolta non ci pare che suonino male.

 

Stiamo vedendo l’applicazione universale del marchio magnetico della Bestia.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine da Facebook

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Cervello

Inaugurato il primo data center al mondo alimentato da cellule cerebrali umane

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Singapore ha inaugurato il primo centro dati al mondo gestito in modo indipendente che impiega cellule cerebrali umane viventi per alcune attività di calcolo, secondo quanto annunciato dalla facoltà di medicina dell’Università Nazionale di Singapore (NUS Medicine). Il sistema consuma una frazione dell’energia elettrica richiesta dalle tradizionali apparecchiature informatiche. I neuroni vengono nutriti ogni tre giorni e mantenuti in vita da apposite apparecchiature di supporto vitale.

 

All’inizio di questo mese, NUS Medicine ha presentato il prototipo in collaborazione con DayOne, operatore di data center con sede a Singapore, e con Cortical Labs, azienda biotecnologica australiana. Ospitato presso l’università, il sistema è descritto dai suoi sviluppatori come il primo rack di server biologicamente integrato e gestito in modo indipendente al mondo.

 

La struttura comprende 20 computer biologici CL1, ognuno dei quali contiene almeno 200.000 neuroni umani coltivati in laboratorio su un chip di silicio dotato di elettrodi. Derivati da cellule del sangue riprogrammate in cellule staminali, i neuroni scambiano segnali elettrici con hardware convenzionale, trasformando la loro attività in potenza di calcolo.

 

Hon Weng Chong, fondatore e CEO di Cortical Labs, ha dichiarato che il prototipo sposta l’informatica biologica «dalla ricerca all’applicazione commerciale», sostenendo che potrebbe integrare l’intelligenza artificiale laddove «i dati sono scarsi» e le condizioni cambiano. Ha indicato potenziali applicazioni nella scoperta di farmaci, nella robotica umanoide, nella sicurezza informatica e nel rilevamento delle frodi.

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A differenza dei data center convenzionali, pieni di server e sistemi di raffreddamento ad alto consumo energetico, i computer biologici potrebbero funzionare con una frazione dell’elettricità, sfruttando le naturali capacità di elaborazione delle reti neurali viventi.

 

Mantenere in funzione questi «computer» assomiglia più alla gestione di un laboratorio che a quella di una sala server. I tecnici alimentano le cellule ogni tre giorni con una miscela di zucchero, micronutrienti e tamponi di pH, mentre un sistema di gas fornisce anidride carbonica, ossigeno e azoto.

 

Secondo Chong, ogni CL1 consuma circa 30 watt, comprese le apparecchiature di supporto. Il processore AI H100 SXM di Nvidia può consumare fino a 700 watt sotto carichi di lavoro intensi, mentre un server dotato di otto di questi chip può arrivare a consumare circa 10.200 watt, compreso l’hardware di supporto.

 

La differenza di consumo energetico è particolarmente rilevante per Singapore, che nel 2019 ha temporaneamente sospeso la costruzione di nuovi data center a causa delle preoccupazioni relative al loro consumo di elettricità e acqua. Nel 2020, i data center rappresentavano circa il 7% del consumo di elettricità del Paese.

 

Come riportato da Renovatio 21, un tentativo simile viene portato avanti dalla startup elvetica FinalSpark che due anni fa ha iniziato a vendere l’accesso a biocomputer che utilizzano una serie di piccoli cervelli umani coltivati ​​in laboratorio per l’alimentazione che sarebbe «una frazione dell’energia richiesta per alimentare un computer tradizionale».

 

Questa tecnologia non è destinata a sostituire il silicio, che secondo Chong rimane «di gran lunga superiore» per i calcoli rapidi e ripetibili alla base di modelli linguistici complessi come ChatGPT. I sistemi biologici, tuttavia, possono apprendere da un numero inferiore di esempi e adattarsi alle condizioni mutevoli.

 

Non vi è traccia, nei resoconti della stampa internazionale, della precipua domanda bioetica da porsi: di chi sono quei neuroni? Sono «coltivati in laboratorio», ci viene detto, ma a partire da quali neuroni? I neuroni di un morto? I neuroni di un feto abortito?

 

Si ripropone qui il tema, tanto caro a Renovatio 21, delle linee cellulari usate per la ricerca scientifica e, notoriamente ma neanche troppo, per la produzione dei vaccini.

 

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Cervello

La Cina batte Neuralink di Musk nella commercializzazione di impianti cerebrali

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Chirurghi cinesi hanno impiantato un’interfaccia cervello-computer in un paziente con mobilità ridotta della mano, in quella che viene indicata come la prima procedura commerciale al mondo che impiega un dispositivo non invasivo approvato di questo genere.   L’operazione è stata eseguita lunedì in un ospedale di Sciangai. Il paziente aveva riportato una lesione al midollo spinale in un incidente stradale dieci anni prima e, nonostante anni di riabilitazione, conservava una funzionalità limitata alla mano.   Durante l’intervento, un impianto delle dimensioni di una moneta è stato collocato sulla superficie del cervello del paziente. Il dispositivo è progettato per rilevare i segnali cerebrali e trasmetterli a un computer, che li converte in comandi per un guanto robotico.   Secondo quanto dichiarato dai funzionari, l’operazione si è svolta senza complicazioni e il paziente si sta riprendendo, con parametri vitali stabili. Hanno precisato che l’impianto ha catturato con successo segnali cerebrali stabili e di alta qualità.

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L’impianto, denominato NEO, è stato sviluppato dalla startup cinese Neuracle e approvato dall’ente regolatore medico cinese a marzo, permettendogli di superare la fase di sperimentazione clinica e di essere impiegato commercialmente negli ospedali.   Questo risultato ha consentito a Neuracle di precedere Neuralink, l’azienda di Elon Musk, nella gara alla commercializzazione di interfacce cervello-computer impiantabili. Sebbene anche Neuralink abbia impiantato chip in esseri umani e sostenga di avere 21 persone coinvolte in sperimentazioni cliniche in tutto il mondo, non ha ancora ottenuto l’approvazione commerciale completa negli Stati Uniti.   L’approccio di NEO si distingue da quello di Neuralink ed è concepito per essere non invasivo, poiché il dispositivo viene posizionato sulla superficie del cervello senza penetrarlo, con l’obiettivo di aiutare i pazienti a recuperare la funzionalità degli arti.   Il chip di Musk, al contrario, utilizza fili sottilissimi inseriti direttamente nel tessuto cerebrale grazie all’ausilio di un robot chirurgico. Anche il primo prodotto di Neuralink, Telepathy, è destinato a permettere alle persone paralizzate di controllare computer, telefoni e altri dispositivi con il pensiero.   Anche altre aziende hanno esplorato soluzioni meno invasive. Synchron, una startup statunitense, ha realizzato un impianto inserito attraverso una vena anziché tramite un intervento chirurgico a cranio aperto, mentre Meta sta sviluppando sistemi di intelligenza artificiale capaci di tradurre in testo le scansioni cerebrali non invasive.   Per il momento, l’impiego principale delle interfacce cervello-computer resta in ambito medico, in particolare per pazienti affetti da paralisi, lesioni del midollo spinale e gravi patologie neurologiche. Tuttavia, Musk ha previsto che tali chip finiranno per sostituire gli smartphone. I ricercatori del settore hanno inoltre discusso di possibili applicazioni future nell’elettronica di consumo, nella robotica e nel potenziamento umano.   Come riportato da Renovatio 21, Elone sostiene che gli impianti cerebrali neuralinki «aumenteranno drasticamente le capacità umane». L’anno scorso era emerso che un primo paziente neuralinko utilizzava il chip al cervello per imparare nuove lingue.   Due anni fa Musk disse che il primo paziente Neuralink era giunto a controllare il mouse del computer con i pensieri.   Come riportato da Renovatio 21, negli anni scorsi, in concomitanza con la partenza degli esperimenti sugli esseri umani approvati dall’ente regolatorio americano FDA, era emerso che alle scimmie su cui era stato sperimentato l’impianto erano successe «cose terribili», cosa che Musk ha poi negato.

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Neuralink, che aveva iniziato con impianti di microchip cerebrali sui suini, non è la prima azienda ad avviare sperimentazioni umane con un’interfaccia cervello-computer. Nel 2022, la società tecnologica con sede a New York Synchron, finanziata dai miliardari Bill Gates e Jeff Bezos, ha già impiantato il suo primo dispositivo per la lettura della mente in un paziente statunitense in una sperimentazione clinica.   Vi sono altri casi simili di impianti cerebrali che tentano di aiutare pazienti in condizioni estremamente critiche come quello portato avanti dagli scienziati della Stanford University, che consente ad un uomo con le mani paralizzate di poter «digitare» fino a 90 caratteri al minuto, semplicemente pensando alle parole.
Anche un colosso digitale come Facebook era interessato alla tecnologia del pensiero degli individui.   Chip cerebrali sono stati utilizzati per comandare piante carnivore. Pochi mesi fa è emerso che gli scienziati sono riusciti a far giocare sempre a Pong anche delle cellule cerebrali in vitro.   La trasformazione cibernetica della vita umana è uno dei punto focali del transumanismo, predicato sia da entusiasti della Silicon Valley più o meno innocui che da vertici planetari come il Klaus Schwab, patron del World Economic Forum di Davos, che immagina un mondo dove in aeroporto saranno fatte «scansioni cerebrali» per evitare che il passeggero nutra idee pericolose. «Una fusione della nostra identità fisica, digitale e biologica» dice Klaus Schwab.  

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Bioetica

Startup testa farmaci su cervelli umani appena estratti e mantenuti in vita con macchinari di supporto vitale

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Una startup biotecnologica chiamata Bexorg sta estraendo cervelli umani poche ore dopo la morte dei loro proprietari e li sta collegando a speciali macchine di supporto vitale. Lo riporta Science.

 

Sebbene queste masse di tessuto rosato non presentino più attività elettrica, la maggior parte delle loro funzioni vitali rimane intatta, consentendo agli scienziati di testare farmaci sperimentali, come potenziali trattamenti per il morbo di Alzheimer, come mai prima d’ora. Ci si aspetterebbe che i cervelli disincarnati siano senza dubbio morti. Tuttavia, stando alle notizie, un cervello estratto e collegato a una delle macchine di supporto vitale brevettate da Bexorg, BrainEX, resta «sospeso tra la vita e la morte». I cervelli vengono mantenuti in funzione grazie a un polmone artificiale, ossigenazione renale, sangue e altri fluidi.

 

La cifra frankesteiniana dell’operazione fa rabbrividire perfino i «laici», spinti a domandarsi se essa rifletta «la scomoda labilità del confine tra vita e morte» scrive Futurism, testata legata alla transumanista Singularity University.

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Brendan Parent, uno dei sei esperti di etica di Bexorg, sostiene che non vi devono essere dubbi. I cervelli estratti sono quasi privi dell’attività neuronale coordinata necessaria per una coscienza minima, ha dichiarato a Science. Per prevenire l’inquietante eventualità che alcuni cervelli producano attività elettrica, vengono anche trattati con l’anestetico propofol, assicura. «Naturalmente, il fatto stesso che si debba ricorrere a una simile misura potrebbe risultare meno rassicurante e più inquietante» chiosa Futurism.

 

Il fine, anche di questo esperimento, ci viene puntualmente ricordato, è il bene biologico dell’umanità garantito dall’industria farmaceutica. Il CEO di Bexorg, Zvonimir Vrselja, ha affermato che i cervelli presentano decenni di esposizione ambientale, una storia di trattamenti farmacologici e altri fattori che li rendono un mezzo di test più realistico per i farmaci. «Si ottengono cellule che sono state lì per 60-80 anni», ha dichiarato il Vrselja a Science.

 

«È un enorme passo avanti rispetto ai modelli murini», ha dichiarato a Science Bruna Bellaver, che studia la neurodegenerazione all’Università di Pittsburgh.

 

Bexorg è la stessa startup che sei anni fa dimostrò di poter mantenere in vita cervelli di maiale decapitati per 36 ore utilizzando un prototipo della sua macchina BrainEX. Gli sforzi si inseriscono in quegli esperimenti estremi di rianimazione dell’organismo che hanno come conseguenza, nemmeno tanto recondita, lo squartamento ancora più esseri umani per i trapianti, cioè per quella che è più corretto chiamare predazione degli organi.

 

Come riportato da Renovatio 21otto anni fa alcuni scienziati avevano comunicato i loro studi compiuti su dei suini riguardo la possibilità di riattivare il corpo dopo la morte.

 

Le ramificazioni bioetiche e biologiche di tali tecnologia sono abissali. In primis, abbiamo la possibilità di attuare un trapianto di cervello, o di corpo, che potrebbe consentire ad alcuni di cambiare identità corporea e, secondo la volontà transumanista, vivere più a lungo.

 

In secundis, si aprono voragini sulla questione della coscienza e della cosidetta «morte cerebrale» (una convenzione artefatta che medici di Harvard inventarono negli anni Sessanta per iniziare la filiare della predazione degli organi con il lucroso business dei trapianti).

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Se un cervello non è completamente morto, è giusto tenerlo in vita? Non si tratta di una forma di negromantico sfruttamento dell’essere umano? Curioso come la scienza medica impartisce l’eutanasia (o l’anestesia, necessaria agli espianti: perché un corpo a cui ancora batté il cuore reagisce allo squartamento con convulsioni naturali) qui invece vada verso il suo contrario, l’animazione extracorporea.

 

Un dibattito su questo tipo di argomento non sembra esserci, come vi sono solo accenni a discussioni sulla questione degli animali umanizzati con cellule cerebrali umane: la visione moderna si può chiedere se la bestia, dotata di neuroni dell’uomo, soffra appunto come un uomo, o meriti uno status giuridico diverso, simile a quello del cittadino.

 

Dubbi bioetici a parte, la macelleria chimerica della scienza moderna continua a pieno regime: perché la bioetica, dice la celebre critica di Richard Neuhaus poi ripresa in Italia dal defunto cardinale Elio Sgreccia, si riduce ad un «Permission Office» (un ufficio permessi, un passacarte burocratico). I comitati etici, che potrebbero non esistere ancora a lungo, smettono di riflettere sul bene profondo della persona e si limitano a verificare meri requisiti legali, trasformandosi in sportelli dove i ricercatori si recano solo per «ritirare un timbro di autorizzazione». Senza un solido fondamento morale (che Sgreccia individuava nella difesa della persona umana), la bioetica rischia di concedere qualsiasi permesso, rendendo lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile.

 

 

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