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«L’elevazione al Soglio di papa Francesco è nulla. Venga giudicato e rimosso»: dichiarazione di mons. Viganò

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Renovatio 21 riceve e pubblica questo comunicato dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

J’ACCUSE

Dichiarazione 

di S.E. Mons. Carlo Maria Viganò, Arcivescovo titolare di Ulpiana, Nunzio Apostolico sull’accusa di scisma

 

«Anche se noi o un angelo dal cielo 

vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, 

sia anatema. 

Come abbiamo già detto, lo ripeto di nuovo anche adesso: 

se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, 

sia anatema»

Gal 1, 8-9

 

«Quando penso che ci troviamo nel palazzo del Sant’Uffizio, che è il testimone eccezionale della Tradizione e della difesa della Fede cattolica, non posso impedirmi di pensare che sono a casa mia, e che sono io, che voi chiamate “il tradizionalista”, che dovrei giudicarvi». Così l’Arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1979, convocato all’ex Sant’Uffizio, in presenza del Prefetto Cardinal Šeper e di due altri Prelati. 

 

Come ho dichiarato nel Comunicato del 20 Giugno scorso, non riconosco l’autorità né del tribunale che pretende di giudicarmi, né del suo Prefetto, né di chi lo ha nominato. Questa mia decisione, certamente sofferta, non è frutto di precipitazione o di spirito di ribellione; bensì dettata dalla necessità morale che come Vescovo e Successore degli Apostoli mi obbliga in coscienza a rendere testimonianza alla Verità, ossia a Dio stesso, a Nostro Signore Gesù Cristo. 

 

Affronto questa prova con la determinazione che mi viene dal sapere di non avere alcun motivo per considerarmi separato dalla comunione con la Santa Chiesa e con il Papato, che ho sempre servito con filiale devozione e fedeltà. Non potrei concepire un solo istante della mia vita al di fuori di quest’unica Arca di salvezza, che la Provvidenza ha costituito come Corpo Mistico di Cristo, nella sottomissione al suo Capo divino e al Suo Vicario in terra.

 

I nemici della Chiesa Cattolica temono il potere della Grazia che opera per mezzo dei Sacramenti e massimamente il potere della Santa Messa, terribile katèkon che vanifica molti dei loro sforzi e conquista a Dio tante anime che altrimenti si dannerebbero. Ed è proprio questa consapevolezza della potenza dell’azione soprannaturale del Sacerdozio Cattolico nella società che sta all’origine della loro feroce ostilità alla Tradizione. Satana e i suoi servi sanno benissimo quale minaccia costituisca l’unica vera Chiesa al loro piano anticristico.

 

Questi eversori – che i Romani Pontefici hanno coraggiosamente denunciato come nemici di Dio, della Chiesa e dell’umanità – sono identificabili nella inimica vis, la Massoneria. Essa si è infiltrata nella Gerarchia ed è riuscita a farle deporre le armi spirituali di cui disponeva, aprendo le porte della Cittadella al nemico in nome del dialogo e della fratellanza universale, concetti appunto intrinsecamente massonici. Ma la Chiesa, sull’esempio del suo divino Fondatore, non dialoga con Satana: lo combatte. 

 

Le cause della crisi presente

Come ha evidenziato Romano Amerio nel suo fondamentale saggio Iota unum, questa resa vile e colpevole inizia con la convocazione del Concilio Ecumenico Vaticano II e con l’azione sotterranea e organizzatissima di ecclesiastici e laici legati alle sette massoniche, volta a sovvertire lentamente ma inesorabilmente la struttura di governo e di magistero della Chiesa per demolirla dall’interno.

 

Inutile cercare altre ragioni: i documenti delle sette segrete dimostrano l’esistenza di un piano di infiltrazione concepito nell’Ottocento e portato a compimento un secolo dopo, esattamente nei termini in cui esso era stato pensato. Analoghi processi dissolutori si erano realizzati in precedenza nella sfera civile, e non è un caso se i Papi seppero cogliere nei moti e nelle guerre che hanno insanguinato le Nazioni europee l’opera disgregatrice della Massoneria internazionale. 

 

A partire dal Concilio la Chiesa si è dunque fatta portatrice dei principi rivoluzionari del 1789, come hanno ammesso alcuni tra i fautori del Vaticano II e come è confermato dall’apprezzamento da parte delle Logge nei confronti di tutti i Papi del Concilio e del post-concilio proprio per i cambiamenti che i Massoni da tempo invocavano. 

 

Il cambiamento, anzi: l’aggiornamento è stato talmente al centro della narrativa conciliare da costituire il marchio distintivo del Vaticano II e porre questa assise come il terminus post quem che sancisce la fine dell’ancien régime – quello della «vecchia religione», della «vecchia Messa», del «preconcilio» – e l’inizio della «chiesa conciliare», con la sua «nuova messa» e la sostanziale relativizzazione di ogni Dogma.

 

Tra i fautori di questa rivoluzione compaiono i nomi di coloro che sino al Pontificato di Giovanni XXIII erano stati condannati e allontanati dall’insegnamento in ragione della loro eterodossia. La lista è lunga e comprende anche quell’Ernesto Buonaiuti, scomunicato vitandus, amico di Roncalli, morto impenitente nell’eresia e che proprio pochi giorni fa il Presidente della CEI Card. Matteo Zuppi ha commemorato con una Messa nella cattedrale di Bologna, come riporta con malcelata enfasi Il Faro di Roma (qui): «Quasi ottant’anni dopo un cardinale del tutto in linea col Papa riparte proprio da un gesto liturgico che ha in tutto e per tutto il sapore della riabilitazione. O almeno di un primo passo in questa direzione».

La Chiesa e l’antichiesa

Vengo dunque chiamato dinanzi al tribunale che ha preso il posto del Sant’Uffizio per esser processato per scisma, mentre il capo dei Vescovi italiani – indicato tra i papabili e del tutto in linea col Papa – celebra illecitamente una Messa di suffragio per uno dei peggiori e più ostinati esponenti del Modernismo, contro cui la Chiesa – quella da cui secondo costoro io sarei separato – aveva pronunciato la più severa sentenza di condanna. Nel 2022, sul quotidiano della CEI Avvenire, il prof. Luigino Bruni tesseva in questi termini l’elogio del Modernismo: 

 

«[…] un processo di necessario rinnovamento per la Chiesa cattolica del suo tempo, ancora impermeabile agli studi critici sulla Bibbia che si stavano da molti decenni affermando nel mondo protestante. Accogliere gli studi scientifici e storici sulla Bibbia era per Buonaiuti la via maestra per l’incontro della Chiesa con la modernità. Un incontro che invece non ci fu, perché la Chiesa cattolica era ancora dominata dai teoremi della teologia neo-scolastica e bloccata dalla paura controriformista che i venti protestanti potessero finalmente invadere il corpo cattolico».

 

Basterebbero queste parole a far comprendere l’abisso che separa la Chiesa Cattolica da quella che le si è sostituita con il Concilio Vaticano II, quando i venti protestanti invasero finalmente il corpo cattolico. Questo episodio recentissimo è solo l’ultimo di un’infinita serie di piccoli passi, di silenziose acquiescenze, di complici ammiccamenti con cui gli stessi vertici della Gerarchia conciliare hanno reso possibile la transizione «dai teoremi della teologia neo-scolastica» – ossia dalla formulazione chiara e inequivocabile dei Dogmi – all’apostasia presente.

 

Ci troviamo nella surreale situazione in cui una Gerarchia si definisce cattolica e per questo pretende obbedienza dal corpo ecclesiale, mentre allo stesso tempo professa dottrine che prima del Concilio la Chiesa aveva condannato; e che condanna come eretiche, dottrine che sino ad allora erano state insegnate da tutti i Papi. 

 

Questo accade quando si toglie l’assoluto al Vero e lo si relativizza adattandolo allo spirito del mondo. Come avrebbero agito, oggi, i Pontefici degli ultimi secoli? Mi giudicherebbero colpevole di scisma, o piuttosto condannerebbero colui che si spaccia per loro Successore? Assieme a me il sinedrio modernista giudica e condanna tutti i Papi cattolici, perché la Fede che essi difesero è la mia; e gli errori che difende Bergoglio sono quelli che essi, nessuno escluso, condannarono.

 

Ermeneutica della rottura

Mi chiedo allora: quale continuità si può dare tra due realtà che si contrappongono e contraddicono reciprocamente? Tra la chiesa conciliare e sinodale di Bergoglio e quella «bloccata dalla paura controriformista» dalla quale costui ostentatamente prende le distanze? E da quale «chiesa» sarei in stato di scisma, se quella che pretende di essere cattolica si distingue dalla vera Chiesa proprio nella sua predicazione di ciò che quella condannava e nella condanna di ciò che essa predicava? 

 

Gli adepti della «chiesa conciliare» risponderanno che ciò è dovuto all’evoluzione del corpo ecclesiale in un «necessario rinnovamento»; mentre il Magistero Cattolico ci insegna che la Verità è immutabile e che la dottrina dell’evoluzione dei dogmi è eretica. Due chiese, certamente: ciascuna con le sue dottrine e le sue liturgie e i suoi santi; ma per il Cattolico la Chiesa è Una, Santa, Cattolica e Apostolica, per Bergoglio la chiesa è conciliare, ecumenica, sinodale, inclusiva, immigrazionista, ecosostenibile, gay-friendly. 

 

L’autodestituzione della Gerarchia conciliare 

La Chiesa avrebbe dunque iniziato ad insegnare l’errore? Possiamo credere che l’unica Arca di salvezza sia allo stesso tempo strumento di perdizione per le anime? che il Corpo Mistico si separi dal Suo Capo divino, Gesù Cristo, facendo venir meno la promessa del Salvatore? Questo non può ovviamente essere ammissibile e chi lo sostiene cade nell’eresia e nello scisma.

 

La Chiesa non può insegnare l’errore, né il suo Capo, il Romano Pontefice, può essere allo stesso tempo eretico e ortodosso, Pietro e Giuda, in comunione con tutti i suoi Predecessori e allo stesso tempo in scisma con loro. L’unica risposta teologicamente possibile è che la Gerarchia conciliare, che si proclama cattolica ma abbraccia una fede diversa da quella insegnata costantemente per duemila anni dalla Chiesa Cattolica, appartiene ad un’altra entità e per questo non rappresenta la vera Chiesa di Cristo.

 

A chi mi ricorda che l’Arcivescovo Marcel Lefebvre mai giunse a mettere in discussione la legittimità del Romano Pontefice, pur riconoscendo l’eresia e addirittura l’apostasia dei Papi conciliari – come quando esclamò: «Roma ha perso a Fede! Roma è nell’apostasia!» – a costoro ricordo che in questi ultimi cinquant’anni la situazione è drammaticamente peggiorata e che con ogni probabilità questo grande Pastore oggi agirebbe con pari fermezza, ripetendo pubblicamente ciò che allora diceva solo ai suoi chierici: «In questo concilio pastorale, lo spirito di errore e di menzogna ha potuto lavorare a proprio agio, piazzando ovunque bombe a scoppio ritardato che faranno esplodere le istituzioni a tempo debito» (Principes et directives, 1977).

 

E ancora: «Colui che è assiso sul Soglio di Pietro partecipa a culti di falsi dèi. Quale conclusione dovremmo trarre, forse in capo a qualche mese, dinanzi a questi atti reiterati di comunicazione con i falsi culti? Non lo so. Me lo chiedo. Ma è possibile che ci troveremo obbligati a credere che il Papa non è Papa. Perché a prima vista mi sembra – non voglio ancora dirlo in un modo solenne e pubblico – che è impossibile che uno che è eretico pubblicamente e formalmente sia Papa» (30 Marzo 1986). 

 

Da cosa comprendiamo che la «chiesa sinodale» e il suo capo Bergoglio non professano la Fede Cattolica? Dall’adesione totale e incondizionata di tutti i suoi membri ad una molteplicità di errori ed eresie già condannati dal Magistero infallibile della Chiesa Cattolica e dall’ostentato rifiuto di qualsiasi dottrina, precetto morale, atto di culto e pratica religiosa che non sia sancita dal «loro» concilio. Nessuno di essi può in coscienza sottoscrivere la Professione di Fede tridentina e il Giuramento Antimodernista, perché quanto entrambi esprimono è l’esatto contrario di ciò che insinua e insegna il Vaticano II e il cosiddetto «magistero conciliare».

 

Dato che non è teologicamente sostenibile che la Chiesa e il Papato siano strumenti di perdizione anziché di salvezza, dobbiamo necessariamente concludere che gli insegnamenti eterodossi veicolati dalla cosiddetta «chiesa conciliare» e dai «papi del Concilio» da Paolo VI in poi costituiscono un’anomalia che mette in seria discussione la legittimità della loro autorità magisteriale e di governo. 

 

L’uso eversivo dell’autorità

Dobbiamo comprendere che l’uso eversivo dell’autorità nella Chiesa finalizzato alla sua distruzione (o trasformazione in una chiesa altra rispetto a quella voluta e fondata da Cristo) costituisce di per sé un elemento sufficiente per rendere nulla l’autorità di questo nuovo soggetto che si è dolosamente sovrapposto alla Chiesa di Cristo usurpandone il potere. Ecco perché non riconosco la legittimità del Dicastero che mi processa.

 

Le modalità con cui è stata condotta l’azione ostile contro la Chiesa Cattolica confermano che essa era pianificata e voluta, perché altrimenti coloro che la denunciavano sarebbero stati ascoltati e quanti vi cooperarono si sarebbero immediatamente fermati. Certo, con gli occhi di allora e la formazione tradizionale di gran parte dei Cardinali, dei Vescovi e del Clero lo «scandalo» di una Gerarchia che contraddiceva sé stessa apparve come una tale enormità da indurre molti Prelati e chierici a non voler credere possibile che i principi rivoluzionari e massonici potessero trovare accoglienza e promozione nella Chiesa.

 

Ma fu proprio questo il colpo da maestro di Satana – come lo definì l’Arcivescovo Lefebvre – che seppe avvalersi del connaturale rispetto e amore filiale dei Cattolici verso l’Autorità sacra dei Pastori per indurli ad anteporre l’obbedienza alla Verità, forse sperando che un futuro Papa potesse in qualche modo sanare il disastro compiuto e del quale si potevano intuire già gli esiti dirompenti. Ciò non avvenne, nonostante alcuni avessero coraggiosamente lanciato l’allarme. Ed io stesso mi annovero tra coloro che in quella fase travagliata non osarono opporsi ad errori e deviazioni che ancora non si erano mostrati del tutto nella loro valenza distruttrice. Non voglio con questo dire di non aver intravisto quanto avveniva, ma di non aver trovato – a causa dell’intenso lavoro e delle incombenze totalizzanti di natura burocratica ed amministrativa al servizio della Santa Sede – le condizioni per cogliere la gravità inaudita di quanto stava compiendosi sotto i nostri occhi.

 

Lo scontro

L’occasione che mi ha condotto allo scontro con i miei Superiori ecclesiastici iniziò quand’ero Delegato per le Rappresentanze Pontificie, poi come Segretario Generale del Governatorato e infine come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti. La mia guerra alla corruzione morale e finanziaria scatenò la furia dell’allora Segretario di Sato Card. Tarcisio Bertone, quando – conformemente alle mie competenze di Delegato per le Rappresentanze Pontificie – denunciai la corruzione del Card. McCarrick, e mi opposi alla promozione all’Episcopato dei candidati corrotti e indegni presentati dal Segretario di Stato, il quale mi fece trasferire al Governatorato, perché «gli impedivo di fare i vescovi che lui voleva».

 

Fu sempre Bertone, con la complicità del Card. Lajolo, ad ostacolare la mia opera volta a contrastare la diffusa corruzione al Governatorato, dove avevo già ottenuto importanti risultati aldilà di ogni aspettativa. Furono ancora Bertone e Lajolo a convincere Papa Benedetto a cacciarmi dal Vaticano e inviarmi negli Stati Uniti. Qui mi ritrovai a dover fronteggiare le turpi vicende del Cardinal McCarrick, compresi i suoi pericolosi rapporti con esponenti politici dell’Amministrazione Obama-Biden e a livello internazionale, che non esitai a denunciare al Segretario di Stato Parolin che non ne tenne in alcun conto.

 

Ciò mi portò a considerare molti eventi a cui avevo assistito durante la mia carriera diplomatica e di Pastore in una luce diversa, a coglierne la coerenza con un unico progetto che per sua natura non poteva essere né esclusivamente politico né esclusivamente religioso, dal momento che includeva un attacco globale alla società tradizionale basata sull’insegnamento dottrinale, morale e liturgico della Chiesa. 

 

La corruzione come strumento di ricatto

Ecco allora che da stimato Nunzio Apostolico – per il quale l’altro giorno lo stesso Cardinale Parolin mi ha riconosciuto lealtà, onestà, correttezza ed efficienza esemplari – sono diventato un Arcivescovo scomodo, non solo per aver chiesto giustizia nei processi contro Prelati corrotti, ma anche e soprattutto per aver dato una chiave di lettura che mostra come la corruzione nella Gerarchia fosse necessaria premessa per controllarla, manovrarla e costringerla col ricatto ad agire contro Dio, contro la Chiesa e contro le anime.

 

E questo modus operandi – che la Massoneria aveva descritto minuziosamente prima di infiltrarsi nel corpo ecclesiale – è speculare a quello adottato nelle istituzioni civili, dove i rappresentanti del popolo specialmente ai più alti livelli sono in gran parte ricattabili perché corrotti e pervertiti. La loro obbedienza ai deliri dell’élite globalista conduce i popoli alla rovina, alla distruzione, alla malattia, alla morte: e alla morte non solo del corpo, ma anche a quella dell’anima.

 

Perché il vero progetto del Nuovo Ordine Mondiale – al quale Bergoglio è asservito e dal quale trae la propria legittimazione dai potenti del mondo – è un progetto essenzialmente satanico, in cui l’opera della Creazione del Padre, della Redenzione del Figlio e della Santificazione dello Spirito Santo è odiata, cancellata e contraffatta dalla simia Dei e dai suoi servi. 

 

Se non parlerete voi, grideranno le pietre

Assistere al sovvertimento totale dell’ordine divino e alla propagazione del caos infernale con la zelante collaborazione dei vertici del Vaticano e dell’Episcopato, ci fa comprendere quanto terribili siano le parole della Vergine Maria a La Salette – Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’Anticristo – e quale odioso tradimento sia costituito dall’apostasia dei Pastori, e da quello ancor più inaudito di colui che siede sul Soglio del Beatissimo Pietro. 

 

Se restassi in silenzio dinanzi a questo tradimento – che si consuma con la pavida complicità di molti, troppi Prelati riluttanti nel riconoscere nel Concilio Vaticano II la causa principale della rivoluzione presente e nell’adulterazione della Messa Cattolica l’origine della dissoluzione spirituale e morale dei fedeli – verrei meno al giuramento prestato il giorno della mia Ordinazione e rinnovato in occasione della mia Consacrazione Episcopale.

 

Come Successore degli Apostoli non posso e non voglio accettare di assistere alla sistematica demolizione della Santa Chiesa e alla dannazione di tante anime senza cercare con ogni mezzo di oppormi a tutto questo. Né posso considerare preferibile un vile silenzio per quieto vivere alla testimonianza del Vangelo e alla difesa della Verità cattolica. 

 

Una setta scismatica mi accusa di scisma: dovrebbe essere sufficiente per dar prova del sovvertimento in atto. Immaginate quale imparzialità di giudizio potrà esercitare un giudice che dipende da colui che io accuso di essere un usurpatore. Ma proprio perché questa vicenda è emblematica, desidero che i fedeli – che non sono tenuti a conoscere il funzionamento dei tribunali ecclesiastici – comprendano che il delitto di scisma non si consuma quando vi sono fondate ragioni di considerare dubbia l’elezione del Papa, in ragione del vitium consensus e delle irregolarità o delle violazioni delle norme che regolano il Conclave. (cfr. Wernz – Vidal, Ius Canonicum, Roma, Pont. Univ. Greg., 1937, vol. VII, p. 439).

 

La Bolla Cum ex apostolatus officio di Paolo IV stabilisce in perpetuo la nullità della nomina o dell’elezione di qualsiasi Prelato – ivi compreso il Papa – che fosse caduto in eresia prima della sua promozione a Cardinale o elevazione a Romano Pontefice.

 

Essa definisce la promozione o l’elevazione nulla, irrita et inanis, ossia nulla, non valida e senza alcun valore, «anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i Cardinali; neppure si potrà dire che essa è convalidata col ricevimento della carica, della consacrazione o del possesso […], ovvero per l’intronizzazione […] dello stesso Romano Pontefice o per l’obbedienza a lui prestata da tutti e per il decorso di qualsiasi durata di tempo nel detto esercizio della sua carica. Paolo IV aggiunge che tutti gli atti compiuti da questa persona sono da considerarsi parimenti nulli e che i suoi sudditi, tanto chierici quanto laici, sono liberati dall’obbedienza nei suoi confronti, fermo tuttavia da parte di queste medesime persone sottoposte, l’obbligo di fedeltà e di obbedienza da prestarsi ai futuri Vescovi, Arcivescovi, Patriarchi, Primati, Cardinali e Romano Pontefice canonicamente subentranti. Paolo IV conclude: Ed a maggior confusione di quelli in tal modo promossi ed elevati, ove pretendano di continuare l’amministrazione, sia lecito richiedere l’aiuto del braccio secolare; né per questo coloro che si sottraggono alla fedeltà e all’obbedienza verso quelli che fossero stati nel modo già detto promossi ed elevati, siano soggetti ad alcuna di quelle censure e punizioni comminate a quanti vorrebbero scindere la tunica del Signore».

 

Per questo motivo, con serenità di coscienza, ritengo che gli errori e le eresie a cui Bergoglio aderiva prima, durante e dopo la sua elezione e l’intenzione posta nella presunta accettazione del Papato rendono nulla la sua elevazione al Soglio. 

 

Se tutti gli atti di governo e di magistero di Jorge Mario Bergoglio, nei contenuti e nelle forme, si dimostrano estranei e addirittura in conflitto con ciò che costituisce l’azione di qualsiasi Papa; se anche un semplice fedele e addirittura un non Cattolico capiscono l’anomalia del ruolo che Bergoglio sta svolgendo nel progetto globalista e anticristiano portato avanti dal World Economic Forum, delle Agenzie dell’ONU, dalla Commissione Trilaterale, dal Gruppo Bilderberg, dalla Banca Mondiale e da tutte le altre tentacolari ramificazioni dell’élite mondialista, ciò non dimostra minimamente la mia volontà di scisma nell’evidenziare e denunciare questa anomalia.

 

Eppure mi si attacca e mi si processa perché vi è chi si illude che condannandomi e scomunicandomi la mia denuncia del colpo di stato perda consistenza. Questo tentativo di mettere tutti a tacere non risolve nulla, ed anzi rende più colpevole e complice chi cerca di dissimulare o minimizzare la metastasi che sta distruggendo il corpo ecclesiale. 

 

La «deminutio» del papato sinodale

A questo si aggiunge il Documento di Studio Il Vescovo di Roma che il Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani ha recentemente pubblicato (qui) e il declassamento del Papato che in esso è teorizzato in applicazione all’Enciclica di Giovanni Paolo II Ut uum sint, che a sua volta si rifà alla Costituzione Lumen Gentium del Vaticano II. Appare del tutto legittimo – e doveroso, in nome del primato della Verità Cattolica sancita nei documenti infallibili del Magistero papale – chiedersi se la scelta deliberata di Bergoglio di abolire il titolo apostolico di Vicario di Cristo e scegliere di definirsi simpliciter Vescovo di Roma non costituisca in qualche modo una deminutio del Papato stesso, un attentato alla divina costituzione della Chiesa e un tradimento del Munus petrinum. E a ben vedere, il passo precedente è stato compiuto da Benedetto XVI, che si è inventato – assieme alla «ermeneutica» di una impossibile «continuità» tra due entità totalmente estranee – il monstrum di un «Papato collegiale» esercitato dal Gesuita e dall’Emerito.

 

Il Documento di Studio cita non a caso una frase di Paolo VI: Il Papa […] è senza dubbio il più grave ostacolo sulla via dell’ecumenismo (Discorso al Segretario per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, 28 Aprile 1967). Montini aveva iniziato a preparare il terreno quattro anni prima, deponendo enfaticamente il triregno.

 

Se questa è la premessa di un testo che deve servire per rendere il Papato Romano «compatibile» con la negazione del Primato di Pietro che gli eretici e gli scismatici rifiutano; e se lo stesso Bergoglio si presenta come primus inter pares nel consesso delle sette e denominazioni cristiane non in comunione con la Sede Apostolica, venendo meno alla proclamazione della dottrina cattolica sul Papato definita solennemente e infallibilmente dal Concilio Vaticano I, come si può pensare che l’esercizio del Papato e la stessa volontà di accettarlo non siano inficiati da un vizio di consenso (qui e qui), tale da rendere nulla o quantomeno fortemente dubbia la legittimità di “Papa Francesco»?

 

Da quale «chiesa» mi potrei separare, quale «papa» rifiuterei di riconoscere, se la prima si definisce «chiesa conciliare e sinodale» in antitesi alla «chiesa preconciliare» – ossia la Chiesa di Cristo – e il secondo dimostra di ritenere il Papato proprio appannaggio personale di cui disporre modificandolo e alterandolo a piacimento, e sempre in coerenza con gli errori dottrinali implicati dal Vaticano II e dal «magistero» postconciliare? 

 

Se il Papato Romano – il Papato, per intenderci, di Pio IX, Leone XIII, Pio X, Pio XI, Pio XII – è considerato un ostacolo al dialogo ecumenico e il dialogo ecumenico viene perseguito come priorità assoluta della «chiesa sinodale» rappresentata da Bergoglio, in quale altro modo potrebbe concretizzarsi questo dialogo, se non nella rimozione di quegli elementi che rendono il Papato incompatibile con esso, e quindi manomettendolo in modo del tutto illegittimo e invalido? 

 

Il conflitto di tanti confratelli e fedeli

Sono convinto che tra i Vescovi e i sacerdoti vi siano molti che hanno vissuto e vivono ancor oggi lo straziante conflitto interiore di trovarsi divisi tra ciò che Cristo Pontefice chiede loro (e lo sanno) e ciò che colui che si presenta come Vescovo di Roma impone con la forza, con il ricatto, con le minacce.

 

È oggi quantomai necessario che noi Pastori ci svegliamo dal nostro torpore: Hora est jam nos de somno surgere (Rom 13, 11). La nostra responsabilità dinanzi a Dio, alla Chiesa e alle anime ci impone di denunciare senza equivoci tutti gli errori e le deviazioni che troppo a lungo abbiamo tollerato, perché non saremo giudicati né da Bergoglio né dal mondo, ma da Nostro Signore Gesù Cristo. A Lui renderemo conto di ogni anima perduta per nostra negligenza, di ogni peccato da essa commesso per causa nostra, di ogni scandalo dinanzi al quale abbiamo taciuto per falsa prudenza, per quieto vivere, per complicità.

 

Nel giorno in cui dovrei presentarmi a difendermi dinanzi al Dicastero per la Dottrina della Fede, ho deciso di rendere pubblica questa mia dichiarazione, alla quale unisco una denuncia dei miei accusatori, del loro «concilio» e del loro «papa».

 

Prego i Santi Apostoli Pietro e Paolo, che hanno consacrato la terra dell’Alma Urbe con il proprio sangue, di intercedere presso il trono della Maestà divina, affinché ottengano alla Santa Chiesa di essere finalmente liberata dall’assedio che la eclissa e dagli usurpatori che la umiliano, facendo della Domina gentium la serva del piano anticristico del Nuovo Ordine Mondiale. 

 

In difesa della Chiesa

La mia non è dunque una difesa personale, ma della Santa Chiesa di Cristo, nella quale sono stato costituito Vescovo e Successore degli Apostoli, con il preciso mandato di custodire il Deposito della Fede e di predicare la Parola, insistere opportune importune, riprendere, rimproverare, esortare con ogni pazienza e dottrina (2 Tim 4, 2). 

 

Respingo con forza l’accusa di aver lacerato la veste inconsutile del Salvatore e di essermi sottratto alla suprema Autorità del Vicario di Cristo: per separarmi dalla comunione ecclesiale con Jorge Mario Bergoglio, dovrei essere stato prima in comunione con lui, cosa che non è possibile dal momento che lo stesso Bergoglio non può esser considerato membro della Chiesa, a causa delle sue molteplici eresie e della sua manifesta alienità ed incompatibilità con il ruolo che invalidamente ed illecitamente ricopre. 

 

Le mie accuse a Jorge Mario Bergoglio 

Dinanzi ai miei Confratelli nell’Episcopato e all’intero corpo ecclesiale, io accuso Jorge Mario Bergoglio di eresia e di scisma, e come eretico e scismatico chiedo che venga giudicato e rimosso dal Soglio che indegnamente occupa da oltre undici anni. Ciò non contraddice in alcun modo l’adagio Prima Sedes a nemine judicatur, perché è evidente che un eretico, in quanto impossibilitato ad assumere il Papato, non è al di sopra dei Prelati che lo giudicano.

 

Accuso parimenti Jorge Mario Bergoglio per aver provocato – a causa del prestigio e dell’autorevolezza della Sede Apostolica che usurpa – gravi effetti avversi, sterilità e morte nei milioni di fedeli che hanno seguito il suo martellante appello a sottoporsi all’inoculazione di un siero genico sperimentale prodotto con feti abortivi, giungendo a far pubblicare una Nota che indicava il suo uso come moralmente lecito (qui e qui). Egli dovrà rispondere dinanzi al Tribunale di Dio di questo crimine contro l’umanità.

 

Denuncio infine l’Accordo segreto tra la Santa Sede e la dittatura comunista cinese, con il quale la Chiesa è umiliata e costretta ad accettare la nomina governativa dei Vescovi, il controllo delle celebrazioni e le limitazioni alla sua libertà di predicazione, mentre i Cattolici fedeli alla Sede Apostolica sono perseguitati impunemente dal governo di Pechino nel silenzio complice del sinedrio romano.

 

Il rifiuto degli errori del Vaticano II

Mi faccio un motivo di onore l’esser «accusato» di rifiutare gli errori e le deviazioni implicati dal cosiddetto Concilio Ecumenico Vaticano II, che considero del tutto privo di autorità magisteriale a causa della sua eterogeneità rispetto a tutti i veri Concili della Chiesa, che integralmente riconosco e accolgo, così come tutti gli atti magisteriali dei Romani Pontefici. 

 

Respingo convintamente le dottrine eterodosse contenute nei documenti del Vaticano II e che sono state condannate dai Papi sino a Pio XII, o che contraddicono in qualsivoglia modo il Magistero Cattolico (cfr. Allegato I). Trovo a dir poco sconcertante che a processarmi per scisma siano coloro che fanno propria la dottrina eterodossa secondo la quale sussiste un vincolo di unione «con coloro che, essendo battezzati, sono insigniti del nome cristiano, ma non professano integralmente la fede o non conservano l’unità di comunione sotto il successore di Pietro» (LG:15). Mi chiedo con quale improntitudine si possa contestare ad un Vescovo il venir meno di una comunione che si afferma altresì esistere con gli eretici e gli scismatici. 

 

Condanno, respingo e rifiuto parimenti le dottrine eterodosse espresse nel cosiddetto «magistero postconciliare» originate dal Vaticano II, così come le recenti eresie relative alla «chiesa sinodale», alla riformulazione del Papato in chiave ecumenica, all’ammissione dei concubinari ai Sacramenti e alla promozione della sodomia e dell’ideologia «gender». Condanno parimenti l’adesione di Bergoglio alla frode climatica, folle superstizione neomalthusiana partorita da chi, odiando il Creatore, non può che detestarne anche la Creazione, e l’uomo con essa, fatto ad immagine e somiglianza di Dio. 

 

Conclusione

Ai fedeli Cattolici, oggi scandalizzati e disorientati dai venti di novità e dalle false dottrine che vengono promosse e imposte da una Gerarchia ribelle al divino Maestro, io chiedo di pregare e di offrire i loro sacrifici e digiuni pro libertate et exaltatione Sanctæ Matris Ecclesiæ, perché la Santa Madre Chiesa ritrovi la sua libertà e possa trionfare con Cristo, dopo questo tempo di passione.

 

Che quanti hanno avuto la Grazia di essere incorporati ad essa nel Battesimo non abbandonino la loro Madre, oggi sofferente e prostrata: tempora bona veniant, pax Christi veniat, regnum Christi veniat.

 

Data a Viterbo, il giorno 28 del mese di Giugno, Anno del Signore 2024, Vigilia dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

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Suor Maria Michele, prima suora della FSSPX: 50 anni di professione

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Mezzo secolo fa, la sezione femminile fondata dall’arcivescovo Lefebvre accolse la sua prima suora professa. Il 29 settembre 2026, suor Mary Michael ha celebrato in Australia un giubileo che la lega direttamente alle origini dell’opera. Nata Janine Ward, fu infatti la prima postulante delle Suore della Fraternità, prima di pronunciare i voti nel 1976.   Il 29 settembre 2026, festa di San Michele Arcangelo, Suor Maria Michele ha celebrato il cinquantesimo anniversario della sua prima professione religiosa presso il Priorato della Santa Croce a Goulburn, nel Nuovo Galles del Sud, in Australia. Il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Padre Davide Pagliarani, ha celebrato una solenne Messa in presenza di numerose suore e 24 sacerdoti del Distretto d’Australia.   Nella sua omelia, il Superiore Generale ha presentato la Beata Vergine Maria come modello di abnegazione e perseveranza. Ha ringraziato Suor Mary Michael per l’esempio che a sua volta offre a tutte le consorelle della Fraternità e ha esortato le suore a meditare costantemente, seguendo l’esempio della Madonna, sulle parole, le opere e l’intera vita del suo divino Figlio.

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«Vostra Eccellenza, posso entrare nel convento delle vostre suore?»

Nei primi anni Settanta, Janine Ward, una giovane donna australiana di Melbourne, desiderava dedicarsi a Dio. Rivolse quindi una richiesta piuttosto insolita all’arcivescovo Marcel Lefebvre: «Eccellenza, potrei entrare a far parte delle vostre Suore?».   La difficoltà era che non c’erano ancora suore. «Esisteva già nella mia mente», avrebbe poi affermato l’arcivescovo Lefebvre a proposito di questa futura congregazione. Esisteva già in embrione negli statuti della Fraternità Sacerdotale, che prevedevano l’affiliazione delle suore quando la Provvidenza le avesse chiamate. Nell’ottobre del 1972, il fondatore annunciò quindi ai suoi amici e benefattori la sua «speranza di fondare presto un noviziato della Fraternità delle Suore Ausiliarie del Sacerdozio».   La richiesta di Janine Ward avrebbe contribuito a portare a compimento questo progetto. Nell’autunno del 1973, le prime due postulanti furono affidate a Madre Marie-Gabriel, sorella dell’arcivescovo Lefebvre e suora missionaria dello Spirito Santo. Aveva accettato, non senza esitazione, di aiutare il fratello a formare la nuova comunità religiosa.   Il 2 ottobre 1973, Janine Ward arrivò a Écône dopo aver attraversato il mondo dall’Australia. Fu la prima postulante. Quattro giorni dopo, una giovane donna americana la raggiunse. Insieme a Madre Marie-Gabriel, sorella dell’arcivescovo Lefebvre, queste due giovani donne formarono, secondo le parole di quest’ultima, il ramo femminile della Fraternità Sacerdotale San Pio X.   Su richiesta dell’arcivescovo Lefebvre, i due postulanti furono accolti dalle suore domenicane dello Spirito Santo. Prima ancora di poter iniziare la loro formazione religiosa vera e propria, dovettero imparare il francese.   L’anno seguente, altre quattro giovani donne, provenienti dagli Stati Uniti, dalla Spagna e dalla Francia, entrarono a far parte del convento di Écône. Il 22 settembre 1974, Janine Ward ricevette l’abito religioso e divenne Suor Maria Michele.   Il giorno seguente, il piccolo noviziato lasciò Écône per Albano, vicino a Roma. Questa casa, destinata in seguito ad ospitare seminaristi, avrebbe accolto i primi passi delle suore per tre anni. Il loro arrivo iniziò in modo significativo con un pellegrinaggio a Roma. Presso le tombe di San Pietro e San Pio X, sotto la protezione della Madonna della Compassione, le prime suore si recarono per implorare la benedizione di Dio sulla loro opera e per dimostrare la loro devozione alla Sede di Pietro.   Fu ad Albano che, due anni dopo, il 29 settembre 1976, Suor Maria Michele  pronunciò i suoi primi voti di povertà, castità e obbedienza. Divenne così la prima suora professa della Società di San Pio X.   È proprio questo impegno, preso cinquant’anni fa, che ha appena commemorato nel suo Paese natale.

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«Offrirsi con la Vittima divina»

L’arcivescovo Lefebvre desiderava dare alle suore una vocazione propria, intimamente legata al sacrificio della Messa e al sacerdozio.   Nelle prime bozze del loro statuto, egli ne riassunse lo spirito con queste parole: «come la Madre di Gesù partecipò, attraverso la sua Compassione, all’opera sacerdotale di Gesù che morì sulla croce per la redenzione delle anime, così le Suore della Società di San Pio X avranno una devozione speciale al sacrificio della Messa e alla Vittima Eucaristica».   Il loro scopo primario è dunque quello di «offrirsi con la Divina Vittima a immagine e seguendo l’esempio della Madonna della Compassione». L’arcivescovo Lefebvre ha sottolineato questo punto: «Il fine spirituale è quello principale, è ciò che conta; il resto è solo un mezzo».   Oltre alla vita interiore, le Suore hanno una missione apostolica: «facilitare e completare l’apostolato sacerdotale». Assistono quindi i sacerdoti attraverso compiti spesso discreti nei priorati, nei seminari e nelle case della Fraternità, ma anche attraverso l’insegnamento, il catechismo e diverse opere di carità.   Questa unione di contemplazione e azione è al centro del pensiero del fondatore. L’adorazione eucaristica, in particolare, deve occupare un posto speciale nella loro vita religiosa. «Conto molto», scrisse loro, «sulla vostra ora di adorazione per la santificazione della Fraternità».   Dopo gli inizi ad Albano, il noviziato fu istituito nel 1978 a Saint-Michel-en-Brenne, in Francia. Successivamente, altri noviziati furono aperti negli Stati Uniti, in Argentina e in Germania, mentre le comunità di suore si diffusero nelle varie opere della Fraternità in tutto il mondo.   Cinquant’anni dopo i primi voti di Suor Maria Michele, l’opera, nata nella grande semplicità, si è diffusa ampiamente. Nell’aprile del 2026, le Suore della Fraternità contavano 226 suore professe e 20 novizie, presenti in molti Paesi.   Uno sviluppo che le due giovani postulanti riunite attorno a Madre Marie-Gabriel nell’autunno del 1973 difficilmente avrebbero potuto prevedere!  

avec Mère Marie Gabriel, et Sr. Marie Agnès

à la droite de Mgr Lefebvre Sr. Marie Michel, Abbé Hogan sur la gauche en fond

  Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine da FSSPX.News  
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Spirito

Il fondatore dell’Istituto del Verbo Incarnato avrebbe abusato dei seminaristi

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La Santa Sede ha confermato questa settimana che il fondatore, oggi scomparso, dell’Istituto del Verbo Incarnato (IVE), la cui opera era appoggiata dall’allora cardinale Theodore McCarrick, si è reso colpevole «di atti che costituiscono un reato contro il sesto comandamento, commessi con violenza contro più persone». Lo riporta LifeSite.

 

Secondo una dichiarazione del Vaticano, i tribunali ecclesiastici «hanno raggiunto la certezza morale circa la responsabilità di padre Carlos Miguel Buela», fondatore sia dell’IVE sia della sua controparte femminile, le Serve del Signore e della Vergine di Matará (SSVM).

 

Padre Carlos Miguel Buela, sacerdote argentino morto nel 2023, era da tempo sospettato di abusi sessuali su seminaristi. Secondo Rome Reports, le prime accuse contro il fondatore risalgono agli anni Novanta. Il Vaticano lo rimosse dalla guida nel 2010, e la prima condanna è del 2021.

 

Nel 2020 un’inchiesta del Washington Post aveva rivelato che, dal 2004 al 2017, l’allora cardinale McCarrick inviò all’IVE decine di assegni, alcuni da 50.000 dollari, prelevati da un conto dell’arcidiocesi di Washington sotto il suo controllo.

 

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«Durante quegli anni, Carlos Buela, che ha fondato il gruppo decenni fa in Argentina, ha ripetutamente sfidato le sanzioni vaticane per presunti abusi sessuali su seminaristi, secondo un ordine vaticano riservato», ha riportato il WaPo, aggiungendo che «il gruppo ha ‘sistematicamente ostacolato’ gli sforzi del Vaticano per supervisionare le sue attività».

 

Un’indagine del WaPo ha inoltre mostrato che i legami finanziari e personali tra McCarrick e il gruppo di Buela «erano molto più estesi di quanto si pensasse in precedenza». L’inchiesta ha messo in luce «un flusso di denaro del tutto insolito da un leader religioso accusato a un gruppo guidato da un altro».

 

La dichiarazione del Vaticano precisa che il suo «chiarimento ha lo scopo di contribuire a ristabilire la verità, come atto di giustizia verso coloro che hanno subito un danno a causa della condotta del sacerdote Carlos Miguel Buela, nonché di garantire che i membri di entrambi gli Istituti siano debitamente informati e di sostenere il processo di riesame del carisma e di revisione, rinnovamento e purificazione della spiritualità, della formazione e dell’apostolato propri di ciascun Istituto, distinguendo tra il dono dello Spirito elargito per l’edificazione della Chiesa e i limiti o la condotta personale del Fondatore».

 

Buela fondò l’Istituto del Verbo Incarnato a Mendoza, in Argentina, nel 1984. Da allora l’IVE e l’SSVM si sono diffusi in 45 Paesi di cinque continenti.

 

Nel 1987 l’Istituto aprì la prima missione in Perù. Nel 1989 la presenza si estese negli Stati Uniti, a New York. Pochi giorni dopo alcuni sacerdoti giunsero a Roma per perfezionare gli studi. Sempre nel 1987 fu fondato ufficialmente il seminario minore. Nel 1988 nacquero il noviziato maschile, il ramo femminile e il ramo contemplativo maschile. Quello stesso anno si svolse il primo Capitolo generale.

 

Nel 1992 l’Istituto aprì case proprie in Russia e in Israele, nel 1993 a Taiwan e nel 1994 in Ucraina. Nel 1994 approvò in via definitiva i propri statuti. Gli anni tra il 1995 e il 2001 furono segnati dal succedersi di tre commissari pontifici, che guidarono l’Istituto sospendendone il governo. Ciononostante la Santa Sede gli affidò una missione in Tagikistan.

 

La Santa Sede stabilì che la casa generale dovesse trasferirsi nella diocesi di Velletri-Segni e che si formasse un governo provvisorio, con il compito di convocare un capitolo generale, che si tenne nel 2001. Nel 2004 l’Istituto fu riconosciuto come istituto religioso di diritto diocesano, ossia riconosciuto dalla Chiesa locale, ma non ancora dalla Santa Sede.

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Spirito

Lo «spirito di Assisi» riaffermato a Metz, quarto giorno di Leone XIV in Francia

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Dopo Parigi e Lourdes, Leone XIV conclude il suo viaggio in Francia a Metz, lunedì 28 settembre. Un incontro interreligioso, un discorso sull’Europa e una Messa nella cattedrale di Saint-Étienne hanno caratterizzato quest’ultima giornata.  

Gli studenti accolgono il papa

Arrivato da Lourdes in mattinata, papa Leone XIV è stato accolto all’aeroporto di Metz-Nancy-Lorena da una ventina di studenti della scuola privata Marcel Van di Argancy. I bambini avevano preparato una canzone, dei disegni e alcuni doni. Il papa si è preso del tempo per ascoltarli e salutarli individualmente prima di benedire gli studenti inginocchiati.   Questo incontro ha aggiunto un tocco personale a una giornata in gran parte dedicata agli affari europei. La scelta di Metz è dovuta in gran parte a Robert Schuman e alla storia di una regione segnata dalle guerre franco-prussiane. Il cardinale Jean-Marc Aveline ha riferito che, tra le città prese in considerazione, Leone XIV aveva scelto Metz «per via dell’Europa».  

L’Appello di Metz, nello spirito di Assisi

Presso il Centro Congressi Robert Schuman, papa Leone XIV ha incontrato i membri della Conferenza dei Capi Religiosi di Francia (CRCF), che dal 2010 riunisce leader cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, musulmani e buddisti.   Sette rappresentanti hanno letto l’«Appello di Metz», redatto da questi leader religiosi. Il testo è stato poi firmato, alla presenza del papa, dal Cardinale Jean-Marc Aveline; dal Pastore Christian Krieger; dal Vescovo Dimitrios; da Haïm Korsia, Rabbino Capo di Francia; da Antony Boussemart, copresidente dell’Unione Buddista di Francia; e da Chems-Eddine Hafiz, rettore della Grande Moschea di Parigi. Il Cardinale Aveline lo ha consegnato a due giovani.   Il documento fa esplicito riferimento all’incontro organizzato da Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986. Su invito del papa, i rappresentanti delle diverse religioni del mondo si riunirono lì per una giornata di digiuno e preghiera per la pace. I gruppi non religiosi pregarono secondo i propri riti, molti utilizzando a tale scopo chiese cattoliche o strutture ecclesiastiche. Tutti si riunirono poi davanti alla Basilica di San Francesco, dove i loro rappresentanti offrirono a turno preghiere alla presenza degli altri. Questa giornata senza precedenti diede origine a quello che sarebbe stato definito lo «spirito di Assisi».   L’arcivescovo Marcel Lefebvre e l’arcivescovo Antonio de Castro Mayer denunciarono ben più di una semplice ambiguità. Nella loro dichiarazione del 2 dicembre 1986, descrissero Assisi come «il culmine di questa rottura con il precedente magistero della Chiesa» e condannarono un peccato pubblico contro l’unità di Dio, del Verbo Incarnato e della sua Chiesa: «Giovanni Paolo II che incoraggia le false religioni a pregare i loro falsi dèi: uno scandalo incommensurabile e senza precedenti». Invocarono il rinnovamento della Chiesa attraverso la «fedeltà integrale alla Tradizione».  

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Di fronte a guerre, disuguaglianze e sconvolgimenti ecologici e tecnologici, i firmatari desiderano ora «servire insieme l’intera famiglia umana». Questa fraternità universale, con le sue sfumature massoniche, immagina l’umanità come un tutt’uno in cui le nazioni e i loro beni tendono a passare in secondo piano. I firmatari condannano la discriminazione, gli attacchi contro individui e luoghi di culto, l’incitamento all’odio e il totalitarismo. Giustizia, dignità umana, solidarietà, ospitalità, fraternità e la salvaguardia della nostra «casa comune» delineano quindi il loro programma di pace.   Soprattutto, costoro attribuiscono un valore positivo alle false religioni stesse: «Attestiamo che la ricerca della pace, la non violenza e la sollecitudine per gli altri sono profondamente radicate, ognuna a suo modo, in ciascuna delle nostre tradizioni religiose». Questo apprezzamento si estende alle loro pratiche: «Sappiamo per esperienza che il dialogo, la preghiera, la meditazione e varie forme di pratica spirituale aprono la strada alla pace». Le false religioni sarebbero dunque una «via privilegiata» verso la «pace disarmata e disarmante» auspicata da Leone XIV.   L’appello propone inoltre una cultura di accoglienza e di educazione alla pace, mobilitando famiglie, scuole, attività ricreative e sportive. Si conclude con tre impegni: proseguire il dialogo, educare i giovani alla comprensione reciproca delle religioni e agire insieme per la giustizia e la pace.   Questa presentazione delle religioni e delle loro pratiche come altrettanti percorsi verso la pace perpetua l’errore denunciato nel 1986. La cooperazione pratica tra persone di diverse fedi può servire a un bene reale: aiutare le vittime, rispettare gli impegni o prevenire la violenza. Ciò non ci autorizza, tuttavia, a riconoscere nelle false religioni, in quanto tali, alcuna fecondità spirituale. Le verità naturali che esse custodiscono non giustificano né i loro errori, che sono contrari alla Rivelazione, né i loro culti, che allontanano le persone dal vero Dio.   La dichiarazione di mons. Lefebvre e mons. de Castro Mayer denunciava i principi naturalistici e una concezione della dignità umana disgiunta dalla verità e dalla dignità morale. Contrapponeva questi princìpi alla difesa della fede, all’opera missionaria e al regno universale di Nostro Signore Gesù Cristo. A Metz, la prospettiva rimane quella di una comprensione religiosa al servizio della famiglia umana, mentre la salvezza eterna delle anime viene messa da parte.   Prendendo la parola successivamente, Leone XIV ha salutato Metz come una città «di confini e di passaggi». Ha evocato Robert Schuman, uomo di fede e democristiano le cui azioni avevano trasformato le antiche divisioni europee in «ponti di speranza». Seguendo il suo esempio, i leader religiosi dovevano testimoniare che è ancora possibile incontrarsi, stringere amicizia e costruire la pace.   «Il dialogo non diminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità, aprendoci alla differenza dell’altro», ha affermato il papa. Citando Francesco e Giovanni Paolo II, ha presentato il dialogo come un passo oltre la diplomazia o la tolleranza, volto all’amicizia e alla pace. Riferendosi a Paul Ricœur, ha descritto l’alterità come una promessa piuttosto che una minaccia.   Leone XIV ha denunciato infine la strumentalizzazione della religione: «Invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione è una profanazione di quel nome». Ha chiesto ai leader presenti di «disarmare i cuori e le parole».   La condanna della violenza ingiusta è necessaria, ma il desiderio di preservare le «identità religiose» come un bene non ha niente di cattolico. Ad Assisi, i partecipanti avevano già mantenuto le proprie credenze e pratiche: fu l’incoraggiamento dato a queste che mons. Lefebvre e mons. de Castro Mayer condannarono. Il problema non si limita alla confusione tra le religioni. Risiede anche nella loro valorizzazione condivisa, nonostante le contraddizioni con il dogma cattolico, al servizio di una pace presentata come conquista comune. La verità della fede non può diventare una distinzione secondaria in nome della riconciliazione tra i popoli: nulla può essere posto al di sopra di Dio e della sua Rivelazione.

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Difendere la vita «fino alla fine»

Il papa ha proseguito sul tema della protezione della vita. Dopo aver collocato la fecondità delle tradizioni religiose al servizio della pace e della fraternità, l’ha collegata alla loro capacità di proteggere le persone vulnerabili: «La grandezza di una civiltà non si misura dalle sue conquiste materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita: ne affermano il valore sacro».   Questa preoccupazione deve tradursi in azioni concrete: «Servire la vita significa circondarla di cura, presenza e tenerezza, specialmente nei momenti di difficoltà, fino alla fine». Questo monito riecheggiava gli interventi del Palazzo dell’Eliseo e di Lourdes contro la morte programmata. Accompagnare i malati fino alla fine della loro vita, anziché porvi fine con il pretesto della compassione, rimane uno dei temi più duraturi del cammino.   Leone XIV ha affidato inoltre a coloro che sono «aperti alla trascendenza» la missione di offrire solidi punti di riferimento, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti la dignità umana. In conclusione, ha citato la sua enciclica Magnifica Humanitas: «la Chiesa considera compagni di viaggio tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà e la bellezza».   Ha ringraziato i rappresentanti religiosi per la loro presenza, e chiesto a Dio di insegnare loro a vivere sempre più pienamente come suoi figli e come suoi fratelli e sorelle, invitandoli a diventare, ovunque vivano, artefici di pace e testimoni di speranza. Il suo discorso si è concluso con una benedizione.

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Un’Europa cristiana… ma non confessionale

L’incontro successivo, «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità», ha riunito, tra gli altri, Emmanuel Macron, il Principe Alberto II di Monaco, il Granduca Guglielmo di Lussemburgo e diversi leader europei.   Leone XIV ha reso omaggio a Robert Schuman, i cui sforzi per la riconciliazione franco-tedesca si espressero nella dichiarazione del 9 maggio 1950. Ha poi offerto una prospettiva storica sull’Europa, una realtà culturale prima ancora che geografica: l’eredità greca e romana, la diffusione del cristianesimo, l’integrazione dei popoli germanici e slavi e gli incontri con altre civiltà.   San Benedetto ha occupato un posto speciale. Il papa ha parlato dell’immensa opera dei monaci a favore dei poveri, dei malati e degli anziani, nonché del loro ruolo nell’istruzione, negli ospedali, nella scienza, nell’architettura, nel diritto e nell’organizzazione delle città: «Senza questo fondamento monastico, la civiltà europea, come la conosciamo, non esisterebbe».   Parlando più nello specifico di storia locale, ha ricordato San Crodegango di Metz e la diffusione del canto gregoriano nei territori carolingi. In questo scenario, il Cristianesimo appare come una forza capace di plasmare i popoli, le loro istituzioni e la loro cultura.   Leone XIV ha anche citato Schumann sull’uguaglianza di natura dell’umanità, redenta dallo stesso Cristo, sulla dignità del lavoro e sulla legge universale della carità. Alcide de Gasperi gli ha permesso di evocare un patrimonio europeo condiviso, nutrito dalla fraternità evangelica, dalla legge, dalla bellezza, dalla verità e dalla giustizia.   Questi richiami sono preziosi in un continente che sta plasmando il proprio futuro dimenticando ciò che deve alla Chiesa. Il papa ha però subito chiarito che il riferimento al Cristianesimo non era un «criterio confessionale esclusivo»: doveva semplicemente riconoscere l’apertura alla trascendenza come dimensione della persona umana e fonte di civiltà.   Ciò che ha costruito il Cristianesimo, tuttavia, non è stata un’indeterminata aspirazione religiosa, bensì la fede in Gesù Cristo, la grazia conferita dai sacramenti e l’azione della sua Chiesa. Ridurre questa eredità a una mera apertura al trascendente significa cancellare ciò che l’ha resa così feconda.

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Radici cristiane senza una società cristiana?

Leone XIV ha proseguito invocando l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e il dialogo tra le istituzioni e le Chiese. Ha collegato esplicitamente la laicità al carattere aconfessionale delle istituzioni civili, auspicando al contempo un’autentica collaborazione e il rispetto della libertà di organizzazione, espressione e culto delle comunità religiose.   Ha citato poi i valori proclamati dal Trattato sull’Unione europea: i diritti umani, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto.   In questo risiede una delle obiezioni fondamentali della Fraternità San Pio X alla libertà religiosa conciliare riaffermata da Leone XIV e alle illusioni che essa alimenta. I doveri religiosi delle società non si esauriscono nella tutela della libertà dei credenti, poiché Gesù Cristo ha diritti sia sulle nazioni che sugli individui. La distinzione tra potere spirituale e potere temporale non autorizza lo Stato a considerarsi indipendente da Dio e dalla religione da Lui rivelata.   La dottrina tradizionale riconosce che le circostanze possono rendere necessaria la tolleranza di falsi culti per evitare un male maggiore, ma tale tolleranza non diventa per questo un principio di indifferenza religiosa da parte delle autorità pubbliche. Riconoscere le radici cristiane è quindi insufficiente se ci si rifiuta di trarne le conseguenze per l’ordine sociale.   Analogamente, la riconciliazione tra i popoli d’Europa merita di essere sostenuta anche senza l’approvazione di principio dell’attuale assetto dell’Unione Europea. La cooperazione internazionale deve servire il bene comune delle nazioni e rimanere soggetta alla legge morale, cosa che non sempre accade all’interno delle istituzioni europee. Né i processi democratici né i trattati possono rendere giuste le decisioni contrarie a questa legge: Leone XIV stesso ce lo aveva appena ricordato a proposito dell’eutanasia.

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Immigrazione: l’accoglienza come principio guida

In tema di immigrazione, Leone XIV ha descritto una nuova fase della storia europea, caratterizzata dall’arrivo di persone in fuga da guerre, persecuzioni o povertà. Ha auspicato percorsi legali e sicuri, assistenza alle persone in pericolo, la lotta contro i trafficanti, la protezione delle vittime e autentici processi di accoglienza e integrazione. Ha menzionato inoltre politiche che consentano a tutti di vivere con dignità nel proprio Paese.   «Accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole l’opportunità di sviluppare i propri talenti, le proprie capacità e la propria sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa», ha specificato.   Questa esigenza di integrazione aggiunge una riserva alla mera logica dell’accoglienza, ma Leone XIV la inquadra nella prospettiva di un «incontro senza precedenti tra popoli e culture», auspicando una «riscoperta creativa delle nostre radici» e un «ascolto attento dell’altro». Il fenomeno migratorio viene quindi presentato principalmente come un’opportunità di incontro, senza esaminare gli sconvolgimenti che la sua portata può imporre alle nazioni europee.   Il dovere di aiutare una persona in difficoltà non è sufficiente a giustificare una politica di insediamento permanente, tanto meno a rendere l’immigrazione di massa un bene in sé. La carità non può essere separata dalla giustizia, dalla prudenza e dall’ordine dei doveri. Chi detiene il potere è responsabile di un popolo specifico, di cui deve preservare la sicurezza, la coesione e il patrimonio materiale e spirituale.   Le nazioni non sono popolazioni interscambiabili, né le loro patrie sono semplicemente spazi disponibili. L’universalità della Chiesa non richiede la cancellazione dei popoli: li chiama ad accogliere la stessa fede senza abolire le loro legittime appartenenze. La possibilità di vivere con dignità nella propria terra, che Leone XIV ha giustamente menzionato, meritava un ruolo ben più centrale. Aiutare i popoli a superare la guerra, la povertà e la corruzione contribuisce al loro benessere in modo più profondo che considerare la loro partenza come l’orizzonte del loro futuro. Lo sradicamento rimane una prova da prevenire o alleviare, non uno strumento di fraternità universale a costo dello sconvolgimento delle nazioni.

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La pace di fronte all’«illusione del riarmo»

La guerra ha occupato un posto significativo nel discorso. Senza nominare direttamente l’Ucraina, Leone XIV ha deplorato il ritorno in Europa di un «massacro insensato», per poi invocare un dialogo paziente, il coraggio di negoziare e la disponibilità a sacrificare alcune posizioni in nome della pace.   Ha respinto un «ingenuo irenismo», mettendo in guardia contro «l’illusione del riarmo». Ha sottolineato inoltre la fedeltà alla parola data, il rispetto degli impegni internazionali e la lotta contro le menzogne ​​tra gli Stati, presentando il multilateralismo come rimedio alla volontà di dominio. Questi chiarimenti ci impediscono di ridurre il suo messaggio a un pacifismo che mira a porre fine ai combattimenti a qualsiasi costo. È tuttavia importante ricordare che la pace non consiste unicamente nell’assenza di guerra: presuppone un ordine giusto. La dottrina cattolica tradizionale non esclude la possibilità di una guerra giusta, in particolare quando si tratta di difendere un popolo dall’aggressione, alle condizioni determinate dalla legge morale. Il negoziato può condurre alla pace; non può però giustificare l’abbandono delle vittime alla legge del più forte.   Il discorso si è concluso con un’esortazione ai giovani a costruire la pace, a rifiutare la violenza, ad assumersi le proprie responsabilità e a impegnarsi per il bene comune, anche in politica. Leone XIV ha chiesto loro di non aver paura di formare una famiglia o di mettere al mondo dei figli, e di difendere la vita umana dal primo all’ultimo respiro.  

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Nella Cattedrale di Saint-Étienne, dal deserto alla Città di Dio

Nel pomeriggio, il papa ha celebrato la Messa per la pace e la giustizia nella Cattedrale di Saint-Étienne. Era presente anche Emmanuel Macron, che inizialmente aveva programmato di non partecipare ad alcuna Messa durante il suo viaggio.   L’omelia si è basata su tre immagini tratte dal libro di Isaia: il deserto, il giardino e la casa. Il deserto rappresentava l’essenziale e il silenzioso, associato alla legge che conduce alla bontà, alla semplicità, alla rinuncia e al sacrificio. Il giardino rappresentava la bellezza di una vita che fiorisce secondo il disegno di Dio. Infine, la casa evocava la pace, dono divino che richiede impegno comunitario e carità.   Commentando il Discorso della Montagna, il papa ha contrapposto il perdono, la misericordia e la magnanimità alla logica della vendetta. Chi cerca vendetta non è necessariamente più forte di chi perdona, così come chi rompe una relazione non è necessariamente più forte di chi accetta lo sforzo della riconciliazione.   La storia di Metz e della regione della Mosella, profondamente segnata dalle due guerre mondiali, ha illustrato il coraggio necessario per spezzare la catena del risentimento. Le ferite profonde rendono difficile questo sforzo; non rendono fruttuosa la vendetta.   Citando Sant’Agostino, Leone XIV ha evocato la pace della Città Celeste, dove le persone godono di Dio e, in Lui, gli uni degli altri. Questa prospettiva soprannaturale si contrappone a quella dell’incontro interreligioso mattutino, fondato su una fraternità naturalistica comune alle diverse religioni.

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Chagall e l’«armonia delle differenze»

Il papa ha ricordato i principi trasmessi dall’eredità cristiana: la sacralità della vita, l’importanza primaria della famiglia, la cura dei poveri, l’accoglienza dello straniero e il rispetto per gli anziani. Ha menzionato l’opera monastica e San Crodegango, invitando i fedeli a tramandare questa eredità.   Con i suoi 6.500 metri quadrati di vetrate, la cattedrale, «lanterna del buon Dio», gli ha offerto l’immagine conclusiva della sua omelia: una vera e propria Biblia pauperum, una Bibbia per immagini che alimenta la preghiera e la meditazione.   Ma Leone XIV ha presentato anche le vetrate di Marc Chagall, pittore ebreo che lavorò sia per edifici cattolici che protestanti, come un «straordinario simbolo ecumenico e di dialogo interreligioso». Ha interpretato questa diversità come un mosaico di pace, prima di affermare che il futuro dell’Europa risiede nell’«armonia delle differenze».   La diversità di popoli, culture ed espressioni artistiche può arricchire una singola civiltà. Lo stesso non si può dire delle religioni: le loro contraddizioni riguardo a Dio, a Gesù Cristo e alla salvezza non possono creare un’«armonia delle differenze». Il valore artistico di un’opera, a prescindere dalla religione del suo creatore, non può rendere una cattedrale una testimonianza della legittimità del pluralismo religioso.   Leone XIV ha ricordato poi a tutti che le strutture della Chiesa hanno significato solo se contribuiscono a portare la luce del Vangelo nel mondo. Ha affidato Metz alla Madonna e ai santi patroni della diocesi, esprimendo la speranza che questa comunità rimanga un «faro di speranza» per la Francia, l’Europa e il mondo.   Al termine della Messa, ultimo evento pubblico del viaggio, ha ringraziato le autorità civili, i vescovi, i sacerdoti, i consacrati, i fedeli e i volontari che avevano organizzato le quattro giornate.  

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In aereo, diversi chiarimenti

Durante il volo Metz-Roma, Leone XIV ha ricordato in particolare due episodi: l’entusiasmo dei giovani allo Stade de France e le grazie ricevute a Lourdes dagli ammalati. Ha parlato di giorni pieni di benedizioni, quasi di miracoli, e della presenza di Dio che toccava i cuori.   Interrogato sulle vittime di abusi incontrate a Lourdes, ha chiarito la sua posizione sulla presunta natura «sistemica» del fenomeno. Pur non negando che alcune organizzazioni possano aver agito in modo abusivo, si è rifiutato di usare questa etichetta indiscriminatamente. Ha sottolineato che l’abuso è innanzitutto un problema umano e che, all’interno della Chiesa, può colpire le vittime anche nella loro fede.   Questa distinzione è importante. I crimini dei membri della Chiesa e le mancanze di coloro che ricoprono posizioni di autorità devono essere riconosciuti e puniti; non possono essere attribuiti alla santità della Chiesa, alla sua dottrina o ai suoi sacramenti.   Sul tema della laicità, il papa ha difeso i suoi interventi contro l’eutanasia: insegnare la legge morale e applicare il Vangelo alla vita umana non significa impegnarsi in una competizione partitica. Ha affermato di essere venuto a predicare Gesù Cristo, «la via, la verità e la vita», piuttosto che a interferire nella politica francese.   Ha inoltre affrontato la crisi abitativa, ha auspicato negoziati tra Russia e Ucraina, ha denunciato i profitti dell’industria bellica e ha condannato le minacce nucleari. Riguardo all’intelligenza artificiale, ha esortato a prendere sul serio i rischi evidenziati dagli esperti e ha menzionato la commissione vaticana istituita per studiarne usi, benefici e pericoli.   L’ultima domanda, riguardante la Germania, era di natura più prettamente politica. Questa domanda è giunta dopo gli spettacolari successi elettorali dell’AfD: a settembre, il partito aveva appena vinto due elezioni regionali, con il 43,8% in Sassonia-Anhalt e poi con il 38,2% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ottenendo anche significativi progressi a Berlino. Senza nominarlo esplicitamente, ma con un’allusione trasparente, il giornalista ha collegato l’ascesa di movimenti definiti estremisti al declino religioso della Germania e alla messa in discussione del consenso europeo.   Leone XIV ha ritenuto opportuno studiare il legame tra questi fenomeni. Ha osservato che l’estrema destra tedesca si sta frammentando, e «un gruppo in particolare», a suo avviso, sta diventando «ancora più estremista» degli altri. Ha poi menzionato l’associazione di alcune di queste posizioni con «una particolare forma di religione» che, secondo lui come secondo i leader cattolici e protestanti tedeschi, «non costituisce un’autentica espressione del cristianesimo». Il papa ha contrapposto questi movimenti ai valori evangelici di comprensione, compassione e accompagnamento, in contrapposizione a «odio» e «divisione».   La risposta riecheggia una retorica ormai familiare nel discorso ecclesiastico e politico europeo: apertura e accompagnamento vengono facilmente identificati con le esigenze del Vangelo, mentre le reazioni basate sull’identità o sul nazionalismo sono sospettate di paura, isolazionismo o divisione. Ma questa interpretazione moralistica ignora in gran parte le realtà che spiegano l’ascesa di questi movimenti: immigrazione di massa, insicurezza, sconvolgimenti culturali e rifiuto di alcune politiche dell’Unione Europea.   Gli stessi risultati tedeschi sono l’espressione politica di queste preoccupazioni. Prenderle sul serio non significa appoggiare l’AfD, ma piuttosto riconoscere che una parte considerevole della popolazione rifiuta politiche le cui conseguenze vengono vissute concretamente, a volte crudelmente, nella propria vita. Ascoltarle e rispondere alle loro richieste è anche una questione di carità ben ponderata. «Comprensione», «compassione» e «sostegno» non possono essere riservati ad alcuni ignorando la sofferenza di altri.   Dopo quattro giorni, cosa rimarrà?

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Questi quattro giorni hanno portato alla luce una Francia cattolica che molti consideravano una presenza marginale. I giovani allo Stade de France, la folla parigina, i pellegrini di Lourdes e i fedeli di Metz hanno dimostrato un autentico attaccamento al papa, alla preghiera e al patrimonio cristiano del loro Paese.   L’evento ha avuto risonanza ben oltre le fila dei cattolici praticanti. France Télévisions ha annunciato che 23 milioni di telespettatori francesi hanno seguito il viaggio, in tutto o in parte, sui suoi canali e piattaforme, mentre i video condivisi sui social media hanno totalizzato oltre 80 milioni di visualizzazioni. Queste cifre misurano la portata del pubblico, non l’adesione alla fede; tuttavia, testimoniano un notevole interesse in una società il cui clima culturale e ideologico dominante è profondamente ostile al cattolicesimo.   Anche la reazione politica si è divisa tra diversi schieramenti tradizionalmente opposti. Alcuni si sono concentrati sulla difesa della vita e della famiglia, mentre altri hanno enfatizzato gli appelli alla pace, all’apertura e al dialogo. Questa buona volontà, tuttavia, non significava unanimità dottrinale, né implicava che i funzionari presenti avessero rinunciato alle loro posizioni contrarie alla morale cattolica. Piuttosto, le reazioni politiche rivelano come ciascun gruppo abbia tratto dalla visita solo ciò che era in linea con le proprie convinzioni.   Alcune parole hanno davvero nutrito gli animi: l’invito alla conversione e alla penitenza, la riparazione dei peccati, l’offerta delle sofferenze, la grazia della Redenzione, l’intercessione della Madonna e la vita eterna. La difesa degli infermi contro la falsa compassione che conduce alla morte è stata ribadita fermamente.   Ma il solo fervore non basta a dimostrare che una crisi vecchia di oltre mezzo secolo sia stata superata. I grandi assembramenti delle precedenti visite papali, attorno all’altare della nuova Messa – i cui problemi fondamentali permangono anche quando celebrata con cura e solennità – non hanno arrestato il processo di scristianizzazione. I veri frutti della santificazione si misurano nella conversione delle anime, nelle vocazioni, nella fedeltà delle famiglie, nella trasmissione del catechismo e nella vita sacramentale.   Le difficoltà dottrinali permangono e continuano a produrre le loro disastrose conseguenze. Presenti sullo sfondo durante i primi tre giorni, sono esplose a Metz come uno spettacolo pirotecnico conciliare: la falsa nozione di fraternità umana, di dialogo interreligioso e di secolarismo degli Stati vi sono state espressamente e categoricamente riaffermate. I graditi richiami di Lourdes non le eliminano.   Che ci piaccia o no, il continuo aggravarsi della crisi rende sempre più difficile eludere le obiezioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X al Concilio e alle riforme che ne sono scaturite. Tali questioni non possono essere ridotte a semplici sensibilità contrapposte, poiché toccano realtà vitali per la Chiesa: la fede, il culto, la sua costituzione divina e gerarchica e i diritti di Gesù Cristo.   Questo viaggio ha dimostrato che in Francia ci sono ancora anime che anelano alla verità, alla preghiera e al sacrificio. Sarebbe un grave errore rispondere a questo anelito con un nuovo adattamento a un mondo che le ha private proprio di questi doni. Il rinnovamento cattolico esige che la pienezza delle verità della fede torni a essere il principio-guida costante della predicazione e dell’azione della Chiesa.   La folla ci ha ricordato che la Francia non ha dimenticato Cristo, ma la sua rinascita dipenderà dal posto che Gli spetterà.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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