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La potenza atomica europea al collasso politico e sociale: cosa accadrà alla Francia?

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Succede che le elezioni francesi hanno mostrato qualcosa di prevedibile ma al contempo incredibile. Succede che la situazione di Parigi, oramai, è considerabile solo come pericolosissima.

 

Andiamo con ordine: le elezioni sembrava le dovesse vincere, anzi, stravincere, la Le Pen con il suo delfino Bardella. L’«estrema destra» al potere a Parigi: si era a pochi metri. Come hanno notato molti osservatori, Macron – l’uomo del sistema, forse in maniera così profonda ed esoterica che non ancora possiamo comprendere – ha manovrato così bene che invece al potere ci andrà l’estrema sinistra del Nouveau Front Populaire.

 

Capito? In meno di qualche giorno, da una Francia di estrema destra ci siamo ritrovati in una Francia di estrema sinistra. Interessante.

 

Rubo le considerazioni di David Sacks, investitore americano che viene dalla cosiddetta «PayPal mafia», il gruppo di ragazzi (da Musk a Peter Thiel ad una manciata di altri) che hanno creato gran parte di internet così come la conosciamo ora.

 

«Macron ha cospirato con l’NFP per eliminare 200 candidati dal ballottaggio, assicurando che RN vincesse il terzo maggior numero di seggi anche se aveva la percentuale più alta di voti. Ciò potrebbe essere stato legale, ma non è stato “solo” il voto a produrre questo risultato».

 

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«Sì, hanno votato, ma per un ventaglio di scelte ridotto. Macron ha cospirato con l’NFP per eliminare 200 candidati dal ballottaggio, assicurando che RN vincesse il terzo maggior numero di seggi anche se aveva la percentuale più alta di voti. Potrebbe essere stato legale, ma non facciamo finta che “il semplice voto” abbia prodotto questo risultato».

 

Aveva ragione Macron: alla destra è stata tirata davvero una granata fra le gambe. E mica è finita: ora la magistratura muove contro la Le Pen. Si sa, i francesi amano distinguersi: in Italia e negli USA la giustizia ad orologeria colpisce prima delle elezioni, in Francia dopo. Forse, oltre che segno chic, è anche indice di una coordinazione maggiore, di una certezza salda sull’esito delle cose. Chissà.

 

C’è da dire che bisogna ritirare tanti mugugni fatti in questi anni sul Front National ora Rassemblement National «venduto». È chiaro: ai Le Pen non faranno mai toccare il potere francese. Un qualcosa che dice molto non solo su Marine e compagni, ma anche su un altro suo amico al quale chiaramente mai faranno vedere davvero la stanza dei bottoni – Matteo Salvini – e quindi forse qui c’è un rilievo da fare anche su Giorgia Meloni…

 

La tempesta di citochine politiche contro i Le Pen è risalente.

 

Chi scrive ricorda il primo vero botto: era il 2002, c’erano le presidenziali, era vivo il presidente Chirac, gollista atomico completamente fuso nell’establishment nazionale francese e in quello europeo – vabbè sintetizziamo pure che dicono che avesse dei massoni in famiglia. Incredibilmente, al ballottaggio non arrivò il socialista Jospin, ma lui, l’innominabile, il guercio, il picaresco, l’intollerabile, irricevibile, inimitabile Jean-Marie Le Pen.

 

Fu una di quelle prime volte in cui giornali ed opinionisti cominciarono a lasciarsi scappare che sì, la democrazia non va benissimo, la democrazia può dare scandalo.

 

Rammento il discorso di Le Pen al suo popolo ad un festone in una villa di Montmartre: inarrestabile, ironico, forse già vecchio, ma emanante l’aria di chi ha fatto l’impresa. La gente lo acclamava: «Le-Pen-président-Le-Pen-président». Per qualche ragione, finito il comizio, fecero partire la canzone di Kylie Minogue che spopolava in quel momento. «Na-na-na, na-na-nan-nan-na». Ci stava pure.

 

Notai all’epoca, anche in Italia, come nessuno fosse davvero preoccupato della possibilità che Jean-Marie potesse ascendere all’Eliseo. In TV c’era Giuliano Ferrara, che sorvolava sulla cosa, dicendo che più che Le Pen bisognava guardare le motivazioni che avevano portato i francesi a votarlo (forse al giornalista romano interessava all’epoca più che altro la questione islamica, per certi motivi), che comunque in pochi giorni il Front National sarebbe – spero di ricordare bene l’espressione, tornato nelle fogne. Sapete, era un vecchio adagio dell’estrema sinistra da cui proveniva il Ferrara: «fascisti/carogne/tornate nelle fogne».

 

Così fu: al ballottaggio stravinse lo Chirac.

 

Sarebbero seguiti altri déjà vu. 2017: Marine Le Pen, che oramai da anni ha ereditato il partito dal padre, va al ballottaggio con Macron e perdere, nonostante il record di 10 milioni di voti, mai visti per il FN: è il doppio dei voti che prendeva il genitore.

 

Alle presidenziali 2022 Marine prende addirittura 13 milioni di voti, ma – guarda guarda – lo strano personaggio che viene dalla Banca Rothschild e ha sposato la sua insegnante di quando era ragazzino la batte e si tiene il potere. Au revoir, Marine.

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2024, fino a poche ore fa la vittoria tanto agognata sembrava a portata, vento degli exit poll in poppa. Macché. Ecco il pazzesco fenomeno per cui è possibile passare dall’estrema destra all’estrema sinistra, perché tutto può cambiare al fine di mantenere le cose come stanno – e quindi lasciare i Le Pen fuori dai giochi.

 

A questo punto bisogna fare un discorsetto storico-morfologico sull’accaduto, tanto per unire qualche puntino.

 

Le Pen è un fenomeno organico. Si è fatto largo partendo dal nulla. Dalla sua aveva, si dice, un finanziatore che era il re francese dei cementi, la simpatia non nascosta di Brigitte Bardot, e una capacità affabulatoria e persuasiva unica nel panorama ingessato dei burocrati politici d’Oltralpe. È poca cosa, se si va contro il mastodonte dell’establishment illuminista francese, che ha radici violente che affondano in più di due secoli.

 

La prima crescita fu quando, si dice, Mitterand gli permise di andare in TV: al furbo presidente serviva far crescere il FN per sgonfiare gli avversari gollisti. Giammaria si fece strada alla grande, talk show dopo talk show, sparando verità indicibili una dopo l’altra. È il modello che una trentina di anni dopo avrebbe portato a Brasilia Javier Messias Bolsonaro.

 

Un amico mi raccontò di quando andò a prendere parte dell’occupazione della chiesa parigina di Saint Nicolas du Chardonnet da parte della Fraternità San Pio X – i lefebvriani, per chi non sa. Era il febbraio 1977: un manipolo di membri della FSSPX sotto la guida del sacerdote letterato Francois Ducaud-Bourget (1897-1984) entrarono nella chiesa e ne presero possesso – ancora oggi vi si celebrano quantità di messe vetus ordo.

 

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L’amico mi racconta che, arrivato con il primo treno da Firenze, trovò una situazione unica: c’erano fedeli e novizi di tutte le razze che dormivano sulle panche, c’era un senso di urgenza e di unione unico, era come sentire una Francia sepolta che stava tornando fuori in maniera potente, forse perfino circense: mi dice che fuori dalla chiesa ad un certo punto si presentò un tizio con un coccodrillo al guinzaglio, cose così, era membr0 del circo – anche quella una comunità dedita ad un’arte antica incompatibile con il mondo moderno, così come c’erano personaggi di ogni risma.

 

Ad un certo punto, mi dice, apparve anche Jean-Marie Le Pen.

 

In quello storico coacervo di stranezza e determinazione, mica poteva mancare: del resto, a differenza della figlia, della sua stravaganza lui ha fatto la sua cifra. È poco noto che Jean-Marie fu amicissimo di Marco Pannella, e diceva di stimarlo enormemente. Qualcuno anni fa ha raccontato ai giornali che se andavi a casa di Pannella a Roma poteva anche capitarti di trovarci ebbro il Le Pen, che in anni recenti ha pure protestato per la fine dei finanziamenti pubblici a Radio Radicale (!)

 

È chiaro quindi cosa è costata questa scalata: una vita intera, partita dai bassifondi più strambi, un’anabasi attraverso i decenni, mentre la Francia socialista diventava sempre più solidamente mondialista ed apertamente massonica, mentre la quantità di immigrati che vi venivano buttati dentro – da molto prima delle crisi migratorie degli anni Duemila – rendevano le città francesi delle bombe ad orologeria.

 

La risalita di Le Pen, che sistematizza un partito copiando il simbolo da quello dell’MSI (la fiammella, che dovrebbe essere ancora da qualche parte nello stemma del partito di governo in Italia FdI), giocoforza, accelerava mentre il popolo veniva aggredito ogni giorno di più dalla realtà. Tutti quei temi strani, le idee «della fogna» (sulla minaccia di immigrazione, droga libera, decadenza dei costumi), divengono una realtà sensibile per tanti cittadini francesi… al contempo, la castrazione della sua impresa politica si fa inevitabile.

 

Avete capito dove voglio arrivare: il potere francese è detenuto ancora oggi dagli eredi della ghigliottina, i massoni che rivoltarono trono e altare, con relativo genocidio in Vandea e non solo. Secoli sono passati, ma il potere mai davvero è passato di mano: anzi, nonostante le batoste belliche, vive ancora tranquillo con i suoi miti, come quello del distruttore d’Europa Napoleone Bonaparte: gli italiani dovrebbero capirlo meglio di chiunque altro, perché è proprio da lì che viene l’atteggiamento della Francia nei confronti del nostro Paese, visto – con una punta di rabbia, o ammirazione, o invidia – come una terra da depredare. L’assalto del capitalismo francese sulle nostre grandi aziende, sulle nostre banche, assicurazioni etc. deriva da qui. Il «Trattato del Quirinale», pure.

 

Questa conformazione politica storica – che, essendo basata su sempiterni ideali antireligiosi, è in realtà metapolitica e metastorica – forma una cappa da cui nessun’altra Francia è lasciata emergere. C’est-à-dire: la «cristianissima Francia», la Francia dei paesini e dei campi, la Francia delle famiglie e dei bambini, la Francia della storia e della tradizione cattolica, non la vedrete mai, e quelle volte che si è affacciata (sovvengono le proteste contro il matrimonio gay a metà anni 2010) viene soffocata, repressa con la forza.

 

Insomma: se la Le Pen vuole arrivare, deve fare più di un’abiura laicista (non costa niente, magari pure possiamo considerare che l’abbia già fatta: del resto i suoi deputati hanno votato l’aborto in Costituzione di Macron): deve purgare da sé il germe della Francia morale, la Francia eterna, la Francia cristiana. Perché la paranoia massonica altrimenti mai le permetterà di avvicinarsi al vertice: il rischio che scoppi la rivoluzione – cioè, la Controrivoluzione – è troppo grande per loro, che temono il vulcano. La valanga di voti di RN, i gilet gialli, le messe strapiene della FSSPX, i movimenti giovanili identitari, le proteste spontanee contro l’omosessualizzazione della società… sono geyser, sono lapilli di un abisso di magma che la piramide occhiuta non sa stimare, e che teme assai.

 

Ecco perché alla Le Pen non sarà mai consentito di vincere nulla.

 

Ecco perché, quindi, la situazione nel Paese potrebbe diventare pericolosa al punto da far tremare l’Europa, e il mondo.

 

Lo stop, ennesimo e repentino, del RN porterà ad un malcontento immenso presso gli autoctoni, i cittadini contribuenti orgogliosamente francesi. Assistere a cosa succederà con un governo di estrema sinistra – che adotterà provvedimenti che sono l’esatto contrario di quello per cui votano i lepenisti – radicalizzerà diverse frange di giovani e meno giovani.

 

In pratica: avranno voglia di menare le mani. L’incastro avviene immediatamente: all’estrema sinistra e nelle banlieue degli immigrati, la voglia di picchiare è permanente. Basta vedere che ci sono stati disordini pure la sera della loro vittoria elettorale. È una nuova usanza etnica: pensiamo ai danni a Milano e in altre città dopo le partite del Mondiali di Calcio in cui il Marocco vinceva. Spaccano tutto, anche quando sono felici.

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Il grande romanziere Michel Houellebecq è finito sui giornali anche in Italia dicendo che dopo queste elezioni ci sarebbe stata la guerra civile, in ispecie se avesse vinto il FN. I media hanno mancato di notare che non è una previsione nuova per lo scrittore francese: nel suo Sottomissione (2015), libro fantapolitico bello e disperato, raccontava dell’ascesa di un partito islamico e di guerriglia nel giorno delle elezioni, anche con morti: solo che i media insabbiavano tutto, e quindi sembrava che non fosse accaduto nulla.

 

Houellebecq scriveva in pratica che la guerra civile potrebbe anche esserci, ma potrebbe finire per non essere registrata. Basta che l’establishment ordini di ignorarla.

 

Abbiamo visto con quanto poco si può creare il caos in Francia: basta un petardo nelle banlieue, e ottiene città intere messe a ferro e fuoco, negozi razziati, violenza indiscriminata, urla «Allahu akbar», le forze dell’ordine, lo Stato, che recedono totalmente e lasciano il cittadino sprotetto.

 

È l’anarco-tirannia, ne abbiamo parlato tanto. La Francia rimane un esempio plastico: nonostante lo smacco subito dallo Stato francese nell’estate della rivolta etnica delle banlieue, Macron è rimasto tranquillo al suo posto. Anzi: ricordiamo pure che nella sera in cui Parigi andava a fuoco, lui era con Brigitta al concerto di Elton John (lui).

 

Ma quanto può durare una situazione di questo tipo? Quanto può la tensione covare, ed esplodere, e continuare a bruciare, prima che l’intero sistema non si rovesci?

 

Gli apprendisti stregoni con il grembiule credono di poter evocare il demone anarco-tirannico per stare in sella. Pensano di poterlo controllare: del resto, divide et impera è il trucchetto più vecchio nel manuale del vero potere. Sappiamo cosa accadrà: come sempre, il genio scapperà dalla lampada, il golem si ribellerà al padrone, Frankestein comincerà ad agire per conto suo. L’incantesimo gli si ritorcerà contro. On connait la chanson.

 

Vedere la Francia ribaltata non sarebbe solo un problema per i francesi, o per il resto degli europei, e in special modo l’Italia – un altro trucchetto del manuale: nessun Paese può tollerare il caos ai suoi confini: per far terminare la bagarre ci piazzi un tuo uomo forte, o lo invadi. La Francia consumata dalla guerra civile porrebbe una questione ancora più seria: Parigi ha le testate atomiche.

 

Tenetelo a mente: dopo la Brexit, gli unici che possono fornire l’ombrello atomico alla UE – un qualcosa che pare sempre più apprezzato anche dai socialisti tedeschi, un tempo antinuclearisti e pacifisti – sono i francesi. Gli esperimenti di Mururoa, voluti da Chirac nella tradizione della force de frappe di De Gaulle, a quello servivano. A farci capire che hanno le bombe, e ora che gli inglesi si sono tolti, ci rimangono solo le loro, e pure nella situazione di più alto pericolo di guerra termonucleare mondiale, con da una parte intellettuali russi che parlano di nuclearizzare città europee e dall’altro la valigetta nucleare USA in mano ad un uomo in demenza senile conclamata.

 

Cosa ne sarebbe delle atomiche francesi qualora a Parigi scoppiasse il finimondo, e la società, e la politica, collassassero del tutto?

 

E cosa dovrebbe fare, in quel caso, l’Italia?

 

Sono belle domande, a cui non vogliamo rispondere noi. Ci limitiamo a ricordare che forse, dietro allo strano, stranissimo atteggiamento di Macron degli ultimi mesi, potrebbe esserci un computo che nulla ha a che fare con la politica, con la geopolitica, con l’economia.

 

Del resto, è stato lui ad accendere lo scontro con la Russia, a poca distanza dallo sforzo, unico nella storia, di mettere il feticidio in Costituzione, e poi passare all’eutanasia e a breve a chissà cos’altro (non fatecelo dire).

 

Ci sono quelle storie assurde sulla moglie, ma qualche commentatore dice che la storia ufficiale, fra i due, non è in realtà meno allucinante. E quindi, chiediamoci: cosa hanno intronizzato, mettendo all’Eliseo Macron?

 

Quale parte del programma deve portare avanti la Francia in questo momento fatale?

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Maldini, povera Italia

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Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.   Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.   Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.   Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.   Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).   Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.   È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.   Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.   «Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.   «Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».   «Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».   «Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».   Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».   C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.   Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.   Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».    «È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.   L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».   «Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».    Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.   Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.   Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.   Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.   Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.   Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.   Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.   Francesco Rondolini  

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Geopolitica

Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21

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Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.

 

Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.

 

Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.

 

Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.

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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.

 

«Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».

 

«Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.

 

«È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si  è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».

 

«Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».

 

«Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.

 

«È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».

 

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Pensiero

Arriva la «scomunica marinata»?

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Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.   Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.   La scummunica è uguale ar marfrancese, Che tte penetra l’osse a la sordina, E tte manna a fà fotte in men d’un mese.   Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese, Doppo der cedolon de stammatina?   Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.   L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.   La scummunica inzomma è una parola Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa, L’ubbidissce ar momento, e vve conzola Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.   Abbasta una scummunica, una sola, Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa! Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola A bbenedillo, bbutta via la spesa.   Domenica er Curato l’ha spiegata, E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete La scummunica nata e mmarinata.   Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete, Un sputo, una scorreggia, una pissciata Ve pò scummunicà cquanno volete.„   Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.   Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.   Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.   La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.   Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.   A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.   Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.   C’era una vorta un Re cche ddar palazzo Mannò ffora a li popoli st’editto: “Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”   Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».   I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.   Anvedi.   Roberto Dal Bosco  

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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
 
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