Pensiero
FSSPX e vaccini: non schierandosi ci hanno detto (finalmente!) da che parte sta il vertice
Recentemente — precisamente l’11 dicembre scorso — don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, è intervenuto all’Angelus Press Conference for Catholic Tradition, tenutosi a Kansas City, nello Stato del Missouri.
Il titolo dell’intervento del superiore della FFSPX, dedicato al tema della vaccinazione COVID-19,era «La Missione della Fraternità San Pio X».
Il primo estratto di questo intervento fatto notare in Italia dal sito di Gloria.tv., riportava però solo quattro minuti del discorso di don Pagliarani.
La versione integrale dell’intervento, invece, è stata pubblicata dal canale YouTube in inglese della San Pio X lo scorso 5 gennaio.
Possiamo dunque dire, a rigor di logica, che non vi siano più dubbi: attraverso questo intervento, il Superiore della FSSPX pare esprimersi ufficialmente a nome di tutta la Fraternità stessa, e non più attraverso singoli sacerdoti o distretti quali, pur avendo già parlato di questo tema ricoprendo cariche importanti, potevano lasciare il velato dubbio che non rappresentassero il pensiero ufficiale e generale della Fraternità.
Renovatio 21, avendo risposto a quasi tutti i passati pronunciamenti dei singoli sacerdoti e distretti della San Pio X, ad onor del vero anche con voci discordanti provenienti da sacerdoti della Fraternità stessa, sulla scorta di tutto quello che è già stato detto, chiarito e criticato nel commento ai singoli passaggi degli anzidetti pronunciamenti, non può fare a meno di soffermarsi un’ultima volta su quello che, finalmente, potremmo definire il pronunciamento finale.
In realtà, basterebbe andarsi a leggere i commenti che i fedeli anglofoni (e non solo) hanno lasciato sotto al video di don Davide pubblicato, appunto, dal distretto inglese: in essi si respira tutto lo sgomento e lo scandalo arrecato ai fedeli, increduli dinanzi ad un discorso che pci appare privo di ogni dimensione verticale, privo di ogni considerazione morale la quale, per un cattolico — e a maggior ragione per un sacerdote che dovrebbe tutelare della salute delle anime —, dovrebbe valere come argomentazione primaria per orientare le proprie azioni verso un cammino di perfezione che porti a quella santità che ci viene chiesta da Dio stesso: «Sancti estote, quia ego sanctus sum Dominus Deus vester» (Lv. 19, 2).
«Padre Pagliarani — recita una dei tantissimi commenti al video — è una questione morale! Non solo una questione medico/politica!! La FSSPX dovrebbe dare risposte morali/etiche alla fede cattolica e opporsi a ciò che va contro la legge di Dio»
«Padre Pagliarani — recita una dei tantissimi commenti al video — è una questione morale! Non solo una questione medico/politica!! La FSSPX dovrebbe dare risposte morali/etiche alla fede cattolica e opporsi a ciò che va contro la legge di Dio».
La commentatrice si riferisce, ovviamente, alla questione morale legata alla produzione dei vaccini COVID-19 testati e sperimentati ricorrendo all’utilizzo di linee cellulari di feti abortiti, precisamente a HEK-293 (Human Embryonic Kidney, linea embrionale risalente al 1973 e dove «293» sta a «293» esperimento utile al raggiungimento della linea cellulare funzionale e completa, raggiungimento per il quale, è fuori da ogni dubbio, sono sicuramente stati utilizzate moltitudini di feti abortiti e squartati volontariamente).
La cosa che stupisce particolarmente, è che questo argomento morale, avente a che fare con il crimine dell’aborto, non viene giammai trattato dal Superiore italiano durante il suo discorso, ma esce solo quando, al termine di esso, nella parte dedicata alle domande, viene lui posto il quesito specifico. Quesito al quale — chiunque potrà poi udire con le proprie orecchie — non viene data una vera e propria risposta, se non un sommario invito alla prudenza nel giudizio, facendo di fatto riferimento ai singoli casi — ma da quando la morale cattolica può essere riferita esclusivamente al singolo caso senza avere una traccia che indichi la liceità o meno di una determinata azione o, in questo specifico caso, cooperazione?
Don Pagliarani poi, a proposito della questione legata ai vaccini testati attraverso l’utilizzo di linee cellulari di feti abortiti che viene spolverata giusto nel finale, offre alcuni esempi che ci lasciano ancor più spiazzanti.
Uno di essi si riferisce alla possibilità di ricevere un trapianto di cornea proveniente da un uomo che è stato ucciso. È lecito o non è lecito? Don Pagliarani risponde che sì, è lecito.
A nostro avviso, invece, no: non è lecito, poiché ciò che è stato contaminato dall’omicidio non può lasciarci tranquilli moralmente ed eticamente, nemmeno se ciò non rappresentasse una cooperazione diretta con quella cattiva azione — oltre al fatto che trapiantare qualcosa facente parte del corpo di qualcun altro potrebbe non essere essere cosa gradita a Dio, che ordina tutto per un preciso motivo.
Il secondo esempio si riferisce ad uno Stato che, con i soldi altresì provenienti dalle tasse di un cattolico, costruisce successivamente una moschea. In questo caso, addirittura, il riferimento è ad una azione che: 1. non abbiamo la certezza che avvenga nello specifico con i nostri soldi; 2. è comunque un’azione che viene dopo, successiva, e per la quale non può esistere alcun grado di responsabilità poiché la precisa azione cattiva dello Stato non era dato conoscerla.
Il terzo esempio si riferisce alla possibilità o meno di mangiare carne di un animale che è stato offerto in sacrificio agli dèi pagani. Anche in questo caso, il reverendo risponde che sì, è lecito mangiarla. A nostro parere invece, oltre al fatto che risulta essere una possibilità e quindi un esempio quantomeno anacronistico se riferito ai giorni nostri, anche in questo caso, diciamo fermamente che no: se la cosa è risaputa, non è lecito mangiare di quella carne, che potrà peraltro essere facilmente sostituita da altra carne non sacrificata agli dèi o da altri alimenti non contaminati da un’azione cattiva.
Tutto questo senza dimenticare che fino a quando qualcosa non è imposto con la forza, privandoci dunque della nostra libertà e della nostra responsabilità, nulla è obbligatorio e per tutto vi è una scelta, anche se essa, a maggior gloria di Dio, dovesse costarci la vita — e la vita dell’umile contadino austriaco Franz Jägerstätter, primo obiettore della storia militare, potrebbe fungere da esempio per tutti noi e per tanti sacerdoti del tempo presente.
Non partire dal presupposto morale che alimenta e nutre la barbarie di questo vero e proprio cannibalismo biologico, o trattarlo con sufficienza, basterebbe già come elemento necessario per capire che qualsiasi discorso risulta inutile
Non partire dal presupposto morale che alimenta e nutre la barbarie di questo vero e proprio cannibalismo biologico, o trattarlo con sufficienza, basterebbe già come elemento necessario per capire che qualsiasi discorso risulta inutile, specie se la suddetta superficialità proviene dagli ambiti teoricamente più fedeli alla tradizione e, quindi — sempre teoricamente — alla morale cattolica.
«Mons. Lefebvre si è espresso contro i mali minori ma lei non sta predicando contro i mali più gravi!» scrive ancora una fedele nella parte dedicata ai commenti del video della conferenza di don Pagliarani.
Tornando proprio alla conferenza del Superiore Generale della Fraternità San Pio X, e tralasciando la parte dedicata alle domande nella quale come già detto è stata solo sfiorato il tema morale della questione, si può facilmente intuire come di fatto il Superiore FSSPX incentri il discorso tutto sulla volontà di non prendere una precisa posizione su questo dibattito legato ai vaccini e a ciò che fa da contorno ad essi.
Tutti più o meno — a favore o contrari al vaccino — vengono messi sullo stesso piano motivando che tutte e due le controparti alla fine lottano per due obiettivi finali diversi, ma attraverso gli stessi presupposti e modalità che portano ai differenti scopi: la libertà individuale, i diritti umani in senso moderno e l’autodeterminazione.
Ciò che anche qui rimane inspiegabile, è come la FSSPX non riesca a capire che chi sta lottando contro questo sistema è invece totalmente disposto a rinunciare ad ogni tipo di libertà sociale e personale come intesa oggi, a costo di mantenere la propria dignità.
Padri e madri di famiglia, nonni e nonne, universitari, docenti, sanitari, lavoratori, gente comune e sicuramente di eterogenea estrazione (ma d’altronde, come si potrebbe mai pretendere o stupirsi che una cosa di portata mondiale non coinvolga l’eterogeneità dei diversi soggetti coinvolti? Come non rammentare di quando la Fraternità Sacerdotale San Pio X marciava contro l’aborto alla Marcia per la Vita di Roma insieme a mussulmani, buddisti, ebrei e cattolici delle più varie estrazioni moderniste?) che si sta opponendo all’imposizione di un marchio — quello del vaccino ma ancor più quello del green pass — privandosi di ogni finta «libertà» sociale individuale per difendere la vera Libertà, ovvero quella che appartiene ai figli di Dio e che viene dalla Verità.
Ciò che anche qui rimane inspiegabile, è come la FSSPX non riesca a capire che chi sta lottando contro questo sistema è invece totalmente disposto a rinunciare ad ogni tipo di libertà sociale e personale come intesa oggi, a costo di mantenere la propria dignità
E come si può supporre che la Verità non sia dalla parte di coloro che si sporcano le mani resistendo a ciò che ci è inflitto nell’ora presente?
Ebbene, ai sacerdoti della Fraternità e a tutti coloro i quali pensano che la propria missione sia quella di non schierarsi né da una parte né dall’altra, basterebbe guardare ad un fatto teologico tanto evidente quanto semplice da capire: da circa un anno e mezzo siamo davanti ad uno dei più grandi peccati di idolatria che la storia recente abbia mai conosciuto.
Dio, il concetto di Salvezza e di salute sia in senso corporale che in senso spirituale, sono stati cancellati ovunque per lasciare spazio alla «nuova religione sanitaria» a cui tutti devono essere sottomessi per adorare il novello «salvatore»: il dio Vaccino che, non a caso, fu presentato in Italia proprio, osannato e paragonato anche in tante chiese al Bambino Gesù che viene a salvare il mondo.
Dio, il concetto di Salvezza e di salute sia in senso corporale che in senso spirituale, sono stati cancellati ovunque per lasciare spazio alla «nuova religione sanitaria» a cui tutti devono essere sottomessi per adorare il novello «salvatore»: il dio Vaccino che, non a caso, fu presentato in Italia proprio, osannato e paragonato anche in tante chiese al Bambino Gesù che viene a salvare il mondo
Bene fa don Davide Pagliarani, durante il suo discorso in Missouri, a dire che da due anni non si parla di altro se non di COVID-19 e di vaccini, ma proprio a motivo di questo risulta inspiegabile come non riesca a vedere in questo il peccato di idolatria che getta grave scandalo sulle genti, sempre più dimentiche delle cose di Dio.
Chi poi, schierandosi contro tutto questo, ne parla e continua a parlarne, bisogna tenere presente che è costretto a trattarne a motivo di ciò che la sua resistenza gli costa a livello sociale, umano, professionale, economico e financo familiare.
Deve difendersi da tutto questo, e quindi deve per forza parlarne organizzando la sua resistenza, anche a favore della collettività da una parte oppressa e da una parte totalmente obnubilata. Costui non può però essere paragonato a chi, in nome di — quelle sì — false libertà, con già tre dosi di vaccino in corpo e tutti i marchi verdi di questo mondo, continua a schiumare dalla bocca rabbia, odio, paure, follia.
Il peccato di idolatria è fra i peccati più gravi insieme a quello dello scandalo che si arreca ai piccoli laddove un prodotto ed un’azione collegata al tremendo crimine dell’aborto diventa, appunto, di coinvolgimento pubblico mondiale.
Ma a nessuno a quanto pare sembrerebbe importare nulla.
Così come quasi nessuno, all’interno della Fraternità San Pio X — fatta eccezione di non pochi sacerdoti che si rendono conto, capiscono, ci danno ragione ma dovrebbero oramai schierarsi al di là di ciò che dicono le loro gerarchie — sembra aver capito che non è il vaccino che è nato per far fronte al COVID, quanto piuttosto il COVID che è nato per idolatrare mondialmente il vaccino — il «dio Vaccino».
Non prendere posizione in questo preciso momento storico equivale, invece, a prenderla
In conclusione: non prendere posizione in questo preciso momento storico equivale, invece, a prenderla.
Cercare di stare sopra le righe, facendo quelli superiori che stanno fra i «terzi» senza sporcarsi le mani come fanno i puristi, è ciò che di più sbagliato si possa compiere oggi, mentre i piccoli resistono soffrendo e pagando le sofferenze di un sistema ingiusto ed evidentemente contrario ad ogni Legge di Dio.
«Scrivo con le mani legate, ma preferisco questa condizione al sapere incatenata la mia volontà. Non sono il carcere, le catene e nemmeno una condanna che possono far perdere la fede a qualcuno o privarlo della libertà. Perché Dio avrebbe dato a ciascuno di noi la ragione ed il libero arbitrio se bastava soltanto ubbidire ciecamente? O, ancora, se ciò che dicono alcuni è vero, e cioè che non tocca a Pietro e Paolo affermare se la guerra è giusta o ingiusta, che importa saper distinguere tra il bene ed il male?».
Queste parole sono state scritte da Franz Jägerstätter nel 1943, durante la sua prigionia che poi si trasformò in martirio.
Nei suoi Esercizi spirituali, Sant’Ignazio di Loyola offre una delle meditazioni più importanti: quella detta dei «Due stendardi», che riassume la lotta nella storia fra Cristo e Satana, fra il Bene ed il Male, richiamando l’uomo all’ineludibile combattimento spirituale ed alla scelta fra lo stendardo di Cristo, «sommo capitano e Signore Nostro», e quello di Lucifero, «mortale nemico della natura umana», uno contro l’altro in un enorme campo di battaglia.
Oggi più che mai è necessario schierarsi, capire da quale parte stare senza fingere di non sapere da quale parte debbono stare i figli di Dio, e da quale parte rischiano di incanalarsi tutti coloro i quali, idolatrando tutto ciò che vuole sostituirsi a Dio, finiscono per rendersi schiavi delle élite globaliste, dei voleri della massoneria e di tutti i poteri anticristiani aventi come unico e finale obiettivo la distruzione dell’essere umano in ogni sua forma — sociale, umana, etica, biologica e, soprattutto, spirituale in qualità di essere creato ad immagine e somiglianza di Dio stesso.
Franz Jägerstätter decise da quale parte stare dall’inizio alla fine della sua obiezione di coscienza, pagata con il sacrificio della vita in odio alla sua Fede. Decise di non cooperare in alcun modo — né diretto né remotamente indiretto — con il Terzo Reich, che l’umile terziario francescano austriaco riteneva un male assoluto in quanto ingiusto, anticristiano e pagano.
Tutti — a parte la sua amata moglie e il suo parroco, ma solo alla fine — sacerdoti e vescovi compresi, gli dissero che sarebbe bastata una sua adesione esterna ad arruolarsi anche senza combattere, solamente indossando la divisa e senza andare al fronte, continuando a rifiutare e a condannare comunque l’origine, la natura e la missione della Germania nazionalsocialista.
«D’altronde è soltanto un “sì” esterno, caro Franz, che potrebbe salvare la tua vita risparmiando sofferenze e indigenze alla tua famiglia. Non è una cooperazione diretta a questo male» gli dicevano.
Il contadino austriaco, conscio della salita alla santità alla quale tutti, nessuno escluso, siamo chiamati, mirò a quella perfezione che piace e che vuole Dio da noi.
«Poiché nessuno può garantirmi che nell’esercito non metterei in pericolo la mia anima, non posso cambiare la mia decisione, che Lei già conosce…», scrisse al suo parroco uno degli ultimi giorni della sua vita terrena.
A noi la scelta: se vivere come farisei che ogni volta si chiedono cosa sia lecito o meno fare quando si ha a che fare con qualcosa che si è servito di un Male per giungere all’obiettivo finale o se, come Franz, seguendo la retta coscienza volta a Dio, decidere di rimanere fermi e intransigenti quando non esserlo vorrebbe dire ledere Verità, Giustizia e Carità.
Cristiano Lugli
Pensiero
«Cattolico» e omofemminista, l’ultimo prodotto delle cucine del potere britannico
Il cuoco britannico ha cucinato, come direbbero i g-giovani. Ossia, si è preparato con cura e pazienza e ha sfornato il piatto migliore, che dovrebbe spaccare.
Da qualche tempo lo chef aveva lasciato un po’ a desiderare. Dopo Boris Johnson, con tutta quella salsa che alla fine bruciava lo stomaco, Liz Truss era a tutti gli effetti un piatto sbagliato, un antipastino venduto avventatamente per una portata principale. Un po’ meglio era andata con Rishi Sunak, che nonostante il forte sapore di curry lasciava però quel retrogusto di Goldman Sachs non proprio piacevole, soprattutto in tempo di vacche magre e stoppose.
Con Keir Starmer l’arte culinaria, in un momento di grazia, aveva finalmente trovato l’equilibrio fra tutti gli ingredienti, un bilanciamento incredibilmente azzeccato. Il primo ministro pareva quasi finto, tanto era conforme al volere livellante di chi l’ha fatto assurgere al premierato.
Ambientalista, vegetariano, sposato con un’ebrea e padre di figli cresciuti nel giudaismo, amico dello Zelens’kyj, non si poteva desiderare di meglio. Per chi non si serviva a quel ristorante, invece, la sua figura suscitava fin dal primo impatto una strana inquietudine. Ricordava nello stesso momento Werner Von Braun, Clark Kent e il protagonista di Un giorno di ordinaria follia. Gente di un grigiore e di un ordine ostentati, dietro i quali si nasconde di tutto.
Starmer, s’intende, non serbava nel doppiofondo la geniale cruccaggine del primo, né i superpoteri kriptoniani del secondo, né la collera detonante del terzo. In compenso, si presentiva in lui un vuoto stellare, un imbuto verso l’abisso. A volte si era tentati di credere all’inesistenza materiale di Starmer, il suo concepimento a opera di un programma di AI particolarmente sofisticato, in grado di generare un ologramma capace di stringere mani, farsi toccare, e poi di svanire in un tremito di fotoni al pigiare di un pulsante o di un comando Ctrl+Alt.
Dal canto suo, il cuoco era più che soddisfatto della sua creatura, e ne aveva ben donde.
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L’ex primo ministro britannico era uomo ligio di apparato, grigio topo, senza guizzi e senza doti, sprovvisto all’apparenza di un lato umano. In una parola, l’esemplare più riuscito dei governanti del XXI secolo. Questi passano come spettri sulla scena mondiale, e devono essere così. Non inventano, non graffiano; fanno quello che fanno tutti, allo stesso modo, senza entusiasmo e senza tormento. Polli da batteria, uguali e indistinguibili, sono esattamente come li si vuole. Portano avanti programmi già scritti, puliscono le vie ed estirpano alberi perché il treno dell’agenda corra liscio. Non si può chiedere loro di più. Non sono fatti per la tribuna, non pretendete il colpo di reni, ma sono utilissimi.
Purtroppo durano quel che durano, però non fanno storie: al momento opportuno vanno via. Tante grazie, e avanti il prossimo.
E così, come giunto alla data di scadenza stampigliata sul bordo, a una certa il diligente Starmer si è dovuto fare da parte. Il cuoco si è rimesso ai fornelli, e pescando un bel boccone che stava a sobbollire da un pezzo, stringendo un sughetto di qua e dando un colpo di fiamma di là, ha servito bello fumante un Andy Burnham.
Andy Burnham è un signore con tanti capelli, le orecchie a sventola e la montatura nera. In abiti informali arieggia un po’ la figura di un tennista over 50, ha del nerd e somiglia qua e là a Bill Gates. In sei volte su dieci viene ritratto con le labbra strette tirate in un sorriso, o meglio in una smorfia imbarazzata e perplessa, come quella di chi è poco convinto. Ciò fa tenerezza e, conveniamone, è una bella decorazione a bordo piatto.
Non che la presentazione in tavola sia andata proprio tutta liscia. Giunge voce che qualcuno fra i britannici ha fatto questione perché il Burnham infine non è stato eletto da nessuno. A noi italiani la cosa fa sorridere. Se loro hanno il re che regna e non governa, noi abbiamo avuto per legislature intere il partito che non vince mai ma governa sempre. E poi abbiamo avuto Monti, e Draghi, c’è mancato poco che ci calassero sul groppone un Cottarelli. Che cosa pretendono questi inglesi? Di esprimere con il voto la persona del premier? Beata ingenuità. Sarà per la democrazia come per il calcio: l’avranno inventato loro, ma non ne capiscono molto e non vincono nulla.
Del resto, perché la pietanza non dovrebbe andare bene? Leggiamo insieme la lista degli ingredienti.
Innanzitutto: una base di «working class», ma anche, come correttore di acidità, «Cambridge». Eh beh, scusate se è poco. È vero che Cambridge manca da Downing Street da una novantina d’anni, ma è sempre una garanzia, anche se vieni dal popolo. Ecco, magari farai un po’ di gavetta supplementare, dovrai inghiottire qualche bel boccone, quello sì. Ma alla fine, se si fa i bravi, le gratificazioni arrivano. Si riporta che il Burnham sia stato uno studente bravo benché di basso profilo. Non avevamo dubbi.
Poi ci sono degli esaltatori di sapidità, tipo «sottosegretario alla casa-governo Blair», «ministro alla salute-governo Brown»: tutta roba che insaporisce. Trapela qua e là qualche problema di cottura, forse una frollatura troppo protratta: «segretario ombra all’istruzione»; «segretario ombra alla salute».
Chissà quante volte il nostro avrà abbozzato e stretto le labbra, in attesa che qualcuno lo liberasse dal sottoscala.
Le avrà strette tantissimo quanto è stato trombato per ben due volte nella corsa alla guida del suo partito. Evidentemente gli avevano fatto credere di essere lì lì per essere servito in tavola, quando sono giunte pietanze più saporose, più profumate. Il cameriere, come nulla fosse, ha riportato indietro il piatto non toccato. Di questi smacchi la lista non fa cenno. Probabilmente stanno sotto la voce eccipienti.
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Ma poi ci sono due ingredienti che la fanno da padrone: «sindaco della Grande Manchester» e «King of North», Re del Nord. Questo nomignolo, tratto dal Trono di Spade, sembra in realtà di quelli che nel calcio si appioppano al brocco preso da fuori per pomparlo e convincere la tifoseria a rifare gli abbonamenti, perché quest’anno si punta allo scudetto. Il titolo di Re, raccontano, sarebbe per giunta stato concesso perché da sindaco, durante l’epidemia di SARS-CoV2, sarebbe stato dalla parte dei lavoratori. In quanto laburista, dovrebbe essere un’ovvietà appena degna di nota, per la quale l’investitura regale appare eccessiva. Ma quando si considera che l’equivalente del partito laburista è il PD, e si rammentano le posizioni dei sindacati fra il 2020 e il 2022, si è costretti a tacere.
E comunque, anche se di poca sostanza, l’ingrediente sprigiona un buon aroma, ed è ciò che conta.
L’elenco non è finito, mancano le spezie: «femminista», «pro LGBTQIA+» e «cattolico».
Sembrerebbe a naso che l’aroma femminista venga annichilito e sovrastato da quello omosessualista, il quale ci perde a sua volta. Ma il cuoco sa quel che fa. Metterli nella lista cattura l’appetito di molti avventori, come le parole bio, o vegan, o gluten free. Che poi ci siano o non ci siano, si sentano o no, chìssene: l’importante è che si vedano.
L’ingrediente «cattolico» è poi quello che si dice il tocco dello chef. Che c’entra il cioccolato con il peperone? Come ci sta la liquirizia con il crudo? Eppure.
Ben più contrasto ci sarebbe fra l’essere femminista-omosessualista e l’essere cattolico, però diciamo la verità: questo non glielo rinfaccerà nessuno. L’aggettivo «cattolico» fa da tempo le veci del sostantivo e si elargisce a chiunque ne faccia richiesta.
Si può essere cattolici e vivere da concubini, tanto carucci, con il plauso di mammà; si può essere cattolici e credere in un’entità superiore, perché in fondo qualcosa ci deve pur essere, o no? Si può essere cattolici e non battezzare i figli, i quali sceglieranno loro da grandi; si può essere cattolici e pensare che l’Eucarestia sia un pezzo di pane, via, non vogliamo mica credere alle favole; si può essere cattolici e non sapere un accidente del Vangelo, il che non impedisce di parlarne sulla rubrica dei lettori di Repubblica.
Perché dunque non si può essere, ad un tempo, cattolici e Andy Burnham? Si può, si può: e fa brodo.
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Il piatto dunque è servito. Burnham ci ha messo parecchio, ma è finalmente in tavola. La pietanza ha tutti gli ingredienti giusti, sulla carta stanno tutti in fila come i fregi su una bella e lucida forchetta, dal manico ai rebbi: Cambridge, Tony Blair, Gordon Brown, Sindaco, Re del Nord, Femminismo, LGBTQIA+. Sulle punte, la parola Cattolicesimo brilla come un’estrema raffinatezza.
Che cosa può andare storto? Nulla, all’apparenza. Certo, rimane la questione del cognome.
Burnham, nell’antico idioma anglosassone avrebbe il georgico significato di «La casa presso il ruscello», ma nell’inglese odierno ha più a che fare con il bruciare un prosciutto.
L’immagine è quella del gammon, la coscia di prosciutto marinata e passata in forno per qualcosa come quattro ore. È un cibo rustico e sostanzioso molto amato nelle campagne britanniche, e spesso viene servito come piatto della domenica. Si capisce che carbonizzare il prosciutto dopo tutte quelle ore di attesa, quando ormai sono tutti seduti e aspettano di poter mangiare, non è proprio una bella cosa.
Il padrone di casa, alle prime avvisaglie di bruciato, non potrebbe che stringere le labbra, imbarazzato e perplesso.
Chi lo sa. Stiamo ad annusare.
Massimo Zanetti
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Immagine di Number 10 via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 4.0
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Pensiero
Maldini, povera Italia
Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.
Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.
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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.
Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.
Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.
Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).
Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.
È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.
Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.
«Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.
«Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».
«Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».
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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».
«Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».
Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».
C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.
Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.
Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».
«È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».
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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.
L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».
«Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».
Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.
Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.
Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.
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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.
Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.
Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.
Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.
Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.
Francesco Rondolini
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Immagine screenshot da YouTube
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