Pensiero
Blackout, attacchi cibernetici, guerra civile: i film del «Predictive Programming» sono qui
L’8 dicembre su Netflix è uscito un film a lungo annunciato. Si tratta di Il mondo dietro di te, opera del regista egiziano-statunitense Sam Esmail, autore dell’acclamata serie Mr. Robot.
Trailer e tam-tam sulla stampa avevano creato grande attesa per la pellicola, sostenuta da un cast stellare. C’è la regina dell’A-List (ovvero, la vetta degli attori più pagati ad Hollywood) Julia Roberts, il cui volto pare un po’ cambiato, tanto che in certe inquadrature, a guardarle il mento, vengono in mente certi quadri di Picasso.
C’è il meno pagato, ma forse più amato dal pubblico della Generazione X, Ethan Hawke.
C’è, inevitabilmente Mahersala Ali, sul quale vale la pena di dire due parole, anche perché molti lettori non lo conoscono, ma se lo ritrovano dappertutto: è l’attore musulmano nero finito nell’ultimo decennio in ogni possibile film, già due premi Oscar, uno dei quali per Moonlight (2016), pellicola a tema omosessuali neri anche giovani che rubò – nel momento più basso della storia del premio – l’Oscar al capolavoro La La Land.
Il Mahersala compare ovunque serva un nero che debba sembrare «figo», e di fatto ad un certo punto del film anche la Julia Roberts vuole fare un giro – era inevitabile (si tratta in verità un pattern cinetelevisivo, che qualcuno chiama «Bull», di cui non parleremo ora).
La storia racconta di una famiglia di Nuova York – marito, moglie, figlio figlia figli adolescenti – che affittano per un weekend una stupenda casa fuori città, tra i boschi vicino alla costa di Long Island. Strane cose cominciano ad accadere: una immensa nave si spiaggia davanti a loro, i telefoni, internet stessa, non funzionano più. Così di sera ricevono la visita di un elegantissimo uomo di colore (il Mahersalo) con sua figlia, anche lei tiratissima.
L’uomo chiamato G.H., di squisita gentilezza, dice di essere il padrone di casa, e racconta che erano andati in città per un concerto di musica classica, quando l’intera città è andata in Blackout. Riconoscendo che l’affitto era già stato pagato, il ricco afroamericano chiede quindi di dormire nel suo scantinato, che è raffinatissimo anche quello.
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Seguono spoiler che però non so quanto vi rovinino un film davvero noioso e mal riuscito, che vale pochissimo.
Apprendiamo, da un lampo di internet momentaneamente ripristinata da un satellite per poi sparire, che gli USA sarebbero stati vittime di un attacco di epiche proporzioni. Tutto il Paese è andato offline. Nessuno sa davvero cosa sta succedendo: ogni famiglia, ogni persona, è isolata. Si possono solo fare congetture sul macello di caos in cui si possono essere trasformate le città.
Si aggiunge l’inquietante fenomeno di un suono fortissimo che si ripete più volte, talmente roboante da spaccare i vetri e fare urlare le persone prostrate con le mani a chiudere le orecchie.
Cosa sta succedendo? È una guerra? Con chi? Russia? Cina? Iran?
Apprendiamo che il G.H., che nel frattempo testimonia lo schianto al suolo di vari aerei, in realtà sa qualcosa più degli altri. O meglio, intuisce. Uomo che lavora in finanza, dice di aver un cliente famosissimo, appartenente all’apparato militare-industriale, un personaggio gioviale che lo aveva preso in simpatia, e che talvolta gli comunica ridacchiando che ogni tanto si trova con la sua «cricca che governa il mondo».
Nell’ultima telefonata, il ricco cliente chiede al broker di spostare una considerevole somma di danaro, un atto di per sé incomprensibile. Questa volta non ride. Quindi, è comprensibile che sapeva di qualcosa che stava per succedere.
Ma quindi è stato lui con la cabala globale ad ordire questo? Macché, ribatte subito il nero: quelli hanno solo magari delle avvisaglie, nessuno veramente controlla il mondo, assicura (tra qualche riga forse capirete anche perché in questo film spunta fuori un concetto del genere).
Alla fine del film, l’elegante, saggio e generoso uomo di colore molla un’ulteriore rivelazione ai babbani bianchi: il suo cliente dell’élite finanziario-politico-militare lo aveva avvertito del fatto che circolava uno studio sulla strategia con la quale un nemico potrebbe produrre la distruzione di un Paese attraverso una dirompente «manovra in tre fasi».
Prima fase: attacchi informatici, isolamento delle persone con interruzioni di corrente e satellitari.
Seconda fase: seminare il «caos sincronizzato» con campagne di disinformazione, come certi volantini con la scritta in arabo «Morte all’America» che alcuni droni si mettono a sganciare per strada.
Terza fase: la guerra civile. «Perché se la nazione presa di mira fosse sufficientemente disfunzionale, in sostanza, farebbe il lavoro per te», afferma G.H. dice. «Chiunque abbia iniziato, vuole che lo finiamo».
Il film finisce senza tante ulteriori spiegazioni, né colpi di scena, né crescite dei personaggi, né catarsi narrative di qualche tipo. Come se ci stessero semplicemente telegrafando delle scene, senza troppo bisogno di fare spettacolo.
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È interessante andare a vedere chi è l’autore del romanzo da cui è tratto: il giornalista bengalese-statunitense Rumaan Alam, affiliato alla rivista progressista Slate, fondata a fine anni Novanta sotto la Microsoft e poi passata al gruppo del Washington Post, cioè Bezos, Amazon. L’Alam ha «sposato» un fotografo con cui, secondo la stampa, starebbe crescendo due figli, venuti da dove non sappiamo.
Più notevole ancora è vedere nei titoli di testa i nomi, come produttori della pellicola, di Barack e Michelle Obama.
Eh?
Scusate, non capiamo bene: l’ex presidente, tanto amato dalla sinistra americana, il primo inquilino della Casa Bianca di colore (forse anche il primo che probabilmente viene da una famiglia interamente alla CIA; forse anche il primo che potrebbe essere omosessuale) produce un film apocalittico sulla fine dell’America?
L’ex vertice degli USA finanzia un film dove è possibile vedere gli USA distrutti, cancellati nel modo più doloroso possibile?
Eravamo rimasti ad Obama che, temendo il global warming e il conseguente innalzamento delle maree, si era comperato una mega-magione in riva al mare a Martha’s Vinyard, praticamente il luogo più esclusivo del pianeta, dove dà festoni cine-brivido a base di COVID e dove talvolta qualche giovane aitante cuoco viene trovato morto annegato, come del resto capita anche ad altri cuochi della storia recente della Casa Bianca.
E invece, eccotelo: Obama finanzia la pellicola più disforica e tetra dell’anno, che colpisce direttamente l’ethos americano, anzi lo disintegra raccontandoci la storia che Davos e altri continuano a ripetere senza requie: è in arrivo il cyberattacco del secolo, è in arrivo la ciber-pandemia.
Che poi, la presenza di Obama che mette il soldo (cioè, mette il nome, altri poi schiacciano sulla fiducia del presidente cool) si capisce da certi dettagli che emergono nel film.
Innanzitutto, momento di razzismo puro: la figlia nera dice al padre nero che in quel momento la cosa giusta da fare è stare lontani dai bianchi. Lui non fiata e la accarezza. Julia Roberts, prima di fare un pensierino riguardo ad uno zompo col G.H., ha tempo di intavolare un germe di autoaccusa per il suo razzismo interiorizzato, automatico, sistemico. E poi continua a ripetere, che la gente è orrenda.
Va segnalato anche come il personaggio del prepper (interpretato da Kevin Bacon), ossia il vicino di casa operaio che, a differenza degli altri, è preparato per l’apocalisse, beni alimentari, armi e medicine e quant’altro, sia di fatto squalificato – pure quando ci ha ragione – come un paranoico e infine un corrotto.
Poi il tocco più attuale: le strade vengono intasate da migliaia di Tesla che vengono hackerate per tamponarsi l’una con l’altra, bloccando tutto e creando un pericolo per chiunque stia in mezzo. Come non riconoscere la stoccata a Elon Musk, vecchia conoscenza di Obama (che lo ha finanziato con danaro pubblico proprio per la Tesla) che però ora pare passato dall’altra parte.
L’apparente dissonanza cognitiva può salire di intensità: Obama produce un film che parla degli albori di una guerra civile. Sappiamo che l’argomento è caldo: soprattutto un paio di anni fa, come registravamo su Renovatio 21, scappava a tanti di parlarne. Analisti, politici investitori miliardari, poi Trump, perfino Biden. Tuttavia, far circolare diecine di milioni di dollari per vedersela rappresentata plasticamente in esplosioni a fungo sopra Nuova York, con la più pagata attrice di Hollywood a guardare per noi, è decisamente next-level.
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La guerra civile annunciata ci porta all’ulteriore pezzo del puzzle uscito l’altro ieri.
È stato pubblicato il trailer di un film chiamato semplicemente, brutalmente Civil War. Guerra civile. Il sottotitolo recita: ogni impero cade. In questo caso stiamo parlando ovviamente dell’impero americano, e di una Seconda Guerra Civile USA.
In questo caso il film non è ancora visibile: uscirà nelle sale la prossima primavera. Tuttavia le immagini dicono tutto: l’America è sconvolta da una guerra civile, file di profughi che spingono trolley su strade polverose, militari che sparano ovunque, F-35 che attaccano civili a terra, i palazzi di Washington bombardati, giornalisti sconvolti e bambine messi in ginocchio per un’esecuzione.
Si riesce a capire poco della trama. Sembra di capire che Washington e il suo presidente viscido-mellifluo siano in guerra con una ventina di Stati che hanno dichiarato la secessione, tra cui un’alleanza tra il Texas e la California – cosa che ha fatto sorridere molti utenti in rete, visto che è più probabile un’alleanza tra Pisa e Livorno: si tratta di due Stati diametralmente opposti, tanto che dalla democratica e fallita California tantissimi (incluso lo stesso Musk e la sua industria) stanno emigrando nel prospero Texas dei conservatori.
Perché stanno combattendo? Quale l’oggetto del contendere? Ad oggi non è dato saperlo. Forse non rivelerà nemmeno il film, più interessato a mostrare il massacro tra concittadini. Ad un certo punto, tuttavia, si vede un signore di razza non distinguibile che mira con un fucile automatico: ha i capelli di vari colori sintetici, così come lo smalto sulle unghie… un indizio? La resistenza sarà fatta di trans e goscisti woke? Rimaniamo col dubbio.
Il trailer è davvero ben fatto, ritmato, immaginifico, a suo modo esaltante. Il regista è il romanziere britannico Alex Garland, già noto per la storia di The Beach con Di Caprio e soprattutto per la pellicola sull’Intelligenza Artificiale Ex Machina, davvero ottima.
Civil War sta venendo linciato a scatola chiusa dalle orde del MAGA, comprese quelle più raziocinanti. Fecero lo stesso, nell’anno dell’elezione fatale di Biden, per il film The Hunt, che raccontava di un gruppo di ricconi liberal che rapiva una quantità di popolani conservatori (chiamati proprio «deplorables», come da immortale definizione di Hillary Clinton) per massacrarli senza pietà in una caccia selvaggia. Il film, pur fatto da liberal hollywoodiani, forniva non pochi elementi di pesante satira contro la stessa sinistra dei ricconi, che di fatto veniva pure quella sterminata.
Il caso di Civil War è diverso. Si tratta, probabilmente, del primo film che mette in piedi la rappresentazione di una Guerra Civile USA in era moderna con i mezzi del grande cinema. Pellicole passate, come La seconda guerra civile americana (1997) erano più film semicomici con un messaggio corrosivo sul pericolo della distorsione della realtà media. Qui invece i media non c’entrano più: gli stessi giornalisti sono divenuti carne da macello.
Insomma, due grandi produzioni, dove pure è coinvolto un ex presidente americano, sembrano parlarci di eventi massivi che sconvolgono la società americana (e quindi, mondiale…). Ciber-attacchi, guerra civile… messi in bella copia, messi in nitide immagini cinematografiche dopo essere stati ripetuti da media e politici e «esperti vari», talvolta sussurrando, talvolta gridando.
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È a questo punto che bisogna parlare di Predictive Programming. La «programmazione predittiva» è una teoria non verificabile, ma ci è impossibile non dire che non sia già verificata.
Secondo l’idea del Predictive Programming, il potere – sia esso governativo, finanziario oligarchico, etc. – utilizza cinema, serie e libri di narrativa come mezzo di controllo mentale, o meglio, di preparazione psicologica della massa: mostrando in forma di fiction ciò che sta per accadere (cioè, cioè che si vuole che accada, cioè che accade per disegno) la popolazione diviene più disposta ad accettare gli eventi futuri pianificati dal potere stesso.
Ne parlò per primo il ricercatore Alan Watt, che nei decenni scorsi ne ha parlato in diverse trasmissioni radiofoniche e podcast; solo ora molti paiono convincersi della profonda verità delle sue tesi.
Per Watt «la programmazione predittiva è una sottile forma di condizionamento psicologico fornita dai media per far conoscere al pubblico i cambiamenti sociali pianificati che devono essere implementati dai nostri leader. Se e quando questi cambiamenti verranno attuati, il pubblico li conoscerà già e li accetterà come progressioni naturali, riducendo così la possibile resistenza e agitazione del pubblico».
È facile per molti ricordare il film Contagion (2011), che dieci anni prima dell’accaduto mostrava per filo e per segno cosa sarebbe arrivato con la pandemia: lockdown totali, panico nelle strade, la corsa al vaccino sperimentale, la punizione dei dissidenti complottisti (che per il film sono falsi e corrotti). New York nel 2020 rispettò a tal punto la trama del film del decennio precedente che fece sapere al mondo che si era arrivati al livello delle fosse comuni.
Incredibile vedere oggi, nel finale di Contagion, che il virus della storia sarebbe saltato fuori in Cina passando da un pipistrello ad un maiale all’uomo: esattamente la teoria dello spillover, inflittaci a suon di censure sino a che quella della fuga del patogeno dal laboratorio non è divenuta innegabile, nel frattempo tuttavia erano stati soffocate milioni di voci (compresa quella di Renovatio 21) e istituito l’apparato industriale di censura ancora in attività, anzi ora istituzionalizzato da leggi come il Digital Service Act dell’Unione Europea.
Contagion, rammentiamo, fu messo in piedi dal regista Soderbergh con il cast più stellare mai visto a partire da documenti di preparazione pandemica dell’OMS, che partecipò al progetto.
Ma ci sono esempi di Predictive Programming perfino più vicini nel tempo – e sconvolgenti.
Nel 2022 Netflix lancia un film tratto da un romanzo di Don Delillo, White Noise, dove la storia ruota intorno alle conseguenze di un catastrofico incidente ferroviario che scatenava una nuvola di rifiuti chimici tossici su una piccola cittadina dell’Ohio. A fine gennaio 2023, a East Palestine, in Ohio, un treno carico di sostanze tossiche deraglia creando il più grande disastro ambientale americano degli ultimi anni.
Il tutto, sì, proprio nella zona dove era stato ambientato, e girato, White Noise. Alcune dei cittadini di East Palestine vittime del disastro chimico avevano partecipato come comparse al film. Coincidenza significativa – così come quella per cui, si è appreso, ka cittadina di East Palestine poco prima aveva lanciato ufficialmente un programma pilota di ID digitale chiamato MyID.
Potremmo andare avanti con tanti altri esempi, ma è chiaro che in tanti resterebbero fissi nei loro sorrisetti: siete paranoici, siete complottisti… un film è un film, e basta.
Soprattutto questa ultima idea è una sciocchezza che squalifica chi ci crede: anche se non sono visibili in superficie (talvolta, in realtà, sì) i rapporti tra Hollywood e lo Stato americano (soprattutto con l’Esercito, la CIA, lo Stato profondo) sono solidi, radicatissimi, sono fondamentali per la sopravvivenza del cinema americano. Tanti kolossal (Transformers, Top Gun) paiono spot di reclutamento dell’esercito, o ancora peggio réclame per determinati armamenti prodotti dal complesso militare industriale.
Il legame tra l’Intelligence e la Mecca del cinema è perfino dichiarato in un film come Argo (2013) – ovviamente premiato con l’Oscar – dove il protagonista-regista Ben Affleck mostra con dovizia di particolari come il connubio sia rodato, e noi ci ricordiamo che la prima moglie dell’Affleck, Jennifer Garner, pochi anni prima spopolava in TV con una serie cretina, Alias, dove interpretava una invincibile agente CIA.
La quantità di idee, concetti, sentimenti, che il potere profondo ha veicolato occultamente tramite il cinema è ad oggi sconosciuta. Non sappiamo quante delle cose che ci hanno piantato in mente con un bel film al cinema siano in realtà originate dai programmi dei padroni del mondo, che sono solitamente programmi di morte.
Ora, riconosciamolo, siamo il punto in cui il pudore viene sempre meno. Quindi eccoti che a mostrare la futura guerra civile americana è il loro stesso ex presidente. Eccoti che ti parlano della grande catastrofe cibernetica in arrivo.
Azzereranno Internet, niente più andrà, chissà per quanto. Poi, dopo non sappiamo quale caos di terrore e atrocità (l’anarco-tirannide per le quali scafisti, Stati, super-Stati e ONG hanno portato abbondante manovalanza), ripristineranno tutto, epperò stavolta con una soluzione: per far funzionare il mondo cibernetico, bisognerà che esso divenga ancora più cibernetico, e cioè, etimologicamente, basato sul controllo.
Cioè: quando vi ridaranno la tecnologia esplosa con il disastro di questa ciber-pandemia, vi diranno che dovrete sottomettere la vostra esistenza alla biosorveglianza elettronica più fitta, altrimenti si ha il rischio che la catastrofe accada di nuovo. Tutto sarà controllato, registrato, manipolato: sapete come la pensa Klaus Schwab, perfino i vostri pensieri diverranno leggibili, dovranno essere scansionati quando andate all’aeroporto.
Questo progetto è vecchio di secoli, o di millenni, se considerate che nella Repubblica Platone teorizza esattamente la tecnocrazia.
Ci lavorano da tanto, tanto tempo, mentre noi ci facciamo turlupinare dalle storie dell’industria culturale, e con i popcorni sulle ginocchia, a sera spegniamo il cervello nei film, che poi film non sono: sono programmi, il cui codice prevede la nostra sottomissione, la nostra schiavitù la nostra estinzione.
Roberto Dal Bosco
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Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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Immagini © Renovatio 21
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Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico. E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero. Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier. La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato. Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri. Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà. Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi. Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé. E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers) — Naval (@naval) June 18, 2026
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci. Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti. Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo. Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella. Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai. Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera. Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire. Ma in fondo, sa già di aver perso. Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale. L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani. È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso. La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione. Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato. Brivael Le PogamIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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