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Blackout, attacchi cibernetici, guerra civile: i film del «Predictive Programming» sono qui

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L’8 dicembre su Netflix è uscito un film a lungo annunciato. Si tratta di Il mondo dietro di te, opera del regista egiziano-statunitense Sam Esmail, autore dell’acclamata serie Mr. Robot.

 

Trailer e tam-tam sulla stampa avevano creato grande attesa per la pellicola, sostenuta da un cast stellare. C’è la regina dell’A-List (ovvero, la vetta degli attori più pagati ad Hollywood) Julia Roberts, il cui volto pare un po’ cambiato, tanto che in certe inquadrature, a guardarle il mento, vengono in mente certi quadri di Picasso.

 

C’è il meno pagato, ma forse più amato dal pubblico della Generazione X, Ethan Hawke.

 

C’è, inevitabilmente Mahersala Ali, sul quale vale la pena di dire due parole, anche perché molti lettori non lo conoscono, ma se lo ritrovano dappertutto: è l’attore musulmano nero finito nell’ultimo decennio in ogni possibile film, già due premi Oscar, uno dei quali per Moonlight (2016), pellicola a tema omosessuali neri anche giovani che rubò – nel momento più basso della storia del premio – l’Oscar al capolavoro La La Land.

 

Il Mahersala compare ovunque serva un nero che debba sembrare «figo», e di fatto ad un certo punto del film anche la Julia Roberts vuole fare un giro – era inevitabile (si tratta in verità un pattern cinetelevisivo, che qualcuno chiama «Bull», di cui non parleremo ora).

 

La storia racconta di una famiglia di Nuova York – marito, moglie, figlio figlia figli adolescenti – che affittano per un weekend una stupenda casa fuori città, tra i boschi vicino alla costa di Long Island. Strane cose cominciano ad accadere: una immensa nave si spiaggia davanti a loro, i telefoni, internet stessa, non funzionano più. Così di sera ricevono la visita di un elegantissimo uomo di colore (il Mahersalo) con sua figlia, anche lei tiratissima.

 

L’uomo chiamato G.H., di squisita gentilezza, dice di essere il padrone di casa, e racconta che erano andati in città per un concerto di musica classica, quando l’intera città è andata in Blackout. Riconoscendo che l’affitto era già stato pagato, il ricco afroamericano chiede quindi di dormire nel suo scantinato, che è raffinatissimo anche quello.

 

 

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Seguono spoiler che però non so quanto vi rovinino un film davvero noioso e mal riuscito, che vale pochissimo.

 

Apprendiamo, da un lampo di internet momentaneamente ripristinata da un satellite per poi sparire, che gli USA sarebbero stati vittime di un attacco di epiche proporzioni. Tutto il Paese è andato offline. Nessuno sa davvero cosa sta succedendo: ogni famiglia, ogni persona, è isolata. Si possono solo fare congetture sul macello di caos in cui si possono essere trasformate le città.

 

Si aggiunge l’inquietante fenomeno di un suono fortissimo che si ripete più volte, talmente roboante da spaccare i vetri e fare urlare le persone prostrate con le mani a chiudere le orecchie.

 

Cosa sta succedendo? È una guerra? Con chi? Russia? Cina? Iran?

 

Apprendiamo che il G.H., che nel frattempo testimonia lo schianto al suolo di vari aerei, in realtà sa qualcosa più degli altri. O meglio, intuisce. Uomo che lavora in finanza, dice di aver un cliente famosissimo, appartenente all’apparato militare-industriale, un personaggio gioviale che lo aveva preso in simpatia, e che talvolta gli comunica ridacchiando che ogni tanto si trova con la sua «cricca che governa il mondo».

 

Nell’ultima telefonata, il ricco cliente chiede al broker di spostare una considerevole somma di danaro, un atto di per sé incomprensibile. Questa volta non ride. Quindi, è comprensibile che sapeva di qualcosa che stava per succedere.

 

Ma quindi è stato lui con la cabala globale ad ordire questo? Macché, ribatte subito il nero: quelli hanno solo magari delle avvisaglie, nessuno veramente controlla il mondo, assicura (tra qualche riga forse capirete anche perché in questo film spunta fuori un concetto del genere).

 

Alla fine del film, l’elegante, saggio e generoso uomo di colore molla un’ulteriore rivelazione ai babbani bianchi: il suo cliente dell’élite finanziario-politico-militare lo aveva avvertito del fatto che circolava uno studio sulla strategia con la quale un nemico potrebbe produrre la distruzione di un Paese attraverso una dirompente «manovra in tre fasi».

 

Prima fase: attacchi informatici, isolamento delle persone con interruzioni di corrente e satellitari.

 

Seconda fase: seminare il «caos sincronizzato» con campagne di disinformazione, come certi volantini con la scritta in arabo «Morte all’America» che alcuni droni si mettono a sganciare per strada.

 

Terza fase: la guerra civile. «Perché se la nazione presa di mira fosse sufficientemente disfunzionale, in sostanza, farebbe il lavoro per te», afferma G.H. dice. «Chiunque abbia iniziato, vuole che lo finiamo».

 

Il film finisce senza tante ulteriori spiegazioni, né colpi di scena, né crescite dei personaggi, né catarsi narrative di qualche tipo. Come se ci stessero semplicemente telegrafando delle scene, senza troppo bisogno di fare spettacolo.

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È interessante andare a vedere chi è l’autore del romanzo da cui è tratto: il giornalista bengalese-statunitense Rumaan Alam, affiliato alla rivista progressista Slate, fondata a fine anni Novanta sotto la Microsoft e poi passata al gruppo del Washington Post, cioè Bezos, Amazon. L’Alam ha «sposato» un fotografo con cui, secondo la stampa, starebbe crescendo due figli, venuti da dove non sappiamo.

 

Più notevole ancora è vedere nei titoli di testa i nomi, come produttori della pellicola, di Barack e Michelle Obama.

 

Eh?

 

Scusate, non capiamo bene: l’ex presidente, tanto amato dalla sinistra americana, il primo inquilino della Casa Bianca di colore (forse anche il primo che probabilmente viene da una famiglia interamente alla CIA; forse anche il primo che potrebbe essere omosessuale) produce un film apocalittico sulla fine dell’America?

 

L’ex vertice degli USA finanzia un film dove è possibile vedere gli USA distrutti, cancellati nel modo più doloroso possibile?

 

Eravamo rimasti ad Obama che, temendo il global warming e il conseguente innalzamento delle maree, si era comperato una mega-magione in riva al mare a Martha’s Vinyard, praticamente il luogo più esclusivo del pianeta, dove dà festoni cine-brivido a base di COVID e dove talvolta qualche giovane aitante cuoco viene trovato morto annegato, come del resto capita anche ad altri cuochi della storia recente della Casa Bianca.

 

E invece, eccotelo: Obama finanzia la pellicola più disforica e tetra dell’anno, che colpisce direttamente l’ethos americano, anzi lo disintegra raccontandoci la storia che Davos e altri continuano a ripetere senza requie: è in arrivo il cyberattacco del secolo, è in arrivo la ciber-pandemia.

 

Che poi, la presenza di Obama che mette il soldo (cioè, mette il nome, altri poi schiacciano sulla fiducia del presidente cool) si capisce da certi dettagli che emergono nel film.

 

Innanzitutto, momento di razzismo puro: la figlia nera dice al padre nero che in quel momento la cosa giusta da fare è stare lontani dai bianchi. Lui non fiata e la accarezza. Julia Roberts, prima di fare un pensierino riguardo ad uno zompo col G.H., ha tempo di intavolare un germe di autoaccusa per il suo razzismo interiorizzato, automatico, sistemico. E poi continua a ripetere, che la gente è orrenda.

 

Va segnalato anche come il personaggio del prepper (interpretato da Kevin Bacon), ossia il vicino di casa operaio che, a differenza degli altri, è preparato per l’apocalisse, beni alimentari, armi e medicine e quant’altro, sia di fatto squalificato – pure quando ci ha ragione – come un paranoico e infine un corrotto.

 

Poi il tocco più attuale: le strade vengono intasate da migliaia di Tesla che vengono hackerate per tamponarsi l’una con l’altra, bloccando tutto e creando un pericolo per chiunque stia in mezzo. Come non riconoscere la stoccata a Elon Musk, vecchia conoscenza di Obama (che lo ha finanziato con danaro pubblico proprio per la Tesla) che però ora pare passato dall’altra parte.

 

L’apparente dissonanza cognitiva può salire di intensità: Obama produce un film che parla degli albori di una guerra civile. Sappiamo che l’argomento è caldo: soprattutto un paio di anni fa, come registravamo su Renovatio 21, scappava a tanti di parlarne. Analisti, politici investitori miliardari, poi Trump, perfino Biden. Tuttavia, far circolare diecine di milioni di dollari per vedersela rappresentata plasticamente in esplosioni a fungo sopra Nuova York, con la più pagata attrice di Hollywood a guardare per noi, è decisamente next-level.

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La guerra civile annunciata ci porta all’ulteriore pezzo del puzzle uscito l’altro ieri.

 

È stato pubblicato il trailer di un film chiamato semplicemente, brutalmente Civil War. Guerra civile. Il sottotitolo recita: ogni impero cade. In questo caso stiamo parlando ovviamente dell’impero americano, e di una Seconda Guerra Civile USA.

 

In questo caso il film non è ancora visibile: uscirà nelle sale la prossima primavera. Tuttavia le immagini dicono tutto: l’America è sconvolta da una guerra civile, file di profughi che spingono trolley su strade polverose, militari che sparano ovunque, F-35 che attaccano civili a terra, i palazzi di Washington bombardati, giornalisti sconvolti e bambine messi in ginocchio per un’esecuzione.

 

Si riesce a capire poco della trama. Sembra di capire che Washington e il suo presidente viscido-mellifluo siano in guerra con una ventina di Stati che hanno dichiarato la secessione, tra cui un’alleanza tra il Texas e la California – cosa che ha fatto sorridere molti utenti in rete, visto che è più probabile un’alleanza tra Pisa e Livorno: si tratta di due Stati diametralmente opposti, tanto che dalla democratica e fallita California tantissimi (incluso lo stesso Musk e la sua industria) stanno emigrando nel prospero Texas dei conservatori.

 

Perché stanno combattendo? Quale l’oggetto del contendere? Ad oggi non è dato saperlo. Forse non rivelerà nemmeno il film, più interessato a mostrare il massacro tra concittadini. Ad un certo punto, tuttavia, si vede un signore di razza non distinguibile che mira con un fucile automatico: ha i capelli di vari colori sintetici, così come lo smalto sulle unghie… un indizio? La resistenza sarà fatta di trans e goscisti woke? Rimaniamo col dubbio.

 

Il trailer è davvero ben fatto, ritmato, immaginifico, a suo modo esaltante. Il regista è il romanziere britannico Alex Garland, già noto per la storia di The Beach con Di Caprio e soprattutto per la pellicola sull’Intelligenza Artificiale Ex Machina, davvero ottima.

 

 

Civil War sta venendo linciato a scatola chiusa dalle orde del MAGA, comprese quelle più raziocinanti. Fecero lo stesso, nell’anno dell’elezione fatale di Biden, per il film The Hunt, che raccontava di un gruppo di ricconi liberal che rapiva una quantità di popolani conservatori (chiamati proprio «deplorables», come da immortale definizione di Hillary Clinton) per massacrarli senza pietà in una caccia selvaggia. Il film, pur fatto da liberal hollywoodiani, forniva non pochi elementi di pesante satira contro la stessa sinistra dei ricconi, che di fatto veniva pure quella sterminata.

 

Il caso di Civil War è diverso. Si tratta, probabilmente, del primo film che mette in piedi la rappresentazione di una Guerra Civile USA in era moderna con i mezzi del grande cinema. Pellicole passate, come La seconda guerra civile americana (1997) erano più film semicomici con un messaggio corrosivo sul pericolo della distorsione della realtà media. Qui invece i media non c’entrano più: gli stessi giornalisti sono divenuti carne da macello.

 

Insomma, due grandi produzioni, dove pure è coinvolto un ex presidente americano, sembrano parlarci di eventi massivi che sconvolgono la società americana (e quindi, mondiale…). Ciber-attacchi, guerra civile… messi in bella copia, messi in nitide immagini cinematografiche dopo essere stati ripetuti da media e politici e «esperti vari», talvolta sussurrando, talvolta gridando.

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È a questo punto che bisogna parlare di Predictive Programming. La «programmazione predittiva» è una teoria non verificabile, ma ci è impossibile non dire che non sia già verificata.

 

Secondo l’idea del Predictive Programming, il potere – sia esso governativo, finanziario oligarchico, etc. – utilizza cinema, serie e libri di narrativa come mezzo di controllo mentale, o meglio, di preparazione psicologica della massa: mostrando in forma di fiction ciò che sta per accadere (cioè, cioè che si vuole che accada, cioè che accade per disegno) la popolazione diviene più disposta ad accettare gli eventi futuri pianificati dal potere stesso.

 

Ne parlò per primo il ricercatore Alan Watt, che nei decenni scorsi ne ha parlato in diverse trasmissioni radiofoniche e podcast; solo ora molti paiono convincersi della profonda verità delle sue tesi.

 

Per Watt «la programmazione predittiva è una sottile forma di condizionamento psicologico fornita dai media per far conoscere al pubblico i cambiamenti sociali pianificati che devono essere implementati dai nostri leader. Se e quando questi cambiamenti verranno attuati, il pubblico li conoscerà già e li accetterà come progressioni naturali, riducendo così la possibile resistenza e agitazione del pubblico».

 

È facile per molti ricordare il film Contagion (2011), che dieci anni prima dell’accaduto mostrava per filo e per segno cosa sarebbe arrivato con la pandemia: lockdown totali, panico nelle strade, la corsa al vaccino sperimentale, la punizione dei dissidenti complottisti (che per il film sono falsi e corrotti). New York nel 2020 rispettò a tal punto la trama del film del decennio precedente che fece sapere al mondo che si era arrivati al livello delle fosse comuni.

 

Incredibile vedere oggi, nel finale di Contagion, che il virus della storia sarebbe saltato fuori in Cina passando da un pipistrello ad un maiale all’uomo: esattamente la teoria dello spillover, inflittaci a suon di censure sino a che quella della fuga del patogeno dal laboratorio non è divenuta innegabile, nel frattempo tuttavia erano stati soffocate milioni di voci (compresa quella di Renovatio 21) e istituito l’apparato industriale di censura ancora in attività, anzi ora istituzionalizzato da leggi come il Digital Service Act dell’Unione Europea.

 

Contagion, rammentiamo, fu messo in piedi dal regista Soderbergh con il cast più stellare mai visto a partire da documenti di preparazione pandemica dell’OMS, che partecipò al progetto.

 

Ma ci sono esempi di Predictive Programming perfino più vicini nel tempo – e sconvolgenti.

 

Nel 2022 Netflix lancia un film tratto da un romanzo di Don Delillo, White Noise, dove la storia ruota intorno alle conseguenze di un catastrofico incidente ferroviario che scatenava una nuvola di rifiuti chimici tossici su una piccola cittadina dell’Ohio. A fine gennaio 2023, a East Palestine, in Ohio, un treno carico di sostanze tossiche deraglia creando il più grande disastro ambientale americano degli ultimi anni.

 

Il tutto, sì, proprio nella zona dove era stato ambientato, e girato, White Noise. Alcune dei cittadini di East Palestine vittime del disastro chimico avevano partecipato come comparse al film. Coincidenza significativa – così come quella per cui, si è appreso, ka cittadina di East Palestine poco prima aveva lanciato ufficialmente un programma pilota di ID digitale chiamato MyID.

 

Potremmo andare avanti con tanti altri esempi, ma è chiaro che in tanti resterebbero fissi nei loro sorrisetti: siete paranoici, siete complottisti… un film è un film, e basta.

 

Soprattutto questa ultima idea è una sciocchezza che squalifica chi ci crede: anche se non sono visibili in superficie (talvolta, in realtà, sì) i rapporti tra Hollywood e lo Stato americano (soprattutto con l’Esercito, la CIA, lo Stato profondo) sono solidi, radicatissimi, sono fondamentali per la sopravvivenza del cinema americano. Tanti kolossal (Transformers, Top Gun) paiono spot di reclutamento dell’esercito, o ancora peggio réclame per determinati armamenti prodotti dal complesso militare industriale.

 

Il legame tra l’Intelligence e la Mecca del cinema è perfino dichiarato in un film come Argo (2013) – ovviamente premiato con l’Oscar – dove il protagonista-regista Ben Affleck mostra con dovizia di particolari come il connubio sia rodato, e noi ci ricordiamo che la prima moglie dell’Affleck, Jennifer Garner, pochi anni prima spopolava in TV con una serie cretina, Alias, dove interpretava una invincibile agente CIA.

 

La quantità di idee, concetti, sentimenti, che il potere profondo ha veicolato occultamente tramite il cinema è ad oggi sconosciuta. Non sappiamo quante delle cose che ci hanno piantato in mente con un bel film al cinema siano in realtà originate dai programmi dei padroni del mondo, che sono solitamente programmi di morte.

 

Ora, riconosciamolo, siamo il punto in cui il pudore viene sempre meno. Quindi eccoti che a mostrare la futura guerra civile americana è il loro stesso ex presidente. Eccoti che ti parlano della grande catastrofe cibernetica in arrivo.

 

Azzereranno Internet, niente più andrà, chissà per quanto. Poi, dopo non sappiamo quale caos di terrore e atrocità (l’anarco-tirannide per le quali scafisti, Stati, super-Stati e ONG hanno portato abbondante manovalanza), ripristineranno tutto, epperò stavolta con una soluzione: per far funzionare il mondo cibernetico, bisognerà che esso divenga ancora più cibernetico, e cioè, etimologicamente, basato sul controllo.

 

Cioè: quando vi ridaranno la tecnologia esplosa con il disastro di questa ciber-pandemia, vi diranno che dovrete sottomettere la vostra esistenza alla biosorveglianza elettronica più fitta, altrimenti si ha il rischio che la catastrofe accada di nuovo. Tutto sarà controllato, registrato, manipolato: sapete come la pensa Klaus Schwab, perfino i vostri pensieri diverranno leggibili, dovranno essere scansionati quando andate all’aeroporto.

 

Questo progetto è vecchio di secoli, o di millenni, se considerate che nella Repubblica Platone teorizza esattamente la tecnocrazia.

 

Ci lavorano da tanto, tanto tempo, mentre noi ci facciamo turlupinare dalle storie dell’industria culturale, e con i popcorni sulle ginocchia, a sera spegniamo il cervello nei film, che poi film non sono: sono programmi, il cui codice prevede la nostra sottomissione, la nostra schiavitù la nostra estinzione.

 

 

Roberto Dal Bosco

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Le tenebre di Michel Foucault

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Il Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dal celebre acceleratore americano Y Combinator. Renovatio 21 ha accennato alla figura del Foucault varie volte, l’ultima giusto ieri per parlare della riapertura a Nuova York delle saune gay, luoghi di perversione e contagio: Foucault, omosessuale sadomasochista, frequentava assiduamente questi luogi, e altri club parafiliaci, a San Francisco, finendo per contrarre l’AIDS e, secondo una voce raccolta dal suo biografo ma non confermata, infettando volontariamente altri omosessuali, non si sa se con o senza il loro consenso: l’unzione volontaria dell’HIV tra gay è un fenomeno noto e praticato oggi (i recipienti del virus sono chiamati bugchasers, «cercatori del baco», mentre gli untori «giftgivers», «donatori del dono»). Foucault è entrato a forza, complici la pressione internazionale generata dall’adozione negli anni Novanta della filosofia francese da parte delle grandi Università americane, anche nel sistema italiano. Frotte di professori universitari, e dei professori di medie e superiori che essi licenziano, adorano l’idolo Foucault, tirandolo dentro perfino nella spiegazione dei lockdown pandemici. Tutti costoro, che sono per lo più salariati dallo Stato che Foucault raccontava essere persecutore, non arrivano a comprendere quanto la realtà sia semplice: le teorie dell’autore di Sorvegliare e punire avevano più a che fare con le sue devianze sadomasochistiche che non che il pensiero razionale. Ci rendiamo conto altresì quanto sia complicato spiegare al docente con background di filosofia normaloide come poi queste figure, nemmeno al culmine della loro perversione, finiscano per identificarsi non solo masochisticamente come vittime, ma pure sadisticamente come carnefici: è il caso, abbiamo visto, di Robert Mapplethorpe, fotografo omosessuale sadomasochista anche lui morto di AIDS che fu tra i primi compagni di vita della ciclica ospita del vaticano conciliare Patti Smith – l’uomo, secondo un memoir, consumava i rapporti omofili violenti sotto una grande bandiera nazista… Domandiamoci: siamo sicuri che le autorità repressive e punitrici fossero per Foucault un problema? O è possibile che la sua filososfia stessa sia, per paradosso, uno strumento del sistema che a parole dice di voler combattere? Non è che l’impulso di morte antiumano che permea il lavoro dell’omofilosofo francese (l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare») sia l’esatto motivo per cui la sua opera viene propalata alle ultime generazioni in tutto il mondo? Sul tema Renovatio 21 pubblicherà altri articoli.   L’altro giorno ho aperto una discussione su Sartre e il Maggio ’68. Oggi vi parlerò del pensatore più importante della teoria francese. Non il più mondano. Il più importante. Quello il cui software è ancora in funzione nelle università, negli uffici delle risorse umane, nelle redazioni giornalistiche, nei ministeri. Michel Foucault.   1926. Poitiers. Figlio e nipote di chirurghi. Borghesia medica. Il padre vuole un medico. Il figlio rifiuta. ENS, rue d’Ulm. 1948: un tentativo di suicidio. Sainte-Anne. Studia la follia dall’interno prima di scriverne. Breve periodo nel PCF. Lo lascia. Poi l’esilio: Uppsala, Varsavia, Amburgo. Lontano da Parigi. Lontano dal padre. 1961. Storia della follia. La tesi si riduce a una frase: la ragione non ha scoperto la follia. L’ha inventata per separarsi da essa. Il manicomio non è un ospedale. È un confine.   1966. Le parole e le cose. Un improbabile bestseller. Frase finale: l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare».  

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Maggio ’68, non è a Parigi. È a Tunisi. Dirà più tardi: senza il maggio ’68, non avrei mai fatto quello che ho fatto sulle prigioni, la delinquenza, la sessualità.   1969. Vincennes. È a capo del dipartimento di filosofia. L’anti-Sorbona. Lì non cercano più la verità. Cercano chi domina.   1970. Collège de France. Cattedra di Storia dei sistemi di pensiero. La carica più prestigiosa di Francia. Ha 43 anni. 1975. Sorvegliare e punire. Il panopticon. La scuola, la fabbrica, l’ospedale, la prigione: stessa architettura. Stesso sguardo.   1976. Storia della sessualità, Vol. 1. La sessualità non è repressa. È prodotta. Confessata. Gestita. 1977. Firma. Il diritto dei bambini e degli adolescenti «di avere rapporti con chi scelgono».   1978. Teheran. Vede in Khomeini una «spiritualità politica». Una volontà collettiva. Si sbaglia. Non ritratta del tutto.   1984. Muore di AIDS. A 57 anni.   Ora il punto cruciale. Foucault non era un filosofo che ha sbagliato un dettaglio. Era un uomo che ha sganciato la connessione con la verità. Non ha detto: «2+2 a volte fa 5». Ha fatto qualcosa di più radicale. Ha insegnato che la domanda interessante non è «è vero?», ma «chi ha il potere di dire che è vero?».   Nel suo sistema, la verità non è un obiettivo. È un costume. Un effetto. Un prodotto di istituzioni che parlano in nome della conoscenza.   Una volta accettato questo, tutto si capovolge. La scienza non è più un’indagine. È una forza di polizia della realtà. Il medico non è più un operatore sanitario. È un agente di normalizzazione. Il professore non è più un trasmettitore. È un cane da guardia. La giustizia non è più un giudizio. È una messa in scena. Una donna non è più una donna. È un incarico.   Judith Butler legge questo e inventa il genere performativo. Edward Said legge questo e inventa l’orientalismo accademico. Un’intera generazione impara che «la mia esperienza vissuta» ha più peso delle prove. Ed è qui che la situazione diventa vertiginosa. Foucault scriveva per seminari. Per Gallimard. Per un’aula magna del Collège de France. Non avrebbe mai potuto immaginare cosa sarebbe successo dopo.   Non immaginava che il dipartimento delle risorse umane di una multinazionale potesse trattare un fatto come un atto di violenza. Non immaginava che agli studenti venisse insegnato che la scienza occidentale è dominio. Non immaginava che in un’università non si potesse più affermare che un uomo non può partorire. Non immaginava la parola «wokismo». Non immaginava che un articolo di rivista, letto da trecento persone nel 1976, sarebbe diventato il sistema operativo di un continente.   Un uomo di Poitiers, brillante, tormentato, che voleva allentare la presa delle istituzioni, ha fornito il manuale d’uso per impadronirsene tutte. Questa è l’ironia.   Pensava di denunciare il potere. Ha dato al potere una nuova veste: quella di vittima, che si atteggia a vittima e tratta qualsiasi verità contraria come un’aggressione. Non ha rotto le finestre. Ha cambiato il programma. Ora ogni fatto è prima di tutto una mossa di potere. Il programma è in esecuzione. Non discutiamo più della realtà. Negoziamo la narrazione.

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Ecco come ci siamo ritrovati in questo mondo. Una scuola che sospetta invece di trasmettere. Una medicina che esita a nominare un corpo. Una stampa che confonde la verità con il kitsch. Una generazione che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte. Non è una deriva. È la tesi, spinta alle sue estreme conseguenze.   Se la verità non esiste, non resta altro che il gioco di potere. E il gioco di potere, una volta rivestito di virtù, non ha limiti.   Le persone che hanno ereditato tutto questo non sono mostri. Hanno ricevuto un software. Le cattive idee uccidono prima chi ci crede. La riconversione è possibile. Ma una civiltà che non sa più distinguere un fatto da un gioco di potere non può né guarire, né insegnare, né costruire.   La realtà non è un’oppressione. È l’unico terreno su cui i costruttori possono lavorare. Scusate.   E al lavoro.   Brivael Le Pogam  

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Il Vaticano autoghigliottinante. Se la Chiesa conciliare loda la Rivoluzione francese

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La segnalazione mi arriva da un sacerdote tradizionista. Da quello che capisco, la notizia circola nei canali di messaggistica, generando un piccolo scandalo, grande appena come il piccolo mondo antico dei cattolici rimasti cattolici.

 

Sito web ufficiale del Dicastero delle Cause dei Santi, l’organismo della Curia romana che si occupa di gestire tutti i processi di beatificazione e canonizzazione: guardiamo la pagina relativa al martirio del beato Jean-Baptiste Souzy (1732-1794), sacerdote morto consunto dalla fame e dalla malattia in una carcerazione disumana inflitta dalle forze anticristiche della Rivoluzione francese.  Con lui sono stati beatificati da Giovanni Paolo II nel 1995 altri 63 suoi compagni, chiamati «Martiri dei Pontoni».

 

Ecco l’incipit della pagina, dopo una citazione dalla Bibbia.

 

«La Rivoluzione Francese ebbe dei grandi meriti nella formazione politica, morale e sociale dell’epoca moderna, ma come tutte le rivoluzioni, che in qualche modo presuppongono un capovolgimento violento delle classi al potere con i rivoltosi, lasciò dietro di sé un lago di sangue, morti ingiuste, delitti e violenze».

 

Bisogna stropicciarsi bene gli occhi e rileggere.

 

«La Rivoluzione Francese ebbe dei grandi meriti nella formazione politica, morale e sociale dell’epoca moderna».

 

Eh?

 

Il Vaticano riconosce valori ai suoi persecutori? Roma si complimenta con chi ha ucciso i suoi figli? Il pastore loda il lupo, indicandolo pure come benemerito fondatore della società dove vive il gregge?

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Parrebbe proprio di sì. E sì che qualche riga sotto si deve pur ammettere come sono andate le cose:

 

«L’Assemblea Costituente nel 1789, dopo aver confiscato tutti i beni ecclesiastici e soppresso gli Istituti religiosi, decretò la Costituzione Civile del Clero, per cui vescovi e parroci, dovevano essere eletti con il voto popolare e imponendo al clero il giuramento di adesione alla Costituzione stessa; ci fu chi aderì (clero giurato) e chi non lo volle fare (clero “refrattario”)».

 

«L’Assemblea Legislativa andata al potere, infierì contro il clero “refrattario” giungendo nel 1792 a massacrarne 300, fra vescovi e sacerdoti. Seguì al potere la Convenzione Nazionale, che emise contro il clero “refrattario” dei decreti di deportazione per cui bisognava presentarsi spontaneamente pena la morte; furono così colpiti 2412 sacerdoti e religiosi, deportati in tre zone della Francia, di cui 829 a La Rochelle (Rochefort)».

 

Ecco, fa capolino la parola giusta: «massacro». In realtà, bisognerebbe ripeterne un’altra: persecuzione. E martirio.

 

In passato avevo notato come Bergoglio, ad esempio nel caso di suore trucidate in Africa, si fosse affrettato a dire che non si trattava di martirii. Il motivo, riflettevo, era evidente: se il sangue dei martiri è il semen christianorum, negare un martirio è compiere una contraccezione della Cristianità.

 

È la chiesa che vuole sterilizzarsi, sparire. Quella che dice ai proprietari di oratori e chiesette di «convertirli ad altro uso»: farli diventare studi di architettura, sale concerto, birrerie, centri yoga magari moschee. È la chiesa fatta di vescovi cui pare sia stato dato l’ordine di svendere, disintegrare gli edifici sacri che hanno ereditato, e pure quelli che non hanno ereditato.

 

È la chiesa della dissoluzione, nel senso del cupio dissolvi, dell’impulso di autodisintegrazione. Questa piccola nota del Dicastero delle Cause dei Santi ci fa capire che sotto potrebbe esserci di più: non solo contrarsi, ma autoghigliottinarsi. L’immaginario della Rivoluzione francese è tutto lì, specie per un cattolico. Il sospetto che questa volontà di suicidio cruenta sia deliberata diventa in noi sempre maggiore.

 

Chiunque, se si è avvicinato alla Religione, quale ecatombe anticristiana sia stata la Rivoluzione. Lo sterminio – sì, il genocidio – è stato immane. Qualcuno parla di almeno 100.000 «martiri della Rivoluzione», ma potrebbero essere molti di più.

 

La Vandea: contadini cattolici si sollevarono contro la Costituzione civile del clero, la chiusura delle chiese, la leva obbligatoria e la politica di scristianizzazione. Le stime oggi più accolte parlano di 150.000-200.000 morti nella regione (combattenti e civili), su una popolazione di circa 800.000 abitanti, cioè circa un quarto. Alcuni storici (Chaunu, Secher) arrivano a 250.000 o più e parlano di genocidio; altri ritengono che si trattasse di una guerra civile con atrocità di massa, non di uno sterminio pianificato in quanto cattolici. Le «colonne infernali» del 1794 massacrarono decine di migliaia di civili.

 

Circa 30.000 preti furono costretti a lasciare la Francia. Alcune centinaia di quelli che restarono furono giustiziati. Uno studio recente stima in poco meno di 3.000 i sacerdoti, i religiosi e le religiose morti in Francia tra il 1792 e il 1800 per motivi legati alla fede. Nei massacri di settembre 1792 a Parigi furono uccisi oltre 200 preti (191 poi beatificati). Il clero, pur essendo una piccola frazione della popolazione, rappresentò circa il 6-6,5% delle vittime della stagione del Terrore.

 

Le esecuzioni giudiziarie nel periodo del Terrore furono circa 16.000-17.000; con fucilazioni sommarie, annegamenti e morti in carcere si arriva a 35.000-40.000. La maggior parte delle vittime erano popolani, non nobili o preti.

 

Sono stati beatificati o canonizzati 443 cattolici uccisi in quel periodo (17 santi e 426 beati), tra cui le carmelitane di Compiègne, le martiri di Orange e i vescovi e preti dei massacri di settembre.

 

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Tralasciamo qui le analisi su come la Rivoluzione e i suoi scherani siano mostruosamente operativi anche oggi. Se non fosse chiaro già guardando figure come quella di Macron (storia strana, la sua…), lo abbiamo imparato guardando le Olimpiadi parigine 2024 e il grande show rivelatore della cerimonia di apertura, con Maria Antonietta decapitata che cantava il canto giacobino Ça ira dal medesimo palazzo in cui fu davvero rinchiusa, mentre cascate di sangue finto si riversano in istrada.

 

 

 

Un filosofo cattolico che solitamente non amo per nulla, il pensatore paulista Plinio Correa di Oliveira (1908-1995) parlava di «trasbordo ideologico inavvertito» un cambiamento graduale e impercettibile delle proprie idee, che porta  i cattolici ad abbracciare princìpi opposti ai propri, come il socialismo o il progressismo. Insomma, una sorta di Finestra di Overton che ti mena al laicismo scatenato.

 

Orbene, a differenza del Plinio, io vedo nella gerarchia un trasbordo ideologico programmato: una pista di lancio verso il suicidio della Chiesa, verso la sua stessa eliminazione violenta. Non nascondo di pensare che ciò potrebbe aver a che fare con la quantità di omosessuali consacrati nelle stanze dei bottoni vaticani.

 

La chiesa conciliare non riconosce più il suo seme, è divenuta sterile. La chiesa conciliare non riconosce più il suo nemico, anzi si offre in sacrifizio ad esso: è divenuta pienamente suicida.

 

Molto vi sarebbe da dire, certo, sulla società che ancora considera la Rivoluzione come lo stupendo atto fondatore della democrazia in Europa. Sì, è stato insegnato pure a me, alle elementari, alle medie, alle superiori. Lo ricordo benissimo.

 

Ciò deriva dal tema, mai discusso davvero, dell’origine completamente massonica dei nostri programmi scolastici, dal Risorgimento (la Rivoluzione massonica in Italia: cosa credete che abbiamo anche noi il tricolore a fare?) ai giorni nostri, senza che mezzo secolo di un partito in teoria cattolico al potere, la DC, abbia potuto fare nulla per cambiare.

 

Per cui, i nostri figli studiano tristi poeti massoni, e la storia del mondo così come la vogliono i grembiulini: è incredibile, perché per inculcare al ragazzo che la Rivoluzione francese è la base dello Stato moderno bisogna fargli mandare giù anche l’innegabile, cioè non tanto il genocidio anticristiano, ma l’infracasino sanguinario rivoluzionario, il Terrore etc. Se ci pensiamo, si tratta di una vera operazione di bispensiero orwelliano: la Rivoluzione è stato un massacro demoniaco, ma va bene così. La Rivoluzione, dicono i libri di testo della scuola dell’obbligo e oltre, è tua madre. Non facciamo battute ulteriori.

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Ora, vi è stato un tempo in cui era possibile prendere rifugio dalla follia della vulgata moderna semplicemente accedendo alla chiesa. Si era sicuri che lì la verità, scritta con il sangue dei martiri, non era stata dimenticata. Impossibile: la Cristianità stessa esiste come architettura costruita, martirio dopo martirio, ricordo dopo ricordo, santo dopo santo, sulle persecuzioni.

 

Invece ora è proprio la chiesa ad abbracciare la sua distruttrice – così che l’intero palazzo bimillenario dovrebbe venir giù, uno spettacolo di devastazione che con evidenza fa godere Satana e tanti suoi servi incistati in Vaticano.

 

Il Concilio Vaticano II è stato un accordo con l’Unione Sovietica, è stato detto. Anzi un accordo con gli ebrei, secondo certuni. Anzi un accordo con la massoneria, secondo altri. Un accordo con il mondo moderno, dicono altri ancora. A noi, per sintesi, viene voglia di dire: il Concilio è stato un accordo con il Male. E se il bene, diceva San Tommaso, è diffusivum sui, è espansione. Il Male, privatio boni, è quindi contrazione. Se il Male è entrato nella chiesa, è chiaro che chiede la sua diminuzione, meno chiese, meno fedeli, meno santi. Meno Dio.

 

Di più: il Male entrato nel Sacro Palazzo chiede la decapitazione stessa della Chiesa cattolica.

 

SPOILER ALERT: non vi riuscirà mai, perché, lo sappiamo, non prevalebunt. Tuttavia guardare questo spettacolo dà, comprensibilmente, il voltastomaco.

 

A chi sente che il malore teologico-gastrico diviene intollerabile possiamo consigliare la cura più valida: iniziate a frequentare la Fraternità San Pio X, la Messa antica, la Tradizione cattolica dove si tramanda la Storia vera, la Religione vera, la Verità.

 

Monsignor Lefebvre, rammentiamo en passant, era proprio francese…

 

Roberto Dal Bosco

 

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Bioetica

Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale

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Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.   Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?   La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.   Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.

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Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.   In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.   Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.   Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.   Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.   Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino…  

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Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.   La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.   Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.   Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.   «A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.   La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!   Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?   «C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.   Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.   Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.   Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.

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Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.   Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.   È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.   Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.   Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.   Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.

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Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.   Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.   «Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.   La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.   Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.   Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.   Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.   Viva San Marco. Viva.   Roberto Dal Bosco

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