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I democratici vogliono che Trump riveli il segreto sulle armi nucleari israeliane

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Un gruppo di 30 deputati democratici alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha chiesto all’amministrazione del presidente Donald Trump di rendere pubbliche informazioni sull’arsenale nucleare israeliano e sulle relative politiche. La mancanza di trasparenza, sostengono i parlamentari, minaccia l’intero Medio Oriente.

 

Israele non ha né confermato né smentito di possedere armi nucleari, né ha reso pubblica una dottrina che ne delinei il potenziale utilizzo o le linee rosse. Gli Stati Uniti, che sono a conoscenza del programma nucleare israeliano almeno dai primi anni sessanta, hanno mantenuto il silenzio sulla questione.

 

Washington sta combattendo «fianco a fianco con un Paese il cui potenziale programma di armi nucleari il governo degli Stati Uniti si rifiuta ufficialmente di riconoscere», hanno affermato i membri del Congresso, guidati dal deputato democratico Joaquin Castro, in una lettera indirizzata al Segretario di Stato Marco Rubio.

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«I rischi di errori di valutazione, di escalation e di utilizzo di armi nucleari in questo contesto non sono teorici», si legge nella lettera. Il gruppo ha chiesto che gli Stati Uniti applichino a Israele gli stessi standard di trasparenza previsti per gli altri Paesi, aggiungendo che altrimenti sarebbe impossibile una «politica coerente di non proliferazione per il Medio Oriente», che includa il programma nucleare iraniano e le ambizioni nucleari dell’Arabia Saudita.

 

Secondo le stime dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), si ritiene che Israele possieda tra le 80 e le 90 armi nucleari, tra cui circa 30 bombe atomiche e 50 testate per missili balistici.

 

Alcune foto scattate all’interno di un impianto nucleare israeliano e trapelate al Sunday Times nel 1986 suggerivano che il Paese avrebbe potuto produrre materiale sufficiente per realizzare fino a 200 bombe atomiche. Mordechai Vanunu, il tecnico che fece trapelare le foto, fu successivamente rapito a Roma dal Mossad e condannato a quasi vent’anni di carcere.

 

Secondo alcune fonti, Israele perseguì ambizioni nucleari poco dopo la sua fondazione nel 1948. Ernst David Bergmann, primo capo della Commissione israeliana per l’energia atomica istituita nel 1952, parlò della bomba atomica come di qualcosa che avrebbe garantito «che non saremmo mai più condotti come agnelli al macello».

 

Secondo un rapporto dell’Intelligence statunitense del 1960, il Centro di ricerca nucleare del Negev (NNRC), situato vicino alla città di Dimona e costruito alla fine degli anni Cinquanta, sarebbe stato progettato per produrre plutonio a fini militari. Secondo il SIPRI, Israele avrebbe potuto acquisire le sue prime armi nucleari alla fine degli anni Sessanta grazie al plutonio prodotto presso l’NNRC.

 

Secondo una dichiarazione del Comitato congiunto per l’Intelligence sull’energia atomica, declassificata nel 2024, Washington era a conoscenza del fatto che la NNRC fosse legata al settore degli armamenti già dal dicembre 1960. Nel 1967, secondo altri documenti declassificati, i soldati israeliani informarono l’ambasciata statunitense che Israele si trovava a «poche settimane» dalla bomba atomica.

 

Secondo la Federazione degli Scienziati Americani, nel 1973 Washington «era convinta che Israele possedesse armi nucleari». Nel 1979, un satellite americano rilevò un doppio lampo al largo delle coste del Sudafrica. I diari della Casa Bianca dell’ex presidente Jimmy Carter, pubblicati nel 2010, citavano la «crescente convinzione» che il lampo fosse un test nucleare israeliano.

 

Leonard Weiss, un consigliere del Senato informato sulla questione all’epoca, affermò che sia l’amministrazione Carter che quella Reagan tentarono di imbavagliarlo sull’incidente. «Mi dissero che avrebbe creato un gravissimo problema di politica estera per gli Stati Uniti se avessi affermato che si trattava di un test. Qualcuno aveva fatto trapelare qualcosa che gli Stati Uniti non volevano che nessuno sapesse», dichiarò al Guardian nel 2014.

 

Documenti della CIA declassificati suggeriscono che l’agenzia di Intelligence informò l’allora presidente Lyndon Johnson del possesso di armi nucleari da parte di Israele nel 1968. Il presidente ordinò all’allora direttore della CIA, Richard Helms, di mantenere il segreto persino al Segretario di Stato Dean Rusk e al Segretario alla Difesa Robert McNamara. Washington temeva presumibilmente che gli Stati arabi si sarebbero rifiutati di aderire al Trattato di non proliferazione nucleare se la notizia delle armi nucleari non dichiarate di Israele fosse venuta alla luce.

 

Secondo Avner Cohen, professore al Middlebury Institute of International Studies e autore di Israel and the Bomb, la politica del silenzio fu formalizzata in un incontro del 1969 tra il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon e il primo ministro israeliano Golda Meir. «Israele da solo non avrebbe potuto mantenere questa politica per decenni senza gli Stati Uniti», ha dichiarato martedì al Washington Post.

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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa l’Iran avvisò pubblicamente Israele dicendo di sapere dove nascondeva le sua armi atomiche. Nello stesso periodo Erdogan aveva chiesto chiarezza sullo status nucleare dello Stato Ebraico.

 

Le bellicose dichiarazioni di ministri sionisti del gabinetto estremista di Benjamino Netanyahu, come quella di nuclearizzare Gaza sostenuta dal ministro israeliano del patrimonio culturale Amichai Eliyahu, secondo alcuni conterrebbero implicitamente la conferma del possesso da parte dello Stato Giudaico di orgigni atomici.

 

Cinque anni fa lo Stato degli ebrei aveve rilanciato un programma di ricerca nucleare.

 

L’idea di utilizzare nei presenti conflitti bombe a neutrone è emersa quattro settimane fa alla TV israeliana.

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Stati Uniti e Israele concordano sulla rimozione del materiale nucleare da un sito segreto in Siria

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Stati Uniti e Israele hanno trovato un’intesa con Damasco per prelevare materiale nucleare da un impianto clandestino in Siria. Lo riporta la testata Axios, sulla base di dichiarazioni di funzionari americani e israeliani.   La testata riferisce che all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) sarà permesso di entrare nella zona, chiamata «Sito 99», per ritirare i resti del reattore siriano di Al-Kibar, distrutto da un attacco aereo israeliano nel 2007.   Alcune fonti indicano che nel luogo si troverebbe yellowcake, una polvere di uranio arricchito che può essere convertita in combustibile nucleare. Anche se questa sostanza non è direttamente impiegabile per realizzare un’arma atomica, potrebbe essere sparsa con esplosivi ordinari, provocando una contaminazione radioattiva, nella forma nota come bomba sporca, minacciata tante volte anche nel teatro bellico ucraino.   Secondo certe informazioni, Israele avrebbe colpito gli accessi del sito poco dopo che una coalizione di formazioni ribelli appoggiate dagli Stati Uniti aveva preso il controllo di Damasco nel dicembre 2024, deponendo il presidente siriano Bashar al-Assad. Un funzionario israeliano ha detto ad Axios che Tel Aviv aveva minacciato di bombardare di nuovo l’area qualora il materiale nucleare non fosse stato allontanato o se fossero emersi indizi di un tentativo siriano di raggiungerlo.

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Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, già comandante jihadista in passato ricercato dagli Stati Uniti con il nome di Abu Mohammad al-Jolani, sta tentando di rafforzare i legami del Paese con l’Occidente e di ottenere aiuti internazionali per una Siria ancora segnata dalla guerra civile iniziata nel 2011. Il mese scorso ha reso noto di essere impegnato in un’intesa di sicurezza con Israele, che dal 2024 controlla porzioni della Siria sud-occidentale, ampliando la propria presenza oltre le alture del Golan occupate dal 1967.   Il reattore nucleare di Al-Kibar era stato attaccato da aerei israeliani ancora il 6 settembre 2007 durante la cosiddetta operazione Orchard («frutteto»).   Lo Stato Ebraico aveva pianificato e realizzato il raid dopo aver ottenuto informazioni di Intelligence secondo cui la Siria stava sviluppando capacità nucleari con il supporto della Corea del Nord. Gli aerei da combattimento israeliani hanno violato lo spazio aereo siriano e distrutto la struttura prima che il reattore potesse diventare operativo. Per garantire il successo della missione e limitare la reazione avversaria, le forze israeliane hanno anche neutralizzato temporaneamente i sistemi di difesa radar della Siria.   Il governo di Damasco ha inizialmente negato la natura militare o nucleare del sito bombardato. L’episodio è rimasto a lungo avvolto nel riserbo ufficiale da parte di Israele, che ha ammesso formalmente la responsabilità dell’attacco soltanto diversi anni più tardi.   L’operazione Frutteto ha bloccato sul nascere il programma atomico siriano ed è considerata un importante precedente strategico nell’ambito della dottrina di sicurezza israeliana contro la proliferazione nucleare nella regione.  

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Il Pentagono sta elaborando una strategia nucleare in vista di una potenziale guerra con Russia e Cina

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Il Pentagono starebbe elaborando una strategia nucleare destinata a offrire al presidente degli Stati Uniti un ventaglio più ampio di possibilità nucleari in caso di potenziale scontro con Russia o Cina, secondo quanto riportato mercoledì dalla NBC sulla base di fonti informate sui piani.

 

L’approccio in discussione, a quanto si apprende, attribuirebbe maggiore peso alle armi nucleari tattiche a corto raggio nei conflitti regionali, invece di dipendere principalmente da quelle strategiche a lungo raggio.

 

Sempre secondo la NBC, la revisione classificata avrebbe lo scopo di esaminare possibili scenari in cui alleati degli Stati Uniti subissero un attacco da parte di Russia o Cina nell’ambito di un conflitto regionale. La supervisione risulterebbe affidata a Elbridge Colby, responsabile delle politiche del Pentagono.

 

Funzionari della difesa statunitensi hanno riferito alla NBC che l’intento è quello di mettere a disposizione del presidente opzioni nucleari più «realistiche e credibili», sostenendo che una gamma più estesa di scelte «rafforzerebbe la deterrenza».

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Questa revisione arriva a circa sei mesi dalla scadenza del trattato New START, l’ultimo accordo bilaterale ancora vigente che limitava gli arsenali nucleari strategici di Stati Uniti e Russia. Sottoscritto nel 2010 e prorogato nel 2021, il trattato stabiliva per ciascuna parte un tetto massimo di 1.550 testate nucleari strategiche e 700 sistemi di lancio schierati, prevedendo al contempo misure di trasparenza e verifiche in loco. È scaduto a febbraio senza essere sostituito.

 

Nonostante la scadenza, Mosca ha dichiarato di non voler essere «la prima a compiere passi verso un’escalation» incrementando il numero di testate nucleari, a condizione che gli Stati Uniti adottino lo stesso comportamento.

 

Prima della scadenza del trattato, il presidente russo Vladimiro Putin aveva proposto che Mosca e Washington continuassero a rispettare i limiti per un ulteriore anno, nel frattempo negoziando un accordo sostitutivo. Il presidente statunitense Donald Trump ha affermato di desiderare un accordo «migliore» che coinvolgesse anche la Cina. Pechino, il cui arsenale nucleare è stimato intorno alle 600 testate, ha rifiutato di partecipare a tali colloqui, sostenendo che i Paesi con i maggiori arsenali dovrebbero assumersi la responsabilità principale del disarmo nucleare.

 

Mosca ha quindi dichiarato che qualsiasi accordo più ampio dovrebbe includere anche i membri della NATO dotati di armi nucleari, ovvero Francia e Regno Unito.

 

Nel 2024 la Russia ha aggiornato la propria dottrina nucleare, stabilendo che un’aggressione da parte di uno Stato non nucleare appoggiato da una potenza nucleare sarebbe stata considerata un attacco congiunto e che le armi nucleari avrebbero potuto essere impiegate qualora un’aggressione convenzionale avesse costituito una minaccia critica alla sovranità o all’integrità territoriale della Russia o del suo alleato, la Bielorussia.

 

Mosca ha continuamente criticato il dispiegamento di armi nucleari statunitensi in Europa nell’ambito degli accordi di condivisione nucleare della NATO. Pur avendo dichiarato di non avere intenzione di attaccare alcun Paese membro dell’Alleanza, ha avvertito che avrebbe preso di mira con il proprio arsenale nucleare i Paesi che ospitano armi di questo tipo rivolte contro la Russia.

 

Negli ultimi tre anni in Russia è emerso il pensiero di Sergej Karaganov, professore di relazioni internazionali che ritiene possibile l’uso di armi nucleari nel contesto dell’attuale frizione tra Mosca e l’Occidente.

 

Il politologo, membro onorario del presidio del Consiglio Russo per la Politica Estera e di Difesa (SVOP), in passato ha più volte sollevato in diversi articoli la questione delle armi nucleari e ha suggerito alla Russia di prendere in considerazione la possibilità di effettuare, prima o poi, attacchi nucleari preventivi contro obiettivi in ​​Europa.

 

Come riportato da Renovatio 21, a settembre 2023 la NATO ha pubblicato sul suo sito un articolo di un funzionario della difesa americano in pensione – Gregory Weaver, un consigliere per la difesa nucleare e missilistica dei capi di Stato maggiore congiunti – che invitava il blocco a combattere e vincere una guerra nucleare limitata contro la Russia. Se gli Stati Uniti e la Cina dovessero scontrarsi su Taiwan, l’autore sostiene che probabilmente ne seguirebbe una guerra su vasta scala in Europa.

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Come noto, il programma NATO consente il dispiegamento di bombe nucleari statunitensi sul territorio di altre nazioni NATO non nucleari. L’utilizzo di una simile strategia di condivisione transnazionale delle testate programmata ora dalla Russia con la Bielorussia, tuttavia, suscita le ire del Patto Atlantico, e le richieste allucinanti di Paesi come la Polonia, che sull’argomento in realtà insiste da tempo.

 

In un articolo del 23 giugno 2023 pubblicato dal Bulletin of the Atomic Scientists, Alexander Vershbow, diplomatico americano ed ex vicesegretario generale della NATO, ha anche sollecitato l’espansione del dispiegamento di armi nucleari tattiche in Europa oltre i limitati passaggi richiesti dalla postura nucleare dell’amministrazione Biden.

 

Il Pentagono, che anche lamenta la «rapida espansione» dell’arsenale atomico della Cina, nel frattempo sta sviluppando nuovi tipi di atomiche 24 volte più potenti di quella sganciata su Hiroshima e certificando i bombardieri B-2 per il trasporto della bomba nucleare B61-12.

 

In passato vertici politici e militari nordcoreani hanno dato la guerra termonucleare come imminente.

 

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 Immagine di David B. Gleason via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

 

 

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La Cina supera la Francia nel settore dell’energia nucleare e approva la costruzione di altri otto reattori.

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Due reattori cinesi hanno raggiunto importanti traguardi di avvio a quattro giorni di distanza l’uno dall’altro, portando la capacità nucleare installata della Cina a 63,98 GWe e superando per la prima volta i 63 GW della Francia. Lo riporta EIRN.   La Cina è ora seconda al mondo, dopo gli Stati Uniti con 96,9 GWe, ed è l’unico dei tre paesi ad aver ampliato la propria capacità.   Il reattore Changjiang 3, sull’isola di Hainan, è stato collegato alla rete il 1° agosto. Si tratta di un Hualong One, il reattore ad acqua pressurizzata di progettazione nazionale, la cui costruzione, iniziata con la posa della prima pietra nel marzo 2021 e conclusa con il collegamento alla rete, è durata cinque anni e cinque mesi. Sono già state approvate per la costruzione altre 37 unità Hualong One.

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Il reattore Taipingling 2, nella provincia del Guangdong, è entrato in funzione il 3 agosto, dopo aver completato la fase dimostrativa. Il 31 luglio, il Consiglio di Stato ha approvato la costruzione di altre otto unità per un valore di circa 170 miliardi di CNY, pari a circa 25 miliardi di dollari: due a Jinqimen, nello Zhejiang, due a Taipingling, due a Zhuanghe, nel Liaoning, e due a Laiyang, nello Shandong.   Le due unità di Laiyang rappresenteranno il primo progetto standardizzato, costruito in serie, utilizzando il reattore Guohe One, la versione cinese ingrandita del Westinghouse AP1000.   Hainan, una provincia insulare di dieci milioni di abitanti, ha designato l’energia nucleare come principale fonte di elettricità. Nello stesso sito di Changjiang 3 sorge l’unità dimostrativa Linglong One, un piccolo reattore modulare da 125 MWe progettato per la produzione di elettricità, teleriscaldamento, vapore industriale o desalinizzazione dell’acqua di mare, risultando quindi una macchina ideale per quei luoghi privi di elettricità e acqua potabile.   La Repubblica Popolare si sta ponendo come protagonista dell’industria atomica, al punto che ci si chiede se sia in corso il sorpasso nucleare sugli USA.   Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso scienziati cinesi avevano introdotto un nuovo dispositivo di prova per la produzione di fusione.

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Sempre l’anno passato la Cina aveva fatto sapere che costruirà un reattore ibrido a fusione-fissione entro il 2030, con l’obiettivo di generare 100 megawatt di elettricità continua e connettersi alla rete nazionale entro la fine di questo decennio.   Come riportato da Renovatio 21la Cina sta portando avanti le ricerche sulla fusione da anni. La Cina ha accelerato con i suoi studi per la fusione dopo che negli scorsi anni un team di scienziati cinesi aveva affermato di aver trovato un metodo nuovo e più conveniente per il processo.   Una volta scoperto un processo stabile per ottenere la fusione, potrebbe entrare in giuoco l’Elio-3, una sostanza contenuta in grande abbondanza sulla Luna, dove la Cina, come noto, sta operando diverse missioni spaziali di successo. Da qui potrebbe svilupparsi definitivamente il ramo cosmico dello scacchiere internazionale, la geopolitica spaziale che qualcuno già chiama «astropolitica», e già si prospetta come un possibile teatro di guerra.

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 Immagine di Petr Pavlicek/IAEA via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic  
   
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