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Pensiero

La superguerra è vicina. E non assomiglia a nulla di quello che abbiamo visto

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Un amico del giro del tabarro mi chiama. Lo fa due tre volte l’anno, per parlare delle faccende della scena tabarrista (che è stupendamente variegata, e incomprensibilmente complicata), ci raccontiamo inezie e sorridiamo, sghignazziamo. Poi però, come per un rito ciclico, mi chiede sempre la stessa domanda: «ci sarà la guerra?». Lo chiede in modo sommesso, come se – rara avis – si rendesse conto di quanto grave può essere una guerra, ieri e, sopratutto oggi.

 

«Ci sarà» gli ho risposto stavolta, quasi senza pensarci. Non so da dove mi venisse questa sicurezza, né da dove venisse la risposta stessa. Pur occupandomi, col giornale che state leggendo, di tutti gli elementi necessari per tentare di capire la scena mondiale, confesso che mai mi è venuto di fare una simile predizione. Fors’anche perché la mia mente, naturalmente, rifiuta l’idea. La rifiuta, essenzialmente, perché sono un padre di famiglia – credo che sia così.

 

La guerra è vicina: abbiamo tutti gli ingredienti sufficienti a farla scoppiare. Vi sono, sopra ogni cosa, precise motivazioni: ci sono quelle di superficie, e poi quelle profonde. Che sono metafisiche, soprannaturali, preternaturali, spirituali. Andiamo con ordine.

 

L’attacco di queste ore a Mosca, durante le elezioni politiche, non ha precedenti: 2.000 droni lanciati contro la Russia, a colpire non solo le raffinerie – cosa che Trump aveva chiesto a Zelens’kyj di non fare – ma, comme d’habitude, i civili.

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La prima domanda che dovete farvi è: quanto la Russia può tollerare di avere la propria popolazione sotto attacco costante? Quanto Putin può pazientare – lo sta di fatto facendo ora, aspettando la diplomazia, come lo ha fatto negli otto anni di massacri in Donbass da parte degli ucronazisti post-Maidan – prima di scatenare la potenza militare russa contro Kiev?

 

Ricordate, prima degli accordi ottenuti in Turchia ancora nel marzo 2022, a meno di una manciata di settimane dallo start del conflitto aperto, una colonna di decine di chilometri di carri armati russi stava fuori da Kiev. Furono ritirati su richiesta dell’Ucraina, come segno di buona fede per i negoziati. Mosca li accontentò. Boris Johnson, poco dopo, fece fallire l’accordo: ne sono seguiti i quattro anni di strage che conosciamo. Una durata che ha superato la Grande Guerra Patriottica, come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale: Mosca dal 1941 al 1945 ha combattuto per 1.418 giorni; in Ucraina lo scontro ha superato i 1.670 giorni.

 

Malgrado il numero dei morti non si avvicini nemmeno lontanamente a quello della Seconda Guerra Mondiale, per la Russia moderna con evidenza si tratta del conflitto più rilevante – perché anche qui riguarda la questione esistenziale dell’intera civiltà russa (è il lungo discorso che Putin fece a Tucker Carlson nella celebre intervista tre anni fa), minacciata ai suoi confini – Ucraina, etimologicamente, significa «sul confine» – come ai tempi di Hitler, Napoleone, dei mongoli – e ora la NATO. Nella mente russa è facile far scattare un altro grilletto: la presenza di truppe con la svastica fa comprendere bene la dimensione del conflitto, con Putin a parlare di denazificazione sin dalla prima ora.

 

I tasselli militari e psicostorici perché Mosca reagisca con la sua potenza contro Kiev, insomma, ci sono tutti.

 

La seconda domanda che dovete farvi è: chi ha dato a Kiev tutti quei droni? Chi li ha puntati? Chi ne ha insegnato l’uso agli operatori ucraini?

 

Qui uno può rispondere: oramai gli ucraini se li producono da soli, la visita ad un fabbricone di droni è stata l’ultima cosa pubblica che ha fatto il senatore falco (e ambiguo, diciamo) Lindsey Graham prima di morire. Tuttavia è cosa nota, ed ad un certo punto pure rivendicata, l’assistenza totale che è stata data dall’Occidente, in particolare dai britannici, nelle armi lanciate contro l’entroterra russo. È la storia, oltre che dei droni, dei missili Storm Shadow: le coordinate di lancio e il puntamento satellitare, dicono i russi, gli ucraini non possono esserseli dati da soli.

 

Nel periodo della slatentizzazione più oscena, non è nemmeno definibile come una proxy war, una guerra per procura: tutto è sotto la luce del sole. Da qui gli avvertimenti delle ultime settimane dai consiglieri Putin e Lavrov, che parlano delle fabbriche dei droni in altri Paesi come «obiettivi legittimi»: un azzardo non da poco, visto che una simile situazione farebbe scattare contro Mosca l’articolo 5 NATO, e cioè ciò che il Cremlino sembrava aver voluto evitare sinora. La lista include Regno Unito, Germania, Spagna, Repubblica Ceca, Danimarca, Turchia e, certo, Italia.

 

E quindi, se avete risposto alle due semplici domande scaturite dai fatti di cronaca bellica delle ultime ore, potete capirlo da voi: un attacco totale della Russia sull’Ucraina – con invasione definitiva, oppure con diluvio di missili ipersonici e non su tutti i centri del potere: non sappiamo davvero – potrebbe essere sul serio dietro l’angolo.

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Non solo: anche un attacco ai Paesi che sostengono la guerra contro la Russia non è possibile escluderlo. Non solo perché i moscoviti vi hanno ammiccato, ma perché la situazione degenera ogni giorno di più: avete letto su Renovatio 21 che la Lituania, Paese ex sovietico, vota in Parlamento per poter ospitare armi atomiche occidentali sul suo territorio.

 

Non solo: va sottolineato l’entusiasmo – non può essere chiamato altrimenti – di alcuni Paesi europei per la guerra ventura. La Germania, che ha avviato, sia pur goffamente, una rimilitarizzazione ultramiliardaria (cioè, una delle cose che la creazione della NATO doveva prevenire…) pare non aspetti altro – non è escluso che la postura aggressiva terminale di Berlino scatti anche solo con un’operazione risolutiva russa nella sola Kiev.

 

La Francia pure, viste le idee di ministri della Difesa e di generali, e pure del presidente, non disdegnerebbe: così da sistemare i conti con Mosca per il Sahel, l’Africa francofona, soffiata dai russi a Parigi in questi ultimi anni.

 

La Polonia – «Cristo delle nazioni», secondo il poeta Adam Mickiewicz, il più importante esponente del romanticismo polacco – sembra avere una voglia matta di immolarsi, e glielo faranno fare: ai vertici hanno neocon (nel senso: il ministro degli Esteri Radoslav Sikorski è sposato con Anne Applebaum, da decadi inossidabile colonnella del neoconservatorismo che alligna a Washington qualsiasi sia il colore dell’amministrazione) che non vedono l’ora di spingere un altro Paese nella fornace della guerra, magari nucleare.

 

Della Gran Bretagna abbiamo detto: lì, lo sapete, c’è dietro un odium immortale che affonda nella storia, con il Grande Gioco in Asia meridionale e Centrale, come pure nella teoria geopolitica di Halford Mackinder, che appare come demonicamente impressa nei secoli nella matrice politica internazionale di Londra e pure di Washington.

 

C’è da capire cosa faranno altri Paesi, come la Spagna, o l’Italia. Dalla storia capiamo come Madrid potrebbe semplicemente togliersi, come con Franco durante la Seconda Guerra. Mentre confidiamo che l’Italia, as usual, faccia per la guerra la peggior scelta possibile.

 

Insomma, lo scacchiere per la guerra in Europa è pronto, prontissimo. Tuttavia, la catastrofe non riguarda solo l’Europa.

 

Il Medio Oriente è in fiamme. L’attacco all’oleodotto saudita Est-Ovest, quello che ha impedito l’ultima possibilità di aggirare lo Stretto di Ormuzzo, reca un segno precisissimo: provenendo il drone dall’Iraq è giocoforza una mossa dell’Iran, che controlla le bande sciite irachene, come guida gli Houthi in Yemen, i quali ora con la presa dello Stretto di Bab al-Mandeb possono di fatto chiudere l’accesso al Mar Rosso e quindi, al Canale di Suez, riportando il traffico marittimo mondiale indietro di secoli, con le navi a fare il periplo dell’Africa per il Capo di Buona Speranza.

 

Come a suo tempo abbiamo scritto, ad abundantiam, su Renovatio 21, Iran e Sauditi avevano fatto la pace, su mediazione cinese: il 10 marzo 2023 era stato stipulato l’Accordo di Pechino, con il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Teheran e Riad, bruscamente interrotte nel 2016. I due Paesi si erano sempre odiati, e il motivo è presto detto: non c’è solo la questione confessionale, sciiti contro sunniti (wahabiti, per giunta), ma il tentativo attivo di esportare la rivoluzione teocratica in Arabia, dove regna, diceva l’aiatollà Ruhollah Khomeini, una monarchia «corrotta, illegittima e asservita agli Stati Uniti».

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Ai suoi albori, la Repubblica Islamica utilizzò massicciamente le trasmissioni radiofoniche per spingere la minoranza sciita dell’Arabia Saudita (concentrata nella Provincia Orientale, ricca di petrolio) a insorgere contro il governo centrale, provocando violente rivolte di piazza tra il 1979 e il 1980. Le tensioni hanno avuto ripercussioni in era recente: il 2 gennaio 2016 l’Arabia Saudita giustiziò tramite decapitazione Nimr al-Nimr, un influente religioso e leader sciita saudita, insieme ad altre 47 persone accusate di terrorismo – fu lì che le relazioni diplomatiche tra i due Paesi saltarono.

 

Se in Arabia Saudita non vi fu un vero golpe tentato dall’Iran, esso tuttavia sponsorizzò tentativi di colpo di Stato contro altre monarchie del Golfo alleate dei sauditi. Il caso più clamoroso avvenne nel dicembre 1981 in Bahrein, dove il Fronte Islamico per la Liberazione del Bahrein (un gruppo militante sciita addestrato e finanziato da Teheran) fu scoperto e fermato mentre pianificava un colpo di Stato orchestrato per rovesciare la famiglia reale Al Khalifa.

 

E quindi: la vera guerra, a Ormuzzo, potrebbe non essere tanto tra Iran e USA, e Israele, ma con l’Arabia Saudita, finita ora, con lo stop alle esportazioni petrolifere, in un cul del sac economico colossale – che, ovvio, coinvolge tutta l’economia di ogni Paese della Terra dipendente dal petrolio.

 

Riguardo allo Stato degli ebrei, è chiaro quanto la situazione di distruzione internazionale possa giovare al suo piano messianico sionista del «Grande Israele», dall’Eufrate al Nilo (secondo quanto interpretato dal libro della Genesi, 15,18, e, per alcuni, illustrato dalle due strisce azzurre che nella bandiera contengono il simbolo cabalista della stella a sei punte). Impegnato l’Iran in un conflitto distruttivo con i Saudi e con gli USA, lo Stato Giudaico potrebbe con relativa tranquillità travolgere tutti gli Stati limitrofi, come la Siria con il suo governo fantoccio di jihadisti, magari gettando qualcuna delle sue duecento presunte armi atomiche (o a neutrone) non dichiarate o semplicemente precipitando le bombe che ora Trump vuole fornire, bombe che hanno una capacità distruttiva superiore a quella vista a Dresda nel 1945.

 

Spostiamoci più a Est: India e Pakistan è difficile che restino con le mani a posto – mani che hanno dita nucleari. Le ultime schermaglie erano state sedate pochi mesi fa da Trump, all’epoca ancora visto come autoritario uomo della Pace mondiale. Con gli USA distratti (e, va detto, sempre più insofferenti con l’«alleato» di Islamabad) Nuova Delhi potrebbe gridare, come sempre, e con qualche ragione, al Pakistan «fabbrica del terrorismo», e cominciare le operazioni. Il Pakistan potrebbe fare la stessa cosa, inventandosi qualsiasi pretesto, il Kashmir, l’ennesimo incidente al confine.

 

Islamabad avrebbe da risolvere anche il problema dell’Afghanistan talebano, con cui ha vaste e sanguinarie divergenze: e sì che i talebani, si dice, erano stati creati dall’ISI, il servizio segreto pakistano, ancora ai tempi dell’invasione sovietica. La golemica, a quanto si vede, prospera anche laggiù. I nostri lettori sanno che i talebani ora sono apertamente fiancheggiati dagli indiani.

 

Più a Est ancora: era esploso, vi ricorderete, un conflitto tra Cambogia e Tailandia (due Paesi i cui popoli non si amano, come da tradizione umana di buon vicinato), anche quello messo a cuccia dal primo Trump. È inevitabile crediamo, che si riaccenda, magari coinvolgendo pure qualche Stato limitrofo, e perfino la Cina.

 

Già, la Cina: Paese chiave del XXI secolo, è impossibile che dinanzi all’accelerazione della crisi mondiale non colga l’occasione: riprendersi Taiwano è, da anni, nei discorsi ufficiali di Xi Jinping, che ad occhio non ci tiene a passare per quaraquaquà, e sa che la riunificazione sarebbe ciò per cui verrebbe ricordato a Pechino ad aeternum, come fosse un imperatore dell’era classica.

 

L’attacco ai Taiwan devasterebbe l’economia mondiale inserendo una dimensione ulteriore: Formosa gode dello scudo dei microchip, cioè gli attacchi sono prevenuti perché la maggior parte dei microprocessori, e in particolare quelli più avanzati che i cinesi non sono (ancora) in grado di replicare, vengono prodotti lì. È il motivo per cui gli Stati Uniti proteggono l’isola. Dopo il petrolio e i fertilizzanti, la sparizione di circuiti elettronici dal mercato globale renderebbe quantità di imprese, grandi e piccole, inservibili.

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Ecco perché nel vortice di Taiwano verrebbe risucchiato anche il Giappone, che, nonostante gli evidenti legami con la manifattura cinese, non si sottrarrebbe allo scontro, e forse non per le isole (praticamente, degli scogli) Senkaku. Poco più in là, altro mostro che spaventa da morire Tokyo, la potenza atomica della Corea del Nord. Inevitabile che pensi di attaccare Seul (che sta a pochi chilometri dal confine…) non più solo con palloni di spazzatura volante, e forse partecipare anche in altri teatri bellici dell’area, non escludendo nemmeno il Giappone. Pyongyang, rammentiamo, ha vantato in questi anni il possesso della catastrofica arma-tsunami, un sistema nucleare in grado di spazzare via un’intera costa, con le sue città, creando onde oceaniche alte 500 metri – un dispositivo invero apocalittico sviluppato dai russi col nome di Poseidon, di cui ripetutamente minacciato l’uso contro la Gran Bretagna, finita sommersa da un maremoto radioattivo.

 

Con la Cina sia le Filippine che il Vietnam (che con Pechino ha fatto una guerra vera di un mese nel marzo 1979) hanno dispute territoriali in sospeso. L’Australia, abbiamo visto, si prepara alla guerra con i cinesi da tempo – e ha pienamente accettato la build-up militare americana sul suo suolo. Insomma, il settore asiatico è una polveriera, come e più di quello europeo.

 

Ancora, l’Africa: abbiamo accennato alla disputa degli Stati del Sahel, ora usciti dai vincoli francesi ed alleatosi di fatto con i russi. Al tempo del golpe in Niger si parlò di un intervento militare invasivo, che Parigi avrebbe appoggiato, dell’ECOWAS (acronimo di Economic Community of West African States, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), dove, oltre a nazioni di medio peso come Senegal e Ghana, pesa la presenza della potenza egemone regionale della Nigeria. Arduo credere che un simile conflitto – con dietro le quinte le potenze che magari a quel punto si stanno combattendo direttamente anche in Europa – non riaffiori in caso di innesco della guerra mondiale.

 

Potremmo continuare con il quadro: Armenia ed Azerbaigian, Egitto e Etiopia, Marocco ed Algeria, Serbia ed Albania (cioè, Kosovo). La polvere da sparo è lì, la miccia pure.

 

Tuttavia vogliamo significare qui un altro elemento preciso: la guerra che verrà non sarà in nulla simile a quelle che abbiam già veduto.

 

In un caso, cioè con uno scambio di centinaia se non migliaia di testate termonucleari, sappiamo cosa può accadere: distruzione massiva di gran parte dell’umanità (sicuramente di quella occidentale…), inverno nucleare (una nuova «piccola era glaciale» artificiale), poi un periodo di fame, e di barbarie, che ucciderà almeno cinque miliardi di persone, ammesso che gli altri due siano sopravvissuti. Tale prospettiva non è speculazione: abbiamo seguito come sia la Russia che, nelle ultime settimane, gli Stati Uniti abbiano riscritto la loro dottrina nucleare, adattando il codice per l’uso delle armi fine-di-mondo alla situazione presente.

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Vi è, ad ogni modo, un altro scenario. Potrebbe non esservi, per qualche ragione, un uso di atomiche, o un uso limitato. Il resto diverrebbe una classica guerra territoriale che, però, non ci sentiamo di definire come una guerra tradizionale. Sì, come negli scorsi episodi, sarebbe una guerra che non coinvolge gli eserciti, ma anche la popolazione civile – anzi, sarebbe diretta essenzialmente alla popolazione civile, secondo il principio sterminatore visto benissimo a Gaza.

 

Tuttavia le forme di questa guerra sarebbero inedite per tutti noi.

 

Innanzitutto, quella che è la più grande rivoluzione bellica dalla Prima Guerra Mondiale: i droni. I nostri cieli, e l’aria appena sopra alle nostre teste, si riempiranno di queste micromacchine volanti di morte. Il loro impiego ha sconvolto il teatro ucraino: oggi, con probabilità, la Russia non potrebbe mandare più quella colonna di carrarmati che stazionava a poca distanza da Kiev nel marzo 2022. Ciò non vale solo per i militari e i loro mezzi: l’opzione sul tavolo, mostrata tante volte da Renovatio 21, è quella dei cosiddetti slaughterbots, microdroni programmati per essere rilasciati in grandi sciami, riconoscere e uccidere gli esseri umani perfino dentro i palazzi (scuole, uffici) o nelle loro abitazioni. Cose simili, hanno detto, in parte si sarebbero già viste a Gaza.

 

Non ci sono solo i droni: la guerra si fa robotica. Abbiamo visto di già soldati che si arrendono ad automi, il cui dispiegamento militare è in aumento esponenziale programmato. Robotti antropomorfi, robocani, rover autonomi armati: le creature artificiali da combattimento sono già qui e, aggiungiamo, sono pronte a darvi la caccia, con determinazione e furbizia fornite dall’Intelligenza Artificiale.

 

Dobbiamo poi parlare dei missili ipersonici: essendo impossibile intercettarli, possiamo dire che non vi è difesa possibile, perché la velocità è tale che nemmeno è detto che si possa rilevarli, o rilevarne la traiettoria. La differenza con le vecchie guerre è evidente: niente più allarmi aerei, il popolo che corre nei rifugi, o in cantina, o nelle grotte: un impatto che arriva prima del suo suono, e poi distruzione. Gli Oreshnik russi possono essere equipaggiati con testate atomiche, e un sistema MIRV, cioè di sgancio, a pioggia, di sei testate indipendenti. Il tempo per arrivare dal territorio russo a qualsiasi città europea (l’obiettivo strategico ideale per tornare all’equilibrio mondiale, secondo il politologo russo Sergej Karaganov) e di meno di un quarto d’ora. Chi di noi vive vicino ad una base militare, come me, ci dovrebbe pensare, almeno una volta al giorno.

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Non è improbabile che la prossima guerra vedrà l’utilizzo di armi ad impulso elettromagnetico (EMP), in grado di friggere tutti i circuiti elettronici e i sistemi elettrici, non colpendo direttamente gli esseri viventi, ma neutralizzando all’istante l’infrastruttura tecnologica del nemico, non solo mettendo l’esercito KO, ma ingenerando giocoforza il collasso sociale interno dell’avversario, con la popolazione in preda ad un blackout irreversibile. Le armi EMP rientrano non solo nell’uso del nucleare (l’impulso è ottenuto da una detonazione ad alta quota), ma anche in scenari limitati (NNEMP, Non Nuclear Electromagnetic Pulse) dove si immagina la disposizione tattica di generatori chimici o elettronici per disabilitare i sistemi di un singolo edificio, di un veicolo o di una flotta di droni, senza provocare esplosioni atomiche. Bombe elettromagnetiche, abbiamo riportato, sono state testate di recente da Kim Jong-un.

 

E ancora: potremmo parlare delle armi laser, delle armi a microonde, delle armi metereologiche ed ambientali (la militarizzazione della geoingegneria, già ben avviata). Chi ha seguito Renovatio 21 sa che tutto questo è realtà odierna. Per non parlare dei virus, ora progettati con l’Intelligenza Artificiale – o forse direttamente dall’Intelligenza Artificiale.

 

Aggiungiamo che abbiamo tutte le pedine al loro posto per vedere estesa la guerra nello spazio. Gli USA, che hanno creato un ramo delle forze armate specifico (la Space Force, le cui uniformi proposte sembrano quelle degli ufficiali dell’Impero di Guerre Stellari: bellissime) hanno appena detto di avere armi nello spazio. La Russia ha risposto prima accusando gli americani poi mettendo in orbita, di lì a poche ore, un mezzo militare. La Cina è già ben presente, anche con progetti di colonizzazione del suolo lunare. L’India dispone di armi antisatellite, la Germania dice di voler laser orbitanti. La prima guerra spaziale potrebbe generare tanti detriti da rendere impossibile l’uscita della stratosfera per sempre: è la sindrome di Kessler, alla quale nessuno, quando combatte, smette di credere.

 

Non parliamo allora di una guerra, ma di una superguerra. Un superguerra per una super-ecatombe, che conteremo in milioni morti (megadeath), forse in miliardi, un massacro assoluto, il sacrificio del mondo stesso al nulla, alla distruzione, a coloro che odiano l’uomo, e vogliono ucciderlo, sin dal principio.

 

Qui veniamo alla parte spirituale del problema, e alla domanda più importante: perché? Perché tutto questo?

 

Con buona pace dei marxisti e dei liberali, non è possibile trovare un motivo economico a questo disastro: se vi fosse, prova definitiva che potete esperire sulla vostra stessa pelle, paghereste meno la bolletta. Sono solo allora dispute ideologiche, territoriali? Non crediamo nemmeno questo.

 

Vi è una radice religiosa, metafisica nel quadro attuale. La risposta, quindi, va cercata nello spirito.

 

Possiamo pensare, ad esempio, che India e Pakistan si combattano per l’hindutva (l’«induità»: la supremazia delle religione autoctone, soprattutto l’induismo, su ogni altra, con conseguenti persecuzioni anche dei cristiani) e per la jihad, Shiva contro Allah.

 

Possiamo pensare che sauditi e iraniani stiano in realtà lottando per l’egemonia sul mondo musulmano, concretata nella custodia della Mecca, dove ogni singolo fedele islamico del pianeta deve ricarsi per fare l’haji, il pellegrinaggio che è uno dei cinque pilatri dell’Islam.

 

Possiamo pensare che la Cina contempli la possibilità di conflitto nel suo settore secondo il Tao Te Ching di Laozi, con la primazia del concetto di unità (Yi) espresso come «sotto il cielo» (Tian Xia). Le divisioni, le guerre e il caos «sotto il cielo» nascono quando gli esseri umani dimenticano questa unità originaria per inseguire leggi artificiali, ambizioni, morale rigida e desideri personali, lontani dal progetto etico. La Cina, anche moderna, vuole incentrarsi su una «società armoniosa» (hexie shehui), che era letteralmente il motto della presidenza di Hu Jintao dal 2003 al 2013. Esportare l’armonia, o prevenire che l’interno divenga disarmonico, sono effettivi obiettivi metafisici della politica cinese.

 

Possiamo pensare che Israele, con il suo governo ultrasionista (con la lieve sfumatura religiosa o secolare che sia), stia facendo tutto questo per ottenere, come da sua profezia fondante, l’arrivo del suo Messia – il quale, va detto en passant, rappresenta per la tradizione cristiana l’anticristo.

 

Possiamo pensare che l’Europa bruxellita «laica», cioè massonizzata come da programma attuato negli ultimi secoli (con tutti ’48, i Risorgimenti, le guerre di ogni tipo), sia ora in postura di attacco contro la Russia tornata potenza cristiana. Non sarebbe la prima guerra mondiale che i massoni innescano per distruggere la Cristianità e i Paesi soggiacenti: non è difficile interpretare la Grande Guerra, scoppiata poco dopo la morte del papa Pio X – l’uomo che aveva capito tutto il gioco, la cui elezione impedì, secondo i racconti, l’ascesa al soglio di un papa massone – servì a liquidare il Sacro Romano Impero, cioè l’Austria, ultimo bastione cristiano in un’Europa dove il cattolicesimo era stato eradicato da tutti gli Stati (dall’Italia sabauda alla Francia repubblicana, per non parlare dell’Inghilterra).

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E allora: sì, la lotta che ci aspetta è, soprattutto, una lotta spirituale. A questo bisogna prepararsi, considerando anche il sostentamento materiale che serve alle anime. Il caos che potrebbe seguire, ammesso di sopravvivere, potrebbe essere terrificante. Il crollo degli Stati, nella cui autorità gli europei non hanno più alcuna fiducia a meno che non gli si provveda qualcosa (lo abbiamo visto con il COVID e la sua «vacanza» forzata in clausura più «ristori»), potrebbe generare per sopravvissuti un periodo di barbarie totale, magari animata dalle milionate di immigrati importati a nostre spese nelle nostre città.

 

Possiamo dare qualche consiglio: state con la famiglia. Preparatevi a difenderla, usando tutti i mezzi che offre la legge (che, epperò, è pensata per il tempo di pace). Accumulate qualche scorta. Avere una fonte di energia che non dipende dalla rete, e una batteria per accumulare, potrebbe aiutare. Un’auto elettrica, ammesso che i suoi circuiti non siano bruciati da un attacco EMP o riprogrammata da un attacco hacker, potrebbe avere senso. Mappate le fonti di acqua: torrenti, falde. Alcuni appezzamenti in periferia hanno dei pozzi, antichi o moderni. Individuate i boschi con la popolazione animale più consistente, per esempio di cervi e cinghiali. Apprendere il tiro con l’arco a scopo caccia potrebbe diventare fondamentale.

 

Ma soprattutto, combattete nello spirito: pregate. Digiunate: imparate la privazione, offrite la fame e il dolore a Dio, alla lucidità superiore che ci serve per proteggere i nostri cari.

 

Estote parati. Preparatevi a cosa viene dopo – anche a cosa viene dopo di voi. Contemplate non solo la morte, ma la buona morte.

 

Comprendete le dimensioni del disegno, e, per quanto inspiegabile, la sua bellezza: voi, la vostra anima, ne siete protagonisti. Voi siete al centro di tutto questo, siete stati creati per questo, voi lo vogliate o no. Voi siete stati, siete, e sarete: la vostra esistenza è per sempre, è incancellabile.

 

La vostra vita è troppo preziosa perché vi facciate trovare impreparati.

 

Roberto Dal Bosco

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Immigrazione

Catastrofe immigrata a Vicenza. L’anarco-tirannia maranza espugna un’altra città

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L’anarco-tirannia immigrata ha dato una prova ulteriore di forza, conquistando di fatto un’altra città italiana. Il significato epocale dell’accaduto, tuttavia, sembra non essere chiaro a tutti i politici che, da destra o sinistra, ora lamentano l’accaduto. Né ai giornali dell’establishment, che non riescono nemmeno a parlare di quanto successo come di una questione legata all’immigrazione.   In verità siamo dinanzi ad un momento storico, il cui senso, per il destino delle nostre città e della società stesso, va compreso fino in fondo.   I fatti: sabato pomeriggio a Vicenza, Campo Marzo, l’area verde davanti alla stazione. Un migliaio di giovani immigrati hanno risposto all’appello social di Hamza Messaf, influencer noto come «Ilvucumprà», che, con barbetta che può ricordare altri tipi di predicatori, su Instagram e TikTok aveva convocato i suoi follower per il «battle aura tour»: nel gergo delle nuove generazioni, avere aura significa avere carisma. Si tratta di una disfida di pose, balletti a favore di smartphone la cui cifra narcisistica è autoevidente.   Secondo quanto riportato, l’«evento» vedeva in palio vestiti da distribuire gratis ai partecipanti. Si è presentata una marea di immigrati tra i 15 e i 18 anni, ma anche, dicono le cronache, di 10-11, alcuni con i genitori (che immaginiamo siano immigrati che approvano l’ambiente). In pratica, un’immane orda maranza radunatasi a viale Roma, il tratto di strada costeggiato dal verde di Campo Marzo che congiunge la stazione ferroviara al centro storico palladiano.

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Il Messaf vucumprà (nome che ascoltiamo perfino con una certa nostalgia) aveva avvisato le forze dell’ordine, e il viale era presidiato da questura, carabinieri e polizia locale. Alla notizia del suo arrivo la folla si è spostata in viale Roma, all’ex Caffè Moresco (un locale bello e antico, costruito nel 1838 in stile neomoresco, ma che non trova pace: continua a cambiare gestione senza trovare stabilità a causa della percezione del degrado circostante) e infine al Park Verdi, inseguendo l’influencer assediato dai fan.   I giornali scrivono che quindi la situazione sarebbe «degenerata». Si parla di un’aggressione all’influencer, non confermata dalla questura. Nel parcheggio sono state divelte una sbarra e la porta dell’ascensore per l’interrato, mentre il furgone di Messaf ha perso un finestrino nell’allontanarsi. Qualcuno è rimasto ferito, con sangue sul marciapiede.   Attenzione: il Park Verdi, cosa che non sembra interessare le testate che ne parlano, è un parcheggio sotterraneo. Non è chiaro se l’intenzione sia stata quella di spostare il tutto sottoterra, ma vi sono immagini circolanti della massa che sale dall’uscita (dove sono state distrutte le sbarre), più ci sono le voci dell’ascensore danneggiato. Il Park Verdi è il luogo dove, avendoci i soldi – perché è ovviamente caro – uno mette la macchina per averla comoda e custodita in sicurezza. Anche questa piccola certezza svanisce grazie all’invasione maranza: in un’ulteriore infrazione della logica pubblica e civile, chi ha sborsato di più si è ritrovato con il bene dell’auto esposto alla barbarie.   I disordini anche in piazzale Giusti (che, con una genialata dell’assessorato, è stato reso a senso unico, intasando il traffico dell’area), corso San Felice (dove è stato messo il traffico a due sensi, contestatissimo dai locali), via Napoli (sede di call-center e delle attività delo sottobosco immigrato) e viale Milano, vera casbah cittadina dove in molti hanno paura a camminare anche di giorno, di notte nemmeno a parlarne.   Secondo quanto riportato, alcune ragazze avrebbero riferito di molestie: immancabili in queste occasioni, dove certamente non si può fare a meno della grande tradizione della taharrush gamea, la molestia di massa araba.   La zona è da anni al centro delle polemiche cittadine. Il Campo Marzo è luogo non solo di bivacco di balordi immigrati, ma anche di spaccio all’aperto (fenomeno impensabile in città solo pochi decenni fa) e pure di accoltellamenti. Chi scrive può testimoniare che, provando ad attraversarlo di sera per puro esperimento, il luogo si è trasformato chiaramente in una no-go zone.   Una cancellata eretta per escludere una parte del parco ha avuto esiti tristi e grotteschi, come l’imprigionamento della statua di Antonio Pigafetta, il letterato vicentino diarista di Magellano. Ne avevamo scritto in un articolo su Renovatio 21: nel tratto di strada dove vi era un grande cinema, un eccezionale negozio di musica, una banca, un rinomato commercio di giocattoli, una libreria tramite la quale lo scrivente da giovanissimo aveva potuto leggersi Shakespeare, Nietzsche, Proust, Schopenhauer a 1000 lire al colpo, tutto è stato sostituito da molteplici kebab e, novità che fa comprendere la portata dell’immigrazione dell’Africa nera, rivendite di pollo fritto, tutte l’una accanto all’altra.   Lo avevamo definito come il fenomeno delle nostre città ridisegnate dagli immigrati. I sonori schiamazzi maranza udibili in piazza De Gasperi, l’esedra con cui termina viale Roma, dimostrano che il dominio immigrato del territorio è incontrastato. Tali osservazioni, tuttavia, paiono sfuggire del tutto al potere costituito.   In un’ulteriore mossa urbanistica che ha dell’incredibile, il comune ha di fatto ristretto enormemente le carreggiate in viale Roma per ampliare parossisticamente il marciapiede – cioè dove stanno gli immigrati – disassando al contempo la prospettiva di chi arriva verso la città, che si trova ridicolmente fuori asse rispetto alla porta del Giardino Salvi che si scorge alla fine del viale.

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Qui è sensibile tutta l’insipienza dello Stato moderno: i grandi viali non solo danno il giusto respiro di bellezza e di potenza di una città, ma consentono alle autorità di portare rapidamente truppe per sedare disordini. È la lezione del barone Georges-Eugène Barone Haussmann, che abbattendo edifizi a favore di grandi boulevard trasformò radicalmente il volto di Parigi tra il 1852 e il 1870, su incarico di Napoleone III. Poco dopo anche la Roma post-papalina decide di hausmanizzare l’urbe creando via Nazionale, Corso Vittorio Emanuele II, via Cavour.   Ora, nel momento del caos maranza, si può capire quanto tale semplice principio urbanistico sia attuale – oltre che esteticamente giusto.   Parliamo proprio di Hausmann perché la realtà della situazione, a quanto pare ancora non compresa dal potere cittadino né da quello romano, è quella di un problema militare. Non si tratta di una questione sociale, o addirittura educativa, come ha pazzescamente dichiarato il sindaco di sinistra.   E non si tratta nemmeno di ordine pubblico: no, quello che stiamo vedendo è, a tutti gli effetti, un’invasione del territorio nazionale. Non stiamo parlando in linguaggio figurato. La volontà stessa della massa immigrata è annunciata da essa apertis verbis. Non solo nei video circolanti sui social giovanili, ma pure in slogan scanditi al momento della conquista: i giornali, per pudore da Carta di Roma immaginiamo, non riportano alcun virgolettato di quanto cantato dagli stranieri a Vicenza sabato scorso. Arriva solo una parafrasi: dicono che inneggiavano al cambiamento del Paese.   Sui social invece qualcuno insinua che sarebbe stato detto «Avete visto cosa è successo in Francia? Questi vogliono cambiare questo fottuto Paese» oppure «bruciamo l’Italia come la Francia», con riferimento ai belluini fatti d’Oltralpe di questi giorni.   In pratica, non solo un chiaro intento eversivo (per il quale vi è nel Codice Penale l’intera categoria dei delitti contro la personalità dello Stato, oltre ai più generici delitti contro l’ordine pubblico), ma il tentativo riuscito di espugnare una parte del territorio italiano per farne qualcos’altro – forse quella cosa che nei centri sociali degli anni Novanta si chiamava T.A.Z., zona temporaneamente autonoma, come nell’idea del teorico anarco-pedofilo Hakim Bey.   Erano T.A.Z. la Genova devastata durante il G8 del 2001, dove i manifestanti «aprivano» negozi e pompe di benzina abolendo le leggi sociali. Sono T.A.Z. i rave illegali dove, con l’occupazione non autorizzata di suolo pubblico o privato, i raver possono riempirsi di droghe sintetiche e fare qualsiasi cosa vogliano. Sono T.A.Z., ma questo è più difficile ammetterlo, anche perché il carattere di temporaneità si perde, le no-go zone islamiche di Finsbury Park a Londra, Saint–Denis a Parigi, Molenbeek a Bruxelles, Malmö in Svezia e in Italia, con episodi di disordine assicurato a capodanno, San Siro a Milano. È solo una manciatina di esempi eclatanti: un report recente stima che esistano tra le 900 e le 1.000 aree urbane con caratteristiche riconducibili a no-go zone.   Per il lettore di Renovatio 21 si tratta di un déjà vu. Questo fenomeno lo avevamo visto, e analizzato in tutta la sua portata epocale, ancora quattro anni fa, quando un’intera cittadina fu di fatto sottratta al controllo dello Stato italiano: Peschiera del Garda, quando una torma di ragazzini africani – forse duemila elementi – si impossessò degli spazi urbani, urlando e vandalizzando con il fine, esplicitato in vari messaggi sui social, di rendere il paese lacustre non più Italia, ma Africa.   In pratica, non si trattava di una festa – o di un rave, come aveva scritto qualche giornalista eunuco – ma di una vera, enorme manifestazione identitaria: individui nati e cresciuti in Italia ma che si sentono parte di una supposta identità pan-africana (dove i maghrebini possono convivere con i subsahariani: nell’Africa vera non è così facile….). Tale sentimento rappresenta una lieve foglia di fico per l’odio che essi nutrono verso il Paese dove stanno. Un disprezzo che è slatentizzato, disinibito, tracotante – e impunito.   Il lettore di Renovatio 21 può vedere la continuità totale fra i due eventi: come a Peschiera, anche a Vicenza il raduno è lanciato sui social, i ragazzini immigrati si riprendono con il telefonino in danze ebeti e pose di narcisismo imbecille, gli slogan si basano sull’antinazionalismo sfrontato, i danni alle proprietà vengono inflitti automaticamente.   In ambo le situazioni il cittadino assiste all’impotenza delle forze dell’ordine. Erano semplicemente allucinanti le scene di Peschiera dove la carica dei celerini veniva derisa dagli astanti, perché colpiva, se riusciva ad acchiapparli, solo pochi ragazzini immigrati, con gli altri che sghizzavano e riprendevano tutt’intorno, magari saliti sopra il tetto di un’automobile. È la rappresentazione plastica dell’impotenza dello Stato, della vittoria del programma di conquista immigrato, che i giovani hanno l’impudenza di dichiararci in faccia, e per questo bisogna esser loro grati.

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Infine osserviamo come in questi accadimenti arrivano sempre le storie di molestie alle donne, rammentando che per le ragazzine italiane aggredite sul treno che da Peschiera andava a Milano (erano state a Gardaland, sul vagone prima degli abusi è stato detto loro che quel vagone non era per le italiane) l’inchiesta è stata archiviata, perché le telecamere dei treni non erano in funzione. Del significato sociopolitico e strategico dello stupro sistemico, nel contesto di invasione in corso, abbiamo parlato in un altro articolo. Dobbiamo comprendere che queste scene, questi delitti diffusi, sono solo l’anteprima di ciò che ci aspetta – e non solo nelle banlieues alla parigina, ma, come visibile, nel cuore storico stesso delle nostre città. Una società riformulata secondo la barbarie continua, un mondo dove ogni logica umana di sicurezza, e di giustizia, viene cancellato.   Abbiamo usato per questa situazione il termine coniato negli anni Novanta dallo scrittore «paleoconservatore» Samuel T. Francis (1947-2005), «anarco-tirannia». L’anarco-tirannia descrive uno Stato che resta potente e funzionante in molti ambiti, come tasse, burocrazia e regolamentazione, ma che non svolge o rifiuta di svolgere le sue funzioni protettive fondamentali. Il risultato è una combinazione di due cose: L’anarchia, perché i criminali veri non vengono perseguiti o vengono tollerati; la tirannia, perché il potere dello Stato si abbatte invece sui cittadini onesti e rispettosi della legge.   Chi ricorda l’epoca COVID ha potuto testimoniare con quale pugno di ferro lo Stato moderno distruggeva i diritti fondamentali, persino i suoi stessi principi costituzionali, per reprimere il cittadino: al contempo, in lockdown era possibile vedere sgherri immigrati continuare nel loro bivacco pubblico, che proseguiva beato in assenza di green pass. Scendendo più nel quotidiano, lo stesso può dirsi delle multe, del bollo alto, e via dicendo: ambiti dove lo Stato moderno mostra, solo col cittadino autoctono contribuente, un’inflessibilità assoluta.   «Questa condizione, che in alcuni dei miei articoli ho definito “anarco-tirannia”, è essenzialmente una sorta di sintesi hegeliana di quelli che sembrano essere opposti dialettici: la combinazione di un potere governativo oppressivo contro gli innocenti e i cittadini rispettosi della legge e, simultaneamente, una grottesca paralisi della capacità o della volontà di usare tale potere per svolgere doveri pubblici fondamentali come la protezione o la sicurezza pubblica» scriveva Francis nel saggio Anarcho-Tyranny, U.S.A. (una conferenza del 1993, il cui testo è stato pubblicato su Chronicles nel luglio 1994). «Ed è caratteristico dell’anarco-tirannia non solo non punire i criminali e non far rispettare l’ordine legittimo, ma anche criminalizzare gli innocenti».  

Nel 2005, nell’articolo Synthesizing Tyranny, Francis ribadiva: «Ciò che abbiamo oggi in questo paese, dunque, è sia anarchia (l’incapacità dello Stato di far rispettare le leggi) sia, allo stesso tempo, tirannia: l’applicazione delle leggi da parte dello Stato a fini oppressivi; la criminalizzazione dei cittadini onesti e innocenti attraverso una tassazione esorbitante, una regolamentazione burocratica, l’invasione della privacy e la manipolazione delle istituzioni sociali, come la famiglia e le scuole locali; l’imposizione del controllo del pensiero attraverso “corsi di sensibilizzazione” e programmi di studio multiculturali, leggi sui “crimini d’odio”, leggi sul controllo delle armi che puniscono o disarmano cittadini altrimenti rispettosi della legge, ma non hanno alcun impatto sui criminali violenti che si procurano armi illegalmente, e un vasto labirinto di altre misure. In una parola, anarchia-tirannia».

  La questione è, come sempre, che se il sistema produce l’anarco-tirannia, allora significa che quello è lo scopo: secondo la celebre definizione, il punto di ogni sistema è ciò che fa. Secondo Francis, «lo Stato non “omette” di far rispettare le altre leggi; non ha alcuna intenzione di farle rispettare né alcun desiderio di farlo. L’anarchia-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello Stato, da uno Stato impegnato a proteggere i cittadini rispettosi della legge a uno Stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nella migliore delle ipotesi, una patologia sociale e, nella peggiore, un nemico».

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Francis considerava il concetto di anarco-tirannia come un addendo alla critica dello «Stato manageriale» del filosofo e politologo conservatore James Burnham (1905-1987), che aveva previsto che l’oligarcato avrebbe sostituito i grandi capitalisti con una classe di tecnocrati. Secondo Francis il fenomeno del disordine è incorporato nel sistema stesso e non si risolve combattendo la corruzione o cambiando i governanti. Citava l’esempio dei commercianti coreani arrestati o ostacolati durante i disordini di Los Angeles del 1992, dove avevano costituito un formidabile servizio d’ordine armato per difendere le loro proprietà ed attività dalle razzie della comunità nera in rivolta per l’assoluzione dei poliziotti che avevano pestato il tale Rodney King.   «In un regime anarchico, il crimine è permesso e i criminali non vengono arrestati né puniti. Sotto una tirannia, i cittadini innocenti vengono puniti. La maggior parte delle società del passato ha ceduto all’una o all’altra, ma per quanto ne so mai a entrambe contemporaneamente» scriveva Francis. «Il risultato dell’anarchia-tirannia è che il governo accresce il proprio potere, i criminali non vengono controllati e i cittadini rispettosi della legge finiscono per essere repressi dallo stato e attaccati da teppisti».   Se vi chiedete perché il potere stia attivando un tale programma, rispondetevi guardando le vostre vite: una volta impauriti, spinti alla base della piramide di Maslow (in cerca di sicurezza, e forse più avanti, di cibo) dai branchi barbari, avrete ancora voglia di chiedere che i vostri diritti, le vostre esistenza, siano rispettate?   Una volta schiacciati dalla paura della jungla urbana, avrete ancora l’energia per chiedere dignità per il lavoro, un futuro per i figli, il rispetto della vostra vita biologica?   La risposta è, chiaramente, sempre no. Traiamo, quindi, le vere conseguenze. Quello che abbiamo visto a Vicenza (e Peschiera, e in Francia, e ovunque) non è un incidente. È un atto deliberato di ingegneria sociale.   Le nostre città, le nostre società, stanno venendo trasformate sotto i nostri occhi – ci stanno venendo sottratte, assieme ai nostri diritti fondamentali, perfino il diritto di esistere.   Quello che succederà non lo sappiamo: crediamo però che se prima del collasso un reazione vi sarà, essa si manifesterà in una terrificante, infausta «purga» che assumere tutti i crismi di una guerra civile, o meglio, di una guerra internazionale però combattuta dentro il cuore stesso dei Paesi europei.   Quale di questi Paesi europei partirà per primo a reagire non sappiamo dirlo. Tanto è insostenibile la situazione quanto è imprevedibile l’esito – che sarà, giocoforza, una riprogettazione sistemica, con la defenestrazione dell’élite al potere.   L’alternativa, e le immagini sono sempre più chiare, sarà l’inferno sulla nostra terra.   Roberto Dal Bosco  

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I punti chiave del discorso di Putin a Valdai

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Giovedì, al forum internazionale del Valdai Discussion Club alle porte di Mosca, il presidente russo Vladimir Putin ha tenuto il discorso annuale e ha risposto alle domande del pubblico. Nella sessione, durata oltre tre ore, ha toccato le tensioni con l’Occidente, il conflitto in Ucraina e l’Intelligenza Artificiale.

 

Renovatio 21 ha pubblicato ieri il discorso integrale. Qui riporteremo la sintesi che ne ha dato la stampa russa.

 

Il mondo, ha detto Putin, è a un passaggio decisivo, segnato da trasformazioni profonde nella politica globale, nell’economia e nella demografia, e dallo sviluppo rapido della tecnologia, compresa l’intelligenza artificiale. «Siamo fiduciosi che, a lungo termine, allontanandoci dall’egemonia occidentale, la situazione globale cambierà gradualmente in meglio, orientandosi verso un ordine internazionale multipolare più stabile, democratico e libero», ha affermato.

 

Secondo Putin, i cambiamenti tecnologici e sociali alimentano incertezza e tensioni internazionali crescenti. I governi potrebbero cercare di tenere ferma la stabilità interna «esportando l’instabilità» all’estero, mentre le nuove opportunità «alimentano le ambizioni» e spingono i Paesi a correre rischi maggiori. Di conseguenza, «la continuazione dei conflitti internazionali è, purtroppo, altamente probabile», ha detto.

 

La diffusione dell’Intelligenza Artificiale potrebbe portare a un «totalitarismo digitale», modellando gli individui e privandoli della propria individualità tramite algoritmi configurati da altri, ha avvertito. «Un simile totalitarismo digitale sarebbe un vicolo cieco altrettanto desolante e disumano quanto le società totalitarie del passato che conosciamo così bene», ha affermato.

 

Paesi e comunità, a suo dire, devono unire le forze per trovare soluzioni ampiamente accettabili alle sfide dell’Intelligenza Artificiale e di altre tecnologie capaci di influire su comportamento, identità e pensiero. Pur riconoscendone l’utilità come strumento, ha sottolineato che ogni decisione politica definitiva deve restare nelle mani dell’uomo.

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Le tensioni attuali tra Russia e Occidente risalgono, secondo Putin, alla caduta dell’Unione Sovietica, quando alcuni leader occidentali cercarono di indebolire ulteriormente la Russia anziché accoglierla nel sistema di sicurezza europeo. «Nonostante i molti anni – e voglio sottolinearlo, molti anni – di tentativi da parte della nuova Russia di entrare a far parte della cosiddetta civiltà occidentale, in pratica hanno fatto tutto il possibile per isolare e disgregare ulteriormente la Federazione Russa stessa», ha detto. «Ancora oggi, in vari eventi e incontri, ripetono: “Dobbiamo finire di smantellare l’impero'”», ha aggiunto.

 

Il presidente russo ha  richiamato l’espansione a est della NATO, che a suo avviso violava le garanzie date a Mosca, e ha sostenuto che i politici europei usano una retorica di escalation verso Mosca per distogliere l’attenzione dai problemi politici ed economici interni.

 

Il presidente ha ribadito che la Russia risponderebbe a qualsiasi attacco potenziale alla regione di Kaliningrad, exclave sul Baltico tra Polonia e Lituania, membri della NATO. Ogni assalto al territorio russo verrebbe «inevitabilmente» considerato un motivo valido per usare tutto l’arsenale a disposizione di Mosca. Si riferiva a dichiarazioni recenti di funzionari occidentali, tra cui il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys e quello polacco Radoslaw Sikorski, secondo cui la NATO dovrebbe prepararsi a un possibile conflitto che coinvolga Kaliningrad.

 

Putin ha avvertito che una guerra convenzionale potrebbe degenerare in un conflitto nucleare. «Oggi, quando le principali potenze mondiali possiedono armi capaci di distruggere ogni forma di vita o, quantomeno, di portare la Terra a uno stato catastrofico, possiamo essere certi che queste armi non verranno mai utilizzate? Certamente no», ha affermato.

 

Ha paragonato il rischio della persistenza delle armi nucleari alla «pistola di Čechov», il principio drammatico attribuito ad Anton Čechov secondo cui una pistola introdotta all’inizio di una storia deve prima o poi sparare. «Tutti conosciamo il famoso detto: se all’inizio di una commedia c’è una pistola appesa al muro, prima o poi prima o poi sparerà», ha detto. «Dobbiamo tenerlo a mente e impedire che accada». «Se vogliamo vivere – e tutti vogliono vivere – allora, come ho detto una volta in un discorso pubblico, viviamo in pace. Lavoriamo insieme per trovare il modo di far sì che ciò accada», ha affermato.

 

Sul conflitto in Ucraina, che a febbraio entrerà nel quinto anno, Putin ha detto che riguarda la sicurezza della Russia e non ambizioni territoriali, ribadendo la richiesta di Mosca che Kiev abbandoni i piani di adesione alla NATO in favore di una neutralità permanente. La Russia è pronta a chiudere il conflitto, ha aggiunto, ma solo a condizioni accettabili per Mosca.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

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Guerra, Eurasia, fine dell’egemonia occidentale e totalitarismo dell’AI: il discorso di Putin a Valdai 2026

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Renovatio 21 pubblica il discorso integrale del presidente della Federazione Russa Vladimiro Putin all’edizione 2026 del Club Valdai tenutasi in questi giorni. L’appuntamento annuale è atteso per il discorso del presidente russo, che spesso usa l’evento per avanzare riflessioni profonde di natura geopolitica, storico-filosofica e morale.      Signore e signori! Colleghi!   Seguendo una buona tradizione, ci riuniamo annualmente al forum del Valdai International Discussion Club per discutere delle questioni più urgenti del mondo.   Abbiamo sempre cercato non solo di diagnosticare lo stato del mondo, ma anche di delineare i contorni del nuovo ordine mondiale emergente.   Sono convinto che il patrimonio intellettuale e l’esperienza di comunicazione diretta e fiduciosa accumulati dal club saranno certamente utili quando tutti noi – Est e Ovest, Nord e Sud – prima o poi dovremo concordare sui principi per la formazione di un nuovo ordine mondiale in grado di garantire il progresso e lo sviluppo dell’umanità nei prossimi decenni.   Purtroppo, dobbiamo ammettere che oggi ci troviamo di fronte ad altre sfide, ben più urgenti e pressanti. Sebbene il relatore abbia detto che tutti devono mantenere la calma, i problemi urgenti non sono scomparsi; sono ancora presenti.   Le tendenze allarmanti a cui stiamo assistendo sulla scena internazionale ci impongono di considerare non tanto, in primo luogo, come organizzare le interazioni globali in modo più saggio, efficace ed equo nel prossimo periodo – sebbene tutto ciò sia, ovviamente, estremamente importante – quanto piuttosto come preservare la pace e la sicurezza globali ora, in una situazione in cui molte norme giuridiche precedenti sono state abbandonate e non ne sono ancora emerse di nuove.   Cosa bisogna fare per evitare gli scenari più catastrofici? La responsabilità per il nostro futuro comune non è uno slogan astratto. È un insieme di azioni concrete volte a impedire che l’umanità precipiti sull’orlo dell’estinzione e ad evitare l’irreversibile.

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Il mondo ha raggiunto un punto di svolta decisivo nel suo sviluppo. E non si tratta solo di politica: la politica, come sempre, è il prodotto di profondi cambiamenti. Cambiamenti si stanno verificando in tutti i settori: da praticamente ogni tecnologia alla struttura sociale delle società, dal clima alla medicina, dagli affari militari alla bioetica, dal futuro dell’energia ai cambiamenti demografici, dalla digitalizzazione universale e dall’Intelligenza Artificiale a modelli di sviluppo economico completamente nuovi – e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.   Nel loro insieme, questi cambiamenti stanno creando le condizioni per una profonda trasformazione. Non possiamo ancora valutarne tutte le circostanze e le conseguenze in modo univoco e completo, anche solo perché questi cambiamenti si stanno svolgendo simultaneamente e il loro impatto sulle società e sugli stati è contraddittorio. Ma di questo parlerò più avanti.   La portata dei cambiamenti già avvenuti e di quelli che ancora devono avvenire è semplicemente enorme, e sembra che ne siamo consapevoli. Non è un caso che in questo momento si discuta così tanto del futuro, spesso con una netta sensazione di ansia dovuta all’incertezza e all’imprevedibilità. Ma mentre l’umanità sta vivendo profondi cambiamenti, non ha ancora compreso appieno la portata della sfida che si trova ad affrontare. Questo è l’inizio di una realtà completamente nuova, totalmente inedita. Minacce e pericoli sono strettamente intrecciati con opportunità e prospettive, eppure sono inseparabili. Le nostre vite stanno cambiando radicalmente.   Permettetemi di ribadire ancora una volta: non si tratta solo, o nemmeno principalmente, di uno spostamento degli equilibri di potere tra le nazioni o di una ridistribuzione dell’influenza economica e tecnologica – tutto ciò è certamente importante e presente. Ma soprattutto, questi cambiamenti incidono sulla natura biologica e morale degli esseri umani, sulla loro essenza, sul nostro stile di vita e sui fondamenti della nostra visione del mondo. La tecnologia apre prospettive letteralmente fantastiche per estendere e migliorare la qualità della vita. Ma, purtroppo, eleva anche a un nuovo livello la possibilità di un’annientamento universale, a causa di conflitti militari, rapido degrado ambientale o perdita di controllo sui processi tecnologici.   È evidente che un’atmosfera del genere non può che provocare un crescente nervosismo tra individui e società, alimentando tensioni interne derivanti dall’incertezza e dalla mancanza di comprensione di ciò che riserverà il futuro. Una conseguenza è la turbolenza politica interna in molti paesi, soprattutto perché i sistemi partitici tradizionali riflettono sempre meno la struttura sociale in rapida evoluzione. Per qualsiasi Stato, a prescindere dalla sua struttura o dalle tradizioni culturali e storiche su cui si fonda, la stabilità interna – credo che sarete d’accordo – è sempre più importante di qualsiasi altra cosa, e per preservarla i governi possono intraprendere una vasta gamma di azioni, comprese quelle che influenzano la situazione all’estero, nei Paesi e nelle regioni limitrofe e persino nel mondo intero – in altre parole, purtroppo, esportando instabilità. Tutto ciò non fa che esacerbare e intensificare la tensione, per così dire, l’intensità del contesto internazionale.  

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Qualunque scenario si delinei a livello globale nei prossimi anni, è purtroppo altamente probabile che i conflitti internazionali continuino. Ciò è tanto più vero in quanto i profondi cambiamenti in atto e le opportunità che ne derivano stimolano e alimentano ambizioni e la propensione al rischio per ottenere vantaggi apparentemente maggiori. Sarei negligente se mi sbagliassi, ma purtroppo queste sono proprio le tendenze persistenti dei nostri giorni.   Siamo fiduciosi che, strategicamente, allontanandoci dall’egemonia occidentale, la situazione globale migliorerà gradualmente, evolvendosi verso un ordine internazionale multipolare più stabile, democratico e libero. Tuttavia, è altrettanto chiaro che, nel percorso verso tale ordine mondiale, dovremo affrontare diversi rischi per gli Stati, le comunità e ogni singolo individuo. Di fronte a cambiamenti radicali, ciò è inevitabile, pertanto minimizzare i rischi a qualsiasi livello – da quello globale a quello personale – è oggi il compito primario dei decisori in politica, economia, scienza e nella vita in generale. Molto dipende da queste persone. La loro responsabilità consiste anche nell’aiutare le persone a comprendere questi rischi e a prepararsi ad affrontarli, affinché individui e famiglie non siano lasciati soli ad affrontare le sfide in materia di sicurezza, mercato del lavoro in continua evoluzione, spazio digitale e così via.   Cosa è più importante ora, a mio avviso? La cautela e la prudenza, per evitare di essere travolti dalla valanga di cambiamenti incontrollabili? Oppure un approccio proattivo e assertivo, volto a superare scenari sfavorevoli o a sfruttare le circostanze a proprio vantaggio? Non c’è una risposta univoca; ogni situazione richiede un approccio diverso.   Naturalmente, chi prende le decisioni cerca di adattarsi agli eventi attuali. Ma nel contesto di quella che oggi viene definita una policrisi – onnicomprensiva e pervasiva – è oggettivamente molto difficile per loro distaccarsi dalla routine quotidiana della gestione e guardare oltre. Le responsabilità attuali sono enormi e un errore può essere molto costoso, anche per il futuro. I compiti di oggi spesso relegano gli obiettivi strategici in secondo piano. Questo è comprensibile, certo, ma estremamente pericoloso. È impossibile rispondere a molte delle sfide attuali senza considerare come le nostre azioni di oggi influenzeranno il nostro futuro. Come diceva un celebre aforisma del pensiero politico russo, è impossibile non vedere la foresta per gli alberi.   Qual è dunque il quadro generale? Chiaramente, i meccanismi di coordinamento degli interessi e delle azioni degli Stati creati in passato non sono più in grado di svolgere pienamente ed efficacemente la loro funzione regolatrice. Questo non perché siano inefficaci, ma perché sono cambiate le condizioni in cui e per le quali sono stati originariamente creati. La nuova realtà emergente faciliterà, naturalmente, la creazione di nuovi strumenti, ma si tratta di un processo molto lungo. Francamente, alcune organizzazioni internazionali oggi spesso non riescono a ridurre i rischi, e talvolta addirittura li generano e li provocano, servendo gli interessi di uno o più Paesi. Eppure, non è questo il loro scopo originario.   Le critiche si rivolgono anche a una struttura fondamentale come le Nazioni Unite, che, secondo la sua Carta, è chiamata a svolgere il ruolo di meccanismo centrale di coordinamento negli affari globali. Queste critiche non sono sempre oggettive, naturalmente, ma contengono anche valide motivazioni. Ciò è dovuto in parte al fatto che l’ONU, pur essendo l’organizzazione globale più rappresentativa, è di fatto governata in modo molto meno collegiale e democratico di quanto previsto. Un gruppo ristretto di Paesi occidentali, una chiara minoranza globale, esercita un’influenza sproporzionata, cercando di appropriarsi delle funzioni di governo. E man mano che l’influenza reale di questi Stati diminuisce a favore di una maggioranza globale sempre più indipendente e sicura di sé, gli squilibri nella struttura dell’ONU diventano sempre più evidenti. Si tratta di un problema sistemico che non può essere risolto dall’oggi al domani.   La Russia ha sempre sostenuto l’idea di una riforma equa delle Nazioni Unite, ma tale riforma è impossibile senza un consenso interno, che al momento è difficile da raggiungere. Ripeto: sosteniamo con fermezza che la struttura dell’ONU debba riflettere la diversità del mondo, con i Paesi di Asia, Africa, America Latina e Medio Oriente che svolgono un ruolo molto più significativo all’interno dell’organizzazione. È importante ricordare che la trasformazione dell’ONU non riguarda semplicemente l’ampliamento del Consiglio di Sicurezza e altre misure volte a raggiungere una rappresentanza geografica più equilibrata dei paesi negli organi di governo internazionali. Implica anche nuovi contenuti, nuovi ambiti di lavoro e nuove aree di intervento prioritarie, comprese quelle più promettenti, soprattutto perché i cambiamenti globali stanno creando molti nuovi dilemmi che prima semplicemente non esistevano.

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L’esempio più lampante è la questione dell’Intelligenza Artificiale, con la quale dobbiamo ancora imparare a convivere e lavorare. In che modo il suo rapido sviluppo influenzerà lo sviluppo intellettuale dell’umanità, il suo patrimonio spirituale e culturale? Non a caso si discute del concetto di «digitalizzazione dolce», ovvero del rifiuto dell’introduzione incontrollata di tali tecnologie in ambiti da sempre importanti e sensibili allo sviluppo morale umano. E gli aspetti socio-umanitari della diffusione dell’Intelligenza Artificiale vengono ora analizzati con ancora maggiore attenzione e approfondimento rispetto a quelli tecnici o economici. Gli esperti temono sempre più che la diffusione dell’Intelligenza Artificiale possa trasformarsi nell’ennesimo tentativo di ridurre tutti a un denominatore comune, alla spersonalizzazione, questa volta attraverso l’uso di algoritmi personalizzati. Un simile totalitarismo digitale sarebbe un vicolo cieco, tetro e disumano quanto le società totalitarie che conosciamo dal passato.   Un’altra questione importante – già attuale e destinata a diventare ancora più urgente nel prossimo futuro – è come gli Stati, abbracciando sempre più la digitalizzazione, possano garantire la propria sovranità in questo ambito? Ovvero, come possono tutelare la propria sicurezza e identità senza isolarsi dal progresso globale e rimanere indietro nello sviluppo tecnologico?   Un altro ambito in cui scienza e tecnologia stanno cambiando radicalmente il mondo è la capacità umana di intervenire profondamente in ciò che prima era considerato prerogativa del Creatore: la modificazione genetica del corpo, l’influenza sullo sviluppo della personalità, la programmazione del comportamento umano e persino delle modalità di pensiero. Paesi e comunità devono unire le forze per cercare congiuntamente soluzioni universalmente accettabili a queste questioni esistenziali, estremamente delicate e cruciali.   Sarebbe logico svolgere un lavoro del genere nell’ambito di organizzazioni internazionali. Ma molte di esse, come già osservato, sono soggette a un’eccessiva influenza da parte dei Paesi occidentali, interessati non al progresso universale, ma solo al mantenimento del proprio potere. Le istituzioni che si sono dimostrate efficaci dopo la Seconda Guerra Mondiale non rispecchiano la situazione del secondo quarto di questo secolo. È possibile riformarle efficacemente per adeguarle alle realtà contemporanee? La questione rimane aperta.   Dalla situazione globale attuale stanno emergendo anche nuove comunità internazionali. Indubbiamente, esse promettono molto , siano esse associazioni regionali o strutture globali come i BRICS. Tuttavia, bisogna riconoscere che tutte si trovano ad affrontare un lavoro significativo per definire la propria funzionalità, i campi di applicazione ottimali e i limiti delle proprie capacità. Aspettarsi che strutture relativamente recenti plasmino rapidamente il mondo che le circonda e formalizzino il suo modello multipolare è certamente irrealistico; si tratta di un percorso lungo e arduo, pieno di incognite, ma che senza dubbio porterà a dei risultati.   Significa forse che siamo condannati al caos? No, un simile verdetto è certamente prematuro. In generale, un mondo governato da norme e istituzioni regolamentari ben definite, un mondo, per così dire, ordinato, è un’invenzione recente, risalente al secolo scorso. Tutti i secoli precedenti se la sono cavata senza. I risultati, come sappiamo, sono stati, per usare un eufemismo, altalenanti: arroganza, invidia e avidità sono sempre state presenti nella politica mondiale e lo sono ancora oggi.   Ciononostante, le potenze responsabili hanno sempre gareggiato in un modo o nell’altro, ma hanno anche collaborato, ideato e costruito sistemi di relazioni tra di loro e con altri stati più piccoli e, in generale, hanno sempre cercato, di norma, di mantenere la stabilità.   Oggi, sullo sfondo di una crisi istituzionale e del degrado del diritto internazionale, le grandi potenze si trovano ad affrontare enormi responsabilità, commisurate alle loro immense capacità. Tali Stati possiedono il potenziale per intraprendere azioni che potrebbero modificare istantaneamente le tendenze globali verso una maggiore prevedibilità e sicurezza, oppure, al contrario, aggravare, esacerbare e infine far collassare tutti i problemi. Questo potenziale è notevolmente amplificato dalle suddette nuove tecnologie, ed è chiaro che il futuro del mondo intero, e quindi di ogni singolo individuo, dipende da quanto efficacemente verrà gestito il rischio durante questi drammatici cambiamenti.   La mancanza di regole universalmente accettate, di una comprensione del principio di sicurezza uguale e indivisibile, o l’abolizione di tale principio, spesso conduce a comportamenti egoistici e, in alcuni casi, a tentativi aggressivi di ottenere vantaggi unilaterali, esacerbare la confusione e sfruttarla per i propri fini. La politica globale ne offre esempi quasi quotidianamente. Ogni tabù immaginabile viene violato – non li elencherò tutti ora, ma credo che i presenti in questa sala lo comprendano perfettamente. Sono profondamente convinto che una questione così complessa come le relazioni internazionali richieda tuttavia precisione, adesione non solo alle leggi adottate ma anche, come dicono i giuristi, al diritto consuetudinario, ovvero non solo alla lettera ma anche allo spirito della legge, alle prassi consolidate e generalmente accettate.

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I confini morali ed etici e il comune senso di decenza rimangono importanti, perché il loro rispetto crea la possibilità di almeno un minimo di dialogo. Al contrario, la sistematica inosservanza degli obblighi, l’inganno, la trasformazione della comunicazione in farsa, la strumentalizzazione di qualsiasi discussione significativa in propaganda, la derisione ostentata dei fatti e la loro manipolazione per ottenere vantaggi a breve termine distruggono le fondamenta stesse della convivenza internazionale.   Tali pratiche, per così dire, nella gestione degli affari internazionali sono miopi e pericolose. I vantaggi temporanei ottenuti in questo modo possono trasformarsi in battute d’arresto a lungo termine e, soprattutto, peggiorare la situazione di tutti, poiché il mondo rimane interconnesso. Il principio secondo cui «la forza non ha senso» sembra talvolta guidare alcuni attori internazionali, fiduciosi nel proprio eccezionalismo militare, politico, economico e, a loro avviso, morale. Sappiamo fin troppo bene dalla storia che questo non porta mai a nulla di buono.   Permettetemi una breve digressione dall’argomento principale. I presenti qui hanno opinioni molto diverse sull’attuale, acutissimo conflitto ucraino, e sulle sue cause. Vorrei dire qualcosa a riguardo. Sì, e anche centinaia, se non migliaia, di esperti – vostri colleghi – che studieranno i materiali di questo incontro del Valdai Club hanno le proprie idee in merito. So, naturalmente, che alcuni nella comunità degli esperti si chiederanno: la Russia parla di pace, ma ha iniziato una guerra. Mi sono già espresso su questo argomento molte volte. Lo ribadisco anche in questo incontro.   Dov’è la verità? La verità è che non la volevamo e non siamo stati noi a iniziare la guerra; sono stati loro a iniziare a combattere contro di noi. Non si sarebbe dovuto incoraggiare per anni il nazionalismo aggressivo e la russofobia in Ucraina, con l’obiettivo di trasformarli in uno strumento nella lotta contro la Russia. La NATO non avrebbe dovuto avviare lo sviluppo militare dei nostri territori storici per il proprio tornaconto, né pianificare la costruzione di basi in quei territori. Non si sarebbe dovuto spingere i radicali di Kiev a organizzare un colpo di Stato, per poi rifornire il regime, di fatto illegittimo, così creato, di un’ampia varietà di armi offensive. Non si sarebbe dovuto pianificare la creazione di campi di concentramento per gli abitanti del Donbass e della Crimea. Non si sarebbe dovuto schiacciarli con i carri armati, bombardarli con i missili, sparargli dagli aerei o bruciarli vivi, persone disarmate, semplicemente perché erano russi per nazionalità e spirito.   Ci sono molti altri «divieti» di questo tipo, ma mi fermerò qui. Sono certo che la Russia sia stata deliberatamente messa in una situazione in cui è stata semplicemente costretta – in risposta a questa evidente aggressione – a difendersi con le armi. Ci hanno deliberatamente portato a questo punto. E in generale, non c’è bisogno di trasformare la russofobia, l’oppressione e l’omicidio dei russi e la distruzione della Russia in un’ideologia di Stato, né di porsi come obiettivo la sconfitta strategica della Russia. È così che suonava, vero? Nessuno l’ha dimenticato. Noi, almeno, non l’abbiamo dimenticato.   Se vogliamo vivere – e tutti vogliono vivere – allora, come dissi una volta in un discorso pubblico, viviamo in armonia e cerchiamo insieme il modo di farlo. E costruire la fiducia è, naturalmente, un processo complesso e fragile, molto difficile da instaurare e molto facile da distruggere.   Gli interessi nemmeno dei partner più stretti possono coincidere completamente. Cosa possiamo dire, dunque, dei paesi che intrattengono rapporti di rivalità, intensa competizione e, soprattutto, di confronto?

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Prima o poi, la situazione e il sistema internazionale raggiungeranno una sorta di equilibrio stabile. Si tratta, ovviamente, di un processo complesso, multifattoriale e stratificato che richiede compromesso reciproco, adattamento reciproco e una valutazione lucida della situazione, anche da parte dell’Occidente. L’ex potenza egemone dovrà inevitabilmente riconoscere la realtà di un mondo multipolare – è inevitabile – e considerare le tendenze dello sviluppo economico globale. Dovrà imparare a cooperare con i paesi della maggioranza sulla base del rispetto dei loro interessi fondamentali. Questo, naturalmente, non avverrà in tempi brevi. Vivremo in un mondo estremamente instabile e volatile. Il percorso verso un nuovo sistema sarà costellato di colpi di scena inaspettati – purtroppo, spesso spiacevoli e persino pericolosi.   E qui vorrei rivolgermi alla nostra storia nazionale. La Russia ha attraversato un difficile percorso di trasformazione radicale, e questo processo è tuttora in corso. Trentacinque anni fa, abbiamo assistito al crollo del nostro sistema statale, una vera tragedia per decine di milioni di persone che si sono ritrovate improvvisamente «all’estero», e questo ha cambiato il loro destino e quello dei loro figli. Sia qui in Russia che nei Paesi limitrofi, ciò ha portato a una trasformazione fondamentale, anche a livello globale.   Vorrei sottolineare una certa ingenuità, idealismo e forse persino negligenza da parte di coloro che guidavano lo Stato negli ultimi anni dell’era sovietica. La fiducia cieca nei partner occidentali, la credenza nella possibilità di una sorta di «accordi tra gentiluomini», in cui si supponeva bastasse credere alla parola dell’interlocutore e raggiungere un accordo, tutto ciò si è rivelato una beffa crudele per l’Unione Sovietica.   Col senno di poi, appare chiaro quanto questo abbia giocato un ruolo distruttivo non solo nel destino dell’URSS, ma anche nel garantire la stabilità globale a lungo termine. I leader sovietici volevano compiacere l’Occidente, mentre i leader occidentali volevano rimodellare il mondo a proprio piacimento e accaparrarsi la propria parte, preferibilmente maggiore, dell’eredità sovietica. Ne vediamo i risultati.   Il crollo dell’URSS fu il risultato di una combinazione di squilibri interni accumulati. Questa è la prima cosa che dobbiamo riconoscere – è vero, è vero – ovvero, squilibri interni, errori commessi da più di una generazione di leader del paese. Miopia, schemi ideologici ristretti e inadeguati al posto del pragmatismo, mancanza di professionalità e la tendenza a nascondere i problemi evidenti sotto il tappeto peggiorarono gradualmente e minarono la reputazione interna e internazionale dell’URSS. E in definitiva, ne causarono il crollo.   Ciò che sta accadendo oggi nel mondo, i conflitti e gli sconvolgimenti attuali, sono in gran parte il risultato della riluttanza, dell’impreparazione o dell’incapacità dei politici della fine del XX secolo, sia in Oriente che in Occidente, di affrontare seriamente e profondamente quest’epoca di cambiamenti epocali. Non si tratta di scaricare la responsabilità sui leader del passato; è la realtà.   Ma anche in quell’epoca ormai lontana, sia in Oriente che in Occidente, c’erano altre persone, altri politici, che comprendevano a fondo i problemi e, a mio avviso, proponevano le soluzioni giuste. Le loro valutazioni, oggi, possono essere definite provvidenziali.   Sapete, ho già menzionato pubblicamente un paio di volte una figura politica tedesca di nome Egon Bahr. Era membro del presidium del Partito Socialdemocratico di Germania.   Ve ne citerò solo alcuni. Sapete, quando ho letto dei suoi contatti con i vertici sovietici sia a Bonn che a Mosca, sono rimasto semplicemente sbalordito: sbalordito dalla sua perspicacia, intelligenza e cultura.   Vi riporterò alcune delle sue dichiarazioni rilasciate nel giugno e nel febbraio del 1990, periodo che, a quanto ci risulta, rappresentò una svolta cruciale per il destino dell’Europa e del mondo intero.   La principale preoccupazione del signor Bahr era la minaccia di un continuo confronto in Europa dopo la riunificazione tedesca e il rafforzamento, e cito testualmente, dell’«influenza di quei circoli all’interno della NATO che non sono affatto desiderosi di intraprendere la via della cooperazione paneuropea e di arginare il confronto». Questa è una sua citazione. Già allora si era reso conto dell’esistenza di tali circoli. E avrebbe dovuto saperlo, no? Durante i negoziati del 1990, Egon Bahr dichiarò, e cito testualmente: «se non si prenderanno provvedimenti decisivi per superare la divisione dell’Europa in blocchi ostili, gli sviluppi potrebbero prendere una piega molto sfavorevole, condannando l’URSS all’isolamento internazionale». Anche questa è una sua citazione. E cosa fu proposto? Per inciso, vediamo che proprio come aveva previsto, proprio come aveva avvertito, alla fine è successo.

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Cosa fu proposto nell’Europa centro-orientale? Si propose la creazione di un consiglio di sicurezza con la partecipazione sia degli Stati Uniti che dell’URSS, e con ampi poteri. Questo consiglio avrebbe dovuto includere praticamente tutta l’Europa centro-orientale.   Tuttavia, dopo il crollo dell’URSS, le stesse forze che avevano preso il sopravvento in Occidente, come disse una volta Egon Bahr, si sono dimostrate davvero restie a intraprendere la via della cooperazione paneuropea. Nonostante i molti anni – e voglio sottolineare, molti anni – di tentativi della nuova Russia di integrarsi nella cosiddetta civiltà occidentale, in pratica hanno fatto tutto il possibile per isolare e distruggere ulteriormente la Federazione Russa stessa, considerandola, nonostante tutti i cambiamenti politici interni avvenuti in Russia, come una parte fondamentale dello storico Impero russo. E continuano a ripeterlo in vari eventi e incontri: dobbiamo distruggere ulteriormente l’impero.   Tutto ciò ha portato all’attuale situazione, francamente molto pericolosa, in Europa e nel mondo.   Vorrei richiamare la vostra attenzione, signore e signori, sul fatto che, in mia profonda convinzione, il signor Bar pensava allora esclusivamente al futuro dell’Europa, a questa stessa casa paneuropea, di cui i leader dell’URSS parlavano molto all’epoca, ma, purtroppo, si limitavano alle parole.   In Russia, forse meglio di molti altri, sappiamo quanto sia difficile superare le conseguenze di crolli e catastrofi storiche, orientarsi in circostanze nuove e spesso sfavorevoli affidandosi all’istinto. Spesso abbiamo dovuto procedere per tentativi ed errori, reagendo al volo alle situazioni che si presentavano.   Non dimentichiamo mai, però, che una nazione ha bisogno di prospettiva, di una direzione verso il futuro. Senza il passato, naturalmente, non c’è futuro. L’eredità dei nostri antenati, che hanno costruito un grande e unico Paese, deve essere preservata e rafforzata. Senza un fondamento storico e il rispetto per la tradizione, nessuna società può esistere. Ma è vero anche il contrario: senza un futuro, il passato perde di significato. Per quanto grandiose siano state le conquiste dei nostri predecessori, non possiamo diventare un museo della grandezza passata. La vera grandezza di uno Stato è impossibile senza la capacità di stare al passo con i tempi e, idealmente, di anticiparli. La valorizzazione del nostro patrimonio e il suo sviluppo creativo in base alle nuove condizioni sono la migliore garanzia che la tradizione nazionale non diventi un reperto antico, un accessorio storico alla moda, o l’unico oggetto della nostra costante attenzione. Dobbiamo concentrarci sulla creazione di un ambiente vibrante e fertile per le conquiste future.   Per quanto riguarda il futuro, molto è indubbiamente avvolto nell’incertezza, con troppi fattori in rapida evoluzione e influenzanti. Ma una tabella di marcia per raggiungerlo è certamente necessaria, e non si tratta di un’utopia, né di una speculazione astratta o della proiezione di immagini ideali distaccate dalla realtà, bensì di una valutazione realistica dei rischi, delle opportunità e degli obiettivi necessari. La Russia sta tracciando per sé un percorso di questo tipo verso il futuro e, naturalmente, è pronta a partecipare a questo lavoro insieme ad altri paesi e popoli del mondo.   Ripeto, la portata e, soprattutto, la velocità dei cambiamenti in atto nel mondo non hanno precedenti. E dobbiamo riconoscere che il momento in cui nulla potrà più essere cambiato potrebbe arrivare molto rapidamente e inaspettatamente per tutti. Semplicemente, la logica di un’escalation di dure reazioni reciproche porterà a un’irreversibilità fatale.   Il termine «escalation» ricorre spesso oggigiorno nel contesto della descrizione e della previsione di vari conflitti globali: la riluttanza a impegnarsi in una diplomazia autentica, fondata sulla realtà e che tenga conto degli interessi di tutte le parti, spinge ad inasprire la situazione, ad alzare la posta in gioco, spesso bluffando e oltrepassando le linee rosse nella speranza di sopprimere e intimidire l’avversario, o di costringerlo alla resa. L’escalation delle ostilità e delle sanzioni non è una pratica nuova; è stata utilizzata in molti conflitti e non è mai unilaterale: alle azioni provocatorie di alcuni si contrappone una risposta da parte di altri. In questo modo, la spirale si stringe e le conseguenze distruttive si amplificano.   Alla radice dell’escalation – e non sto dicendo nulla di nuovo – ci sono l’arroganza e l’eccessiva sicurezza di sé. Questa è la strada che porta sull’orlo del disastro, soprattutto oggi, quando le principali potenze mondiali possiedono armi in grado di distruggere ogni forma di vita o, quantomeno, di portare la Terra a uno stato catastrofico. Possiamo essere certi che queste armi non verranno mai usate? Ovviamente no. Conosciamo tutti il ​​famoso detto: se una pistola è appesa al muro all’inizio di uno spettacolo, prima o poi sparerà. Dobbiamo tenerlo a mente ed evitarlo.   Quanto più intransigente è l’opposizione, tanto più apertamente viene dichiarato l’obiettivo della «sconfitta strategica» del nemico, tanto maggiore è la probabilità che la battaglia si intensifichi fino alla sua fase più brutale. Le leggi della sopravvivenza non agiscono solo nella fauna selvatica, ma anche nelle comunità sociali, quando si trovano di fronte alla prospettiva di perdere la propria indipendenza, la propria dignità e persino il diritto di esistere.

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Gentili signore e signori!   Lo ripeto: la formazione fondamentale di un nuovo ordine mondiale è inevitabile. Speriamo che ciò avvenga entro una prospettiva storica prevedibile, ma per ora tutto sta accadendo in modo troppo violento e spontaneo. Stiamo solo abbozzando, tastando i contorni del futuro.   Ma questo, ovviamente, non significa che dobbiamo restare con le mani in mano ad aspettare cosa succederà. Per raggiungere la fase creativa – e, come ho già detto, prima o poi arriverà sicuramente – dobbiamo sopravvivere all’attuale momento pericoloso ed evitare che si materializzino le minacce più distruttive.   Ritengo particolarmente importante sottolineare ancora una volta due aspetti che, a mio avviso, dovrebbero diventare oggetto di serio dibattito per tutti noi a livello politico, tecnico, specialistico e persino filosofico.   Innanzitutto, la questione che ho già accennato è l’Intelligenza Artificiale. Attualmente, il mondo sta discutendo se sia opportuno adottare misure per rallentare deliberatamente la ricerca e lo sviluppo in questo campo, impedendo che la tecnologia sfugga al controllo umano. Si tratta di un argomento estremamente complesso che richiede un’attenta riflessione. La storia umana dimostra che arrestare il progresso tecnologico è impossibile, ma dobbiamo comprenderne le conseguenze, soprattutto in termini di applicazione dei suoi risultati, anche in ambito militare.   Esistono già casi in cui l’Intelligenza Artificiale prende decisioni basandosi sulla propria comprensione di ciò che è appropriato. Questo vale sia per le applicazioni civili che per quelle militari. Con la continua implementazione delle tecnologie di IA, il loro ruolo crescerà e gli algoritmi assumeranno responsabilità sempre maggiori . Inoltre, gli esseri umani, ovviamente, non possono competere con la capacità di una macchina di analizzare una situazione quasi istantaneamente. Tuttavia, gli esseri umani possiedono altre qualità: buon senso, intuizione, la capacità di prendere decisioni che potrebbero non essere ovvie, ma che alla fine si rivelano le uniche corrette e salvavita.   Sapete, vorrei raccontarvi una storia tratta dalla prassi sovietica, dalla realtà sovietica. Settembre 1983. Il tenente colonnello Stanislav Petrov, specialista in missili, era in servizio di combattimento e ricevette un segnale dal sistema di allarme per attacchi missilistici. Negli Stati Uniti, sistemi simili sono in funzione da tempo. Il sistema rilevò il lancio di cinque missili balistici intercontinentali americani. Qualsiasi algoritmo avrebbe classificato questo come un chiaro motivo per un attacco di rappresaglia. Ma l’esperto ufficiale dubitò dell’accuratezza del segnale, sospettò un malfunzionamento del sistema, e aveva ragione. Se al suo posto ci fosse stata un’Intelligenza Artificiale, le cose sarebbero potute andare molto diversamente. Questo, a mio parere, è un esempio molto significativo.   I limiti dell’utilizzo delle tecnologie di Intelligenza Artificiale in ambito di sicurezza sono una questione di sopravvivenza per l’umanità. L’Intelligenza Artificiale contribuisce ad aumentare l’efficacia della guerra, il che a sua volta porta a conflitti più distruttivi.   È necessario un dibattito internazionale imparziale e professionale sui metodi moderni di condurre la guerra: come preservare i confini umanitari e limitare le manifestazioni più brutali dei conflitti armati, associate alla crescita delle capacità distruttive. So che il vostro forum ha ospitato una sessione il cui titolo mi è sembrato molto appropriato: «L’etica della nuova guerra: umanità e disumanità».   In effetti, la disumanità dei conflitti moderni può essere compresa in due modi. Comprende la crescente crudeltà e il disprezzo per le norme umanitarie. Comprende anche nuove forme di confronto, in cui l’Intelligenza Artificiale e i sistemi autonomi giocano un ruolo sempre più importante nel combattimento, sostituendo gradualmente gli esseri umani, soprattutto nei processi decisionali. Si tratta di un argomento vasto e complesso che richiede la massima attenzione. L’automazione e la digitalizzazione della guerra portano a una disumanizzazione della percezione, trasformando lo spargimento di sangue e la perdita di vite umane in una sorta di videogioco, una routine meccanica. E questo, per dirla senza mezzi termini, spiana la strada alla ferocia dell’umanità, accompagnata da discorsi di travolgente progresso tecnologico.   Un tempo, alla fine del XIX secolo, nel 1899, fu la Russia a promuovere la Conferenza dell’Aia, che per la prima volta codificò le regole della guerra, la risoluzione pacifica delle controversie e l’umanizzazione del combattimento. Sì, certo, le vere e nobili idee allora enunciate non hanno protetto l’umanità dagli sconvolgimenti del XX secolo. Le guerre mondiali sembrano aver spazzato via le conquiste del diritto umanitario. Ma ora è giunto il momento di riaprire la questione delle regole del conflitto armato.   Non ci sono illusioni: le guerre sono sempre esistite nel corso della storia umana, e i conflitti armati continuano a esistere e probabilmente continueranno a esistere. Questa, purtroppo, è parte integrante dell’esistenza umana. Il servizio militare è la professione di coloro che difendono gli interessi del proprio Paese, ma la professionalità in ambito militare richiede anche il rispetto delle norme umanitarie. L’esercito russo, ad esempio, si è sempre ispirato all’inviolabilità di queste norme e, ci tengo a sottolinearlo, non ha mai sferrato un attacco preventivo contro obiettivi non direttamente collegati alle infrastrutture militari del nemico.   L’aumento delle tensioni internazionali e l’intensificarsi del confronto globale hanno un’altra conseguenza molto negativa a lungo termine, ed è questo il secondo fattore più importante su cui vorrei richiamare la vostra attenzione oggi: nell’attuale clima di conflitto, infatti, sono state sacrificate le soluzioni concrete ai problemi globali che affliggono tutta l’umanità. Questi problemi, di cui si discuteva costantemente fino a poco tempo fa, sono oggi in qualche modo caduti nel dimenticatoio: clima, ecologia, povertà, disuguaglianza. Sono stati accantonati per il momento, ma la loro urgenza non fa che crescere; non sono scomparsi. Purtroppo, non c’è motivo di sperare che la comunità internazionale nel suo complesso sarà in grado di affrontare seriamente questa agenda in un futuro prevedibile. Ma se le questioni urgenti e pressanti non possono essere risolte a livello globale, devono essere affrontate a livello regionale, soprattutto perché questo è più vicino e comprensibile per le persone.   Siamo tutti responsabili del pianeta nel suo insieme, ma soprattutto della nostra casa e dei suoi dintorni immediati. La nostra casa, in senso lato, è l’Eurasia, un vasto territorio, centro e fulcro della maggior parte dei processi più importanti che si svolgono nel mondo. Molto dipende da come gestiamo l’Eurasia e, più in generale, l’intero scenario globale.   Nel contesto della crescente instabilità globale, l’idea di una Grande Partnership Eurasiatica, originariamente proposta dalla Russia, assume un significato particolare. Gli scontri militari e politici stanno minando la connettività globale, minacciando le catene di produzione, trasporto e logistica, nonché le consolidate rotte commerciali e di comunicazione. Il compito e la responsabilità dei paesi eurasiatici è quello di proteggere il nostro spazio il più possibile dai rischi globali e dai processi destabilizzanti, di sfruttare le nuove opportunità tecnologiche e di altro tipo per ampliare significativamente l’interazione eurasiatica e rafforzare la connettività di questo vasto territorio.   Vorrei inoltre sottolineare che le comunità culturali e civili rappresentate in Eurasia vantano una lunga e complessa esperienza di interazione, maturata nei periodi storici più difficili. L’Eurasia ha il potenziale per diventare un prototipo di comunicazione internazionale in un contesto di eterogeneità di culture, approcci e interessi, dove le differenze si trasformano in un vantaggio anziché in un ostacolo per la costruzione di un partenariato sostenibile ed equilibrato.   A questo proposito, vorrei richiamare l’attenzione sull’iniziativa che abbiamo proposto insieme ai nostri amici bielorussi per elaborare una Carta eurasiatica della multipolarità e della diversità nel XXI secolo. La scorsa settimana, in occasione di una riunione dei ministri degli esteri di Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e altri partner, tenutasi a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è stato avviato il lavoro concreto su questo documento fondamentale.   Il valore dell’Eurasia risiede principalmente nella sua natura in gran parte autosufficiente e nella sua capacità di risolvere qualsiasi problema. Le uniche cose di cui questa vasta comunità di nazioni ha bisogno sono una sicurezza indivisibile, l’assenza di minacce militari e una pace duratura.

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Cari colleghi!   Tutti noi, l’intera comunità globale, abbiamo una responsabilità condivisa per il futuro. E questa non è un’esagerazione né una metafora; ripeto, si tratta di un compito concreto che dobbiamo affrontare senza indugio.   Vorrei credere che i nostri discendenti potranno imparare dai futuri libri di storia che il secondo quarto del XXI secolo ha segnato una svolta, quando l’umanità, riconoscendo la portata del cambiamento e le sfide alla propria esistenza, ha trovato la forza di mettere da parte litigi, ambizioni ed egoismi e unirsi per risolvere problemi comuni. Ha trasformato la rivoluzione tecnologica da una serie di minacce in un’ampia gamma di opportunità. Ha iniziato ad affrontare i problemi della disuguaglianza sociale e del degrado ambientale non a parole, ma con i fatti. Ha riconosciuto l’inutilità del confronto militare e della dittatura e la necessità di soluzioni ai problemi emergenti accettabili per tutti. Infine, ha iniziato a costruire un nuovo ordine mondiale sostenibile. Sono fiducioso che questo accadrà.   Perché se tutto ciò non accadrà, c’è il rischio che nessuno potrà studiare su questi libri di testo. E i libri di testo stessi non verranno pubblicati.   Crediamo nel meglio e, soprattutto, facciamo tutto il possibile affinché questo meglio arrivi e resti con noi.   Desidero ringraziarvi per l’attenzione e augurarvi ogni successo. Apprezzo molto i nostri incontri. Grazie. Grazie mille.   Vladimir Putin

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)   
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