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Spazio

Il Cremlino accusa la militarizzazione americana dello spazio esterno

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Le armi non dovrebbero essere schierate nello spazio, ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrj Peskov, rispondendo all’annuncio del Pentagono secondo cui gli Stati Uniti hanno messo in orbita un sistema d’arma.

 

Il Segretario dell’Aeronautica statunitense Troy Meink ha reso noto il dispiegamento lunedì, affermando che la US Space Force «ora dispone di armi di controllo spaziale in orbita in grado di difendere le forze congiunte da azioni ostili avversarie», senza però fornire dettagli sul sistema. Alcuni media hanno ipotizzato che sia destinato a disabilitare o distruggere satelliti ostili.

 

«Crediamo che lo spazio debba essere libero da qualsiasi arma. E certamente contiamo su un ampio consolidamento internazionale… per proseguire gli sforzi verso la completa smilitarizzazione dello spazio», ha dichiarato Peskov ai giornalisti martedì durante un consueto briefing.

 

Il Pentagono vanta una lunga storia di impiego di sistemi orbitali per scopi militari, in particolare per la raccolta di informazioni, la navigazione e le comunicazioni. Tuttavia, alcuni progetti militari statunitensi hanno anche contemplato sistemi potenzialmente in grado di condurre attacchi dallo spazio. Durante la Guerra Fredda, ad esempio, l’Unione Sovietica considerava lo Space Shuttle una possibile piattaforma per sferrare un rapido attacco nucleare.

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Secondo alcune fonti, Paesi considerati da Washington rivali strategici, tra cui Russia e Cina, avrebbero sviluppato capacità antisatellite che potrebbero privare gli Stati Uniti del vantaggio spaziale in caso di conflitto diretto. L’utilizzo di tali armi, tuttavia, potrebbe produrre significative conseguenze indesiderate.

 

La cosiddetta sindrome di Kessler descrive uno scenario in cui le collisioni generano quantità crescenti di detriti orbitali, innescando ulteriori collisioni e rendendo potenzialmente inutilizzabili le orbite terrestri basse per un periodo prolungato.

 

La Russia chiede da tempo accordi internazionali più rigorosi che limitino l’uso militare dello spazio. Sebbene il Trattato sullo spazio extra-atmosferico proibisca il dispiegamento di armi di distruzione di massa in orbita, Mosca sostiene che anche le armi convenzionali dovrebbero essere vietate.

 

A inizio 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina, la NATO aveva pubblicato un documento ufficiale – NATO’s overarching Space Policy («Politica spaziale globale NATO») che introduce la dottrina spaziale del Patto Atlantico: le minacce spaziali devono essere incluse nell’articolo 5, la celeberrima clausola di mutua difesa della NATO che impegna a dare una risposta collettiva nel caso un singolo Paese venga attaccato. In precedenza, la NATO aveva già avviato un centro spaziale, parte del comando aereo di Ramstein, in Germania.

 

La Russia aveva risposto duramente definendo il documento «unilaterale ed incendiario». «Possiamo vedere dove si sta effettivamente dirigendo il mondo spaziale occidentale. Si sta dirigendo verso la guerra», aveva detto al canale televisivo Rossiya 24 in un’intervista l’allora direttore dell’agenzia russa spaziale Roskosmos Dmitrij Rogozin la scorsa estate.

 

Una guerra spaziale, va ricordato, potrebbe impedire all’umanità l’accesso allo spazio per secoli o millenni, a causa dei detriti e della conseguente sindrome di Kessler. Tuttavia, pare che gli eserciti si stiano davvero preparando alla guerra orbitale.

 

Come riportato da Renovatio 21, a giugno, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che il suo Paese stava sviluppando un sistema laser antisatellite spaziale e puntava a diventare «il Paese leader al mondo in questa capacità». Tre anni fa il ministro delle comunicazioni dello Stato Ebraico Shlomo Kari aveva minacciato la distruzione della costellazione satellitare Starlink di Elone Musk.

 

A inizio anno era emerso che anche la Germania vuole dei laserri spaziali, prevedendo un pacchetto di una quarantina di miliardi di euro per armamenti cosmici.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 


 

 

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Spazio

Lo spazio come frontiera geopolitica. Intervista a Emilio Cozzi

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Quando si parla di spazio e di tutto ciò che orbita attorno alle nuove frontiere dell’universo, Emilio Cozzi è senza dubbio uno dei massimi esperti e punti di riferimento del giornalismo italiano. Presenza impeccabile e ricorrente in TV nel raccontare la storia e le novità delle missioni spaziali, giorni fa ci ha concesso una lunga intervista in esclusiva.   Ma definire Cozzi solo per il suo impegno spaziale sarebbe riduttivo: oltre ad essere uno dei divulgatori più colti e preparati del panorama nazionale, ha un’expertise riconosciuta – non solo nazionalmente – riguardo storia e della cultura dei videogiochi.   Renovatio 21, però, è andata oltre. Gli abbiamo chiesto di riavvolgere il nastro fino alle sue origini musicali, per farci raccontare l’avventura con i Kaoslord, una band che ha lasciato un segno indelebile nella storia del metal nostrano. E non si tratta dell’unica altra cosa che, al di fuori del giornalismo, Emilio ha messo in piedi.   Sei autore di un libro fondamentale per chi si occupa di politiche che mirano al futuro: Geopolitica dello spazio. Tratti un argomento inedito e particolare in questo volume. Cosa ci dici in merito? Il libro è nato da un’esigenza, o meglio da un’ambizione che è quella di raccontare lo spazio a chi non ne sia particolarmente interessato o non sia del settore. Mi rivolgo anche agli addetti ai lavori, ma l’ambizione era quella di raccontare lo spazio a più gente possibile, perché – questa è un po’ la tesi del libro – oggi lo spazio innerva la nostra vita quotidiana. Che ci interessi o meno, che vogliamo o no andare sulla Luna o su Marte o che non sappiamo nulla dello spazio, di fatto, oltre le nostre teste stanno decidendo buona parte della modalità in cui facciamo le nostre attività quotidiane: le comunicazioni, le transazioni bancarie e inevitabilmente anche gli equilibri di potere.    Motivo per cui secondo me oggi per comprendere la realtà non puoi ignorare quello che accade nello spazio, sebbene sia invisibile agli occhi. Ecco che l’ambizione del libro è quella di raccontare quello che io chiamo un nuovo territorio, un nuovo continente. È una provocazione, perché evidentemente nello spazio i confini, la geopolitica, non possono esistere, ma su questa provocazione ho scritto quanto e se è importante occuparsi di spazio, a prescindere dal fatto che interessi o meno, perché qualcun altro sennò deciderà per te. Cosa che già sta succedendo, ma prenderne almeno consapevolezza è un primo passo.   Oggi quanto è importante l’astropolitica? È fondamentale e lo sarà sempre di più. Cito a memoria, perché non è una mia frase: «Oggi chi presidia lo spazio non vince le guerre, ma certamente chi non lo presidia le perde».   Abbiamo avuto due esempi drammatici di recente. Nella guerra in Ucraina è evidente come Starlink – che peraltro è una costellazione di una proprietà privata – abbia influito sugli equilibri in campo e in Iran, laddove, nella prima fase, quando internet era bandito, l’unico modo per comunicare da parte degli iraniani civili era utilizzare Starlink, tra l’altro rischiando grosso perché laggiù la costellazione è messa al bando, per cui questi, a loro rischio e pericolo, avevano le loro antennine con cui ci permettevano di dirci le poche cose che abbiamo saputo all’inizio della guerra.   Questo evidentemente dimostra come gli equilibri stiano cambiando. È un esempio tra i tanti. Se parlassimo di imaging, oggi vediamo quello che succede a un ragazzo grazie a dei satelliti – peraltro anche in quel caso privati – che osservano i vari territori.   È inevitabile che oggi lo spazio, non a caso, sia stato riconosciuto come un dominio NATO da presidiare. È un ambito in cui la difesa si costruisce e, ahimè, si attua. Speriamo senza arrivare a un conflitto spaziale, sebbene qualche avvisaglia l’abbiamo già avuta.

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Se dovessimo fare un parallelismo tra quello che succede sulla Terra e quello che potrebbe succedere nello spazio, viste le diatribe belliche sempre più diffuse qua, il futuro non promette benissimo. Lo spazio comunque rimane un territorio di conquista. Mi piace che tu lo definisca territorio, perché lo è in realtà. È di conquista in due sensi. Nel senso positivo, perché è un ambito di conquista scientifica. Esplorando lo spazio, allontanandoci progressivamente dalla Terra come genere umano, siamo costretti a sviluppare nuove tecnologie, apprendere nuove conoscenze e, in ambito scientifico, a imparare cose nuove o verificare se delle nostre convinzioni siano corrette o meno. Questo coincide col progresso dell’intera umanità.   Imparando cose nuove per poi metterle a disposizione di tutti, perché gli esperimenti scientifici, anche quelli più importanti, hanno dei dati condivisi in tutta la comunità scientifica globale e questo permette al genere umano di evolversi. Chissà se un domani anche con la capacità di esplorare nuovi mondi.   Dall’altra parte è un territorio di conquista in senso più stretto. Purtroppo, come ribadiva appunto il riconoscimento da parte della NATO dello spazio quale dominio, oggi lo spazio è visto come una parte, una frazione, un’area da presidiare per fare in modo di avere una primazia, di prevalere su eventuali avversari, su paesi diversi e questo implica letteralmente il concetto di conquista della frontiera.   Chi prima arriva, chi prima insedia i propri asset tecnologici, ha evidentemente un vantaggio su chi arriva dopo. Per cui lo spazio è un ambito di conquista in due sensi diversi: uno nell’accezione positiva, l’altro nell’accezione meno positiva.   Questo mi permette di dire che, nella mia percezione dello spazio, non è che uno specchio di quello che succede sulla Terra. Da una parte attua o inaugura una distensione diplomatica di rapporti che magari sulla Terra non esistono o sono tesi – non è un caso che sulla ISS la Russia e gli Stati Uniti non abbiano mai smesso di collaborare – dall’altra non fa che riflettere gli equilibri di potere sulla Terra, amplificando le varie differenze.   Oggi chi ha la capacità di arrivare nello spazio in maniera autonoma, chi ha la capacità di metterci delle cose sue, ha un vantaggio su chi non ha questa capacità.   Questo tuo libro ha avuto molto successo ed è stato tradotto anche in polacco. Anche in russo ed è molto più raro che avvenga, stando a quanto riferitomi dall’editore.   Sta avendo una popolarità crescente. Senza peccare di presunzione, ma credo che questo libro sia arrivato nel momento giusto. È uscito un mese prima che Trump vincesse le elezioni, con Elon Musk che ha avuto un ruolo determinante. Quando si parla di Musk è inevitabile parlare di spazio. Lì la gente ha capito quanto lo spazio – andando sulle prime pagine dei giornali tutti i giorni – fosse importante.   Il mio libro parla esattamente di questo ed è stato un concatenarsi di eventi felici. Notizia in anteprima che do a Renovatio 21: sto scrivendone un altro, ma non posso dire niente di più, sperando che l’interesse per queste tematiche rimanga.  

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Tu conosci bene l’ambiente aerospaziale italiano; ci faresti un quadro sintetico ed esplicativo di questo nostro settore? Lo spazio italiano ha una storia gloriosa. Punto primo, perché l’Italia è stato il terzo Paese a mandare in orbita e, soprattutto, dopo aver costruito, operato in autonomia e mandato in orbita un satellite dopo l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, l’Italia ha spedito un satellite in orbita operandolo da sé: il San Marco 1 nel dicembre del 1964.   Da lì in poi l’Italia non ha mai smesso di porre l’attenzione e investire in ambito spaziale. Telespazio, la prima azienda italiana che si è occupata di telecomunicazioni satellitari, è stata fondata nel 1961. Lo Sputnik era stato lanciato quattro anni prima, per intenderci.   Da lì in poi la storia spaziale italiana si è costruita tra alti e bassi, ma oggi l’Italia vanta l’intera catena del valore spaziale. In Italia siamo capaci di costruire vettori spaziali e vettori di lancio, li produce Avio a Colleferro; siamo i più bravi del mondo a costruire satelliti per l’osservazione della Terra, in particolare con tecnologia SAR (radar ad apertura sintetica) che permette a un satellite di osservare la Terra in qualsiasi condizione meteorologica.   Siamo i migliori del mondo a costruire moduli pressurizzati abitabili, sostanzialmente stazioni spaziali. Metà del volume pressurizzato della ISS lo abbiamo costruito noi in Italia, compresa la cupola, la famosa finestra da cui vedi gli astronauti affacciarsi.   Non è un caso che nel programma lunare a guida statunitense, Artemis, noi siamo dei collaboratori importanti. Tanto che siamo deputati a costruire l’MPH, il primo modulo abitabile semovente – una sorta di camper spaziale – dove i pellegrini lunari vivranno nelle prime fasi dell’esplorazione lunare, e non è un caso che nella prossima missione lunare Artemis 3 il pilota sia italiano, cioè Luca Parmitano.   Il ruolo di pilota in quella missione sarà particolarmente rilevante, perché manualmente dovranno avvicinarsi, attraccare e poi sganciarsi dai due lander che porteranno fisicamente le persone sulla Luna: quello di Starship e l’altro di Blue Origin. Questi due lander lunari saranno testati da Luca Parmitano per la prima volta nella storia.

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Tu hai scritto un libro con Luca Parmitano, Camminare tra le stelle. Esattamente! Per concludere quello che ti stavo dicendo, questi elementi che ti ho citato ci dicono quanto l’Italia sia importante nei programmi spaziali e quanto li consideri fondamentali.   A prescindere dal colore del Governo in carica, da dieci anni il nostro Paese aumenta i propri investimenti in questo settore. Abbiamo circa 7,9 miliardi da investire entro il 2028, una cifra non gigantesca, ma sostanziosa.   Il che non ci permette di dire che l’Italia sia una potenza spaziale, è una narrazione che non corrisponde al vero. Certamente l’Italia è, a livello di ecosistema industriale, una delle nazioni più preparate e più competitive del mondo, ma a livello politico soffriamo il fatto che siamo una nazione piccolina.   Non possiamo pensare di competere con la Cina, con gli Stati Uniti e tra poco nemmeno più con l’India. Occorre che si trovi una posizione di potere a livello europeo, ma qui dovremmo andare a parlare di Europa che in questo momento mi sembra un po’ in crisi, diciamo così.   In Guyana Francese avvengono lanci di vettori spaziali europei. Tu sei stato più volte a vedere questi lanci. Ce li racconti? La Guyana Francese è ufficialmente lo spazio-porto europeo. Fino al 2022 anche la Russia lanciava da questo spazio-porto. È ubicato in una posizione geografica particolarmente adatta a un certo tipo di lanci; l’orbita equatoriale è molto ambita.   Adesso l’Europa sta dotandosi di altri spazio-porti all’interno del proprio territorio, ma non sono ancora pronti. Laggiù ho visto tanti lanci e posso dire che rimarranno impressi nella mia memoria. Vedere degli oggetti grandi quanto dei palazzi staccarsi da terra e andare nello spazio – in quella location sempre senza equipaggio – è un’esperienza che merita di essere vissuta almeno una volta nella vita. L’unico lancio con equipaggio che vidi fu il lancio di Luca Parmitano in Kazakistan.   Bel privilegio. Senza dubbio. Sono un appassionato di motorsport; ho visto la Formula Uno dal vivo, la MotoGP e sono esperienze molto belle. Pensa al rumore: solo quello è scioccante e non è paragonabile a quello di un razzo, anche se i lanci li vedi da circa cinque chilometri di distanza. Quando arriva la botta di suono dopo qualche secondo è una roba che non dimentichi.   Il parallelismo col motorsport lo trovo interessante; quel rumore crea già di per sé un’emozione forte. Il rumore dei motori, in specie nella Formula Uno degli anni Settanta era assordante.   Renovatio21 ha intervistato il giornalista del motorsport per eccellenza, Giorgio Terruzzi, e lui da bambino, cresciuto vicino all’autodromo di Monza, rimase folgorato dal rumore di quei bolidi anche a distanza di qualche chilometro. Giorgio Terruzzi per me è un maestro, non è un collega. Ricordo che ebbi l’opportunità di vedere le prove libere di F1 a Montecarlo. Quando esci dal sottopasso del treno lì a Montecarlo – che sta circa a due chilometri dalla pista – lì li sento come se fossero accanto a te. Una roba impressionante che affascina anche chi non è interessato.   Ci leggo delle similitudini con lo spazio: ti mostra la capacità tecnologica del genere umano. Siamo capaci di fare cose meravigliose. Purtroppo siamo capaci anche di fare cose crudeli e spregevoli, ma questo è un altro discorso.   Space X, i cinesi e altri competitor stanno puntando gli occhi sulla Luna in maniera seria. Noi europei in questa corsa alla conquista lunare, come siamo messi? Per quanto riguarda l’attuale corsa lunare, noi italiani siamo partner e lo dimostra la partecipazione alla terza missione di Artemis. L’Italia è a guida di un consorzio che sta realizzando una costellazione lunare, chiamata Moonlight, che sarà deputata a fornire navigazione e posizionamento; una sorta di GPS lunare.   Se però la domanda è se un bel giorno l’Europa sarà in grado di portare dei propri astronauti, con un proprio mezzo, sulla Luna, in questo momento non siamo capaci. Se volessimo andare sulla Luna – come succederà – dovremmo farci aiutare dai nostri partner, in particolare gli USA. La nostra incapacità di essere indipendenti per una spedizione lunare ci racconta tante cose, tra cui quella che oggi l’Europa non abbia un proprio mezzo per portare nemmeno in orbita gli astronauti. I nostri astronauti italiani hanno sempre usato mezzi russi o statunitensi.   Ci arriveremo prima o poi? Ci stiamo lavorando, ma siamo abbastanza indietro. Stanno lavorando a una capsula per trasporto merci e inevitabilmente già la pensi come mezzo di trasporto per gli astronauti. Ancora è tutto in divenire.

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Elon Musk oggi ricopre una posizione egemone sulla questione satelliti e affini. Su oltre trecento lanci circa, a livello globale, effettuati l’anno scorso, più di metà li ha fatti lui, che è un privato. Questo la dice lunga. Più di due terzi dei lanci statunitensi li ha fatti lui. Questo ti dice quale sia oggi il ruolo di Musk nella geopolitica spaziale.   Tanto che, se ricordi la famosa polemica con Donald Trump dopo un iniziale rapporto quasi amorevole che si sviluppò tra i due. Il presidente rivendicava finanziamenti e sovvenzioni alle aziende di Musk e disse che, in caso di rottura tra i due, gli avrebbe tagliato i soldi. Musk, dal canto suo, replicò che, se quelle erano le condizioni, avrebbe lasciato a terra i suoi Falcon 9.   La bagarre sembrò finire lì, ma ci fu comunque un’indagine sui finanziamenti federali alle aziende di Elon Musk e pare – non posso confermare – che il dipartimento della Difesa sia andato dal buon Trump dicendogli che, se Musk avesse smesso di lanciare i propri razzi, i satelliti militari statunitensi non sarebbero più andati in orbita.   Magicamente sono tornati amici. Questo ti racconta il potere e il ruolo di Musk oggi, a prescindere dalla sua ricchezza; io sono convinto che la sua ricchezza straordinaria – forse l’uomo più ricco della storia del genere umano – sia un dato marginale e nemmeno lui ne sia più di tanto interessato.   Elon Musk ha un potere che va al di là di quello economico; ha un potere militare e un potere politico che gli deriva da quello che fa con le sue aziende.   Un altro macrotema non trascurabile è quello dell’inquinamento spaziale e della spazzatura spaziale. Renovatio 21 ha scritto in merito qualche articolo. Il rischio che qualche satellite possa impattare qualche detrito lasciato da uno vecchio c’è. Tutto ciò un domani potrebbe essere una finestra di opportunità lavorativa per chi volesse fare il «netturbino dello spazio» e credo che qualche azienda ci stia già pensando. Ti confermo che è un rischio. La famosa sindrome di Kessler descrive una situazione in cui la quantità di detriti spaziali nell’orbita terrestre bassa diventa così alta da causare scontri continui a reazione a catena. Questo effetto domino distruggerebbe i satelliti e bloccherebbe l’accesso allo spazio», questa ipotesi purtroppo si sta avvicinando alla concretezza in maniera estremamente rapida.   Se tu guardi quanto abbiamo lanciato fino al 2019/2020 e guardi quanto abbiamo lanciato nei sei anni successivi, ti accorgi che abbiamo lanciato molti più oggetti di quanti ne abbiamo lanciati nei sessant’anni precedenti. È un trend che non rallenterà, tanto che nei prossimi cinque anni lanceremo molto di più.   Detto questo, come sempre nello spazio, il rischio o i problemi – come direbbe il mio amico Luca Parmitano – diventano un contesto. Se tu hai le radiazioni oltre l’atmosfera che possono ammazzarti, non è un problema, fa parte del contesto. Come si fa ad andare oltre?   Il problema dei detriti spaziali e del relativo inquinamento sta diventando un problema di contesto. Si devono studiare delle soluzioni per mitigare questo problema e questo certamente andrà a generare una nuova economia: satelliti che verranno mandati nello spazio per manutenere altri satelliti, per rifornirli e prolungarne la loro vita operativa oppure addirittura smontarli, prendere i materiali preziosi di cui sono costituiti e costruire altre cose direttamente in orbita.   Ciò si chiama Orbital manufacturing; stiamo ancora parlando di fantascienza, ma qualcosa di concreto si sta muovendo, tanto che al momento c’è una missione specifica per riparare un satellite e riportarlo nell’orbita giusta. Nelle prossime missioni di questo tipo ci sarà anche una collaborazione dell’Italia. Capisci che questo potrebbe generare un’economia di spazzini spaziali clamorosamente ricca.   Se si dovesse verificare concretamente la sindrome di Kessler – a parte non andare sulla Luna o su Marte – e si danneggiassero alcuni satelliti per le telecomunicazioni, le nostre attività terrestri potrebbero avere dei seri problemi.     Tra qualche anno c’è la concreta speranza di avere viaggi aerei suborbitali così da ridurre enormemente il tempo di percorrenza nei voli intercontinentali? Siamo ancora un po’ lontani, non tanto perché non stiamo sviluppando mezzi che possano fare voli suborbitali – che sarà la tecnologia che ci permetterà di abbreviare i tempi di percorrenza su lunghe tratte aeree – il problema è che, prima di rendere questo tipo di tecnologia accessibile al pubblico, devi avere anche le infrastrutture.   C’è voluto un po’ dall’invenzione del primo aereo dei fratelli Wright alle compagnie aeree e alla costruzione degli aeroporti. Stesso discorso per i voli suborbitali: necessitano di infrastrutture a terra che permettano fattualmente questo tipo di voli.   Dal punto di vista tecnologico dei voli suborbitali non siamo così lontani, mentre dal punto di vista infrastrutturale occorre che ci si metta d’accordo a livello globale e si cominci a finanziare e a strutturare infrastrutture atte a questo tipo di viaggi. Su quest’ultimo punto siamo ancora indietro.

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Un’altra tua grande passione sono i videogiochi. Quando hai iniziato a occuparti di questo mondo così vasto e affascinante? La passione per i videogiochi mi è venuta da bambino. Io sono uno di quei nerd che vengono raccontati in Stranger Things. Già alle scuole medie giocavo ai videogiochi ed era una roba veramente rarissima; quando parlavi di videogiochi potevi parlarne con due o tre compagni al massimo.   È una passione che non è mai scomparsa e che ho coltivato acquistando di volta in volta le varie console, il computer e poi il primo modello della PlayStation che ha reso il mondo dei videogiochi più diffuso. Da lì in poi non ho più smesso.   All’inizio della mia carriera da giornalista scrivevo di cinema, Roberto [Dal Bosco, il direttore di Renovatio 21, ndr] se lo ricorda molto bene. Poi ho iniziato a capire che i videogame sarebbero diventati, dal punto di vista dell’industria culturale, un elemento importante e ho cominciato a proporre a diverse testate degli approfondimenti sui videogiochi e, piano piano, ho iniziato a occuparmene assiduamente.   Ne ho scritto per Il Sole 24 Ore, per Vogue e ci ho scritto anche un paio di libri. Me ne occupo ancora, però da dietro le quinte, perché sono il titolare della sezione videogiochi di Napoli Comicon, di Bergamo Comicon e do una mano al Lucca Comics, ma in realtà ne scrivo sempre meno.   È una passione che non mi ha mai lasciato, anche se adesso non ho più tempo per giocare. La cosa bella è che tra i videogiochi e lo spazio ci sono tantissime affinità, perché con i videogiochi ci permettiamo di andare oltre i confini utilizzando dei software.   I videogiochi spaziali sono tanti e mi piacciono sempre di più. I videogiochi entrano spesso, o i simulatori tratti dai videogiochi, nel percorso formativo di tanti astronauti, tanto che alcuni dei quali ci si addestrano.   Conosco poche persone che lavorano in ambito spaziale e non siano fanatiche della fantascienza o che non siano fanatici del gaming.

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Il mondo dei videogame è andato in crescendo? Il settore ha avuto per decenni una crescita costante. Adesso sta vivendo una crisi molto particolare – parlo dell’industria dei videogiochi – non tanto perché il fatturato stia diminuendo, anzi credo stia aumentando, ma perché la modalità industriale della produzione di videogiochi abbia raggiunto un picco.   I motivi possono essere due: punto primo, perché gli investimenti in questo settore sono esplosi, complice la pandemia, perché tutti videogiocavano essendo stati costretti a rimanere chiusi in casa per un anno e mezzo e lì le aziende, pensando che la cosa sarebbe rimasta una costante, hanno assunto a tutto spiano con grandi investimenti. Terminata la pandemia, la gente si è accorta che uscire di casa era tanto bello, per cui negli ultimi tempi stiamo assistendo a licenziamenti in massa in quel settore.   Il secondo punto è che realizzare dei videogame ha costi enormi e la questione non è più sostenibile. Oggi, se fai un flop con un videogioco che ti è costato due o trecento milioni, chiudi l’azienda.   Per cui stiamo vedendo alcune aziende, anche grosse, che chiudono con tanta gente che rimane a spasso. Il che non significa che il videogioco sia un medium in crisi, tutt’altro, ma il suo modello industriale di produzione è in crisi.   Il videogioco fattura sempre di più, mentre le grandi aziende rischiano di chiudere da un giorno all’altro.   Il libro che hai scritto sul mondo dei videogiochi si chiama Io sono Pow3r insieme all’influencer e pro player Giorgio Calandrelli. Cosa raccontate nel vostro libro? Oggi il giovane fruisce in maniera diversa dei videogiochi rispetto a qualche decennio fa, complice anche la scomparsa di quasi tutte le sale giochi. Le sale giochi oggi – quelle rimaste – non hanno più il ruolo che avevano alla mia epoca, un posto di aggregazione dove conoscevi un sacco di gente con la tua passione. Erano anche luoghi con una pessima fama.   Oggi l’attenzione per i videogiochi si è spostata su piattaforme. Banalmente Twitch è nata per condividere le proprie esperienze di gioco con altri. Ciò ha creato un’altra economia che oggi si chiama influencer marketing e tantissimo deve all’ambito dei videogiochi.   I primi influencer, che oggi si chiamano content creator, erano ragazzini o ragazzine che videogiocavano live condividendo le proprie partite. L’esempio di Pow3r: la capacità di giocare ad altissimo livello con altri ragazzi che volevano imparare come si faceva o semplicemente volevano godersi la partita altrui.   Per le persone della mia epoca è una cosa assolutamente controintuitiva; io quando andavo al bar o in sala giochi non vedevo l’ora che quello prima di me finisse la partita per giocare io. Oggi ci sono persone che trascorrono ore in compagnia dei loro content creator di riferimento per vederli videogiocare e conversare con loro.   Quando scrissi il libro che hai citato tu, Giorgio era all’apice del successo – ed era una persona che spostava l’attenzione di milioni di ragazzi – adesso mi pare che quell’ambiente si sia ridimensionato, ma comunque rimane gigantesco.   Ha identificato un cambio radicale di fruizione dei contenuti, non solo di videogiochi. Ha permesso a tutti di parlare col tuo idolo, che condivideva le tue stesse passioni, e di interagirci in tempo reale. È assolutamente normale che un content creator conversi con i suoi followers.   Oggi, vado a occhio, sotto i trent’anni sono molto di più le persone che guardano contenuti su YouTube che non in televisione e questo la dice lunga.

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Un’altra cosa essenziale, importante e fondamentale nella tua vita, è la musica, giusto? Sì! Ecco, sento che su questa domanda c’è lo zampino di Roberto [ride]!   Come nasce questa tua passione? La musica nella mia famiglia è stata sempre una grande passione condivisa. Mio babbo, mia mamma e mia sorella cantano, però è sempre stato un hobby.   Io ho provato per qualche anno a farla diventare una professione avendo avuto diverse band e inciso diversi dischi. Per qualche anno ho vissuto con l’illusione di poter diventare una rockstar e dopodiché la realtà mi ha presentato il conto e ho smesso con i miei sogni di rock’n’roll.   Per me la musica era e rimane un qualcosa di meraviglioso, tant’è che quando scrivo le puntate del mio show televisivo su Sky Countdown – Dallo Spazio alla Terra o quando scrivo un libro, spesso e volentieri mi piace partire da una citazione musicale.   Credo che non si possa fare a meno della musica, come non si può fare a meno del cinema e della letteratura; non possiamo fare a meno dell’arte. Oramai siamo un mondo pienamente tecnologico e pensare un futuro senza le discipline artistiche è non pensare all’evoluzione dell’uomo.   Come dice l’ex astronauta Paolo Nespoli, «la mia illusione è che prima o poi nello spazio ci mandino dei poeti e dei filosofi, più che gli ingegneri» [ride].   I Kaoslord sono stati un gruppo metal italiano importantissimo, all’avanguardia per quei tempi considerando che erano i primissimi anni Novanta. Avete avuto un successo notevole anche all’estero e tu eri il frontman di questa band. Posso dirti di più: il mio chitarrista, dopo quasi trent’anni di totale oblio, non so per quale losco motivo, qualche settimana fa si è messo in testa di pubblicare tutti i pezzi che noi avevamo scritto per il disco che non è mai uscito e, se vai sulla pagina Instagram KAOSLORD, trovi questi brani, ovviamente registrati in pre-produzione.   Quel disco mai uscito avrebbe dovuto essere il primo vero disco completo dei Kaoslord. Vedere pubblicati quei brani fa molto sorridere e ogni tanto mi viene un po’ di malinconia. Al tempo eravamo all’avanguardia, forse un po’ troppo [ride]. Il vostro EP uscì nel 1993. La nostra carriera si concluse nel 1997 e l’ultimo nostro concerto fu davanti a tremila persone. Eravamo piuttosto noti nell’underground e stavamo scrivendo il nostro primo LP che, come ti dicevo un attimo fa, non è mai uscito.   I Kaoslord sono durati un lustro, come direbbe Roberto. Sono stati anni molto belli. Era un periodo in cui la musica – specie quella underground – in Italia era molto più seguita di quanto non lo sia oggi e da lì uscirono delle band che poi sono arrivate al grande pubblico.   Complice MTV, che ha dato visibilità a molti gruppi quali i Subsonica, gli Afterhours, i Bluvertigo… erano band che noi conoscevamo e con cui suonavamo abitualmente, sebbene i generi fossero molto diversi.  
 
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Gli anni Novanta del Rock italiano sono stati un tempo intenso e aggregativo per la nostra musica. C’era voglia di suonare e di ascoltare. Era un movimento vivo e c’era curiosità di ascoltare anche band più estreme o underground proprio per il gusto di scoprire un qualcosa di nuovo. Oggi è tutto cambiato. Quello che dici è tutto vero. Di recente ne stavo parlando con Manuel Agnelli degli Afterhours e con David Moretti, il cantante dei Karma; ai tempi il concetto di cover band quasi non esisteva ed era guardato molto male perché, se ti esibivi dal vivo, dovevi portare le tue canzoni.   Il pubblico – che erano nostri coetanei – era molto attento. Mi ricordo dei nostri concerti a Bologna con duemila persone, a Sondrio più di mille. E noi non eravamo delle rockstar. Dopo di noi alcuni gruppi come i Subsonica o i Bluvertigo hanno riempito spazi più grandi come i palazzetti. Era un tempo con un bel fermento creativo e c’era attenzione anche per gruppi che non erano famosi come i Litfiba o Vasco Rossi.   Non conosco la scena contemporanea, ma il rock non ha più quella spinta che aveva fino a qualche anno fa. Oggi il rap e i suoi derivati la fanno da padrone.   Ti faccio un esempio: quando andavo alle superiori avevo almeno cinque o sei compagni di classe che suonavano in altrettante band. Oggi se ne trovi uno a classe è un record.   Il rap e anche la trap che hanno segnato musicalmente gli anni di oggi, mi pare stiano scemando lentamente a favore di qualcos’altro e mi auguro che questo qualcos’altro sia una musica più suonata dove i musicisti possano tornare un po’ più al centro della scena. Quando si fanno questi discorsi ho sempre paura di passare da boomer. Hai ragione e la cosa che è più cambiata è il tipo di fruizione e il tipo di ruolo che la musica ha nella vita quotidiana.   Fino ai nostri tempi la musica aveva un fortissimo ruolo identitario e di aggregazione. Semplifico: se eri un metallaro, ti vestivi da metallaro e se eri un punk ti vestivi di conseguenza, se ascoltavi musica da discoteca, ti comportavi e avevi un dress code in linea con quello stile musicale. Ogni genere rappresentava anche dei suoi valori. Oggi è tutto più mescolato ed è molto raro che tu ti identifichi in un genere o in un artista, tranne le eccezioni del caso.   La musica ha perso un po’ quel tipo di importanza, sebbene sia molto più accessibile di prima con l’online. Questa accessibilità e questa quantità di musica a cui possiamo accedere è una peculiarità positiva, ma al contempo fa molta più fatica a incidere sull’identità delle persone.   Non sono un sociologo, ma è quello che percepisco.   Credo che la musica faccia anche più fatica a sedimentare. Un tempo, quando era d’obbligo acquistare un supporto fisico per poter ascoltare il nostro artista preferito, forse avevamo più attenzione nell’ascolto. Oggi, con la musica liquida, è vero che abbiamo un infinito musicale da poter ascoltare, ma forse ascoltiamo più distrattamente. Hai toccato il punto giusto, ma attenzione perché non riguarda solo la musica. Riguarda anche il cinema: c’è voluta L’Odissea di Nolan perché tutti parlassero dello stesso film per un certo periodo.   Ai miei tempi era normale parlare di film: quando uscivano titoli come Indiana Jones, Terminator, Guerre Stellari, al di là che siano diventati dei fenomeni culturali, tutti parlavano di quel film e tutti andavano a vederlo.   Oggi ognuno ha la microserie che guarda in tempi diversi da quelli in cui la guardano gli altri e per far diventare un qualcosa fenomeno culturale di massa c’è voluto Nolan oggi. Anche il cinema fa fatica a sedimentare, nonostante i grandi blockbuster. Forse la Marvel ci riesce ogni tanto.   L’unico media che sedimenta ancora è il videogioco, perché banalmente ti costringe a giocarci per tante ore. Gli altri media fanno molta fatica. Non parliamo dei libri che è meglio.   Io comunque continuo a scrivere, nonostante tutto. E a me lo dici? Fare lo scrittore è uno dei miei tanti lavori anche se oggi non siamo più nell’Ottocento quando con un romanzo poteva cambiare la società. Oggi non succede più; anche i libri che vendono tanto non hanno più quella capacità di imprimersi che avevano cento anni fa.    Con i Kaoslord hai suonato assieme ai Korn quando ancora non si erano affermati al grande pubblico. Noi vedemmo i Korn e li conoscemmo personalmente per la prima volta nel settembre 1994, quando suonammo al Foundation Forum di Los Angeles, una sorta di fiera del metal mondiale.   I gruppi metal in rampa di lancio che volevano avere una certa visibilità andavano lì, ma solo su invito. Noi fummo i primi italiani a essere invitati e, quando ci esibimmo, dopo c’erano i Korn.   C’erano i Biohazard che videro la nostra esibizione, c’era Bruce Dickinson fresco dell’uscita del suo disco solista Balls to Picasso. Mi ricordo che il mio chitarrista mi disse: «Ho visto una band che tu non ci credi!» e mi presentò i Korn e io conobbi il chitarrista Munky James Shaffer.   Sei mesi dopo i Korn divennero delle superstar mondiali. Osservando i Korn capimmo che la nostra musica era al passo con i tempi, anche se noi eravamo più simili ai Tool o ai Deftones.   Piccolo dettaglio: i Korn son diventati chi sono e noi siamo spariti nel nulla! [ride] Ti dirò una cosa che forse nemmeno Roberto conosce: il primo concerto in Italia dei Korn fu l’anno dopo quel festival americano, al Palalido, e ci invitarono. Dopo il concerto vado a salutare Munky e l’ho portato in giro per tutta Milano fino alle sei del mattino con la mia Fiat Uno Sting: io, lui e il suo personal assistant. Abbiamo fatto l’alba. Lo portai al Rolling Stone, dove nessuno peraltro lo riconobbe, e bevemmo e ci divertimmo fino al mattino.   La tua carriera musicale non si esaurisce con i Kaoslord, ma nel 2004 prendi parte anche a un altro progetto musicale, di genere molto diverso, ma molto interessante: i Jet Lag. Un progetto ambizioso, di qualità e musicalmente molto raffinato. Tra l’altro uno dei musicisti coinvolti è Livio Magnini, il chitarrista dei Bluvertigo, e Jacopo Rondinelli, ora regista affermato. Grande Livio! Grande Jacopo! A parte nel caso spaziale e dei videogiochi, perché ho intuito che sarebbero diventati una cosa importante prima che lo diventassero, tutto il resto della mia vita racconta tempi sbagliati, compresi i Jet Lag.   I Jet Lag sono stati un progetto giusto nel momento sbagliato. È un disco pieno di collaborazioni che, dopo di noi, gruppi come i Gorillaz hanno fatto la stessa cosa. Molto più bravi noi, per carità, e lungi da me paragonarmi a quel genio di Damon Albarn, però il concetto era lo stesso.   Il problema è che siamo arrivati troppo presto e in un momento della discografia italiana non esattamente felice. Te la dico brutta: quando nel 2005 uscì il nostro disco, chi lavorava nelle case discografiche era giustamente molto più preoccupato di mantenersi il posto di lavoro che non di lanciare una nuova band e noi ne abbiamo subito le conseguenze.

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Un’ultima domanda prima di congedarci: il giornalismo oggi, come lo vedi? Brutta storia [ride]! Domanda difficile. Il giornalismo oggi non sta benissimo e più che altro credo che debba confrontarsi con un modello e un paradigma nuovo rispetto a prima.   Ciò non significa che il compito di informare al meglio il cittadino venga meno, ma che il modo di farlo sia completamente diverso. Non conosco in dettaglio le statistiche di quanto si leggano i quotidiani in Italia, ma sono abbastanza certo che siano in calo rispetto a dieci anni fa.   Nonostante i numeri siano impietosi, non significa che il ruolo del giornalista debba venire meno, anzi significa che il giornalismo deve cambiare modo di farsi. Oggi non mi stupisce che anche le grandi testate internazionali stiano investendo molto sui podcast, non mi stupisce che i contenuti siano completamente cambiati, la lunghezza dei contenuti sia cambiata.   La vera verità è che credo che le testate tradizionali, in Italia se non altro, abbiano faticosamente capito l’andazzo e soprattutto l’abbiano capito in ritardo e forse nemmeno tutte lo hanno capito. Per cui c’è una percezione del giornalismo che io credo non rispecchi il modo in cui la fruizione dei contenuti è cambiata. Temo che oggi sotto i venticinque anni siano molto pochi quelli che leggono il giornale, cartaceo o online che sia.   I giovani si informano in modo diverso ed è doveroso che anche quel tipo d’informazione gli arrivi con tutti i crismi del giornalismo tradizionale, ma il giornalismo tradizionale deve adattarsi alle nuove generazioni e non il contrario.   Temo che questo non sia stato fatto, con tutte le conseguenze del caso. Perdendo finanziamenti succede che tu paghi sempre meno il personale e inevitabilmente abbassi la qualità del giornalismo tradizionale.   E questo è un cane che si morde la coda: se si fa pessima informazione, un utente che ha ampia scelta sceglie la migliore informazione per lui. Ecco, una parte di giornalismo muore e oserei dire giustamente, o meglio prevedibilmente.   Francesco Rondolini  

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Spazio

Gli Stati Uniti rivelano di possedere armi nello spazio

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Gli Stati Uniti hanno riconosciuto per la prima volta di disporre di armamenti nello spazio, sullo sfondo delle persistenti tensioni con Russia e Cina.
Il Segretario dell’Aeronautica Militare americana Troy Meink ha reso noto il dispiegamento lunedì, in occasione dell’apertura della Conferenza su Aria, Spazio e Cibernetica 2026 dell’Air & Space Forces Association a National Harbor, nel Maryland.

 

«Oggi continuiamo a garantire di rimanere pronti ad affrontare la sfida delle minacce in continua evoluzione, ovunque esse si manifestino», ha dichiarato Meink nel discorso inaugurale.

 

«Ecco perché la Space Force ora dispone di armi di controllo spaziale in orbita in grado di difendere la forza congiunta da azioni ostili avversarie», ha aggiunto, senza fornire ulteriori particolari. «È importante dal punto di vista della deterrenza», ha precisato.

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Durante la sessione di domande e risposte Meink ha evitato di entrare nei dettagli, sottolineando che la formulazione delle sue osservazioni era «molto ben ponderata».

 

«È di fondamentale importanza che manteniamo il nostro predominio, non solo nell’aria ma anche nello spazio», ha affermato, secondo quanto riportato da Air & Space Forces Magazine.

 

Il Washington Post ha citato un funzionario statunitense secondo il quale la tecnologia menzionata da Meink potrebbe includere la capacità di «neutralizzare» un satellite nemico qualora venisse utilizzato per colpire truppe americane o un satellite statunitense.

 

Non esiste alcun divieto internazionale per il dispiegamento di armi nello spazio, a condizione che non si tratti di armi di distruzione di massa.

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha istituito la Space Force nel 2019, durante il suo primo mandato, definendo lo spazio «il più recente dominio bellico del mondo». L’anno scorso ha presentato i piani per il Golden Dome, un sistema di difesa missilistica multistrato destinato a proteggere l’intero territorio statunitense, comprensivo di intercettori spaziali.

 

Il progetto richiama l’Iniziativa di Difesa Strategica (SDI), soprannominata Guerre Stellari, lanciata dal presidente Ronaldo Reagan nel 1983, al culmine della Guerra Fredda. L’ambizioso programma di Reagan fu in seguito ridimensionato e infine abbandonato senza che le armi spaziali previste venissero effettivamente schierate.

 

Nel mese di marzo il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha condannato quella che ha definito «la militarizzazione dello spazio» e ha sostenuto che il Golden Dome «rappresenta una minaccia significativa per la stabilità strategica».

 

A partire dagli anni 2000 Stati Uniti, Cina, India e Russia hanno testato armi antisatellite (ASAT).

 

Come riportato da Renovatio 21, un sistema di armi atomiche contro gli asteroidi era stato proposto dagli scienziati della Repubblica Popolare Cinese lo scorso anno.

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Come riportato da Renovatio 21, uno psicodramma spaziale internazionale si è sviluppato negli ultimi anni riguarda la possibilità del nucleare in orbita, con gli USA ad accusare Mosca di voler portare armi atomiche oltre l’atmosfera.

 

La NASA aveva previsto di testare un razzo nucleare nello spazio entro il 2026. Tuttavia, a giugno dello scorso anno si è data notizia di tagli alla NASA che minacciano la propulsione spaziale nucleare.

 

Dopo aver detto a inizio 2024 che gli USA rappresentano la «massima minaccia alla sicurezza nello spazio», due settimane fa Pechino ha dichiarato che Washington costituisce la «più grande minaccia nucleare». Mesi fa Russia e Cina hanno firmato un accordo per una Stazione lunare.

 

A inizio 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina, la NATO aveva pubblicato un documento ufficiale – NATO’s overarching Space Policy («Politica spaziale globale NATO») che introduce la dottrina spaziale del Patto Atlantico: le minacce spaziali devono essere incluse nell’articolo 5, la celeberrima clausola di mutua difesa della NATO che impegna a dare una risposta collettiva nel caso un singolo Paese venga attaccato. In precedenza, la NATO aveva già avviato un centro spaziale, parte del comando aereo di Ramstein, in Germania.

La Russia aveva risposto duramente definendo il documento «unilaterale ed incendiario». «Possiamo vedere dove si sta effettivamente dirigendo il mondo spaziale occidentale. Si sta dirigendo verso la guerra», aveva detto al canale televisivo Rossiya 24 in un’intervista l’allora direttore dell’agenzia russa spaziale Roskosmos Dmitrij Rogozin la scorsa estate.

 

Una guerra spaziale, va ricordato, potrebbe impedire all’umanità l’accesso allo spazio per secoli o millenni, a causa dei detriti e della conseguente sindrome di Kessler. Tuttavia, pare che gli eserciti si stiano davvero preparando alla guerra orbitale.

 

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Spazio

Israele sta sviluppando armi spaziali

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Israele si prepara ad avviare lo sviluppo di capacità spaziali offensive, tra cui sistemi destinati a proteggere i satelliti israeliani da veicoli spaziali ostili e armi (compresi i laser) in grado di colpire obiettivi dallo spazio.   Tale iniziativa rientra nel piano di bilancio pluriennale del ministero della Difesa per il settore spaziale, che prevede il potenziamento e l’espansione delle capacità di intelligence e comunicazione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Il piano stanzierà inoltre risorse per le operazioni spaziali offensive, concentrate su armamenti pensati per difendere i satelliti israeliani e su armamenti destinati a colpire obiettivi sulla Terra.   All’inizio dell’estate il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato l’impegno di Israele a diventare leader mondiale nelle capacità di attacco spaziale, un ambito della guerra che ha registrato un forte aumento di interesse militare israeliano grazie al suo ampio impiego per la raccolta di informazioni in Iran.

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«Uno degli obiettivi principali che il primo ministro [Benjamin Netanyahu] e io ci siamo prefissati è quello di reclutare le menti migliori», ha affermato. «Ad oggi, nessun Paese ha la capacità di sferrare attacchi nello spazio. Dobbiamo essere il Paese leader al mondo in questa capacità».   «Se raggiungeremo questo obiettivo, ci assicureremo il vantaggio della deterrenza, della capacità di attaccare, distruggere e di tutto il resto nei confronti dei nostri nemici dotati di grandi risorse.»   Negli ultimi anni lo sviluppo della guerra spaziale a livello globale è cresciuto in modo costante e alcuni ritengono che la recente attività di Israele costituisca un tentativo di recuperare terreno rispetto a Cina e Russia, impegnate a sperimentare le proprie capacità offensive nello spazio. Anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso la volontà che l’America segua lo stesso percorso, firmando l’Ordine Esecutivo 14369, «Garantire la superiorità spaziale americana».   Gli esperti avvertono tuttavia che i programmi di armi spaziali offensive di Israele e di altri Paesi hanno accresciuto le preoccupazioni in materia di proliferazione. La miniaturizzazione dei satelliti, la riduzione dei costi di lancio e la commercializzazione dell’industria spaziale hanno inoltre consentito a un numero maggiore di Stati di avviare i propri programmi spaziali, non tutti a scopo pacifico.   Le armi spaziali minacciano non solo i satelliti e le altre tecnologie non militari operanti nello spazio, ma la crescente diffusione e dipendenza da queste ultime renderà gli attacchi informatici ancora più pericolosi.   Come riportato da Renovatio 21, sei anni fa Israele ha annunciato lunedì di aver lanciato con successo un satellite da ricognizione nello spazio nel suo primo esperimento in questo settore.   Tre anni fa il ministro israeliano delle comunicazioni Shlomo Kahri aveva promesso che «Israele utilizzerà tutti i mezzi a sua disposizione per combattere» la prevista fornitura dell’accesso internet Starlink a Gaza da parte del CEO di SpaceX, Elon Musk.   Come riportato da Renovatio 21, anche scienziati cinesi hanno minacciato di distruggere i satelliti Starlink. Stazioni di comunicazione Starlink vicine a Bakhmut sono state distrutte quest’estate dalle forze russe. La Russia sta inoltre approntando armi laser ASAT (anti satellite).   La potenza politica dimostrata dei satelliti di Musk suggeriscono l’imminenza di una vera e propria guerra spaziale, per la quale vari Stati si stanno preparando.

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È impossibile per Renovatio 21 terminare un articolo come questo senza citare il centenario attore e cineasta comico giudeo neoeboraceno Mel Brooks, che nel suo capolavoro La pazza storia del mondo aveva immaginato ebrei hassidici nello spazio, a ‘mo di space opera hollywoodesca.   Ecco rabbini che volano nel cosmo a bordo di astronavi a forme di stella di David, nei cui interni è possibile leggere, in ebraico, la parola kosher. Le navicelle giudaiche vengono attaccate da quelli che si intuiscono essere caccia stellari non-ebraici, cioè dei goyim.     Sotto parte una canzona rincuorante: «Siamo ebrei nello spazio / sfrecciamo proteggendo la razza ebraica / Siamo ebrei nello spazio / se si presenta un problema lo rimettiamo subito al suo posto / Quando i goyim ci attaccano / gli diamo uno schiaffo, glielo restituiamo in faccia/ Siamo ebrei nello spazio /sfrecciamo proteggendo la razza ebraica».   In realtà, gli ebrei israeliani hanno attivamente tentato di partecipare alla corsa allo spazio con missioni robotiche denominate Beresheet (che in ebraico significa «In principio», in riferimento alla Genesi), sviluppate dall’organizzazione no-profit SpaceIL in collaborazione con la Israel Aerospace Industries (IAI).   A dare un passaggio alle aspirazioni spaziali israeliane c’è ancora lui, Elon Musk, grande ammiratore di Mel Brooks che ha portato la sonda nel 2019 in un suo razzo Falcon X

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