Economia
Il fallimento della guerra commerciale della Cina contro l’Australia
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews.
Alla ricerca di materie prime, i cinesi tornano a importare prodotti australiani che prima hanno boicottato. Il carbone dall’Australia essenziale per superare la crisi energetica in Cina. Le necessità economiche di Pechino superano le preoccupazioni geopolitiche, come la crescente sinergia militare tra Canberra e Washington.
La «guerra commerciale» scatenata dalla Cina contro l’Australia è un fallimento. Lo testimoniano i dati doganali cinesi, che rivelano la ripresa degli acquisti di carbone, rame, grano e cotone australiani: tutti prodotti che il governo di Pechino aveva vietato d’importare – in modo non ufficiale – dallo scorso anno.
I cinesi avevano preso di mira l’export australiano anche con una serie di dazi su beni chiave per il commercio di Canberra, come vino e orzo.
Alle prese con una crisi energetica che minaccia la sua economia (e quella mondiale), il governo cinese è pronto soprattutto a sbloccare un milione di tonnellate di carbone australiano fermo nei propri depositi doganali
Da tempo i rapporti tra i due governi si sono deteriorati. Gli australiani sono preoccupati per il crescente attivismo militare della Cina nel Mar Cinese meridionale, e sono stati tra i primi a unirsi al boicottaggio di Huawei promosso da Washington.
Due anni fa l’Australia ha introdotto anche regole che limitano l’interferenza straniera (cinese) nei propri affari interni.
Lo scontro ha raggiunto livelli preoccupanti dopo che nell’aprile 2020 il governo australiano si è unito ad altri Paesi nel chiedere un’indagine internazionale sull’origine del COVID-19 e la gestione della pandemia da parte della Cina.
Alle prese con una crisi energetica che minaccia la sua economia (e quella mondiale), il governo cinese è pronto soprattutto a sbloccare un milione di tonnellate di carbone australiano fermo nei propri depositi doganali.
Limiti alle forniture interne di questa materia prima – ancora la principale fonte di produzione energetica del Paese – e la crescita del loro prezzo sono tra le principali cause dei blackout elettrici che interessano più della metà delle province cinesi.
Limiti alle forniture interne di questa materia prima – ancora la principale fonte di produzione energetica del Paese – e la crescita del loro prezzo sono tra le principali cause dei blackout elettrici che interessano più della metà delle province cinesi
Secondo diversi osservatori, senza importazioni dall’Australia la Cina continuerà ad avere problemi nel reperire carbone a buon mercato.
Analisti sostengono che il probabile rallentamento dell’economia cinese ridurrà di nuovo le importazioni dall’Australia.
Nonostante la Cina sia il primo acquirente di prodotti australiani (con una quota del 28%), le imprese «down under» sono riuscite però a salvare il proprio business rivolgendosi con successo ad altri mercati.
L’uso del commercio come strumento geoeconomico per piegare la volontà di Paesi non allineati si sta ritorcendo contro Pechino: segno che le necessità economiche superano le preoccupazioni geopolitiche, come la crescente sinergia militare tra Australia e USA.
Nonostante la Cina sia il primo acquirente di prodotti australiani (con una quota del 28%), le imprese «down under» sono riuscite però a salvare il proprio business rivolgendosi con successo ad altri mercati
Per paradosso, la ripresa degli acquisti di beni australiani da parte della Cina arriva in un momento di massima tensione «strategica» tra Pechino e Canberra. Con Stati Uniti e Gran Bretagna, l’amministrazione Morrison ha lanciato di recente AUKUS, un patto militare trilaterale che permetterà alla marina australiana di avere otto sommergibili nucleari dotati di tecnologia USA.
Con il ricorso a misure economiche «coercitive» contro l’Australia, la Cina rischia anche per un altro motivo: perché Canberra potrebbe respingere la sua domanda d’ingresso – e magari promuovere quella taiwanese – alla Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP).
L’accordo di libero scambio è l’erede della Trans-Pacific Partnership (TPP) promossa dall’ex presidente USA Barack Obama e affossata dal suo successore Donald Trump.
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Economia
Il prezzo del petrolio sale dopo il sequestro della nave iraniana da parte degli USA vicino a Ormuzzo
I prezzi del petrolio sono schizzati alle stelle lunedì dopo che gli Stati Uniti hanno sequestrato una nave mercantile battente bandiera iraniana vicino allo Stretto di Ormuzzo, offuscando le prospettive di pace nella guerra contro l’Iran e sollevando nuove preoccupazioni sull’offerta.
Sia il Brent che il West Texas Intermediate hanno registrato un balzo di oltre il 6%, superando rispettivamente i 96 e gli 88 dollari al barile, nell’ultima impennata dopo settimane di scambi volatili. I rialzi sono seguiti alle nuove interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto ormusino durante il fine settimana, dopo una breve riapertura alla fine della scorsa settimana. Teheran ha avvertito che la rotta rimarrà interdetta al traffico marittimo fino a quando non verrà revocato il blocco navale statunitense.
Domenica, una nave da guerra statunitense ha aperto il fuoco e sequestrato una nave mercantile battente bandiera iraniana, la Touska, nel Golfo dell’Oman. Secondo l’esercito americano, la nave stava tentando di forzare il blocco navale e raggiungere Bandar Abbas attraverso lo Stretto ermisino. Teheran ha condannato l’azione definendola «pirateria marittima armata», accusando Washington di aver violato il cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile e minacciando ritorsioni.
La campagna di bombardamenti israelo-americana ha spinto l’Iran a limitare il passaggio attraverso lo stretto, via di transito per circa il 20% del petrolio mondiale, alle «navi nemiche», paralizzando le catene di approvvigionamento e facendo aumentare i prezzi. I prezzi si erano abbassati all’inizio di questo mese durante il primo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, nella speranza di una riapertura dello stretto, per poi risalire dopo il fallimento dei negoziati.
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Secondo gli analisti, i mercati stanno reagendo principalmente alla minaccia di una riduzione dell’offerta, con gli operatori che stanno scontando ulteriori interruzioni alle esportazioni del Golfo. Il Kuwait, uno dei principali esportatori di greggio, avrebbe dichiarato lo stato di forza maggiore per alcune spedizioni di petrolio e carburante.
I limiti di produzione imposti dall’OPEC+ e l’aumento dei costi di spedizione e assicurazione stanno limitando la capacità dei produttori di rimpiazzare i barili persi. Le stime del settore indicano che centinaia di milioni di barili sono di fatto bloccati a causa del collo di bottiglia.
L’aumento dei prezzi del petrolio greggio si ripercuote sui prezzi della benzina e del diesel in Europa, negli Stati Uniti e in alcune zone dell’Asia. I prezzi all’ingrosso del gas sono aumentati, così come i futures sul gasolio da riscaldamento – un indicatore indiretto del carburante per aerei – che registrano un incremento. Il rinnovato aumento delle bollette energetiche sta alimentando la frustrazione dei cittadini.
Il disastro di Ormuzzo ha innescato ripercussioni a catena sull’economia globale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito di una crescente volatilità dei mercati e di possibili carenze di carburante per aerei in Europa entro sei settimane. Anche le organizzazioni umanitarie hanno segnalato rischi a catena per la sicurezza alimentare globale, a causa delle ripercussioni sulle catene di approvvigionamento di fertilizzanti e prodotti agricoli.
L’Europa è generalmente considerata una delle più penalizzate dal blocco ormusino, a causa della sua forte dipendenza dal petrolio mediorientale dopo le sanzioni imposte alle forniture russe. Mosca, al contrario, ha beneficiato di prezzi più elevati e di una maggiore domanda di greggio, con stime che parlano di un guadagno fino a 150 milioni di dollari al giorno.
Gli Stati Uniti hanno rinnovato un’esenzione dalle sanzioni che consente la consegna e la vendita libera di petrolio greggio e prodotti petroliferi russi già caricati sulle petroliere, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi. La Russia ha auspicato una risoluzione pacifica del conflitto in Medio Oriente e si è dichiarata pronta a colmare qualsiasi lacuna nell’approvvigionamento petrolifero per compensare le carenze.
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Immagine di ESA via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA IGO 3.0
Economia
Gli Emirati potrebbero abbandonare il petrodollaro a favore dello yuan
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Economia
L’Europa ha ancora «sei settimane» di carburante per aerei
L’Europa potrebbe rimanere senza carburante per aerei entro poche settimane se le forniture di petrolio continueranno a essere interrotte a causa della guerra con l’Iran, ha affermato il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia (AIE).
In un’intervista rilasciata giovedì all’Associated Press, il direttore esecutivo dell’AIE, Fatih Birol, ha messo in guardia contro le profonde conseguenze globali di quella che ha definito «la più grande crisi energetica che abbiamo mai affrontato», innescata dalle interruzioni nel flusso di petrolio, gas e altre forniture essenziali attraverso lo Stretto di Hormuz.
La campagna di bombardamenti israelo-americana ha spinto l’Iran a chiudere la rotta strategica, un canale attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale, alle «navi nemiche», provocando un’interruzione delle catene di approvvigionamento. Domenica, dopo il fallimento dei colloqui con Teheran, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato il blocco dello stretto, una mossa che ha costretto le petroliere a tornare indietro e ha fatto risalire i prezzi del petrolio verso i 100 dollari al barile.
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Secondo Birol, le petroliere che trasportano carburante non riescono a raggiungere i porti europei, mentre le rotte alternative praticabili rimangono limitate. In Europa rimanevano scorte di carburante per aerei sufficienti «forse per circa sei settimane» e, a meno che lo Stretto di Ormuzzo non venga riaperto, «presto sentiremo la notizia» della cancellazione dei voli a causa della carenza di carburante.
Il Birol ha paragonato la situazione a una «situazione critica», avvertendo che più a lungo persisteranno le interruzioni, peggiore sarà l’impatto sulla crescita e sull’inflazione a livello globale. Le conseguenze si tradurranno in «prezzi della benzina più alti, prezzi del gas più alti, prezzi dell’elettricità più alti», ha affermato.
L’Europa occidentale è generalmente considerata la regione che ha subito le conseguenze peggiori del blocco dello Stretto ermisino, a causa della sua forte dipendenza dal petrolio mediorientale dopo le sanzioni imposte alle forniture russe.
Politico ha riportato all’inizio di questo mese che l’aeroporto di Heathrow a Londra ha già registrato cancellazioni legate all’impennata dei costi del carburante per aerei, mentre la compagnia aerea scandinava SAS avrebbe cancellato circa 1.000 voli. Anche le compagnie aeree regionali britanniche più piccole Skybus e Aurigny hanno ridotto i servizi a causa dell’aumento dei prezzi del carburante, cresciuti di circa il 120% su base annua, e Air France ha aumentato le tariffe sulle rotte a lungo raggio.
Secondo il Corriere della Sera, alcuni paesi dell’UE dispongono di riserve di carburante per aerei sufficienti solo per otto-dieci giorni.
Nella giornata di ieri è arrivata la notizia della riapertura dello Stretto ormusino, annunciata a gran voce dal presidente USA Donaldo Trump.
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Immagine di Falk2 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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