Pensiero
Ecco la guerra globale per l’anticristo
Le notizie sul Medio Oriente conflitto sono rarefatte, più di quel che pensiamo. Il disegno totale è tuttavia, per chi ha il coraggio di coglierlo, ben visibile: è quello di una guerra religiosa mondiale, una guerra escatologica per ogni parte in conflitto.
Sappiamo poco, ad esempio, dei danni che sta subendo Israele: c’è chi dice vi sia una sorta di censura persino sui video, e abbiamo visto in passato giornalisti arrestati. Sui social vi sono influencer da milioni di follower che dicono che a Dubai fila tutto stupendamente, festoni e shopping comme d’habitude, ma quali bombe: non dicono, tuttavia, che Dubai ha una regolamentazione molto stringente che li spinge, di fatto, a parlare bene della città e a mantenere un’immagine pubblica impeccabile. Pochissime informazioni sui danni in Arabia Saudita e in Qatar, dove dicono abbiano centrato impianti petroliferi e gasieri: fatto che avrebbe dovuto fare impazzire tutti i governi europei, ma a quanto sembra no, e il ministro degli Esteri italiano è andato a sciare con quelli del suo partito.
Al di fuori dell’Iran, questa guerra ha strascichi politicamente catastrofici in ogni Paese: la Cina sta perdendo una massima fonte di idrocarburi per alimentare la sua crescita, la Turchia ha capito di essere, incredibile dictu, il prossimo cliente della furia israelitica, gli USA andranno ad elezioni con la base MAGA che sta divorziando senza tanti complimenti da Trump, rivelatosi un presidente qualsiasi, giocato dai neocon e dagli ebrei, traditore di promesse elettorali che lo avevano portato alla ribalta ancora nel lontano 2015 quando entrò in scena: non più guerre infinite.
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Eppure siamo solo all’inizio: cosa accadrà nei prossimi mesi non è dato di sapere, perché l’America non ha chiaramente alcuna strategia, ed Israele ha la sola strategia del caos. Pensiamo alle vittime civili in quella che dovrebbe essere una campagna di precision strike: è stato giustamente notato che la strage di 150 scolarette uno se la può aspettare dopo mesi di guerra, non il primo giorno.
Il quadro risulta ancora più evidente se consideriamo le notizie meno battute dai giornaloni: noi siamo rimasti impressionati dal fatto che il primo giorno siano state bombardate le abitazioni dell’ex presidente Mahmud Ahmadinejad (che non era più in buoni rapporti col potere degli aiatollà, sembrava) e pure di una sua nemesi politica, l’ex premier (1981-1989) riformista Mir-Hosein Musavi, che dal 2010 era agli arresti domiciliari per aver appoggiato la protesta «verde» contro Khamenei. Ahmadinejad era stato dato per morto, ma è saltato fuori un video che lo mostra, da vivo, al cimitero dei martiri; anche Musavi sembra essere scampato: risulta evidente, tuttavia, la volontà di un genocidio politico, dove nessuna figura – né destra, né sinistra, niente – deve prendere il potere lasciato vacante dall’assassinio di Khamenei. Il progetto, quindi, parrebbe quello di spingere l’Iran nella guerra civile se non nella barbarie totale.
Doveva essere chiaro dal primo colpo: non è stato eliminato solo un capo di stato, ma la massima figura gerarchica di un’intera religione: l’aiatollà Khamenei era il «papa» degli sciiti, che contano, dislocati tra Iran, Iraq, Libano, Yemen, Pakistan, India, Azerbaigian, Bahrein qualcosa tra il 10% e il 15% della massa musulmana mondiale, cioè 190-285 milioni di fedeli che vedevano nel marja al-taqlid («fonte di imitazione») il più autorevole giurista e teologo vivente, nonché rappresentante del mahdi, l’imam atteso, l’imam nascosto che verrà alla fine dei tempi per combattere con il dajjal, l’anticristo che si dichiarerà Dio in terra. Secondo la tradizione sciita, dopo il mahdi verrà Isa, Gesù, che ucciderà lui stesso l’anticristo e diverrà re della Terra per 40 anni.
La nota escatologica, cosa rilevante per quanto vogliamo dire, appare specularmente da tutti i lati del conflitto.
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Abbiamo registrato come i comandanti americani stiano motivano le truppe dicendo che si tratta di una guerra «biblica», e sappiamo cosa vi sia dietro: il sionismo cristiano tipico dei fondamentalisti protestanti, comprati da regali israeliani e da progetti di persuasione ebraici vecchi di decadi – come la Bibbia Scofield e la conseguente penetrazione del dispensazionalismo.
Vale la pena di guardare brevemente questa dottrina protestante: si è diffuso in modo particolare nelle chiese evangeliche americane, oggi particolarmente evidente nella concezione che promuove del rapporto tra i cristiani protestanti e l’Israele storico, etnico. I dispensazionalisti credono gli ebrei (il popolo di Israele) si distinguono radicalmente dal popolo dei fedeli cristiani, perché hanno finalità diverse nei piani di Dio, sono due realtà distinte: i giudei governeranno la terra di Israele per mille anni dopo che Cristo sarà tornato ed avrà «rapito» (portato via con sé) i cristiani – è il mito della rapture, al centro della teologia protestante americana come di libri e pellicole (in particolare, The Left Behind) di enorme successo negli Stati rurali.
Il dispensazionalista, quindi, è definibile come un sionista cristiano: crede che gli ebrei vadano aiutati in ogni modo possibile non solo nella difesa dello Stato di Israele odierno, ma anche nella ricostruzione del Terzo Tempio. Riassumiamo la questione per i i nuovi lettori: l’ebraismo ha bisogno di un tempio per eseguire i sacrifici demandati dalla divinità ebraica, ma questo tempio ora non v’è. I precedenti due templi sono stati distrutti, l’ultimo nel 70 d.C. da Tito Cesare Vespasiano Augusto dopo l’insurrezione ebraica del 66 d.C.; l’edificio fu smantellato pietra su pietra dai soldati romani.
Ricostruire il Terzo Tempio, per fare riprendere i sacrifici con Dio, è il compito che si danno gli ebrei sionisti, religiosi e non. Il problema è che, dove vogliono fare il Tempio, ora c’è la terza Moschea più importante dell’Islam, al-Aqsa, punto di ascesa al cielo del profeta. Ogni frizione esistente, ve lo abbiano detto o no, di qui.
A parte questo sito, pochi altri vi hanno raccontato della giovenca rossa – preparata proprio da cristiani sionisti – o dei capretti che i giovani estremisti giudei tentano di contrabbandare dentro a passeggini nella spianata delle moschee: il sacrificio deve riprendere, perché esso serve a purificare (l’ebraismo è ossessionato dalle contaminazioni, di qui il kosher) chi dovrà ricostruire le fondamenta della religione ebraica.
La quale religione ebraica, ricordiamo, aspetta ancora il suo Messia, avendo gli ebrei rifiutato Gesù.
I rabbini sono in realtà divisi sulla tempistica del Terzo Tempio rispetto all’arrivo del Messia. Per il pensatore talmudista Maimonide (1135-1204), e la versione più diffusa, il Messia verrà prima del Tempio, e lo ricostruirà finalmente come prova della sua natura messianica. Certuni commentatori dicono che il Tempio verrà riedificato contemporaneamente all’arrivo del Messia, anzi, calerà dalla volta celeste, chiavi in mano, assieme al Messia.
Per alcune interpretazioni dei testi talmudici invece. il Tempio dovrebbe essere costruito prima del Messia.
Per i cristiani il Tempio dovrebbe essere invece un concetto alieno: Gesù dice di essere lui stesso il Tempio, lui stesso la Via a Dio, e il suo sacrificio è l’ultimo demandato, quello finale, definitivo.
Fatto sta che i giudei e i loro minions luterani americani sembrano davvero intenzionati a farlo, e anche presto, questo Terzo Tempio: di qui la frenesia sempre più visibile anche a livello militare. Tucker Carlson ieri sera ha mandato in onda alcuni video con militari israeliani che esibiscono orgogliosamente la mostrina del Terzo Tempio (che sono vendute, tranquillamente, su eBay, come quelle con il Grande Israele): cosa che, ovviamente, ha un significato profondamente anti-palestinese, anti-islamico, di suprematismo ebraico sfrontato, perché significherebbe la distruzione della Moschea di al-Aqsa.
🇺🇸 🇮🇱 There is a video of an American in service of the IDF that states he is fighting for the near-future construction of the Third Temple.
🔶️ He carries with him the Chabad Mashiach Flag Patch. Previously, our friends at Bellum Acta have stated that this is the flag of the… pic.twitter.com/uDL6qJHCoM
— dana (@dana916) January 20, 2024
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Ecco che sono intercettati recenti discorsi pubblici di rabbini che dicono: e se un missile iraniano colpisse, per isbaglio, la Moschea radendola al suolo, non sarebbe possibile ricostruirci sopra il Tempio? È evidente che la cosa apre a forme devastanti di false-flag ghiottissimi.
Ci parlano di petrolio, di munizioni, caccia, vettori ipersonici, portaerei, sommergibili, di curdi e di cinesi, di economia e di geopolitica. La verità è che questa è, prima che una guerra globale, una guerra religiosa – una guerra apocalittica, nel senso letterale dell’espressione.
E, giratevi dove volete, alla fine salta sempre fuori lui, l’anticristo. Il Messia degli ebrei è, secondo Sant’Ireneo da Lione nel suo Adversus Haereses, l’anticristo dei cristiani. Il Santo riteneva che l’Anticristo sarebbe stato acclamato dagli ebrei come il loro Messia promesso. Egli sosteneva che, avendo rifiutato il Cristo vero , gli ebrei avrebbero accolto il «falso cristo». Secondo il santo, l’Anticristo si siederà nel Tempio di Gerusalemme ricostruito, spacciandosi per Dio e pretendendo l’adorazione.
L’apostolo Paolo lo aveva predetto nella Lettera ai Tessalonicesi: «l’avversario, che si innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio o che è oggetto di venerazione al punto da sedersi egli nel tempio di Dio, proclamando se stesso come Dio. Non ricordate che quando ero ancora presso voi, ve le dicevo queste cose? Adesso sapete ciò che lo trattiene, in modo che egli si manifesterà solo al tempo opportuno. Già è in azione il mistero dell’iniquità; solamente v’è colui che lo trattiene ora e lo tratterrà fino a che sia tolto di mezzo» (2Tessalonicesi, 2, 4-6).
Al momento, l’anticristo apparirà: «ciò che lo trattiene», il katechon, in greco, vi è ancora? Cosa era, questo katechon? Cosa lo ha dissolto?
La risposta è il centro stesso dell’incipiente catastrofe, la guerra globale per l’anticristo.
Roberto Dal Bosco
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Eutanasia
La festa della morte in Veneto
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.
Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.
Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.
Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.
Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.
Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.
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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.
Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.
Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.
È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.
Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.
E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.
Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.
Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!
Nessuna meraviglia anche in questo caso.
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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.
Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.
Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.
Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.
Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.
Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.
Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.
Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.
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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?
È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».
Questo vi basta? Siete dei poveracci.
Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.
Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.
Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.
Anche questo non sorprende.
Avv. Renzo Magalozzi
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Immagine di Bruno via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Civiltà
Chi sono i fabiani?
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3 — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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