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Cina

Xi: schiacceremo la testa di chi prova a intimidirci. E vogliamo Taiwan

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews

 

 

La velata minaccia è rivolta agli USA e ai suoi alleati. Avvertimenti anche agli indipendentisti taiwanesi. I progressi del Paese sono merito del PCC. La Belt and Road esaltata come strumento di cooperazione internazionale. Stretta su Hong Kong: migliaia di poliziotti presidiano le strade per impedire manifestazioni del fronte democratico.

 

 

 

La Cina «schiaccerà» la testa di chi prova a intimidirla, come quella degli indipendentisti taiwanesi. Xi Jinping ha usato oggi toni bellicosi nel suo discorso per la celebrazione dei 100 anni dalla fondazione del Partito comunista cinese (PCC).

La Cina «schiaccerà» la testa di chi prova a intimidirla, come quella degli indipendentisti taiwanesi. Xi Jinping ha usato oggi toni bellicosi nel suo discorso per la celebrazione dei 100 anni dalla fondazione del Partito comunista cinese (PCC)

 

In una capitale blindata, davanti a 70 mila persone presenti in piazza Tiananmen (quella del massacro del 1989), il presidente cinese ha dato al Partito tutti i meriti per i progressi – soprattutto economici – del Paese. Xi vede il PC Ccome un tutt’uno con il popolo e la nazione: un tentativo di indebolire la posizione Usa secondo cui le proprie politiche anti-Pechino non prendono di mira la popolazione, ma la leadership cinese.

 

Alla cerimonia erano presenti il predecessore di Xi, Hu Jintao, e il suo premier Wen Jiabao. Non ha partecipato invece la «fazione» di Shanghai. Secondo diversi osservatori, l’ex presidente Jiang Zemin e il suo primo ministro Zhu Rongji non sono in sintonia con Xi. L’assenza dei due ultranovantenni è spiegata però con le loro precarie condizioni fisiche.

 

Le autorità hanno preparato l’evento per anni. Esse volevano farlo coincidere con uno degli obiettivi chiave di Xi: eliminare entro quest’anno la povertà assoluta nel Paese, risultato raggiunto ufficialmente in gennaio. Molti critici sottolineano però che Pechino ha usato una soglia troppo bassa per il calcolo. In base a numeri presentati dal South China Morning Post, in realtà il 13% della popolazione cinese si trova ancora in stato di bisogno.

 

Alla cerimonia erano presenti il predecessore di Xi, Hu Jintao, e il suo premier Wen Jiabao. Non ha partecipato invece la «fazione» di Shanghai. Secondo diversi osservatori, l’ex presidente Jiang Zemin e il suo primo ministro Zhu Rongji non sono in sintonia con Xi

Con velate minacce a Paesi ostili (su tutti gli Stati Uniti), Xi ha sottolineato che la Cina non si farà più trattare come all’epoca della colonizzazione occidentale. Il leader massimo ha aggiunto che Pechino non vuole sopraffare altre nazioni, puntando invece a sviluppare la cooperazione internazionale grazie alla Belt and Road Initiative (le nuove Vie della seta): lo strumento usato dal gigante asiatico per guadagnare un ruolo di primo piano sulla scena globale.

 

Il presidente ha ribadito che il «rinnovamento nazionale» passa anche attraverso la riunificazione con Taiwan. Xi ha affermato che l’obiettivo è di arrivare al risultato in modo pacifico; egli ha però precisato che sarà combattuto ogni «complotto» per portare all’indipendenza dell’isola.

 

L’Ufficio per gli affari cinesi di Taipei ha risposto subito alle parole del leader cinese. I taiwanesi riconoscono i risultati economici raggiunti dal Pcc, lo accusano però di essere una dittatura che calpesta le libertà dei cinesi e minaccia la sicurezza regionale. Gli avvertimenti di Xi non sembrano intimorire neanche gli Stati Uniti. Ieri Washington ha riaperto i negoziati per la firma di un accordo commerciale con Taiwan, fermi dall’insediamento dell’amministrazione Trump.

 

Il presidente ha ribadito che il «rinnovamento nazionale» passa anche attraverso la riunificazione con Taiwan

Xi mantiene salda la stretta anche su Hong Kong. Per il presidente cinese, la formula «un Paese, due sistemi» – alla base della semi-autonomia della città – deve essere applicata assicurando la salvaguardia della sicurezza nazionale. Tradotto: niente più spazio alle proteste anti-governative del fronte democratico.

 

Oggi nell’ex colonia britannica cade l’anniversario del suo ritorno sotto sovranità cinese nel 1997. Per l’occasione, le autorità hanno vietato lo svolgimento della tradizionale marcia per la democrazia del Primo luglio. Le strade cittadine sono controllate da migliaia di poliziotti; al momento si contano tre arresti di persone che avrebbero sfidato i divieti.

 

 

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Cina

Colpo di Stato in Cina? La voce circola, ma senza conferme

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La voce è in giro da più di un giorno, tuttavia ne abbiamo avuto contezza solo ora che fioccano le smentite e le ironie in rete.

 

In breve: una serie di fonti su internet hanno cominciato a sostenere la notizia, clamorosa come nient’altro se vera, che nella Repubblica Popolare Cinese sarebbe in corso un colpo di Stato.

 

Secondo tale selvaggio rumor, Xi sarebbe stato rimosso con un colpo di stato prima del Congresso del Partito di ottobre.

 

«Nuova voce da verificare: Xi jingping [sic] è agli arresti domiciliari a Pechino?» ha scritto Subramanian Swamy, un ex ministro del governo indiano e membro del Parlamento fino ad aprile.

 

A dare credito alla voce Jennifer Zeng, un’attivista anti-Partito Comunista Cinese (PCC) di solito affidabile.

 


 

La Zeng sostiene che alcuni anziani del PCC avrebbero rimosso Xi dalla leadership dell’Esercito di Liberazione del Popolo (ELP).

 

Ieri Xi Jinping era diventato uno degli argomenti top trend su Twitter. Il suo nome è apparso sugli hashtag più di 42.000 volte e il termine «colpo di stato cinese» è stato fatto circolare 9.300 volte sulla piattaforma, riporta il quotidiano anti-PCC Epoch Times.

 

A questa incredibile voce di corridoio si è aggiunta quella secondo cui vi sarebbero stata cancellazioni di voli in massa in tutto il paese. Secondo questa teoria, quasi 10.000 voli sarebbero stati sospesi sabato, lo stesso giorno in cui è stata convocata a Pechino una conferenza chiave sulla difesa nazionale e la riforma militare.

 

Vari esperti hanno negato che possa esservi stato un golpe.

 

Il corrispondente della rivista tedesca Der Spiegel ha fatto un giro per Pechino per fotografare la città e canzonare chi crede al colpo di Palazzo contro Xi.

 

Secondo India Today, la notizia sulla cancellazione di migliaia di voli non sarebbe corretta.

 

Insomma, non è possibile dare credito alla voce, ma forse non è possibile nemmeno negarla.

 

Come riportato da Renovatio 21, tra purghe di alti papaveri, sta per celebrarsi il 20° Congresso del PCC, quello che dovrebbe assegnare a Xi ancora più poteri, segnando una ri-trasformazione della Cina, che da Mao (dove il sistema esaltava il leader e il culto della personalità) era passata a Deng (che invece credo il sistema di multipli «oligarchi» che tirano le fila del PCC) e che ora potrebbe tornare a Mao-Xi, che del grande timoniere ha iniziato a copiare pure le camicette.

 

Xi ha una fronda interna, formata da pezzi grossi ed ex presidenti, chiamata anche la «fazione di Shanghai». Molto casualmente, Shanghai è la città che ha subito da Xi il lockdown più folle mai visto, con 26 milioni di persone chiuse in casa ad urlare mentre vengono deportati i loro cari e i loro animali domestici sono giustiziati in strada, mentre robocani e droni pattugliano cieli e strade.

 

Come sa il lettore di Renovatio 21, contro Xi si è ora schierato apertamente anche George Soros, forse arrivato alla sua ultima battaglia: detronizzare lo Jinpingo e vincere nel complesso intrigo di poteri finanziari occidentali che ora si stanno combattendo su terra cinese.

 

 

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Cina

Le «purghe» di Xi Jinping fanno un’altra vittima eccellente

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Condanna per l’ex vice ministro della Sicurezza Sun Lijun. Accusato di corruzione, ma soprattutto di capeggiare una fazione «sleale» verso il presidente cinese. Xi puntella il proprio potere alla vigilia del 20° Congresso del Partito comunista. In Cina non esiste più la leadership «collettiva» voluta da Deng Xiaoping.

 

 

Un tribunale ha condannato al carcere l’ex vice ministro della Sicurezza pubblica Sun Lijun «per aver danneggiato in modo serio l’unità del Partito». Lo ha reso noti oggi l’agenzia di stampa governativa Xinhua, sottolineando che la condanna a morte nei suoi confronti è sospesa per due anni, passati i quali la pena si tramuterà in ergastolo.

 

Il verdetto per il 53enne Sun arriva alla vigilia del 20° Congresso del Partito comunista cinese, che con ogni probabilità darà a Xi Jinping un nuovo mandato al potere, considerato senza precedenti.

 

Non è insolito per il regime cinese comminare condanne nel periodo che precede grandi eventi: un modo per ammonire i critici della leadership.

 

In via ufficiale le imputazioni per Sun sono di aver dato e ricevuto mazzette per 646 milioni di yuan (93 milioni di euro), manipolato il mercato azionario e di possedere senza permesso due armi da fuoco. L’accusa vera, alimentata dai media di Stato, è però di essere a capo di una cerchia di dirigenti politici «sleali» verso Xi.

 

Di questo presunto gruppo di oppositori farebbero parte anche l’ex ministro della Giustizia Fu Zhenghua e tre ex capi della polizia di Shanghai, Chongqing e della provincia dello Shanxi. Nei giorni scorsi tutti hanno ricevuto condanne a lunghi periodi di detenzione.

 

Si tratta di persone in origine alleate di Xi, usate per la sua campagna anticorruzione contro «tigri e mosche». Soprattutto Fu, responsabile delle indagini che hanno portato all’incarcerazione di Zhou Yongkang, l’ex zar della sicurezza visto da Xi come un nemico interno.

 

Analisti osservano che la più grande abilità di Xi è quella di saper puntellare il proprio potere, indebolendo le fazioni avversarie dentro il Partito ed eliminando potenziali concorrenti interni.

 

Dalla sua nomina a segretario generale del PCC e presidente della nazione nel 2012, Xi è riuscito a concentrare il potere nelle proprie mani. Una mossa contraria ai dettami di Deng Xiaoping, il padre delle aperture economiche della Cina negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

 

Come notato dal sinologo Willy Lam su China Brief, Deng ha voluto sostituire la leadership «unica» di stampo maoista con quella «collettiva» dei membri del Comitato permanente del Politburo: un modo per prevenire fenomeni come il culto della personalità e l’eccessivo accumulo di potere nelle mani di un «uomo forte».

 

 

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Immagine da AsiaNews

 

 

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Immagini del terremoto di Taiwan

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Un potente terremoto ha colpito la parte meridionale orientale di Taiwan sabato sera, facendo cadere oggetti dagli scaffali dei negozi, facendo crollare una casa e interrompendo il servizio ferroviario sull’isola

 

La Central News Agency di Taiwan ha affermato che il terremoto di magnitudo 6,4 è stato centrato a nord della contea di Taitung, sulla costa orientale dell’isola.

 

Non ci sono state segnalazioni immediate di morti, secondo quanto riportato dai media.

 

Ha parzialmente fatto crollare una casa disabitata nella contea di Hualien, a circa 165 chilometri (100 miglia) a nord lungo la costa, senza causare vittime. I treni che collegano Hualien e Taitung sono stati temporaneamente sospesi e altri cinque servizi ferroviari ad alta velocità cancellati fino all’esecuzione dei controlli di sicurezza, ha affermato l’amministrazione delle ferrovie di Taiwan.

 

I sistemi della metropolitana nella capitale, Taipei e nella città meridionale di Kaohsiung sono stati temporaneamente sospesi.

 

Come noto, il Paese è un punto di tensione internazionale, tra le aperte minacce di invasione da parte della Repubblica Popolare Cinese e le manovre della flotta militare americana nell’area.

 

Taipei aveva vissuto una enigmatica falsa emergenza invasione, propalato dai media, pochi mesi fa.

 

Diverse clip sono apparse in rete riprendendo gli effetti del terremoto.

 

 


 

 

 


 

 

Immagine da Twitter

 

 

 

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