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Pensiero

Il fisco come strumento di distruzione della classe media

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Le notizie sull’IRS, l’ente USA per la riscossione delle tasse, si stanno rincorrendo.

 

Forbes ieri batteva la notizia che l’IRS starebbe assumendo 87 mila nuovi agenti, con un aumento sensibile anche riguardo il personale dedicato alle criptovalute.

 

Ottantasettemila: in pratica, una media città italiana, fatta solo di agenti del fisco. La cifra esce dalla discussione del non ancora approvato Inflation Reduction Act. la, «legge sulla riduzione dell’inflazione» che darà all’agenzia 80 miliardi di dollari, la metà dei quali sarà destinata alla repressione dell’evasione fiscale.

 

Pochi minuti e si scatena Elon Musk (che in tasse, quest’anno, ha pagato qualche miliardo).

 

 

«Quando il Paese che si è ribellato per le tasse assume 87.000 nuovi agenti dell’IRS», si legge nel meme, posto sopra la foto di un ridente ufficiale dell’esercito britannico dal film con Mel Gibson The Patriot.

 

Elon, non si sa quanto volontariamente, ha fatto un riferimento alla storia di violenza americana, stavolta non alla guerra civile, ma alla guerra rivoluzionaria contro Londra, che, in effetti, si ebbe in apparenza proprio per motivi fiscali.

 

Passano poche ore, arrivano i fact-checker. Il solito Snopes, addirittura il Time. MSNBC, organo privato del continuum tra Partito Democratico e  Deep State, batte tutti: gli 87 mila nuove guardie delle tasse don’t (and won’t) exist.  Non esistono. Non esisteranno.

 

E via.

 

Poco dopo, emergono altri sconvolgenti dettagli della situazione.

 

Un annuncio di lavoro online per «agenti speciali investigativi criminali» dell’IRS scrive che un «requisito chiave» per i candidati al posto di lavoro è essere «legalmente autorizzati a portare un’arma da fuoco».

 

Dice proprio così. Chiede la disponibilità a «lavorare per un minimo di 50 ore settimanali, (…), compresi i giorni festivi e i fine settimana. Mantenere un livello di forma fisica necessario per rispondere efficacemente a situazioni pericolose per la vita sul lavoro; essere disposti e in grado di partecipare ad arresti, esecuzione di mandati di perquisizione e altri incarichi pericolosi».

 

In pratica, essere pronti a sparare… agli evasori fiscali.

 

Non ci stiamo inventando niente: è proprio scritto nero su bianco sul sito dell’IRS.

 

Non solo. Il turbolento deputato trumpiano Matt Gaetz ha cercato di introdurre una legge che impedisca all’agenzia del fisco USA di comprare ulteriori pallottole. Perché, si viene a sapere, l’IRS è già armata a livelli inimmaginabili: Gaetz ha scoperto che l’IRS ha acquistato più di 700 mila dollari di munizioni nell’arco di diversi giorni giorni.

 

Il tutto, nel momento in cui il Congresso americano sta cercando apertamente di disarmare i cittadini americani, in barba al Secondo Emendamento. Questo piccolo dato dice moltissimo. Ed è facile capire per chi sono quei (dato 2018) 4,487 e quelle 5,062,006 pallottole.

 

Perfino il Partito Repubblicano americano ha capito costa sta succedendo. Un esercito di agenti del fisco armato fino ai denti non farà altro che molestare i proprietari di piccole imprese e i lavoratori a basso reddito.

 

Gli uomini del Grand Old Party stanno facendo girare un’analisi che mostra che i cittadini che guadagnano meno di 75.000 all’anno riceveranno il 60% delle verifiche fiscali aggiuntive.

 

Il che vuol dire: accanimento totale sulla classe media, fino alla sua spremitura terminale, fino alla sua cancellazione.

 

Una lotta di classe vera e propria, condotta dall’élite contro la piccolo borghesia: e con un esercito assemblato ed armato a spese di quest’ultima.

 

Si tratta dell’ultima linea di persecuzione della middle class.

 

Dovrebbe essere chiaro a tutti che il processo stabilito per questi decenni dai padroni del mondo sia quello: la disintegrazione della classe media.

 

Troppo estesa per non essere un pericolo per il vertice della piramide. Troppo piena di pensieri per non tentare di cambiare le cose quando esse vanno apertamente  contro gli interessi del popolo – e dell’umanità intera. Troppo intrisa di valori conservatori (la famiglia, la religione…) in un mondo che ora più che mai non deve conservare nulla, ma essere resettato.

 

Il Grande Reset, abbiamo ripetuto, è in linea di massima riconducibile alla convergenza tra gli Stati con le grandi multinazionali. Improvvisamente, parlano di ambiente, di equità sociale, di inclusione, di sicurezza sanitaria e di tutte le boiate di Davos e dintorni non solo i governi inetti e corrotti, ma anche le società multimiliardarie. Voi capite che in questo disegno, non c’è alcuno spazio per l’indipendenza dei borghesi, piccoli e medi.

 

Perché, come andiamo ripetendo, l’obbiettivo di tutto questo – vaccini, green pass, denaro digitale inclusi – è la sottomissione degli esseri umani.

 

La realtà è che, in USA come in Europa, il progetto di distruzione della classe media è partito anni e anni fa. Una storia con cronologia convincente a riguardo non è ancora stata scritta – perché, sarebbe stata tacciata, oggi come decenni fa, di cospirazionismo molesto. Tuttavia non abbiamo problemi a indicare una data saliente l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001.

 

Dall’arrivo dei cinesi è partita la globalizzazione – cioè la sinizzazione dell’economia manifatturiera. Con conseguente delocalizzazione, e demolizione del tessuto produttivo fisico occidentale.

 

La classe media in crisi, uccisa dalla concorrenza-dumping a Oriente e dalla concentrazione di mercato dei colossi a Occidente (Amazon, ad esempio), è stata massacrata. Non è stata aiutata, in nessun modo, a uscire dalla miseria spaventosa in cui l’avevano cacciata i medesimi politici che magari aveva votato. Ricordate l’Ulivo mondiale? Clinton, Blair, Prodi… Erano gli anni in cui si bombardava la Serbia (cioè, il proxy della Russia) ma si facevano gli occhi dolci alla Cina.

 

Abbiamo detto, la questione viene da lontano. Soprattutto la questione cinese: ho realizzato nel tempo che le spallucce occidentali dinanzi al massacro di Tian’an Men significassero proprio questo: il patto per portare la Cina a divenire protagonista economica mondiale era stato siglato – probabilmente con Deng Xiaoping, che aveva studiato in Francia, e chissà di quali club aveva preso la tessera – e non doveva essere disatteso per nessun motivo, nemmeno mentre si guardavano migliaia di studenti e cittadini comuni trucidati dai soldati che sparavano nel mucchio e passavano sopra ai cadaveri con l’autoblindo.

 

Perché, il patto tra Deng e i poteri costituiti atlantici con probabilità non riguardava solo la rapina dell’economia manifatturiera occidentale da parte dei cinesi: mirava, più sottilmente, proprio alla distruzione della classe media.

 

Dietro alla colonna di carrarmati bloccate da tank man, l’eroico omino con le borse di plastica, non c’era solo l’industria aerospaziale euroamericana desiderosa di vendere Jumbo ai cinesi. C’era il disegno del padrone del mondo di innalzare la Cina per spazzare via la borghesia dell’Ovest.

 

Questa catastrofe non ha avuto rappresentanti nei Parlamenti, né rappresentazioni scientifiche, libresche, cinematografiche.

 

La classe media moriva, aiutata dalla repressione senza requie del fisco, che intuiva qualcosa di fondamentale: coloro che sono abituati ad un dato tenore di vita, potrebbero, prima di rassegnarsi a perderlo del tutto, cercare di pagare meno tasse per conservare le cose com’erano prima, all’età dell’oro.

 

Ecco le retate ai padroncini, alle fabbrichette, ai luoghi di villeggiatura. Spremere, con la ferocia dell’Esercito di Liberazione del Popolo in quella piazza pechinese del 1989, coloro che sono stati rovinati dalla globalizzazione, perché sono i primi a tentare di evadere, magari anche solo per sopravvivere.

 

Certo, è un ordine di sterminio – come da programma. Distruggere l’economia di una classe significa, di fatto, declassarla. Cioè, degradarla: la classe media diviene classe operaia, o forse nemmeno quella. Perché, grazie all’importazione di milioni di africani, una classe bassa, ancorché non esattamente operaia, vi è già, ha già pienamente sostituito la nostra, in certi lavori ma soprattutto in quantità di condomini e di quartieri.

 

Il borghese declassato si trova a convivere, e a combattere, con l’immigrato afro-islamico, già visibilmente dedito ad alcune prepotenze nei confronti dell’autoctono. L’occhio sopra la piramide gode assai: divide et impera. E così, la classe sociale capace di produrre ricchezza e sviluppo, capace di far accadere le rivoluzioni, sparisce per sempre.

 

Questo disegno, visto da dentro, sa essere osceno come poco altro. Anche perché esso è assai dichiarato.

 

Abbiamo un esempio di persecuzione fiscale di qualche anno fa. Un conoscente, lettore di Renovatio 21, ci ha raccontato della sua misera Partita IVA. Un anno aveva fatturato qualcosa meno di 100 mila euro. Tolte le spese, forse gli era rimasto meno di 1800 euro al mese, per un lavoro alto e faticoso.

 

Il ragazzo aveva pagato tutte le tasse possibili, ci teneva. Diceva: prima viene la mia salute, non posso vivere con l’ansia di avere il fisco che vuole qualcosa da me, quindi pago tutto, se possibile pago pure di più.

 

Fu sorpreso, quindi, quando scattò un controllo nei suoi confronti quattro anni dopo. Il motivo era semplice: dopo 5 anni, per legge, non era più possibile andare a rovistare tra fatture e ricevute per accusare di evasione qualcuno.

 

La Partita IVA era tuttavia serena: quando faceva le notti a produrre documenti che risolvevano le cose contestate, andava a letto sereno, perché si sentiva inattaccabile.

 

Il povero giovanotto non aveva capito nulla: il fisco mise su di lui un intero team – ripetiamo, su una Partita IVA micrologica – praticamente per un anno. Tirarono fuori cose inimmaginabili.

 

Fu una sofferenza infinita, che lasciava sbigottiti: contestavano che la somma rispetto ai viaggi in treno non tornava, risultava un solo biglietto in tutto l’anno invece che decine e decine. Convocato con la commercialista per spiegare questa discrepanza, si rese conto che gli impiegati del fisco avevano fatto una fotocopia della pagina con il blocchetto dei biglietti messi uno sull’altro, e quindi, dalla fotocopia, risultava solo un biglietto.

 

Perché accadeva questo: la commercialista aveva una sua teoria.

 

«Sono al collasso, stanno raschiando il fondo del barile, che per loro è la classe media. Devono fare cassa per evitare il crollo totale, quindi si sono convinti che le piccole attività possano avere soldi da parte, sotto il materasso, magari».

 

La cosa, se ci pensiamo, ha molto senso: è la sempiterna accusa mossa dalla sinistra in Italia – cioè il partito egemone, cioè la magna pars dello Stato-partito – contro gli imprenditori e la popolazione tutta. Vi siete arricchiti a fronte del debito pubblico. Ora pagate.

 

La faccenda andò avanti fino allo sfinimento. Trovarono cose impensate: del resto ci stavano sopra più persone, per tanto tempo… La commercialista gli disse che non aveva mai visto una cosa del genere, è un esempio che poi avrebbe portato ad un seminario di colleghi. Si chiese se non avesse pestato i piedi a qualcuno…

 

Il ragazzo chiese cosa poteva fare. Non voleva dargliela vinta, era un’ingiustizia immane, era una prepotenza. L’alternativa, gli dissero era andare a giudizio, con avvocati e anni e anni di processo e tutto. Il problema era economico: non era in grado di sostenere una spesa del genere. Realizzare di non potersi permettere una difesa, cioè, essere indifeso, gli fece capire che no, probabilmente non faceva più parte del gruppo sociale a cui credeva di appartenere, nel quale credeva di essere nato.

 

Decise, contro ogni morale, di pagare, per levarsi il pensiero una volta per tutte. Anche se  i soldi sotto il letto, no, lui non ce li aveva, e nemmeno la sua famiglia, che avevano subito il declino della globalizzazione cinese di cui parlavamo poco sopra.

 

Arrivò l’altra tegola. Pensava di pagare X. La cartella che arrivò era invece di 4 volte X. Soldi che non solo non aveva, ma che non aveva certezza di guadagnare in un anno.

 

La madre, vedova da poco, si ammalò, andò in una depressione ulteriore.

 

L’unica soluzione possibile era diventare «cliente» di Equitalia, e dividere la cifra nel numero più alto di rate. Fortunatamente, a quel tempo, l’ente aveva risolto qualche problema con tassi, diciamo così, «impopolari» al punto che alcuno sostenevano fossero illegali.

 

Per anni, il ragazzo pagò questo affitto ingenerato dalla persecuzione fiscale a suo carico.

 

Racconta che «la cosa più allucinante era guardarmi intorno. Vedevo che lo Stato faceva accordi con giganti della tecnologia a fronte di miliardi di euro, dico miliardi, che invece che finire al fisco italiano finivano, forse, in Lussemburgo, in Irlanda, in realtà nemmeno lì. Evasione pura, per quantità di danaro da manovra economica».

 

«Allo stesso tempo vedevi il premier che si faceva fotografare con questo o quello uomo della multinazionale tech “figa”, con gli uffici stampa che passavano ai giornali la notizia che il colosso dei computer aveva magari aperto una struttura farlocca, chiaramente a fronte di un accordo sui miliardi non versati alle nostre entrate».

 

«Nel momento più disperante, avevo visto il dirigente di un altro mega-colosso, che le tasse chissà dove le paghe, che si inseriva in una struttura amministrativa vicina al governo un suo dirigente… per poi vedere elargire alla super-multinazionale, tramite un bonus incomprensibile, una grossa quantità di danaro pubblico».

 

«Quindi, invece che recuperare i miliardi, ripeto miliardi, dai grandi colossi, venivano da me, tra le mie miserie, ad accusarmi perché avevano visto degli scambi di poche centinaia di euro di danaro nei due sensi tra il mio conto  e quello dei miei genitori… non si sono fermati neanche quando, chiedendo da dove venivano quei soldi, avevamo confessato, nella vergogna, che in quell’anno avevamo cominciato a vendere gli ori…»

 

Il motivo è semplice, e in realtà non riguarda solo le grandi aziende straniere che evadono spudoratamente. È una questione di qualità della preda.

 

«La commercialista mi disse: sono venuti da te, e continueranno a venire da quelli come te, perché sanno che non ti puoi difendere. Un’azienda può permettersi di accantonare una parte dei ricavi per gli avvocati. Tu non puoi. Chi mette in mezzo l’avvocato tira avanti di anni la risoluzione, cioè il pagamento di quello che chiedono: loro hanno bisogno di soldi subito».

 

«Voi siete senza difese, quindi obbedite. Voi siete per loro dei bancomat. Delle macchine che sputano soldi premendo la giusta sequenza di bottoni. Solo che i soldi sono i vostri, non di chi li preleva».

 

Questo è il pensiero che ci guida nel leggere il cambiamento sociale oramai incontrovertibile: disintegrare e sottomettere.

 

Sarai distrutto, e quello che rimarrà di te sarà reso schiavo.

 

Adesso capiamo bene a cosa serve armare chi viene a riscuotere le tasse.

 

Perché capitelo: dopo il runner, il frequentatore di movida, il non-vaccinato, il non-greenpassato, il renitente alla lode del regime infame ed assassino di Zelens’kyj, l’inquinatore, etc. il prossimo ad essere oggetto del minuto di odio e delle sue conseguenze sarà l’evasore.

 

La piattaforma di danaro digitale lo renderà facile da individuare. Vi saranno algoritmi, redditometri drogati di Intelligenza Artificiale, pronti a decretare che non pagate abbastanza tasse. Come in Cina per chi attraversa le strisce pedonali con il rosso, il vostro volto verrà sparato sui megaschermi della città per essere schernito, così da informare i vostri compaesani della vostra pericolosità.

 

Quindi, vi beccherete gli sputi del vostro vicino di casa, e, più importante, magari la possibile visita di una polizia fiscale armata.

 

Basta capire quello che i pubblicani moderni non possono capire: il fine non è far pagare le tasse, è distruggere un’intera classe sociale, umiliarla, farla ammalare, sterilizzarla, annichilirla.

 

Non siamo ancora sicuri che riusciranno nell’intento, anche se sono a buon punto.

 

Perché è la classe media – con le sue idee, i suoi risparmi, i suoi sacrifici – che muove la Storia.

 

E tante volte, nei secoli, ha saputo liberarsi delle élite parassite. Magari, nel processo, facendo qualcosa di sempre più moralmente necessario ora: punire i responsabili di questa devastazione internazionale, castigare con estremo giudizio, infliggendo tutto il dolore necessario a che sia fatta vera giustizia.

 

Non è un sogno. È la nostra preghiera.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

Ambiente

Morti di caldo, morti di inciviltà

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Conosciamo tutti la lagna goscista, che da oltreoceano si spande anche da noi, limitando le libertà degli europei e degli italiani: la libera vendita delle armi, dice il grillo parlante progressista con tutti i suoi giornaloni e propalatori decerebrati salariati, genera stragi. Eccerto.

 

È ovvio, no? Se permetti al cittadino di comprarsi pistole e fucili, magari per difendersi dall’anarco-tirannia migratoria, magari per difendersi da lupi ed orsi reimmessi nel suo balcone di casa dallo Stato moderno, magari addirittura, sia mai, per impedire – come saggiamente prevedevano gli estensori della Costituzione USA – da un governo perverso e totalitario installatosi al potere (Tommaso Jefferson: «Quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà»), stai decisamente preparando la strada ad ecatombi indiscriminate, di quelle che si leggono nelle cronache.

 

Le quali cronache, il lettore di Renovatio 21 lo sa, sono ricche di tanti dettagli (beh, un po’ meno recentemente che gli assissinii di massa sono perpetrati spesso da ragazzini trans et similia), tranne che quelli che riguardano gli psicofarmaci che, gratta gratta, al fine si scopre che tutti gli stragisti armati ingollano ad abundantiam.

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Ecco che i partiti «democratici» con i loro Soloni intellettuali (cioè, indirettamente o direttamente impiegati statali, per lo più) ci snocciolano le cifre: vi sarebbero, dicono le statistiche degli enti anti-armi, ben 30.000 decessi per armi da fuoco, ma nel calderone ci buttano suicidi, omicidi e incidenti, cioè anomalie di sistema che non riguardano il cittadino medio, che però va privato dei suoi mezzi di difesa.

 

Insistono: vi sono ben 13 decessi ogni 100.000 abitanti, pensate, ma meglio non dire che la percentuale più alta dei decessi totali da arma da fuoco negli Stati Uniti è storicamente riconducibile ad atti di autolesionismo e suicidio, due fenomeni, guarda guarda, intimamente legati al consumo massivo di psicofarmaci di cui sopra.

 

Ebbene, sarebbe il caso di tirare fuori ora un’altra statistica, secondo noi assai significativa: quella dei morti di caldo in Europa.

 

Diamo i numeri: nel 2024 le morti stimate legate al caldo sarebbero state 62.800, nel 2023 50.800, nel 2022 ben 67.900. Le persone over 75 e le donne sono le più colpite. Due terzi circa dei decessi avvengono nell’Europa meridionale. L’Italia è costantemente il Paese con il numero assoluto più alto (oltre 19.000 nel 2024), seguita da Spagna e Germania.

 

Secondo dati Bloomberg, la situazione 2026, ovviamente in via di abissale aggiornamento in questi giorni di canicola estrema in tutto il Vecchio Continente, vedono oltre 25.000 morti legate al caldo dall’inizio dell’anno, 11.900 nella sola Germania da aprile). Le statistiche EuroMOMO (ve lo ricordate? L’ente statistico per le euromorti da cui piluccavano per le nostre analisi piccanti durante tempesta delle menzogne vaccinali COVID e relativi malori) dicono di diecine di migliai di morti in eccesso durante l’ondata di calore di fine giugno, con 10.000-14.000 decessi in più nella settimana di picco – e figuriamoci ora.

 

In sintesi numerica: negli ultimi anni si parla di 50.000–70.000 morti per caldo ogni estate in Europa, con l’Italia spesso in testa per numero assoluto.

 

In sintesi sociopolitica: il caldo uccide in Europa più di quanto uccidano le armi da fuoco in America. Parliamo, praticamente, di multipli: il calore da noi ammazza molta, molta più gente della supposta emergenza della libera circolazione di pistole e fucili negli Stati Uniti.

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A questo punto, chiediamoci, cercando di uscire dalla cappa mentale del «Cambiamento Climatico» (prima lo chiamavano «Riscaldamento globale», poi dopo eventi come la conferenza sul Clima COP15 di Copenhagen, dove la neve bloccò gli aeroporti, hanno fischiettosamente cambiato nome e natura del fenomeno): perché la gente muore di caldo?

 

Risposta semplicissima: gli anziani, i deboli, tutti quanti stanno morendo in questi giorni lo fanno perché privi dell’aria condizionata. Non è più complicato di così: più condizionatori, più vita.

 

Rendiamoci conto, quindi, di quanto facile dovrebbe essere salvare le esistenze di questi cittadini. Realizziamo: basta un apparecchio, che non costa tanto più che quelli che il sistema sanitario passa a certi pazienti anziani, per evitare stragi di migliaia di persone.

 

Basta una piccola tecnologia per far vivere gli esseri umani, e l’uso e la diffusione di tale tecnologia dovrebbero essere, in una civiltà, un fatto scontato. Una civiltà è fatti di esseri umani, per cui la loro preservazione dovrebbe essere l’obiettivo primigenio di tutti i suoi sistemi.

 

Nessuno, tuttavia ci pensa. Il motivo è semplicissimo: viviamo una fase di decomposizione della civiltà, di inciviltà. Non può essere altrimenti: la civiltà invasa dalla Necrocultura diviene anti-civiltà, sistema volto all’eliminazione programmatica degli esseri umani.

 

Lo Stato moderno, che ha fatto della Necrocultura il suo sistema operativo, dà una mano. Per cui, pensare che esso possa riconoscere la semplice causa di questa strage e fornire la soluzione – che è a scaffale – è errato.

 

Politici, giornali sembrano ignorare la questione se non per lanciare le solite geremiadi sul Cambiamento Climatico, la nuova religione copiata da quella cattolica – al posto di Dio abbiamo la dea Gaia, al posto del peccato abbiamo l’impronta carbonica, distribuita perfino come peccato originale, e al posto dell’espiazione abbiamo la riduzione delle attività degli uomini se non la loro eliminazione – , che nell’animo vacuo di qualche gonzo panciafichista con stipendio parastatale ha magari pure attecchito.

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I condizionatori sono maledetti: consumano tanto solo per dare benessere fisico agli esseri umani che, secondo il culto climatico globale, devono invece espiare, soffrire, morire.

 

Anche fuori dalla civiltà tecnologica del refrigerio le cose vanno male: se volete andare al fiume che solca la vostra provincia è facile che le forze dell’ordine vi multino, con la motivazione per cui l’acqua è inquinata o perché la balneazione lì è vietata punto e basta. Altri specchi d’acqua (laghetti, torrenti, idroscali) sono pieni di immigrati che anarcotirannicamente se ne fottono dei richiami e continuano a prodursi in grigliatine e talvolta in qualche atto di violenza.

 

Voi dite, le piscine pubbliche: come no, abbiamo visto come – fenomeno rilevabile in tutta Europa – esse siano oramai ostaggio di bande di giovinastri immigrati, con molestie di ragazzine che ciclicamente riempiono le pagine dei giornali e generano improbabili racconti della stampa locale su improbabili provvedimenti anti-bulli, cioè anti-maranza, che i gestori sono ora spinti, riluttantemente, ad adottare.

 

Tema importante quello delle piscine, perché interseca, con evidenza, quello del servizio pubblico vitale. Esse dovrebbero essere infatti potenziate ed espanse, ne andrebbero costruite di nuove, visto il benefizio fisico che ne trae la popolazione morente, senza contare come, per tutto l’anno, il nuoto («lo sport più completo», dice l’insopportabile luogo comune) garantisca salute a tantissimi.

 

E invece, assistiamo ad una contrazione nel settore: nella mia città c’era una piscina zonale che offriva, oltre alle vasche sportive, anche uno spazio spiaggesco estivo, con scivoli e acqua bassa, per la felicità dei bambini e dei genitori. Il luogo era divenuto famoso perché era lì che aveva cominciato a nuotare Thomas (cioè, Tommaso) Ceccon, loquace olimpionico medaglia d’oro alle drammatiche Olimpiadi di Parigi, della cui organizzazione egli giustamente si lamentò molto, arrivando a dormire in istrada perché, appunto, l’Olympiade macroniana ambientalmente corretta non considerava bene i condizionatori per gli atleti (ne abbiamo scritto su Renovatio 21: queste crudeltà, come quella di farli nuotare nelle acque fecali della Senna, costituiscono una bella riedizione delle angherie ai ragazzini delle 120 giornate di Sodoma dell’eroe rivoluzionario francese marchese De Sade).

 

Oggi questa piscina non esiste più: il bando del comune per la gestione è andato deserto. L’amministrazione potrebbe quindi scaricare la colpa ai privati che si tirano indietro. La realtà è che l’intero progetto, vista l’importanza letteralmente vitale, andrebbe preso in mano dallo Stato punto e basta – ma lo Stato moderno, lo sappiamo, non ha come fine il vostro benessere. Per cui, ecco che un danno non irrilevante, sociale e biologico, viene portato al tessuto umano locale, e l’anticiviltà dei morti di caldo nemmeno immagina che dovrebbe porvi rimedio.

 

Ripenso con rabbia alle illuminanti parole di Mario Draghi, che il 6 aprile 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina che ha privato l’Italia dell’energia russa a basso costo, ebbe il coraggio di chiedere oscenamente in conferenza stampa «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»

 

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Ma di cosa stava parlando l’eurodrago, forse il peggiore premier mai avuto dal Paese? Stava dicendo che rifiutando il gas russo – e quindi la capacità di alimentare i condizionatori che non fanno morire la gente – avremo avuto la pace? Chissà se ora capisce quanto vacue e avventate sono le sue parole: abbiamo rifiutato il gas russo, mandando in malora l’intera economia manifatturiera italiana ed europea, e uccidendo di conseguenza un po’ di deboli, e abbiamo avuto che cosa?

 

Abbiamo avuto la realizzazione di un scenario di conflitto ancora più estremo, dove si parla con sempre maggiore tranquillità di guerra atomica tra Mosca e l’Europa.

 

C’è quindi una cifra geopolitica, anzi metapolitica, nell’Europa morta di caldo. Essa respinge la Russia (che è considerabile, come detto anche da Putin, uno Stato-civiltà) in quanto civiltà che ancora ha interesse a difendere la prosperità dei suoi esseri umani, al punto di andare in guerra per difendere i russofoni del Donbass. L’Europa della Cultura della morte no, non può concepirlo, nemmeno se si tratta dell’aria condizionata.

 

La realtà è che probabilmente, dai partiti non solo di sinistra alle stanze degli eurobottoni, lo Stato moderno vuole che moriate anche di caldo.

 

E ogni goccia di sudore che vi riga il corpo è una lacrima della nostra Civiltà cristiana che muore.

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Maldini, povera Italia

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Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.   Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.   Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.   Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.   Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).   Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.   È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.   Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.   «Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.   «Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».   «Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».   «Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».   Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».   C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.   Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.   Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».    «È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.   L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».   «Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».    Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.   Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.   Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.   Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.   Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.   Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.   Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.   Francesco Rondolini  

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Geopolitica

Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21

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Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.

 

Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.

 

Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.

 

Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.

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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.

 

«Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».

 

«Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.

 

«È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si  è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».

 

«Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».

 

«Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.

 

«È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».

 

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