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L’America verso la violenza del monopartito. E l’Italia?

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La rete si è subito scatenata. Il terrificante discorso di Philadelphia di Biden sull’«anima della nazione» è stato ribattezzato «Dark Brandon», dove Brandon è oramai codice gergale per definire Biden e il mandarlo a. (Qualcuno, in effetti, ce lo ha mandato: ad una certa, si sente un coretto…)

 

Il discorso, con il fondo rosso, è stato paragonato a quelli visti al cinema coi dittatori di Guerre Stellari o V for Vendetta. Qualcuno ha parlato di un’immagine dall’inferno: il rosso si stagliava al punto sul nero che, non è uno scherzo, la CNN lo ha in diretta virato più verso il rosa, che è più rassicurante e LGBT-friendly.

 

A noi, più concretamente, il tutto ricordava incontrovertibilmente le potenti architetture di luce di Albert Speer, l’architetto del III Reich.

 

L’elemento marziale del quadro aggiungeva un tocco ancora più disturbante: in una deviazione dalla tradizione dei discorsi presidenziali – e questo lo era, a tutti gli effetti: non il discorso elettorale, ma una comunicazione diretta della Casa Bianca – ecco due Marines in alta uniforme ai lati del Dark Brandon.

 

Proprio così: due miliziani del corpo militare più duro posti accanto al presidente. Non si era mai visto. Il messaggio è chiarissimo.

 

Chiarissimo è stato, tuttavia, anche il discorso letto sul gobbo dal vegliardo del Delaware.

 

Come ha riassunto Sky News, «Joe Biden ha “effettivamente dichiarato guerra” a metà dell’America».

 

«I repubblicani MAGA… abbracciano la rabbia. Vivono nel caos. Vivono non alla luce della verità, ma all’ombra della menzogna» ha proclamato il presidente americano. Ombra, menzogna, rabbia… sta parlando di demoni? La scenografia ci farebbe propendere per il sì.

 

Nonostante i tentativi di Biden all’interno dello stesso discorso di separare i repubblicani tradizionali (cioè quelli corrotti e compromessi, o quelli che chiamano RINO, «repubblicani solo di nome») dai trumpiani ora chiamati «Maga republicans», sappiamo bene che la minaccia è rivolta a chiunque non ha votato per lui.

 

Perché praticamente tutti i candidati sostenuti da Trump hanno vinto le primarie di partito: quindi, dei «repubblicani tradizionali» non resta più nulla, chiedete a Liz Cheney. E 73 milioni di persone hanno votato Donald Trump nelle famigerate elezioni del 2020: più voti di quanti ne prese Obama, ma 7 milioni in meno del presidente più votato di sempre, Joe Biden, i cui voti peraltro sono arrivati nelle ore successive alle votazioni.

 

Quindi, Biden ha dichiarato guerra alla minoranza politica (se credete ai risultati elettorali oppure non volete essere bannati dai social) americana? Ha dichiarato guerra all’intera popolazione che non lo vota?

 

Sì, possiamo dire che lo sapevamo già da tempo. Perché chi non si conforma, oggi, è un problema sistemico da eliminare, piallare via per sempre. L’accusa è radicale: non la pensi come me, sei una minaccia allo Stato stesso.

 

«Donald Trump e i repubblicani MAGA rappresentano un estremismo che minaccia le fondamenta stesse della nostra repubblica», ha avuto il coraggio di dire (cioè, leggere dal teleprompter) Biden, aggiungendo che i MAGA «accendono le fiamme della violenza politica».

 

Chi legge Renovatio 21 sa che questa non è una novità. Lo abbiamo visto in questi anni, e da subito. Una delle prime cose che Biden fece una volta entrato in carica fu lo spostamento dell’attenzione delle agenzie di sicurezza verso i domestic terrorist: cioè, il problema non era più al-Qaeda o l’ISIS (che del resto pochi giorni fa a Kabul colpisce l’ambasciata russa, che coincidenza), ma gli «estremisti» interni. I bianchi suprematisti, i bianchi bigotti, i bianchi tout court o, più semplicemente, i genitori dei bambini a scuola, che rifiutano con veemenza l’indottrinamento dei loro figli a base di gender e nuovo razzismo. Ai genitori degli studenti che osano protestare, ricordiamolo, Biden ha mandato addosso l’antiterrorismo. Sul serio.

 

Non è uno scherzo: lo shift è avvenuto, e da un pezzo. Il dissenso è visto come minaccia radicale, da estirpare senza pietà. L’incredibile raid dell’FBI a Mar-a-Lago, per sequestrare documenti all’ex presidente Trump, va in questa direzione – non c’è trattativa di sorta con l’altra parte, bisogna eliminarla, cancellarla, resettarla. E basta.

 

«I repubblicani MAGA non rispettano la Costituzione, non credono nello stato di diritto… Promuovono i leader autoritari». E chi sarebbero i leader autoritari? Orban, di cui praticamente è proibito parlare in America dopo che Tucker Carlson lo ha intervistato? Oppure è un riferimento a Trump? Oppure sta parlando direttamente di Putin, che magari, nonostante il tentativo fallito di incolparlo per inflazioni e prezzo della benzina alle stelle, sanno essere più popolare di quanto si creda negli USA?

 

Qui l’unico leader autoritario, per quanto possa sembrare pazzesco visto che si tratta di un vecchio con la demenza senile, parrebbe essere Biden.

 

O meglio, autoritario è il sistema che lo ha messo lì: chiamiamolo Deep State, chiamiamolo Swamp (la «palude»), chiamiamolo Permanent Washington, chiamiamolo «la Cattedrale» (come fa Curtis Yarvin), chiamiamolo complesso militare-industriale, o una somma di tutto questo, che si esprime nei pupari prima facie Ron Klain, Barack Obama etc., cioè coloro che hanno il vero potere oggi alla Casa Bianca. Il vero presidente è chi scrive il teleprompter, cioè il gobbo del presidente, ha detto ieri il futuro candidato presidenziale (e probabile parte del ticket repubblicano finale) governatore della Florida Ron De Santis.

 

Costoro, a dispetto del loro burattino sempre più imbarazzante, stanno costruendo un Paese autoritario davvero: un’autocrazia, nel vero senso della parola. Dissentire, in America, diverrà impossibile: il biennio del COVID, con discriminazioni alienanti e libertà della parola sancita dalla Costituzione distrutta per sempre, sta qua ad indicarcelo.

 

È cos’è una delle prime cose che accadono in un’autocrazia? Beh, qui la storia dà tanti esempi: su tutti, c’è l’imposizione del monopartito.

 

Un partito unico che decide tutto, che si fonde con lo Stato stesso – uno Stato-partito, dove la scelta elettorale per qualsiasi altro movimento, qualora venga lasciato cosmeticamente in vita, è risaputa essere una cosa inutile.

 

L’Italia fascista (proprio lei) aveva l’assetto monopartitico. Ce lo aveva l’URSS. Ce lo aveva anche la Germania nazista, dove lo Stato-partito a tal punto si identificava con la Nazione e la Repubblica che la bandiera del partito divenne bandiera del Paese. In ognuno di questi esempi, il dissenso sappiamo come veniva trattato. E sappiamo con che velocità sono stati eliminati tutti gli altri gruppi politici, compresi quelli che pure magari avevano propositi simili.

 

Il lettore avrà capito che c’è un esempio recente ancora più impressionante di Stato partitico. No, non parliamo dell’Emilia-Romagna piddificata, di cui abbiamo già detto in passato.

 

Ci riferiamo, ovviamente, al capolavoro dello Stato-partitico che è la Repubblica Popolare Cinese. Il Partito Comunista Cinese decide qualsiasi cosa – dall’economia agli affari militari, fino al numero di figli che puoi avere (quelli in più li ammazziamo, o ti multiamo, o tutt’e due) – e si identifica di fatto non solo con la politica cinese tutta, ma con lo stesso Regno di Mezzo.

 

Abbiamo sentito Mario Monti, di recente, lodare la leadership pechinese, parlare di quanto bene sono formati, selezionati, istruiti i quadri. Ancora una dimostrazione di come quello che 11 anni fa ci avevano venduto come un «professore» pieno di «competenza» forse non è esattamente come ce lo dipingevano: caro Monti, l’unica cosa che conta, per la classe dirigente in Cina, e per il potere in generale, è la distanza che si ha da una manciata di famiglie facenti parti dell’aristocrazia del PCC, dove il nonno magari ha fatto la Lunga Marcia con Mao, cose così.

 

Xi Jinping è figlio di Xi Zhongxun, già vicepremier con Deng, uomo che istituì le zone ecnomiche speciali. Il suo è l’esempio più alto, assieme a quello di Bo Xilai, il sindaco di Chongqing ora in galera dopo una trama di spionaggio con contorno di morto britannico. Sono in politica il figlio e la figlia di Deng, il figlio di Zhou Enlai, il nipote di Mao, che è generale dell’Esercito di Liberazione Popolare.  Il loro gruppo è chiamato Taizidang, «principi ereditari di partito». Una lista dei principini principali conta qualcosa come 226 voci.

 

Sì, la Cina è un’aristocrazia monopartitica.

 

I rampolli dei principini non di rado finiscono invischiati in storiacce, Ferrari accartocciate in incidenti, droga, morti, etc. Nessuno però li tocca, nessuno in realtà ne parla. Perché, nello Stato aristo-monopartitico, non c’è altro potere se non quello delle loro famiglie, cioè quello del Partito, che non è – come non lo è ovunque nel mondo – un insieme di persone accomunate da ideali, ma un consorzio di interessi di clan.

 

Quando pensate ad Hunter Biden, alle cose incredibili contenute nel suo laptop – e non parliamo solo di selfie drogastici e di autopornografia estrema, ma di prove del coinvolgimento della famiglia Biden in affari loschi e potenzialmente molto illegali – dovete tenere a mente quanto abbiamo scritto sopra. Del resto Hunter, cioè la famiglia Biden, faceva affari con la Cina, qualcuno dice perfino con operativi direttamente legati al clan Xi.

 

Gli USA si stanno sinizzando? La Casa Bianca sta diventando sempre più una Città Proibita? Le 50 stelle della bandiera americana possono diventare 5 come in quella della RPC?

 

Sì, il monopartito alla cinese – autocratico, aristocratico, totalista – è stato oramai dichiarato definitivamente.

 

E non c’è scampo alla conseguenza più logica ed immediata che avrà il monopartito: la violenza.

 

Perché lo Stato-partito non può accettare alcun potere oltre al suo, pena il crollo della sua raison d’etre principale presso il popolo: ascoltami, votami, obbediscimi perché ci sono solo io.

 

È del tutto possibile, a questo punto, che la Seconda Guerra Civile americana non sarà iniziata dai buzzurri delle militias degli Stati dell’America interna, dove ancora oggi è un tripudio di cappelli rossi MAGA.

 

A iniziare la Guerra Civile sarà con probabilità l’establishment. Certo, magari useranno un false-flag, o chissà quale altra provocazione. Ma la funzione dell’operazione a questo punto deve essere chiarissima: è un’epurazione, un genocidio, un «democidio», dice qualcuno.

 

Perché alla fine non due partiti in lotta, a quanto dice Biden: c’è, da una parte l’establishment di Washington (i politici, i produttori di armi, l’esercito, la CIA, l’FBI, gli interessi del grande capitale finanziario), che si esprime di facciata con un Partito che dice «noi siamo la democrazia, noi siamo gli USA»; dall’altre, settanta e passa milioni di persone di cui non viene più considerata la rappresentanza parlamentare e politica – contro di essa, anzi, vengono fatti raid in casa.

 

Sappiamo anche che il 6 gennaio è stato di fatto un test che il sistema ha organizzato per fare una valutazione riguardo alla Guerra Civile: siamo convinti della teoria di quanti sostengono che il vero obbiettivo della insurrezione di cartapesta del 2021 (per la quale sono ancora in galera, in isolamento, diverse persone…) non fosse né Trump né il suo popolo, ma l’esercito. Una Patriot Purge, la «purga dei patrioti».

 

Il 6 gennaio sarebbe servito come cartina tornasole per capire dove si sarebbero posizionate le forze armate USA in caso di rivolta. Sarebbero state con Trump (ricordate, quelle strane toppe con la Q che comparivano sulle divise dei soldati…) o avrebbero obbedito a generali come Milley (che in quelle ore telefonava a generali cinesi dicendo che nel caso Trump avesse dato l’ordine di attaccare la Cina lui non l’avrebbe fatto: in pratica, un golpe) già compromessi con la mafia democratica della Washington permanente?

 

Il risultato del test lo conosciamo: i militari non si sono uniti alla popolazione. Eliminato per via giudiziaria Flynn (a cui hanno pure cancellato il conto in banca) non sembra che nessun’altra personalità militare americana fosse in grado di guidare i ragazzi in un ammutinamento. E il 7 gennaio, si racconta, nelle basi d’America tutte le automobili dei soldati avevano adesivi mancanti: avevano fatto sparire il teschio, l’aquila dalla testa bianca, lo slogan trumpista, in alcuni casi addirittura la bandiera americana.

 

Ora che lo Stato profondo può contare saldamente sulla base militare, è chiaro che piani di distruzione dell’eventuale opposizione popolare sono stati fatti. Ricordiamolo: l’opposizione popolare americana è, grazie al Secondo Emendamento della Costituzione, assai armata. Tuttavia, essa non può competere al livello di distruttività tecnologica che possiede l’esercito USA.

 

Non sappiamo nulla di piani del genere, ma possiamo immaginare: dopo tanta pratica in Afghanistan negli anni di Obama a far saltare centinaia di persone ai matrimoni fra le montagne, il programma dei droni (diretto dalla CIA) potrebbe essere impiegato anche sul territorio nazionale.

 

In pratica, in una eventuale conflitto interno USA, i dissidenti armati potrebbero fare come i partigiani di Alba Rossa, e salire sulle montagne rocciose, nascondersi nelle foreste di sequoie, sparire nei deserti, inabissarsi in qualche paesino sperduto: sarebbero, tuttavia, scovati e disintegrati all’istante grazie ad un robot assassino volante. Aspettando, come ricordiamo spesso su Renovatio 21, non solo il robot-killer aereo, ma anche il robocane assassino, o quello che sarà.

 

La Seconda Guerra Civile americana è stata predetta da tantissimi in questi mesi. Noi aggiungiamo qualcosa di scioccante: essa potrebbe essere l’unica via di fuga alla situazione di stallo in cui è finito il pianeta. Con gli USA che rivolgono la loro attenzione all’interno invece che all’esterno, le questioni in Ucraina, in Medio Oriente e a Formosa si risolvono in velocità.

 

(Era già successo con l’altra guerra civile, 150 e passi anni fa: Washington muoveva qualche pedina in Mediterraneo per favorire, ovviamente, Garibaldi: la guerra lasciò libero il campo del nostro Risorgimento ai soli inglesi e ai loro minions massonici come Mazzini & Co.)

 

Tuttavia, la Seconda Guerra Civile non può essere vinta dal popolo americano, se non ad un prezzo di sangue infinito, e con alla base una determinazione in grado di farla durare anni e anni. Perché la Bestia di Washington non si farà abbattere con facilità, e non a scrupoli a spargere il sangue del suo popolo, anzi ricordiamo quanti dicono che essa è fondata su un demone che chiede proprio quello, sempre e comunque, nei secoli.

 

E noi? Beh, lo sappiamo, neanche l’Italia è così lontana dal monopartito e dai processi derivati, come non lo sono la Francia, la Germania. Le nostre elezioni, dove in pratica non esiste un partito che sarà rappresentato che si discosta da green pass e attacco alla Russia, stanno ad indicarcelo precisamente. Ma, ripetiamo, è così ovunque. Lo abbiamo visto.

 

Si tratta di una riga di codice che hanno inserito nel sistema operativo di tutto il mondo moderno: sacrifica la minoranza, distruggi il diverso, cancella l’altro da te, resetta il quadro precedente. Odia chi dissente.

 

Tutti devono obbedire – lo dice la Scienza, lo dice la Democrazia, lo dice il Cambiamento Climatico, lo dice l’Ucraina.

 

Sottomettiti. Ti daremo qualche cosa da mangiare, la libertà di drogarti ed essere sodomizzato (i «diritti» del vaiolo delle scimmie), più qualche soldino suo tuo portafogli di euro digitali – sempre che non siano le ore, più o meno concordate, del blackout.

 

La polarizzazione della società è oramai irreversibile. E no, non l’abbiamo voluta noi. Non l’hanno voluta neanche loro, i vicini con la mascherina e la bandiera ucraina fuori dalla finestra.

 

È un disegno. È stato pensato per distruggerci. È stato pensato per schiavizzarci, terminarci, e più ancora per sterilizzarci.

 

Noi la chiamiamo Necrocultura, la Cultura della Morte. Ora, grazie al discorso di Biden possiamo aggiungere una nuova immagine esplicativa al suo album fotografico.

 

Ringraziamo Necro-Brandon, i suoi sceneggiatori, i suoi scenografi.

 

Quindi, infine, ci uniamo anche noi al coro: «Let’s go Brandon»

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine da Twitter, modificata

 

 

 

 

 

Necrocultura

Volontà politica e Stato moderno: Renovatio 21 saluta Bossi il disintegratore

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È morto Umberto Bossi. Con lui se ne va qualcosa di più di un pezzo di storia italiana: sparisce assieme all’uomo anche una volontà politica rarissima, quella di riformulare lo Stato italiano dalle fondamenta – se è necessario anche distruggendolo.

 

Prima di «populista», l’insulto contorto e contraddittorio per chi sfidava i ranghi della burocrazia politica era «anti-politica», o ancora «anti-Stato»: espressione in teoria dispregiativa che Bossi e la Lega dei primordi si beccarono dai politici e dai giornali dell’establishment, che, immersi nella palude fatta di corruzioni e salari (e tanta mediocrità), non si possono rendere conto che questo è un complimento – e non è un caso se agli esordi Bossi si alleò con il più fine politologo studioso dello Stato, Gianfranco Miglio.

 

Essere anti-Stato significa avere una visione politica radicale: non si vuole «entrare» nel giuoco della politica, ma rifondarlo, cambiarlo integralmente, riprogrammare la realtà a partire dalla volontà propria e del popolo che ti dà il voto – una concezione umana, attiva dello Stato lontana anni luce da quella, comune a tutti i partiti del mondo (Lega Nord odierna compresa), per cui semplicemente i politici devono adeguarsi, integrarsi allo Stato-macchina.

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Il lettore di Renovatio 21 sa che proprio qui sta il cuore del problema della nostra Civiltà: se allo Stato bisogna conformarsi, lo Stato può fare a meno di noi, può fare a meno non solo dell’etica, ma del suo stesso popolo. Lo Stato moderno diventa quindi assassino e genocida, e, sapendo della morte dispensata nei suoi ospedali da aborti ed espianti a cuor battente, riconosciamo che questa sua funzione sterminatrice antiumana è già all’opera da tempo, in attesa di sviluppare altre forme, anche più spudorate, di strage degli esseri umani.

 

Ecco perché la carica del primo Bossi era unica: perché metteva in dubbio l’essenza stessa dello Stato, quantomeno su base popolare. «La Lombardia è una nazione, l’Italia è solo uno Stato (…) Tutti i milanesi sono stufi grazie al potere romano che ci ha imposto sistemi di vita che noi non vogliamo» diceva nel 1985 ad un giornalista di Repubblica. Umberto aveva compreso tanto, e cominciato ad intuire di più…

 

Si tratta di una comprensione che va ben al di là della rottura, ottenuta con i successi elettorali clamorosi della Lega nel 1992 e nel 1994, della Prima Repubblica e del pentapartito soggiacente: la differenza tra Stato e nazione, tra supermacchina burocratica e popolo (cioè, essenza biologica umana di un Paese) era non solo elaborata, ma pure agita politicamente, ed elettoralmente.

 

Se lo Stato prevarica il popolo, la conseguenza è giocoforza la perversione della società. Perché lo Stato anti-umano deve, per preservare se stesso, sradicare psicologicamente, culturalmente e financo fisicamente i propri abitanti. L’immigrazione, in apparenza il grande, sempiterno cavallo di battaglia del leghismo, è solamente uno degli strumenti per ottenere la corruzione del popolo.

 

Lo aveva detto apertis verbis nel discorso di apertura del Congresso della Lega Lombarda nel 1989: «se la portata dei cambiamenti etnici e culturali supera la velocità di integrazione della società allora essa interrompe la consapevolezza della identità collettiva che si fonda sul sentire dei cittadini che c’è una componente di continuità nella società che convoglia attraverso i tempi un patrimonio di valori culturali: dagli atteggiamenti spirituali alle forme della cultura materiale».

 

«In quest’ultimo caso la società va incontro alla disgregazione, sviluppa comportamenti patologici dell’omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità per cui non nascono più figli. Si realizza in altre parole la “società deviata”, asociale, egoista». Sì, Umberto quaranta anni fa aveva compreso l’origine della Necrocultura.

 

Realizzare lo Stato-pervertitore lo aveva portato necessariamente oltre, al piano planetario. In un discorso a Crema del 1999 alludeva alle dinamiche dell’ordine mondiale: «Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa 20 milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società multirazziale. Ma noi non lo consentiremo. (…) Il disegno dei 20 potenti americani non passerà, anche se usano armi potenti come droga e televisione».

 

Poco dopo cominciò a parlare del piano per creare «lo Stato unico mondiale, un’ unica razza, un’ unica religione, un unico utero, una sola lingua e magari una sola taglia per i vestiti». Nel 2000 si scagliò contro «i comunisti e i massoni che hanno in mano l’Europa, insieme alla lobby dei gay, hanno teso una trappola […] Hanno cercato di far passare in Europa l’assegnazione dei bambini alle coppie omosessuali (…) Se passano le famiglie omosessuali che non fanno figli, è necessaria l’immigrazione e con essa l’ideologia che riesce a scardinare l’identità dei popoli. (…) Se invece ritorna la famiglia eterosessuale, e con essa i figli, vincono i popoli e la democrazia».

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È ricca di significato, oggi che il PD è incontrovertibilmente divenuto quello che Augusto Del Noce chiamava «Partito Radicale di massa», l’idea di Bossi, proferita sempre al volgere del millennio, tra PCI e decadenza civile: «Io vedo una relazione tra il paese che aveva il più forte partito comunista dell’Occidente e il basso coefficiente di fertilità che oggi ci relega nell’abisso. Dai oggi e dai domani, un’ideologia come quella comunista che aveva come obiettivo primario quello di scardinare la società occidentale, ha cominciato a sferrare colpi contro la famiglia».

 

Viviamo, diceva Bossi in un’era in cui «gli uomini abbandonano la famiglia, le coppie divorziano per motivi egoistici e superficiali, gli interessi dei figli diventano incompatibili con quelli dei genitori». Sappiamo che, divorziato, a travolgerlo anni dopo sarebbero stati proprio scandali sui figli.

 

Appunto, sappiamo che questa carica, questa lucidità politica e metapolitica, si stinsero. Bossi si romanizzò. Con lui la Lega, e tutti gli altri: da qualche parte Andreotti aveva predetto che i barbari calati dal Nord sarebbero, ad un certo punto, stati digeriti dal Palazzo.

 

Non è la cosa peggiore, non è la cosa che davvero rimpiangiamo: abbiamo nostalgia, e bisogno, di quella volontà politica radicale, quella’idea di poter riscrivere da capo lo Stato, rifiutandone i meccanismi e le origini massoniche, di poter avere uno Stato a misura del suo popolo, che ne possa garantire la libertà, la prosperità, la vita.

 

Nessuno oggi ha una simile idea: qualsiasi potere vuole procedere con l’integrazione, allo status quo, Stato vigente, al super-Stato europeo, al super-Stato NATO, al super-Stato globale, e a tutte le sue burocrazie.

 

Non ne possiamo più di politici integratori . Noi vogliamo qualcuno in grado di parlare di disintegrazione. Vogliamo tribuni disintegratori.

 

Bossi ne è stato capace, per un po’. Questa era la sua cifra unica, virile come nient’altro. Questo è il Bossi che, tra il diluvio di coccodrilli inutili, salutiamo ora.

 

Onore ad Umberto il disintegratore. E pace all’anima sua.

 

Roberto Dal Bosco

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Famiglia

Mons. Viganò sta con la famiglia nel bosco. Ma perché lo Stato si sta accanendo in questo modo?

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X in merito al tema della famiglia Trevallion, con i figli separati dai genitori da assistenti sociali e magistratura.   «Nell’esprimere il mio pieno sostegno alla Famiglia del Bosco, ricordo le immortali parole di Pio XI, che dovrebbero suonare di condanna per tutti coloro che si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei più elementari principi della civiltà e dell’umanità» scrive Viganò, che prosegue citando l’enciclica Divini illius Magistri pubblicata da Pio XI il 31 dicembre 1929.   «La famiglia (…) detiene direttamente dal Creatore la missione e quindi il diritto di educare la prole, diritto inalienabile perché inseparabilmente congiunto all’obbligo stretto, diritto anteriore a qualunque diritto della società civile e dello Stato, e perciò inviolabile da parte di qualunque potere terreno».  

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  La lettera enciclica di Pio XI «sull’educazione cristiana e la gioventù» scriveva che «tre sono le società necessarie, distinte e pur armonicamente congiunte da Dio, in seno alle quali nasce l’uomo; due società di ordine naturale, quali sono la famiglia e la società civile; la terza, la Chiesa, di ordine soprannaturale. Dapprima la famiglia, istituita immediatamente da Dio al fine Suo proprio, che è la procreazione ed educazione della prole, la quale perciò ha priorità di natura, e quindi una priorità di diritti, rispetto alla società civile» scriveva papa Ratti.   «Con la missione educativa della Chiesa concorda mirabilmente la missione educativa della famiglia, poiché entrambe procedono da Dio, in modo assai somigliante. Infatti alla famiglia, nell’ordine naturale, Iddio comunica immediatamente la fecondità, principio di vita e quindi principio di educazione alla vita, insieme con l’autorità, principio di ordine».   «La storia è testimone come, segnatamente nei tempi moderni, sì sia data e si dia da parte dello Stato violazione dei diritti conferiti dal Creatore alla famiglia, laddove essa dimostra splendidamente come la Chiesa li ha sempre tutelati e difesi» prosegue l’enciclica.   Il caso della famiglia Trevallion sta sconvolgendo l’Italia, che pare spaccarsi su nette linee politiche: da una parte la sinistra che assicura la preminenza dello Stato e dall’altra parte la destra che invece pare avere adottato il caso dei Trevallioni, con il primo ministro Giorgia Meloni che si è detta «senza parole» per le ultime notizie che giungono dalla triste vicenda.   Le dichiarazioni della Meloni costituiscono, amaramente, una proclamazione di impotenza: laddove ci sono la magistratura e la filiera di affidi e compagnia, nemmeno il presidente del Consiglio del Ministri della Repubblica Italiana può nulla. Già questo dovrebbe fornire all’osservatore le proporzioni del problema attuale dello Stato italiano.   In molti accusano le autorità di accanimento nei confronti della famiglia nel bosco, ignorando invece i problemi e i reati che con evidenza vi possono essere nelle situazioni famigliari di tanti campi nomadi. Per farsene un’idea, il lettore può guardare un vecchio film di Emir Kusturica, Tempo di gitani (1988), con la storia ambientata tra la Jugoslavia e un campo nomadi fuori Milano. Il film vinse il premio per la miglio regia al Festival di Cannes, ma non ha per qualche ragione avuto troppi passaggi sulla TV italiana.   C’è da ricordare che i Trevallion, nome che pare uscito dalla lingua elfica del glossoteta J.R.R. Tolkien, non sono l’unica famiglia nel bosco in Italia. Esistono da decadi sugli appennini comunità di sedicenti «elfi», appunto. Lo chiamano «Popolo degli Elfi», è sorto negli anni Ottanta nell’Appennino Pistoiese, tra Treppio e Sambuca. Composta da oltre 150 persone, la comunità degli elfi appenninici vive in case coloniche abbandonate, puntando su uno stile di vita autarchico, sostenibile, in profonda connessione con la natura e privo di comodità moderne.

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Sarebbe d’uopo notare che negli anni la comunità degli elfi, che pare non distante nemmeno visivamente dalla storia dei Trevallioni, abbia avuto gli immani problemi con lo Stato che sta affrontando invece la famiglia nel bosco. I tempi sono cambiati: con l’avanzamento dello Stato-partito piddino, una tacita primazia dello Stato sulla famiglia, in teoria contraria alla Costituzione, si è installata sempre più in profondità, mentre le strutture pubbliche per gli affidi (cooperative, uffici pubblici, etc.) aumentavano dai primi anni 2000, divenendo quella forza invincibile che abbiamo visto anche nei noti casi visti in Emilia.   I Trevallion sono essenzialmente vittime dello zeitgeist antifamiglia che si è caricato silenziosamente come programma politico dello Stato Italiano. Delle origini di tale fenomeno, che passa per il PCI e per i suoi psichiatri, Renovatio 21 aveva scritto anni fa.   «Se non si distrugge la famiglia, dicono gli psichiatri di sinistra, avremo una società di psicotici, oppure, ancora, peggio di “cittadini conformisti” e “mediocri”» scrivevamo nella nostra analisi, che toccava anche l’intoccabile idolo della psichiatria italiana Franco Basaglia. «Basaglia era il fronte italiano di una «scuola» internazionale di medici dell’epoca che prese il nome di “antipsichiatria” per la quale la famiglia era una istituzione di violenza, vera responsabile delle malattie mentali»   Un ulteriore papavero dell’antipsichiatria italiana, Giovanni Jervis nel suo Manuale critico di psichiatria, dove alle pagine 84-85 scrive: «la famiglia nucleare è la macchina che costantemente fabbrica e riproduce forza-lavoro, sudditi consumatori, carne da cannone, strutture di ubbidienza al potere; e anche nuovi individui condizionati in modo tale da ricostituire nuove coppie stabili, procreare altri figli, ricreare altre famiglie, e così perpetuare il ciclo».   Distruggendo la famiglia, si apre l’abisso della perversione, che vediamo oggi istituzionalizzata con sempre maggio prepotenza. «Con il 1968 e l’avvento della cosiddetta «liberazione sessuale», cioè quando la promiscuità e la devianza divennero parte integranti delle lotte della sinistra».   «Gratta la superficie di una cultura che rifiuta Dio e la morale, il sacrificio e il Logos, e ci trovi una storia oscura, una volontà di ribaltare completamente l’ordine del creato, e ci trovi, sempre, alla fine, un abisso mostruoso, furioso, dove la morale può capovolgersi» scrivevamo nel lontano 2019.

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Stato

I cittadini dell’UE credono che la democrazia sia morta e sono pessimisti su tutto

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Secondo un nuovo sondaggio, la stragrande maggioranza dei cittadini dell’UE ritiene che i loro anni migliori siano ormai alle spalle e che la vita in Europa diventerà sempre più difficile in futuro. Oltre due terzi vorrebbero che i loro leader adottassero politiche più aggressivamente nazionaliste.

 

Secondo un sondaggio condotto in 23 paesi dell’UE dall’agenzia di comunicazione FGS Global e pubblicato martedì da Politico, circa il 63% degli intervistati concorda sul fatto che «i nostri anni migliori sono ormai alle spalle», mentre il 77% ritiene che la vita nel proprio Paese «sarà più dura per la prossima generazione».

 

Nel complesso, il 65% degli intervistati ha affermato che il proprio Paese sta «andando nella direzione sbagliata», con un’opinione più diffusa nell’Europa centrale e occidentale. La Francia è il Paese più pessimista tra i rispondenti, con il 79% di concordi con questa affermazione, seguito dal Belgio con il 74% e dall’Ungheria con il 73%.

 

Solo i cittadini di Polonia, Lituania e Danimarca credono che le cose stiano andando bene, con i lituani più ottimisti. Il 38% ritiene che il Paese stia «andando nella direzione sbagliata».

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Il sondaggio non ha misurato la soddisfazione per la leadership dell’UE a Bruxelles. Tuttavia, il 76% degli intervistati ha affermato che la democrazia è in declino in tutta Europa. Alla domanda su due affermazioni, più della metà ha risposto che il sistema politico del proprio Paese «sta deludendo le aspettative dei cittadini e necessita di riforme radicali», piuttosto che «funziona abbastanza bene e non necessita di riforme significative».

 

La maggior parte degli intervistati vorrebbe che i propri leader perseguissero un percorso più nazionalista, con il 71% che afferma che i propri paesi «dovrebbero essere più assertivi nei confronti dei [propri] interessi nazionali, anche se ciò crea attriti con altri Paesi».

 

A Est, le prospettive sono più positive. Secondo l’istituto di sondaggi indipendente russo Levada , il 53% dei russi guarda al futuro «con calma e fiducia»». Questa percentuale sale al 68% tra i 18-24enni. La ricerca di Levada è da tempo considerata accurata e affidabile a livello internazionale.

 

Un sondaggio IPSOS del 2024 ha rilevato che l’86% degli intervistati cinesi si sente ottimista riguardo al futuro del proprio Paese.

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