Pensiero
Il discorso della Meloni, tra segnali di potere e catastrofe conservatrice
Il discorso della Meloni alla Camera è stato il tripudio del conservatorismo arrivato al potere. I conservatori in quest’ora della Storia umana non sono d’aiuto, ma possono rappresentare un pericolo estremo. Una catastrofe.
L’intervento era puntellato poi di momenti che ci sono sembrati, più che dichiarazioni di intenti dei veri e propri segnali – segnali di potere, segnali al potere.
Chiariamo: l’abisso che separa il discorso della Meloni – che per quanto sbagliato, era netto, intenso, a tratti in grado di suscitare emozione – da quello di quando venne piazzato a Palazzo Chigi Draghi (ricordate?) è qualcosa che sconvolge: la politica torna alla politica, deo gratias. In effetti, uno che nel cognome ci ha enormi rettili sputafiamme non ha come attività principale di interfaccia con gli esseri umani il parlare, specie in Parlamento.
Chiariamo: non possiamo non condividere le parole, che vedremo come si trasformeranno in fatti, sulla possibilità di essere lasciati in pace dallo Stato, e dal fisco, con la pretesa da fantascienza che le tasse con il nuovo governo inizieranno ad essere pagata per ciò che si è incassato e non per ciò che è presunto e magari contestato dall’Agenzia delle Entrate. Vaste programme.
Al di là di questa piccola nota concreta che apprezziamo assai, che tuttavia poteva fare benissimo un premier di Forza Italia, anzi chissà quante volte lo ha fatto Berlusconi, senza poi portare a casa nulla (ed era Berlusconi, l’uomo più ricco e votato del Paese), tutto il resto di questa ouverture dell’Italia melonica crea in noi sgomento e talvolta rabbia.
Abbiamo sentito, in una interminabile ora di discorso, di tutto. Nella determinazione, nella grinta, nella rivendicazione (giusta, talvolta struggente) di essere arrivata in cima alla scala partendo dal sottosuolo, nel discorso alla Camera della prossima premier abbiamo sentito ribadito tutto il male che affligge le genti italiche – e da secoli.
Tra qualche luogo comune – Steve Jobs, Montesquieu, Papa Francesco che adesso la chiamerà come ha fatto con il Fontana – c’erano segni di grande chiarezza, o meglio, come dicevamo, proprio dei segnali.
Ci riferiamo, ad esempio, alle ripetute menzioni ottocentesche. Nella lista di donne che si sente di omaggiare per nome di battesimo, parte con una tale «Cristina», che definisce come dama di salotti: parla di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, la «principessa rossa» che organizzò il processo di conquista della Penisola da parte della massoneria, cioè il Risorgimento. Tuttavia, il culto dell’unificazione voluta dai grembiulisti è qualcosa che la destra nazionale si porta avanti da decenni se non da un secolo, senza mai toccare l’argomento: difficile spiegarsi che gli stessi che «fecero» l’Italia sono parti della medesima forza che avrebbe poi escogitato l’Europa Unita, e che, oggi come allora, ci sta portando in guerra contro lo Zar.
Quisquilie, direte: ma no. Così come si conserva una storia del Paese che è una menzogna, la Meloni ha proseguito conservando l’Unione Europea stessa, che rinunzia a sferzare davvero, e che cita in continuazione. Il cambiamento, del resto, non è virtù dei conservatori. E l’unico cambiamento possibile, nei confronti di Bruxelles, e esattamente quello che ha avuto il coraggio di fare Londra con la Brexit, partendo perfino da una situazione dove il Remain era diffuso tra tutti i partiti.
No, non abbiamo sentito un progetto concreto, né nuovo: di nessun tipo. Il Paese è senza energia? Qualche modo di veicolare il concetto che, per evitare il collasso, magari gas e petrolio ce lo andiamo a prendere da qualche parte? Non un’idea nuova, tuttavia un’idea giusta, che magari qualcuno si aspetta da un partito con la fiammella nel simbolo. La Nazione, vuole quel sentire da cui quel fuoco arriva, non può contrarsi, deve espandersi… In effetti, ad un certo punto, il presidente Meloni sembrava, certo in modo socialmente accettabile per il mondo democratico dove si vuole essere ricevuti, voler andare a proprio parare proprio lì, e noi ci stavamo per emozionare.
«Enrico Mattei un grande italiano che fu tra gli artefici della ricostruzione post bellica capace di stringere accordi di reciproca Convenienza con azioni di tutto il mondo Ecco io credo che l’Italia debba farsi promotrice di un piano Mattei per l’Africa…» Ma vieeeni. Dai che salta fuori un’idea da applaudire davvero… «un modello virtuoso di collaborazione e crescita tra Unione Europea e nazioni africane». Patapumf. La catena scende di colpo. Nel momento più bello, ecco che torna l’Unione Europea. Con Mattei. Cioè, dobbiamo cercare idrocarburi in contesti nuovi, ma per portarli a Bruxelles, a benefizio poi delle «nazioni africane», che già a pochi anni dalla loro «indipendenza» erano già magari implose, e il cui contributo all’Europa della Meloni sono masse di immigrati che oramai in larga parte soggiornano da noi apertamente come parassiti grazie ai governi precedenti, compreso quello Draghi che Meloni ha ringraziato, e che possono rendere invivibile qualsiasi città del Paese.
Ecco: i discorsi di Zemmour, sul rimpatrio immediato dei migranti, non li abbiamo sentiti dalla Giorgia al potere. Né abbiamo sentito promesse per cui condomini e quartieri saranno liberati dalla fase manifesta del piano Kalergi, o rassicurazioni che almeno il magna-magna delle coop rosse che banchettano sugli afrogommonauti sia fermato domani stesso.
Abbiamo poi visto l’inchino, multiplo, verso Gerusalemme, cioè, verso Tel Aviv – si vede che ci voleva. Prima di arrivare direttamente alla parola «antisemitismo» verso la fine, in realtà prima aveva già settato il diapason: eccola che ti parla di radici giudaico-cristiane della cultura europea, e confermiamo una volta di più che non abbiamo idea di cosa significhi. Vuol dire che la nostra cultura deriva dagli ebrei? C’erano gli ebrei qui prima di greci, romani, etruschi, galli, germanici, venetici…? Oppure è quella storia che essendoci di mezzo il Nazzareno, che era nato in una famiglia ebraica, allora, bisogna dire così? Gesù era giudaico-cristiano? In questo caso, quindi non è un pleonasmo dire giudaico-cristiano? Tipo romano-capitolino? Dottor medico? Formaggio-caseario? Gatto felino? Cocomero-melone?
Forse è che si tratta di un’espressione senza troppo senso, che non sia la manipolazione, o la segnalazione.
Avete capito: anche a questa latitudine, virtue signaling, peraltro di un termine che pensavamo dimenticato con la temperie neocon dei primi anni 2000. In effetti, in neocon ora sono tornati e minacciano di distruggere il mondo con le atomiche, quelle americane e quelle di Putin.
A proposito di Putin, ecco un altro segnale abbagliante: «l’Italia continuerà a essere partner affidabile insieme all’alleanza Atlantica a partire dal sostegno al valoroso popolo ucraino che si oppone all’invasione della Federazione Russa non soltanto perché non soltanto perché non possiamo accettare la guerra di aggressione la violazione dell’integrità territoriale di una nazione sovrana ma anche perché il modo migliore di difendere il nostro interesse nazionale».
Eccerto Giorgia, l’Ucraina è stata invasa dai russi, peraltro in terre che hanno appena votato per tornare alla Russia. Il «valoroso popolo ucraino», poi, è un agnello innocente: i 14 mila morti negli 8 anni di genocidio in Donbass sono una fantasia putinesca.
Eccerto, Giorgia, inimicandoci il nostro primo fornitore di gas, stiamo difendendo nel modo migliore «un nostro interesse nazionale».
La premier forse lo può capire: quello che è un segnale per chi sta sopra di lei, per alcuni italiani suona invece come una menzogna che la squalifica.
E non è la sola che ci vuole rifilare. Arriva l’ecologia, cita al volo il compianto Roger Scruton, re dei conservatori di Albione, dice che vuole proteggere l’ambiente. Anche lì, si vede che ci vuole: un segnale che andava mandato, e qui non si capisce neanche bene a chi: non alla Casa Bianca, ma a Greta? Non alla NATO ma all’ONU?
«Alla penisola servono investimenti strutturali per affrontare l’emergenza climatica e le sfide ambientali». Ma di cosa sta parlando? Ah sì, dimenticavamo che, avendo mantenuto il ministero della Transizione Ecologica (pasticciando pure sulle nomine del ministro), questo governo ha segnalato a chi di dovere che alla minaccia ambientale ci crede proprio: dobbiamo cambiare tutto, industrie e consumi, per eco-transire, cosicché il tempo metereologico sarà clemente con noi.
Non percepire la menzogna infame qui è impossibile: lo sa chiunque, se non sarà la guerra, la prossima chiave con cui vi richiuderanno dove vogliono sarà l’ambiente. La Meloni, l’occasione che la destra italiana ha per finalmente fare in concreto per la Nazione, propala l’eco-mondialismo onusiano, che altro non è che la maschera verde sopra la Cultura della Morte.
Sento qualche lettore che ha votato fiddino che trasecola: ma insomma, cosa doveva dire?
Beh, un esempio materiale, recentissimo, ci sarebbe: la neoeletta premier dello Stato canadese dell’Alberta, che ha esordito chiedendo scusa ai non vaccinati per aver subito «la discriminazione più estrema mai vista».
Qui Giorgia ha dato speranza: ha, senza esagerare, criticato i lockdown e la gestione pandemica, sorvolando fischiettosamente su parole come «green pass» e «vaccino», e pure senza mai fare nomi, mentre Speranza era lì in aula che la guardava da dietro la FFP2. Ad una certa, ha perfino parlato di possibili indagini su quanto successo. Qualcuno può essersi esaltato: Norimberga 2.0, ci siamo grazie a Giorgia?
Diciamo che, avendo la Meloni nominato come ministro della Salute un membro del CTS, che in TV esaltava il green pass, parrebbe non essere esattamente così: e questo forse è un segnale incontrovertibile, peraltro ribadito in uno dei passaggi più allarmanti: «Purtroppo non possiamo escludere una nuova ondata di COVID l’insorgere in futuro di una nuova pandemia Ma possiamo imparare dal passato per farci trovare pronti».
Eccallà, Giorgia l’ha buttata lì: e se come nel 2020 e nel 2021, tra l’autunno e l’inverno 2022 ripartisse tutto il circo? Siamo stati avvisati: il governo melonico già alza le mani – non esclude, ma è pronto. A fare cosa, non è dato sapersi. O forse un’idea purtroppo ce l’abbiamo.
Infine, vogliamo sottolineare il segnale più importante, che è stato quello.
Nella foga di dire «libertà» a raffiche continue, può capitare che salti fuori anche la libertà declinata come libertà di uccidere gli innocenti.
«La libertà è il fondamento di una vera società delle opportunità» scandisce con sicumera. «È la libertà che deve guidare il nostro giro agire libertà di essere di fare di produrre un governo di centrodestra non limiterà mai le libertà esistenti di cittadini e imprese. Vedremo alla prova dei fatti anche su diritti civili e aborto chi mentiva e chi diceva la verità in campagna elettorale su quali fossero le nostre reali intenzioni».
Una volta in più, eccoci: dopo averlo fatto dire alla sorella e al compagno, lo dice lei stessa nel momento più alto della sua carriera, nella sede e nel momento più solenne possibile: io sono favorevole all’uccisione di feti e embrioni. E velo dimostrerò.
Abbiamo già detto altrove di che cosa si tratta. Ci limitiamo qui a sottolineare che questo forse è il segnale più potente – e più limpido – dato in tutto il discorso. È quello che abbiamo chiamato l’inchino a Moloch. Ebbene, è stato ribadito oltre ogni ragionevole dubbio. Ci basta.
La nazionalista vuole la libertà per uccidere la nazione non-nata. La conservatrice, quella che vuole conservare le tradizioni e l’ambiente, vuole permettere di cancellare la vita, la cosa più preziosa che ha l’essere umano, che ha il Paese, senza la quale non esistono né tradizioni né ambiente.
Dobbiamo stupirci? No. Sappiamo cosa abbiamo dinanzi.
I conservatori sono, volontariamente o involontariamente, nemici dell’umanità – perché conservano questa società oramai irrimediabilmente compromessa dalla Necrocultura.
I conservatori conservano la Cultura della Morte che li sta uccidendo.
Il problema è che nel processo, rischiamo di essere ammazzati anche noi che conservatori non siamo e non saremo mai. E non solo noi: i nostri figli.
Noi e i nostri figli siamo la trasmissione della vita senza cui la Nazione (parola che viene da nascere) cessa di esistere.
Conservare ciò che cancella la vita è distruggere la Nazione. Essere conservatori oggi significa quindi propagandare la menzogna e la morte.
Questa è la vera catastrofe conservatrice.
Roberto Dal Bosco
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine generata artificialmente
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