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Urna Z. Putin deciderà le elezioni italiane (guerra di agosto permettendo)

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«Questo è il problema del ministro degli Esteri Di Maio, non capisce nulla di quello di cui si occupa». Così parlò Maria Zakharova. Si tratta, del medesimo perculamento – diplomaticamente terribile, inaudita – che venne rifilato a Giggino dopo quello di inizio guerra, quando il ministero degli Esteri russo , giustamente, disse che la diplomazia non era fatta di «viaggi vuoti per assaggiare piatti esotici». Il pomiglianese pochi giorni prima era stato proprio a Mosca.

 

Il discorso venne fatto quando Di Maio, ora soldatino ubbidiente di Mario Draghi, cominciò a parlare di «gravi ingerenze nei confronti del governo italiano» di Mosca, che lavorerebbe «per destabilizzare l’Italia e l’Europa».

 

La Zakharova – che, va da sé, qui riteniamo sia mitica – smentì tutto sull’agenzia russa TASS. «Noi stessi siamo sbalorditi dal potere della diplomazia russa come risulta dai resoconti dei media italiani. Si scopre che i nostri ambasciatori possono cambiare i governi con un paio di chiamate».

 

«Più volte i rappresentanti di altri Paesi occidentali hanno cercato di utilizzare trucchi simili, quando non c’era nessuno a cui addossare la colpa dei propri fallimenti in un contesto di crescente malcontento della popolazione», dice la portavoce. Tre giorni fa Di Maio aveva accusato Mosca di lavorare «per destabilizzare l’Italia e l’Europa».

 

Quindi, lo zampino di Putin nella fine di Draghi? Volete che sia proprio come dicono i pentastellati mononeuronali e i piddini piatti e inaciditi?

 

Il problema è che anche noi potremmo dire: sì, potrebbe essere. Anzi, guardate, è peggio: il fatto è che la Russia non solo potrebbe essere la causa della fine del Drago, ma pure potrebbe divenire ciò che deciderà le prossime elezioni politiche italiane.

 

Non scherziamo.

 

Ora, sulla caduta di Draghi, non abbiamo idea se ci sia stata una manovra partitica, né se ha senso ricordare quando, all’altezza di quella stranissima polemica sull’esercito russo nella Lombardia del COVID 2020, saltò fuori che c’erano delle cose interessanti che magari potevano uscire sul governo dell’epoca? A che si riferivano? Ad accordi sullo studio del virus, o sullo sviluppo del vaccino? Oppure sono quelle storie personali su alcuni ministri di allora, di cui nessuno osa scrivere, a parte Dagospia che utilizza giri di parole?

 

Non lo sappiamo. In verità, non ha importanza, perché crediamo che la Russia abbia contribuito alla fine di Draghi perché essa rappresenta quello strano impiccio per gli speculatori e parassiti chiamata realtà.

 

Un Paese senza la realtà materiale del gas, cioè senza economia e con valanghe di morti (di freddo, non di COVID) in arrivo in autunno, non può permettersi di mantenere un governo che l’ha portato a quel punto. È addirittura possibile che questo lo abbiano capito perfino Salvini e Berlusconi.

 

Tuttavia, non è da Di Maio o dal mondo piddificato con la bava alla bocca che arriva l’illuminazione sul futuro russo delle nostre elezioni.

 

Abbiamo capito tante, tantissime cose leggendo un’intervista all’ex magistrato, considerato di centrodestra, Carlo Nordio.

 

Sull’interferenza russa nella caduta del governo «Non abbiamo prove, ma le coincidenze sono diventate indizi gravi, precisi e concordanti».

 

«Sono rimasto inorridito dalle parole di Berlusconi e Salvini che rappresentavano una sorta di endorsement a Putin. L’aggressione russa all’Ucraina è folle, criminale e ingiustificata, e sarebbe inammissibile un governo che non sostenesse, in politica estera, la linea di Draghi, ovvero un sostegno all’Ucraina senza se e senza ma».

 

Interessante davvero. Libero scrive che «Nordio è considerato dai retroscenisti e commentatori della politica italiana molto vicino a Fratelli d’Italia, il partito che da mesi chiede agli alleati Lega e Forza Italia di togliere la fiducia al governo di unità nazionale». Il quotidiano milanese scrive addirittura che «il “ministro della Giustizia” in pectore di un “governo Meloni”».

 

A questo punto ci è chiaro che si è aperta tutt’altra partita. Ed era inevitabile che fosse così.

 

Silvio Berlusconi si dice fosse arrabbiato con Putin, forse perché non risponde più alle telefonate, o se risponde mette giù subito. Però, ci è impossibile non ricordare che la loro era la più bella, salda (e, sulla carta, davvero improbabile) amicizia politica transnazionale che mai abbiamo veduto.

 

Questo sito ha già ricordato in passato dei momenti più alti di questo rapporto: Putin che va nella villona sarda a incontrare la stampa a fianco di Berlusconi (!) appena vinte le elezioni 2008. Silvio che risponde al posto di Putin in un altro incontro internazionale quando un giornalista chiede al russo riguardo alla guerra in Georgia. E poi, la passeggiata insieme nella Crimea appena tornata alla patria, con gli ucraini inferociti al punto da denunciare Berlusconi per essersi bevuto con Putin una bottiglia di Sherry.

 

Mettetela come volete, è chiaro che quello che c’è tra i due è qualcosa di enorme, di perennemente riattivabile – un rapporto che Silvio non può avere con Biden, Zelen’skyj, Scholz, la Von der Leyen.

 

Dove volete che cadesse, quindi, la mela? Di fatto, come riportato da Renovatio 21, Berlusconi – l’uomo che a Pratica di Mare portò brevemente la Russia nella NATO – già da qualche mese aveva con probabilità cominciato la virata ucraina, con la dichiarazione-shock per cui dando le armi a Kiev siamo di fatto in guerra. Vero.

 

Poi c’è Salvini. A lui, che si presentava in Europarlamento con indosso una t-shirt ritraente Vladimir Putin con  l’uniforme della Marina russa, che in un’altra foto scattata sulla Piazza Rossa dinanzi al Cremlino vestiva un’altra t-shirt con disegno a stencil del primo piano del presidente russo, hanno cucito addosso un incredibile Russiagate all’italiana, con la storia dell’Hotel Metropol, e Report che segue le cene fra amici di Dugin in Italia.

 

Salvini è lo stesso, lo dimenticano tutti, che mantenendo una posizione che non poteva dispiacere alla Russia, attaccò perfino Trump quando questi mandò qualche missile contro la Siria. «Ma vi sembra normaleeeh?». Qualcuno dice che da lì siano iniziati i suoi problemi.

 

Insomma, due capi su tre dei partiti del Centrodestra, dato per vincente alle urne 25 settembre, qualche simpatia per Mosca ce la ha – e perfino con il presidente russo in persona, oramai assurto per l’establishment occidentale al ruolo di demonio globale.

 

Dall’altra parte, c’è il partito ancora più favorito – stando ai sondaggi – con la sua capa favoritissimissima. La quale, sulla Russia ci pare avere tutt’altra posizione, al punto che sono circolati messaggi interni per punire i membri del partito che sui social inneggiano alla Russia. Abbiamo visto in TV un altro parlamentare FdI dire addirittura che, anche qualora si riuscisse a cacciare Putin dall’Ucraina, bisognerebbe andare oltre e sconfiggerlo del tutto, perché sennò questo potrebbe avanzare e arrivare fin qui in Europa. (Sento già il sospiroso «magari» di molti lettori…)

 

Insomma: il Centrodestra potrebbe essere composto da due partiti che si riallineano politicamente, geopoliticamente e financo personalmente con Putin, più un partito – quello in pole position, dicono – che invece sulla Russia la pensa come Draghi, Washington, Di Maio, Varsavia, Enrico Letta, Vilnius, Matteo Renzi, CIA, Londra e Bruxelles: Bruxelles nel doppio senso di sede UE e di sede NATO.

 

La cosa bella è che questo partito russofobo, quindi perfettamente sintonizzato con il governo Draghi (e allineato anche su vaccini green pass), era il partito all’opposizione…

 

Sì, uno ad una certa può arrivare a dire che non ci capisce niente, in realtà è tutto chiarissimo.

 

La partita oggi, insomma, sarà interna alla coalizione di centrodestra con la Russia come tema principale. I dilemmi politici saranno il gas e la guerra ucraina: i partiti sovranisti sono disposti a distruggere le aziende e ad affamare il popolo per andare a muso duro con gli arconti della nostra, appunto, storica sovranità limitata?

 

Siamo disposti a morire per Kiev?

 

Per quanto dobbiamo tirare avanti la balla di Zelens’kyj, che sta perdendo la guerra e potrebbe essere spazzato via da un  momento all’altro, magari da una mossa degli stessi ucraini o dal suo entourage di (parole di Putin) «nazisti e drogati»?

 

Queste sono alcune delle domande che conteranno internamente al voto di destra di fine settembre. E ringraziamo il cielo: perché il rischio di trovarci, come altri Paesi, con una russofobia suicida e monocolore su tutto l’arco parlamentare era cospicua assai.

 

Ne consegue che di fatto l’elezione altro non sarà che un referendum pro o contro Putin. Giratela come volete, ma è così. La Russia, la realtà, decideranno il voto. Anche senza muovere un dito. Per conseguenza automatica dell’emergere sulla scena di ciò che il mondo NATO del gender e della finanza aveva rimosso: il reale.

 

Il principio di realtà riaffiora in quest’ora impazzita. Evviva.

 

Lega e Berlusconi agiranno di conseguenza. Coloro che in Forza Italia non sono in grado di capire, o che semplicemente non riescono a concepire altro che la greppia occidentale,  stanno venendo epurati in questo momento.

 

Il Carroccio, dopo essersi «giorgettizzato» a seguito della batosta elettorale in Emilia Romagna a gennaio 2020, si ri-salvinizza. Questo è il succo del magheggio del segretario «Capitano», che si riprende il timone del partito e sta pure in una posizione privilegiata per intercettare qualche voto del grande dissenso, in quanto, pur votando ogni porcata, non si è mai esposto in modo irrecuperabile.

 

Conoscendo la capacità di manovra politica sia di Salvini (che ha ereditato un fiuto preternaturale da Bossi) che di Berlusconi (uno specialista nel recuperare rocambolescamente punti durante le campagne elettorali) la Meloni – il candidato preferito di certa parte del Partito Repubblicano USA, e non solo di quello – non dovrebbe dormire sonni tranquilli, nonostante i sondaggioni narcotizzanti che tutti le stanno offrendo.

 

Quindi, popcorn.

 

Tuttavia va segnalato il grande Jolly che potrebbe essere calato ad agosto.

 

Mio padre mi ha insegnato che, più che delle idi di marzo, devo sempre diffidare della metà di agosto. Perché, se qualcosa bolla in pentola, detona lì, quando il coinvolgimento della popolazione è al minimo, vuoi per le ferie, vuoi per il caldo. Guerre. Colpi di Stato. Attentati. Macchinazioni politiche: il Ferragosto è il momento migliore.

 

Ora, quel che posso credere possa succedere è un gigantesco false-flag, o qualcosa del genere, che Kiev si può autoinfliggere il mese prossimo per tirare dentro la NATO e scatenare, come da desiderio esplicito di Zelen’skyj, la Terza Guerra Mondiale.

 

Gli Ucraini già hanno dichiarato le loro fantasie su una controffensiva ad agosto con un milione di uomini. A me preoccupano altri segni. I russi hanno appena detto che i missili spariti sul grano ad Odessa non sono loro. Così come nessun giornale ha dato risalto all’attacco con decine di droni kamikaze ucraini alla Centrale Atomica di Zaporiggia. Non sappiamo se si trattasse dei famosi assassini droni Switchblade regalati dal Pentagono, tuttavia ricordiamo che quando arrivarono i russi all’impianto, mesi fa, il Corriere della Sera e il New York Times ci fecero prime pagine apocalittiche.

 

Un disastro vero in Ucraina – un disastro che, come dimostrato in questo mezzo anno, Mosca non ha motivo di cercare – altererebbe gli equilibri del mondo. Ridarebbe fiato alla NATO, e tutti i Paesi comincerebbero a far rullare i tamburi marziali, magari non per una guerra immediata, ma per un’operazione, piccola o grande, a ottobre o novembre – come in Afghanistan nel 2001, dopo le Torri.

 

Un trauma agostano in Ucraina giocoforza cambierebbe completamente lo scenario elettorale che abbiamo descritto sopra. Fratelli d’Italia, il partito vincitore di ogni raccolta punti occidentalista, riprenderebbe il comando, e pure Berlusconi e Salvini dovrebbero cambiare rotta immantinente, e questo nonostante sappiano che milionate di loro elettori stanno con Putin e non si bevono nemmeno più mezza parola della propaganda atlantica che gronda da TV e giornali venduti.

 

Ad ogni modo, pure in questa infausta prospettiva (perché, significherebbe che in Ucraina è accaduto qualcosa che ha provocato migliaia e migliaia di morti, di cui sarebbero accusati incontrovertibilmente i russi) le elezioni saranno decise dalla Russia.

 

Sì, un grande referendum pro o contro lo Zar. Tutto qua.

 

Urna Z, e poco di più.

 

Ci va bene. Sappiamo cosa votare.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Immagine dell’urna e della scheda di Nicolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata

 

 

 

Pensiero

Il totalitarismo politico globale

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Renovatio 21 pubblica il Parere (n. 18) sul totalitarismo biopolitico globale del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB).

 

 

 

Contro ogni ragionevole probabilità, negli ultimi mesi una parte degli Italiani si è ostinata ad auspicare o ad attendere fiduciosa l’intervento nell’affaire COVID di organismi che, per vocazione e per tradizione, sono organici e funzionali ai centri di potere, nelle sue diverse istanze, con la speranza di vedere ristabilite verità e giustizia in una vicenda che da più di due anni costituisce il più grave attentato ai diritti e alle libertà fondamentali dell’intera storia repubblicana.

 

La tanto attesa pronuncia si è fatalmente limitata a legittimare l’illegalità di atti e fatti di cui è stata vittima quella stessa parte degli Italiani, in ciò fornendo, forse inconsapevolmente, nuova attualità all’analisi fornita da Carl Schmitt nel suo Legalità e legittimità, pubblicato nel 1932 alla vigilia dell’ascesa al potere del totalitarismo nazista e dell’estinzione della Repubblica di Weimar.

 

Ed è singolare che la pronuncia in questione sia stata anticipata da un comunicato-stampa, intitolato «Obbligo vaccinale e tutela della salute» (1), che, dietro lo schermo costituito da viete espressioni e da paludati tecnicismi, oblitera l’oggetto intrinseco della vicenda, ossia l’aspirazione dei cittadini a vedere tutelata la salute da un ordinamento la cui carta fondamentale pone garanzie apparentemente stringenti in materia, come quella secondo cui, qualora una legge dovesse imporre un trattamento sanitario obbligatorio, la stessa legge «non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». (2)

 

È infatti di dominio pubblico, anche perché ammesso dalla stessa azienda produttrice, che i cosiddetti vaccini anti-COVID non prevengono la trasmissione né del virus SARS-CoV-2, né della malattia COVID, ma anzi producono una miriade di effetti avversi, ampiamente documentati. Stupisce, quindi, che la pronuncia in questione abbia omesso di considerare le evidenze scientifiche emerse fin dall’inizio della campagna di somministrazione di un farmaco sperimentale fondato su una tecnica dagli effetti incerti e controversi, quale è la tecnica dell’mRNA, ma di cui è appurata la capacità di interagire e modificare il DNA dei soggetti riceventi. (4)

 

In breve, ci troviamo di fronte a un palese e lampante corto circuito: le leggi e gli atti aventi forza di legge dovrebbero essere promulgati a tutela dei diritti e della salute dei cittadini, ma quelli sottoposti al vaglio dell’organismo evocato non hanno tutelato né i diritti, né la salute: e ciò nonostante sono stati legittimati, pur a costo di delegittimare i diritti fondamentali dei cittadini.

 

Alla luce di questa pronuncia, le cui conseguenze non possono certamente sfuggire ai suoi autori –  che in quanto tali saranno giudicati in una prospettiva storica – il CIEB ricorda che non è inseguendo le pronunce di questo o di quell’organismo che i cittadini troveranno verità e giustizia e che, diversamente, l’unico modo per contrastare la deriva totalitaria in atto è assumere piena consapevolezza della portata e delle modalità del piano ideato dalle élite finanziarie transnazionali e dai suoi accoliti per soggiogare la popolazione mondiale.

 

Eccezion fatta per chi non dispone – o rifiuta di disporre – dei necessari strumenti cognitivi, e di chi è colluso con quelle élite, dovrebbe essere evidente a chiunque che la vicenda COVID si inserisce in un piano preordinato all’asservimento degli individui mediante minacce, reali o mendaci, rivolte direttamente contro la salute e l’integrità psico-fisica di ogni essere umano, nonché l’utilizzo sempre più pervasivo, a fini di controllo, degli strumenti della tecnologia digitale.

 

Questo piano, che prima del COVID sarebbe stato tenacemente occultato dai suoi ideatori, è ora ammesso in modo esplicito da quegli organismi creati espressamente allo scopo di favorire gli interessi e le dinamiche del capitalismo ultra-finanziario: ossia, prima ancora della globalizzazione delle economie e dei mercati, la perdita dell’identità e la trasmutazione della dimensione antropologica e culturale dell’essere umano. 

 

È il caso del G20 tenutosi a Bali il 15-16 novembre 2022 che – nell’ambito del programma One Health fondato sulla «resilienza del sistema sanitario globale», sull’armonizzazione dei «protocolli sanitari mondiali» e sull’espansione degli «hub globali di produzione e ricerca» – ha auspicato l’introduzione di «reti sanitarie digitali globali» destinate a «rafforzare la prevenzione e la risposta alle future pandemie» sulla base di campagne vaccinali sempre più capillari, dove per vaccini devono intendersi le sopra citate terapie geniche incentrate sulla tecnica dell’mRNA.  (5)

 

Ed è il caso della Commissione europea che, con una raccomandazione del dicembre 2018, ossia ben prima della cosiddetta pandemia, equiparava ai «grandi flagelli» ogni malattia prevenibile mediante vaccino (testualmente: «le malattie prevenibili da vaccino sono grandi flagelli») e, muovendo da questo singolare presupposto, invitava gli Stati ad attuare piani di vaccinazione comprendenti «un approccio alla vaccinazione sull’intero arco della vita», nonché a «sviluppare la capacità delle istituzioni sanitarie … di disporre di informazioni elettroniche sullo stato vaccinale dei cittadini … che … raccolgano dati aggiornati sulla copertura vaccinale per tutte le fasce di età». (6)

 

Il piano in questione, trionfalisticamente presentato dai media quale ennesima tappa di un progresso tecno-scientifico che procede senza esitazioni alla «velocità della scienza», è destinato a essere realizzato prioritariamente attraverso il cambio di paradigma dei sistemi sanitari pubblici che, complice la pretesa scarsità di risorse disponibili, non saranno più rivolti a erogare prestazioni terapeutiche e assistenziali a beneficio dei malati, ma a promuovere – con buona pace della ricerca, della diagnostica, del miglioramento dell’efficienza delle strutture sanitarie – una medicina «preventiva» fondata su farmaci e vaccini sviluppati da aziende e organismi privati la cui assunzione costituirà, secondo l’approccio di tipo premiale sdoganato dal COVID, la condizione sine qua non per la titolarità e l’esercizio di diritti e libertà individuali: dall’istruzione, al lavoro, alla previdenza, alle stesse cure mediche.

 

Come ha affermato il G20 di Bali, infatti, «occorre capitalizzare … (il) successo degli standard esistenti e dei certificati digitali COVID-19»: ossia il successo del Green Pass fondato sull’obbligo vaccinale.

 

Il piano in questione comprende ulteriori profili, finora sottovalutati. L’impiego di farmaci e vaccini fondati su una tecnica ancora sperimentale, quale è la tecnica dell’mRNA, presuppone e comporta necessariamente – come è successo col pretesto della pandemia per il «vaccino anti-COVID» – l’azzeramento dei tempi, delle procedure e delle garanzie sanciti dalla normativa in materia di sperimentazione clinica di medicinale.

 

Farmaci e vaccini siffatti, inoltre, potrebbero condurre – in modo non imprevedibile e forse non imprevisto – a reazioni ed eventi avversi i cui effetti sconosciuti tanto nel breve quanto nel medio e lungo periodo potrebbero a loro volta costituire – oltreché l’occasione per ridurre tout court la popolazione mondiale – il pretesto per l’introduzione di nuovi stati emergenziali, di nuovi farmaci e di ulteriori meccanismi e strumenti premiali variamente denominati. (7)

 

Questo piano va contrastato prima di tutto e necessariamente sul piano culturale. A tal fine occorre prendere coscienza, senza esitazioni o infingimenti, del fatto che la medicina e la scienza non svolgono più da tempo alcuna funzione sociale; e procedere conseguentemente alla «demedicalizzazione» della società, oltreché a una profonda revisione della nozione stessa di progresso tecno-scientifico.

 

In questa prospettiva non va dimenticato che già nel 1977 i vertici di una delle più note case farmaceutiche affermavano pubblicamente, e impunemente, che «il nostro sogno è vendere farmaci a gente sana» (8), sebbene tre anni prima Ivan Illich, nel suo Medical Nemesis, avesse denunciato la tendenza alla «medicalizzazione» estrema della società mediante la costante creazione di nuovi bisogni terapeutici. (9)

 

Allo stesso modo occorre prendere coscienza del fatto che il nostro ordinamento giuridico, nella temperie creata dal capitalismo ultra-finanziario e dalle sue élite, non è più in grado di fornire garanzie reali ed effettive ai diritti fondamentali dell’uomo, e procedere conseguentemente allo smantellamento dei diktat dell’agenda globalista che ormai appaiono a molti per quello che sono, ossia minacce sempre più gravi alla dignità e all’integrità psico-fisica dell’essere umano, ma che taluni continuano a spacciare per feticci intoccabili in quanto viatici di pace, di democrazia e di benessere, a cominciare dal primato del diritto dell’Unione europea sul diritto interno.  

 

Sulla base di queste considerazioni, il CIEB:

 

  • condanna il silenzio delle istituzioni, e in particolare degli organismi istituzionalmente preposti a stimolare il dibattito pubblico sui temi di rilevanza bioetica, in merito ai rischi del cambio di paradigma sanitario poc’anzi descritto;

 

  • denuncia i rischi per la salute pubblica collegati e conseguenti all’eventuale introduzione, nel nuovo Codice di deontologia medica, di regole che vietino ai medici di sconsigliare il ricorso ai vaccini, con specifico riferimento ai vaccini fondati sulla tecnica dell’mRNA, nonché all’utilizzo delle terapie geniche;

 

  • sollecita ancora una volta l’opinione pubblica a prendere coscienza del piano descritto nel presente Parere, che prima di ogni altra cosa è volto a svilire il principio del primato dell’essere umano sugli interessi della scienza, dell’economia e della società codificato da convenzioni internazionali e fatto proprio anche dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione italiana;

 

  • invita la parte raziocinante della società civile, nell’inerzia del Governo e del Parlamento, a farsi parte dirigente e a utilizzare ogni mezzo lecito – richiedendo segnatamente una chiara e netta presa di posizione dei propri rappresentanti politici a ogni livello istituzionale – per opporsi alla dittatura sanitaria prefigurata dal piano poc’anzi descritto, che a sua volta costituisce il preludio all’instaurazione di un regime di totalitarismo biopolitico globale fondato sul ricorso a stati permanenti e strutturali di emergenza.

 

 

CIEB

 

 

2 dicembre 2022

 

 

Il testo originale del Parere è pubblicato sul sito: www.ecsel.org/cieb

  

 

NOTE

 

1)  Cfr. https://www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20221201194237.pdf.

2) Cfr. l’art. 32, secondo comma, della Costituzione: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

3)  Cfr. S.A. Meo et Al., COVID-19 vaccines: Comparison of biological, pharmacological characteristics and adverse effects of Pfizer/BioNTech and Moderna vaccines, in Eur. Rev. Med. Ph. Sci., 2021, 25(3), pp. 1663-1679; A. Pormohammad et Al., Efficacy and safety of covid-19 vaccines: A systematic review and meta-analysis of randomized clinical trials, in Vaccines, 2021, 9(5),467; D. Zaçe et Al., The impact of COVID-19 vaccines on fertility-A systematic review and meta-analysis, ibidem, 2022, 40(42), pp. 6023-6034.

4) Cfr. T. Domazet-Lošo, mRNA Vaccines: Why Is the Biology of Retroposition Ignored?, in Genes., 2022, 13(5),719; I. Feliciello-A. Procino, mRNA vaccines: Why and how they should be modified, in J. Biolog. Res., 2021, 94(2), pp. 82-83; W. Doerfler, Adenoviral Vector DNA- and SARS-CoV-2 mRNA-Based Covid-19 Vaccines: Possible Integration into the Human Genome – Are Adenoviral Genes Expressed in Vector-based Vaccines?, in Virus Res., 2021, 302,198466; L. Zhang et Al., Reverse-transcribed SARS-CoV-2 RNA can integrate into the genome of cultured human cells and can be expressed in patient-derived tissues, in Proc. Natl. Acad. Sci., 2021, 118, e2105968118; M. Aldén et Al., Intracellular Reverse Transcription of Pfizer BioNTech COVID-19 mRNA Vaccine BNT162b2 In Vitro in Human Liver Cell Line, in Curr. Issues Mol. Biol., 2022, 44(3), 1115-1126.

5) Cfr. https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/11/16/g20-bali-leaders-declaration/.

6) Cfr. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32018H1228(01).

7) Come già riportato nelle note 3 e 4, con riferimento al cosiddetto vaccino anti-Covid abbondano ormai gli studi scientifici relativi ai numerosi e diversi effetti avversi a esso chiaramente riconducibili: dai problemi cardiaci (cfr. Al-Ali et al., Cardiovascular and haematological events post COVID-19 vaccination: A systematic review, in J. Cell. Mol. Med., 2022 Feb;26(3):636-653), evidentemente tanto gravi da indurre Pfizer e Moderna ad iniziare propri studi al riguardo, a quelli neurologici (cfr. R. K. Garg-V. K. Paliwal, Spectrum of neurological complications following COVID-19 vaccination, in Neurol. Sci., 2022; 43(1): 3–40), solo per menzionare i più frequenti.

8) Cfr. H. Gadsen, direttore generale della Merck, che dalle pagine della rivista Fortune affermò «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque». Sul fenomeno denominato disease mongering si rimanda, in una prospettiva temporale più recente, a R. Moynihan-A. Cassels, Selling Sickness: How the World Biggest Pharmaceutical Companies Are Turning Us All Into Patients, Nation Books, 2005.

9) Cfr. I. Illich, Medical Nemesis, Calder & Boyars, London, 1974.

 

 

 

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Pensiero

La Corte Costituzionale e il vaccino. Lo Stato senza principio

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Non sappiamo cosa vi aspettavate dalla Corte Costituzionale chiamata a confermare l’obbligo di siero genico sperimentale abbattutosi sul Paese.

 

Noi avevamo cercato di dirvelo poche settimane fa. La fine anticipata dell’obbligo voluta dalla Meloni era peggio di uno specchietto per le allodole: era una palla alzata direttamente per la Corte Costituzionale. La quale, puntualmente, ha schiacciato. Punto.

 

«Sono state ritenute invece non irragionevoli, né sproporzionate, le scelte del legislatore adottate in periodo pandemico sull’obbligo vaccinale del personale sanitario» è scritto nella nota uscita. Il che vuol dire: giusto escludere i non vaccinati dal lavoro. Ragionevole. Proporzionato. Si noti che queste parole escono dopo che la Pfizer ha ammesso davanti all’Europarlamento che il suo vaccino non è stato testato per fermare il contagio: quindi a contagiare potevano essere benissimo i vaccinati cui invece era consentito di lavorare, e quindi di infettare persone che poi magari si sono ammalate, vien da pensare.

 

«Ugualmente non fondate, infine, sono state ritenute le questioni proposte con riferimento alla previsione che esclude, in caso di inadempimento dell’obbligo vaccinale e per il tempo della sospensione, la corresponsione di un assegno a carico del datore di lavoro per chi sia stato sospeso; e ciò, sia per il personale sanitario, sia per il personale scolastico». In pratica, giusto che i sospesi stiano senza stipendio.

 

Il quotidiano La Verità ha trovato le parole corrette per descrivere a fondo la situazione: «la Corte ha “tagliato le gambe” anche a chi reclamava, a compensazione della privazione di lavoro e stipendio, quei famosi assegni familiari concessi perfino – come rilevato in aula – ad assassini e stupratori».

 

Del resto, sappiamo che viviamo in un Paese in cui l’apartheid era tale che il cane poteva salire in autobus e in treno, il non vaccinato no. Se pensavate che, nel momento in cui qualcuno chiede un’amnistia pandemica per i torti del biennio della follia, ci fosse una minima presa di coscienza rispetto alla tragedia avvenuta, vi sbagliavate.

 

Di più: non solo non hanno cambiato idea, ma non mollano la presa. Lo vedete voi stessi: tornano a parlare di indice RT, si rivedono i bollettini, che ignorano bellamente la gravità dell’influenza che c’è in giro, che qualsiasi mamma vi può dire ha fatto soffrire i bambini più del COVID. C’è stato il vaiolo delle scimmie, hanno iniziato a parlare di ambiente e ad urlare di crisi energetica, ma forse non hanno davvero intenzione di mollare il buon vecchio coronavirus.

 

L’emergenza va perennizzata. Il potere che essa infonde è irresistibile: comanda la popolazione italiana a bacchetta, e vale i miliardi del PNRR. Lassù, lo sanno. Ecché, ci vogliamo rinunziare ora? Ecché, siamo scimuniti?

 

Come previsto, ora stanno facendo le radiografie ai 15 giudici costituzionali – come se prima non si sapesse chi fossero. Questo lo ha piazzato Renzi. Questo stava col PD. Questo stava nella squadra di Draghi (il vero imputato di questo giro). Poi, vabbè, c’era il «dottor sottile» Giuliano Amato, ma della sua storia bizzarra nessuno si è mai davvero lamentato. Socialista del PSI di Craxi, esce da Tangentopoli, caso quasi unico, intonso: anzi, decisamente più forte. Lo fanno premier, c’è lui al governo quando George Soros attacca la lira e la distrugge. Ciampi, che era governatore della Banca d’Italia quando sotto di Amato lo squalo magiaro sbranò l’economia italiana, divenuto Presidente della Repubblica, rinomina Amato premier nel 2000. Poi ancora diventa ministro per l’interno, poi Napolitano lo fa giudice costituzionale, ora è presidente della Corte. Sbadiglio.

 

Tutto questo non inizia nemmeno a spiegare l’enormità di quanto successo.

 

«È evidente (…) che la Corte abbia voluto seguire i suggerimenti dell’Avvocatura dello Stato stabilendo, per la prima volta nella storia del diritto italiano, che non è illegittimo privare i cittadini italiani del diritto al lavoro e (relativa retribuzione) – sancito dai nostri padri costituenti agli articolo 1 e 4 della Costituzione – se questi non si sottopongono ad un trattamento sanitario obbligatorio deciso dallo Stato» ha scritto sempre La Verità.

 

In realtà, sappiamo che gli articoli violati in questi tempi sono molti di più, dal partire dal 32 (« (…) nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana»), al 21 («tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»), al 16 («ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche») e via, aggiungete pure.

 

Tuttavia, la questione è più grande di così. Non si l’unica tratta dell’unica sentenza della Corte su vaccini e obbligo. C’è quella del 1990, quella del 1994, e quelle più fresche, del dopo legge Lorenzin.

 

È che questa volta non si tocca solo l’articolo 32 – quello dove si parla, oltre che della salute dell’inammissibilità dei trattamenti obbligati, del «rispetto della persona umana» –ma tanti altri… in realtà si tratta dell’esistenza stessa della Costituzione. Cioè dell’esistenza del diritto – e di conseguenza, del fondamento dello Stato.

 

Una Costituzione che mangia se stessa apre che qualcos’altro andrà a colmare. Cosa? Uno pensa, un diritto positivo totalizzante. Cioè, un diritto che cala dall’alto, senza che vi sia più nessuna finzione dell’esistenza di una legge naturale, né il rispetto del diritto precedente.

 

Ma si va perfino oltre al diritto positivo. Il giurista Filippo Sgubbi parlava di «diritto penale totale».

 

«Il diritto penale totale è senza legge: all’opera di definizione dell’illecito partecipano fonti non solo normative o giurisprudenziali, ma anche di natura sociale e perfino legata a formule algoritmiche» scrive il compianto studioso. Il diritto penale totale «è senza verità: la verità assoluta su cui si costruisce una norma penale condivisa dai consociati è sostituita da tante verità relative (…) prescinde dalla colpa individuale: una sanzione è meritata non tanto per ciò che il soggetto ha fatto colpevolmente, quanto piuttosto per ciò che il soggetto è, per origini e storia, per il suo ruolo nella società, per la sua pericolosità sociale. Da qui, il binomio puro/impuro che oggi ha sostituito il binomio innocente/colpevole».

 

Ecco il «diritto sentimentale»: l’autorità procede non secondo leggi scritte, ma sentimenti del momento. Pensate a quelli che ancora oggi (nei negozi, in fabbrica, per strada) vi dicono di mettere la mascherina, fare il tampone, magari pure esibire il green pass – anche ora. Pensate a quei video con i membri delle forze dell’ordine che entrano nelle proprietà private (un ristorante, magari) dove si riunivano, in lockdown più o meno conclamato, delle persone. Pensate ai presidi che chiedono mascherina e tampone agli studenti, così, per precauzione.

 

In tanti sanno che nemmeno lo Stato pandemico ad un certo punto non considerava nemmeno più le sue stesse leggi pandemiche: di qui la difficoltà di chiedere le esenzioni che pure erano previste dalla legge dell’obbligo vaccinale.

 

Il diritto si smaterializza, evapora. E nel mondo fuorilegge, sappiamo chi comanda: il più forte.

 

È così, lo sapete. L’Italia pandemica è diventata una giungla. Lo avete visto. Lo avete subito: con prepotenza vi è stato impedito di vivere, e voi non avevate alcuna forza per opporvi.

 

Se la Costituzione divora se stessa, lo Stato rimane senza il suo principio – diviene uno Stato senza princìpi, quindi per definizione una macchina immorale. Lo Stato diviene un idolo persistente cui fare offerte obbligate, il Moloch a cui sacrificare i propri diritti e i propri figli.

 

Ci ha colpito un passaggio di un testo di Giorgio Agamben che sta circolando: «È forse necessario, per non parlare del presente, che ricordi qui che né Mussolini né Hitler ebbero bisogno di mettere in questione le costituzioni vigenti in Italia e in Germania, ma trovarono anzi in esse i dispositivi di cui avevano bisogno per istaurare i loro regimi?» scrive il filosofo. Per poi ammettere qualcosa che quasi nessuno, nel tripudio della dissidenza drogata di Costituzione («la più bella del mondo», come no), ha osato dire: «È possibile, cioè, che il gesto di chi cerchi oggi di fondare sulla Costituzione e sui diritti la sua battaglia sia già sconfitto in partenza».

 

È vero. Questo, su Renovatio 21 lo abbiamo ripetuto varie volte, è un mondo «post-costituzionale». Un mondo in cui il codice è stato ribaltato: non più il potere dello Stato è concesso dal popolo, ma è il popolo che vive per concessione dello Stato. Ricordate le parole di Conte? «Noi concediamo…». Non ci sono diritti – ci sono concessioni. Che possono, tranquillamente, non essere scritte da nessuna parte.

 

Né carte, né leggi, né diritti hanno più senso – e se non lo avete capito, lo capirete a breve quando vi piazzeranno in tasca l’euro digitale, con il quale decideranno cosa comprerete, quanto pagherete, dove lo farete, quando, con chi. Accenderanno e spegneranno la vostra vita, senza che voi possiate invocare alcuno «stato di diritto», perché tutto quello che potrà esserci è solo la piattaforma e i suoi accessi, di cui non godrete per il fatto di essere umani, di essere cittadini – lo Stato che garantisce semplicemente diritti pregiuridici, venuti da Dio, dall’Universo, dal mistero dell’esistenza – ma perché avete aderito, avete obbedito, avete vinto un premio comportandovi nel modo che il potere vi ha indicato.

 

Tutto si è rovesciato. Il rovescio della libertà è l’obbligo. Il rovescio del diritto è la sottomissione. E il rovescio del cittadino è lo schiavo.

 

Perché, più in fondo ancora, c’è l’inversione più grande: hanno rovesciato la Vita, per far trionfare la Morte.

 

Lo Stato senza princìpi è una macchina di morte. Lo Stato moderno è dominato dalla Necrocultura. Uccide feti, squarta persone incoscienti, sottomette le masse ad alterazioni geniche, sacrifica innocenti a centinaia di migliaia, perché, come un demone fenicio, esso è assettato di sangue, e pretende dall’umanità più debole i tributi più cruenti.

 

Vedete da soli l’urgenza: non c’entra più il diritto, la legge, la Costituzione.

 

C’entra la vostra sopravvivenza in un sistema fatto per ferirvi ed uccidervi. Voi e i vostri figli.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

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Pensiero

Il complice e il sovrano: chi cerca di fondare sulla Costituzione e sui diritti la sua battaglia potrebbe essere sconfitto già in partenza

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Renovatio 21 pubblica l’Intervento di Giorgio Agamben alla commissione DU.PRE dello scorso 28 novembre, apparso sul sito Quodlibet. Il filosofo compie una riflessione che arriva ad essere, per chi non è abituato a considerare la Cultura della Morte che domina il mondo moderno, davvero abissale. «Io non posso più, di fronte a un medico o a chiunque denunci il modo perverso in cui è stata usata in questi due anni la medicina, non mettere innanzitutto in questione la stessa medicina» dice l’autore. «Se non si ripensa da capo che cosa è progressivamente diventata la medicina e forse l’intera scienza di cui essa ritiene di far parte, non si potrà in alcun modo sperare di arrestarne la corsa letale». Sì, tutto vero: ciò è divenuto innegabile con la catastrofe pandemista, tuttavia, è chiaro a tutti – a certi cristiani, a certi uomini di buona volontà, a tutti gli antivaccinisti – da decenni e decenni che cosa è successo alla medicina e alla sua implementazione politica (diciamo pure, biopolitica, sì), quale processo di degenerazione assassino – o meglio, genocida, davvero – si sia innestato mentre la massa, e la politica, e i giornali, sembravano occupati a fare altro. Nei luoghi della medicina, gli ospedali, avvengono gli aborti e le predazioni degli organi: essi sono quindi teatri della Necrocultura, dove invece che curare la vita si pratica materialmente il trionfo della morte. E la medicina, che pratica l’uccisione indiscrimianta di esseri umani, non può chiamarsi medicina da decenni. Possiamo andare avanti: la riproduzione artificiale, come sa il lettore di Renovatio 21, fa parte di questo quadro apocalittico, dove alla morte degli embrioni (in numero maggiore di quelli uccisi con l’aborto di Stato della legge 194/78) si aggiunge la perversione ulteriore della creazione di un’umanità umanoide, presto bioingegnerizzata, magari anche lì per obbligo. No, la tragedia del XXI secolo, il tempo in cui l’uomo dirige verso la sua estinzione o una tribolazione sanguinaria che metterà in gioco la sua identità profonda e il suo ruolo nel creato, non è nata a Wuhano. La grande inversione, quella di cui parlano i filosofi tossici che si fanno leggere ai nostri ragazzi nelle scuole, è qui: non la Vita, ma la Morte diventa il fine dell’azione dell’intero sistema scientifico, politico, intellettuale del mondo moderno. Vogliamo tuttavia sottolineare la parte di questo testo che l’autore dedica allo Stato e alla sua idea nell’ora presente. Qui si arriva dire, nel contesto dello Stato post-costituzionale in cui ci tocca di vivere, una cosa operativamente assai interessante. «È possibile, cioè, che il gesto di chi cerchi oggi di fondare sulla Costituzione e sui diritti la sua battaglia sia già sconfitto in partenza» scriveva Agamben, pochi giorni prima che su questi argomenti si riunisse, appunto, la Corte Costituzionale. Con che esisti lo abbiamo visto. E magari lo discuteremo nel prossimo articolo.

 

 

Vorrei condividere con voi alcune riflessioni sulla situazione politica estrema che abbiamo vissuto e dalla quale sarebbe ingenuo credere di essere usciti o anche soltanto di poter uscire.

 

Credo che anche fra di noi non tutti si siano resi conto che quel che abbiamo di fronte è più e altro di un flagrante abuso nell’esercizio del potere o di un pervertimento – per quanto grave – dei principi del diritto e delle istituzioni pubbliche.

 

Credo che ci troviamo piuttosto di fronte una linea d’ombra che, a differenza di quella del romanzo di Conrad, nessuna generazione può credere di poter impunemente scavalcare. E se un giorno gli storici indagheranno su quello che è successo sotto la copertura della pandemia, risulterà, io credo, che la nostra società non aveva forse mai raggiunto un grado così estremo di efferatezza, di irresponsabilità e, insieme, di disfacimento.

 

Ho usato a ragione questi tre termini, legati oggi in un nodo borromeo, cioè un nodo in cui ciascun elemento non può essere sciolto dagli altri due. E se, come alcuni non senza ragione sostengono, la gravità di una situazione si misura dal numero delle uccisioni, credo che anche questo indice risulterà molto più elevato di quanto si è creduto o si finge di credere.

 

Prendendo in prestito da Lévi-Strauss un’espressione che aveva usato per l’Europa nella seconda guerra mondiale, si potrebbe dire che la nostra società ha «vomitato se stessa». Per questo io penso che non vi è per questa società una via di uscita dalla situazione in cui si è più o meno consapevolmente confinata, a meno che qualcosa o qualcuno non la metta da cima a fondo in questione.

 

Ma non è di questo che volevo parlarvi; mi preme piuttosto interrogarmi insieme a voi su quello che abbiamo fatto finora e possiamo continuare a fare in una tale situazione. Io condivido infatti pienamente le considerazioni contenute in un documento che è stato fatto circolare da Luca Marini quanto all’impossibilità di una rappacificazione. Non può esservi rappacificazione con chi ha detto e fatto quello che è stato detto e fatto in questi due anni.

 

Non abbiamo davanti a noi semplicemente degli uomini che si sono ingannati o hanno professato per qualche ragione delle opinioni erronee, che noi possiamo cercare di correggere. Chi pensa questo s’illude.

 

Abbiamo di fronte a noi qualcosa di diverso, una nuova figura dell’uomo e del cittadino, per usare due termini familiari alla nostra tradizione politica. In ogni caso, si tratta di qualcosa che ha preso il posto di quella endiadi e che vi propongo di chiamare provvisoriamente con un termine tecnico del diritto penale: il complice – a patto di precisare che si tratta di una figura speciale di complicità, una complicità per così dire assoluta, nel senso che cercherò di spiegare.

 

Nella terminologia del diritto penale, il complice è colui che ha posto in essere una condotta che di per sé non costituisce reato, ma che contribuisce all’azione delittuosa di un altro soggetto, il reo. Noi ci siamo trovati e ci troviamo di fronte a individui – anzi a un’intera società – che si è fatta complice di un delitto il cui il reo è assente o comunque per essa innominabile.

 

Una situazione, cioè, paradossale, in cui vi sono solo complici, ma il reo manca, una situazione in cui tutti – che si tratti del presidente della Repubblica o del semplice cittadino, del ministro della salute o di un semplice medico – agiscono sempre come complici e mai come rei.

 

Credo che questa singolare situazione possa permetterci di leggere in una nuova prospettiva il patto hobbesiano. Il contratto sociale ha assunto, cioè, la figura – che è forse la sua vera, estrema figura – di un patto di complicità senza il reo – e questo reo assente coincide con il sovrano il cui corpo è formato dalla stessa massa dei complici e non è perciò altro che l’incarnazione di questa generale complicità, di questo essere com-plici, cioè piegati insieme, di tutti i singoli individui.

 

Una società di complici è più oppressiva e soffocante di qualsiasi dittatura, perché chi non partecipa della complicità – il non-complice – è puramente e semplicemente escluso dal patto sociale, non ha più luogo nella città.

 

Vi è anche un altro senso in cui si può parlare di complicità, ed è la complicità non tanto e non solo fra il cittadino e il sovrano, quanto anche e piuttosto fra l’uomo e il cittadino. Hannah Arendt ha più volte mostrato quanto la relazione fra questi due termini sia ambigua e come nelle Dichiarazioni dei diritti sia in realtà in questione l’iscrizione della nascita, cioè della vita biologica dell’individuo, nell’ordine giuridico-politico dello Stato nazione moderno.

 

I diritti sono attribuiti all’uomo soltanto nella misura in cui questi è il presupposto immediatamente dileguante del cittadino. L’emergere in pianta stabile nel nostro tempo dell’uomo come tale è la spia di una crisi irreparabile in quella finzione dell’identità fra uomo e cittadino su cui si fonda la sovranità dello Stato moderno.

 

Quella che noi abbiamo oggi di fronte è una nuova configurazione di questo rapporto, in cui l’uomo non trapassa più dialetticamente nel cittadino, ma stabilisce con questo una singolare relazione, nel senso che, con la natività del suo corpo, egli fornisce al cittadino la complicità di cui ha bisogno per costituirsi politicamente, e il cittadino da parte sua si dichiara complice della vita dell’uomo, di cui assume la cura.

 

Questa complicità, lo avrete capito, è la biopolitica, che ha oggi raggiunto la sua estrema – e speriamo ultima – configurazione.

 

La domanda che volevo porvi è allora questa: in che misura possiamo ancora sentirci obbligati rispetto a questa società? O se, come credo, ci sentiamo malgrado tutto in qualche modo ancora obbligati, secondo quali modalità e entro quali limiti possiamo rispondere a questa obbligazione e parlare pubblicamente?

 

Non ho una risposta esauriente, posso soltanto dirvi, come il poeta, quel che so di non poter più fare.

 

Io non posso più, di fronte a un medico o a chiunque denunci il modo perverso in cui è stata usata in questi due anni la medicina, non mettere innanzitutto in questione la stessa medicina. Se non si ripensa da capo che cosa è progressivamente diventata la medicina e forse l’intera scienza di cui essa ritiene di far parte, non si potrà in alcun modo sperare di arrestarne la corsa letale.

 

Io non posso più, di fronte a un giurista o a chiunque denunci il modo in cui il diritto e la costituzione sono stati manipolati e traditi, non revocare innanzitutto in questione il diritto e la costituzione. È forse necessario, per non parlare del presente, che ricordi qui che né Mussolini né Hitler ebbero bisogno di mettere in questione le costituzioni vigenti in Italia e in Germania, ma trovarono anzi in esse i dispositivi di cui avevano bisogno per istaurare i loro regimi?

 

È possibile, cioè, che il gesto di chi cerchi oggi di fondare sulla Costituzione e sui diritti la sua battaglia sia già sconfitto in partenza.

 

Se ho evocato questa mia duplice impossibilità, non è infatti in nome di vaghi principi metastorici, ma, al contrario, come conseguenza inaggirabile di una precisa analisi della situazione storica in cui ci troviamo. È come se certe procedure o certi principi in cui si credeva o, piuttosto, si fingeva di credere avessero ora mostrato il loro vero volto, che non possiamo omettere di guardare.

 

Non intendo con questo, svalutare o considerare inutile il lavoro critico che abbiamo svolto finora e che certamente anche oggi qui si continuerà a svolgere con rigore e acutezza. Questo lavoro può essere ed è senz’altro tatticamente utile, ma sarebbe dar prova di cecità identificarlo semplicemente con una strategia a lungo termine.

 

In questa prospettiva molto resta ancora da fare e potrà essere fatto solo lasciando cadere senza riserve concetti e verità che davamo per scontati. Il lavoro che ci sta davanti può cominciare, secondo una bella immagine di Anna Maria Ortese, solo là dove tutto è perduto, senza compromessi e senza nostalgie.

 

 

Giorgio Agamben

 

 

 

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