Pensiero
Urna Z. Putin deciderà le elezioni italiane (guerra di agosto permettendo)
«Questo è il problema del ministro degli Esteri Di Maio, non capisce nulla di quello di cui si occupa». Così parlò Maria Zakharova. Si tratta, del medesimo perculamento – diplomaticamente terribile, inaudita – che venne rifilato a Giggino dopo quello di inizio guerra, quando il ministero degli Esteri russo , giustamente, disse che la diplomazia non era fatta di «viaggi vuoti per assaggiare piatti esotici». Il pomiglianese pochi giorni prima era stato proprio a Mosca.
Il discorso venne fatto quando Di Maio, ora soldatino ubbidiente di Mario Draghi, cominciò a parlare di «gravi ingerenze nei confronti del governo italiano» di Mosca, che lavorerebbe «per destabilizzare l’Italia e l’Europa».
La Zakharova – che, va da sé, qui riteniamo sia mitica – smentì tutto sull’agenzia russa TASS. «Noi stessi siamo sbalorditi dal potere della diplomazia russa come risulta dai resoconti dei media italiani. Si scopre che i nostri ambasciatori possono cambiare i governi con un paio di chiamate».
«Più volte i rappresentanti di altri Paesi occidentali hanno cercato di utilizzare trucchi simili, quando non c’era nessuno a cui addossare la colpa dei propri fallimenti in un contesto di crescente malcontento della popolazione», dice la portavoce. Tre giorni fa Di Maio aveva accusato Mosca di lavorare «per destabilizzare l’Italia e l’Europa».
Quindi, lo zampino di Putin nella fine di Draghi? Volete che sia proprio come dicono i pentastellati mononeuronali e i piddini piatti e inaciditi?
Il problema è che anche noi potremmo dire: sì, potrebbe essere. Anzi, guardate, è peggio: il fatto è che la Russia non solo potrebbe essere la causa della fine del Drago, ma pure potrebbe divenire ciò che deciderà le prossime elezioni politiche italiane.
Non scherziamo.
Ora, sulla caduta di Draghi, non abbiamo idea se ci sia stata una manovra partitica, né se ha senso ricordare quando, all’altezza di quella stranissima polemica sull’esercito russo nella Lombardia del COVID 2020, saltò fuori che c’erano delle cose interessanti che magari potevano uscire sul governo dell’epoca? A che si riferivano? Ad accordi sullo studio del virus, o sullo sviluppo del vaccino? Oppure sono quelle storie personali su alcuni ministri di allora, di cui nessuno osa scrivere, a parte Dagospia che utilizza giri di parole?
Non lo sappiamo. In verità, non ha importanza, perché crediamo che la Russia abbia contribuito alla fine di Draghi perché essa rappresenta quello strano impiccio per gli speculatori e parassiti chiamata realtà.
Un Paese senza la realtà materiale del gas, cioè senza economia e con valanghe di morti (di freddo, non di COVID) in arrivo in autunno, non può permettersi di mantenere un governo che l’ha portato a quel punto. È addirittura possibile che questo lo abbiano capito perfino Salvini e Berlusconi.
Tuttavia, non è da Di Maio o dal mondo piddificato con la bava alla bocca che arriva l’illuminazione sul futuro russo delle nostre elezioni.
Abbiamo capito tante, tantissime cose leggendo un’intervista all’ex magistrato, considerato di centrodestra, Carlo Nordio.
Sull’interferenza russa nella caduta del governo «Non abbiamo prove, ma le coincidenze sono diventate indizi gravi, precisi e concordanti».
«Sono rimasto inorridito dalle parole di Berlusconi e Salvini che rappresentavano una sorta di endorsement a Putin. L’aggressione russa all’Ucraina è folle, criminale e ingiustificata, e sarebbe inammissibile un governo che non sostenesse, in politica estera, la linea di Draghi, ovvero un sostegno all’Ucraina senza se e senza ma».
Interessante davvero. Libero scrive che «Nordio è considerato dai retroscenisti e commentatori della politica italiana molto vicino a Fratelli d’Italia, il partito che da mesi chiede agli alleati Lega e Forza Italia di togliere la fiducia al governo di unità nazionale». Il quotidiano milanese scrive addirittura che «il “ministro della Giustizia” in pectore di un “governo Meloni”».
A questo punto ci è chiaro che si è aperta tutt’altra partita. Ed era inevitabile che fosse così.
Silvio Berlusconi si dice fosse arrabbiato con Putin, forse perché non risponde più alle telefonate, o se risponde mette giù subito. Però, ci è impossibile non ricordare che la loro era la più bella, salda (e, sulla carta, davvero improbabile) amicizia politica transnazionale che mai abbiamo veduto.
Questo sito ha già ricordato in passato dei momenti più alti di questo rapporto: Putin che va nella villona sarda a incontrare la stampa a fianco di Berlusconi (!) appena vinte le elezioni 2008. Silvio che risponde al posto di Putin in un altro incontro internazionale quando un giornalista chiede al russo riguardo alla guerra in Georgia. E poi, la passeggiata insieme nella Crimea appena tornata alla patria, con gli ucraini inferociti al punto da denunciare Berlusconi per essersi bevuto con Putin una bottiglia di Sherry.
Mettetela come volete, è chiaro che quello che c’è tra i due è qualcosa di enorme, di perennemente riattivabile – un rapporto che Silvio non può avere con Biden, Zelen’skyj, Scholz, la Von der Leyen.
Dove volete che cadesse, quindi, la mela? Di fatto, come riportato da Renovatio 21, Berlusconi – l’uomo che a Pratica di Mare portò brevemente la Russia nella NATO – già da qualche mese aveva con probabilità cominciato la virata ucraina, con la dichiarazione-shock per cui dando le armi a Kiev siamo di fatto in guerra. Vero.
Poi c’è Salvini. A lui, che si presentava in Europarlamento con indosso una t-shirt ritraente Vladimir Putin con l’uniforme della Marina russa, che in un’altra foto scattata sulla Piazza Rossa dinanzi al Cremlino vestiva un’altra t-shirt con disegno a stencil del primo piano del presidente russo, hanno cucito addosso un incredibile Russiagate all’italiana, con la storia dell’Hotel Metropol, e Report che segue le cene fra amici di Dugin in Italia.
Salvini è lo stesso, lo dimenticano tutti, che mantenendo una posizione che non poteva dispiacere alla Russia, attaccò perfino Trump quando questi mandò qualche missile contro la Siria. «Ma vi sembra normaleeeh?». Qualcuno dice che da lì siano iniziati i suoi problemi.
Insomma, due capi su tre dei partiti del Centrodestra, dato per vincente alle urne 25 settembre, qualche simpatia per Mosca ce la ha – e perfino con il presidente russo in persona, oramai assurto per l’establishment occidentale al ruolo di demonio globale.
Dall’altra parte, c’è il partito ancora più favorito – stando ai sondaggi – con la sua capa favoritissimissima. La quale, sulla Russia ci pare avere tutt’altra posizione, al punto che sono circolati messaggi interni per punire i membri del partito che sui social inneggiano alla Russia. Abbiamo visto in TV un altro parlamentare FdI dire addirittura che, anche qualora si riuscisse a cacciare Putin dall’Ucraina, bisognerebbe andare oltre e sconfiggerlo del tutto, perché sennò questo potrebbe avanzare e arrivare fin qui in Europa. (Sento già il sospiroso «magari» di molti lettori…)
Insomma: il Centrodestra potrebbe essere composto da due partiti che si riallineano politicamente, geopoliticamente e financo personalmente con Putin, più un partito – quello in pole position, dicono – che invece sulla Russia la pensa come Draghi, Washington, Di Maio, Varsavia, Enrico Letta, Vilnius, Matteo Renzi, CIA, Londra e Bruxelles: Bruxelles nel doppio senso di sede UE e di sede NATO.
La cosa bella è che questo partito russofobo, quindi perfettamente sintonizzato con il governo Draghi (e allineato anche su vaccini green pass), era il partito all’opposizione…
Sì, uno ad una certa può arrivare a dire che non ci capisce niente, in realtà è tutto chiarissimo.
La partita oggi, insomma, sarà interna alla coalizione di centrodestra con la Russia come tema principale. I dilemmi politici saranno il gas e la guerra ucraina: i partiti sovranisti sono disposti a distruggere le aziende e ad affamare il popolo per andare a muso duro con gli arconti della nostra, appunto, storica sovranità limitata?
Siamo disposti a morire per Kiev?
Per quanto dobbiamo tirare avanti la balla di Zelens’kyj, che sta perdendo la guerra e potrebbe essere spazzato via da un momento all’altro, magari da una mossa degli stessi ucraini o dal suo entourage di (parole di Putin) «nazisti e drogati»?
Queste sono alcune delle domande che conteranno internamente al voto di destra di fine settembre. E ringraziamo il cielo: perché il rischio di trovarci, come altri Paesi, con una russofobia suicida e monocolore su tutto l’arco parlamentare era cospicua assai.
Ne consegue che di fatto l’elezione altro non sarà che un referendum pro o contro Putin. Giratela come volete, ma è così. La Russia, la realtà, decideranno il voto. Anche senza muovere un dito. Per conseguenza automatica dell’emergere sulla scena di ciò che il mondo NATO del gender e della finanza aveva rimosso: il reale.
Il principio di realtà riaffiora in quest’ora impazzita. Evviva.
Lega e Berlusconi agiranno di conseguenza. Coloro che in Forza Italia non sono in grado di capire, o che semplicemente non riescono a concepire altro che la greppia occidentale, stanno venendo epurati in questo momento.
Il Carroccio, dopo essersi «giorgettizzato» a seguito della batosta elettorale in Emilia Romagna a gennaio 2020, si ri-salvinizza. Questo è il succo del magheggio del segretario «Capitano», che si riprende il timone del partito e sta pure in una posizione privilegiata per intercettare qualche voto del grande dissenso, in quanto, pur votando ogni porcata, non si è mai esposto in modo irrecuperabile.
Conoscendo la capacità di manovra politica sia di Salvini (che ha ereditato un fiuto preternaturale da Bossi) che di Berlusconi (uno specialista nel recuperare rocambolescamente punti durante le campagne elettorali) la Meloni – il candidato preferito di certa parte del Partito Repubblicano USA, e non solo di quello – non dovrebbe dormire sonni tranquilli, nonostante i sondaggioni narcotizzanti che tutti le stanno offrendo.
Quindi, popcorn.
Tuttavia va segnalato il grande Jolly che potrebbe essere calato ad agosto.
Mio padre mi ha insegnato che, più che delle idi di marzo, devo sempre diffidare della metà di agosto. Perché, se qualcosa bolla in pentola, detona lì, quando il coinvolgimento della popolazione è al minimo, vuoi per le ferie, vuoi per il caldo. Guerre. Colpi di Stato. Attentati. Macchinazioni politiche: il Ferragosto è il momento migliore.
Ora, quel che posso credere possa succedere è un gigantesco false-flag, o qualcosa del genere, che Kiev si può autoinfliggere il mese prossimo per tirare dentro la NATO e scatenare, come da desiderio esplicito di Zelen’skyj, la Terza Guerra Mondiale.
Gli Ucraini già hanno dichiarato le loro fantasie su una controffensiva ad agosto con un milione di uomini. A me preoccupano altri segni. I russi hanno appena detto che i missili spariti sul grano ad Odessa non sono loro. Così come nessun giornale ha dato risalto all’attacco con decine di droni kamikaze ucraini alla Centrale Atomica di Zaporiggia. Non sappiamo se si trattasse dei famosi assassini droni Switchblade regalati dal Pentagono, tuttavia ricordiamo che quando arrivarono i russi all’impianto, mesi fa, il Corriere della Sera e il New York Times ci fecero prime pagine apocalittiche.
Un disastro vero in Ucraina – un disastro che, come dimostrato in questo mezzo anno, Mosca non ha motivo di cercare – altererebbe gli equilibri del mondo. Ridarebbe fiato alla NATO, e tutti i Paesi comincerebbero a far rullare i tamburi marziali, magari non per una guerra immediata, ma per un’operazione, piccola o grande, a ottobre o novembre – come in Afghanistan nel 2001, dopo le Torri.
Un trauma agostano in Ucraina giocoforza cambierebbe completamente lo scenario elettorale che abbiamo descritto sopra. Fratelli d’Italia, il partito vincitore di ogni raccolta punti occidentalista, riprenderebbe il comando, e pure Berlusconi e Salvini dovrebbero cambiare rotta immantinente, e questo nonostante sappiano che milionate di loro elettori stanno con Putin e non si bevono nemmeno più mezza parola della propaganda atlantica che gronda da TV e giornali venduti.
Ad ogni modo, pure in questa infausta prospettiva (perché, significherebbe che in Ucraina è accaduto qualcosa che ha provocato migliaia e migliaia di morti, di cui sarebbero accusati incontrovertibilmente i russi) le elezioni saranno decise dalla Russia.
Sì, un grande referendum pro o contro lo Zar. Tutto qua.
Urna Z, e poco di più.
Ci va bene. Sappiamo cosa votare.
Roberto Dal Bosco
Immagine dell’urna e della scheda di Nicolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata
Pensiero
Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico.
E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.
Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.
— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.
La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.
Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.
Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.
Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.
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L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».
It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers)
— Naval (@naval) June 18, 2026
Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.
Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.
E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.
Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.
Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.
Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.
Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.
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Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.
Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.
Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.
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Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire.
Ma in fondo, sa già di aver perso.
Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.
L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.
L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.
È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.
Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.
La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.
Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.
Brivael Le Pogam
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Immagine screenshot da YouTube
Pensiero
Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata
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Geopolitica
L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO
La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.
Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.
Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.
La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.
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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.
Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.
Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.
La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?
Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.
Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.
Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.
Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.
Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?
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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.
E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.
Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.
E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.
Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.
Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.
Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».
Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.
E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.
Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.
E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?
Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?
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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.
No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.
Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.
Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.
Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.
Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.
Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.
Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.
In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.
Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?
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Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.
Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.
E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.
Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?
Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?
Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);
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