Alimentazione
Microplastiche, i neonati possono ingerire sostanze chimiche nocive attraverso il latte artificiale e i biberon di plastica
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Una revisione di 27 studi pubblicata il mese scorso sulla rivista Environmental Science and Pollution suggerisce che i neonati potrebbero ingerire milioni di microplastiche e tracce di sostanze chimiche nocive attraverso il latte artificiale, i biberon di plastica, altri prodotti per l’alimentazione e gli imballaggi. «Il ritrovamento di particelle di plastica nel latte artificiale e nei biberon, ancor prima del loro primo utilizzo, solleva interrogativi etici sulla sicurezza dei prodotti destinati a questa fascia di età», hanno affermato gli autori della revisione.
Secondo una revisione scientifica, i neonati potrebbero ingerire milioni di microplastiche e tracce di sostanze chimiche nocive attraverso il latte artificiale, i biberon di plastica e altri prodotti per l’alimentazione.
La revisione, pubblicata a settembre sulla rivista Environmental Science and Pollution Research, ha esaminato 27 studi su questi prodotti pubblicati nell’ultimo decennio.
I campioni mostrano tracce di minuscole particelle di plastica e sostanze chimiche interferenti endocrine, tra cui ftalati, bisfenoli, sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche ( PFAS o «sostanze chimiche eterne»), ritardanti di fiamma organofosforici e i loro sottoprodotti.
Nel complesso, i risultati mettono in luce un problema emergente con implicazioni «profonde» per la salute pubblica, hanno affermato gli autori.
«Questa revisione mette in luce l’esposizione quotidiana, inosservata e scarsamente regolamentata a diversi agenti chimici che si verifica oggi», hanno scritto.
«Il ritrovamento di particelle di plastica nel latte artificiale e nei biberon, ancor prima del loro primo utilizzo, solleva interrogativi etici sulla sicurezza dei prodotti destinati a questa fascia di popolazione».
Le quantità possono essere minime in termini di peso, ma queste esposizioni possono causare danni alla salute a lungo termine. Il consumo frequente di latte artificiale, soprattutto laddove l’allattamento al seno è limitato, accresce le preoccupazioni in merito all’esposizione.
Le microplastiche (MP, ovvero particelle di dimensioni inferiori a 5 millimetri) possono produrre molecole altamente reattive contenenti ossigeno, in grado di danneggiare le cellule. Studi dimostrano inoltre che le microplastiche possono danneggiare la mucosa intestinale o la flora batterica intestinale.
Nel frattempo, secondo gli autori, le sostanze chimiche che alterano il sistema endocrino possono interferire con la segnalazione ormonale e la regolazione energetica dell’organismo.
Sostanze chimiche come ftalati, bisfenolo A (BPA) e PFAS sono state collegate a esiti avversi della gravidanza, asma, malattie cardiovascolari, declino cognitivo, obesità e problemi di salute riproduttiva.
Recenti evidenze, ad esempio, suggeriscono che l’esposizione precoce ai PFAS può colpire bambini e adulti e che alcuni effetti avversi possono essere trasmessi alla generazione successiva.
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Come i neonati possono essere esposti a sostanze contaminanti
I neonati corrono rischi specifici a causa dell’esposizione a questi composti, poiché il loro organismo è ancora in fase di sviluppo e non è in grado di elaborare ed eliminare la maggior parte dei contaminanti con la stessa efficacia degli adulti. Inoltre, il loro sistema nervoso e ormonale sono più sensibili alle alterazioni del metabolismo e della regolazione ormonale.
La revisione descrive due principali vie di esposizione: le particelle di plastica rilasciate da bottiglie di plastica, utensili per l’alimentazione o imballaggi, e le sostanze chimiche che migrano dai materiali a contatto con gli alimenti nelle formule commerciali.
Uno studio ha stimato che i biberon in polipropilene possono rilasciare da 1,3 milioni a 16,2 milioni di particelle di microplastica per litro durante la preparazione convenzionale del latte artificiale. Un biberon da 4 once potrebbe contenerne quasi 2 milioni, secondo la revisione.
La revisione ha inoltre rilevato particelle di plastica in formule in polvere disponibili in commercio e sostanze chimiche nelle confezioni delle formule e negli alimenti solidi o semisolidi. Tra le sostanze segnalate figurano ftalati come il di(2-etilhexil) ftalato, BPA e ritardanti di fiamma organofosforici e i loro sottoprodotti.
L’esposizione può iniziare prima della nascita. La revisione ha individuato studi che hanno rilevato particelle di plastica o sostanze correlate nella placenta, nel latte materno e in altri campioni biologici, suggerendo che i neonati potrebbero entrare in contatto con contaminanti anche al di fuori del latte artificiale e del biberon. Il latte materno rimane l’alimento raccomandato per i neonati.
Un altro studio, pubblicato a ottobre, accresce le preoccupazioni relative alla possibile contaminazione da microplastiche dell’acqua potabile destinata a neonati e bambini piccoli.
I ricercatori hanno rilevato ripetutamente particelle di polipropilene di dimensioni comprese tra 20 e 50 micrometri nell’acqua proveniente da bicchieri di plastica con cannuccia, progettati per i bambini piccoli.
Hanno stimato che i bambini di età compresa tra 3 e 6 anni potrebbero ingerire 1,2 nanogrammi di polipropilene per chilogrammo di peso corporeo al giorno bevendo 100 sorsi da una bottiglia riutilizzabile in polipropilene. L’uso prolungato, la suzione e il mordere la cannuccia possono contribuire al rilascio di particelle.
Le sostanze chimiche contenute nella plastica possono danneggiare la salute intestinale e il sistema immunitario dei neonati.
Alcuni studi citati nella revisione di settembre hanno riportato associazioni tra l’esposizione a sostanze chimiche legate alla plastica e cambiamenti nell’organismo che possono influire sulla salute o sullo sviluppo del neonato.
Uno studio, ad esempio, ha rilevato una minore diversità batterica intestinale. Questi batteri contribuiscono ad allenare il sistema immunitario, proteggono dai microbi dannosi e favoriscono la digestione.
Un altro studio ha collegato l’uso di biberon di plastica a cambiamenti nei livelli di vitamine e minerali intestinali e di acidi grassi a catena corta. Questi composti contribuiscono a mantenere la salute dell’intestino, a sostenere il sistema immunitario e a regolare l’infiammazione.
Anche gli esperimenti sugli animali hanno riportato possibili effetti a lungo termine. In uno studio, i ricercatori hanno riscontrato alterazioni nei livelli ormonali e disfunzioni ovariche. Hanno inoltre segnalato effetti riproduttivi su diverse generazioni di cuccioli di topo esposti alle microplastiche.
Altri studi sugli animali hanno suggerito che le microplastiche potrebbero interferire con la digestione e l’assorbimento delle proteine essenziali del latte. Queste proteine contribuiscono a fornire i nutrienti necessari per la crescita e lo sviluppo.
«I risultati ottenuti dai modelli animali rafforzano la plausibilità biologica di potenziali effetti a lungo termine sulla salute; tuttavia, la loro applicabilità alle popolazioni umane rimane incerta», hanno scritto gli autori.
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Richieste di un migliore monitoraggio e di una maggiore regolamentazione dei prodotti per l’alimentazione infantile
La revisione presenta importanti limitazioni. I ricercatori hanno affermato di non aver valutato la qualità dei 27 studi. Le differenze nei metodi di analisi e nelle dimensioni dei campioni hanno reso difficile il confronto dei risultati. La maggior parte delle prove proveniva da studi osservazionali, esperimenti di laboratorio o studi su animali.
Resta ancora da stabilire in che quantità i neonati assorbano questi contaminanti, come reagisca il loro organismo e se l’esposizione abbia effetti duraturi sulla salute, avvertono gli autori. Il ritrovamento di contaminanti nei prodotti per l’infanzia non dimostra che questi causino malattie.
Inoltre, non esistono limiti internazionalmente riconosciuti per le microplastiche negli alimenti e le normative relative agli additivi chimici variano da regione a regione.
All’inizio di quest’anno, la Food and Drug Administration statunitense ha dichiarato che il latte artificiale per neonati rimane sicuro, dopo aver pubblicato i risultati del più grande test mai effettuato sul latte artificiale per la ricerca di contaminanti, tra cui metalli pesanti, pesticidi, ftalati e PFAS. I test non hanno incluso le microplastiche.
Gli autori raccomandano:
- Migliore monitoraggio delle microplastiche e delle sostanze chimiche che alterano il sistema endocrino nel latte artificiale, negli imballaggi e nei prodotti per l’alimentazione dei neonati.
- Metodi di test coerenti.
- Maggiori ricerche sull’esposizione nella prima infanzia.
- Imballaggi più sicuri.
- Limiti più severi per le sostanze chimiche che passano dagli imballaggi agli alimenti.
Proteggere la popolazione in via di sviluppo significa prevedere e controllare i fattori che potrebbero minacciare la salute», hanno scritto gli autori.
«Sebbene disponiamo solo di prove parziali, queste sono sufficienti a giustificare le reazioni degli enti regolatori, sanitari e di ricerca, rendendo necessaria l’istituzione di un sistema di sorveglianza tossicologica infantile che adotti misure concrete per affrontare questo problema».
Pamela Ferdinand
Originariamente pubblicato da US Right to Know.
Pamela Ferdinand è una giornalista pluripremiata ed ex borsista del programma Knight Science Journalism del Massachusetts Institute of Technology, che si occupa dei fattori commerciali che influenzano la salute pubblica.
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Immagine generata artifizialmente
Alimentazione
Pesticidi e altre tossine rinvenute nei tumori della tiroide
Metodologia e risultati
Sebbene precedenti ricerche abbiano collegato l’esposizione professionale a sostanze chimiche al rischio di cancro alla tiroide, «pochi studi hanno esaminato il contenuto di sostanze chimiche ambientali nei tessuti tumorali stessi», osservano i ricercatori. (Vedi qui e qui). Questo studio utilizza la gascromatografia-spettrometria di massa ad altissima risoluzione applicata all’exposomica (lo studio di tutte le esposizioni ambientali, legate allo stile di vita e sociali non genetiche a cui un individuo è esposto nel corso della sua vita) per misurare centinaia di sostanze chimiche ambientali in campioni di tumore tiroideo e in tiroide di cadaveri non affetti da cancro. Dallo screening dei campioni per la ricerca di 709 sostanze chimiche ambientali, è emerso che in ciascun campione sono presenti in media 302 sostanze chimiche annotate, per un totale di 442 sostanze chimiche ambientali identificate, tra cui insetticidi, erbicidi e fungicidi. È inoltre degno di nota che le due classi di sostanze chimiche più annotate siano gli insetticidi e gli erbicidi, il che indica come l’esposizione professionale, residenziale e alimentare possa aumentare il rischio di cancro alla tiroide. Gli autori hanno affermato: «I nostri risultati forniscono la prova di un esteso accumulo di sostanze chimiche ambientali nei tumori della tiroide, con potenziali profili esposomici specifici per tipo, suggerendo un ruolo per questi composti nella patogenesi del carcinoma differenziato della tiroide». Questo studio evidenzia come le sostanze chimiche ambientali e professionali contribuiscano al cancro alla tiroide, incluse quelle note o potenzialmente cancerogene e quelle che non sono state precedentemente valutate per la loro cancerogenicità. «La presenza di una sostanza chimica in un campione tumorale non implica, di per sé, un nesso causale; tuttavia, circa il 70% delle sostanze chimiche annotate non sembra essere stato sottoposto a una classificazione formale di cancerogeno da parte dell’IARC [Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro] o di altre agenzie», hanno affermato i ricercatori. «I dati attuali suggeriscono che questi dovrebbero essere prioritari per i test di cancerogenicità».Copertura precedente
Come riportato dal Daily News, «Studio rivela che il cancro alla tiroide è associato all’esposizione all’erbicida 2,4-D» documenta i risultati di uno studio sull’erbicida 2,4-D e il cancro alla tiroide negli Stati Uniti, evidenziando che l’esposizione al 2,4-D è significativamente associata a una maggiore incidenza di cancro alla tiroide nelle contee rurali. Utilizzo dei tassi di incidenza del cancro alla tiroide per il periodo 2017-2021 tratti dal database dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e dei dati sull’utilizzo del 2,4-D a livello di contea provenienti dallo US Geological Survey. Questa ricerca, pubblicata sulla rivista Endocrines, evidenzia un legame tra l’esposizione ai pesticidi – nelle aree in cui l’uso di pesticidi in agricoltura è più concentrato – e un rischio sproporzionato di cancro. Una rassegna della letteratura scientifica pubblicata su Current Opinion in Endocrine and Metabolic Research mette in luce gli studi che collegano l’esposizione ai pesticidi alle alterazioni degli ormoni tiroidei e alla carcinogenesi (cancro) della tiroide. Gli studi dimostrano che l’esposizione ai pesticidi, sia essa di origine professionale, residenziale o alimentare, può causare alterazioni endocrine, disfunzioni tiroidee e neoplasie (sviluppo di tumori). «Dato il ruolo essenziale che l’agricoltura svolge nel soddisfare la domanda mondiale di cibo e carburante, è fondamentale non solo continuare a studiare gli effetti acuti e cronici dell’esposizione ai pesticidi sulla funzione tiroidea, sia di origine ambientale che professionale, ma anche esplorare l’impatto sui sistemi multiorgano e la tossicità transgenerazionale», hanno affermato gli autori dell’Università del Colorado Anschutz Medical Campus. (Per saperne di più, clicca qui) Un’altra revisione della letteratura, pubblicata su Ecotoxicology and Environmental Safety, rileva una relazione sesso-specifica tra l’esposizione ai pesticidi e il cancro alla tiroide, con rischi maggiori per le donne. «Il cancro alla tiroide (CT) è una delle neoplasie endocrine più comuni al mondo, eppure l’associazione tra l’esposizione ai pesticidi e il CT non è stata ancora sistematicamente analizzata», hanno affermato gli autori. «Questo studio si proponeva di chiarire la relazione tra l’esposizione ai pesticidi e il TC, concentrandosi su insetticidi, erbicidi e fungicidi». (Vedi qui) Come riportato dal Daily News, «Uno studio collega le sostanze chimiche che alterano il sistema endocrino alla disfunzione tiroidea con gravi effetti sulla salute», i ricercatori hanno raccolto centinaia di studi sulle sostanze che alterano il sistema endocrino che evidenziano effetti negativi sulla crescita, lo sviluppo, la riproduzione e il metabolismo. Gli autori, un team di scienziati e accademici brasiliani, hanno fatto luce sul legame tra l’uso di interferenti endocrini e la disfunzione tiroidea, che porta a malattie sempre più diffuse e mortali. Gli interferenti endocrini (EDC) sono composti sintetici o naturali che ostacolano le funzioni del sistema endocrino e hanno effetti dannosi sugli organismi. Queste sostanze chimiche possono avere un impatto sulla tiroide, una ghiandola vitale per la produzione di ormoni e coinvolta in numerose funzioni dell’organismo. Come affermato dai ricercatori: «Diversi interferenti endocrini sono stati classificati come perturbatori della tiroide, in grado di compromettere la produzione, la sintesi, il metabolismo, il trasporto e/o l’azione degli ormoni tiroidei. È importante sottolineare che i disturbi della tiroide rappresentano la seconda malattia endocrina più diffusa al mondo, con un’incidenza in significativo aumento negli ultimi anni». Originariamente pubblicato da Beyond Pesticides .Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Alimentazione
La «materia oscura nutrizionale» negli alimenti potrebbe aiutare a combattere le malattie: parla il fisico
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.
Albert-László Barabási, fisico ungherese-americano, ha dichiarato al podcast «Real Organic Podcast» che il suo laboratorio ha identificato circa 135.000 molecole – che lui definisce «materia nutrizionale oscura» – naturalmente presenti negli alimenti ma non incluse nel quadro nutrizionale standard. Barabási ritiene che la comprensione di questi composti potrebbe trasformare il concetto di «cibo come medicina», rivelando come i singoli alimenti e i loro componenti chimici influenzino l’organismo.
Un fisico e il suo team hanno sviluppato uno strumento per aiutare i consumatori a determinare quanto un alimento sia ultra-processato: una ricerca che potrebbe in futuro aiutare gli scienziati a comprendere come specifici alimenti possano prevenire o curare le malattie.
Albert-László Barabási , fisico ungherese-americano, professore e pioniere della scienza delle reti, ha dichiarato al podcast «Real Organic Podcast» che il suo laboratorio ha identificato circa 135.000 molecole naturalmente presenti negli alimenti ma non incluse nel quadro nutrizionale standard.
Barabási definisce questi composti «materia oscura nutrizionale». Ritiene che la loro comprensione potrebbe trasformare radicalmente il concetto di «cibo come medicina», rivelando in che modo i singoli alimenti e i loro componenti chimici influenzano l’organismo.
Una cattiva alimentazione è una delle principali cause di malattie croniche, tra cui malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e cancro.
Tuttavia, la scienza della nutrizione si è concentrata in gran parte su un numero relativamente piccolo di nutrienti, mentre migliaia di altri composti presenti negli alimenti rimangono poco conosciuti.
Per i consumatori, uno degli strumenti più immediatamente utili sviluppati dal suo laboratorio è già disponibile.
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«Siamo rimasti scioccati dal numero di persone che lo utilizzano»
Il team di ricerca di Barabási ha sviluppato GroceryDB , uno strumento basato sull’Intelligenza Artificiale (IA) che classifica gli alimenti in base al loro grado di lavorazione.
Il sistema analizza i componenti nutrizionali di un alimento e ne determina il grado di lavorazione con una precisione di circa il 98%, ha affermato Barabási.
GroceryDB è stato creato dai ricercatori come strumento di ricerca, ma ben presto gli acquirenti hanno iniziato a utilizzarlo per confrontare i prodotti alimentari .
Questo strumento permette ai consumatori di verificare il livello di trasformazione dei prodotti venduti da Whole Foods, Walmart, Target e altri rivenditori . Inoltre, confronta i prodotti della stessa categoria, consentendo agli acquirenti di trovare alternative meno elaborate.
«Non l’abbiamo concepito come un prodotto di consumo», ha affermato Barabási. «Siamo rimasti sorpresi dal numero di persone che lo utilizzano come guida».
L’inaspettato interesse dei consumatori mette in luce una questione ben più ampia che il laboratorio di Barabási sta cercando di approfondire: cosa contengono realmente gli alimenti che le persone mangiano e quali effetti hanno all’interno del corpo?
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«Il problema più grande a livello cellulare è il cibo»
Barabási si è avvicinato alla ricerca alimentare attraverso il suo lavoro di studio delle reti di interazione all’interno delle cellule e di come le alterazioni in tali reti possano contribuire all’insorgenza di malattie.
Le informazioni genomiche possono spiegare alcuni rischi di malattia, ma rappresentano solo circa il 10% dei casi di insorgenza delle malattie, ha affermato.
«La domanda è: “Dov’è il resto?”» chiese.
Barabási ha affermato che l’elemento mancante è in gran parte l’ambiente, che comprende fattori come il sonno, lo stress e l’esercizio fisico.
«Ma il fattore più determinante a livello cellulare è il cibo», perché introduce un’enorme quantità di molecole direttamente nell’organismo, ha affermato.
«Quel percorso mi ha portato a iniziare a riflettere su cosa sia fatto il cibo», ha detto Barabási.
La scienza della nutrizione si concentra sul numero relativamente ristretto di componenti nutrizionali – circa 150 – di cui gli esseri umani hanno bisogno per l’energia e la sopravvivenza, tra cui zuccheri, grassi, vitamine e altri nutrienti essenziali.
Barabási ha però affermato di essere rimasto sorpreso nello scoprire che molte sostanze chimiche notoriamente presenti negli alimenti non sono incluse nei database nutrizionali convenzionali.
Il laboratorio Barabási, con sede presso la Northeastern University di Boston, inizialmente aveva identificato circa 20.000 di questi composti. Ora dispone di prove dell’esistenza di circa 135.000 molecole presenti in uno o più alimenti che non sono considerate componenti nutrizionali.
Secondo Barabási, non si tratta di sostanze artificiali aggiunte agli alimenti ultra-processati, bensì di sostanze chimiche presenti naturalmente negli alimenti integrali.
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La «materia oscura nutrizionale» potrebbe migliorare la salute umana
I polifenoli costituiscono un gruppo importante di questi composti spesso trascurati. Presenti nelle piante, includono i flavonoidi, responsabili del colore, del sapore e dell’aroma di molti frutti e ortaggi.
A differenza dei nutrienti convenzionali, questi composti non forniscono principalmente energia all’organismo. Piuttosto, possono influenzare l’attività cellulare interagendo con proteine e DNA, ha affermato Barabási.
«Agiscono come farmaci», ha detto. »Attivano o disattivano processi… Il loro ruolo è quello di modulare l’attività cellulare».
Gli scienziati comprendono in parte il ruolo di diverse migliaia di questi composti, ha affermato Barabási. Ma «per la stragrande maggioranza, non lo comprendiamo».
Questa è la «materia oscura nutrizionale» che il suo laboratorio sta cercando di far luce.
I ricercatori stanno utilizzando «gli strumenti della medicina di rete per capire, per ciascuna di queste molecole, con quali molecole interagisce nelle nostre cellule e quindi quali effetti potenzialmente produce», ha affermato Barabási.
Le implicazioni potrebbero estendersi ben oltre la semplice conoscenza degli alimenti che le persone consumano.
Barabási ha sottolineato che molti farmaci o integratori esistenti, come la vitamina C, hanno origine da piante o alimenti. Alcuni sono derivati direttamente da composti naturali, mentre altri sono stati creati modificando tali composti per renderli più efficaci.
Ciò solleva una questione più ampia: esistono altre molecole derivate dagli alimenti che potrebbero migliorare la salute umana?
«Credo che ce ne siano. Scommetto che ce ne sono», ha detto Barabási. «Le stiamo cercando».
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È possibile personalizzare la propria dieta in modo da ottenere benefici per una particolare malattia?
Questa possibilità si inserisce perfettamente nel crescente movimento che considera il «cibo come medicina».
Dave Chapman, cofondatore del Real Organic Project e conduttore del relativo podcast, ha osservato che gran parte del dibattito attuale si concentra sull’evitare alimenti potenzialmente dannosi, in particolare quelli ultra-processati.
Ma, secondo Barabási, esiste un’altra possibilità. Alcuni alimenti potrebbero essere particolarmente benefici, e alcune varietà dello stesso alimento potrebbero contenere quantità o combinazioni diverse di composti importanti per la salute.
Barabási ha affermato che il suo laboratorio intende determinare se sia possibile personalizzare le diete per contrastare singole malattie e se i ricercatori possano identificare le molecole responsabili di tali effetti positivi.
La possibilità a lungo termine è quella di individuare combinazioni benefiche di composti derivati dagli alimenti e di renderle disponibili come integratori o medicinali.
«È possibile personalizzare la propria dieta in modo che sia benefica per una particolare malattia di cui si soffre già?”, ha chiesto. “Stiamo lavorando in questa direzione».
La ricerca potrebbe anche portare a un nuovo modo di pensare al cibo stesso.
Anziché selezionare o coltivare le piante principalmente in base a caratteristiche come l’aspetto e la durata di conservazione, i produttori potrebbero in futuro scegliere in base a profili chimici associati al gusto o alla salute.
«Se riuscissi a dimostrare che le malattie cardiache richiedono questa combinazione di sostanze chimiche, se si potesse creare un pomodoro che le contenga, e io fossi a rischio di malattie cardiache, lo vorrei», ha detto Barabási.
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Siamo ancora lontani dal sapere tutto ciò che c’è in un pomodoro.
La difficoltà sta nel fatto che attualmente gli scienziati non dispongono degli strumenti necessari per effettuare molti di questi confronti.
Barabási ha affermato che un pomodoro può contenere circa 10.000 sostanze chimiche, ma i ricercatori ne hanno quantificato solo una piccola parte. In altre parole, possono sapere che un composto esiste senza conoscerne la quantità presente.
Ciò rende difficile stabilire perché un pomodoro abbia un sapore migliore di un altro o se le condizioni di coltivazione ne modifichino in modo significativo il profilo chimico.
Il gusto, ad esempio, dipende in larga misura dai composti organici volatili e dai flavonoidi, che non vengono misurati di routine negli alimenti.
Questa mancanza di dati rende inoltre difficile rispondere a domande sulle differenze tra alimenti biologici e alimenti coltivati in modo convenzionale.
Barabási ha affermato che i due tipi di pomodori conterrebbero i componenti chimici di base che rendono un pomodoro tale. Eventuali differenze riguarderebbero le quantità dei singoli composti, la maggior parte dei quali non viene misurata dai ricercatori.
«Se avessimo metodi davvero dettagliati per misurare e quantificare tutte le sostanze chimiche presenti in un pomodoro», ha affermato, «allora i ricercatori potrebbero iniziare a determinare quali quantità di sostanze chimiche sono associate alla produzione biologica, a un sapore migliore o ad altre caratteristiche».
«Siamo ancora molto lontani da questo obiettivo».
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«Quando lavoriamo gli alimenti, ne modifichiamo effettivamente la composizione»
Il lavoro di Barabási mette inoltre in luce perché il grado di trasformazione degli alimenti sia importante quando si valuta ciò che le persone effettivamente consumano.
Una cipolla, ad esempio, ha una determinata composizione chimica quando è cruda, ha spiegato. Bollirla ne modifica alcuni composti, e friggerla li cambia ulteriormente. Quando una cipolla viene trasformata in un prodotto ultra-processato, come ad esempio un anello di cipolla confezionato, il suo profilo chimico è drasticamente diverso.
«Non è più riconoscibile come cipolla», ha affermato Barabási. «Quando lavoriamo gli alimenti, ne modifichiamo effettivamente la composizione».
Egli distinse la normale preparazione degli alimenti dall’ultra-lavorazione industriale, osservando che i metodi di cottura utilizzati in una cucina domestica generalmente non trasformano radicalmente un alimento nello stesso modo in cui può farlo l’ultra-lavorazione industriale.
«Per raggiungere questo obiettivo servono stabilimenti chimici…», ha affermato.
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«Stiamo concentrando i nostri sforzi nel posto sbagliato»
Per i consumatori, GroceryDB offre un modo pratico per valutare la trasformazione degli alimenti nel presente. Ma la ricerca più ampia di Barabási si concentra su domande che potrebbero richiedere anni per trovare risposta.
Il suo laboratorio si propone di andare oltre la semplice identificazione dei composti presenti negli alimenti, per arrivare a comprendere come tali composti interagiscono con la biologia umana.
Ciò potrebbe in futuro consentire agli scienziati di identificare alimenti o combinazioni di composti alimentari particolarmente benefici per determinate condizioni di salute.
Secondo Barabási, non esistono finanziamenti governativi specifici per la mappatura sistematica della composizione chimica degli alimenti.
La ricerca, invece, rimane fortemente focalizzata sulla genomica, sebbene i geni rappresentino solo una piccola parte del rischio di malattia.
«L’umanità non ha ancora compreso quanto sia importante il cibo per la salute», ha affermato. «Stiamo concentrando i nostri sforzi nella direzione sbagliata».
Jill Erzen
© 9 ottobre, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Alimentazione
Un’epidemia senza precedenti colpisce il bestiame britannico
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