Geopolitica
Da Ustica al Niger: l’impero francese, l’Africa e l’Italia
C’è un unico filo che collega la strage di Ustica, riemersa improvvisamente in queste ore, ai colpi di Stato e alle ulteriori ondate di sangue che si preparando in Africa occidentale: Niger, Gabon, Mali, Burkina Faso…
Ora, quando ho letto che Giuliano Amato avrebbe detto «la verità» su Ustica, sono ovviamente scoppiato a ridere.
Come questo eterno personaggio dello Stato profondo italiano, questo strano, storico intoccabile della Repubblica possa dire il vero su uno qualsiasi dei misteri italici – quelli sui quali sono stati concessi decenni di «complottismo socialmente accettabile» stile Purgatori – è qualcosa che di per sé ritengo, letteralmente, incredibile.
Parliamo di Amato, e speriamo che il lettore si ricordi cosa la sua presidenza della Corte Costituzionale abbia rappresentato nel caso dei vaccini genici sperimentali.
Per chi ha qualche anno sul groppone, sblocchiamo qualche ricordo dei primi anni Novanta: primo ministro dal 1992 al 1993, eseguì l’11 luglio 1992, con mezzo Paese in vacanza, il prelievo forzoso del sei per mille su tutti i conti correnti italiani per «interesse di straordinario rilievo» dovuto a «una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica». Quello che accade dopo fu ancora più significativo: in settembre lo speculatore Soros attaccò la lira italiana e la sterlina britannica, con il risultato di svalutarle – la moneta italiana perse il 7% sul dollaro – e farle uscire dal sistema monetario europeo.
Nonostante la catastrofe, tutti i funzionari dello Stato responsabili della fallita difesa della valuta nazionale fecero carriera. Ciampi, che era governatore alla Banca d’Italia, fu fatto primo ministro e poi Presidente della Repubblica. Draghi era allora direttore generale del tesoro: divenne più tardi Governatore della Banca d’Italia, poi 3° presidente della Banca Centrale Europea, poi Primo Ministro italiano; va ricordato pochi mesi prima il suo discorso sul panfilo Britannia assieme agli «Invisibili Britannici» (sic). Da lì a poco, con l’inaspettata interruzione di Berlusconi, poi sistemata, divenne premier, e poi presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, che assegnerà a Soros una laurea honoris causa all’Università di Bologna nel 1997.
La svalutazione della lira nel 1992 – Bettino Craxi su George Soros
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— Enki d.C (@enkidC) July 17, 2021
Amato, socialista stranamente sopravvissuto all’ecatombe giudiziaria di Mani Pulite, mentre Soros si portava via 30 mila miliardi dagli italiani, era premier: venne eletto di nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri nel 2000, e poi altri incarichi altissimi, con ruoli da ministro e il vertice della Corte Costituzionale. Non dimentichiamo che fu più volte considerato papabile come Presidente della Repubblica.
Le cronache del 2006 ricordano che ad un certo punto, mentre il palazzo romano trattava per l’elezione del Capo dello Stato da cui sarebbe uscito fuori Napolitano (personaggio con una sua rilevanza per la storia euro-africana che stiamo per raccontare), Amato era stato avvistato in un cinema intento a gustarsi Mission Impossible 3. Il pubblico, si narra, accortosi che Amato era in sala, iniziò ad applaudire ed acclamarlo, il suo nome di presidenziabile, in quei giorni di interregno, campeggiava sui giornali. Amato ringraziò, ma tentò di contenere gli entusiasmi. «Sono qui solo per vedere Mission Impossible 3», disse.
Che si trattasse di un messaggio sottile – come il dottor sottile – per dire che la missione di quirinalizzarsi era impossibile, o forse possibile, o forse dura, non sappiamo: forse il tizio che Forattini rappresenta sempre come un topolone è davvero solo un fan di Tom Cruise.
Del resto, ha rammentato Stefania Craxi in questi giorni, Bettino Craxi, che del collega di partito Amato fu mentore e capo, finì per chiamarlo «l’extraterrestre»: parlava della Prima Repubblica, che aveva conosciuto da dentro come alto funzionario e ministro, inserito nel cuore del partito considerato dal giustizialismo tangentopolitano come il più corrotto e quindi distrutto dalla magistratura, come non vi avesse partecipato, come se l’avesse osservata dallo spazio.
È ben strano che, distrutto per via giudiziaria (certo, magari con una spintarella dalla manina yankee, ancora insolentita per Sigonella ed altro) il sovranismo PSI craxiano, arrivino il Britannia e Soros, con al potere… proprio un socialista, Amato.
Questo passaggio è necessario per capire che peso possiamo dare alle rivelazioni di Amato sul fatto che quella notte il DC9 di Ustica fu tirato giù da un missile aria-aria sparato da un caccia francese. E va detto che in queste ore Amato sta facendo retromarcia. Dice di aver solo ripetuto una pista già conosciuta, ed è vero. Dice di non essere responsabile rispetto ai titoli che decide di fare La Repubblica.
E allora, che cosa c’è dietro questa improvvisa fiammata? Non è che la valanga si può fermare facilmente. Rispuntano giudici ed ex militari che furono testimoni. Riemergono, allucinanti, le storie delle enigmatiche morti di chi poteva sapere qualcosa di quella notte maledetta, come il pilota di caccia Ivo Nutarelli, morto nella collisione aerea delle Frecce Tricolori a Ramstein nel 1988 (70 morti, 450 feriti).
Amato ritrova la memoria adesso, saltando a piè pari una condanna riguardo al «muro di gomma», come lo chiamava il film di Andrea Purgatori?
Non abbiamo idea, confessiamo, del perché lo faccia. Sappiamo, tuttavia, che la pista dell’abbattimento non solo è credibile, ma si inserisce perfettamente nel gioco che stava avvenendo tra Africa, Francia e Italia, e che a quanto sembra non è ancora finito.
La Francia è un Paese con cui l’Italia vive una relazione fortemente conflittuale, ma ciò non appare: una quantità di membri del partito dell’establishment sono stati tripudiati con la Legion d’Onore Francese, mentre il capitalismo francese in questi anni ha scorrazzato tra telecomunicazioni, supermercati, industria alimentare, banche e assicurazioni, in pratica ogni settore strategico del nostro Paese.
La frizione con Parigi – parentesi: capitale intellettuale dove vivevano tranquilli i terroristi rossi che avevano insanguinato l’Italia con gli anni di piombo – raggiunse forse il suo apice geopolitico proprio con il maestro di Amato Bettino Craxi.
Nel 1984 il premier Craxi atterra a Roma dopo un viaggio in Algeria e chiede di vedere subito l’ammiraglio del SISMI Fulvio Martini. Chadli Benjedid, il presidente algerino, aveva rivelato a Craxi che per mettere al sicuro il tratto finale del gasdotto che porta il metano in Italia aveva programmato nientemeno che un’invasione della Tunisia. Craxi lo pregò di non far nulla, e si mosse con una grande manovra segreta internazionale
Bourghiba, il presidente pazzo di Tunisi che era l’uomo dei francesi, fu sostituito dal «nostro» Ben Alì. Martini lo racconta nel libro, oggi difficilmente trovabile, Nome in codice Ulisse: «non fu un brutale colpo di stato: fu un’operazione di politica estera, messa in piedi con Intelligenza, prudenza ma anche decisione dagli uomini che guidavano l’Italia in quegli anni. Sì, è vero, l’Italia sostituì Bourghiba con Ben Alì».
Martini, il vertice dei servizi militari italiani, incontra il suo omologo del DGSE francese: «era il generale Réné Imbot, ex capo di stato maggiore dell’Armée. Andai da lui, gli spiegai la situazione, gli dissi che l’Italia voleva risolvere le cose nella maniera più cauta possibile, ma che comunque non voleva aspettare che la Tunisia saltasse per aria. Lui fece un errore imperdonabile: mi trattò con arroganza, mi disse che noi italiani non dovevamo neppure avvicinarci alla Tunisia, che quello era impero francese». (Corsivo nostro»)
«Io ancora oggi penso che per difendere un impero bisognava avere i mezzi, la capacità ma anche la solidarietà di chi non è proprio l’ultimo carrettiere del Mediterraneo» scrive il generale dei servizi segreti italiani. «Imbot era stato nella Legione straniera per vent’anni, aveva guidato i paracadutisti che parteciparono alla repressione nella casbah durante la battaglia di Algeri. Era un soldato, non capiva la politica, ebbe qualche problema con il suo primo ministro Jacques Chirac».
Il cambio di potere in Tunisia, dove ricordiamo Craxi si esiliò e poi morì, ebbe altre conseguenze che vale la pena di ricordare. Nella notte tra il 7 e l’8 novembre del 1987, un attentato terroristico distrusse il radiofaro della Marina militare italiana dell’isola di San Domino, alle Tremiti. La bomba uccise uno dei due «terroristi», uno svizzero quarantatreenne di nome Jean Louis Nater, mentre quell’altro, Samuel Wampfler, un altro svizzero con tanti passaporti e trascorsi rocamboleschi, fu arrestato. Nel 1990 viene condannato a 10 anni, ma non sconta nulla, e sparisce. Si pensò che il colpevole fosse l’allora babau globale Gheddafi, che non aveva lesinato aiuti al terrorismo su ogni latitudine. Qualche giorno prima, il colonnello aveva rivendicato il possesso delle Tremiti, asserendo che lì vi erano i discendenti dei libici deportati dal governo Giolitti (1911), un’idea la cosa risultò totalmente priva di fondamento quando tutta la popolazione si sottopose ad un test del DNA nel 2008.
Tuttavia, nel 1996 Corriere della Sera scrive che non si trattava di Gheddafi, ma di una sorta di vendetta, di Parigi. Un avvertimento – diretto contro le nostre forze armate. Terrorismo… dello Stato francese? In Italia?
Ben Alì, come noto, fu scacciato solo decenni dopo, nel 2011, all’insorgere della maledetta «Primavera Araba», che iniziò guarda caso proprio da casa sua, con le proteste tunisine scaturite in seguito al suicidio incendiario di un commerciante – con ogni probabilità, un grande piano di Washington e dei suoi satelliti per mettere al potere ovunque, dall’Egitto alla Siria, i Fratelli Musulmani, il primo vero grande prototipo di movimento islamico estremista, ma che nel profondo, come tutto l’islamismo radicale, poteva essere controllato…
Pochi mesi dopo, sappiamo cosa accadde a poca distanza dalla Tunisia, in quella Libia che aveva ritrovato l’armonia con l’Italia, con tanto di immagine di Berlusconi e Gheddafi che si danno la mano finita stampata sui passaporti libici.
Il regime fu spodestato dalla combinazione di USA (non dimenticate, mai, le sataniche risa di Hillary Clinton informata della morte del rais tripolino), Gran Bretagna e, soprattutto, Francia, dove ancora circola la voce che il presidente dell’epoca, Sarkozy, avesse ricevuto fondi da Gheddafi. L’Italia, controsenso solo per chi non capisce come vanno davvero le cose, gettò all’aria decenni di lavoro di normalizzazione dei rapporti con la nostra ex colonia, dove l’ENI tira fuori tanto petrolio e gas: ecco che Napolitano, lui, sembra appoggiare l’intervento per detronizzare Muhammar.
Gheddafi finì trucidato per linciaggio. Voci dei vari siti complottisti, anche ben informati, dicono che in alcuni video si può sentire che tra la folla del massacro qualcuno parla in francese – non siamo in grado di verificare questa voce.
Il colonello libico è centrale in questa storia, non solo perché, secondo la pista più nota, il missile francese contro il DC9 in realtà avrebbe voluto colpire un aeromobile su cui viaggiava l’allora uomo nero della comunità internazionale, lo sponsor del terrorismo internazionale, dalle bombe di Lockerbie a quelle di Mandela.
Gheddafi, dice una teoria che circolava già all’epoca, sarebbe stato eliminato perché, risolte le sue pendenze con il mondo occidentale (e accettando, stupidamente, la denuclearizzazione totale dello Stato libico) avrebbe avuto in cuore di lanciare una nuova valuta panafricana, in grado di sostituire il franco CFA, la moneta che Parigi distribuisce tra le ex colonie dell’Africa francofona – cioè quello che l’arrogante generale dei servizi parigini chiamava «l’impero francese».
La questione del franco CFA tenne banco nel 2018, durante le prime effervescenze «sovraniste» del governo Lega-M5S, il Conte-1. Giorgia Meloni, che pure era all’opposizione, poco tempo dopo ci saltò sopra, e fece show pubblici sulla storia del franco africano di Macron, sventolato a dovere nei talk show televisivi.
La Meloni aveva l’obiettivo del PD – il partito zeppo di «legionari d’onore» gallici – era ancora forte l’eco del trattato di Caen dell’era del governo Gentiloni, nel quale, si disse, l’Italia avrebbe ceduto acque territoriali alla Francia.
E quindi, Amato e Repubblica voglio riaprire le ferite tra la Meloni e l’Eliseo?
Oppure si tratta degli effetti di un movimento tellurico più vasto?
Perché, lo abbiamo visto in Niger e ora anche in Gabon, e prima ancora in Mali e Burkina Faso, l’«impero francese» è davvero in putrefazione – e bisogna guardare, oltre al caos nelle ex colonie che ripudiano Parigi, anche alla guerriglia nelle banlieue francesi dello scorso luglio, dove il problema è, autenticamente, africano, o afro-islamico.
Come riportato della Renovatio 21, nostalgici articoli su giornali internazionali importanti, hanno fatto capire come, a godere della fine dell’impero, ci sia un altro impero finito, quello britannico, che con Parigi si era spartito un bel pezzo dell’Africa. Che chi ora punta il dito contro l’Ustica francese, lo faccia per affiliazione con un mondo che, nei secoli, in fondo non è riuscito a seppellire la rivalità, nemmeno nell’era della catastrofica illusione post-coloniale?
Tuttavia, la fine dell’Africa francese non è arrivata d’improvviso.
Da anni i francesi sono accusati dai Paesi africani di addestrare le bande di terroristi islamici che dicono di voler combattere con missioni militari come l’operazione Barkhane, a cui ha partecipato anche l’Italia. Lo spostamento verso la Russia, che sull’Africa sta investendo il futuro della geopolitica globale post-occidentale si è così sedimentato. Le accuse più infamanti sono volate, le ONG francesi sono state cacciate, i golpe anti-Parigi si sono moltiplicati.
Questo ci riporta al giorno di oggi.
La politica francese sta per essere espulsa del tutto dalle ex colonie africane, tuttavia, grazie al Trattato del Quirinale, non da quella italiana: grazie all’accordo siglato da Macron e Mattarella, ai Consigli dei Ministri italiani può presenziare un ministro francese.
Eh? Ma perché?
È solo un esempio del contenuto del Trattato, che doveva segnare un tentativo di far finire l’egemonia tedesca sull’Europa del dopo-Merkel, e in realtà indica solo l’incredibile meccanica di vassallaggio che l’élite al potere infligge all’Italia.
E allora, più che la verità su Ustica, vogliamo dire una verità ancora più grande: la Francia non è nostra amica.
Possono essere considerati alleati nella NATO, vicini di casa, cugini d’Oltralpe, «italiani di cattivo umore», quel che volete: ma i francesi delle élite parigine, imbevute da secoli di massoneria, mai faranno un piacere all’Italia. Mai.
Anzi, ci chiediamo: che siano magari anche capaci di ammazzarci Gheddafi, mettere una bomba alle Tremiti e sparare, forse per isbaglio, su un aereo civile carico di turisti?
Roberto Dal Bosco
Immagine di Fabio Di Francesco via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata
Geopolitica
Trump annulla l’attacco pianificato contro l’Iran
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annullato un attacco pianificato contro l’Iran dopo aver affermato che erano stati raggiunti i punti principali di un accordo che potrebbe riaprire lo Stretto di Hormuz e affrontare quella che ha definito la «minaccia nucleare» di Teheran.
Secondo quanto riportato da CBS News, Stati Uniti e Israele si starebbero preparando per una massiccia campagna di bombardamenti contro le infrastrutture energetiche della Repubblica islamica, che potrebbe iniziare già nel fine settimana. L’emittente ha affermato che l’operazione proposta, descritta come potenzialmente una delle campagne più dure contro l’Iran fino ad oggi, dovrebbe prendere di mira centrali elettriche e raffinerie di petrolio, mentre funzionari militari avrebbero anche discusso la possibilità di interrompere la fornitura di energia elettrica in tutta Teheran.
In un post pubblicato sabato su Truth Social, Trump ha scritto che, nonostante gli Stati Uniti fossero «pronti a colpire l’Iran con livelli di terrore, forza e potenza militare mai visti dalla Seconda Guerra Mondiale», aveva accettato le richieste di Teheran e delle nazioni mediorientali di sospendere l’attacco perché i «parametri» di un accordo erano stati concordati.
Trump ha affermato che l’accordo proposto includerebbe «l’apertura immediata, completa e totale dello Stretto di Hormuz e la fine della minaccia nucleare iraniana».
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«In seguito a questa richiesta, ho acconsentito, per il futuro beneficio del MONDO e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran di successo e prospero, ad annullare l’attacco, a condizione di poter raggiungere rapidamente un ACCORDO», ha scritto Trump, aggiungendo che Israele si è unito a Washington nell’impegno
.
Funzionari iraniani, tuttavia, hanno contestato la versione di Trump. Una fonte descritta dall’agenzia di stampa Fars come vicina al team negoziale iraniano ha affermato che non vi erano piani per riaprire lo Stretto di Hormuz e ha insistito sul fatto che sarebbe rimasto chiuso «finché gli Stati Uniti continueranno le loro azioni ostili». Secondo la fonte, la navigazione commerciale sarebbe stata consentita solo attraverso una rotta designata dall’Iran e con il permesso della Marina delle Guardie Rivoluzionarie.
Secondo quanto riferito, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, leader di fatto del regno, avrebbe parlato con Trump sabato esprimendo preoccupazione per un’ulteriore escalation. Una fonte a conoscenza della conversazione ha dichiarato all’Associated Press che Riad temeva che gli attacchi statunitensi contro le infrastrutture chiave di Teheran potessero provocare attacchi di rappresaglia contro impianti energetici nei paesi del Golfo. Il principe ereditario avrebbe inoltre chiesto chiarimenti in merito all’azione militare che Trump stava prendendo in considerazione.
Un funzionario della Casa Bianca, parlando a condizione di anonimato, ha confermato all’Associated Press che la conversazione ha avuto luogo, ma non ha rivelato alcun dettaglio.
Nonostante la partecipazione degli Stati Uniti agli attacchi contro siti utilizzati da presunte milizie filo-iraniane in Iraq, l’Arabia Saudita avrebbe esortato Washington e Teheran a riprendere i negoziati per porre fine al conflitto, che dura ormai da cinque mesi. Il ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman, fratello del principe ereditario, si è recato a Washington mercoledì per incontrare Trump e il vicepresidente JD Vance e discutere la strategia nei confronti dell’Iran.
L’escalation ha fatto seguito a una breve pausa nelle ostilità. All’inizio di questa settimana, l’esercito statunitense ha dichiarato di aver sventato un attacco missilistico iraniano contro una base americana in Giordania, il primo attacco regionale di Teheran da quando i combattimenti si sono attenuati.
Venerdì, Trump ha detto ai giornalisti che gli Stati Uniti «vogliono solo vincere» in Iran, promettendo di colpire il Paese «molto duramente» finché «non ne potrà più».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
Israele colpisce Gaza poche ore dopo l’annuncio da parte di Trump del piano di disarmo di Hamas
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Geopolitica
Hamas accetterebbe il piano di disarmo di Gaza di Trump
Secondo un alto funzionario, il gruppo militante palestinese Hamas ha accettato di disarmare completamente la Striscia di Gaza nell’ambito del piano «Board of Peace» del presidente statunitense Donald Trump, sebbene anche Israele debba soddisfare una serie di condizioni previste dall’accordo.
Ghazi Hamad, membro della delegazione negoziale di Hamas, ha confermato venerdì ad Al Jazeera che è stato raggiunto un accordo, aggiungendo che a breve verrà rilasciato un comunicato ufficiale.
«Questi negoziati sono stati difficili e impegnativi, e abbiamo cercato di raggiungere la migliore formula possibile», ha dichiarato Hamad, le cui affermazioni sono state riportate anche da Reuters e dalla BBC. Ha sottolineato, tuttavia, che Israele deve approvare il disarmo graduale, aggiungendo che Hamas non attuerà alcuna parte dell’accordo a meno che le forze israeliane non adempiano ai loro obblighi, in particolare ritirandosi da Gaza e promuovendo la ricostruzione nel territorio palestinese.
«Non intraprenderemo alcuna azione in merito al disarmo prima del ritiro di Israele dalla Striscia», ha dichiarato.
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Hamad ha inoltre dichiarato alla BBC che il gruppo insiste sulla formulazione «inventario e stoccaggio delle armi» sotto la supervisione palestinese, anziché sulla loro consegna a Israele.
La notizia è emersa per la prima volta giovedì, quando Trump ha annunciato su Truth Social che il suo Consiglio per la Pace ha raggiunto uno «storico accordo» sul disarmo completo di Hamas e di ogni altro gruppo armato a Gaza, definendolo un «passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature» e una tappa fondamentale del suo piano in 20 punti per l’enclave.
«L’accordo sarà attuato in fasi attentamente strutturate», ha scritto il presidente degli Stati Uniti. «Una volta completato il disarmo, le forze israeliane si ritireranno e la Forza Internazionale di Stabilizzazione collaborerà con una nuova forza di polizia palestinese per assumersi la responsabilità di garantire la sicurezza di Gaza per i suoi abitanti e per i paesi limitrofi».
Trump ha affermato che Gaza sarebbe stata infine governata da un «nuovo governo palestinese» che avrebbe lavorato a stretto contatto con il Board of Peace. Ha ringraziato Egitto, Qat
Il direttore generale del Board of Peace e alto rappresentante per Gaza, Nickolay Mladenov, ha confermato la svolta in un post su X.
«Oggi è stato raggiunto un accordo sul disarmo e sulla transizione civile a Gaza. Ci sono voluti mesi di negoziati molto difficili per arrivare a questo punto», ha scritto, aggiungendo che ci sono stati diversi momenti in cui «non credeva che ce l’avremmo fatta» e insistendo sul fatto che il ritiro israeliano «deve procedere di pari passo» con il disarmo di Hamas.
Tuttavia, alcune indiscrezioni pubblicate poco prima dell’annuncio di Trump suggerivano che rimanessero ancora da definire dettagli significativi. Secondo quanto riportato, Hamas vorrebbe conservare le armi leggere «personali», mentre le armi pesanti verrebbero custodite sotto la supervisione di un organismo palestinese anziché essere distrutte. Chiede inoltre l’amnistia per i membri delle formazioni armate sciolte e desidera che il processo sia sincronizzato con il ritiro israeliano, anziché consegnare tutte le armi in cambio della promessa di un successivo ritiro delle truppe israeliane.
In precedenza, fonti anonime avevano riferito all’agenzia Reuters che i colloqui al Cairo tra i mediatori e i leader di Hamas sull’attuazione del piano di pace per Gaza avevano compiuto rari progressi, sebbene un funzionario israeliano avesse affermato che i termini proposti non erano soddisfacenti. Dopo l’annuncio di Trump, il Times of Israel ha riportato, citando una fonte anonima, che l’accordo era stato firmato dai negoziatori di Hamas, dal consiglio e dai paesi mediatori, ma che «l’ufficio israeliano» aveva rilasciato una dichiarazione in cui affermava che la proposta di disarmo non soddisfaceva le richieste di Israele.
L’annuncio è giunto mentre gli attacchi israeliani continuavano in tutta Gaza, nonostante il cessate il fuoco introdotto lo scorso ottobre. Il Ministero della Salute di Gaza ha dichiarato che giovedì gli ospedali hanno ricevuto i corpi di sei persone, insieme a 34 feriti. Tra le vittime, un bambino di otto anni ucciso in un attacco a un campo profughi a Khan Younis e un neonato di 18 mesi ucciso dal bombardamento di un’abitazione nel campo profughi di Bureij. Secondo le autorità sanitarie di Gaza, almeno 73.341 palestinesi sono stati uccisi e oltre 174.000 feriti da quando Israele ha lanciato la sua campagna militare in rappresaglia per il sanguinoso raid di Hamas dell’ottobre 2023.
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Il Board of Peace di Trump è stato inizialmente presentato come un organismo temporaneo incaricato di sovrintendere alla ricostruzione di Gaza e alla transizione verso un’amministrazione tecnocratica palestinese non eletta. Il suo statuto fondativo, tuttavia, lo autorizza a perseguire iniziative di «costruzione della pace» in altre regioni colpite da conflitti e conferisce a Trump ampi poteri personali.
Trump detiene il potere di veto su tutte le decisioni, può impartire direttive per conto dell’organizzazione e non ha un mandato a tempo determinato. Può essere sostituito solo se si dimette o se viene dichiarato unanimemente incapace dal consiglio esecutivo, e in tal caso è lui stesso a designare il suo successore. I membri invitati hanno normalmente un mandato di tre anni, ma tale limite non si applica a coloro che contribuiscono con più di un miliardo di dollari.
I palestinesi non sono rappresentati negli organi direttivi superiori del consiglio e sono inclusi solo nel comitato tecnico incaricato di gestire i servizi pubblici quotidiani di Gaza sotto la sua supervisione.
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