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Geopolitica

Da Ustica al Niger: l’impero francese, l’Africa e l’Italia

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C’è un unico filo che collega la strage di Ustica, riemersa improvvisamente in queste ore, ai colpi di Stato e alle ulteriori ondate di sangue che si preparando in Africa occidentale: Niger, Gabon, Mali, Burkina Faso…

 

Ora, quando ho letto che Giuliano Amato avrebbe detto «la verità» su Ustica, sono ovviamente scoppiato a ridere.

 

Come questo eterno personaggio dello Stato profondo italiano, questo strano, storico intoccabile della Repubblica possa dire il vero su uno qualsiasi dei misteri italici – quelli sui quali sono stati concessi decenni di «complottismo socialmente accettabile» stile Purgatori – è qualcosa che di per sé ritengo, letteralmente, incredibile.

 

Parliamo di Amato, e speriamo che il lettore si ricordi cosa la sua presidenza della Corte Costituzionale abbia rappresentato nel caso dei vaccini genici sperimentali.

 

Per chi ha qualche anno sul groppone, sblocchiamo qualche ricordo dei primi anni Novanta: primo ministro dal 1992 al 1993, eseguì l’11 luglio 1992, con mezzo Paese in vacanza, il prelievo forzoso del sei per mille su tutti i conti correnti italiani per «interesse di straordinario rilievo» dovuto a «una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica».  Quello che accade dopo fu ancora più significativo: in settembre lo speculatore Soros attaccò la lira italiana e la sterlina britannica, con il risultato di svalutarle – la moneta italiana perse il 7% sul dollaro – e farle uscire dal sistema monetario europeo.

 

Nonostante la catastrofe, tutti i funzionari dello Stato responsabili della fallita difesa della valuta nazionale fecero carriera.  Ciampi, che era governatore alla Banca d’Italia, fu fatto primo ministro e poi Presidente della Repubblica. Draghi era allora direttore generale del tesoro: divenne più tardi Governatore della Banca d’Italia, poi 3° presidente della Banca Centrale Europea, poi Primo Ministro italiano; va ricordato pochi mesi prima il suo discorso sul panfilo Britannia assieme agli «Invisibili Britannici» (sic). Da lì a poco, con l’inaspettata interruzione di Berlusconi, poi sistemata, divenne premier, e poi presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, che assegnerà a Soros una laurea honoris causa all’Università di Bologna nel 1997.

 

 

Amato, socialista stranamente sopravvissuto all’ecatombe giudiziaria di Mani Pulite, mentre Soros si portava via 30 mila miliardi dagli italiani, era premier: venne eletto di nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri nel 2000, e poi altri incarichi altissimi, con ruoli da ministro e il vertice della Corte Costituzionale. Non dimentichiamo che fu più volte considerato papabile come Presidente della Repubblica.

 

Le cronache del 2006 ricordano che ad un certo punto, mentre il palazzo romano trattava per l’elezione del Capo dello Stato da cui sarebbe uscito fuori Napolitano (personaggio con una sua rilevanza per la storia euro-africana che stiamo per raccontare), Amato era stato avvistato in un cinema intento a gustarsi Mission Impossible 3. Il pubblico, si narra, accortosi che Amato era in sala, iniziò ad applaudire ed acclamarlo, il suo nome di presidenziabile, in quei giorni di interregno, campeggiava sui giornali. Amato ringraziò, ma tentò di contenere gli entusiasmi. «Sono qui solo per vedere Mission Impossible 3», disse.

 

Che si trattasse di un messaggio sottile – come il dottor sottile – per dire che la missione di quirinalizzarsi era impossibile, o forse possibile, o forse dura, non sappiamo: forse il tizio che Forattini rappresenta sempre come un topolone è davvero solo un fan di Tom Cruise.

 

Del resto, ha rammentato Stefania Craxi in questi giorni, Bettino Craxi, che del collega di partito Amato fu mentore e capo, finì per chiamarlo «l’extraterrestre»: parlava della Prima Repubblica, che aveva conosciuto da dentro come alto funzionario e ministro, inserito nel cuore del partito considerato dal giustizialismo tangentopolitano come il più corrotto e quindi distrutto dalla magistratura, come non vi avesse partecipato, come se l’avesse osservata dallo spazio.

 

È ben strano che, distrutto per via giudiziaria (certo, magari con una spintarella dalla manina yankee, ancora insolentita per Sigonella ed altro) il sovranismo PSI craxiano, arrivino il Britannia e Soros, con al potere… proprio un socialista, Amato.

 

Questo passaggio è necessario per capire che peso possiamo dare alle rivelazioni di Amato sul fatto che quella notte il DC9 di Ustica fu tirato giù da un missile aria-aria sparato da un caccia francese. E va detto che in queste ore Amato sta facendo retromarcia. Dice di aver solo ripetuto una pista già conosciuta, ed è vero. Dice di non essere responsabile rispetto ai titoli che decide di fare La Repubblica.

 

E allora, che cosa c’è dietro questa improvvisa fiammata? Non è che la valanga si può fermare facilmente. Rispuntano giudici ed ex militari che furono testimoni. Riemergono, allucinanti, le storie delle enigmatiche morti di chi poteva sapere qualcosa di quella notte maledetta, come il pilota di caccia Ivo Nutarelli, morto nella collisione aerea delle Frecce Tricolori a Ramstein nel 1988 (70 morti, 450 feriti).

 

 

Amato ritrova la memoria adesso, saltando a piè pari una condanna riguardo al «muro di gomma», come lo chiamava il film di Andrea Purgatori?

 

Non abbiamo idea, confessiamo, del perché lo faccia. Sappiamo, tuttavia, che la pista dell’abbattimento non solo è credibile, ma si inserisce perfettamente nel gioco che stava avvenendo tra Africa, Francia e Italia, e che a quanto sembra non è ancora finito.

 

La Francia è un Paese con cui l’Italia vive una relazione fortemente conflittuale, ma ciò non appare: una quantità di membri del partito dell’establishment sono stati tripudiati con la Legion d’Onore Francese, mentre il capitalismo francese in questi anni ha scorrazzato tra telecomunicazioni, supermercati, industria alimentare, banche e assicurazioni, in pratica ogni settore strategico del nostro Paese.

 

La frizione con Parigi – parentesi: capitale intellettuale dove vivevano tranquilli i terroristi rossi che avevano insanguinato l’Italia con gli anni di piombo – raggiunse forse il suo apice geopolitico proprio con il maestro di Amato Bettino Craxi.

 

Nel 1984 il premier Craxi atterra a Roma dopo un viaggio in Algeria e chiede di vedere subito l’ammiraglio del SISMI Fulvio Martini. Chadli Benjedid, il presidente algerino, aveva rivelato a Craxi che per mettere al sicuro il tratto finale del gasdotto che porta il metano in Italia aveva programmato nientemeno che un’invasione della Tunisia. Craxi lo pregò di non far nulla, e si mosse con una grande manovra segreta internazionale

 

Bourghiba, il presidente pazzo di Tunisi che era l’uomo dei francesi, fu sostituito dal «nostro» Ben Alì. Martini lo racconta nel libro, oggi difficilmente trovabile, Nome in codice Ulisse: «non fu un brutale colpo di stato: fu un’operazione di politica estera, messa in piedi con Intelligenza, prudenza ma anche decisione dagli uomini che guidavano l’Italia in quegli anni. Sì, è vero, l’Italia sostituì Bourghiba con Ben Alì».

 

Martini, il vertice dei servizi militari italiani, incontra il suo omologo del DGSE francese: «era il generale Réné Imbot, ex capo di stato maggiore dell’Armée. Andai da lui, gli spiegai la situazione, gli dissi che l’Italia voleva risolvere le cose nella maniera più cauta possibile, ma che comunque non voleva aspettare che la Tunisia saltasse per aria. Lui fece un errore imperdonabile: mi trattò con arroganza, mi disse che noi italiani non dovevamo neppure avvicinarci alla Tunisia, che quello era impero francese». (Corsivo nostro»)

 

«Io ancora oggi penso che per difendere un impero bisognava avere i mezzi, la capacità ma anche la solidarietà di chi non è proprio l’ultimo carrettiere del Mediterraneo» scrive il generale dei servizi segreti italiani. «Imbot era stato nella Legione straniera per vent’anni, aveva guidato i paracadutisti che parteciparono alla repressione nella casbah durante la battaglia di Algeri. Era un soldato, non capiva la politica, ebbe qualche problema con il suo primo ministro Jacques Chirac».

 

Il cambio di potere in Tunisia, dove ricordiamo Craxi si esiliò e poi morì, ebbe altre conseguenze che vale la pena di ricordare. Nella notte tra il 7 e l’8 novembre del 1987, un attentato terroristico distrusse il radiofaro della Marina militare italiana dell’isola di San Domino, alle Tremiti. La bomba uccise uno dei due «terroristi», uno svizzero quarantatreenne di nome Jean Louis Nater, mentre quell’altro, Samuel Wampfler, un altro svizzero con tanti passaporti e trascorsi rocamboleschi, fu arrestato. Nel 1990 viene condannato a 10 anni, ma non sconta nulla, e sparisce. Si pensò che il colpevole fosse l’allora babau globale Gheddafi, che non aveva lesinato aiuti al terrorismo su ogni latitudine. Qualche giorno prima, il colonnello aveva rivendicato il possesso delle Tremiti, asserendo che lì vi erano i discendenti dei libici deportati dal governo Giolitti (1911), un’idea la cosa risultò totalmente priva di fondamento quando tutta la popolazione si sottopose ad un test del DNA nel 2008.

 

Tuttavia, nel 1996 Corriere della Sera scrive che non si trattava di Gheddafi, ma di una sorta di vendetta, di Parigi. Un avvertimento – diretto contro le nostre forze armate. Terrorismo… dello Stato francese? In Italia?

 

Ben Alì, come noto, fu scacciato solo decenni dopo, nel 2011, all’insorgere della maledetta «Primavera Araba», che iniziò guarda caso proprio da casa sua, con le proteste tunisine scaturite in seguito al suicidio incendiario di un commerciante – con ogni probabilità, un grande piano di Washington e dei suoi satelliti per mettere al potere ovunque, dall’Egitto alla Siria, i Fratelli Musulmani, il primo vero grande prototipo di movimento islamico estremista, ma che nel profondo, come tutto l’islamismo radicale, poteva essere controllato…

 

Pochi mesi dopo, sappiamo cosa accadde a poca distanza dalla Tunisia, in quella Libia che aveva ritrovato l’armonia con l’Italia, con tanto di immagine di Berlusconi e Gheddafi che si danno la mano finita stampata sui passaporti libici.

 

Il regime fu spodestato dalla combinazione di USA (non dimenticate, mai, le sataniche risa di Hillary Clinton informata della morte del rais tripolino), Gran Bretagna e, soprattutto, Francia, dove ancora circola la voce che il presidente dell’epoca, Sarkozy, avesse ricevuto fondi da Gheddafi. L’Italia, controsenso solo per chi non capisce come vanno davvero le cose, gettò all’aria decenni di lavoro di normalizzazione dei rapporti con la nostra ex colonia, dove l’ENI tira fuori tanto petrolio e gas: ecco che Napolitano, lui, sembra appoggiare l’intervento per detronizzare Muhammar.

 

Gheddafi finì trucidato per linciaggio. Voci dei vari siti complottisti, anche ben informati, dicono che in alcuni video si può sentire che tra la folla del massacro qualcuno parla in francese – non siamo in grado di verificare questa voce.

 

Il colonello libico è centrale in questa storia, non solo perché, secondo la pista più nota, il missile francese contro il DC9 in realtà avrebbe voluto colpire un aeromobile su cui viaggiava l’allora uomo nero della comunità internazionale, lo sponsor del terrorismo internazionale, dalle bombe di Lockerbie a quelle di Mandela.

 

Gheddafi, dice una teoria che circolava già all’epoca, sarebbe stato eliminato perché, risolte le sue pendenze con il mondo occidentale (e accettando, stupidamente, la denuclearizzazione totale dello Stato libico) avrebbe avuto in cuore di lanciare una nuova valuta panafricana, in grado di sostituire il franco CFA, la moneta che Parigi distribuisce tra le ex colonie dell’Africa francofona – cioè quello che l’arrogante generale dei servizi parigini chiamava «l’impero francese».

 

La questione del franco CFA tenne banco nel 2018, durante le prime effervescenze «sovraniste» del governo Lega-M5S, il Conte-1. Giorgia Meloni, che pure era all’opposizione, poco tempo dopo ci saltò sopra, e fece show pubblici sulla storia del franco africano di Macron, sventolato a dovere nei talk show televisivi.

 

 

La Meloni aveva l’obiettivo del PD – il partito zeppo di «legionari d’onore» gallici – era ancora forte l’eco del trattato di Caen dell’era del governo Gentiloni, nel quale, si disse, l’Italia avrebbe ceduto acque territoriali alla Francia.

 

E quindi, Amato e Repubblica voglio riaprire le ferite tra la Meloni e l’Eliseo?

 

Oppure si tratta degli effetti di un movimento tellurico più vasto?

 

Perché, lo abbiamo visto in Niger e ora anche in Gabon, e prima ancora in Mali e Burkina Faso, l’«impero francese» è davvero in putrefazione – e bisogna guardare, oltre al caos nelle ex colonie che ripudiano Parigi, anche alla guerriglia nelle banlieue francesi dello scorso luglio, dove il problema è, autenticamente, africano, o afro-islamico.

 

Come riportato della Renovatio 21, nostalgici articoli su giornali internazionali importanti, hanno fatto capire come, a godere della fine dell’impero, ci sia un altro impero finito, quello britannico, che con Parigi si era spartito un bel pezzo dell’Africa. Che chi ora punta il dito contro l’Ustica francese, lo faccia per affiliazione con un mondo che, nei secoli, in fondo non è riuscito a seppellire la rivalità, nemmeno nell’era della catastrofica illusione post-coloniale?

 

Tuttavia, la fine dell’Africa francese non è arrivata d’improvviso.

 

Da anni i francesi sono accusati dai Paesi africani di addestrare le bande di terroristi islamici che dicono di voler combattere con missioni militari come l’operazione Barkhane, a cui ha partecipato anche l’Italia. Lo spostamento verso la Russia, che sull’Africa sta investendo il futuro della geopolitica globale post-occidentale si è così sedimentato. Le accuse più infamanti sono volate, le ONG francesi sono state cacciate, i golpe anti-Parigi si sono moltiplicati.

 

Questo ci riporta al giorno di oggi.

 

La politica francese sta per essere espulsa del tutto dalle ex colonie africane, tuttavia, grazie al Trattato del Quirinale, non da quella italiana: grazie all’accordo siglato da Macron e Mattarella, ai Consigli dei Ministri italiani può presenziare un ministro francese.

 

Eh? Ma perché?

 

È solo un esempio del contenuto del Trattato, che doveva segnare un tentativo di far finire l’egemonia tedesca sull’Europa del dopo-Merkel, e in realtà indica solo l’incredibile meccanica di vassallaggio che l’élite al potere infligge all’Italia.

 

E allora, più che la verità su Ustica, vogliamo dire una verità ancora più grande: la Francia non è nostra amica.

 

Possono essere considerati alleati nella NATO, vicini di casa, cugini d’Oltralpe, «italiani di cattivo umore», quel che volete: ma i francesi delle élite parigine, imbevute da secoli di massoneria, mai faranno un piacere all’Italia. Mai.

 

Anzi, ci chiediamo: che siano magari anche capaci di ammazzarci Gheddafi, mettere una bomba alle Tremiti e sparare, forse per isbaglio, su un aereo civile carico di turisti?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di Fabio Di Francesco via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata

 

 

 

Economia

Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.

 

Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».

 

Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».

 

«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.

 

Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.

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Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».

 

Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.

 

All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».

 

Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.

 

Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Geopolitica

Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione

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Alla vigilia del vertice BRICS di Nuova Delhi, il presidente russo Vladimir Putin ha espresso quella che presenta come la realtà della crisi strategica in corso. Lo riporta EIRN.   Ancora prima dell’apertura dei lavori, l’11 settembre, rispondendo a una domanda dei media sulla Germania, aveva già impostato il quadro, avvertendo che l’Occidente sembrerebbe intenzionato a riscrivere la storia della sconfitta del nazismo nella Seconda guerra mondiale. «Ora parlano di contemplare l’invio di truppe in territorio ucraino. Ciò significherebbe una guerra con la Russia», ha detto senza ambiguità.   Putin ha evitato di entrare nelle vicende politiche interne tedesche e ha offerto una lettura strategica secca. «Tutto ciò che sta accadendo ora in tutta Europa è la conseguenza di errori sistemici commessi dal cosiddetto Occidente, o, per essere più precisi, dai circoli globalisti occidentali, in ambito politico, di sicurezza ed economico».   Secondo Putin l’errore si è radicato «in seguito alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Unione Sovietica; si consideravano in cima all’«Olimpo» e, evidentemente, conclusero che, in primo luogo, potevano fare tutto e, in secondo luogo, che loro stessi erano incapaci di sbagliare. Da quel momento in poi, questi errori iniziarono ad accumularsi e a ingigantirsi».

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Sul piano della sicurezza, ha sostenuto che fu lanciata un’offensiva per frammentare e indebolire la Russia, prima «attraverso l’uso di terroristi nel Caucaso e di separatisti, poi con altri metodi e ora, per mezzo del regime neonazista in Ucraina… Non appena il regime fu rovesciato, ripeto, con un sanguinoso colpo di Stato, l’obiettivo di far entrare l’Ucraina nella NATO fu immediatamente messo in moto, e questo, di fatto, è diventato la causa principale dei tragici eventi odierni in Ucraina».   Si è poi soffermato su energia ed economia: «Abbiamo fornito gas all’Europa a un prezzo di 150 dollari – anzi, 180 dollari – per 1.000 metri cubi… ‘No’, insistevano, ‘i prezzi devono essere fissati in borsa’. Li abbiamo avvertiti che il gas non è una merce di mercato, o almeno non una merce di mercato classica; questo approccio non porterà a nulla e i prezzi non faranno altro che aumentare».   «E così è stato: ora i prezzi sono a 1.000 dollari o euro per 1.000 metri cubi. E potrebbero benissimo salire ancora… E perché? Chi si occupa di trading in borsa non si preoccupa delle condizioni tecniche di questi impianti di stoccaggio e dei volumi fisici coinvolti. Credono che oggi sia più vantaggioso estrarre gas da depositi acquistati a prezzi inferiori, e per quanto riguarda il futuro, beh, vedremo».   Quelle élite, ha aggiunto il presidente russo, cercano ora di allarmare l’opinione pubblica con «una mitica minaccia russa, che risalirebbe all’epoca sovietica. Ma una simile minaccia non esiste e non è mai esistita. Noi non minacciamo, né intendiamo minacciare, i paesi europei…».   «Ciononostante, persistono su questa strada, chiedendo determinati cambiamenti. Ma quali cambiamenti cercano? Stanno forse tentando di rivedere gli esiti della Seconda Guerra Mondiale? A quale scopo stanno conducendo i loro popoli? Verso la guerra con la Federazione Russa? Ora parlano di valutare l’invio di truppe in Ucraina. Ciò significherebbe una guerra con la Russia. E presumo che i cittadini europei capiscano cosa sta succedendo».  

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);  
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Geopolitica

Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese

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Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.

 

Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.

 

«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.

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Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».

 

Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.

 

La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.

 

Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.

 

Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.

 

La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.

 

Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.

 

Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.

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I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.

 

Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.

 

Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.

 

In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.

 

Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.

 

Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.

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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.

 

Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.

 

In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.

 

Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».

 

Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.

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Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.

 

Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.

 

La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.

 

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Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International

 

 

 

 

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