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Addio al grande filosofo Piero Vassallo. Addio ad un amico

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È morto Piero Vassallo.

 

Per molti è stato il più grande filosofo cattolico della tradizione italiana. Per me è stato, sopra ogni cosa, un grande amico.

 

Ci eravamo conosciuti quando uscì il mio primo libro, oramai una decade fa. Mi chiamò e parlammo a lungo: era chiaro che ci eravamo trovati, condividevamo una stessa linea di pensiero di pensiero, solo che lui aveva dalla sua una cultura sterminata, decenni di studio alle spalle (quando si studiava veramente, e non ci si improvvisava con Google) e un’esperienza di vita lunga quasi un secolo.

 

Piero ricordava la guerra. Piero ricordava il dopoguerra. Piero ricordava tutto l’impatto dell’era moderna sul nostro mondo. A differenza di altri, aveva gli strumenti per capire quello che stava per accadere. Sentiva, sapeva che una Civiltà fondata sull’essere si stava piano piano sgretolando, per essere rimpiazzata da una devastazione votata al niente. Cristo sostituito dal nichilismo assassino e da idoli pagani: questa tendenza, oggi patente, era visibile già 60 anni fa, e Piero lo aveva presente già allora.

 

La precognizione era aiutata dal fatto di aver collaborato con il cardinale Giuseppe Siri. «Dopo di di questa era, sarà il diluvio gnostico» Piero mi disse in una delle nostre innumeri telefonate serotine, parafrasando  un pensiero del cardinale Siri. «Quando parlavamo degli gnostici, all’epoca, la gente rideva. Non sapevano cosa fosse: “ma lo hai mai visto, uno gnostico”? Poi si è visto cosa è successo».

 

Il diluvio gnostico è arrivato, e Piero aveva ogni strumento di pensiero per anticiparlo, diagnosticarlo ed esorcizzarlo.

 

La risorgenza del paganesimo, la corsa a perdifiato della società verso la Necrocultura (aveva scritto nel 1994 un libro, Ritratto di una cultura di morte. I pensatori neognostici), l’attitudine sempre più esplicita del pensiero moderno a tollerare, se non a spingere, il ritorno del sacrificio umano era al centro di tante nostre conversazioni. Piero ne aveva scritto in un romanzo pubblicato negli ultimi anni, Il treno nella notte filosofante – Cronaca di un viaggio tra incubo e teologia. Pur essendo un romanzo satirico, vi era tante cose, anche atroci in modo innominabile, che derivavano da decenni di vita vissuta scandagliando gli abissi della realtà.

 

Piero, docente alla facoltà di Teologia,  rifiutava quello che vedeva avvenire nelle Università. Un lancio di agenzia del lontanissimo 1994 raccoglieva le sue dichiarazioni su Emanuele Severino, Massimo Cacciari ed Elémire Zolla «cattivi maestri»:  «Sono tanti i docenti universitari che insegnano una cultura esoterica, invitando gli studenti a vivere in funzione della morte, in un rapporto con la natura senza più briglie che porta ad abbandonarsi totalmente agli istinti».

 

Riteneva che dietro a molti fatti di cronaca nera (erano gli anni dei sassi dal cavalcavia, delle stragi del sabato sera, dei morti allo stadio) con protagoniste le nuove generazioni «c’è indubbiamente uno sfondo di irrazionalismo neopagano», una cultura che più che nichilista era intimamente esoterica, una cultura che da qualche parte, con fori e sistemi di irrigazione poco visibili ma precisi, era percolata alle masse.

 

Una delle cose su cui ci trovammo subito, era nel rifiuto di Julius Evola, che Piero aveva conosciuto di persona. Da decenni gli era divenuto chiaro quale danno le fumisterie magico-pagane di Evola avessero causato alla destra italiana (di cui era cartografo vero, non come Marcello Veneziani) e più in generale, a generazioni di ragazzi a cui invece che raccontare il primato ontologico dell’Essere di San Tommaso d’Aquino venivano iniettate dosi di nulla a base di neopaganesimo, buddhismo tantrico, «teoria dell’individuo assoluto» e via perdigiornando. Avevamo un progetto di libro su Evola – con già il titolo pronto, Il virus Evola – di cui è rimasto lo scheletro, ma l’introduzione doveva essere di Piero, che era entusiasta di questo primo vero libro scritto contro il filosofo purtroppo egemone della destra del dopoguerra.

 

Da membro della commissione diocesana sulle sette religiose di Genova, si espresse contro l’insegnamento del pensiero tedesco più oscuro che d’un tratto era propalato a piene mani da università e licei: «autori come Nietzsche e Heidegger, pendagli del nazismo, siano dati in pasto agli studenti in modo totalmente acritico. Ed ancor più assurdo è il fatto che a dare loro questo insegnamento siano intellettuali ex marxisti. Non c’è dubbio che dopo la caduta del comunismo, l’unico baluardo in difesa della ragione sia rimasta la Chiesa cattolica».

 

Per questo, chiaramente, libri più o meno sottilmente anticristiani erano stati fatti circolare da una casa editrice che nei decenni era stata oggetto degli strali di Piero, che la riteneva di essere portatrice di un «pericoloso progetto anticristiano» che secondo lui seguiva un piano «volto a creare scompiglio tra gli studiosi credenti». Nel suo libro del 1996  , Piero aveva parlato di una nuova sinistra che si stava impadronendo dei testi teoricamente afferenti destra ma con una finalità esoterica. Un catalogo, scriveva in Ritratto di una cultura di morte, che «rispecchia stati d’ animo che sono al di là del bene e del male, della destra e della sinistra: è la radunata di tutti gli autodistruttori e di tutti gli autosconvolti; l’epilogo dell’ avventura moderna, la luce compiuta del “rinascimento”. Nietzsche e Guénon: la musica del futuro spenta da un incantamento antichissimo. Babele, o cara!».

 

Non si tratta di puri voli intellettuali. Queste visioni finirono, ad un certo punto, in un interrogazione parlamentare. 12 maggio 1993, un deputato missino chiedeva se fosse noto al governo che «numerosi componenti di organizzazioni cattoliche impegnate a contrastare la diffusione di pericolose sette pseudoreligiose (…) segnalano allarmati quanto avvenuto domenica 9 maggio 1993, durante la trasmissione televisiva di RAI 3 Babele». «Babele o cara», appunto. Durante il programma  avevano parlato due autori di certa fama, di certa importanza nel sistema editoriale italico – due di quel catalogo combattuto con forza da Piero. Uno, disse il deputato in Parlamento, «avrebbe affermato che oggi la “via più diretta per avvicinarsi al divino” sarebbe lo stupro e l’esperienza dell’orribile», mentre l’altro «avrebbe chiarito con un esempio il significato delle parole» dell’altro, «e cioè che l’esperienza del “divino” si compie mediante riti di impossessamento, citando come ottima concretizzazione del concetto i riti della “religione” sincretista afro-americana del vudù (la “religione” degli zombi, che sono appunto degli impossessati)».

 

Sembra un romanzo fantasy, ma tutto questo succedeva del nostro Paese – e succede ancora oggi, solo che non vi sono le menti come quelle di Piero per comprendere con lucidità il disegno sottostante. E non c’è più nemmeno il coraggio per gridarlo come faceva vassallo.

 

Aggiungo, come nota più o meno leggera Pierangelo disprezzava sommamente anche la presenza del «gobbo di Recanati», come lo chiamava lui, nei programmi scolastici. Trovava che uno Stato serio avrebbe dovuto togliere immediatamente Leopardi dai libri di scuola. La dottrina cosmo-pessimistica del gobbo – con la natura matrigna, la vita fatta di dolore e basta, etc. – di fatto, più che spiritualismo orientaleggiante para-schopenaueriano, costituisce una pura gnosi – in realtà, la gnosi della sfiga. Questa cosa della gnosi della sfiga, quando mi spiegava la tossicità di Leopardi, lo pensavo io, perché, come molti studenti italiani, l’ho sempre pensato: come è possibile che uno così, con una storia così, sia studiato a scuola, con le poesie a memoria? Come si può allevare una Nazione sul modello di uno che guardava da lontano colline, siepi e donzelle, e che a Silvia mai ha trovato il coraggio di fare un semplice invito per un caffè?

 

Non trovo più parole, adesso. Piero le avrebbe trovate. La sua prosa era irta di termini desueti ed irresistibili: fòmite, umbratile, astrolabio. Il suo stile era inarrivabile: secco e sorprendente, autorevole e godibilissimo, che talvolta provocava impagabili sonore risate. Come dimenticare miriadi di espressioni di originalità eccezionale che con eleganza prendevano per i fondelli soloni e catto-insiemi vari: «apostoli dell’urofilia», «lanciatori di coriandoli», «discepoli dell’ortica amazzonica».

 

Tuttavia, non è con i contenuti filosofici della sua battaglia, né con le sue somme capacità artistiche, che voglio chiudere il mio ricordo.

 

Voglio scrivere di una cosa che mi aveva detto in una di quelle telefonate, rigorosamente sulla linea fissa, che si inoltravano fino alle ore piccole.

 

Quella notte, Piero mi fece il dono del racconto della sua conversione.

 

Chissà che storia mi aspettavo. Un filosofo, un teologo di quel livello, chissà tramite quale illuminazione ideale era pervenuto a Cristo. Quale momento di lucidità intellettuale soprannaturale. Quale potente pensiero metafisico, metastorico….

 

E invece, mi raccontò invece qualcosa di più profondo, di più struggente.

 

Negli anni Cinquanta, mentre era in auto, credo in Piemonte, in tour per il partito, fece un incidente spaventoso – mi disse che nella vita aveva ricevuto l’estrema unzione due volte, forse questa era la prima, penso.

 

Finì, fracassato, in ospedale. Era giovane, era forte tuttavia era spaventato da quello che gli era successo, e da quel luogo. La sua anima stava cercando di fare i conti con questa incomprensibile lezione dell’esistenza. Forse, aveva toccato i limiti del suo pensiero: quello che aveva studiato, quello che gli aveva trasmesso il movimento politico, quello che aveva vissuto sino a quel momento non gli aveva dato strumenti necessari per capire ciò gli era successo, e che gli poteva succedere in ogni momento – la vita, la morte… il loro significato.

 

Fu lì, a quel punto, che il giovane Piero fece un incontro che gli cambiò la vita. Entrato forse erroneamente, in una stanza dell’ospedale, trovò un signore steso sul letto. Si trattava di un uomo semplice, un signore che probabilmente stava già molto male. Aveva chiaramente tanta voglia di parlare, soprattutto con quel giovane che aveva lì davanti.

 

Il signore attaccò raccontando subito che era di Abano Terme, e la casa della sua famiglia era quella che vedi sulla collina arrivando da Est, come ad intendere che anche l’interlocutore doveva per forza avere cognizione di quella casa. Piero, genovese non esattamente habitué delle terre venete, annuiva, fingendo di sapere perfettamente di cosa stesse parlando.

 

L’uomo continuò: parlava della sua famiglia, dei suoi figli, dei suoi genitori, dei suoi parenti. Poi, come un fiume in piena, quell’uomo semplice cominciò a parlare di Dio. Del Signore Gesù Cristo. Con ogni evidenza, anche sul punto di morire, quell’uomo viveva una fede profonda. Era qualcosa di immenso, qualcosa davanti al quale non era possibile rimanere impassibili. Era un insegnamento sconvolgente, da una fonte inaspettata, da raccogliere immediatamente.

 

Quel signore, senza nessuna riflessione intellettuale, sapeva perfettamente cosa stava facendo, dove stava andando. Quel signore, nel momento più oscuro, aveva dentro qualcosa di invincibile: sentiva la continuazione di sé oltre la morte nella sua famiglia e nel piano di Dio. Sentiva la continuazione dell’essere al di là di sé. Era una realizzazione semplice e infinita. Era, in una parola, la fede.

 

Quell’uomo, dopo non molto, morì.

 

Fu a quel punto che Piero, mi raccontò, aveva trovato la fede. E non l’ha persa mai più. L’ha difesa con ogni fibra del suo essere, con la sua mente, la sua esistenza, la sua anima.

 

Sì, tu puoi usare le parole della Seconda lettera a Timoteo (4, 6-9): «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».

 

Addio Piero, amico mio.

 

Quanto ti sono grato, per quello che mi ha trasmesso, per quello che vedevi in me, per quello che hai dato al mondo, ora lo sai.

 

Ti voglio bene.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

I funerali di Piero Vassallo si terranno a Genova  domani, venerdì 1 luglio, alle 8.30 nella chiesa di Sant’Anna di via Magenta.

 

 

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La vera storia di Jean-Paul Sartre e del maggio ’68

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator. Sartre era un tempo un nome conosciutissimo, e il suo «esistenzialismo» era considerato una cosa seria. Leggere i suoi libri rappresentava il non plus ultra dello status di persona colta in epoca boomer. Consideriamo quindi la fortuna di aver visto la figura di questo strabico fumatore svanire come fumo nell’aria. Oggi, per fortuna, pochi se lo filano ancora.

 

Sartre non era un filosofo che sbagliava. Era un uomo che scelse. Prima il campo dei carnefici. Poi il campo di coloro che abusano dei bambini. E la Francia lo portò trionfante. Lo analizzeremo per A + B. Non per l’atmosfera. Per le azioni.

 

A. Il comunista. Sartre non ebbe mai bisogno di una tessera di partito. Fece di meglio. Mise il prestigio della Francia al servizio degli stati che commettono omicidi, pur rimanendo l’intellettuale «libero» di Saint-Germain. 1952. Diventa un simpatizzante del Partito Comunista Francese. Scrive I comunisti e la pace. Pronuncia la frase che riassume l’uomo: «Ogni anticomunista è un cane». Presiede l’Associazione Francia-URSS.

 

1954. Primo viaggio a Mosca. Il Gulag è noto. Kravchenko ha già testimoniato a Parigi, sotto giuramento, nel 1949. Sartre lo sa. Ritorna. Concede una serie di interviste. Dichiara che il cittadino sovietico gode di «completa libertà di critica». Cinque anni dopo il processo. Un anno dopo Stalin. Non è un errore. È una menzogna al servizio di uno Stato che uccide.

 

1956. I carri armati schiacciano Budapest. Lui li condanna. Rompe con il Partito Comunista Cinese. Pensiamo che sia finita. Non lo è. Tornerà. Undici viaggi in URSS tra il 1954 e il 1966. Il marxismo, scrive, rimane «la filosofia insuperabile del nostro tempo». Scrive la prefazione a I dannati della terra e legittima la violenza. Va a trovare Castro.

 

 

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Nel 1973, quando Solženicyn pubblica Arcipelago Gulag, Sartre trova ancora il modo di definirlo un elemento dannoso. 1970. A 65 anni, il filosofo più famoso di Francia diventa direttore di La Cause du peuple, un giornale maoista. Lo vende sugli Champs-Élysées. Si avvicina agli uomini della Sinistra Proletaria. Nel 1973, con Serge July e Benny Lévy, fonda Libération. Il figlio prediletto del Maggio ’68. Ecco il comunista. Non un militante di cellula. Un commissario di prestigio. Non ha premuto il grilletto. Ha coperto chi l’ha fatto.

 

B. L’altro dossier. Non lo abbelliremo. Ci limiteremo a citare. Il 26 gennaio 1977, una petizione appare su Le Monde e Libération. Difende tre uomini accusati di abusi sessuali su minori di 12 e 13 anni. Il testo parla di «carezze» e «baci». Si afferma che i bambini fossero «consenzienti». Si pone questa domanda: «Se una ragazzina di 13 anni ha diritto alla pillola, a cosa serve?».

 

Sartre firma. Ha 71 anni. Beauvoir firma. Deleuze firma. Barthes firma. Lyotard firma. Philippe Gavi, cofondatore di Libération, firma. Nel maggio del 1977, una seconda lettera. Chiede che la legge riconosca «il diritto dei bambini e degli adolescenti di avere rapporti con chiunque scelgano». Sartre firma di nuovo. Foucault firma. Derrida firma. Non si tratta di una svista serale. È una posizione.

 

Il filosofo ufficiale della sinistra francese ha apposto la sua firma in calce a un testo che chiede che i rapporti sessuali con bambini di 12 anni smettano di essere considerati un crimine. E non era piovuto dal cielo. Anni prima, Beauvoir aveva pescato durante le sue lezioni al liceo. Bianca Bienenfeld ha sedici anni. Beauvoir la prende con sé, poi la «passa» a Sartre. Bianca scriverà più tardi: a sedici anni subì abusi.

 

Natalie Sorokin: Beauvoir viene licenziata nel 1943 per corruzione di minore. Olga Kosakiewicz, una studentessa, entra a far parte di quella che veniva chiamata «la famiglia». Sartre aveva un termine per definire ciò che faceva: «deflorazione». Il sistema era consolidato. Prima le ragazze delle scuole superiori. Poi la piattaforma. Lo stesso software.

 

Il vero crimine è il tabù borghese. Quindi infrangiamo il tabù. Incluso quello che protegge una bambina di dodici anni.

 

Ora la vita, tutta intera. 1905. Nascita borghese a Parigi. Padre ufficiale, morto prematuramente. Infanzia nella biblioteca del nonno Schweitzer. Liceo Louis-le-Grand. École Normale Supérieure. Agrégation (il concorso pubblico più selettivo della scuola francese, ideato per abilitare all’insegnamento superiore e universitario).

 

La Nausea nel 1938. L’essere e il nulla nel 1943. L’esistenzialismo diventa una moda, una cantina, un cappotto. Rifiuta il Nobel nel 1964 – l’unico gesto elegante in una carriera pubblica. Muore nel 1980. Cinquantamila persone seguono la bara fino a Montparnasse.

 

Tra queste due date, cosa fa dell’intelligenza che gli è stata donata? Costruisce il personaggio dell’intellettuale impegnato. L’uomo che parla in nome della Storia. L’uomo la cui firma vale un esercito. E mette questo personaggio al servizio del peggio.

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Foucault, Derrida, Deleuze, Barthes, Lyotard hanno filosoficamente abbandonato il suo umanesimo. Non hanno abbandonato il suo tribunale. Sono cresciuti nella sua corte. Hanno imparato, osservandolo, che un filosofo francese non deve rispondere alla realtà, ma solo alla causa. Hanno firmato gli stessi testi. Hanno occupato le stesse riviste, le stesse case editrici, le stesse cattedre.

 

Sartre non ha scritto «La teoria francese». Ha creato la funzione. L’angolo della strada. L’impunità morale delle caste. Senza Sartre, queste idee sarebbero rimaste confinate ai seminari. Con Sartre, sono diventate un’istituzione. Gallimard. I tempi moderni. Vincennes. Libération. Il liceo. L’ultimo anno. Lo Stato.

 

Il secolo ha dato ragione a Camus punto per punto. L’URSS è crollata. I Khmer hanno ucciso. Solženicyn aveva ragione. La petizione del 1977 è oggi indifendibile. Sartre si sbagliava su tutto ciò che contava, e ha contribuito a coprire, con il prestigio della sua firma, tutto ciò che meritava di essere combattuto.

 

Eppure è ancora lui che lasciamo al centro. Camus nella sezione di letteratura. Sartre nel Pantheon morale. Dobbiamo invertire. Sartre in cantina. Non per spirito di vendetta. Per igiene.

 

Una civiltà che confonde quest’uomo con una coscienza non può difendersi.

 

Brivael Le Pogam

 

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Immagine di Finnish Heritage Agency via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International; immagine tagliata

 

 

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Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo

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Pareva un caso sonnacchioso da fine estate.   Una bimba di quattro anni, tale Anna Rosa, Rosa Maria o giù di lì, viene portata all’ospedale di Palermo perché ha la febbre alta, mal di gola e vomito. Al pronto soccorso ci sarà qualche specializzando o un medico consumato dal caldo. La guardano un po’ e la dimettono subito con diagnosi di «tonsillite essudativa febbrile».   Che significa, in parole povere, che ha le placche; anche in agosto, succede; ormai non ci si capisce più niente, sapete quanti ne abbiamo? Prenda l’antibiotico e la tachipirina, e nel caso tornate.   Però la febbre non passa, e quando la riportano in ospedale, due giorni dopo, qualcuno si accorge che non è una tonsillite, ma una difterite. Malattia poco frequente e però curabile, se si prende in tempo. La curano, infatti, ma potrebbe non essere stata presa in tempo, o qualcosa va storto, perché la bimba muore.   Oh be’, sarà un errore medico, uno delle centinaia di migliaia in cui ogni anno incorrono i medici in Italia. Una morte che riempie un trafiletto di colore ed entra dritta dritta nelle statistiche, come quello di Trento, quell’altro di Albenga, quelli di Bari, e così via. Spiace, s’intende.

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Ma ecco che salta fuori che la bambina non era vaccinata, perché i genitori si sono opposti.   La belva apre l’occhio. In un lampo si volta e mette a fuoco la preda.   Partono all’assalto i cosiddetti professionisti dell’informazione. Alla faccia di ogni privacy: sparano il nome e cognome della bambina; il nome e cognome della mamma; il nome e cognome del papà. Chi sono e da dove vengono.   Non c’è ancora nessuna conferma, si attendono gli esami, l’autopsia è ancora di là da farsi. Beh, inezie. Il verdetto è già pronto e strillato nei titoli: BAMBINA NON VACCINATA MORTA DI DIFTERITE I GENITORI SONO NOVAX.    È il lacerante colpo di timpano che dà il via all’osceno sabba intorno al corpicino di Anna Rosa. Ai giornali, ai TG e ai sedicenti esperti non sembra vero di stirare la gobba e rinverdire i fasti del COVID, e fanno a gara per puntare l’indice più a fondo nelle anime straziate di due genitori ai quali è morta una figlia.   Da subito ci si preoccupa di chiarire che i medici non c’entrano niente. L’hanno detto subito, in ospedale: noi abbiamo fatto di tutto. Come non crederci? Lo dice anche il luminare televisivo. Anche se poi si scopre che non solo hanno confuso la difterite con la tonsillite, perdendo tre giorni, ma che a quanto pare hanno recuperato, il 17 agosto, vaccinandola. D’accordo, una volta si diceva che non si vaccina a malattia in corso per via dell’effetto ADE che intensifica l’infezione, ma che sarà mai? I medici e gli infermieri sono i buoni. Sono sempre i buoni, figuriamoci. Ballano perfino Jerusalema   I cattivi invece sono i genitori «novax». La morte è colpa loro. Capite, mamma e papà? Lo spiegano i virologi con il muso bianco di cerone: la colpa è solo vostra. Della vostra scelta di non vaccinare Anna Rosa, della vostra riluttanza, ignoranza e diffidenza antiscientifica.   Non importa se nella sola Europa l’obbligo vaccinale anti-difterite è sconosciuto in Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. Che è come dire 260 milioni di abitanti nelle quali non si scorge alcuna ecatombe.   Non importa nemmeno se in Italia il tasso di mortalità all’introduzione del vaccino, nel 1939, era stabilmente basso da vent’anni; non importa se negli anni successivi è perfino aumentato ed è andato a diminuire solo dal 1946, con la fine della guerra e il miglioramento delle condizioni di vita. Se non ci si vaccina, ci si ammala e si muore: parole famose, degne del marmo. La piccola è morta per causa vostra, cari genitori. Altre ragioni non ce ne sono. Siete colpevoli.   È tutto un po’ folle e campato in aria, ma l’azione va a segno. La mamma di Anna Rosa ne è ferita e sfoga il suo dolore su Facebook, respingendo tutto. Denuncia l’errore medico, osserva che la difterite è ancora un sospetto, e ricorda che in casa ha una bara bianca e che solo Dio può giudicare. Sciocchezze. La povera donna ha il torto di rifarsi a quelli che in tempi di maggior decenza si chiamavano rispetto, prudenza, tatto, umanità, timor di Dio. Nulla le viene perdonato, anche perché il suo messaggio, giustamente, non si cura affatto del decoro: è senza punteggiatura, ha una sintassi sconnessa e indulge ad abbreviazioni come «ke» per «che», e «xke» in luogo di «perché».   La madre della bambina morta viene dunque derisa a sangue dalla schiera degli esseri superiori che scrivono pulito. Un’ignorante, dicono sguaiatamente, ed è il meno; un’analfabeta, non fa meraviglia che creda in Dio.

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Del resto, è del quartiere Zen di Palermo, o no? Ci pensa un articolo illuminato a rivelare che qui, come in certe tribù del Borneo, ci sia una «radicata credenza popolare» secondo cui i vaccini siano legati all’autismo, per cui la gente rifiuta l’esavalente. Si informa, peraltro, che allo Zen i ragazzini circolano su moto truccate, girano come ridere coltelli e armi, a capodanno sparano e il parroco è minacciato. Non c’entra nulla, è chiaro, ma tant’è. Siamo tra i selvaggi.   Si alzano sospiri, si scuotono teste: a gente così andrebbero tolti i figli.   Detto, fatto. Si muovono i pezzi da novanta. La Procura competente iscrive mamma e papà, a lettere di pece, nel registro degli indagati per omicidio colposo. Omicidio della loro figlia di quattro anni.   Il Tribunale per i minorenni, per non essere da meno, fa partire degli accertamenti per valutare la loro responsabilità genitoriale. Già, perché hanno altri tre bambini: e glieli porteranno via.   Non solo: avvia un’operazione, definita «urgentisssima», in grande stile. «A partire dal primo giorno di scuola i Carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari di Palermo nord per scovare i bambini non vaccinati». Proprio così, scovare.   La storia continua e non terminerà a breve, ma già da questo si capisce che a Palermo si è riproposto il terno che sei anni fa è uscito su tutte le ruote e ha sbancato l’Italia tutta.   A questo punto, per comprendere bene conviene rivolgersi alla smorfia napoletana, la più titolata, rodata e attendibile.   Innanzitutto si deve considerare la propaganda, affidata ai giornalisti impapocchiati, ai luridi programmi televisivi, ai virologi drogati. Loro, il compito di dare l’accelerata improvvisa, di montare il caso dicendo tutto anche se non si sa niente. Prestigiatori dell’apparenza, stringono un qualunque effetto alla causa che viene loro additata, a scorno di ogni logica, senza timore alcuno. Strillano all’unisono, berciano, battono la grancassa, la buttano in caciara, fanno gran mostra di civici sdegni e invocano il pugno duro.    La smorfia discretamente suggerisce il 4, «’o Puorco».   Tra i significati del numero ci sono anche la Casacca, che si gira e si volta con la convenienza; il Carnefice, colui che fa il lavoro sporco di sgozzare e imbrattarsi; la Bara Vuota, emblema del nulla spacciato per tragedia, come a Bergamo; e, naturalmente, i Pupazzi e il Servo.   Com’è ovvio, la propaganda nulla fa se non ci sono orecchie per ascoltare e bocche per ripetere e amplificare.   E qui entra in gioco l’innumere e garrulo esercito dei vigliacchi, dei mezzi sapienti la cui cultura affonda le radici nei libri di Piero Angela o di Biglino, degli sputacchioni di schermi, degli spiritosissimi, degli statisti da bar, dei rospi ricoperti di veleno. I loro versi assordano come lo starnazzo delle oche alla vista del pastone, ignare dei fornelli che si scaldano alle loro spalle.   Sono i fiancheggiatori, gli utili idioti, la falange quadrata in cui una testa vale l’altra e tutte insieme non valgono uno zero. L’esponente tipico si distingue per la cattiveria: perché l’italiano, checché se ne dica, è cattivo. Basta farsi un giro sui social, dove la melma ribolle più acre, per rendersi conto della pochezza e della mancanza di umanità con cui il bastardume italico tratta le tre cose su cui non è lecito scherzare mai: l’innocenza dei bambini, la misericordia di Dio e il dolore dei genitori.   La smorfia napoletana, a colpo sicuro, indica il 71, «l’Ommo ‘e Merda». Il numero si riferisce peraltro anche al Corvo, egida di queste ripugnanti creature; all’Allegria, loro livido connotato; al Gelo, perché tanto e di natura infernale ce ne vuole in cuore, per fare quel che fanno e come lo fanno; all’Inquisizione, nel duplice senso di tribunale ma plebeo, da pescivendole e tricoteuses e di delazione e caccia all’uomo; al Carcinoma, poiché infine questo sono, e della specie più malodorante, rispetto al corpo del disgraziato nostro Paese.

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L’ultimo estratto della terna è il 90, «’a Paura». L’abbinamento alla vicenda sembra banale tanto è semplice, ma a ben vedere c’è di più. La smorfia, che le verità maggiori le indica per accenni, tra i significati riporta il Quirinale: e non è dubbio che con ciò voglia intendere lo Stato italiano nella sua essenza.   Già, perché lo Stato fa paura.   Fa paura in quanto dallo Stato c’è soprattutto da aspettarsi il Male. I suoi bracci operativi, esplica la smorfia, sono il Magistrato che gli conferisce la patente di legittimità e il Generale che lo esegue con la forza. La tenaglia lo si vede tutti i giorni si inceppa quando c’è da far rispettare il Bene, il Giusto, la tutela degli inermi, la protezione dell’uomo comune, della famiglia, dell’ordine naturale. In questi casi, quando non fa difetto il magistrato non risponde il generale; e così si forma la convinzione comune che lo Stato sia un ente floscio, imbelle, malfatto e deforme, buono solo a farsi buggerare e ridere dietro.   È un inganno. Laddove lo Stato vuol far valere le cose che gli stanno più a cuore si strappa la maschera di buon minchione, e si svela nella sua vera natura di Moloch.   C’è da far seccare una radice? Da esigere un sacrificio della vita, della libertà, della dignità? Occorre opprimere qualcuno? La tenaglia funziona a meraviglia. Preceduta dalla propaganda di regime e invocata dalla turba dei vili, lo Stato irrompe con la pesantezza di un elefante indiano in piena corsa, stritolando tutto ciò che trova. Il magistrato, seduto nel castelletto sulla groppa, muove il suo bastoncello, imperturbabile, velato da mille cortine di seta; il generale, alle redini, spinge l’animale a tutta forza contro l’obiettivo.   La famiglia di Anna Rosa ha ben motivo di temere. Lo Stato l’ha presa di mira ed è capacissimo, con il pretesto della morte della bambina, di smembrarla e di alzare le teste dei suoi membri sulle picche per spargere il panico.   Lo Stato infatti non solo fa paura in quanto è da temere, ma fa paura in quanto genera terrore. La paura è il modo con cui il Moloch si alimenta e alimenta i suoi soggetti. L’ideale è quello di una popolazione intimorita e inerme, che si può comandare alzando appena un sopracciglio o con una mezza parola. Un po’ come facevano certi padri antichi, i quali però amavano la prole e ne ricevevano il rispetto, dove lo Stato senza pupille esige solo l’obbedienza e la sottomissione più vieta.

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Colpirne uno per educarne cento: i recalcitranti, e anche soltanto i dubbiosi, devono essere ammaestrati dall’accaduto. Devono avere paura di fare la fine di Anna Rosa, di essere colpiti dalla difterite, di non essere curati, di morire, di essere disprezzati e segnati a dito, di perdere la capacità genitoriale, di doversi svenare in spese legali, di passare anni a combattere oltre i propri mezzi, nella solitudine e nel dolore.   Devono avere paura e chinare la testa davanti a questo mostro di morte che è lo Stato, indicibilmente inumano, ingiusto e violento, che vuol essere onorato come un dio, la cui cifra è proprio la paura e il cui numero è il 90.   Ad esso la smorfia napoletana, dalla quale non si sfugge, alla lettera S offre il significato di Satana.   Massimo Zanetti

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Pensiero

Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea

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Avevamo visto, pochi giorni fa, il clamore per la decisione dello Stato del Massachusetts, che ha di fatto autorizzato – come tanti altri Stati, non solo americani… – l’aborto sino alla nascita.

 

Avevamo spiegato: un feto è considerato «a termine a sette mesi», quindi ucciderlo a nove è uccidere un bambino, non è ancora un aborto post-natale, ma la differenza qual è? Avevamo quindi parlato del solito pendìo scivoloso: è chiaro che stiamo andando incontro al figlicidio vero e proprio. Non ci piove: tempo qualche anno, ed uccidere bambini già belli cresciuti sarà ritenuto legittimo (lo è già con l’eutanasia infantile, partita in Canada e nel Benelux, partendo magari dai bambini autistici).

 

La realtà ci ha superati nel giro di poche ore: l’America è rovesciata dal caso Lindsay Clancy la madre che ha ucciso tutti e tre i suoi figli, e sembra essere diventata l’eroina della porzione progressista della popolazione non solo statunitense. Abbiamo mandato su Renovatio 21 le immagini pazzesche della folla di donne rosavestite che accolgono la sua macchina fuori dal tribunale dove sta venendo giudicata. Ora vi sarebbe già un caso copycat, una madre che ha emulato uccidendo i suoi piccoli.

 

È incredibile ma una fetta gigante del popolo USA, quello intossicato dal femminismo e dal progressismo oltranzista, radicalizzato dagli algoritmi dei social media, ritiene la donna innocente. Eppure la dinamica sembra proprio quella non di un omicidio appetitivo diretto dalla rabbia o dalla follia, ma quello di una strage assai pianificata. La donna aveva chiesto al marito Patrick di uscire di casa per ritirare una cena da asporto e acquistare dei medicinali (ancora…), cosa che lui ha prontamente fatto. Rimasta sola, la donna ha aggredito i tre figli: Cora (5 anni), Dawson (3 anni) e Callan (8 mesi). Lindsay Clancy ha ucciso i suoi tre figli strangolandoli con delle fasce elastiche per l’allenamento.

 

Cora e Dawson sono morti sul colpo per asfissia, mentre il piccolo Callan è deceduto qualche giorno dopo in ospedale per le complicazioni. Subito dopo aver commesso il triplice infanticidio, Lindsay Clancy si è tagliata i polsi e si è gettata da una finestra del secondo piano della casa. È rimasta paralizzata: davanti al giudice compare in sedia a rotelle, elemento che forse contribuisce alla visione dell’assassina come inerme.

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La Clancy era sotto una quantità di psicofarmaci impressionante, tuttavia non è questo il motivo per cui le piccole fan scatenate ne chiedono la liberazione – anzi, a questo tipo di persona non sfiora nemmeno il dubbio che le droghe psichiatriche, pensate per alterare il pensiero e il comportamento, alterino davvero il pensiero e il comportamento, magari in senso omicidiario e suicidario, come del resto scritto nel Black Box Warning, il testo bene evidenziato per legge nel bugiardino.

 

È chiaro che, in fondo, dietro all’improvvisa causa della «psicosi post-partum» abbracciata dalla massa democratico-femminoide, c’è l’idea che la strage figlicida, se non un ancora diritto, sia al momento, una debolezza sulla quale chiudere un occhio.

 

È il ribaltamento infernale: il carnefice diventa vittima. È, sul serio, il Regno Sociale di Satana.

 

Proprio pensando all’Inferno, o meglio, letteralmente all’Ade, che ci viene in mente la figura che può risolvere la dissonanza cognitiva che ci provoca la visione delle donne che celebrano non solo l’uccisione dei bambini, ma dei propri figli.

 

Ecco che pensiamo a Medea. Il suo nome, in greco Μήδεια, significa esattamente «la pianificatrice».

 

Secondo la tragedia di Euripide Medea uccide i figli per vendicarsi del marito Giasone, che, arrampicatore sociale, vuole sposare Glauce, figlia del re, e quindi ereditare il potere sulla città di Corinto.

 

Medea, che veniva dalle barbare terre della Colchide (il Caucaso tra la Georgia, l’Armenia, la Turchia attuali) e che aveva aiutato Giasone a recuperare il Vello d’Oro innamorandosene al punto da tradire la sua stessa famiglia, procede con la vendetta più mostruosa: con un maleficio, brucia Glauce facendole indossare una corona e un abito da sposa che di colpo sprigionano una fiamma che consuma le carni della rivale come pure del padre re di Corinto accorso ad aiutarla.

 

Poi, l’atto ancora più centrale del suo piano: uccide due figli avuti da Giasone, Mermero e Fere, e fugge a bordo del mitico carro solare trainato da draghi alati. La vendetta è compiuta: il suo uomo non avrà più discendenza. Lei invece, rifugiata ad Atene, sposa il re Egeo dandogli un figlio, Medo.

 

Il mito, ho sempre pensato, ci racconta di qualcosa di cui abbiamo contezza nel corso della nostra esistenza: la capacità estremamente distruttiva dell’energia femminile, che è in grado di trasformare una madre nel suo opposto, la «madre terribile».

 

C’è questo aspetto ctonio e terrifico che vive nel femminile. Nel saggio L’archetipo della Madre (1938), Carlo Gustavo Jung descrive l’archetipo del femminile con un elenco di qualità opposte e ambivalenti: accanto a saggezza e protezione, vi è il segreto, l’occulto e il tenebroso, l’abisso e il mondo dei morti, ciò che divora, seduce e intossica, ciò che genera angoscia e ineluttabilità.

 

Il punto centrale in Jung è proprio questa ambivalenza strutturale: la Grande Madre non è mai solo nutrice, ma sempre anche «madre terribile». E cioè – pensate alla favola di Hansel e Gretel, diviene una strega.

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Per quanto nelle trasposizioni contemporanee, tra teatro e film, la questione sia sorvolata, ricordiamo che Medea , nella mitologia greca, è considerata una strega (φαρμακίς, pharmakís, maga, avvelenatrice) per eccellenza. Medea è nipote di Elios (il Sole) e nipote della maga Circe, sorella di suo padre Eete, re della Colchide. Appartiene quindi a una stirpe direttamente connessa alla stregoneria: è sacerdotessa di Ecate.

 

Ecate, per la mitologia greca, è la dea della magia, della notte, degli incroci e degli Inferi, protettrice dei passaggi e delle soglie.

 

La continuità dell’archetipo della figlicida con il mondo delle streghe è dichiarata. Di qui possiamo interrogarci sull’appropriazione che le femministe ancora negli anni della contestazione fecero della questione – «Maschi / Tremate / Le streghe son tornate» – facendo percolare la simpatia per le maghe nel sentire pubblico, per cui, oggi, è impensabile dire pubblicamente qualcosa di diverso da: «le streghe erano solo delle povere donne perseguitate dalla Chiesa e dal patriarcato per la loro libertà, sono vittime di persecuzione bigotta e maschilista, etc.»

 

Anche qui, guardiamo l’inversione: il carnefice diventa vittima. Perché che le streghe fossero cattive, come nelle favole, era chiaro a tutti. Chi ha parenti non urbanizzati che hanno vissuto il primo Novecento (fino, praticamente, al boom e al disastro sociale conseguente) può confermare che storie sulle streghe di Paese ancora circolavano.

 

E cosa fanno queste streghe? Malefici, sussurrano, sacrifici animali, forse peggio. Invidiano, maledicono altre donne, altre famiglie. Agiscono la magia (le ligature, si chiamano ancora da qualche parte in Italia) di conseguenza. Ma non solo questo.

 

È il momento in cui tiriamo fuori il Malleus Maleficarum, il «martello delle streghe», il manuale pubblicato in Germania dall’inquisitore Heinrich Krämer nel 1486, poco prima che lì esplodesse la peste luterana. Leggiamo la Quaestio XI del Malleus, che recita: «quod obstetrices malefice conceptus in utero diversis modis interimunt aborsum procurant et ubi hoc non faciunt demonibus natos infantes offerunt». E cioè: «Le streghe ostetriche in diversi modi uccidono nell’utero i concepiti, provocano l’aborto, e se non fanno questo, offrono ai diavoli i bambini appena nati».

 

Ebbene, le streghe uccidevano bambini. Erano mammane, e non solo facevano aborti, ma uccidevano i bambini appena nati. Sì, esattamente come succedere per legge o coram populo, ora. Negli anni abbiamo descritto altri sorprendenti parallelismi con il mondo moderno, in ispecie riguardo ai vaccini: il Malleus parla anche di pedofagia stregonesca, i bambini venivano uccisi e mangiati – proprio come nelle favole. I sieri, tra cui quelli anti-COVID, fatti con feti abortiti sono delle pozioni fatte con pezzi di questi bambini sacrificati e resi indegno cibo, inflitto a tutta l’umanità in quello che sappiamo essere un progetto infernale.

 

Rendere Medea, la mater terribilis, come paradigma della maternità – con lanci pubblici di coriandoli di menadi che inneggiano alla stragista figlicida – significa, più in profondo, cambiare il mondo pure nella sua visione umana. Se anche l’essere che esprime l’amore più puro e gratuito, la madre, diviene mostruosa e assassina, il mondo diventa solo sofferenza e sacrificio al più forte, diventa orrore e piena accettazione del Male inevitabile, divinamente programmato. Ecco la «Natura matrigna» di Leopardi, fatta imparare ai nostri figli da una scuola il cui canone letterario è stato creato ad arte dai massoni.

 

Il bambino, ragazzo uomo che studia per alla «Natura matrigna» è una creatura pronta a farsi sacrificare, alla madre terribile o a qualsiasi altro dio – incluso il dio vaccino.

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Osannare la madre che uccide i figli è un attacco atto a demolire la legge naturale. È proclamare che l’essere umano, pure nella sua fase più innocente, non è al sicuro mai. Notate: in tutti i casi in cui accade, da Medea alla Clancy e alle sue copycat, il padre, guardiano della sua famiglia, è allontanato per procedere all’assassinio dei bambini. Il padre, il protettore, è escluso per il tempo necessario a eliminare la sua discendenza: il maschio, privato del suo ruolo primigenio di difensore, è punito e umiliato. Anche fuori dalle storie di sangue, lettore può pensare da solo come il divorzio giochi dentro questo disegno malvagio.

 

Siamo quindi davanti al tratto finale della lotta femminista. Come per Medea, come per le streghe, è il patriarcato ad essere colpito la cuore. E quindi, quello che stiamo vedendo emergere qui, nei fiumi di sangue dei figli uccisi, è un primo assaggio del ritorno del Matriarcato, con la sua violenza crudele ed inspiegabile, la violenza femminile tellurica, la violenza infernale di Ecate. Lasciata libera di scorrere senza più il contrasto del principio maschile, l’energia femminile diviene massacro.

 

Dovrebbe essere chiaro: se il mondo non torna in sé, quello che stiamo vedendo con il caso Clancy e con gli epigoni non è cronaca nera, è una sbirciata nel futuro mostruoso che ci aspetta.

 

È l’Umwertung aller Werte, la «trasmutazione di tutti i valori» di cui parlava Nietzsche, chissà perché anche quello fatto studiare nelle nostre aule. Tutto è invertito, persino l’amore materno.

 

Nel mondo della Necrocultura, le mamme divengono quindi streghe assassine. E non è una metafora, né una fiaba, né un mito. È la nostra realtà.

 

Roberto Dal Bosco

 

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 Immagine:
Eugène Delacroix (1798–1863),
Medea (1838), Palais des Beaux-Arts, Lille

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata

 

 

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