Pensiero
Addio al grande filosofo Piero Vassallo. Addio ad un amico
È morto Piero Vassallo.
Per molti è stato il più grande filosofo cattolico della tradizione italiana. Per me è stato, sopra ogni cosa, un grande amico.
Ci eravamo conosciuti quando uscì il mio primo libro, oramai una decade fa. Mi chiamò e parlammo a lungo: era chiaro che ci eravamo trovati, condividevamo una stessa linea di pensiero di pensiero, solo che lui aveva dalla sua una cultura sterminata, decenni di studio alle spalle (quando si studiava veramente, e non ci si improvvisava con Google) e un’esperienza di vita lunga quasi un secolo.
Piero ricordava la guerra. Piero ricordava il dopoguerra. Piero ricordava tutto l’impatto dell’era moderna sul nostro mondo. A differenza di altri, aveva gli strumenti per capire quello che stava per accadere. Sentiva, sapeva che una Civiltà fondata sull’essere si stava piano piano sgretolando, per essere rimpiazzata da una devastazione votata al niente. Cristo sostituito dal nichilismo assassino e da idoli pagani: questa tendenza, oggi patente, era visibile già 60 anni fa, e Piero lo aveva presente già allora.
La precognizione era aiutata dal fatto di aver collaborato con il cardinale Giuseppe Siri. «Dopo di di questa era, sarà il diluvio gnostico» Piero mi disse in una delle nostre innumeri telefonate serotine, parafrasando un pensiero del cardinale Siri. «Quando parlavamo degli gnostici, all’epoca, la gente rideva. Non sapevano cosa fosse: “ma lo hai mai visto, uno gnostico”? Poi si è visto cosa è successo».
Il diluvio gnostico è arrivato, e Piero aveva ogni strumento di pensiero per anticiparlo, diagnosticarlo ed esorcizzarlo.
La risorgenza del paganesimo, la corsa a perdifiato della società verso la Necrocultura (aveva scritto nel 1994 un libro, Ritratto di una cultura di morte. I pensatori neognostici), l’attitudine sempre più esplicita del pensiero moderno a tollerare, se non a spingere, il ritorno del sacrificio umano era al centro di tante nostre conversazioni. Piero ne aveva scritto in un romanzo pubblicato negli ultimi anni, Il treno nella notte filosofante – Cronaca di un viaggio tra incubo e teologia. Pur essendo un romanzo satirico, vi era tante cose, anche atroci in modo innominabile, che derivavano da decenni di vita vissuta scandagliando gli abissi della realtà.
Piero, docente alla facoltà di Teologia, rifiutava quello che vedeva avvenire nelle Università. Un lancio di agenzia del lontanissimo 1994 raccoglieva le sue dichiarazioni su Emanuele Severino, Massimo Cacciari ed Elémire Zolla «cattivi maestri»: «Sono tanti i docenti universitari che insegnano una cultura esoterica, invitando gli studenti a vivere in funzione della morte, in un rapporto con la natura senza più briglie che porta ad abbandonarsi totalmente agli istinti».
Riteneva che dietro a molti fatti di cronaca nera (erano gli anni dei sassi dal cavalcavia, delle stragi del sabato sera, dei morti allo stadio) con protagoniste le nuove generazioni «c’è indubbiamente uno sfondo di irrazionalismo neopagano», una cultura che più che nichilista era intimamente esoterica, una cultura che da qualche parte, con fori e sistemi di irrigazione poco visibili ma precisi, era percolata alle masse.
Una delle cose su cui ci trovammo subito, era nel rifiuto di Julius Evola, che Piero aveva conosciuto di persona. Da decenni gli era divenuto chiaro quale danno le fumisterie magico-pagane di Evola avessero causato alla destra italiana (di cui era cartografo vero, non come Marcello Veneziani) e più in generale, a generazioni di ragazzi a cui invece che raccontare il primato ontologico dell’Essere di San Tommaso d’Aquino venivano iniettate dosi di nulla a base di neopaganesimo, buddhismo tantrico, «teoria dell’individuo assoluto» e via perdigiornando. Avevamo un progetto di libro su Evola – con già il titolo pronto, Il virus Evola – di cui è rimasto lo scheletro, ma l’introduzione doveva essere di Piero, che era entusiasta di questo primo vero libro scritto contro il filosofo purtroppo egemone della destra del dopoguerra.
Da membro della commissione diocesana sulle sette religiose di Genova, si espresse contro l’insegnamento del pensiero tedesco più oscuro che d’un tratto era propalato a piene mani da università e licei: «autori come Nietzsche e Heidegger, pendagli del nazismo, siano dati in pasto agli studenti in modo totalmente acritico. Ed ancor più assurdo è il fatto che a dare loro questo insegnamento siano intellettuali ex marxisti. Non c’è dubbio che dopo la caduta del comunismo, l’unico baluardo in difesa della ragione sia rimasta la Chiesa cattolica».
Per questo, chiaramente, libri più o meno sottilmente anticristiani erano stati fatti circolare da una casa editrice che nei decenni era stata oggetto degli strali di Piero, che la riteneva di essere portatrice di un «pericoloso progetto anticristiano» che secondo lui seguiva un piano «volto a creare scompiglio tra gli studiosi credenti». Nel suo libro del 1996 , Piero aveva parlato di una nuova sinistra che si stava impadronendo dei testi teoricamente afferenti destra ma con una finalità esoterica. Un catalogo, scriveva in Ritratto di una cultura di morte, che «rispecchia stati d’ animo che sono al di là del bene e del male, della destra e della sinistra: è la radunata di tutti gli autodistruttori e di tutti gli autosconvolti; l’epilogo dell’ avventura moderna, la luce compiuta del “rinascimento”. Nietzsche e Guénon: la musica del futuro spenta da un incantamento antichissimo. Babele, o cara!».
Non si tratta di puri voli intellettuali. Queste visioni finirono, ad un certo punto, in un interrogazione parlamentare. 12 maggio 1993, un deputato missino chiedeva se fosse noto al governo che «numerosi componenti di organizzazioni cattoliche impegnate a contrastare la diffusione di pericolose sette pseudoreligiose (…) segnalano allarmati quanto avvenuto domenica 9 maggio 1993, durante la trasmissione televisiva di RAI 3 Babele». «Babele o cara», appunto. Durante il programma avevano parlato due autori di certa fama, di certa importanza nel sistema editoriale italico – due di quel catalogo combattuto con forza da Piero. Uno, disse il deputato in Parlamento, «avrebbe affermato che oggi la “via più diretta per avvicinarsi al divino” sarebbe lo stupro e l’esperienza dell’orribile», mentre l’altro «avrebbe chiarito con un esempio il significato delle parole» dell’altro, «e cioè che l’esperienza del “divino” si compie mediante riti di impossessamento, citando come ottima concretizzazione del concetto i riti della “religione” sincretista afro-americana del vudù (la “religione” degli zombi, che sono appunto degli impossessati)».
Sembra un romanzo fantasy, ma tutto questo succedeva del nostro Paese – e succede ancora oggi, solo che non vi sono le menti come quelle di Piero per comprendere con lucidità il disegno sottostante. E non c’è più nemmeno il coraggio per gridarlo come faceva vassallo.
Aggiungo, come nota più o meno leggera Pierangelo disprezzava sommamente anche la presenza del «gobbo di Recanati», come lo chiamava lui, nei programmi scolastici. Trovava che uno Stato serio avrebbe dovuto togliere immediatamente Leopardi dai libri di scuola. La dottrina cosmo-pessimistica del gobbo – con la natura matrigna, la vita fatta di dolore e basta, etc. – di fatto, più che spiritualismo orientaleggiante para-schopenaueriano, costituisce una pura gnosi – in realtà, la gnosi della sfiga. Questa cosa della gnosi della sfiga, quando mi spiegava la tossicità di Leopardi, lo pensavo io, perché, come molti studenti italiani, l’ho sempre pensato: come è possibile che uno così, con una storia così, sia studiato a scuola, con le poesie a memoria? Come si può allevare una Nazione sul modello di uno che guardava da lontano colline, siepi e donzelle, e che a Silvia mai ha trovato il coraggio di fare un semplice invito per un caffè?
Non trovo più parole, adesso. Piero le avrebbe trovate. La sua prosa era irta di termini desueti ed irresistibili: fòmite, umbratile, astrolabio. Il suo stile era inarrivabile: secco e sorprendente, autorevole e godibilissimo, che talvolta provocava impagabili sonore risate. Come dimenticare miriadi di espressioni di originalità eccezionale che con eleganza prendevano per i fondelli soloni e catto-insiemi vari: «apostoli dell’urofilia», «lanciatori di coriandoli», «discepoli dell’ortica amazzonica».
Tuttavia, non è con i contenuti filosofici della sua battaglia, né con le sue somme capacità artistiche, che voglio chiudere il mio ricordo.
Voglio scrivere di una cosa che mi aveva detto in una di quelle telefonate, rigorosamente sulla linea fissa, che si inoltravano fino alle ore piccole.
Quella notte, Piero mi fece il dono del racconto della sua conversione.
Chissà che storia mi aspettavo. Un filosofo, un teologo di quel livello, chissà tramite quale illuminazione ideale era pervenuto a Cristo. Quale momento di lucidità intellettuale soprannaturale. Quale potente pensiero metafisico, metastorico….
E invece, mi raccontò invece qualcosa di più profondo, di più struggente.
Negli anni Cinquanta, mentre era in auto, credo in Piemonte, in tour per il partito, fece un incidente spaventoso – mi disse che nella vita aveva ricevuto l’estrema unzione due volte, forse questa era la prima, penso.
Finì, fracassato, in ospedale. Era giovane, era forte tuttavia era spaventato da quello che gli era successo, e da quel luogo. La sua anima stava cercando di fare i conti con questa incomprensibile lezione dell’esistenza. Forse, aveva toccato i limiti del suo pensiero: quello che aveva studiato, quello che gli aveva trasmesso il movimento politico, quello che aveva vissuto sino a quel momento non gli aveva dato strumenti necessari per capire ciò gli era successo, e che gli poteva succedere in ogni momento – la vita, la morte… il loro significato.
Fu lì, a quel punto, che il giovane Piero fece un incontro che gli cambiò la vita. Entrato forse erroneamente, in una stanza dell’ospedale, trovò un signore steso sul letto. Si trattava di un uomo semplice, un signore che probabilmente stava già molto male. Aveva chiaramente tanta voglia di parlare, soprattutto con quel giovane che aveva lì davanti.
Il signore attaccò raccontando subito che era di Abano Terme, e la casa della sua famiglia era quella che vedi sulla collina arrivando da Est, come ad intendere che anche l’interlocutore doveva per forza avere cognizione di quella casa. Piero, genovese non esattamente habitué delle terre venete, annuiva, fingendo di sapere perfettamente di cosa stesse parlando.
L’uomo continuò: parlava della sua famiglia, dei suoi figli, dei suoi genitori, dei suoi parenti. Poi, come un fiume in piena, quell’uomo semplice cominciò a parlare di Dio. Del Signore Gesù Cristo. Con ogni evidenza, anche sul punto di morire, quell’uomo viveva una fede profonda. Era qualcosa di immenso, qualcosa davanti al quale non era possibile rimanere impassibili. Era un insegnamento sconvolgente, da una fonte inaspettata, da raccogliere immediatamente.
Quel signore, senza nessuna riflessione intellettuale, sapeva perfettamente cosa stava facendo, dove stava andando. Quel signore, nel momento più oscuro, aveva dentro qualcosa di invincibile: sentiva la continuazione di sé oltre la morte nella sua famiglia e nel piano di Dio. Sentiva la continuazione dell’essere al di là di sé. Era una realizzazione semplice e infinita. Era, in una parola, la fede.
Quell’uomo, dopo non molto, morì.
Fu a quel punto che Piero, mi raccontò, aveva trovato la fede. E non l’ha persa mai più. L’ha difesa con ogni fibra del suo essere, con la sua mente, la sua esistenza, la sua anima.
Sì, tu puoi usare le parole della Seconda lettera a Timoteo (4, 6-9): «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».
Addio Piero, amico mio.
Quanto ti sono grato, per quello che mi ha trasmesso, per quello che vedevi in me, per quello che hai dato al mondo, ora lo sai.
Ti voglio bene.
Roberto Dal Bosco
I funerali di Piero Vassallo si terranno a Genova domani, venerdì 1 luglio, alle 8.30 nella chiesa di Sant’Anna di via Magenta.
Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico. E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero. Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier. La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato. Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri. Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà. Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi. Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé. E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers) — Naval (@naval) June 18, 2026
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci. Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti. Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo. Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella. Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai. Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera. Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire. Ma in fondo, sa già di aver perso. Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale. L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani. È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso. La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione. Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato. Brivael Le PogamIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Pensiero
Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata
Ann Widdecombe, ex parlamentare britannica e star televisiva, è stata assassinata.
La polizia britannica sta indagando sulla morte della Widdecombe, 78 anni, trovata ferita e senza vita nella sua casa nel Devon, in Inghilterra, il 9 luglio. Secondo il Daily Telegraph, la polizia del Devon e della Cornovaglia sta cercando «un uomo bianco» come sospetto della sua morte. La notizia del decesso della Widdecombe è stata diffusa dai giornali britannici questa mattina senza alcun riferimento a un atto criminoso.
Secondo le ultime notizie, un uomo di 26 anni, descritto dalla polizia come un «cittadino britannico bianco», è stato arrestato in relazione al suo omicidio.
Convertita al cattolicesimo e attivista pro-vita, la Widdecombe si è fatta amare dai britannici grazie alle sue apparizioni sorprendentemente popolari nei programmi televisivi Strictly Come Dancing e Celebrity Big Brother.
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La Widdecombe è stata deputata conservatrice dal 1987 al 2010, successivamente membro del Brexit Party e poi del Reform Party.
Si tratta del secondo omicidio di un politico cattolico pro-life di alto profilo in Inghilterra in questo decennio. Sir David Amess, membro del Parlamento per 38 anni e amico di Widdecombe, è stato assassinato sul posto di lavoro nel 2021 dall’islamista Ali Harbi Ali.
La figlia di Amess, Katie, ha rilasciato una dichiarazione. «Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Ann Widdecombe», ha scritto. «Ann è stata un’amica leale e di lunga data di mio padre, Sir David Amess, e la nostra famiglia le sarà sempre grata per la gentilezza, la forza e la dignità che ha dimostrato nei momenti più difficili della nostra vita».
«L’elogio funebre che ha pronunciato per mio padre nella Cattedrale di Westminster, e la compassione che ci ha dimostrato nei giorni e nei mesi successivi alla sua scomparsa, hanno rispecchiato il meglio del suo carattere: caloroso, integerrimo e incrollabile nel suo sostegno a coloro a cui voleva bene», ha continuato Katie Amess. «L’amicizia di Ann significava moltissimo per mio padre, e le sue parole hanno portato conforto a tantissime persone che gli volevano bene. Oggi la ricordiamo con affetto e rispetto, e porgiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. Possa riposare in pace».
L’assassino di Amess, secondo alcuni, aveva legami con i terroristi islamisti somali al-Shabbab, ai quali il governo italiano, tempo prima, aveva pagato un lauto riscatto per una cooperante rapita e poi tornata sorridente e convertita all’islam.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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