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Verso il liberalismo omotransumanista. Tucker Carlson intervista Dugin

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Il giornalista americano Tucker Carlson ha pubblicato una potente intervista con il filosofo russo Aleksandr Dugin. La conversazione è stata pubblicata lunedì sul sito Tucker Carlson Network e sul suo canale YouTube.

 

L’incontro è avvenuto durante in viaggio di Carlson a Mosca – città nella quale Dugin gli dà il benvenuto – per la notoria intervista che il californiano ha ottenuto con il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.

 

Come riportato da Renovatio 21, Dugin in un editoriale aveva sottolineato l’intervista di Carlson a Putin come un evento epocale in grado di riunire due anime della società russa, sia quella tradizionalista che quella filo-occidentale. Durante il suo soggiorno a Mosca – dove secondo alcuni sarebbe pure scampato ad un attentato, cosa di cui non vuole parlare – Tucker ha voluto incontrare Dugin, perché, racconta, curioso delle sue idee.

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Nella sua introduzione, il giornalista statunitense – dopo aver detto di credere ai servizi segreti americani quando dicono che la figlia di Dugin, Darja Dugina, è stata uccisa dagli ucraini – racconta di essere interessato a sentire qualcuno i cui libri sono stati proibiti dall’amministrazione Biden: quando lavorava ancora a Fox, Carlson fece un servizio sull’improvvisa sparizione dei libri di Dugin da Amazon, fenomeno notato da Renovatio 21 due mesi prima.

 

Parlando con il filosofo, ha quindi deciso di filmare i discorsi. Secondo Alex Jones, Carlson avrebbe filmato molto materiale, di cui è uscito questo segmento editato.

 

La conversazione pubblicata, della durata di 20 minuti, è stata particolarmente ricca di spunti di pensiero.

 

 

Carlson chiede a Dugin cosa sta succedendo nei paesi di lingua inglese: «gli Stati Uniti, il Canada, la Gran Bretagna, la Nuova Zelanda, l’Australia hanno deciso all’improvviso di rivoltarsi contro se stessi con questo grande tumulto. E alcuni comportamenti sembrano molto autodistruttivi. Da dove pensa, come osservatore, che provenga questo?»

 

«Credo che tutto sia iniziato con l’individualismo» risponde Dugin. «L’individualismo era una comprensione sbagliata della natura umana, della natura dell’uomo. Quando si identifica l’individualismo con l’uomo, con la natura umana, si tagliano tutti i suoi rapporti con tutto il resto. Quindi si ha un’idea molto particolare del soggetto, del soggetto filosofico come individuo».

 

Qui Dugin offre una visione in linea con quella del tradizionalismo cattolico: «tutto è iniziato nel mondo anglosassone con la riforma protestante e prima ancora con il nominalismo: l’atteggiamento nominalista secondo cui non esistono idee, ma solo cose, solo cose individuali» spiega il filosofo.

 

«Quindi l’individuo, era la chiave ed è tuttora il concetto chiave che è stato posto al centro di un’ideologia liberale e del liberalismo poiché, nella mia lettura, è una sorta di processo storico e culturale, politico e filosofico di liberazione, dell’individuo, di qualsiasi tipo di identità collettiva, collettiva o che trascenda quella individuale».

 

«Tutto è iniziato con il rifiuto della Chiesa cattolica come identità collettiva, dell’impero, dell’impero occidentale come identità collettiva. Successivamente si è trattato di una rivolta contro uno Stato nazionalista come identità collettiva a favore di una società puramente civile. Dopo quella guerra, nel XX secolo ci fu la grande battaglia tra liberalismo, comunismo e fascismo. E il liberalismo ha vinto ancora una volta. E dopo la caduta dell’Unione Sovietica è rimasto solo il liberalismo».

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«Francis Fukuyama ha giustamente sottolineato che non esistono più ideologie all’infuori del liberalismo… il liberalismo, cioè la liberazione degli individui da ogni tipo di identità collettiva» spiega Dugin, citando il politologo noto negli anni Novanta per la nozione di «fine della Storia» a seguito del crollo del blocco sovietico.

 

«Erano rimaste solo due identità collettive da cui liberarsi: l’identità di genere perché è identità collettiva. Sei un uomo o una donna collettivamente (…) Quindi una liberazione dal genere. E questo ha portato ai transgender, alla comunità LGBT e a una nuova forma di individualismo sessuale. Quindi il sesso è qualcosa di facoltativo».

 

«Questa non era solo una deviazione del liberalismo. Erano elementi necessari per l’attuazione e il vincitore di questa ideologia liberale. E l’ultimo passo non ancora compiuto è la liberazione dall’identità umana. L’umanità è facoltativa. E ora stiamo scegliendo te in Occidente. Stai scegliendo il sesso che vuoi, come vuoi».

 

«L’ultimo passo in questo processo di liberalismo, nell’attuazione del liberalismo, significherà proprio l’umano come opzionale. Quindi puoi scegliere la tua identità individuale per essere umano, e per essere non umano. Questo ha un nome. Transumanesimo. Postumanesimo. Singolarità. Intelligenza artificiale».

 

«Klaus Schwab, Harari, dichiarano apertamente che il futuro dell’umanità è inevitabile. Arriviamo così alla storica stazione terminale: cinque secoli fa, siamo saliti su questo treno ed ora stiamo finalmente arrivando all’ultima stazione. Quindi questa è la mia lettura».

 

«Tutti gli elementi, tutte le fasi di questo, tagliano la tradizione con il passato. Quindi non sei più protestante. Sei un materialista ateo laico. Non hai più lo Stato nazionale che servì ai liberali per liberarsi dall’impero. Ora lo Stato nazionale diventa a sua volta un ostacolo. Ti stai liberando dallo Stato nazionale. Infine, la famiglia viene distrutta a favore di questo individualismo».

 

«E poi l’ultima cosa, il sesso, che è già quasi superato. Sesso facoltativo. E nella politica di genere c’è solo un passo per arrivare agli estremi di questo processo di liberazione, di liberalismo, cioè l’abbandono dell’identità umana come qualcosa di prescritto. Quindi essere liberi dall’essere umani, avere la possibilità di scegliere tra essere e non essere umani».

 

«Questa è l’agenda politica, l’agenda ideologica di domani. Ecco perché, come vedo il mondo anglosassone che mi ha chiesto» dice Dugin a Carlson. «Penso che sia solo avanguardia, perché è iniziato con gli anglosassoni, l’empirismo, il nominalismo, il protestantesimo. E ora siete in vantaggio con gli anglosassoni che sono più prosciugati dal liberalismo rispetto agli altri europei».

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Carlson procede con una domanda di approfondimento: «quindi le opzioni – per come le concepivo crescendo – erano l’individuo che può seguire la propria coscienza, dire quello che pensa, difendersi dallo Stato contro lo statalismo, il totalitarismo incarnato nel governo contro cui si lottava: il governo sovietico. E penso che la maggior parte degli americani la pensi in questo modo. Qual è la differenza?»

 

«Penso che il problema risieda in due definizioni di liberalismo» puntualizza Dugin. «C’è il vecchio liberalismo, il liberalismo classico. E nuovo liberalismo. Quindi il liberalismo classico era a favore della democrazia. Democrazia intesa come potere della maggioranza, del consenso, della libertà individuale. Ciò dovrebbe essere combinato in qualche modo con la libertà dell’altro».

 

«Ora siamo già completamente nella prossima stazione, nella fase successiva: il nuovo liberalismo. Ora non si tratta del governo della maggioranza, ma del governo delle minoranze. Non si tratta di libertà individuale, ma di wokismo. Quindi puoi essere così individualista da criticare non solo lo Stato, ma anche l’individuo, la vecchia concezione dell’individuo. Quindi ora hai bisogno di essere invitato a liberarti dall’individualità per andare oltre in quella direzione».

 

Dugin ricorda di averne parlato con Fukuyama in TV, «Come ha già detto in precedenza, la democrazia significa il governo della maggioranza. E ora si tratta del dominio delle minoranze contro la maggioranza, perché la maggioranza potrebbe scegliere Hitler o Putin. Quindi dobbiamo stare molto attenti con la maggioranza, e la maggioranza dovrebbe essere tenuta sotto controllo e le minoranze dovrebbero governare sulla maggioranza. Non è democrazia, è già totalitarismo».

 

«Ora non si tratta della difesa della libertà individuale, ma della prescrizione di essere woke, di essere moderni, di essere progressisti. Non è un tuo diritto essere o non essere progressista. È tuo dovere essere progressisti e seguire questo programma. Quindi sei libero di essere un liberale di sinistra. Non sei più abbastanza libero per essere un liberale di destra. Devi essere un liberale di sinistra. E questo è una sorta di dovere. È una prescrizione. Il liberalismo ha lottato nel corso della sua storia contro ogni tipo di prescrizione. E ora è diventato a sua volta totalitario, prescrittivo e non più libero com’era».

 

«E le crede che questo processo sia stato inevitabile? Sarebbe comunque successo?» domanda il Tucker.

 

«Percepisco qui una sorta di logica. Quindi un tipo di logica che non è solo un ritorno o una deviazione. Inizi con uno scopo: vuoi liberare l’individuo. Quando arrivi al punto in cui è possibile, viene realizzato. Quindi è necessario andare oltre. Da questo momento inizia la liberazione dalla vecchia comprensione dell’individuo in favore di concetti più progressisti. Non ci si poteva fermare qui. Questa è la mia visione».

 

«Quindi se dici “Oh, preferisco il vecchio liberalismo”, direbbero, i progressisti, direbbero, non si tratta del vecchio liberalismo, ma di fascismo: divieni il difensore del tradizionalismo, del conservatorismo, del fascismo. Quindi fermati qui. O divieni progressista liberale o sei finito, o ti cancelleremo. Questo è ciò che osserviamo».

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«E vedere i sedicenti liberali bandire il suo libro, che non è un manuale per fabbricare bombe o invadere l’Ucraina» dice Carlson. «Sai, queste sono opere filosofiche. Ti dice che non è, ovviamente, non è liberale in alcun senso. Mi chiedo però, quando si arriva al punto in cui l’individuo non riesce più a liberarsi da nulla, quando non è nemmeno più umano. Qual è il prossimo passo?»

 

«Ciò è descritto nei film, nei film americani, nei film, in molti modi. Quindi penso che, sai, tutta la fantascienza, quasi tutta quella del XIX secolo, è stata realizzata nella realtà negli anni Venti. Quindi non c’è niente di più realistico della fantascienza. E se consideriamo Matrix o Terminator, abbiamo tantissime versioni del futuro più o meno coincidenti, il futuro con la situazione post-umana o umana opzionale o con l’Intelligenza Artificiale», replica Dugin.

 

«Hollywood ha realizzato molti, molti, molti film. Penso che rappresentino correttamente la realtà del prossimo futuro. Ad esempio, se consideriamo l’uomo, la natura umana, come una specie di animale razionale, allora con la nostra tecnologia si può produrli, così da poter creare animali razionali o combinarli o costruirli con l’Intelligenza Artificiale».

 

«È una specie di re del mondo. Direi che non solo può manipolare, ma creare realtà perché le realtà sono solo immagini, solo sensazioni, solo sentimenti. Quindi penso che il futurismo post-umanista sia non solo una sorta di descrizione realistica di un futuro molto possibile e probabile, ma anche una sorta di manifesto politico. Questo è un pio desiderio».

 

«Il fatto che i film non descrivono un brillante futuro tradizionale. Non conosco nessun film sul futuro e sull’Occidente che dipinga un ritorno alla vita tradizionale, alla prosperità, alle famiglie con molti figli… e tutto è abbastanza nell’ombra, abbastanza oscuro. Quindi, se sei abituato a dipingere tutto di nero soprattutto nel futuro, quindi questo futuro nero una volta arriva e penso che sia il fatto che non abbiamo altra scelta. O Matrix o Intelligenza Artificiale o qualcosa del genere o Terminator. Quindi la scelta è già fuori dai limiti dell’umanità. E questa non è solo fantasia, credo. Questo è una sorta di progetto politico. Ed è facile immaginarlo, poiché abbiamo visto i film, seguono più o meno da vicino questa agenda progressista, direi».

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Carlson procede con un’ultima domanda, chiedendo del fenomeno per cui «per oltre 70 anni un gruppo di persone in Occidente e negli Stati Uniti, liberali, hanno difeso efficacemente il sistema sovietico e lo stalinismo, e molti vi hanno partecipato personalmente spiando per Stalin, lo ha sostenuto nei nostri media» dice il giornalista. «Amavano Boris Eltsin perché era ubriaco. Ma nel 2000, la leadership di questo Paese è cambiata e la Russia è diventata il loro principale nemico. Quindi, dopo 80 anni e passa di difesa della Russia, si sono messi ad odiare la Russia. Che cosa è tutto questo? Perché il cambiamento?»

 

«Penso che, prima di tutto, Putin sia un leader tradizionale. Quando Putin salì al potere, fin dall’inizio, ha cominciato a sottrarre il nostro Paese, la Russia, all’influenza globale. Così ha iniziato a contraddire l’agenda progressista globale. E queste persone che sostenevano l’Unione Sovietica erano progressisti, che hanno avuto la sensazione di avere a che fare con qualcuno che non condivide l’agenda progressista e che ha tentato con successo di restaurare i valori tradizionali, la sovranità dello Stato, il cristianesimo, la famiglia tradizionale».

 

«Questo non era evidente fin dall’inizio, da fuori. Ma quando Putin ha insistito sempre di più su questa agenda tradizionale, direi, sulla particolarità e spiritualità della civiltà russa come un tipo speciale di regione del mondo che aveva e ha ora, pochissime somiglianze con i progressisti, gli ideali progressisti. Quindi penso che abbiano scoperto, abbiano identificato cosa esattamente è Putin. È una sorta di leader, un leader politico che difende i valori tradizionali».

 

Solo di recente, un anno fa, Putin ha emanato un decreto di difesa politica dei valori tradizionali. É stato un punto di svolta, direi. Ma gli osservatori del campo progressista in Occidente, penso che lo abbiano capito correttamente fin dall’inizio del suo governo. Quindi, questo odio non è solo casuale, qualcosa di casuale o uno stato d’animo. Non lo è… È metafisico».

 

«Quindi, se il tuo compito principale e il tuo obiettivo principale è distruggere i valori tradizionali, la famiglia tradizionale, gli stati tradizionali, le relazioni tradizionali, le credenze tradizionali e qualcuno con l’arma nucleare – questo non è l’argomento più piccolo, ma nemmeno il meno importante – può resistere e difendere i valori tradizionali che stai per abolire… Ecco, penso che ci sia qualche fondamento per questa russofobia e per l’odio per Putin. Quindi non è solo un caso. Non si tratta di un cambiamento irrazionale dal filosovietismo alla russofobia. È qualcosa di più profondo direi. Questa è la mia ipotesi».

 

Tanto, tanto materiale su cui riflettere.

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Immagine screenshot da Tucker Carlson Network

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Maldini, povera Italia

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Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.   Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.   Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.   Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.   Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).   Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.   È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.   Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.   «Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.   «Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».   «Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».   «Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».   Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».   C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.   Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.   Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».    «È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.   L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».   «Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».    Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.   Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.   Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.   Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.   Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.   Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.   Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.   Francesco Rondolini  

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Geopolitica

Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21

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Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.

 

Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.

 

Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.

 

Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.

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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.

 

«Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».

 

«Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.

 

«È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si  è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».

 

«Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».

 

«Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.

 

«È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».

 

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Pensiero

Arriva la «scomunica marinata»?

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Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.   Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.   La scummunica è uguale ar marfrancese, Che tte penetra l’osse a la sordina, E tte manna a fà fotte in men d’un mese.   Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese, Doppo der cedolon de stammatina?   Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.   L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.   La scummunica inzomma è una parola Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa, L’ubbidissce ar momento, e vve conzola Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.   Abbasta una scummunica, una sola, Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa! Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola A bbenedillo, bbutta via la spesa.   Domenica er Curato l’ha spiegata, E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete La scummunica nata e mmarinata.   Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete, Un sputo, una scorreggia, una pissciata Ve pò scummunicà cquanno volete.„   Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.   Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.   Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.   La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.   Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.   A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.   Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.   C’era una vorta un Re cche ddar palazzo Mannò ffora a li popoli st’editto: “Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”   Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».   I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.   Anvedi.   Roberto Dal Bosco  

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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
 
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