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Pensiero

Mai con Cacciari

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Questo articolo era programmato per essere finito e pubblicato almeno dieci giorni prima di Natale. Poi… chi ci segue sa che ci sono stati un paio di problemi – il problema che adesso hanno tutti, niente di troppo serio (insomma) – e abbiamo rimandato, e rimandato e rimandato ancora.

 

Così, come avviene sempre, la realtà ha confermato quello che pensavamo. E noi abbiamo perso una possibilità di posizionare ancora una volta Renovatio 21 nella mente del lettore sotto forma di quel puffo che dice  sempre «te lo avevo detto io».

 

L’oggetto della discussione è Massimo Cacciari. L’articolo in bozza da più di un mese non ha mai cambiato titolo: mai con Cacciari.

 

Cosa ci aveva spinto a porre attenzione sul sindaco PD di Venezia?

 

La7, la rete TV del Gruppo Cairo, il canale che oramai rappresenta l’establishment e la narrazione ufficiale più di Mediaset e RAI, lo aveva mandato ad intervistare da un giornalista con l’orecchino. Colpiva il primo piano del filosofo nell’inquadratura dalla fotografia forse programmaticamente lugubre (si intravedono le persiane abbassate), dietro, sfuocato, pare esserci un quadro astratto, forse è un Vedova, ma potrebbe essere la nostra immaginazione.

 

Insomma, il segmento video finito sulla TV nazionale, lungi dall’essere la solita pioggia di fanghiglia sparata su un «no vax», trasmetteva qualcosa di lucido, solenne.

 

 

Il ragionamento di Cacciari, sul «totalitarismo alla cinese», sulla democrazia sostituita dalla «tecnocrazia procedurale», filano. Forse, a chi si occupa di queste cose da anni, e aveva presente la Cina e l’obbligo vaccinale da prima della pandemia, può apparire ancora un po’ crudo. Ma è lineare, giusto. Cacciari, una vita passata nel mainstream politico e culturale, in questo momento sta dicendo il vero. Gioiamo. Tirate fuori il vitello grasso.

 

Cacciari: «Che i vaccini siano serviti, soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene»

Poi, con con un tono che esprime una certa sicumera, cala una carta interessante: «che i vaccini siano serviti, soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene».

 

Eh?

 

Cosa?

 

Sì, siamo dinanzi ad un supposto ideologo della dissidenza che è sicuro dell’efficacia dei vaccini. Al punto che insulta chi non la pensa come lui. Qualche lettore di Renovatio 21, magari, può considerarsi idiota. Anche qualche collaboratore. Anche qualche migliaio di medici. Anche il dottor Didier Raoult. Anche il dottor Peter McCullough. Anche il dottor Robert Malone (che in un’altra clip dell’intervista Cacciari, confondendosi, dice essere un premio Nobel), che arriva a parlare di «efficacia negativa». Anche, per qualche ora, il New York Times.

 

L’intervista su Youtube è datata 12 dicembre. A fronte  della catastrofe dei tamponi in corso, dove i triplodosati  si contagiano come i non vaccinati, tale discorso è finito, da solo, nel cesso. Soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene.

 

Ecco dunque la cicuta mRNA, che in effetti mancava

Poi, a inizio del nuovo anno, ecco il colpo di scena, che tante persone non si aspettavano: Cacciari si fa la terza dose. Scandalo. Non se lo aspettava nessuno. I no vax si strappano i capelli. Lui ripete che da filosofo pensa a Socrate, perché «alle leggi si ubbidisce». Ecco dunque la cicuta mRNA, che in effetti mancava.

 

In realtà, noi, dopo aver visto questa intervista, non potevamo stupirci.

 

Più in generale, non ci stupiamo perché tutti i colonnelli che sono emersi in questi mesi non ci hanno mai convinto. Mai, nemmeno quando dicevano la cosa giusta. Diciamo di più, diciamo qualcosa di davvero borioso: tutti i professoroni, con più di 70 anni addosso e carriere universitarie, politiche o professionali pazzesche, ci sono sembrati dei neofiti, dei principianti in un tema che hanno cominciato ad affrontare, increduli, da pochi anni.

 

Prendete Agamben, compagnone di Cacciari. Ne abbiamo scritto. La cosa che troviamo più pazzesca di Agamben, come testimoniato nel suo libro dove lamenta la censura del Corriere della Sera per un pezzo che gli era stato chiesto,  è che probabilmente credeva davvero che avrebbe avuto la facoltà di parlare liberamente – del resto siamo in democrazia. Agamben, con evidenza, non c’era quando nel 2014 assistevamo attoniti alla firma del ministro della Salute italiana alla Casa Bianca, con la GAVI di Gates e con tanti personaggi che sarebbero tornati con il COVID, per far diventare la prole degli italiani capofila della sperimentazione sull’obbligo vaccinale mondiale. Agamben non c’era nel 2017 quando quella firma si tradusse in una legge mostruosa, che già conteneva tutta l’apartheid biotica dell’ora presente, solo che la testava sulla fetta inferiore della società, i bambini, facendo meno rumore.

 

Oppure prendiamo Alberto Contri, già Consigliere di Amministrazione della RAI, già membro attivo dell’Aspen Institute, ora «garante» del Referendum No Green Pass, già . Ne abbiamo scritto. Ancora ci chiediamo come abbia fatto, sempre su La7, a dichiarare che «sono giorni che mi sto sgolando, per dire guardate che dovete finirla di fare queste manifestazioni di sabato, andando a interrompere il lavoro di quelli che vivono di commercio, vivono di bar e ristoranti eccetera, che stanno riprendendo… questo è un riflesso condizionato che ogni protesta deve sfociare in piazza». Rammentiamo anche che aggiunse, sempre su La7, lo stesso concetto di Cacciari: «questi vaccini sono leaky, per dirla in inglese, sono imperfetti… nessuno dice che non abbiano funzionato, ci mancherebbe altro».

 

 

Poi c’è Freccero. Un altro redento, hanno pensato tutti. Passato dall’aver «il pigiama ad Arcore» (copyright Antonio Ricci), dove lavorava, nottambulo come dicono che sia, fino a notte fonde con Berlusconi, che gli aveva affidato i palinsesti del neonato gruppo televisivo. Berlusconi, ammise Freccero, in realtà lo batteva nella resistenza stakanovista all’improduttività del sonno: «ad Arcore non si dormiva mai e Berlusconi controllava ogni sospiro. Se non correva da Veronica alle tre di notte, teneva marziali riunioni in cucina. Si lamentava dell’orario di programmazione di Hazzard, il telefilm preferito da suo figlio Piersilvio, allora detto Dudi». È una storia di un sodalizio potente, quello tra Berlusconi e Freccero, al punto che il Carlo fu spedito in Francia a pilotare il canale La Cinq, l’azzardo imprenditoriale transnazionale che fu probabilmente consentito a Silvio dalle simpatie che godeva presso il presidente socialista francese Mitterand (con cui, forse, aveva in comune alcune passioni). Fu con grande stupore che vedemmo, anni dopo, Freccero, finito a dirigere non ricordo più quale canale RAI, partecipare al lamento antiberlusconiano di quegli anni, per esempio sul G8 di Genova. Ma non è l’unica giravolta che ricordiamo. Abbiamo in mente quando, piuttosto lucido, parlò in TV dei misteri dietro al M5S, il gruppo Bilderberg, etc. Gli chiesero di Casaleggio e soci, lui fece un discorso di complotti e fine della democrazia, invitava a vedersi tutto il famoso video profetico Gaia – The future of politics. Era il 2012. Sei anni dopo, a elezioni 2018 stravinte dai pentastellati, lo beccarono che andava a pranzo con Di Battista, allora ragazzo-immagine del grillismo non ancora imploso. In rete ora circolano video messi dai 5 stelle dove Freccero li difende a spada tratta (sempre su La7). C’è da dire che già due anni prima parlò di Casaleggio, appena mancato, come di colui che ha avuto «un’idea grandiosa»

 

È il panorama ideale per citare le parole di Nostro Signore: «nessuno mette vino nuovo in otri vecchi» (Luca 5, 37)

Ugo Mattei? Sappiamo quasi niente di lui. Ci tocca spulciare Wikipedia. È tra i più giovani del gruppo, ha 60 anni. Una carriera di professore di giurisprudenza coi fiocchi, tra la California e il Piemonte – ma anche visiting professor a Oslo, Berkeley, Montpellier, Macao, Strasburgo, Trento Consulente giuridico del Teatro Valle Occupato e dei NO TAV della Val di Susa. Una attività intellettuale, tutta nella solita sinistra, come la collaborazione con l’immancabile il manifesto. e poi con Il Fatto quotidiano. Tuttavia, viene premiato all’Accademia Nazionale dei Lincei  dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È molto presente in piazza, sulle TV non si fa mettere i piedi in testa e risponde con veemenza. Gli va riconosciuto che è il primo ad aver promosso un soggetto politico vagliato dagli elettori: la sua lista «Futura per i beni comuni» prende il 2,3% alle elezioni comunali di Torino.

 

Paragone è più giovane, è un caso a parte. Misteriosamente, riesce in tantissime cose: passa dal presentare i libri alle sagre della Lega alla candidatura a senatore grillino in un nanosecondo, ma prima gli riesce, lui, ribelle rocker pure lui con l’orecchino, di avere programmi tutti suoi in RAI e, ancora, su La7 – agli altri ex direttori de La Padania, tipo il grande Gigi Moncalvo, non è andata esattamente così. Come noto, in piazza a Trieste, dove si era recato per salire sorridente sui paracarri e cantare «la gente come noi non molla mai», è stato contestato. Qualcuno dice che era anche al porto nelle sere precedenti allo sgombro, quando la situazione cominciava ad arruffarsi tra enigmatici comunicati multipli e dimissioni improvvise dei leader della protesta. Ora ha azzeccato la cosa di Montagnier in piazza, non è impossibile che gli riesca anche questa, con un partitino virtuale con un nome che sembra di due secoli fa – quando il problema era l’Europa, l’euro, etc. I dubbi e le voci sul personaggio li lasciamo perdere, perché davvero non ci interessa.

 

Insomma, ci siamo capiti.

 

È il panorama ideale per citare le parole di Nostro Signore: «nessuno mette vino nuovo in otri vecchi» (Luca 5, 37)

 

Tuttavia, quello di Cacciari è un caso diverso, secondo alcuni più inquietante.

 

Chi ha letto Gli Adelphi della dissoluzione, potente libro di Maurizio Blondet, ricorderà  con Cacciari che durante un’intervista  dice «il papa deve smettere di fare katéchon». Si tratta di una scena che sorprende: Cacciari era conosciuto per lo più come il ruvido, ma amato, sindaco della Laguna, e come opinionista dei talk che spesso alza la voce. Blondet, con prosa raffinata, scrive «che subito dopo parve pentirsi, come se la parola gli fosse sfuggita». Blondet gli chiede quindi cosa volesse dire katechon. «Katéchon è ciò che trattiene» risponde Cacciari.  «Ciò che trattiene l’Anticristo dal manifestarsi pienamente. San Paolo, ricorda?». Il giornalista quindi si interroga: «come si può chiedere al Papa di non opporsi al Male? Mi domandai anche: perché Cacciari desidera accelerare l’avvento dell’Anticristo?»

 

Cacciari pubblica un libro intitolato Il potere che frena. Nel volume del katechon e dell’Anticristo che si disvela è scritto approfonditamente. Lo stampa l’editore Adelphi

20 anni dopo Cacciari pubblica un libro intitolato Il potere che frena. Nel volume del katechon e dell’Anticristo che si disvela è scritto approfonditamente. Lo stampa l’editore Adelphi.

 

Di Cacciari mi parlò, durante una di quelle telefonate fiume che facevamo e che mi scombiccheravano la mente per mesi e anni, il compianto Gianni Collu, che forse è tra le fonti del libro di Blondet. Ricordo che aveva cominciato a descrivermelo con pennellate misteriche, che cozzavano contro l’idea che avevo, quella appunto del sindaco e del professore all’Università di Don Verzè, quella del protagonista del gossip di altissimo livello (al punto che il suo nome, con quello della Veronica di cui si parlava sopra, entrò in un discorso di Berlusconi in una bizzarra conferenza stampa con il premier danese Rasmussen, futuro numero 1 della NATO). Non finimmo mai quel discorso, dissi a Collu che me lo sarei riservato per un’altra volta. La provvidenza ha voluto che non ci sia stata più possibilità.

 

Tuttavia, a mettermi in guardia in modo spiazzante riguardo al pensiero di Cacciari, è stato di recente anche un sacerdote vicino a Renovatio 21. «Cacciari vede le cose esattamente come noi, solo dall’altra parte dello specchio. Per lui l’era dell’Anticristo è un’era di trasformazione, è veramente la prospettiva gnostica di ribaltamento. Ma allo specchio puoi comunque riconoscere tutti gli elementi». Non ero sicuro di aver capito fino in fondo l’idea del religioso.

 

Ricordavo un vecchio articolo di Antonio Socci letto nel 2007, in piena era del papa filosofo Ratzinger, dove l’antropologa studiosa di movimenti esoterici Cecilia Gatto Trocchi veniva virgolettata dicendo «Massimo Cacciari aderisce appassionatamente alla tesi fondamentale del pensiero gnostico». «Nel sito dell’Azione Cattolica, un lungo e argomentato articolo del 2004 illustra i contenuti pericolosi del pensiero di Cacciari che circolano acriticamente nelle sacrestie. Torna l’accento sullo “gnosticismo”, l’antico nemico della Chiesa, l’origine di tutte le eresie anticristiane, soprattutto per il suo dualismo che finisce per identificare il Bene e il Male, Dio e Satana, in un inaccettabile Uno». (Ho controllato sull’attuale sito dell’Azione Cattolica, non ho trovato niente – i tempi forse sono cambiati tanto, del resto il katechon non c’è più.).

 

Il sacerdote tuttavia mi indica qualcosa di più recente un’intervista a Cacciari uscita l’11 marzo 2013, due giorni prima dell’elezione di Bergoglio.

 

Il professore vola altissimo, parla già della caduta dell’idea di Stato che stiamo vedendo ora in tutta la sua drammaticità.

 

«Cacciari vede le cose esattamente come noi, solo dall’altra parte dello specchio. Per lui l’era dell’Anticristo è un’era di trasformazione, è veramente la prospettiva gnostica di ribaltamento. Ma allo specchio puoi comunque riconoscere tutti gli elementi»

«Ci siamo affacciati al Novecento con una grande crisi: la crisi della forma-Stato. E oggi, che cosa possiamo dire? In questo grande processo di dissoluzione delle forme del potere che frena, le forme del katechon, quelle che connotano la matrice della nostra riflessione teologico-politica, possiamo dire che la Chiesa, che ha avuto una sua dimensione “katecontica”, ce la fa? Ce la fa, intedo, a “tenere ancora”? La decisione di Ratzinger che cosa ci dice?»

 

La virata dalla filosofia della storia più spinta alle cose di Chiesa di stretta attualità è impressionante.

 

«Perché Ratzinger si dimette? Non è un segno o una lucida dichiarazione di impotenza a reggere una funzione katecontica? Ratzinger dice: continuerò a essere sulla croce. Quindi, la dimensione religiosa rimane. Ma la dimensione katecontica? Simbolo della Chiesa era, assieme, Croce e katechon. Davvero, il segno di queste dimissioni, a saperlo vedere in tutta la sua prospettiva è davvero grandioso perché viviamo in un’epoca in cui lo Stato ha già dichiarato la sua crisi e ora tocca alla Chiesa. Ma la Chiesa nella sua dimensione di “potere che frena”. Ratzinger – ne sono convinto – appare consapevole di questo. Continua a essere sulla croce, ma si dimette. Continua a essere Papa in quanto crocefisso».

 

Perché quindi si è dimesso Ratzinger, chiede l’intervistatore.

 

Perché quindi si è dimesso Ratzinger, chiede l’intervistatore. Cacciari risponde: «Perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, anche all’interno della stessa Chiesa»

«Perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, anche all’interno della stessa Chiesa. Come diceva Agostino, gli anticristi sono in noi. Questa decisione fa tutt’uno con la crisi del Politico, del katechon politico, del potere che frena. Questa è una lettura della decisione di Ratzinger, se vogliamo leggerla in tutta la sua serietà» risponde il filosofo.

 

Tornando indietro a quei giorni, in cui un papa misteriosamente abdicava e un altro veniva eletto, possiamo notare tante cose un po’ opache.

 

Il 27 febbraio 2013, giorno in cui il Soglio pontificio diviene sede vacante, il Corriere della Sera pubblicava una recensione del libro di Cacciari sul katechon con citazioni inedite per l’antico giornale della borghesia illuminata, per esempio brani della Demonstratio de Christo et Antichristo di Ippolito (170-235): «Cristo è Re, ma è Re anche l’Anticristo (…) il Salvatore è apparso in forma di uomo, e l’Anticristo ugualmente si mostrerà in sembianze umane (…) Il Salvatore ha fatto della sua santa carne un tempio; l’Anticristo, allo stesso modo, innalzerà il tempio di Gerusalemme costruito in pietra».

 

Il recensore loda le pagine «lucide e terrificanti» che nel libro Cacciari dedica alla Chiesa, poiché, ci informa il Corriere, potrebbe essere vero che «l’iniquità è già in atto». Vengono riportare le parole del veneziano: «La Chiesa non può fingere eterna durata».

 

L’articolista, sullo slancio della recensione entusiastica del libro, chiudeva con espressioni davvero impegnative: «la Chiesa non salva. La vera salvezza viene dalla Fede. E dalla Grazia». La Chiesa non salva. È una frase che in quei giorni, improvvisamente, perfino i giornali moderati avevano il potere di fare, finalmente. Certe maschere sembravano cadute. Il libro Il potere che frena è citato nel pezzo del Corsera ancora una volta alla fine: «Il tempo si riassorbirà (…) accolto nel Dio-Luce di Giovanni». Quando si ode parlare di «Dio-Luce», a certuni vengono, forse per banali assonanze, certi pensieri.

 

«Il tempo si riassorbirà (…) accolto nel Dio-Luce di Giovanni»

Poco dopo, sempre in quelle indimenticabili settimane attorno al solstizio di primavera 2013, sempre il primo quotidiano nazionale  riferisce di una conferenza di Cacciari con il Vescovo di Brescia Monsignor Monari, dove il Cacciari torna ad invocare la vertigine apocalittica:

 

«Ma come può un potere tecnico-amministrativo, senza auctoritas, avere la forza di trattenere, contenere l’Anticristo? Come si fa a non vedere che ci stiamo avvicinando a quello scontro finale? A non vedere che ci stiamo avvicinando alla perdita delle potenze catecontiche, capaci di frenare, che sono poi quelle uscite dalla Seconda Guerra Mondiale? Come possiamo non leggere in chiave apocalittica una tragedia come l’Olocausto?».

 

«Non domina invece il segno della rete, che è l’opposto della croce, è il segno dell’Anticristo?»

Cacciari richiama poi l’immagine della croce: «Viviamo ancora in questo segno? In questo incrocio fra la dimensione orizzontale dell’uomo e quella verticale? O non domina invece il segno della rete, che è l’opposto della croce, è il segno dell’Anticristo? Non vi è infatti in esso alcuna verticalità, alcun incrocio fra uomo e Dio, nessuna “divina umanità”. Sotto il segno della rete, alcuni amministrano l’immanente, mentre la Chiesa si occupa del trascendente, come cosa del tutto separata».

 

Questa cosa della rete come simbolo dell’Anticristo è piuttosto forte. Poco prima, ricorderete, in Parlamento era entrato un partito enorme, venuto dal nulla, che della rete aveva fatto il suo feticcio.

 

I cattolici sembrano non aver capito la portata del discorso di Cacciari. Il vescovo bresciano, presente alla conferenza, non trova praticamente niente da dire: «ascoltare Cacciari mi pare mi aiuti ad essere cristiano fino in fondo, a non esserlo solo a metà, a non secolarizzare la mia fede. Mantenere questa spina nel fianco mi fa bene (…) Spero, insomma, che la profezia di Cacciari ci aiuti a una conversione e non sia invece un destino inevitabile (…) Ho letto il libro di Cacciari con interesse e con fatica».

 

Cacciari parlò a briglia sciolta, sempre allora, anche sul quotidiano Avvenire, che lo intervistò. Con estrema libertà, sul giornale dei vescovi, il filosofo descrive il potere vittorioso dell’Anticristo e il grande tradimento della Chiesa cattolica: «il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa».

 

«Il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa»

Non sono le sole parole inquietanti che abbiamo letto. Nel volumone (700 pagine) filosofico-teologico Dell’inizio, dove le tracce di gnosi paiono essere secondo alcuni consistenti, si parla anche, nelle astrazioni del gergo filosofico-esoterico, della caduta degli angeli ribelli, che secondo il filosofo si situa all’origine di tutte le cose: «la caduta degli Angeli è simultanea alla creazione, la catastrofe celeste è tutt’uno con la katabolé-ktisis per cui qualcosa ek-siste».

 

Anticristo, angeli ribelli… Insomma, un po’ di argomenti, per non seguire Cacciari neanche ora, li abbiamo.

 

Quanto a lui, se vuole farsi il vaccino a doppia, tripla, quarta dose: prego, faccia pure.

 

Del resto, sempre lo stesso lucido sacerdote, ci aveva raccontato cosa potrebbe rappresentare il vaccino: più che il marchio, il filtro magico dell’Anticristo, la base materiale del suo incantesimo, che, sta scritto, ingannerà perfino gli eletti.

 

Forse, arrivati a quell’ora fatale, qualcuno potrà dire che sì, soltanto un’idiota può affermare che i filtri anticristici non sono serviti.

 

Al disegno dell’apocalisse.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Roberto Vicario via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pensiero

La potenza atomica europea al collasso politico e sociale: cosa accadrà alla Francia?

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Succede che le elezioni francesi hanno mostrato qualcosa di prevedibile ma al contempo incredibile. Succede che la situazione di Parigi, oramai, è considerabile solo come pericolosissima.

 

Andiamo con ordine: le elezioni sembrava le dovesse vincere, anzi, stravincere, la Le Pen con il suo delfino Bardella. L’«estrema destra» al potere a Parigi: si era a pochi metri. Come hanno notato molti osservatori, Macron – l’uomo del sistema, forse in maniera così profonda ed esoterica che non ancora possiamo comprendere – ha manovrato così bene che invece al potere ci andrà l’estrema sinistra del Nouveau Front Populaire.

 

Capito? In meno di qualche giorno, da una Francia di estrema destra ci siamo ritrovati in una Francia di estrema sinistra. Interessante.

 

Rubo le considerazioni di David Sacks, investitore americano che viene dalla cosiddetta «PayPal mafia», il gruppo di ragazzi (da Musk a Peter Thiel ad una manciata di altri) che hanno creato gran parte di internet così come la conosciamo ora.

 

«Macron ha cospirato con l’NFP per eliminare 200 candidati dal ballottaggio, assicurando che RN vincesse il terzo maggior numero di seggi anche se aveva la percentuale più alta di voti. Ciò potrebbe essere stato legale, ma non è stato “solo” il voto a produrre questo risultato».

 

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«Sì, hanno votato, ma per un ventaglio di scelte ridotto. Macron ha cospirato con l’NFP per eliminare 200 candidati dal ballottaggio, assicurando che RN vincesse il terzo maggior numero di seggi anche se aveva la percentuale più alta di voti. Potrebbe essere stato legale, ma non facciamo finta che “il semplice voto” abbia prodotto questo risultato».

 

Aveva ragione Macron: alla destra è stata tirata davvero una granata fra le gambe. E mica è finita: ora la magistratura muove contro la Le Pen. Si sa, i francesi amano distinguersi: in Italia e negli USA la giustizia ad orologeria colpisce prima delle elezioni, in Francia dopo. Forse, oltre che segno chic, è anche indice di una coordinazione maggiore, di una certezza salda sull’esito delle cose. Chissà.

 

C’è da dire che bisogna ritirare tanti mugugni fatti in questi anni sul Front National ora Rassemblement National «venduto». È chiaro: ai Le Pen non faranno mai toccare il potere francese. Un qualcosa che dice molto non solo su Marine e compagni, ma anche su un altro suo amico al quale chiaramente mai faranno vedere davvero la stanza dei bottoni – Matteo Salvini – e quindi forse qui c’è un rilievo da fare anche su Giorgia Meloni…

 

La tempesta di citochine politiche contro i Le Pen è risalente.

 

Chi scrive ricorda il primo vero botto: era il 2002, c’erano le presidenziali, era vivo il presidente Chirac, gollista atomico completamente fuso nell’establishment nazionale francese e in quello europeo – vabbè sintetizziamo pure che dicono che avesse dei massoni in famiglia. Incredibilmente, al ballottaggio non arrivò il socialista Jospin, ma lui, l’innominabile, il guercio, il picaresco, l’intollerabile, irricevibile, inimitabile Jean-Marie Le Pen.

 

Fu una di quelle prime volte in cui giornali ed opinionisti cominciarono a lasciarsi scappare che sì, la democrazia non va benissimo, la democrazia può dare scandalo.

 

Rammento il discorso di Le Pen al suo popolo ad un festone in una villa di Montmartre: inarrestabile, ironico, forse già vecchio, ma emanante l’aria di chi ha fatto l’impresa. La gente lo acclamava: «Le-Pen-président-Le-Pen-président». Per qualche ragione, finito il comizio, fecero partire la canzone di Kylie Minogue che spopolava in quel momento. «Na-na-na, na-na-nan-nan-na». Ci stava pure.

 

Notai all’epoca, anche in Italia, come nessuno fosse davvero preoccupato della possibilità che Jean-Marie potesse ascendere all’Eliseo. In TV c’era Giuliano Ferrara, che sorvolava sulla cosa, dicendo che più che Le Pen bisognava guardare le motivazioni che avevano portato i francesi a votarlo (forse al giornalista romano interessava all’epoca più che altro la questione islamica, per certi motivi), che comunque in pochi giorni il Front National sarebbe – spero di ricordare bene l’espressione, tornato nelle fogne. Sapete, era un vecchio adagio dell’estrema sinistra da cui proveniva il Ferrara: «fascisti/carogne/tornate nelle fogne».

 

Così fu: al ballottaggio stravinse lo Chirac.

 

Sarebbero seguiti altri déjà vu. 2017: Marine Le Pen, che oramai da anni ha ereditato il partito dal padre, va al ballottaggio con Macron e perdere, nonostante il record di 10 milioni di voti, mai visti per il FN: è il doppio dei voti che prendeva il genitore.

 

Alle presidenziali 2022 Marine prende addirittura 13 milioni di voti, ma – guarda guarda – lo strano personaggio che viene dalla Banca Rothschild e ha sposato la sua insegnante di quando era ragazzino la batte e si tiene il potere. Au revoir, Marine.

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2024, fino a poche ore fa la vittoria tanto agognata sembrava a portata, vento degli exit poll in poppa. Macché. Ecco il pazzesco fenomeno per cui è possibile passare dall’estrema destra all’estrema sinistra, perché tutto può cambiare al fine di mantenere le cose come stanno – e quindi lasciare i Le Pen fuori dai giochi.

 

A questo punto bisogna fare un discorsetto storico-morfologico sull’accaduto, tanto per unire qualche puntino.

 

Le Pen è un fenomeno organico. Si è fatto largo partendo dal nulla. Dalla sua aveva, si dice, un finanziatore che era il re francese dei cementi, la simpatia non nascosta di Brigitte Bardot, e una capacità affabulatoria e persuasiva unica nel panorama ingessato dei burocrati politici d’Oltralpe. È poca cosa, se si va contro il mastodonte dell’establishment illuminista francese, che ha radici violente che affondano in più di due secoli.

 

La prima crescita fu quando, si dice, Mitterand gli permise di andare in TV: al furbo presidente serviva far crescere il FN per sgonfiare gli avversari gollisti. Giammaria si fece strada alla grande, talk show dopo talk show, sparando verità indicibili una dopo l’altra. È il modello che una trentina di anni dopo avrebbe portato a Brasilia Javier Messias Bolsonaro.

 

Un amico mi raccontò di quando andò a prendere parte dell’occupazione della chiesa parigina di Saint Nicolas du Chardonnet da parte della Fraternità San Pio X – i lefebvriani, per chi non sa. Era il febbraio 1977: un manipolo di membri della FSSPX sotto la guida del sacerdote letterato Francois Ducaud-Bourget (1897-1984) entrarono nella chiesa e ne presero possesso – ancora oggi vi si celebrano quantità di messe vetus ordo.

 

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L’amico mi racconta che, arrivato con il primo treno da Firenze, trovò una situazione unica: c’erano fedeli e novizi di tutte le razze che dormivano sulle panche, c’era un senso di urgenza e di unione unico, era come sentire una Francia sepolta che stava tornando fuori in maniera potente, forse perfino circense: mi dice che fuori dalla chiesa ad un certo punto si presentò un tizio con un coccodrillo al guinzaglio, cose così, era membr0 del circo – anche quella una comunità dedita ad un’arte antica incompatibile con il mondo moderno, così come c’erano personaggi di ogni risma.

 

Ad un certo punto, mi dice, apparve anche Jean-Marie Le Pen.

 

In quello storico coacervo di stranezza e determinazione, mica poteva mancare: del resto, a differenza della figlia, della sua stravaganza lui ha fatto la sua cifra. È poco noto che Jean-Marie fu amicissimo di Marco Pannella, e diceva di stimarlo enormemente. Qualcuno anni fa ha raccontato ai giornali che se andavi a casa di Pannella a Roma poteva anche capitarti di trovarci ebbro il Le Pen, che in anni recenti ha pure protestato per la fine dei finanziamenti pubblici a Radio Radicale (!)

 

È chiaro quindi cosa è costata questa scalata: una vita intera, partita dai bassifondi più strambi, un’anabasi attraverso i decenni, mentre la Francia socialista diventava sempre più solidamente mondialista ed apertamente massonica, mentre la quantità di immigrati che vi venivano buttati dentro – da molto prima delle crisi migratorie degli anni Duemila – rendevano le città francesi delle bombe ad orologeria.

 

La risalita di Le Pen, che sistematizza un partito copiando il simbolo da quello dell’MSI (la fiammella, che dovrebbe essere ancora da qualche parte nello stemma del partito di governo in Italia FdI), giocoforza, accelerava mentre il popolo veniva aggredito ogni giorno di più dalla realtà. Tutti quei temi strani, le idee «della fogna» (sulla minaccia di immigrazione, droga libera, decadenza dei costumi), divengono una realtà sensibile per tanti cittadini francesi… al contempo, la castrazione della sua impresa politica si fa inevitabile.

 

Avete capito dove voglio arrivare: il potere francese è detenuto ancora oggi dagli eredi della ghigliottina, i massoni che rivoltarono trono e altare, con relativo genocidio in Vandea e non solo. Secoli sono passati, ma il potere mai davvero è passato di mano: anzi, nonostante le batoste belliche, vive ancora tranquillo con i suoi miti, come quello del distruttore d’Europa Napoleone Bonaparte: gli italiani dovrebbero capirlo meglio di chiunque altro, perché è proprio da lì che viene l’atteggiamento della Francia nei confronti del nostro Paese, visto – con una punta di rabbia, o ammirazione, o invidia – come una terra da depredare. L’assalto del capitalismo francese sulle nostre grandi aziende, sulle nostre banche, assicurazioni etc. deriva da qui. Il «Trattato del Quirinale», pure.

 

Questa conformazione politica storica – che, essendo basata su sempiterni ideali antireligiosi, è in realtà metapolitica e metastorica – forma una cappa da cui nessun’altra Francia è lasciata emergere. C’est-à-dire: la «cristianissima Francia», la Francia dei paesini e dei campi, la Francia delle famiglie e dei bambini, la Francia della storia e della tradizione cattolica, non la vedrete mai, e quelle volte che si è affacciata (sovvengono le proteste contro il matrimonio gay a metà anni 2010) viene soffocata, repressa con la forza.

 

Insomma: se la Le Pen vuole arrivare, deve fare più di un’abiura laicista (non costa niente, magari pure possiamo considerare che l’abbia già fatta: del resto i suoi deputati hanno votato l’aborto in Costituzione di Macron): deve purgare da sé il germe della Francia morale, la Francia eterna, la Francia cristiana. Perché la paranoia massonica altrimenti mai le permetterà di avvicinarsi al vertice: il rischio che scoppi la rivoluzione – cioè, la Controrivoluzione – è troppo grande per loro, che temono il vulcano. La valanga di voti di RN, i gilet gialli, le messe strapiene della FSSPX, i movimenti giovanili identitari, le proteste spontanee contro l’omosessualizzazione della società… sono geyser, sono lapilli di un abisso di magma che la piramide occhiuta non sa stimare, e che teme assai.

 

Ecco perché alla Le Pen non sarà mai consentito di vincere nulla.

 

Ecco perché, quindi, la situazione nel Paese potrebbe diventare pericolosa al punto da far tremare l’Europa, e il mondo.

 

Lo stop, ennesimo e repentino, del RN porterà ad un malcontento immenso presso gli autoctoni, i cittadini contribuenti orgogliosamente francesi. Assistere a cosa succederà con un governo di estrema sinistra – che adotterà provvedimenti che sono l’esatto contrario di quello per cui votano i lepenisti – radicalizzerà diverse frange di giovani e meno giovani.

 

In pratica: avranno voglia di menare le mani. L’incastro avviene immediatamente: all’estrema sinistra e nelle banlieue degli immigrati, la voglia di picchiare è permanente. Basta vedere che ci sono stati disordini pure la sera della loro vittoria elettorale. È una nuova usanza etnica: pensiamo ai danni a Milano e in altre città dopo le partite del Mondiali di Calcio in cui il Marocco vinceva. Spaccano tutto, anche quando sono felici.

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Il grande romanziere Michel Houellebecq è finito sui giornali anche in Italia dicendo che dopo queste elezioni ci sarebbe stata la guerra civile, in ispecie se avesse vinto il FN. I media hanno mancato di notare che non è una previsione nuova per lo scrittore francese: nel suo Sottomissione (2015), libro fantapolitico bello e disperato, raccontava dell’ascesa di un partito islamico e di guerriglia nel giorno delle elezioni, anche con morti: solo che i media insabbiavano tutto, e quindi sembrava che non fosse accaduto nulla.

 

Houellebecq scriveva in pratica che la guerra civile potrebbe anche esserci, ma potrebbe finire per non essere registrata. Basta che l’establishment ordini di ignorarla.

 

Abbiamo visto con quanto poco si può creare il caos in Francia: basta un petardo nelle banlieue, e ottiene città intere messe a ferro e fuoco, negozi razziati, violenza indiscriminata, urla «Allahu akbar», le forze dell’ordine, lo Stato, che recedono totalmente e lasciano il cittadino sprotetto.

 

È l’anarco-tirannia, ne abbiamo parlato tanto. La Francia rimane un esempio plastico: nonostante lo smacco subito dallo Stato francese nell’estate della rivolta etnica delle banlieue, Macron è rimasto tranquillo al suo posto. Anzi: ricordiamo pure che nella sera in cui Parigi andava a fuoco, lui era con Brigitta al concerto di Elton John (lui).

 

Ma quanto può durare una situazione di questo tipo? Quanto può la tensione covare, ed esplodere, e continuare a bruciare, prima che l’intero sistema non si rovesci?

 

Gli apprendisti stregoni con il grembiule credono di poter evocare il demone anarco-tirannico per stare in sella. Pensano di poterlo controllare: del resto, divide et impera è il trucchetto più vecchio nel manuale del vero potere. Sappiamo cosa accadrà: come sempre, il genio scapperà dalla lampada, il golem si ribellerà al padrone, Frankestein comincerà ad agire per conto suo. L’incantesimo gli si ritorcerà contro. On connait la chanson.

 

Vedere la Francia ribaltata non sarebbe solo un problema per i francesi, o per il resto degli europei, e in special modo l’Italia – un altro trucchetto del manuale: nessun Paese può tollerare il caos ai suoi confini: per far terminare la bagarre ci piazzi un tuo uomo forte, o lo invadi. La Francia consumata dalla guerra civile porrebbe una questione ancora più seria: Parigi ha le testate atomiche.

 

Tenetelo a mente: dopo la Brexit, gli unici che possono fornire l’ombrello atomico alla UE – un qualcosa che pare sempre più apprezzato anche dai socialisti tedeschi, un tempo antinuclearisti e pacifisti – sono i francesi. Gli esperimenti di Mururoa, voluti da Chirac nella tradizione della force de frappe di De Gaulle, a quello servivano. A farci capire che hanno le bombe, e ora che gli inglesi si sono tolti, ci rimangono solo le loro, e pure nella situazione di più alto pericolo di guerra termonucleare mondiale, con da una parte intellettuali russi che parlano di nuclearizzare città europee e dall’altro la valigetta nucleare USA in mano ad un uomo in demenza senile conclamata.

 

Cosa ne sarebbe delle atomiche francesi qualora a Parigi scoppiasse il finimondo, e la società, e la politica, collassassero del tutto?

 

E cosa dovrebbe fare, in quel caso, l’Italia?

 

Sono belle domande, a cui non vogliamo rispondere noi. Ci limitiamo a ricordare che forse, dietro allo strano, stranissimo atteggiamento di Macron degli ultimi mesi, potrebbe esserci un computo che nulla ha a che fare con la politica, con la geopolitica, con l’economia.

 

Del resto, è stato lui ad accendere lo scontro con la Russia, a poca distanza dallo sforzo, unico nella storia, di mettere il feticidio in Costituzione, e poi passare all’eutanasia e a breve a chissà cos’altro (non fatecelo dire).

 

Ci sono quelle storie assurde sulla moglie, ma qualche commentatore dice che la storia ufficiale, fra i due, non è in realtà meno allucinante. E quindi, chiediamoci: cosa hanno intronizzato, mettendo all’Eliseo Macron?

 

Quale parte del programma deve portare avanti la Francia in questo momento fatale?

 

Roberto Dal Bosco

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Bioetica

La destra italiana vuole davvero punire l’utero in affitto?

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La proposta di legge che trasforma la pratica della maternità surrogata – eufemismo orwelliano, assieme a «gestazione per altri» (GPA) dell’utero in affitto – in un «reato universale» è stata approvata dalla Commissione al Senato poche ora fa. La maggioranza, che pare aver ritrovato compattezza, celebra questa decisione con entusiasmo.   «L’Italia si conferma una nazione all’avanguardia sul fronte dei diritti, contro le nuove forme di sfruttamento delle donne e dell’infanzia» ha tripudiato il ministro della Famiglia Eugenia Roccella.   Finalmente «introdotto il diniego ad una pratica indegna, che trasforma il corpo delle donne e la procreazione di bambini in merce da vendere al miglior offerente. Tutto questo è oltremodo abominevole» ha dichiarato l’onorevole fiddina Augusta Montaruli.   Verrebbe da dire che tratta di uno dei primi risultati «di destra» visibili di un governo della Meloni, che tra asservimento al massacro NATO, occhi dolci ai moderati di Bruxelles e sbarchi clandestini mai fermati, ben poco aveva fatto per attuare il programma di un partito che da qualche parte nel logo ha ancora la fiamma tricolore.

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L’opposizione, al solito, schiuma pavlovianamente di rabbia, promettendo di andare in piazza, etc. Come sempre, con evidenza, non hanno idea di cosa sta succedendo nemmeno quando è chiaro che le cose stanno andando nella loro direzione, ammesso pure che essi sappiano quale che sia.   Il festone a destra è in realtà un paravento, perché una crepa inquietante si era aperta martedì. La Lega infatti aveva proposto sanzioni importanti contro l’utero in affitto, riportate dai giornaloni, più o meno scandalizzati, come «10 anni di carcere e milioni di multa».   Molte testate mainstream riportano la notizia come «l’utero in affitto è reato». C’è da stropicciarsi gli occhi. Prima non lo era?   Sì, lo era, e sempre con anni di carcere e milioni di euro di multa. Tuttavia i professionisti dell’informazione (e i blogger e pro-vita professionali abbaianti al seguito) lo ignorano, o fanno finta di non saperlo per tirare qualche coriandolo all’imperatrice Giorgia.   Fatto sta che l’emendamento della Lega, che prevedeva l’inasprimento della pena e la punibilità dei pubblici ufficiali che registrano i bambini nati via utero in affitto, è stato bocciato in Commissione Giustizia. A votarci contro, i senatori di FdI e di Forza Italia, assieme, ovviamente, all’intero arco dell’opposizione. A favore quindi erano risultati solo due senatori della Lega, che aveva preso la decisione di non togliere la protesta e lasciarla al voto, anche se il relatore e il governo avevano espresso parere contrario.   Fateci capire: il centrodestra al potere ora si bea del fatto che l’Italia sarebbe il primo Paese al mondo a dotarsi del «reato universale» per la surrogata – chiamata disumana ed equiparata al traffico di esseri umani oltre che ad un oltraggio alla maternità e alla donna in sé – ma al contempo rifiuta pene severe (nemmeno troppo) per i perpetratori?   Proprio così. Le motivazioni per cui FI e FdI (quest’ultimo un partito dell’ordine, sulla carta) hanno votato contro l’emendamento che produceva la dura lex, – quante coppie gay, o eterosessuali FIVET, scambierebbero la voglia matta di dotarsi anche di un bambino con dieci anni di carcere? – non sono chiare.   Sul giornale dei vescovi Avvenire leggiamo che «dai partiti di opposizione i rilievi – anche molto severi – sono rivolti contro un provvedimento che l’emendamento della Lega avrebbe allontanato ancora di più da un possibile consenso almeno di principio sulla necessità di fermare il lucroso commercio globale di mamme e bambini».   Cioè, era una mano tesa all’opposizione? Ammettiamo di non comprendere bene cosa stiano dicendo, ma vi è infilata anche un notevole ragionamento piazzato in un virgolettato del capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, il quale ha «sdrammatizzato le frizioni» dicendo che «in sintesi, più si rafforza il reato, inserendolo nel Codice penale, più aumenta la possibilità che ci sia una moratoria a livello internazionale».   C’est-à-dire, se fai una legge che ritieni giusta, deve andarci piano perché poi qualche organo transnazionale ti dice qualcosa? Il senatore Romeo sta dicendo questo?   I nostri legislatori hanno paura delle «moratorie internazionali»? La sovranità del popolo italiano finisce dove iniziano le rimostranze di UE, ONU, OMS, etc.?   Il tema della sovranità devastata era apparso chiaro anche in un altro frangente del tema riproduttivo, peraltro intimamente connesso all’utero in affitto: l’aborto.   Ricordate il discorso di Giorgia Meloni durante l’insediamento? I discorsi fatti fare prima ancora dai famigli? I discorsi dei suoi ministri e dei suoi candidati pro-vita? La 194 non si tocca. L’assassinio di milioni di italiani (e non solo!) ancora nel grembo materno rimane una componente fondamentale dello Stato italiano, anche quando al governo ci va un partito che è discendente da partiti che per decenni e decenni hanno avversato il feticidio.   Renovatio 21 ha definito il fenomeno come «inchino a Moloch»: chi arriva al potere, deve annunciare subito che il sacrifizio degli innocenti continuerà. Lo stesso fenomeno avviene, abbiamo notato, negli USA, dove la prima cosa che fanno i presidenti democratici è occuparsi della Mexico City Policy, ossia la legge che previene l’amministrazione dal finanziare gli aborti all’estero.

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Ora è chiaro che non voler punire davvero l’utero in affitto – che prostituisce la donna, mercifica il bambino, produce e uccide quantità di embrioni in provetta, e apre decisamente all’eugenetica (le «donatrici» dell’ovulo e le surrogate si possono scegliere da cataloghi, così come, in caso, i «donatori» di spermatozoi) – testimonia che la direzione non cambierà affatto.   Andiamo verso la riproduzione artificiale totalizzante, con non solo uteri in affitto, ma ectogenesi (cioè uteri artificiali), e non solo bambini in provetta, ma esseri prodotti con la gametogenesi (che permette a due omosessuali di divenire «padre» e «madre» genetici, e alle donne di divenire «padri»), raffinati con la bioingegneria CRISPR o con le tecniche che la soppianteranno.   Il destino del mondo, qualcuno ha programmato, è questo: il transumanismo sessuale, la riprogenetica come unica forma di procreazione, con buona pace del sesso, lasciato solo come strumento di intrattenimento (magari tramite perversioni sempre più inimmaginabili, e consentite).   Del resto, la politica si è mai veramente occupata della cosa?   Rammentiamo che uno dei Paesi che il nostro governo ama di più, al punto da finanziarlo ed armarlo, costituisce la principale centrale di utero in affitto, anche durante la guerra: l’Ucraina per anni ha fornito bambini surrogati alle coppie italiane. È mai stata presa un’iniziativa politica riguardo al fenomeno?   Più di dieci anni fa parlai con personale dell’ambasciata di Kiev. Mi dissero che i casi sospetti venivano sistematicamente segnalati alle procure della Repubblica competenti. Parlavano di diversi casi al mese.   In Ucraina l’utero in affitto è una realtà organizzata in business enormi, che non si ferma nemmeno sotto i missili russi. Su Renovatio 21 abbiamo scritto delle dichiarazioni di uno dei boss della filiera, Albert Tochilovsky, che già qualche anno fa preconizzava che per l’ectogenesi, cioè l’utero artificiale, è questione di pochi anni. Lui ha capito esattamente dove sta andando il mondo. I cataloghi di ragazze ucraine, bionde e sorridenti con le didascalie dove dicono di amare lo sport e l’università, saranno da cestinare a breve.   Quante coppie italiane che hanno affittato l’utero di una ragazza ucraina sono state, infine, perseguite? Non lo sappiamo. Alla stampa arrivano solo casi estremi, come quelli in cui la coppia è formata da anziani.   Al contempo, va ricordato che la politica possiede un ulteriore, più intimo, buco nero rispetto alla surrogata.   Quanti politici, gay o meno che siano, hanno un bambino prodotto con la surrogata? Ci sono esempi lampanti, autodichiarati. Qualcuno dice che sarebbe da vedere se i bimbi sono stati prodotti in alcuni Paesi rispetto ad altri forse per le leggi che consentono la selezione dell’ovocita, cioè della genetica del bambino. Scegliere l’ovulo significa guardare questi elenchi fotografici di belle ragazze, dove non mancano mai, ovviamente, le bionde (così come nei cataloghi dei donatori maschi primeggia la Danimarca, regina dell’export, oltre che dei mattoncini lego e dell’Ozempic, dello sperma).   Decidere a tavolino i tratti genetici di proprio figli si chiama, in una parola, eugenetica. Che poi coppie LGBT possano finire a volere un bambino biondo dolicocefalo come da ideale hitleriano è qualcosa che può sorprendere molti, certo non i lettori di Renovatio 21.

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Ora, la domanda da porre, in termini istituzionali, è un’altra: come mai nessuna di queste coppie, anche famose, è stata davvero arrestata e processata?   Perché, per tornare allo stupore cretino di giornali e politici nei confronti dell’emendamento «draconiano» della Lega, una legge contro l’utero in affitto esiste già.   Si chiama legge 40/2004, quella contro cui nel 2005 le forze gosciste chiesero un referendum, che perdettero, per la gioia del cardinale Ruini, che la considera una delle grandi vittorie della sua carriera.   Riteniamo che la legge 40 sia profondamente iniqua. Non solo: essa è alla base dell’uccisione di un numero di embrioni perfino superiore, annualmente, a quello degli aborti, che sono oramai solo uno specchietto per le allodole per il ritardo cattolico. La legge 40, pensata e sostenuta da personaggi di origine democristiana ed appoggiata dalla CEI, è stata costruita con una serie di debolezze (il numero di embrioni da produrre ed impiantare, la contraddizione con la 194) che sembrano poste lì come bombe a tempo pronte a detonare in sentenze di tribunali, cassazioni e consulte.   La legge 40, è il nostro giudizio, ha costituito un passo deciso verso l’accettazione dei bambini artificiali – cioè del transumanismo – da parte dei cattolici. Il risultato è visibile più che mai ora nei convegni della Pontificia Accademia per la Vita sotto monsignor Paglia, che paiono aprire sempre più alla riproduzione artificiale totale. La foto del papa con i primi quattro figli di Elon Musk, tutti fatti in botte provetta (qualcuno dei più recenti pure con la surrogata), abbiamo rilevato, dice la medesima cosa. La neochiesa accetta la riprogenetica…   Tuttavia, la malvagia legge 40, a leggerla, contiene punti decisamente chiari riguardo all’utero in affitto. Articolo 12, comma 6: «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro».   Quindi, il reato c’era già? Sì. Eccome.   Quindi, gli anni di carcere, i milioni di euro di multa, c’erano già? Sì. Eccome.   Quindi, perché in questi 20 anni dalla legge, non abbiamo mai sentito di un grande nome, di quelli che sbandierano l’utero in affitto come diritto e che ora sarebbero dunque tacciabili di «reato universale», andare in galera? Perché non sono state perseguite associazioni e realtà di altro tipo che promuovevano l’utero in affitto?   Quindi, tutti coloro che gridavano e gridano ancora oggi – sui giornali, sui social, in Parlamento – la meraviglia umana della «gestazione per altri», incorrono nel reato di istigazione a delinquere? Art. 414 del vigente codice penale italiano: «chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell’istigazione».   Non siamo giuristi, non siamo giudici, non siamo poliziotti. Ci chiediamo addirittura se sia lecito fare questa domanda, o se non sia essa stessa considerabile fuori da quella che recentemente è stata definita dal presidente della Corte Costituzionale come «Costituzione materiale»: una legge che non è scritta da nessuna parte, ma che domina la società, perché quella è la percezione diffusa, quello è il senso delle cose.   È forse possibile dire che l’eutanasia, non ancora pienamente legalizzata in Italia, costituisca, «Costituzione materiale». L’utero in affitto lo è? È per questo che sembra non venire perseguito? È per questo che i partiti della destra moderna evitano di volerlo punire sul serio?   Ecco di fronte alla vera riflessione da fare: uno Stato senza morale, retto da partiti «post-bioetici» se non «post-etici» (definiamoli così) tout court, scivola giocoforza verso la Necrocultura più pura, e dunque nella violenza più crudele e devastante.   Lo Stato moderno – che è amorale per programma – non può che trasformarsi, sempre meno gradualmente, in una definitiva macchina per la degradazione umana e per la morte.   Lo avevamo già scritto in occasione di quanto fatto dal presente governo riguardo ai vaccini: uno Stato senza principio, non può che finire per ferirvi ed uccidervi.   Sì, lo stato non vi protegge, fa il contrario. Tutto si è rovesciato. Il rovescio della libertà è l’obbligo. Il rovescio del diritto è la sottomissione. E il rovescio del cittadino è lo schiavo.   Siamo schiavi dello Stato della morte e della sua cultura. Credete che vi potevano, quindi, risparmiare l’utero in affitto combattendolo davvero?   Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Sulle cose che ci-non-sono

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Renovatio 21 pubblica questo scritto di Giorgio Agamben apparso sul sito dell’editore Quodlibet su gentile concessione dell’autore.

 

Cristina Campo ha scritto una volta: «che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?». Si tratta verisimilmente di una citazione da Giov.18, 36, dove Gesù dichiara a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei inservienti avrebbero combattuto per me, affinché non fossi consegnato ai Giudei. Ora il mio regno non è qui».

 

Decisivo è allora interrogarsi sul significato e sul modo di esistenza di ciò che è non di questo mondo. È quello che fa Pilato, che, quasi volesse comprendere lo statuto di questa speciale regalità, subito gli chiede: «Dunque tu sei re?».

 

La risposta di Gesù, per chi la sa intendere, fornisce una prima indicazione sul senso di un regno che esiste, ma non è di qui: «Tu lo dici che io sono re. Io sono nato per questo e per questo sono venuto al mondo: per testimoniare della verità».

 

E a questo punto Pilato pronuncia la famigerata domanda, che Nietzsche ha definito «la battuta più sottile di tutti i tempi»: «che cos’è la verità?».

 

Il regno che non è di questo mondo esige che noi testimoniano per la sua verità e quello che Pilato non riesce a capire è che qualcosa possa essere vero senza esistere nel mondo. Che ci siano, cioè, delle cose che in qualche modo esistono, ma non possono essere oggetto di un giudizio giuridico di verità o non verità fattuale, come quello che è in questione nel processo che Pilato sta conducendo.

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Furio Jesi, interrogandosi sulla realtà del mito, ha suggerito una formula che può qui essere utile riprendere: se le cose che sono in questione in quella che chiama la macchina mitologica «ci sono, sono però in un “altro mondo”: ci-non-sono». E aggiunge subito: «non vi è fede più esatta verso un “altro mondo” che ci-non-è della dichiarazione che tale “altro mondo” non è». Si comprende, allora, che cosa Gesù intenda affermando che il suo regno non è di questo mondo. Il suo regno ci-non-è, ma non è, per questo, privo di significato. Al contrario, egli è venuto in questo mondo per testimoniare di ciò che non è di questo mondo, delle cose che ci-non-sono. E questo è precisamente quanto doveva avere in mente Cristina Campo: veramente urgenti e importanti sono per la sua vita in questo mondo soltanto le cose che in questo mondo non ci sono, o, piuttosto, ci-non-sono.

 

È bene riflettere con speciale cautela, proprio oggi che l’esigenza della verità sembra sia stata cancellata dal mondo, sul particolare statuto delle cose che, pur non essendo di questo mondo, ci stanno veramente a cuore e orientano il nostro pensiero e la nostra azione in questo mondo.

 

Come Jesi suggerisce, sarebbe infatti un imperdonabile errore confondere le cose che ci-non-sono con quelle che ci sono, fingere che esse semplicemente ci siano. La loro differenza emerge con chiarezza nella distinzione fra rivolta e rivoluzione, che Jesi cerca puntualmente di definire.

 

La rivoluzione è la meta che si prefiggono coloro che credono solo nelle cose di questo mondo e pertanto si occupano delle circostanze e dei tempi della loro possibile realizzazione nel tempo storico secondo i rapporti di causa ed effetto.

 

La rivolta implica invece una sospensione del tempo storico, l’impegno intransigente in un’azione di cui non si sanno né si possono prevedere le conseguenze, ma che, per questo, non scende a patti e compromessi col nemico. Mentre coloro che non vedono al di là di questo mondo badano soltanto ai rapporti di forza in cui si trovano e sono pronti a mettere da parte senza scrupoli le loro convinzioni, gli uomini della rivolta sono gli uomini del ci-non-è, che hanno sospeso una volta per tutte il tempo storico e possono per questo agire in esso incondizionatamente.

 

Proprio perché le cose che ci-non-sono non rappresentano per essi un futuro da realizzare, ma un’esigenza presente di cui sono obbligati in ogni istante a testimoniare, tanto più inesorabilmente la loro azione agirà sull’accadere storico, spezzandolo e annichilendolo.

 

A coloro che cercano oggi con tutti i mezzi di vincolarci a una pretesa realtà fattuale che non consente alternative, occorre opporre innanzitutto il pensiero, cioè la visione limpida e perentoria delle cose che ci-non-sono. Solo a chi senza farsi illusioni sa che il suo regno non è di questo mondo, ma nondimeno è qui e ora a suo modo irrevocabilmente presente, è data la speranza, che non è altro che la capacità di smentire ogni volta la menzogna brutale dei fatti che gli uomini costruiscono per rendere schiavi i loro simili.

 

Giorgio Agamben

 

3 giugno 2024

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Immagine di Antonio Ciseri, Ecce Homo (circa 1860-1880), Galleria d’Arte Moderna, Firenze.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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