Pensiero
Mai con Cacciari
Questo articolo era programmato per essere finito e pubblicato almeno dieci giorni prima di Natale. Poi… chi ci segue sa che ci sono stati un paio di problemi – il problema che adesso hanno tutti, niente di troppo serio (insomma) – e abbiamo rimandato, e rimandato e rimandato ancora.
Così, come avviene sempre, la realtà ha confermato quello che pensavamo. E noi abbiamo perso una possibilità di posizionare ancora una volta Renovatio 21 nella mente del lettore sotto forma di quel puffo che dice sempre «te lo avevo detto io».
L’oggetto della discussione è Massimo Cacciari. L’articolo in bozza da più di un mese non ha mai cambiato titolo: mai con Cacciari.
Cosa ci aveva spinto a porre attenzione sul sindaco PD di Venezia?
La7, la rete TV del Gruppo Cairo, il canale che oramai rappresenta l’establishment e la narrazione ufficiale più di Mediaset e RAI, lo aveva mandato ad intervistare da un giornalista con l’orecchino. Colpiva il primo piano del filosofo nell’inquadratura dalla fotografia forse programmaticamente lugubre (si intravedono le persiane abbassate), dietro, sfuocato, pare esserci un quadro astratto, forse è un Vedova, ma potrebbe essere la nostra immaginazione.
Insomma, il segmento video finito sulla TV nazionale, lungi dall’essere la solita pioggia di fanghiglia sparata su un «no vax», trasmetteva qualcosa di lucido, solenne.
Il ragionamento di Cacciari, sul «totalitarismo alla cinese», sulla democrazia sostituita dalla «tecnocrazia procedurale», filano. Forse, a chi si occupa di queste cose da anni, e aveva presente la Cina e l’obbligo vaccinale da prima della pandemia, può apparire ancora un po’ crudo. Ma è lineare, giusto. Cacciari, una vita passata nel mainstream politico e culturale, in questo momento sta dicendo il vero. Gioiamo. Tirate fuori il vitello grasso.
Cacciari: «Che i vaccini siano serviti, soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene»
Poi, con con un tono che esprime una certa sicumera, cala una carta interessante: «che i vaccini siano serviti, soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene».
Eh?
Cosa?
Sì, siamo dinanzi ad un supposto ideologo della dissidenza che è sicuro dell’efficacia dei vaccini. Al punto che insulta chi non la pensa come lui. Qualche lettore di Renovatio 21, magari, può considerarsi idiota. Anche qualche collaboratore. Anche qualche migliaio di medici. Anche il dottor Didier Raoult. Anche il dottor Peter McCullough. Anche il dottor Robert Malone (che in un’altra clip dell’intervista Cacciari, confondendosi, dice essere un premio Nobel), che arriva a parlare di «efficacia negativa». Anche, per qualche ora, il New York Times.
L’intervista su Youtube è datata 12 dicembre. A fronte della catastrofe dei tamponi in corso, dove i triplodosati si contagiano come i non vaccinati, tale discorso è finito, da solo, nel cesso. Soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene.
Ecco dunque la cicuta mRNA, che in effetti mancava
Poi, a inizio del nuovo anno, ecco il colpo di scena, che tante persone non si aspettavano: Cacciari si fa la terza dose. Scandalo. Non se lo aspettava nessuno. I no vax si strappano i capelli. Lui ripete che da filosofo pensa a Socrate, perché «alle leggi si ubbidisce». Ecco dunque la cicuta mRNA, che in effetti mancava.
In realtà, noi, dopo aver visto questa intervista, non potevamo stupirci.
Più in generale, non ci stupiamo perché tutti i colonnelli che sono emersi in questi mesi non ci hanno mai convinto. Mai, nemmeno quando dicevano la cosa giusta. Diciamo di più, diciamo qualcosa di davvero borioso: tutti i professoroni, con più di 70 anni addosso e carriere universitarie, politiche o professionali pazzesche, ci sono sembrati dei neofiti, dei principianti in un tema che hanno cominciato ad affrontare, increduli, da pochi anni.
Prendete Agamben, compagnone di Cacciari. Ne abbiamo scritto. La cosa che troviamo più pazzesca di Agamben, come testimoniato nel suo libro dove lamenta la censura del Corriere della Sera per un pezzo che gli era stato chiesto, è che probabilmente credeva davvero che avrebbe avuto la facoltà di parlare liberamente – del resto siamo in democrazia. Agamben, con evidenza, non c’era quando nel 2014 assistevamo attoniti alla firma del ministro della Salute italiana alla Casa Bianca, con la GAVI di Gates e con tanti personaggi che sarebbero tornati con il COVID, per far diventare la prole degli italiani capofila della sperimentazione sull’obbligo vaccinale mondiale. Agamben non c’era nel 2017 quando quella firma si tradusse in una legge mostruosa, che già conteneva tutta l’apartheid biotica dell’ora presente, solo che la testava sulla fetta inferiore della società, i bambini, facendo meno rumore.
Oppure prendiamo Alberto Contri, già Consigliere di Amministrazione della RAI, già membro attivo dell’Aspen Institute, ora «garante» del Referendum No Green Pass, già . Ne abbiamo scritto. Ancora ci chiediamo come abbia fatto, sempre su La7, a dichiarare che «sono giorni che mi sto sgolando, per dire guardate che dovete finirla di fare queste manifestazioni di sabato, andando a interrompere il lavoro di quelli che vivono di commercio, vivono di bar e ristoranti eccetera, che stanno riprendendo… questo è un riflesso condizionato che ogni protesta deve sfociare in piazza». Rammentiamo anche che aggiunse, sempre su La7, lo stesso concetto di Cacciari: «questi vaccini sono leaky, per dirla in inglese, sono imperfetti… nessuno dice che non abbiano funzionato, ci mancherebbe altro».
Poi c’è Freccero. Un altro redento, hanno pensato tutti. Passato dall’aver «il pigiama ad Arcore» (copyright Antonio Ricci), dove lavorava, nottambulo come dicono che sia, fino a notte fonde con Berlusconi, che gli aveva affidato i palinsesti del neonato gruppo televisivo. Berlusconi, ammise Freccero, in realtà lo batteva nella resistenza stakanovista all’improduttività del sonno: «ad Arcore non si dormiva mai e Berlusconi controllava ogni sospiro. Se non correva da Veronica alle tre di notte, teneva marziali riunioni in cucina. Si lamentava dell’orario di programmazione di Hazzard, il telefilm preferito da suo figlio Piersilvio, allora detto Dudi». È una storia di un sodalizio potente, quello tra Berlusconi e Freccero, al punto che il Carlo fu spedito in Francia a pilotare il canale La Cinq, l’azzardo imprenditoriale transnazionale che fu probabilmente consentito a Silvio dalle simpatie che godeva presso il presidente socialista francese Mitterand (con cui, forse, aveva in comune alcune passioni). Fu con grande stupore che vedemmo, anni dopo, Freccero, finito a dirigere non ricordo più quale canale RAI, partecipare al lamento antiberlusconiano di quegli anni, per esempio sul G8 di Genova. Ma non è l’unica giravolta che ricordiamo. Abbiamo in mente quando, piuttosto lucido, parlò in TV dei misteri dietro al M5S, il gruppo Bilderberg, etc. Gli chiesero di Casaleggio e soci, lui fece un discorso di complotti e fine della democrazia, invitava a vedersi tutto il famoso video profetico Gaia – The future of politics. Era il 2012. Sei anni dopo, a elezioni 2018 stravinte dai pentastellati, lo beccarono che andava a pranzo con Di Battista, allora ragazzo-immagine del grillismo non ancora imploso. In rete ora circolano video messi dai 5 stelle dove Freccero li difende a spada tratta (sempre su La7). C’è da dire che già due anni prima parlò di Casaleggio, appena mancato, come di colui che ha avuto «un’idea grandiosa»
È il panorama ideale per citare le parole di Nostro Signore: «nessuno mette vino nuovo in otri vecchi» (Luca 5, 37)
Ugo Mattei? Sappiamo quasi niente di lui. Ci tocca spulciare Wikipedia. È tra i più giovani del gruppo, ha 60 anni. Una carriera di professore di giurisprudenza coi fiocchi, tra la California e il Piemonte – ma anche visiting professor a Oslo, Berkeley, Montpellier, Macao, Strasburgo, Trento Consulente giuridico del Teatro Valle Occupato e dei NO TAV della Val di Susa. Una attività intellettuale, tutta nella solita sinistra, come la collaborazione con l’immancabile il manifesto. e poi con Il Fatto quotidiano. Tuttavia, viene premiato all’Accademia Nazionale dei Lincei dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È molto presente in piazza, sulle TV non si fa mettere i piedi in testa e risponde con veemenza. Gli va riconosciuto che è il primo ad aver promosso un soggetto politico vagliato dagli elettori: la sua lista «Futura per i beni comuni» prende il 2,3% alle elezioni comunali di Torino.
Paragone è più giovane, è un caso a parte. Misteriosamente, riesce in tantissime cose: passa dal presentare i libri alle sagre della Lega alla candidatura a senatore grillino in un nanosecondo, ma prima gli riesce, lui, ribelle rocker pure lui con l’orecchino, di avere programmi tutti suoi in RAI e, ancora, su La7 – agli altri ex direttori de La Padania, tipo il grande Gigi Moncalvo, non è andata esattamente così. Come noto, in piazza a Trieste, dove si era recato per salire sorridente sui paracarri e cantare «la gente come noi non molla mai», è stato contestato. Qualcuno dice che era anche al porto nelle sere precedenti allo sgombro, quando la situazione cominciava ad arruffarsi tra enigmatici comunicati multipli e dimissioni improvvise dei leader della protesta. Ora ha azzeccato la cosa di Montagnier in piazza, non è impossibile che gli riesca anche questa, con un partitino virtuale con un nome che sembra di due secoli fa – quando il problema era l’Europa, l’euro, etc. I dubbi e le voci sul personaggio li lasciamo perdere, perché davvero non ci interessa.
Insomma, ci siamo capiti.
È il panorama ideale per citare le parole di Nostro Signore: «nessuno mette vino nuovo in otri vecchi» (Luca 5, 37)
Tuttavia, quello di Cacciari è un caso diverso, secondo alcuni più inquietante.
Chi ha letto Gli Adelphi della dissoluzione, potente libro di Maurizio Blondet, ricorderà con Cacciari che durante un’intervista dice «il papa deve smettere di fare katéchon». Si tratta di una scena che sorprende: Cacciari era conosciuto per lo più come il ruvido, ma amato, sindaco della Laguna, e come opinionista dei talk che spesso alza la voce. Blondet, con prosa raffinata, scrive «che subito dopo parve pentirsi, come se la parola gli fosse sfuggita». Blondet gli chiede quindi cosa volesse dire katechon. «Katéchon è ciò che trattiene» risponde Cacciari. «Ciò che trattiene l’Anticristo dal manifestarsi pienamente. San Paolo, ricorda?». Il giornalista quindi si interroga: «come si può chiedere al Papa di non opporsi al Male? Mi domandai anche: perché Cacciari desidera accelerare l’avvento dell’Anticristo?»
Cacciari pubblica un libro intitolato Il potere che frena. Nel volume del katechon e dell’Anticristo che si disvela è scritto approfonditamente. Lo stampa l’editore Adelphi
20 anni dopo Cacciari pubblica un libro intitolato Il potere che frena. Nel volume del katechon e dell’Anticristo che si disvela è scritto approfonditamente. Lo stampa l’editore Adelphi.
Di Cacciari mi parlò, durante una di quelle telefonate fiume che facevamo e che mi scombiccheravano la mente per mesi e anni, il compianto Gianni Collu, che forse è tra le fonti del libro di Blondet. Ricordo che aveva cominciato a descrivermelo con pennellate misteriche, che cozzavano contro l’idea che avevo, quella appunto del sindaco e del professore all’Università di Don Verzè, quella del protagonista del gossip di altissimo livello (al punto che il suo nome, con quello della Veronica di cui si parlava sopra, entrò in un discorso di Berlusconi in una bizzarra conferenza stampa con il premier danese Rasmussen, futuro numero 1 della NATO). Non finimmo mai quel discorso, dissi a Collu che me lo sarei riservato per un’altra volta. La provvidenza ha voluto che non ci sia stata più possibilità.
Tuttavia, a mettermi in guardia in modo spiazzante riguardo al pensiero di Cacciari, è stato di recente anche un sacerdote vicino a Renovatio 21. «Cacciari vede le cose esattamente come noi, solo dall’altra parte dello specchio. Per lui l’era dell’Anticristo è un’era di trasformazione, è veramente la prospettiva gnostica di ribaltamento. Ma allo specchio puoi comunque riconoscere tutti gli elementi». Non ero sicuro di aver capito fino in fondo l’idea del religioso.
Ricordavo un vecchio articolo di Antonio Socci letto nel 2007, in piena era del papa filosofo Ratzinger, dove l’antropologa studiosa di movimenti esoterici Cecilia Gatto Trocchi veniva virgolettata dicendo «Massimo Cacciari aderisce appassionatamente alla tesi fondamentale del pensiero gnostico». «Nel sito dell’Azione Cattolica, un lungo e argomentato articolo del 2004 illustra i contenuti pericolosi del pensiero di Cacciari che circolano acriticamente nelle sacrestie. Torna l’accento sullo “gnosticismo”, l’antico nemico della Chiesa, l’origine di tutte le eresie anticristiane, soprattutto per il suo dualismo che finisce per identificare il Bene e il Male, Dio e Satana, in un inaccettabile Uno». (Ho controllato sull’attuale sito dell’Azione Cattolica, non ho trovato niente – i tempi forse sono cambiati tanto, del resto il katechon non c’è più.).
Il sacerdote tuttavia mi indica qualcosa di più recente un’intervista a Cacciari uscita l’11 marzo 2013, due giorni prima dell’elezione di Bergoglio.
Il professore vola altissimo, parla già della caduta dell’idea di Stato che stiamo vedendo ora in tutta la sua drammaticità.
«Cacciari vede le cose esattamente come noi, solo dall’altra parte dello specchio. Per lui l’era dell’Anticristo è un’era di trasformazione, è veramente la prospettiva gnostica di ribaltamento. Ma allo specchio puoi comunque riconoscere tutti gli elementi»
«Ci siamo affacciati al Novecento con una grande crisi: la crisi della forma-Stato. E oggi, che cosa possiamo dire? In questo grande processo di dissoluzione delle forme del potere che frena, le forme del katechon, quelle che connotano la matrice della nostra riflessione teologico-politica, possiamo dire che la Chiesa, che ha avuto una sua dimensione “katecontica”, ce la fa? Ce la fa, intedo, a “tenere ancora”? La decisione di Ratzinger che cosa ci dice?»
La virata dalla filosofia della storia più spinta alle cose di Chiesa di stretta attualità è impressionante.
«Perché Ratzinger si dimette? Non è un segno o una lucida dichiarazione di impotenza a reggere una funzione katecontica? Ratzinger dice: continuerò a essere sulla croce. Quindi, la dimensione religiosa rimane. Ma la dimensione katecontica? Simbolo della Chiesa era, assieme, Croce e katechon. Davvero, il segno di queste dimissioni, a saperlo vedere in tutta la sua prospettiva è davvero grandioso perché viviamo in un’epoca in cui lo Stato ha già dichiarato la sua crisi e ora tocca alla Chiesa. Ma la Chiesa nella sua dimensione di “potere che frena”. Ratzinger – ne sono convinto – appare consapevole di questo. Continua a essere sulla croce, ma si dimette. Continua a essere Papa in quanto crocefisso».
Perché quindi si è dimesso Ratzinger, chiede l’intervistatore.
Perché quindi si è dimesso Ratzinger, chiede l’intervistatore. Cacciari risponde: «Perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, anche all’interno della stessa Chiesa»
«Perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, anche all’interno della stessa Chiesa. Come diceva Agostino, gli anticristi sono in noi. Questa decisione fa tutt’uno con la crisi del Politico, del katechon politico, del potere che frena. Questa è una lettura della decisione di Ratzinger, se vogliamo leggerla in tutta la sua serietà» risponde il filosofo.
Tornando indietro a quei giorni, in cui un papa misteriosamente abdicava e un altro veniva eletto, possiamo notare tante cose un po’ opache.
Il 27 febbraio 2013, giorno in cui il Soglio pontificio diviene sede vacante, il Corriere della Sera pubblicava una recensione del libro di Cacciari sul katechon con citazioni inedite per l’antico giornale della borghesia illuminata, per esempio brani della Demonstratio de Christo et Antichristo di Ippolito (170-235): «Cristo è Re, ma è Re anche l’Anticristo (…) il Salvatore è apparso in forma di uomo, e l’Anticristo ugualmente si mostrerà in sembianze umane (…) Il Salvatore ha fatto della sua santa carne un tempio; l’Anticristo, allo stesso modo, innalzerà il tempio di Gerusalemme costruito in pietra».
Il recensore loda le pagine «lucide e terrificanti» che nel libro Cacciari dedica alla Chiesa, poiché, ci informa il Corriere, potrebbe essere vero che «l’iniquità è già in atto». Vengono riportare le parole del veneziano: «La Chiesa non può fingere eterna durata».
L’articolista, sullo slancio della recensione entusiastica del libro, chiudeva con espressioni davvero impegnative: «la Chiesa non salva. La vera salvezza viene dalla Fede. E dalla Grazia». La Chiesa non salva. È una frase che in quei giorni, improvvisamente, perfino i giornali moderati avevano il potere di fare, finalmente. Certe maschere sembravano cadute. Il libro Il potere che frena è citato nel pezzo del Corsera ancora una volta alla fine: «Il tempo si riassorbirà (…) accolto nel Dio-Luce di Giovanni». Quando si ode parlare di «Dio-Luce», a certuni vengono, forse per banali assonanze, certi pensieri.
«Il tempo si riassorbirà (…) accolto nel Dio-Luce di Giovanni»
Poco dopo, sempre in quelle indimenticabili settimane attorno al solstizio di primavera 2013, sempre il primo quotidiano nazionale riferisce di una conferenza di Cacciari con il Vescovo di Brescia Monsignor Monari, dove il Cacciari torna ad invocare la vertigine apocalittica:
«Ma come può un potere tecnico-amministrativo, senza auctoritas, avere la forza di trattenere, contenere l’Anticristo? Come si fa a non vedere che ci stiamo avvicinando a quello scontro finale? A non vedere che ci stiamo avvicinando alla perdita delle potenze catecontiche, capaci di frenare, che sono poi quelle uscite dalla Seconda Guerra Mondiale? Come possiamo non leggere in chiave apocalittica una tragedia come l’Olocausto?».
«Non domina invece il segno della rete, che è l’opposto della croce, è il segno dell’Anticristo?»
Cacciari richiama poi l’immagine della croce: «Viviamo ancora in questo segno? In questo incrocio fra la dimensione orizzontale dell’uomo e quella verticale? O non domina invece il segno della rete, che è l’opposto della croce, è il segno dell’Anticristo? Non vi è infatti in esso alcuna verticalità, alcun incrocio fra uomo e Dio, nessuna “divina umanità”. Sotto il segno della rete, alcuni amministrano l’immanente, mentre la Chiesa si occupa del trascendente, come cosa del tutto separata».
Questa cosa della rete come simbolo dell’Anticristo è piuttosto forte. Poco prima, ricorderete, in Parlamento era entrato un partito enorme, venuto dal nulla, che della rete aveva fatto il suo feticcio.
I cattolici sembrano non aver capito la portata del discorso di Cacciari. Il vescovo bresciano, presente alla conferenza, non trova praticamente niente da dire: «ascoltare Cacciari mi pare mi aiuti ad essere cristiano fino in fondo, a non esserlo solo a metà, a non secolarizzare la mia fede. Mantenere questa spina nel fianco mi fa bene (…) Spero, insomma, che la profezia di Cacciari ci aiuti a una conversione e non sia invece un destino inevitabile (…) Ho letto il libro di Cacciari con interesse e con fatica».
Cacciari parlò a briglia sciolta, sempre allora, anche sul quotidiano Avvenire, che lo intervistò. Con estrema libertà, sul giornale dei vescovi, il filosofo descrive il potere vittorioso dell’Anticristo e il grande tradimento della Chiesa cattolica: «il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa».
«Il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa»
Non sono le sole parole inquietanti che abbiamo letto. Nel volumone (700 pagine) filosofico-teologico Dell’inizio, dove le tracce di gnosi paiono essere secondo alcuni consistenti, si parla anche, nelle astrazioni del gergo filosofico-esoterico, della caduta degli angeli ribelli, che secondo il filosofo si situa all’origine di tutte le cose: «la caduta degli Angeli è simultanea alla creazione, la catastrofe celeste è tutt’uno con la katabolé-ktisis per cui qualcosa ek-siste».
Anticristo, angeli ribelli… Insomma, un po’ di argomenti, per non seguire Cacciari neanche ora, li abbiamo.
Quanto a lui, se vuole farsi il vaccino a doppia, tripla, quarta dose: prego, faccia pure.
Del resto, sempre lo stesso lucido sacerdote, ci aveva raccontato cosa potrebbe rappresentare il vaccino: più che il marchio, il filtro magico dell’Anticristo, la base materiale del suo incantesimo, che, sta scritto, ingannerà perfino gli eletti.
Forse, arrivati a quell’ora fatale, qualcuno potrà dire che sì, soltanto un’idiota può affermare che i filtri anticristici non sono serviti.
Al disegno dell’apocalisse.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Roberto Vicario via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata
Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
Avevamo visto, pochi giorni fa, il clamore per la decisione dello Stato del Massachusetts, che ha di fatto autorizzato – come tanti altri Stati, non solo americani… – l’aborto sino alla nascita.
Avevamo spiegato: un feto è considerato «a termine a sette mesi», quindi ucciderlo a nove è uccidere un bambino, non è ancora un aborto post-natale, ma la differenza qual è? Avevamo quindi parlato del solito pendìo scivoloso: è chiaro che stiamo andando incontro al figlicidio vero e proprio. Non ci piove: tempo qualche anno, ed uccidere bambini già belli cresciuti sarà ritenuto legittimo (lo è già con l’eutanasia infantile, partita in Canada e nel Benelux, partendo magari dai bambini autistici).
La realtà ci ha superati nel giro di poche ore: l’America è rovesciata dal caso Lindsay Clancy la madre che ha ucciso tutti e tre i suoi figli, e sembra essere diventata l’eroina della porzione progressista della popolazione non solo statunitense. Abbiamo mandato su Renovatio 21 le immagini pazzesche della folla di donne rosavestite che accolgono la sua macchina fuori dal tribunale dove sta venendo giudicata. Ora vi sarebbe già un caso copycat, una madre che ha emulato uccidendo i suoi piccoli.
È incredibile ma una fetta gigante del popolo USA, quello intossicato dal femminismo e dal progressismo oltranzista, radicalizzato dagli algoritmi dei social media, ritiene la donna innocente. Eppure la dinamica sembra proprio quella non di un omicidio appetitivo diretto dalla rabbia o dalla follia, ma quello di una strage assai pianificata. La donna aveva chiesto al marito Patrick di uscire di casa per ritirare una cena da asporto e acquistare dei medicinali (ancora…), cosa che lui ha prontamente fatto. Rimasta sola, la donna ha aggredito i tre figli: Cora (5 anni), Dawson (3 anni) e Callan (8 mesi). Lindsay Clancy ha ucciso i suoi tre figli strangolandoli con delle fasce elastiche per l’allenamento.
Cora e Dawson sono morti sul colpo per asfissia, mentre il piccolo Callan è deceduto qualche giorno dopo in ospedale per le complicazioni. Subito dopo aver commesso il triplice infanticidio, Lindsay Clancy si è tagliata i polsi e si è gettata da una finestra del secondo piano della casa. È rimasta paralizzata: davanti al giudice compare in sedia a rotelle, elemento che forse contribuisce alla visione dell’assassina come inerme.
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La Clancy era sotto una quantità di psicofarmaci impressionante, tuttavia non è questo il motivo per cui le piccole fan scatenate ne chiedono la liberazione – anzi, a questo tipo di persona non sfiora nemmeno il dubbio che le droghe psichiatriche, pensate per alterare il pensiero e il comportamento, alterino davvero il pensiero e il comportamento, magari in senso omicidiario e suicidario, come del resto scritto nel Black Box Warning, il testo bene evidenziato per legge nel bugiardino.
È chiaro che, in fondo, dietro all’improvvisa causa della «psicosi post-partum» abbracciata dalla massa democratico-femminoide, c’è l’idea che la strage figlicida, se non un ancora diritto, sia al momento, una debolezza sulla quale chiudere un occhio.
È il ribaltamento infernale: il carnefice diventa vittima. È, sul serio, il Regno Sociale di Satana.
Proprio pensando all’Inferno, o meglio, letteralmente all’Ade, che ci viene in mente la figura che può risolvere la dissonanza cognitiva che ci provoca la visione delle donne che celebrano non solo l’uccisione dei bambini, ma dei propri figli.
Ecco che pensiamo a Medea. Il suo nome, in greco Μήδεια, significa esattamente «la pianificatrice».
Secondo la tragedia di Euripide Medea uccide i figli per vendicarsi del marito Giasone, che, arrampicatore sociale, vuole sposare Glauce, figlia del re, e quindi ereditare il potere sulla città di Corinto.
Medea, che veniva dalle barbare terre della Colchide (il Caucaso tra la Georgia, l’Armenia, la Turchia attuali) e che aveva aiutato Giasone a recuperare il Vello d’Oro innamorandosene al punto da tradire la sua stessa famiglia, procede con la vendetta più mostruosa: con un maleficio, brucia Glauce facendole indossare una corona e un abito da sposa che di colpo sprigionano una fiamma che consuma le carni della rivale come pure del padre re di Corinto accorso ad aiutarla.
Poi, l’atto ancora più centrale del suo piano: uccide due figli avuti da Giasone, Mermero e Fere, e fugge a bordo del mitico carro solare trainato da draghi alati. La vendetta è compiuta: il suo uomo non avrà più discendenza. Lei invece, rifugiata ad Atene, sposa il re Egeo dandogli un figlio, Medo.
Il mito, ho sempre pensato, ci racconta di qualcosa di cui abbiamo contezza nel corso della nostra esistenza: la capacità estremamente distruttiva dell’energia femminile, che è in grado di trasformare una madre nel suo opposto, la «madre terribile».
C’è questo aspetto ctonio e terrifico che vive nel femminile. Nel saggio L’archetipo della Madre (1938), Carlo Gustavo Jung descrive l’archetipo del femminile con un elenco di qualità opposte e ambivalenti: accanto a saggezza e protezione, vi è il segreto, l’occulto e il tenebroso, l’abisso e il mondo dei morti, ciò che divora, seduce e intossica, ciò che genera angoscia e ineluttabilità.
Il punto centrale in Jung è proprio questa ambivalenza strutturale: la Grande Madre non è mai solo nutrice, ma sempre anche «madre terribile». E cioè – pensate alla favola di Hansel e Gretel, diviene una strega.
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Per quanto nelle trasposizioni contemporanee, tra teatro e film, la questione sia sorvolata, ricordiamo che Medea , nella mitologia greca, è considerata una strega (φαρμακίς, pharmakís, maga, avvelenatrice) per eccellenza. Medea è nipote di Elios (il Sole) e nipote della maga Circe, sorella di suo padre Eete, re della Colchide. Appartiene quindi a una stirpe direttamente connessa alla stregoneria: è sacerdotessa di Ecate.
Ecate, per la mitologia greca, è la dea della magia, della notte, degli incroci e degli Inferi, protettrice dei passaggi e delle soglie.
La continuità dell’archetipo della figlicida con il mondo delle streghe è dichiarata. Di qui possiamo interrogarci sull’appropriazione che le femministe ancora negli anni della contestazione fecero della questione – «Maschi / Tremate / Le streghe son tornate» – facendo percolare la simpatia per le maghe nel sentire pubblico, per cui, oggi, è impensabile dire pubblicamente qualcosa di diverso da: «le streghe erano solo delle povere donne perseguitate dalla Chiesa e dal patriarcato per la loro libertà, sono vittime di persecuzione bigotta e maschilista, etc.»
Anche qui, guardiamo l’inversione: il carnefice diventa vittima. Perché che le streghe fossero cattive, come nelle favole, era chiaro a tutti. Chi ha parenti non urbanizzati che hanno vissuto il primo Novecento (fino, praticamente, al boom e al disastro sociale conseguente) può confermare che storie sulle streghe di Paese ancora circolavano.
E cosa fanno queste streghe? Malefici, sussurrano, sacrifici animali, forse peggio. Invidiano, maledicono altre donne, altre famiglie. Agiscono la magia (le ligature, si chiamano ancora da qualche parte in Italia) di conseguenza. Ma non solo questo.
È il momento in cui tiriamo fuori il Malleus Maleficarum, il «martello delle streghe», il manuale pubblicato in Germania dall’inquisitore Heinrich Krämer nel 1486, poco prima che lì esplodesse la peste luterana. Leggiamo la Quaestio XI del Malleus, che recita: «quod obstetrices malefice conceptus in utero diversis modis interimunt aborsum procurant et ubi hoc non faciunt demonibus natos infantes offerunt». E cioè: «Le streghe ostetriche in diversi modi uccidono nell’utero i concepiti, provocano l’aborto, e se non fanno questo, offrono ai diavoli i bambini appena nati».
Ebbene, le streghe uccidevano bambini. Erano mammane, e non solo facevano aborti, ma uccidevano i bambini appena nati. Sì, esattamente come succedere per legge o coram populo, ora. Negli anni abbiamo descritto altri sorprendenti parallelismi con il mondo moderno, in ispecie riguardo ai vaccini: il Malleus parla anche di pedofagia stregonesca, i bambini venivano uccisi e mangiati – proprio come nelle favole. I sieri, tra cui quelli anti-COVID, fatti con feti abortiti sono delle pozioni fatte con pezzi di questi bambini sacrificati e resi indegno cibo, inflitto a tutta l’umanità in quello che sappiamo essere un progetto infernale.
Rendere Medea, la mater terribilis, come paradigma della maternità – con lanci pubblici di coriandoli di menadi che inneggiano alla stragista figlicida – significa, più in profondo, cambiare il mondo pure nella sua visione umana. Se anche l’essere che esprime l’amore più puro e gratuito, la madre, diviene mostruosa e assassina, il mondo diventa solo sofferenza e sacrificio al più forte, diventa orrore e piena accettazione del Male inevitabile, divinamente programmato. Ecco la «Natura matrigna» di Leopardi, fatta imparare ai nostri figli da una scuola il cui canone letterario è stato creato ad arte dai massoni.
Il bambino, ragazzo uomo che studia per alla «Natura matrigna» è una creatura pronta a farsi sacrificare, alla madre terribile o a qualsiasi altro dio – incluso il dio vaccino.
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Osannare la madre che uccide i figli è un attacco atto a demolire la legge naturale. È proclamare che l’essere umano, pure nella sua fase più innocente, non è al sicuro mai. Notate: in tutti i casi in cui accade, da Medea alla Clancy e alle sue copycat, il padre, guardiano della sua famiglia, è allontanato per procedere all’assassinio dei bambini. Il padre, il protettore, è escluso per il tempo necessario a eliminare la sua discendenza: il maschio, privato del suo ruolo primigenio di difensore, è punito e umiliato. Anche fuori dalle storie di sangue, lettore può pensare da solo come il divorzio giochi dentro questo disegno malvagio.
Siamo quindi davanti al tratto finale della lotta femminista. Come per Medea, come per le streghe, è il patriarcato ad essere colpito la cuore. E quindi, quello che stiamo vedendo emergere qui, nei fiumi di sangue dei figli uccisi, è un primo assaggio del ritorno del Matriarcato, con la sua violenza crudele ed inspiegabile, la violenza femminile tellurica, la violenza infernale di Ecate. Lasciata libera di scorrere senza più il contrasto del principio maschile, l’energia femminile diviene massacro.
Dovrebbe essere chiaro: se il mondo non torna in sé, quello che stiamo vedendo con il caso Clancy e con gli epigoni non è cronaca nera, è una sbirciata nel futuro mostruoso che ci aspetta.
È l’Umwertung aller Werte, la «trasmutazione di tutti i valori» di cui parlava Nietzsche, chissà perché anche quello fatto studiare nelle nostre aule. Tutto è invertito, persino l’amore materno.
Nel mondo della Necrocultura, le mamme divengono quindi streghe assassine. E non è una metafora, né una fiaba, né un mito. È la nostra realtà.
Roberto Dal Bosco
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Immagine:
Eugène Delacroix (1798–1863), Medea (1838), Palais des Beaux-Arts, Lille
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata
Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Civiltà
La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.
Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.
1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.
2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.
The Most Destructive Intellectual Project of the Twentieth Century.
The Frankfurt School. You should know what it was, what it built, and why you are still living inside it.
1. The Institute for Social Research was founded in Frankfurt in 1923 and relocated to Columbia… https://t.co/tuqvEblLIN pic.twitter.com/hXnNKmqPrW
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.
4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.
5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.
6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.
7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.
Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.
La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.
La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.
Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.
Krzysztof Szczawinski
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