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Pensiero

L’abisso del mondo moderno

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Vorrei scrivere qui di ciò che più di ogni altra cosa plasmerà le nostre vite nel XX secolo: lo Stato Moderno. Ogni Paese, sulla carta, ha un suo Stato – qui in Ispagna abbiamo un Regno, altrove abbiamo repubbliche, «democrazie», autocrazie più o meno occulte, satrapie di ogni sorta – tuttavia non possiamo notare, grazie al biennio pandemico, come tutte le nazioni terrestri, con pochissime eccezioni, abbiano proceduto nel medesimo modo, facendo le stesse cose.

 

Lockstep: Robert F. Kennedy jr. ha detto, fra gli altri, che con il COVID siamo entrati di fatto in una fase post-costituzionale dello Stato. Abbiamo visto in Italia, in Germania e perfino negli Stati Uniti, articoli fondamentali della Costituzione violati impunemente dai governi e dai giudici.

 

Libertà di pensiero, libertà di espressione, libertà di cura, libertà di movimento, libertà di lavoro, libertà di associazione… il catalogo è lunghissimo.

 

Abbiamo visto tutti i Paesi, basati su carte relativamente nuove (come l’Italia) o antiche (come gli Stati Uniti), disintegrare i loro stessi fondamenti giuridici, come l’habeas corpus: fa ridere pensare alla libertà corporea nel contesto in cui nemmeno le nostre cellule ci appartenevano più.

 

Davanti a nostri occhi abbiamo visto caricarsi in tutte le società un programma di apartheid biotica, un’apartheid molecolare, un sistema di discriminazione che arrivava a giudicare, ed escludere, il cittadino su base subcellulare. Se non avevi accettato nelle tue cellule il mRNA della siringa genica sperimentale, potevi, di fatto, essere abbandonato dall’intera società e dalla sua autorità.

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Abbiamo testimoniato il contratto sociale andare in meltdown. In realtà, e questa è una delle cose che voglio dire qui, non si è trattato solo di un processo di distruzione dello status quo. Mi è stato evidente, quasi da subito, come tutta l’esperienza pandemica non fosse altro che l’attuazione di un piano di ridefinizione politica generale.

 

L’idea del cittadino come latore di diritti, sanciti dalle Costituzioni, è stata, ovunque, dissolta. Lo Stato non esisteva più per garantire che il cittadino godesse di questi diritti (quelli che gli americani dicono derivare direttamente da Dio). Lo Stato infligge al cittadino violenze che vanno contro i suoi diritti, ergo lo Stato non si basa più sul diritto, ma su altro: lo Stato si basa quindi sullo Stato stesso come ente scisso dalla sua stessa popolazione, che può considerare quindi come sua stessa nemica. 

 

Lo Stato quindi diventa non più la somma delle volontà in equilibrio dei suoi cittadini, come vuole la pia illusione democratica. Diventa un qualcosa di separato dagli esseri umani che dovrebbe proteggere.

 

Il risultato finale è una semplice quanto terrificante inversione dell’intera architettura sociale occidentale: se non è lo Stato che serve il cittadino, è il cittadino che deve servire lo Stato, a costo della sua stessa libertà. E colui che non è libero ha, nei secoli, un nome preciso: schiavo.

 

Abbiamo assistito di fatto ad un cambio di paradigma incontrovertibile, quello per cui è lo Stato moderno stesso, sedicente «democratico», a portare il suo popolo alla schiavitù.

 

Lo Stato moderno è un ente per lo più invisibile, ma onnipervadente: siamo soggetti allo Stato moderno anche lontano dai suoi uffici e dalle sue caserme, siamo sottomessi alle sue leggi anche prima di nascere: lo sanno quei milioni di esseri umani che, per tramite delle leggi dello Stato moderno, non sono venuti al mondo, di fatto ucciso dallo Stato stesso, uno Stato-Moloch, uno Stato-Erode, che da decenni ha fatto capire la sua intenzione di controllare, dominare la vita umana, al punto da poterla spegnere a piacimento – bambini o vecchi, embrioni, feti, uomini o donne che siano.

 

Lo Stato moderno è un essere che ha una volontà propria, ha un programma preciso. Esso decide, si muove, vive, uccide, anche in autonomia rispetto agli esseri umani. Di fatto, lo Stato moderno è una macchina. Di qui l’attrazione assoluta, che abbiamo visto in Italia ma ancora di più a Brusselle, che la politica odierna ha per i tecnocrati: economisti, super-avvocati, super-ragionieri, super-medici, «esperti».

 

Andiamo oltre il governo dei tecnocrati, con l’attuazione della tecnocrazia nel senso letterale, etimologico: il governo della tecnica, più che dei tecnici, e quindi un governo macchinale, senza più esseri umani.

 

Il destino inevitabile che quindi ci tocca sarà quello di vedere, tra pochissimo tempo, l’Intelligenza Artificiale al potere, uploadata nei gangli dello Stato a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non possiamo dire che questo non fosse già teorizzato due secoli fa dal marchese d’Alveydre con la sua sinarchia, che parlava dello Stato come sistema vivente ed armonioso, della società come un grande congegno, del governo una macchina guidata dall’intelletto e dal sapere iniziatico infuso da un’élite in armonia spirituale con le leggi universali, cioè da una classe sacerdotale vera e propria – una casta di bramini del potere che, capiamo meglio ora guardando i burocrati impettiti di Davos, serve solo ad avviare il sistema, che poi può procedere ancora meglio senza di essa.

 

Lo Stato Moderno quindi cessa di essere umano, forse non lo è mai stato: nato secoli fa da rivoluzioni guidate da movimenti segreti – che si vogliono laici ma che in realtà costituiscono fondamentalismi mistici aberranti – lo Stato moderno ha progressivamente rimosso Dio – perfino nella Costituzione Italiana scritta dopo la Guerra dai democristiani, veri grandi nemici della politica cristiana nel nome dell’idolo del progresso, e con esso cancellando via via sempre più evidentemente la Sua immagine, l’essere umano, Imago dei.

 

Togliendo Dio dallo Stato si è tolto l’uomo come suo principio: e ciò è vero, ancora prima dei nostri anni di poteri malthusiani, anche per i totalitarismi del primo Novecento. Senza Dio, senza il Logos di San Giovanni, lo Stato perde la ragione, diviene preda dell’irrazionalismo più folle e devastante, fino a divenire autodistruttivo: è il caso del nazismo, che pure da una prospettiva ultranatalista – il Lebensraum di cui Hitler ha cominciato a scrivere praticamente da subito – condivisa con l’Italia fascista e il Giappone Imperiale, ha scatenato guerre e stermini in tutto il continente, compreso l’assassinio della sua stessa popolazione condotta nella fornace del conflitto. È stato detto, a guidare lo Stato totalitario non è più la ratio cristiana, ma uno spirito di altro tipo, uno spirito dionisiaco, uno spirito di sacrificio – di sacrificio umano.

 

Ecco che ci appare più chiara una verità che striscia in fondo alla mente di tanti di noi: lo Stato democratico-liberale postbellico ha forse – per lo meno, al momento, russofobie rimilitarizzanti Von der Leyen permettendo – ridotto il numero delle guerre e quindi dei loro morti. Tuttavia, è evidente che lo Stato moderno ha sostituito la morte militare con quella indotta dalle sue nuove pratiche antiumane: l’aborto uccide, nei Paesi sviluppati, un bambino su quattro o forse su tre (e, in vari Paesi non solo nordici, il 100% degli affetti da sindrome di down), l’eutanasia, che vedo si sta scatenando in Spagna sta divenendo una delle principali cause di morte in Canada, così come in Belgio, Olanda (dove costituisce il 6% dei decessi) e ora anche in Francia e Gran Bretagna, e coinvolge sempre più chiaramente non più solo malati terminali, ma chiunque: persone tristi (perché non sufficientemente abbienti, perché angosciate dal cambiamento climatico), veterani disabili, persone in una lista di attesa per operazione chirurgica, persone che si oppongono alla loro stessa terminazione eutanatica, danneggiati dal vaccino COVID, e poi, chiaro, i bambini, vuoi perché malati, vuoi perché autistici, vuoi perché recanti altri difetti che la famiglia borghese eugenetica oggi non tollera più.

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Per non parlare di un’altra pratica sterminatrice incoraggiata dallo Stato moderno, il trapianto degli organi, che sarebbe più giusto chiamare predazione degli organi, che può avvenire solo se il cuore dell’espiantato batte ancora, coperto dalla menzogna convenzionale escogitata ad Harvard della «morte cerebrale».

 

Va considerato come tutte queste modalità di massacro siano sempre più legate fra loro: la provincia canadese del Quebecco, capofila globale per il suicidio assistito, oggi è anche capofila per il trapianto di organi, di cui, grazie alla morte di Stato, dispone in estrema abbondanza.

 

E l’aborto, abbiamo visto in chiarezza nello stesso decennio, va ad alimentare, negli USA e non solo, un’immensa filiera di ricerca universitaria e biomedica, al punto che è possibile comprare in tranquillità tessuti di bambino abortito a scopo scientifica, e vi sono donne che li vendono o che, si dice, addirittura arrivino a prendersi incinte ed uccidere i bambini per fare un favore al collega ricercatore, che farà così esperimenti con il feto squartato.

 

Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, scriveva Publio Cornelio Tacito. dove fanno il deserto, lo chiamano pace. Producono immani massacri, oceani di micromorte, ecatombi di innocenti, e li chiamano «diritto» e «progresso». In passato ho ricordato come durante la Guerra Fredda lo scienziato atomico Herman Kahn coniò il termine di megadeath, unità di misura per ogni milione di morti ottenuto da un attacco atomico. Dalla depenalizzazione parziale dell’aborto in Spagna del 1985, secondo i dati ufficiali, vi sono stati 2,8 megadeath. In Italia, dalla legge 194/1978, più di sei – in pratica intere regioni fatte sparire. Consideriamo che a Hiroshima si sono registrate circa 0,14 megamorti (ovvero 140.000 morti). Lo Stato moderno, al momento, uccide più della bomba atomica.

 

E quindi, non possiamo fingere di non vedere come lo Stato moderno sia sempre più chiaramente un sistema di ritorno del sacrificio umano. Non poteva essere altrimenti, è la diligente conseguenza di un’altra inversione: se cacci quel Dio che si sacrifica per gli uomini, arrivano quegli dei che dagli uomini pretendono sacrifici. Non più Dio che muore per gli uomini, ma gli uomini che devono morire per gli dèi. Come ai tempi antichi, con Baal e Moloch, e in ogni religione precristiana. La guerra globale al cristianesimo – specie quello che ancora crede nel miracolo dell’eucarestia – è tutta qui. E la fascinazione che la cultura mainstream mostra per il paganesimo mesoamericano, con i suoi sacrifici umani massivi, non è davvero casuale.

 

L’idea quindi è quella di concepire la macchina dello Stato moderno, senza Dio e senza uomo, come una macchina di morte. Il suo stesso codice, e lo vediamo in chiarezza in tutte le leggi bioetiche, è intriso di quella che Giovanni Paolo II chiamava Cultura della Morte, e che io sintetizzo in un’unica parola come Necrocultura

 

La Necrocultura è il sistema operativo del mondo moderno. È la sua legge di gravità: opporsi a qualsiasi delle sue pratiche antiumane è considerato come una bestemmia democratica, perché la morte oggi è un «diritto». Così, andando perfino oltre il pensiero utilitarista di massimizzazione del piacere pubblico con eventuale sacrificio della minoranza, giustificano i nuovi stermini per gli antichi dèi.

 

Ci stupiamo, allora, se si riaffaccia, proprio in quella che è definita una democrazia, anzi, la più grande democrazia del Medio Oriente – dove, per inteso, il Dio dei cristiani è bandito, sputato, dissacrato – si riaffaccia la pratica del genocidio?

 

POSIWID. The purpose of a system is what it does, il fine di un sistema è quello che fa, diceva Stafford Beer. I nostri Stati oggi producono morte in quantità, al punto da generare autogenocidi o genocidi tout court: l’importanza, ripeto, sembra solo quella di aumentare le cifre della morte e della sofferenza.

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Andiamo pure oltre i fenomeni della bioetica e della guerra, e consideriamo qualcosa di più mondano. Era stato persino ammesso dall’ONU, in un suo documento di anni fa, che l’immigrazione in corso negli ultimi decenni è una immigrazione di sostituzione. Possono linciare Renaud Camus e chiunque usi il termine «grand remplacement», o grande sostituzione, ma ciò è la realtà delle cose nelle città europee, totalmente ridisegnate dagli immigrati.

 

Tale sostituzione non arriva senza dolore , anzi, pare che la violenza delle giovani masse immigrate sia organizzata proprio come strumento di controllo politico della popolazione locale, una volta di più depredata dei suoi diritti (come quello di libera circolazione: uno Stato può dirsi tale se perde il controllo di suoi territori, come le cosiddette no-go zone), e privato di aspirazioni politiche e di benessere dalla minaccia costante della società divenuta giungla.

 

Lo scrittore americano Sam Francis chiamava questo fenomeno anarco-tirannia: anarchia per l’immigrato terzomondista, tirannia di tasse e altro (pensiamo al COVID) per il cittadino. Prima di lui, aveva preconizzato, forse programmato, l’intera situazione il conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, che – lui si profondamente razzista, ma per qualche ragione ancora celebratissimo nelle stanze di Bruxelles – auspicava la creazione di una nuova razza europea tramite l’immissione genetica dell’elemento afroasiatico, di modo da sostituire l’attuale popolazione con una più sentimentale e dunque, diceva, più docile.

 

Vorrei andare oltre l’idea, che tanto piace ai partiti di destra che tuttavia non fanno davvero nulla per risolvere, dell’immigrazione come sostituzione.

 

Perché nello Stato moderno la sostituzione dell’uomo avverrà a prescindere dagli immigrati, cioè dall’uomo stesso. Ora tutti stanno parlando dell’apocalisse lavorativa dell’Intelligenza Artificiale. Vediamo già migliaia di licenziamenti di persone altamente qualificate come i programmatori informatici. A breve, sappiamo che spariranno i camionisti, i tassisti, e già da anni sappiamo che si licenziano in massa i giornalisti. I lavori manuali, tuttavia, non sono al riparo per niente: gli idraulici, gli imbianchini, saranno rimpiazzati da robot umanoidi, che saranno come le auto di Ford, venduti ad ogni famiglia, o meglio noleggiati – si parla di 600 dollari al mese, il prezzo scenderà, ma calerà catastroficamente anche il numero di famiglie che se lo potranno permettere, se non il numero di famiglie tout court.

 

Ancora: è evidente che i robot sostituiranno i soldati (nel teatro di guerra ucraino è già così), e un domani (in realtà progetti pilota vi sono già oggi) i poliziotti: saremo, come in un film di fantascienza distopica, sorvegliati da androidi e robocani, come quelli visti pattugliare Shanghai e Singapore durante il lockdown COVID.

 

Andiamo pure oltre, perché la Necrocultura della sostituzione non si ferma qui: non abbiamo il tempo per parlare della questione della riproduzione artificiale. La provetta, non solo legale ma garantita dallo Stato in moltissimi Paesi, a causa degli embrioni scartati, uccide più dell’aborto, e al contempo ingenera fenomeni come quello delle chimere umane: gli embrioni impiantati si fondono creando esseri umani con due DNA, con il gemello minore che va a formare alcuni organi del maggiore (compresi quelli sessuali) e può continuare a crescere mostruosamente dentro il fratello ospite. 

 

Ma l’umanità fatta in vitro non è l’ultima fermata, né lo è l’eugenetica CRISPR iniziata pubblicamente anni fa con le gemelle cinesi resistenti all’HIV (e, cosa sottaciute, dotate di un gene che aumenta le capacità mentali) prodotte dal biofisico cinese He Jiankui.

 

Oltre si va nella proposta di George Church, lo scienziato harvardiano MIT coautore della tecnologia CRISPR e fiancheggiatore dei progetti di de-estinzione del mammuth via clonazione. Nel suo libro Regenesis, Church parla della possibilità di creare dei mirror-humans, umani-specchio, ossia esseri umani dalla biochimica totalmente invertita, quindi non suscettibili, in teoria, di alcuna malattia, che dovranno, per vivere, mangiare cibro anch’esso biochimicamente invertito, o chiralizzato. Si tratta di una specie inimmaginabile perfino per la letteratura fantastica: eppure, potrebbe essere alla portata della tecnica tra pochi anni.

 

La popolazione di uomini sintetici di cui va popolandosi la terra riporta alla mente oscuri versi dell’Apocalisse di San Giovanni.

 

 «La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà» (Ap 17, 8)

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Lo Stato moderno, Stato della Necrocultura, pare proprio dirigere verso la distruzione del libro della vita. 

 

Federico Nietzsche, un filosofo sopravvalutato, anzi programmaticamente diffuso per infettare con l’irrazionalismo esoterico dopo la destra anche la sinistra, aveva tirato fuori questo aforisma, davvero usato un po’ troppo.

 

«Chi lotta contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te».

 

Ebbene, l’abisso dello Stato moderno già guarda in noi, e lo sappiamo dall’imperativo di sorveglianza bioelettronica divenuto patente con il COVID e che sarà ancora più evidente con l’imminente introduzione dell’euro digitale (che creerà, curiosamente, sulla piattaforma informatica prestata a quella del green pass COVID). 

 

E noi non dobbiamo aver paura di guardare nell’abisso, noi dobbiamo sfidarlo, noi dobbiamo vincerlo. Dobbiamo riformulare completamente la macchina di morte dello Stato moderno, riscriverla a partire dal dato più fondamentale: la vita e il suo mistero. Ecco il vero principio trascendente ed indiscutibile su cui dovrebbe fondarsi lo Stato per gli esseri umani.

 

Dobbiamo farlo per noi e per i nostri figli, e per gli esseri umani che verranno dopo di loro.

 

Roberto Dal Bosco

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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Pensiero

Le tenebre di Michel Foucault

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Il Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dal celebre acceleratore americano Y Combinator. Renovatio 21 ha accennato alla figura del Foucault varie volte, l’ultima giusto ieri per parlare della riapertura a Nuova York delle saune gay, luoghi di perversione e contagio: Foucault, omosessuale sadomasochista, frequentava assiduamente questi luogi, e altri club parafiliaci, a San Francisco, finendo per contrarre l’AIDS e, secondo una voce raccolta dal suo biografo ma non confermata, infettando volontariamente altri omosessuali, non si sa se con o senza il loro consenso: l’unzione volontaria dell’HIV tra gay è un fenomeno noto e praticato oggi (i recipienti del virus sono chiamati bugchasers, «cercatori del baco», mentre gli untori «giftgivers», «donatori del dono»). Foucault è entrato a forza, complici la pressione internazionale generata dall’adozione negli anni Novanta della filosofia francese da parte delle grandi Università americane, anche nel sistema italiano. Frotte di professori universitari, e dei professori di medie e superiori che essi licenziano, adorano l’idolo Foucault, tirandolo dentro perfino nella spiegazione dei lockdown pandemici. Tutti costoro, che sono per lo più salariati dallo Stato che Foucault raccontava essere persecutore, non arrivano a comprendere quanto la realtà sia semplice: le teorie dell’autore di Sorvegliare e punire avevano più a che fare con le sue devianze sadomasochistiche che non che il pensiero razionale. Ci rendiamo conto altresì quanto sia complicato spiegare al docente con background di filosofia normaloide come poi queste figure, nemmeno al culmine della loro perversione, finiscano per identificarsi non solo masochisticamente come vittime, ma pure sadisticamente come carnefici: è il caso, abbiamo visto, di Robert Mapplethorpe, fotografo omosessuale sadomasochista anche lui morto di AIDS che fu tra i primi compagni di vita della ciclica ospita del vaticano conciliare Patti Smith – l’uomo, secondo un memoir, consumava i rapporti omofili violenti sotto una grande bandiera nazista… Domandiamoci: siamo sicuri che le autorità repressive e punitrici fossero per Foucault un problema? O è possibile che la sua filososfia stessa sia, per paradosso, uno strumento del sistema che a parole dice di voler combattere? Non è che l’impulso di morte antiumano che permea il lavoro dell’omofilosofo francese (l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare») sia l’esatto motivo per cui la sua opera viene propalata alle ultime generazioni in tutto il mondo? Sul tema Renovatio 21 pubblicherà altri articoli.   L’altro giorno ho aperto una discussione su Sartre e il Maggio ’68. Oggi vi parlerò del pensatore più importante della teoria francese. Non il più mondano. Il più importante. Quello il cui software è ancora in funzione nelle università, negli uffici delle risorse umane, nelle redazioni giornalistiche, nei ministeri. Michel Foucault.   1926. Poitiers. Figlio e nipote di chirurghi. Borghesia medica. Il padre vuole un medico. Il figlio rifiuta. ENS, rue d’Ulm. 1948: un tentativo di suicidio. Sainte-Anne. Studia la follia dall’interno prima di scriverne. Breve periodo nel PCF. Lo lascia. Poi l’esilio: Uppsala, Varsavia, Amburgo. Lontano da Parigi. Lontano dal padre. 1961. Storia della follia. La tesi si riduce a una frase: la ragione non ha scoperto la follia. L’ha inventata per separarsi da essa. Il manicomio non è un ospedale. È un confine.   1966. Le parole e le cose. Un improbabile bestseller. Frase finale: l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare».  

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Maggio ’68, non è a Parigi. È a Tunisi. Dirà più tardi: senza il maggio ’68, non avrei mai fatto quello che ho fatto sulle prigioni, la delinquenza, la sessualità.   1969. Vincennes. È a capo del dipartimento di filosofia. L’anti-Sorbona. Lì non cercano più la verità. Cercano chi domina.   1970. Collège de France. Cattedra di Storia dei sistemi di pensiero. La carica più prestigiosa di Francia. Ha 43 anni. 1975. Sorvegliare e punire. Il panopticon. La scuola, la fabbrica, l’ospedale, la prigione: stessa architettura. Stesso sguardo.   1976. Storia della sessualità, Vol. 1. La sessualità non è repressa. È prodotta. Confessata. Gestita. 1977. Firma. Il diritto dei bambini e degli adolescenti «di avere rapporti con chi scelgono».   1978. Teheran. Vede in Khomeini una «spiritualità politica». Una volontà collettiva. Si sbaglia. Non ritratta del tutto.   1984. Muore di AIDS. A 57 anni.   Ora il punto cruciale. Foucault non era un filosofo che ha sbagliato un dettaglio. Era un uomo che ha sganciato la connessione con la verità. Non ha detto: «2+2 a volte fa 5». Ha fatto qualcosa di più radicale. Ha insegnato che la domanda interessante non è «è vero?», ma «chi ha il potere di dire che è vero?».   Nel suo sistema, la verità non è un obiettivo. È un costume. Un effetto. Un prodotto di istituzioni che parlano in nome della conoscenza.   Una volta accettato questo, tutto si capovolge. La scienza non è più un’indagine. È una forza di polizia della realtà. Il medico non è più un operatore sanitario. È un agente di normalizzazione. Il professore non è più un trasmettitore. È un cane da guardia. La giustizia non è più un giudizio. È una messa in scena. Una donna non è più una donna. È un incarico.   Judith Butler legge questo e inventa il genere performativo. Edward Said legge questo e inventa l’orientalismo accademico. Un’intera generazione impara che «la mia esperienza vissuta» ha più peso delle prove. Ed è qui che la situazione diventa vertiginosa. Foucault scriveva per seminari. Per Gallimard. Per un’aula magna del Collège de France. Non avrebbe mai potuto immaginare cosa sarebbe successo dopo.   Non immaginava che il dipartimento delle risorse umane di una multinazionale potesse trattare un fatto come un atto di violenza. Non immaginava che agli studenti venisse insegnato che la scienza occidentale è dominio. Non immaginava che in un’università non si potesse più affermare che un uomo non può partorire. Non immaginava la parola «wokismo». Non immaginava che un articolo di rivista, letto da trecento persone nel 1976, sarebbe diventato il sistema operativo di un continente.   Un uomo di Poitiers, brillante, tormentato, che voleva allentare la presa delle istituzioni, ha fornito il manuale d’uso per impadronirsene tutte. Questa è l’ironia.   Pensava di denunciare il potere. Ha dato al potere una nuova veste: quella di vittima, che si atteggia a vittima e tratta qualsiasi verità contraria come un’aggressione. Non ha rotto le finestre. Ha cambiato il programma. Ora ogni fatto è prima di tutto una mossa di potere. Il programma è in esecuzione. Non discutiamo più della realtà. Negoziamo la narrazione.

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Ecco come ci siamo ritrovati in questo mondo. Una scuola che sospetta invece di trasmettere. Una medicina che esita a nominare un corpo. Una stampa che confonde la verità con il kitsch. Una generazione che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte. Non è una deriva. È la tesi, spinta alle sue estreme conseguenze.   Se la verità non esiste, non resta altro che il gioco di potere. E il gioco di potere, una volta rivestito di virtù, non ha limiti.   Le persone che hanno ereditato tutto questo non sono mostri. Hanno ricevuto un software. Le cattive idee uccidono prima chi ci crede. La riconversione è possibile. Ma una civiltà che non sa più distinguere un fatto da un gioco di potere non può né guarire, né insegnare, né costruire.   La realtà non è un’oppressione. È l’unico terreno su cui i costruttori possono lavorare. Scusate.   E al lavoro.   Brivael Le Pogam  

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Immagine di pubblico domini CC0 via Wikimedia  
   
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