Pensiero
Se Bergoglio avesse veramente letto Chesterton
Renovatio 21 pubblica questo articolo del dottor Paolo Gulisano apparso su Ricognizioni.
Hanno fatto abbastanza scalpore le dichiarazioni del Vescovo di Roma nel corso della visita in Canada dei giorni scorsi.
Dichiarazioni che in effetti sono state un durissimo attacco alla storia della Chiesa, alla sua azione missionaria, di cui tra l’altro furono grandi protagonisti i membri di quella Compagnia di Gesù da cui lo stesso vescovo proviene. Ma ormai è un dato di fatto che il pastore argentino prova un livore incontenibile per la Chiesa, per come è stata per secoli, fino al 1963.
Tuttavia, se è lecito che abbia fatta sua questa visione ecclesiologica e ideologica che da decenni è entrata prepotentemente – quasi fumo di Satana – nel Tempio di Dio, non dovrebbe permettersi di maltrattare la Storia, stravolgendone i fatti, al solo scopo di screditare la Chiesa di Cristo e la società cristiana che da essa è nata attraverso i secoli.
La richiesta di compiere un atto di Cancel Culture, che non è altro che il tentativo di mettere sotto processo la Civitas Dei per condannarla senza prove, è venuta dal premier canadese Justin Trudeau, che è notoriamente un pupillo di Klaus Schwab e tra i maggiori fautori del globalismo e dell’Agenda di Davos, e immediatamente fatte proprie da Bergoglio.
Ma nonostante tutti gli attacchi portati dal Vescovo di Roma alla Chiesa cattolica, tutto questo non è bastato, non è ancora sufficiente per le forze anticristiane: il ministro dei culti canadese ha ufficialmente dichiarato, a nome del suo governo, che le «scuse» del Papa non sono sufficienti perché sono state rivolte all’operato di alcuni cattolici e non invece, come a giudizio del governo canadese dovrebbe essere, all’operato della Chiesa in sé, dato che non sarebbero colpevoli i singoli ma la Chiesa.
Per il governo canadese, la Chiesa è un male dell’umanità da sradicare dalla storia.
Un monito rivolto a Bergoglio ad essere più efficace, in futuro, nel gettare discredito sul passato della Chiesa cattolica, colpevole delle peggiori efferatezze, per legittimare la sua persecuzione presente, tanto da parte dello Stato quanto da parte della stessa Gerarchia.
Perché quella Chiesa, la Chiesa cattolica «intollerante», «rigida», che predicava il Vangelo a tutte le genti e che lasciava martirizzare i propri Missionari da tribù immerse nella barbarie del paganesimo, non deve esistere più, non deve «fare proselitismo» e non deve pretendere di avere alcuna Verità da insegnare alle nazioni per la salvezza delle anime.
Se il papa avesse avuto una buona formazione storica, e non fosse stato intenzionato a condividere un’operazione puramente ideologica, avrebbe parlato del grande e saggio sciamano Alce Nero o del grande capo Geronimo e della loro conversione al cattolicesimo, oppure delle missioni gesuitiche dalla California alle foreste del Canada che portarono, senza violenze, alla fede migliaia di indiani ben disposti ad accettarla non appena ne saggiarono la spiritualità.
Ha invece ossequiato la cultura woke e l’indigenismo d’accatto per condannare la memoria di altri missionari che cercarono di evangelizzare i nativi, in particolare nel Canada francofono, con un approccio non razzista, ma al più «paternalista» della Corona francese, che tentava di integrare gli indiani nelle colonie insegnando loro l’agricoltura: molto diverso da quello «segregazionista» e razzista della Corona inglese.
Bergoglio ha parlato di «genocidio culturale» come se l’arrivo della fede cristiana non cambi necessariamente l’essenza delle culture precristiane, esattamente come era accaduto nell’Europa romana, celtica, germanica, slava, con la cristianizzazione di tante feste e tanti culti locali precristiani.
L’indigenismo propugnato da Bergoglio oltretutto è un falso prodotto intellettuale delle università nord-americane. Il genocidio, non solo culturale ma anche etnico, lo ha perpetrato l’America WASP, ossia bianca, anglosassone e protestante.
Quei coloni provenienti dalla Gran Bretagna che già si erano accaniti ferocemente contro i cattolici, e lo avrebbero fatto anche nei confronti dei messicani, altrettanto cattolici.
La politica di distruzione etnica e assimilazione culturale delle popolazioni locali è stata tipica del colonialismo inglese che la attuò in diversi luoghi come ad esempio l’Australia, gli USA e il Canada. Questi paesi non erano governati da re cattolici ma dalla massoneria anglosassone e dai protestanti. La responsabilità di alcuni uomini di Chiesa può essere perciò solo quella di aver collaborato, in qualche modo, con quelle politiche che furono pensate e dirette però da nemici della Chiesa.
La Chiesa avrebbe dovuto combattere con maggiore forza e determinazione queste forze, la cui luciferina abilità è sempre stata quella di attribuire ad altri le colpe per i loro delitti.
Tempo fa su qualche giornale si era scritto che Bergoglio è un lettore di Chesterton. Non sappiamo se sia vero, o se la sua conoscenza di GKC (del quale in questi giorni si è celebrato il Centenario della conversione) si sia limitata a qualche episodio di Padre Brown, ma certamente avrebbe molto giovato alla sua corretta interpretazione della storia delle Americhe e del colonialismo protestante britannico leggere il seguente brano di Chesterton, tratto da Il pozzo e le pozzanghere.
«Il fatto è che la tirannia protestante è completamente diversa dalla tirannia cattolica; per non parlare della libertà cattolica. La tirannia protestante è inesorabilmente radicata in un movente e in una filosofia morali che sono agli antipodi di quelli cattolici. Il dottor Crespi sembra suggerire che, laddove le restrizioni protestanti raggiungono un livello veramente eccessivo, è solo a causa del tipico atteggiamento dell’ufficiale che mette troppo zelo nell’adempiere al suo dovere».
«Sono dolente, ma devo contraddirlo, poiché non si tratta di nulla del genere. Qui siamo nel cuore del problema: il protestantesimo è per natura predisposto ad abbracciare quell’atteggiamento che oggi chiamiamo “proibizionismo”. Con questo non intendo esclusivamente la proibizione di alcolici (anche se, a ben vedere, il paragone mi sembra dei più efficaci, se si tiene conto che nessuno tra le migliaia di tiranni della storia del Mediterraneo, da quando Penteo fu fatto a pezzetti, si è mai sognato di eliminare il vino dalla quotidianità); intendo dire che i protestanti tendono a proibire drasticamente, più che a controllare o a limitare. Il nostro modello di protestante attinge la sua idea di proibizionismo dalla sua teoria di progresso, teoria che cominciò con l’attesa dell’Età dell’oro, per finire poi con le speranze nel Superuomo».
«Non so cosa il dottor Crespi intenda parlando della mia “Età dell’oro”: dopo l’episodio dell’Eden non ho saputo di altre Età dell’oro nel passato. Il concetto protestante di progresso, invece, implica una tale Età futura, rigorosamente diversa e indipendente dal passato. Oggi, però, questa attesa di un nuovo Sole è fortemente influenzata dalla teoria dell’evoluzione. L’uomo è una scimmia che ha perso la coda, e che non la rivuole indietro. Non si tratta di fargli ridurre un po’ le dimensioni della sua coda perché troppo ingombrante; nemmeno è sufficiente dirgli di arrotolarla e metterla da parte, agitandola solo nei giorni di festa, come suggerisce l’idea cattolica di disciplina e ricreazione».
«Nell’ideologia protestante l’uomo può benissimo fare a meno della coda, quindi tanto vale amputarla. I protestanti oggi applicano meccanicamente questa teoria dell’amputazione a ogni aspetto problematico della natura umana, a ogni tradizione storica, a ogni costume popolare. Non si limitano a chiedere all’uomo di contenersi, di limitarsi in ciò che, in un particolare momento, costituisce per loro un problema. Vogliono che l’uomo si liberi definitivamente del problema, come un giorno la scimmia fece con la coda».
«Se i puritani aboliscono il ritualismo, significa che d’ora in avanti non esisterà più nessun tipo di cerimonia; quando i proibizionisti abolirono il consumo di alcolici, giurarono che la nuova generazione sarebbe cresciuta senza mai conoscerne il gusto; se i protestanti guardano con favore alla proposta socialista, la maggior parte di essi non pensa affatto a criticare quel nuovo disordine chiamato “capitalismo”: a loro interessa abolire per sempre l’idea stessa di proprietà privata, questo è tutto».
«Per questo sostengo che nella Riforma protestante ci sia qualcosa di fanatico, di soffocante, di estremista, qualcosa di disperante che non c’è nemmeno nelle repressioni di stampo cattolico. Quando il puritanesimo si diffuse in America, così come quando il prussianesimo ha conquistato la Germania, è sorta una nuova legge: la sterilizzazione, o l’eugenetica, forzata, dalla quale persino i peggiori dittatori di tradizione latina rifuggirebbero con orrore».
Ci sono stati molti buoni cattolici, come Savonarola e Manning, che potrebbero essere chiamati protestanti, in quanto anch’essi accesero il loro piccolo falò delle vanità. Non ebbero però mai la pretesa di paragonarlo al fuoco eterno.
Ci sono stati altrettanti cattivi cattolici che si potrebbero definire tiranni, come i Borgia o il re Bomba, che per ambizione seminarono morte, odio e terrore, ma che nemmeno durante la tortura di un povero infelice si sarebbero illusi di stare deformando o piegando a loro piacimento l’umanità stessa. Ecco perché le loro proibizioni non erano poi così proibizioniste.
La libertà protestante è ben più opprimente della tirannia cattolica, poiché essa non è altro che l’illimitata libertà dei ricchi di distruggere un numero illimitato di libertà dei poveri»
«Mussolini compie indubbiamente un atto abominevole quando sopprime i giornali, ma lo si sentirà mai dire: “Il mondo non sarà mai più afflitto dalla carta stampata», nel modo in cui Jennings Bryan avrebbe detto “Non saremo mai più minacciati dalle bevande alcoliche”»?
«Sono fermamente convinto che alcuni degli ultimi sistemi ideati dai fascisti per addestrare i bambini rasentino l’assurdo, tuttavia essi non raggiungono il punto di dire che i bambini dovrebbero essere tolti alle madri, cosa che moltissimi protestanti, seguaci progressisti di Welles o di Shaw, non avrebbero scrupolo di dichiarare».
«In poche parole, senza considerare la libertà cattolica, la tirannia cattolica è qualcosa di transitorio, come una penitenza, un digiuno, un assedio o una legge marziale. La libertà protestante è ben più opprimente della tirannia cattolica, poiché essa non è altro che l’illimitata libertà dei ricchi di distruggere un numero illimitato di libertà dei poveri».
Chesterton scrive da inglese che conosceva molto bene la storia del proprio Paese, e aveva scelto di diventare cattolico proprio mentre l’Inghilterra stava abbandonando il bigottismo protestante per diventare nichilista e scientista, mentre stava diventando una fucina dove elaborare il pensiero transumanista per il futuro prossimo.
Forse Bergoglio dovrebbe leggere meno teologia indigenista e un po’ più di Chesterton.
Gli farebbe un gran bene all’anima.
Paolo Gulisano
Articolo previamente apparso su Ricognizioni
Ambiente
Morti di caldo, morti di inciviltà
Conosciamo tutti la lagna goscista, che da oltreoceano si spande anche da noi, limitando le libertà degli europei e degli italiani: la libera vendita delle armi, dice il grillo parlante progressista con tutti i suoi giornaloni e propalatori decerebrati salariati, genera stragi. Eccerto.
È ovvio, no? Se permetti al cittadino di comprarsi pistole e fucili, magari per difendersi dall’anarco-tirannia migratoria, magari per difendersi da lupi ed orsi reimmessi nel suo balcone di casa dallo Stato moderno, magari addirittura, sia mai, per impedire – come saggiamente prevedevano gli estensori della Costituzione USA – da un governo perverso e totalitario installatosi al potere (Tommaso Jefferson: «Quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà»), stai decisamente preparando la strada ad ecatombi indiscriminate, di quelle che si leggono nelle cronache.
Le quali cronache, il lettore di Renovatio 21 lo sa, sono ricche di tanti dettagli (beh, un po’ meno recentemente che gli assissinii di massa sono perpetrati spesso da ragazzini trans et similia), tranne che quelli che riguardano gli psicofarmaci che, gratta gratta, al fine si scopre che tutti gli stragisti armati ingollano ad abundantiam.
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Ecco che i partiti «democratici» con i loro Soloni intellettuali (cioè, indirettamente o direttamente impiegati statali, per lo più) ci snocciolano le cifre: vi sarebbero, dicono le statistiche degli enti anti-armi, ben 30.000 decessi per armi da fuoco, ma nel calderone ci buttano suicidi, omicidi e incidenti, cioè anomalie di sistema che non riguardano il cittadino medio, che però va privato dei suoi mezzi di difesa.
Insistono: vi sono ben 13 decessi ogni 100.000 abitanti, pensate, ma meglio non dire che la percentuale più alta dei decessi totali da arma da fuoco negli Stati Uniti è storicamente riconducibile ad atti di autolesionismo e suicidio, due fenomeni, guarda guarda, intimamente legati al consumo massivo di psicofarmaci di cui sopra.
Ebbene, sarebbe il caso di tirare fuori ora un’altra statistica, secondo noi assai significativa: quella dei morti di caldo in Europa.
Diamo i numeri: nel 2024 le morti stimate legate al caldo sarebbero state 62.800, nel 2023 50.800, nel 2022 ben 67.900. Le persone over 75 e le donne sono le più colpite. Due terzi circa dei decessi avvengono nell’Europa meridionale. L’Italia è costantemente il Paese con il numero assoluto più alto (oltre 19.000 nel 2024), seguita da Spagna e Germania.
Secondo dati Bloomberg, la situazione 2026, ovviamente in via di abissale aggiornamento in questi giorni di canicola estrema in tutto il Vecchio Continente, vedono oltre 25.000 morti legate al caldo dall’inizio dell’anno, 11.900 nella sola Germania da aprile). Le statistiche EuroMOMO (ve lo ricordate? L’ente statistico per le euromorti da cui piluccavano per le nostre analisi piccanti durante tempesta delle menzogne vaccinali COVID e relativi malori) dicono di diecine di migliai di morti in eccesso durante l’ondata di calore di fine giugno, con 10.000-14.000 decessi in più nella settimana di picco – e figuriamoci ora.
In sintesi numerica: negli ultimi anni si parla di 50.000–70.000 morti per caldo ogni estate in Europa, con l’Italia spesso in testa per numero assoluto.
In sintesi sociopolitica: il caldo uccide in Europa più di quanto uccidano le armi da fuoco in America. Parliamo, praticamente, di multipli: il calore da noi ammazza molta, molta più gente della supposta emergenza della libera circolazione di pistole e fucili negli Stati Uniti.
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A questo punto, chiediamoci, cercando di uscire dalla cappa mentale del «Cambiamento Climatico» (prima lo chiamavano «Riscaldamento globale», poi dopo eventi come la conferenza sul Clima COP15 di Copenhagen, dove la neve bloccò gli aeroporti, hanno fischiettosamente cambiato nome e natura del fenomeno): perché la gente muore di caldo?
Risposta semplicissima: gli anziani, i deboli, tutti quanti stanno morendo in questi giorni lo fanno perché privi dell’aria condizionata. Non è più complicato di così: più condizionatori, più vita.
Rendiamoci conto, quindi, di quanto facile dovrebbe essere salvare le esistenze di questi cittadini. Realizziamo: basta un apparecchio, che non costa tanto più che quelli che il sistema sanitario passa a certi pazienti anziani, per evitare stragi di migliaia di persone.
Basta una piccola tecnologia per far vivere gli esseri umani, e l’uso e la diffusione di tale tecnologia dovrebbero essere, in una civiltà, un fatto scontato. Una civiltà è fatti di esseri umani, per cui la loro preservazione dovrebbe essere l’obiettivo primigenio di tutti i suoi sistemi.
Nessuno, tuttavia ci pensa. Il motivo è semplicissimo: viviamo una fase di decomposizione della civiltà, di inciviltà. Non può essere altrimenti: la civiltà invasa dalla Necrocultura diviene anti-civiltà, sistema volto all’eliminazione programmatica degli esseri umani.
Lo Stato moderno, che ha fatto della Necrocultura il suo sistema operativo, dà una mano. Per cui, pensare che esso possa riconoscere la semplice causa di questa strage e fornire la soluzione – che è a scaffale – è errato.
Politici, giornali sembrano ignorare la questione se non per lanciare le solite geremiadi sul Cambiamento Climatico, la nuova religione copiata da quella cattolica – al posto di Dio abbiamo la dea Gaia, al posto del peccato abbiamo l’impronta carbonica, distribuita perfino come peccato originale, e al posto dell’espiazione abbiamo la riduzione delle attività degli uomini se non la loro eliminazione – , che nell’animo vacuo di qualche gonzo panciafichista con stipendio parastatale ha magari pure attecchito.
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I condizionatori sono maledetti: consumano tanto solo per dare benessere fisico agli esseri umani che, secondo il culto climatico globale, devono invece espiare, soffrire, morire.
Anche fuori dalla civiltà tecnologica del refrigerio le cose vanno male: se volete andare al fiume che solca la vostra provincia è facile che le forze dell’ordine vi multino, con la motivazione per cui l’acqua è inquinata o perché la balneazione lì è vietata punto e basta. Altri specchi d’acqua (laghetti, torrenti, idroscali) sono pieni di immigrati che anarcotirannicamente se ne fottono dei richiami e continuano a prodursi in grigliatine e talvolta in qualche atto di violenza.
Voi dite, le piscine pubbliche: come no, abbiamo visto come – fenomeno rilevabile in tutta Europa – esse siano oramai ostaggio di bande di giovinastri immigrati, con molestie di ragazzine che ciclicamente riempiono le pagine dei giornali e generano improbabili racconti della stampa locale su improbabili provvedimenti anti-bulli, cioè anti-maranza, che i gestori sono ora spinti, riluttantemente, ad adottare.
Tema importante quello delle piscine, perché interseca, con evidenza, quello del servizio pubblico vitale. Esse dovrebbero essere infatti potenziate ed espanse, ne andrebbero costruite di nuove, visto il benefizio fisico che ne trae la popolazione morente, senza contare come, per tutto l’anno, il nuoto («lo sport più completo», dice l’insopportabile luogo comune) garantisca salute a tantissimi.
E invece, assistiamo ad una contrazione nel settore: nella mia città c’era una piscina zonale che offriva, oltre alle vasche sportive, anche uno spazio spiaggesco estivo, con scivoli e acqua bassa, per la felicità dei bambini e dei genitori. Il luogo era divenuto famoso perché era lì che aveva cominciato a nuotare Thomas (cioè, Tommaso) Ceccon, loquace olimpionico medaglia d’oro alle drammatiche Olimpiadi di Parigi, della cui organizzazione egli giustamente si lamentò molto, arrivando a dormire in istrada perché, appunto, l’Olympiade macroniana ambientalmente corretta non considerava bene i condizionatori per gli atleti (ne abbiamo scritto su Renovatio 21: queste crudeltà, come quella di farli nuotare nelle acque fecali della Senna, costituiscono una bella riedizione delle angherie ai ragazzini delle 120 giornate di Sodoma dell’eroe rivoluzionario francese marchese De Sade).
Oggi questa piscina non esiste più: il bando del comune per la gestione è andato deserto. L’amministrazione potrebbe quindi scaricare la colpa ai privati che si tirano indietro. La realtà è che l’intero progetto, vista l’importanza letteralmente vitale, andrebbe preso in mano dallo Stato punto e basta – ma lo Stato moderno, lo sappiamo, non ha come fine il vostro benessere. Per cui, ecco che un danno non irrilevante, sociale e biologico, viene portato al tessuto umano locale, e l’anticiviltà dei morti di caldo nemmeno immagina che dovrebbe porvi rimedio.
Ripenso con rabbia alle illuminanti parole di Mario Draghi, che il 6 aprile 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina che ha privato l’Italia dell’energia russa a basso costo, ebbe il coraggio di chiedere oscenamente in conferenza stampa «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»
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Ma di cosa stava parlando l’eurodrago, forse il peggiore premier mai avuto dal Paese? Stava dicendo che rifiutando il gas russo – e quindi la capacità di alimentare i condizionatori che non fanno morire la gente – avremo avuto la pace? Chissà se ora capisce quanto vacue e avventate sono le sue parole: abbiamo rifiutato il gas russo, mandando in malora l’intera economia manifatturiera italiana ed europea, e uccidendo di conseguenza un po’ di deboli, e abbiamo avuto che cosa?
Abbiamo avuto la realizzazione di un scenario di conflitto ancora più estremo, dove si parla con sempre maggiore tranquillità di guerra atomica tra Mosca e l’Europa.
C’è quindi una cifra geopolitica, anzi metapolitica, nell’Europa morta di caldo. Essa respinge la Russia (che è considerabile, come detto anche da Putin, uno Stato-civiltà) in quanto civiltà che ancora ha interesse a difendere la prosperità dei suoi esseri umani, al punto di andare in guerra per difendere i russofoni del Donbass. L’Europa della Cultura della morte no, non può concepirlo, nemmeno se si tratta dell’aria condizionata.
La realtà è che probabilmente, dai partiti non solo di sinistra alle stanze degli eurobottoni, lo Stato moderno vuole che moriate anche di caldo.
E ogni goccia di sudore che vi riga il corpo è una lacrima della nostra Civiltà cristiana che muore.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Maldini, povera Italia
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Geopolitica
Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21
Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.
Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.
Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.
Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.
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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.
«Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».
«Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.
«È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».
«Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».
«Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.
«È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».
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