Pensiero
Maresciallo, io confesso
Maresciallo, confesso.
Sono passati quarant’anni e più, ma la colpa mi pesa sulla coscienza. Mi stia ad ascoltare, lei è uomo di esperienza, mi deve capire e mi capirà.
Quarant’anni fa ero appena un ragazzino. Avevo degli amici di infanzia, cresciuti insieme nello stesso quartiere di questa nostra grande città del Nord Italia.
Finita la scuola si bighellonava, Maresciallo. Si buttava il tempo in interminabili partite di calcio, ci si trovava alle due di pomeriggio e via fino all’ora di cena. Che vita, Maresciallo, che roba.
Ma vado al dunque.
Eravamo dei ragazzetti qualunque, con poche risorse. Anche per comprare un pallone di cuoio ci tassavamo, e dovevamo aspettare del tempo. Non perché si era poveri, mi capisca. Grazie a Dio i nostri genitori lavoravano e non ci facevano mancare nulla, figuriamoci un pallone. Ma così, per puntiglio, per non chiedere. È difficile da spiegare. E’ come se volessimo sentirci liberi. Fare un po’ quel che si voleva. Comprare un pallone di cuoio è una superfluità, se ne può fare a meno. Noi volevamo prendercelo da soli, in comune, senza render conto ad altri che a noi stessi e al nostro gruppo.
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Capisco la sua perplessità, Maresciallo: lei sente puzzo di anarchia, di testa matta. Lei pensa che ci sia una tendenza al delitto. Fosse un lombrosiano mi tasterebbe le bozze frontali. Non importa che cos’è un lombrosiano, Maresciallo. No, non la sto prendendo in giro. Quando mai. Le chiedo scusa se ho detto qualcosa che l’ha urtata.
Adesso vado al dunque, stia attento.
Il dunque è che per comprare un pallone, o qualsiasi altra cosa, occorre denaro. E noi, noi ragazzini, sa che cosa facevamo? Sceglievamo un punto di passaggio e disponevamo sul marciapiede in bell’ordine dei fumetti: albi di guerra, topolini, e altri giornaletti che avevamo già letto e riletto. Qua e là qualche giocattolo.
Occupazione di spazio pubblico, Maresciallo, e intralcio alla circolazione. E poi, questo è più grave ancora, ci mettevamo a sedere sullo scalino di una vetrina e vendevamo. Sì, senza licenza. Prezzo vile, si capisce. Cento, duecento lire al pezzo, una miseria. Ma senza scontrino, senza fattura, totalmente esentasse. Eravamo nascosti al fisco. Crescendo, ricordo, c’eravamo fatti perfino molesti, turbavamo la quiete pubblica, si dice così? Invece di seguire con lo sguardo i passanti, puntavamo attivamente la vecchia e magnificavamo la merce a voci, appellandoci ai nipotini e offrendo sconti su modeste quantità.
Quanto mi vergogno a confessarle queste cose, Maresciallo.
Per me oggi è un sollievo sapere che nella mia città, nella grande città del Nord Italia, tutto questo non si può nemmeno più immaginare. Ma ce li vede dei tredicenni su un marciapiede a fare commercio? Viene solo da ridere.
Le confesso anche che il ricordo di questi fatti mi si era cancellato dalla mente, finché non ho sentito di quei tre ragazzini di Pradamano, provincia di Udine, che vendevano la limonata per comprarsi dei motorino. E che motorini, poi: dei vecchi Ciao.
Ah, Maresciallo. Si vede proprio che sono romeni. Degli italiani, me lo faccia dire, una roba del genere oggigiorno non l’avrebbero mai fatta. E la premeditazione, poi. Alzarsi alle cinque del mattino per spremere i limoni e fare il caffè. E le angurie. La mamma di uno dei tre che cuoce i muffin, la sorella i biscotti. Se non è associazione a delinquere, questa.
Bene ha fatto il cittadino zelante a segnalarli, e meglio ancora la polizia a piombare al domicilio per far firmare l’informativa al genitore o a chi ne fa le veci, e a chiudere d’imperio baracca e burattini. Ma dico io, si può pensare di passarla liscia senza la licenza per som-mi-ni-stra-zio-ne di bevande e alimenti?
Ecco, l’enormità di questa cosa mi ha fatto tornare indietro negli anni, e ora mi sento colpevole per quello che ho fatto nella mia gioventù. Non è molto diverso, vero? Credo che una sanzioncella, un lavoro socialmente utile me li meriti. Quanto meno per espiazione.
Oh, andiamo, gliel’ho detto io per primo che sono passati quarant’anni. Che cosa significa che non può? Lei mi lascia scontento, lo sa? Va bene, come vuole Maresciallo, non insisto.
Se mi fa compagnia, però prenderei qualcosa al baracchino qui fuori, un caffè. Tanto si è fatto tardi, lei deve fare la nottata e io, con questa agitazione, ormai non dormo più.
Questo baracchino non è mica tranquillo, lo sa lei? Ogni tanto c’è una rissa, escono i coltelli, si dice che c’è qualche giro di droga. Però la licenza per la som-mi-ni-stra-zio-ne di bevande e alimenti ce l’ha. Scherzo, naturalmente. sediamoci qui. Che serata, si sta proprio bene.
Posso aprirmi con lei, Maresciallo? In confidenza. In questa storia di Udine qualcosa continua a non tornarmi.
Vede, questi tre ragazzini hanno commesso un’irregolarità, e andavano fermati. Su questo non ho dubbi. Ma perché allora, mi domando, si sono mobilitati in tanti per regalargli i motorini che volevano? Non vorrei sembrarle sofistico, però è come se la gente volesse in qualche modo riparare un’ingiustizia. Era giusto far chiudere il baracchino, ma allo stesso tempo è stato ingiusto. Non so spiegarmi bene.
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E la vuole sapere un’altra? A me, il fatto che questi ragazzini e le loro famiglie abbiano rifiutato l’offerta è sembrato ancora più giusto. Giusto e bello.
È come se avessero detto: aspettate, non ci siamo, stiamo parlando di due cose diverse. Noi volevamo darci da fare per comprare un motorino. Per questo ci siamo svegliati alle cinque, per questo abbiamo allestito il baracchino. Per questo abbiamo messo la lavagnetta con l’insegna «I tre amici», i prodotti e i prezzi. Siamo stati tutto il giorno sotto il sole, ad aspettare e vendere ai passanti. Se fossimo riusciti a racimolare i soldi necessari ne avremmo intanto preso uno, di Ciao, fosse pure vecchio e scassato, tirando sul prezzo, e sarebbe stato tutto nostro. L’avremmo usato a turno, ma avremmo potuto anche demolirlo a martellate o buttarlo in un dirupo.
Se ce ne regalate tre, se ci date i soldi per comprarli, non sarà la stessa cosa. Non saranno mai nostri.
Mi spiego, Maresciallo? E qui si capisce quanto stupide e futili siano queste «gare di solidarietà» di cui ci si riempie la bocca. Secondo me tutti la vedono in modo sentimentale e credono che si parli di una storia con dei ragazzetti ingenui e dei sogni nel cassetto. Si commuovono, si agitano, aprono i portafogli perché smaniano per il lieto fine.
E invece qui si sta parlando di qualcosa di più serio: di dignità, di indipendenza e di libertà. Almeno, a me sembra così.
C’è ancora un altro pensiero che non riesco a far tacere. Ha sentito il commento del sindaco? Ha detto: hanno avuto un’idea fantastica, bella, che dimostra il loro spirito di iniziativa e il loro sogno. Ma ci sono delle norme che tutti siamo chiamati a rispettare, e spetta agli adulti spiegare il significato e il senso delle stesse. Giusto, bravo, non si poteva dire di meglio.
Ma qui casca l’asino: qual è il significato e il senso di una norma che vieta a dei tredicenni di vendere della limonata per tirare su qualche soldo? Non mi dica, per favore, che servono garanzie di igiene e sicurezza degli alimenti. Forse il baracchino qua ci garantisce qualcosa? Che ne sappiamo noi se la miscela di questo caffè è stata conservata tra i topi? Eppure l’autorizzazione ce l’ha.
Non voglio metterla a disagio, lei che è un uomo di legge. Però me lo lasci dire: a me sembra che lo Stato sia un poco come quelle suocere che mettono il naso dappertutto. Le stanze devono essere spazzate con la scopa a fiocco, il polpettone va cotto in teglia e non in forno, le lenzuola vanno stirate partendo dal fondo, in vacanza si va all’albergo Miramonti, e guai se con la tazzina col bordo oro si accoppia il cucchiaino a punta.
Io non so se tutto questo ha un senso e un significato. Quello che vedo è la prepotenza e la volontà di disciplinare ogni cosa ad ogni costo. La chiamano la mania del controllo, mi pare. E così è lo Stato. Le regole si moltiplicano e invadono ogni spazio vitale. Su tutto lo Stato vuole dire la sua, imporre norme e autorizzazioni. Il messaggio è: tu, cittadino, non puoi fare quello che vuoi: devi chiedere permesso e farlo come dico io. Tutto questo, si capisce, in nome di interessi pubblici: salute, igiene, sicurezza, e via di questo passo. Però manca l’aria, Maresciallo, manca l’aria.
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Le regole vengono fatte rispettare non perché abbiano un senso, ma perché sono regole. Ma questo è giusto? Lo chiedo a lei.
Se tutto è stabilito nei dettagli, se posso andare solo dove mi portano i binari, dov’è la libertà? Ma questa è vita? Qualcuno un pochino più importante di me ha detto che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Non voglio fare il teologo e nemmeno l’anarchico, so che lo sta pensando: ma se lo Stato si infila dappertutto e costringe il cittadino a servirlo, chi è il padrone e chi è lo schiavo?
Oh, Maresciallo, guardi un po’, mi è arrivata una notizia sul cellulare. Sembra che i ragazzini abbiano accettato i motorini in regalo. Beh, era ovvio. Dice che faranno una festa per ringraziare chi ha dimostrato solidarietà. Il presidente della Confcommercio, pensi un po’, auspica che un domani diventino imprenditori. Che bello.
Ecco fatto, faccenda sistemata, l’ordine è ristabilito. Tutto è rientrato nella cornice e non se ne parlerà più. Lo so che è stupido, Maresciallo, ma mi lascia un senso di malinconia. Lo trovo un peccato.
Ma sì, ha ragione lei, almeno abbiamo fatto quattro chiacchiere. Lasci, lei è mio ospite, ci mancherebbe.
Però, come si è fatto buio, d’improvviso. E guardi un po’ che falce di luna, sembra una fettina di limone. Non pare anche a lei?
Buonanotte, Maresciallo, io torno a casa che inizio a sentire un po’ di freddo.
Avv. Renzo Magalozzi
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Pensiero
«Cattolico» e omofemminista, l’ultimo prodotto delle cucine del potere britannico
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Ambiente
Morti di caldo, morti di inciviltà
Conosciamo tutti la lagna goscista, che da oltreoceano si spande anche da noi, limitando le libertà degli europei e degli italiani: la libera vendita delle armi, dice il grillo parlante progressista con tutti i suoi giornaloni e propalatori decerebrati salariati, genera stragi. Eccerto.
È ovvio, no? Se permetti al cittadino di comprarsi pistole e fucili, magari per difendersi dall’anarco-tirannia migratoria, magari per difendersi da lupi ed orsi reimmessi nel suo balcone di casa dallo Stato moderno, magari addirittura, sia mai, per impedire – come saggiamente prevedevano gli estensori della Costituzione USA – da un governo perverso e totalitario installatosi al potere (Tommaso Jefferson: «Quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà»), stai decisamente preparando la strada ad ecatombi indiscriminate, di quelle che si leggono nelle cronache.
Le quali cronache, il lettore di Renovatio 21 lo sa, sono ricche di tanti dettagli (beh, un po’ meno recentemente che gli assissinii di massa sono perpetrati spesso da ragazzini trans et similia), tranne che quelli che riguardano gli psicofarmaci che, gratta gratta, al fine si scopre che tutti gli stragisti armati ingollano ad abundantiam.
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Ecco che i partiti «democratici» con i loro Soloni intellettuali (cioè, indirettamente o direttamente impiegati statali, per lo più) ci snocciolano le cifre: vi sarebbero, dicono le statistiche degli enti anti-armi, ben 30.000 decessi per armi da fuoco, ma nel calderone ci buttano suicidi, omicidi e incidenti, cioè anomalie di sistema che non riguardano il cittadino medio, che però va privato dei suoi mezzi di difesa.
Insistono: vi sono ben 13 decessi ogni 100.000 abitanti, pensate, ma meglio non dire che la percentuale più alta dei decessi totali da arma da fuoco negli Stati Uniti è storicamente riconducibile ad atti di autolesionismo e suicidio, due fenomeni, guarda guarda, intimamente legati al consumo massivo di psicofarmaci di cui sopra.
Ebbene, sarebbe il caso di tirare fuori ora un’altra statistica, secondo noi assai significativa: quella dei morti di caldo in Europa.
Diamo i numeri: nel 2024 le morti stimate legate al caldo sarebbero state 62.800, nel 2023 50.800, nel 2022 ben 67.900. Le persone over 75 e le donne sono le più colpite. Due terzi circa dei decessi avvengono nell’Europa meridionale. L’Italia è costantemente il Paese con il numero assoluto più alto (oltre 19.000 nel 2024), seguita da Spagna e Germania.
Secondo dati Bloomberg, la situazione 2026, ovviamente in via di abissale aggiornamento in questi giorni di canicola estrema in tutto il Vecchio Continente, vedono oltre 25.000 morti legate al caldo dall’inizio dell’anno, 11.900 nella sola Germania da aprile). Le statistiche EuroMOMO (ve lo ricordate? L’ente statistico per le euromorti da cui piluccavano per le nostre analisi piccanti durante tempesta delle menzogne vaccinali COVID e relativi malori) dicono di diecine di migliai di morti in eccesso durante l’ondata di calore di fine giugno, con 10.000-14.000 decessi in più nella settimana di picco – e figuriamoci ora.
In sintesi numerica: negli ultimi anni si parla di 50.000–70.000 morti per caldo ogni estate in Europa, con l’Italia spesso in testa per numero assoluto.
In sintesi sociopolitica: il caldo uccide in Europa più di quanto uccidano le armi da fuoco in America. Parliamo, praticamente, di multipli: il calore da noi ammazza molta, molta più gente della supposta emergenza della libera circolazione di pistole e fucili negli Stati Uniti.
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A questo punto, chiediamoci, cercando di uscire dalla cappa mentale del «Cambiamento Climatico» (prima lo chiamavano «Riscaldamento globale», poi dopo eventi come la conferenza sul Clima COP15 di Copenhagen, dove la neve bloccò gli aeroporti, hanno fischiettosamente cambiato nome e natura del fenomeno): perché la gente muore di caldo?
Risposta semplicissima: gli anziani, i deboli, tutti quanti stanno morendo in questi giorni lo fanno perché privi dell’aria condizionata. Non è più complicato di così: più condizionatori, più vita.
Rendiamoci conto, quindi, di quanto facile dovrebbe essere salvare le esistenze di questi cittadini. Realizziamo: basta un apparecchio, che non costa tanto più che quelli che il sistema sanitario passa a certi pazienti anziani, per evitare stragi di migliaia di persone.
Basta una piccola tecnologia per far vivere gli esseri umani, e l’uso e la diffusione di tale tecnologia dovrebbero essere, in una civiltà, un fatto scontato. Una civiltà è fatti di esseri umani, per cui la loro preservazione dovrebbe essere l’obiettivo primigenio di tutti i suoi sistemi.
Nessuno, tuttavia ci pensa. Il motivo è semplicissimo: viviamo una fase di decomposizione della civiltà, di inciviltà. Non può essere altrimenti: la civiltà invasa dalla Necrocultura diviene anti-civiltà, sistema volto all’eliminazione programmatica degli esseri umani.
Lo Stato moderno, che ha fatto della Necrocultura il suo sistema operativo, dà una mano. Per cui, pensare che esso possa riconoscere la semplice causa di questa strage e fornire la soluzione – che è a scaffale – è errato.
Politici, giornali sembrano ignorare la questione se non per lanciare le solite geremiadi sul Cambiamento Climatico, la nuova religione copiata da quella cattolica – al posto di Dio abbiamo la dea Gaia, al posto del peccato abbiamo l’impronta carbonica, distribuita perfino come peccato originale, e al posto dell’espiazione abbiamo la riduzione delle attività degli uomini se non la loro eliminazione – , che nell’animo vacuo di qualche gonzo panciafichista con stipendio parastatale ha magari pure attecchito.
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I condizionatori sono maledetti: consumano tanto solo per dare benessere fisico agli esseri umani che, secondo il culto climatico globale, devono invece espiare, soffrire, morire.
Anche fuori dalla civiltà tecnologica del refrigerio le cose vanno male: se volete andare al fiume che solca la vostra provincia è facile che le forze dell’ordine vi multino, con la motivazione per cui l’acqua è inquinata o perché la balneazione lì è vietata punto e basta. Altri specchi d’acqua (laghetti, torrenti, idroscali) sono pieni di immigrati che anarcotirannicamente se ne fottono dei richiami e continuano a prodursi in grigliatine e talvolta in qualche atto di violenza.
Voi dite, le piscine pubbliche: come no, abbiamo visto come – fenomeno rilevabile in tutta Europa – esse siano oramai ostaggio di bande di giovinastri immigrati, con molestie di ragazzine che ciclicamente riempiono le pagine dei giornali e generano improbabili racconti della stampa locale su improbabili provvedimenti anti-bulli, cioè anti-maranza, che i gestori sono ora spinti, riluttantemente, ad adottare.
Tema importante quello delle piscine, perché interseca, con evidenza, quello del servizio pubblico vitale. Esse dovrebbero essere infatti potenziate ed espanse, ne andrebbero costruite di nuove, visto il benefizio fisico che ne trae la popolazione morente, senza contare come, per tutto l’anno, il nuoto («lo sport più completo», dice l’insopportabile luogo comune) garantisca salute a tantissimi.
E invece, assistiamo ad una contrazione nel settore: nella mia città c’era una piscina zonale che offriva, oltre alle vasche sportive, anche uno spazio spiaggesco estivo, con scivoli e acqua bassa, per la felicità dei bambini e dei genitori. Il luogo era divenuto famoso perché era lì che aveva cominciato a nuotare Thomas (cioè, Tommaso) Ceccon, loquace olimpionico medaglia d’oro alle drammatiche Olimpiadi di Parigi, della cui organizzazione egli giustamente si lamentò molto, arrivando a dormire in istrada perché, appunto, l’Olympiade macroniana ambientalmente corretta non considerava bene i condizionatori per gli atleti (ne abbiamo scritto su Renovatio 21: queste crudeltà, come quella di farli nuotare nelle acque fecali della Senna, costituiscono una bella riedizione delle angherie ai ragazzini delle 120 giornate di Sodoma dell’eroe rivoluzionario francese marchese De Sade).
Oggi questa piscina non esiste più: il bando del comune per la gestione è andato deserto. L’amministrazione potrebbe quindi scaricare la colpa ai privati che si tirano indietro. La realtà è che l’intero progetto, vista l’importanza letteralmente vitale, andrebbe preso in mano dallo Stato punto e basta – ma lo Stato moderno, lo sappiamo, non ha come fine il vostro benessere. Per cui, ecco che un danno non irrilevante, sociale e biologico, viene portato al tessuto umano locale, e l’anticiviltà dei morti di caldo nemmeno immagina che dovrebbe porvi rimedio.
Ripenso con rabbia alle illuminanti parole di Mario Draghi, che il 6 aprile 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina che ha privato l’Italia dell’energia russa a basso costo, ebbe il coraggio di chiedere oscenamente in conferenza stampa «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»
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Ma di cosa stava parlando l’eurodrago, forse il peggiore premier mai avuto dal Paese? Stava dicendo che rifiutando il gas russo – e quindi la capacità di alimentare i condizionatori che non fanno morire la gente – avremo avuto la pace? Chissà se ora capisce quanto vacue e avventate sono le sue parole: abbiamo rifiutato il gas russo, mandando in malora l’intera economia manifatturiera italiana ed europea, e uccidendo di conseguenza un po’ di deboli, e abbiamo avuto che cosa?
Abbiamo avuto la realizzazione di un scenario di conflitto ancora più estremo, dove si parla con sempre maggiore tranquillità di guerra atomica tra Mosca e l’Europa.
C’è quindi una cifra geopolitica, anzi metapolitica, nell’Europa morta di caldo. Essa respinge la Russia (che è considerabile, come detto anche da Putin, uno Stato-civiltà) in quanto civiltà che ancora ha interesse a difendere la prosperità dei suoi esseri umani, al punto di andare in guerra per difendere i russofoni del Donbass. L’Europa della Cultura della morte no, non può concepirlo, nemmeno se si tratta dell’aria condizionata.
La realtà è che probabilmente, dai partiti non solo di sinistra alle stanze degli eurobottoni, lo Stato moderno vuole che moriate anche di caldo.
E ogni goccia di sudore che vi riga il corpo è una lacrima della nostra Civiltà cristiana che muore.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Maldini, povera Italia
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