Geopolitica
La crisi sacrificale della Terza Guerra Mondiale. Europa, Asia, Africa verso le fiamme
Bergoglio, anni fa, usò, per una volta, un’espressione interessante: «Terza Guerra Mondiale, ma fatta a pezzi».
È estremamente probabile che, come sempre, il vecchio argentino non sapesse quello che stava dicendo, voleva solo usare una frase per fare effetto sul pubblico, che è il suo bisogno intimo di uomo e di gesuita. Tuttavia, individuare sulla scenda mondiale i frammenti caldi di un enorme conflitto in via di caricamento, non era sbagliato, e non lo è oggi.
La questione è che la Terza Guerra Mondiale, invece che vederla in diversi pezzi, la stiamo forse per vedere tutta intera.
La situazione in Africa precipita. Ieri abbiamo visto che tutti, dalla giunta golpista nigerina ai governi dei limitrofi Mali e Burkina Faso, con segni di disagio evidente perfino a Palazzo Chigi (dove, ricordiamolo, grazie al Trattato del Quirinale può sedere un ministro francese), temono come imminente un blitz francese in Mali. Abbiamo sentito parlare, addirittura, di un possibile strike sul palazzo del potere realizzato con missili. Non impossibile, anzi déjà vu: due anni fa Parigi eliminò con un drone nel Sahara un capo ISIS, Kamel Abderrhahmal. Ciò non toglie che vi siano governi africani che accusano i francesi di essere dietro agli stessi terroristi che dicono di voler combattere, così da giustificare la propria presenza militare.
Vi è una questione di politica interna da ricordare – o, per meglio dire, di psicopolitica.
Al di là delle forniture di uranio nigerino che sono per un terzo necessarie alla «rinascita dell’industria nucleare francese», bisogna considerare la condizione di Macron: schiaffeggiato e pomodorizzato in pubblico, gli fanno il dito durante la parata del 14 luglio, infamano la sua strana moglie dicendo che è un uomo (non è vero, e Brigitte vuole denunziare chi fa circolare questa voce infondata). Da questa base, si parte per rammentare le immense manifestazioni antilockdown, quelle contro la riforma pensioni (che inneggiarono alla ghiglittina) e infine, indelebili, le immagini di barbara devastazione urbana viste il mese scorso con la rivolta etnica delle banlieue.
Il giovane presidente francese non può permettersi di mostrare ulteriore debolezza, rischiando, visto l’accumulo di insuccessi ed impopolarità, di passare alla storia come un presidente finito detronizzato.
Ecco perché un raid in Niger, anche cruento, è una tentazione cui sarà difficile resistere per l’Eliseo. Una repressione dei manifestanti anti-riforme o dei selvaggi afroislamici delle periferie date alle fiamme costerebbe morti francesi, con contraccolpo politico e mediatico insostenibile: ecco perché, soprattutto nel caso della rivolta etnica metropolitana, hanno lasciato fare.
I morti nigerini, invece, sarebbero lontani dagli occhi e dal cuore: una politica tipica dell’Eliseo, leggibile anche quando, nel 1996, Parigi riprese gli esperimenti nucleari in quel di Mururoa, nel Pacifico francese. (Come vedremo più sotto, si tratta di proiettare fuori di sé la violenza che non si può dirigere contro se stessi)
Un intervento francese in Niger, fatto per riportare la svanita egemonia parigina nell’africa francofona, farebbe partire il domino nero, dove quantità di altri Paesi, vicini o meno, hanno già fatto il salto verso l’appoggio russo e la presenza fisica del gruppo Wagner (che pare essere seguito da vicino dai servizi francesi, visto che sapevano anzitempo della rivolta di Rostov di poche settimane fa).
Un’Africa arsa dalle fiamme della guerra andrebbe ad aggiungersi al disastro europeo in corso.
L’Ucraina è sul bordo, più che della sua distruzione, della follia. Abbiamo visto, in questi mesi, cose enormi: attacchi alla centrale atomica più grande d’Europa, dighe saltate, richieste di armi di distruzione massiva. Perfino i polacchi (che durante la Seconda Guerra mondiale, peraltro, furono trucidati a mazzi da Bandera) si stanno stufando; tuttavia ciò conta poco: armati fino ai denti dalla NATO (cioè, in parte, anche dall’Italia che si è privata, per esempio, di difficilmente rimpiazzabili sistemi antimissile SAMP-T) il regime di Kiev può divenire una fonte di morte e destabilizzazione per lungo tempo – come abbiamo scritto l’anno scorso, anche in un dopoguerra dove ci ritroveremo in casa, armati e determinati, i giovani profughi ucronazisti ospiti della badante di vostro nonno.
La guerra in Europa, insomma, c’è già. E può, in estrema scioltezza, estendersi. Cosa succederà alla Moldavia? La politica interna del Paese è già polarizzata in modo irrecuperabile, con il partito di opposizione messo al bando, esponenti politici esiliati e messi sotto accusa in quanto «filoputiniani», e quindi complici di un disegno russo per rovesciare il governo di Chisinau. La Transnistria rimane, etnicamente, pura Russia. Cosa accadrebbe se le truppe di Mosca finissero di esitar ed arrivassero ad Odessa? L’annessione della Transnistria sarebbe inevitabile – e il caos moldavo, in cui entra in giuoco ovviamente anche la Romania, prenderebbe fuoco una volta per tutte.
In Asia, come sappiamo, il flashpoint rimane Taiwan, dove l’invasione della Cina comunista è stabile nell’orizzonte ravvicinato di Formosa. I countdown sulla guerra finale con Pechino (tra cinque anni? Tra sette anni?) si sprecano. Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato abbiamo assistito al bizzarro caso della TV che inviò il segnale di allarme per avvenuta invasione.
Il mondo si prepara al contraccolpo della fine di Taipei: non essendoci più alcun prodotto sul mercato che non si serva di microchip (o con esso venga prodotto per automazione), gli effetti sull’economia globale non potranno che essere devastanti – la settimana scorsa, dato preoccupante sfuggito ai più, il colosso taiwanese produttore di chip TSMC ha perso il 10%.
Vediamo come – in Europa, in Asia e in Africa – al momento venga mantenuta la divisione in blocchi, tipica di quella che è la storia di superficie delle grandi guerre mondiali. Di qui abbiamo Russia e Cina, di là Washington e i suoi lacchè europei e qualche satellite asiatico.
Sembrerebbe, in ultima analisi, tutto semplice. Se le faglie di scontro tra i blocchi fossero solo tre, tutto sommato la cosa potrebbe essere risolvibile.
Chi considera la questione in modo militare, geopolitico o diplomatico tuttavia non afferra quello che potrebbe essere il quadro di distruzione scatenato. Del resto, se non conosci la radice, come puoi vedere le ramificazioni?
Parliamo dunque qui delle radici spirituali, metafisiche, metastoriche dei conflitti dell’ora presente.
Dobbiamo al filosofo francese Réné Girard lo studio della violenza umana in correlazione al sacrificio. Il rito, scrive nel seminale La violenza e il sacro (1972), è un sistema grazie al quale la società elimina la violenza che sta per rivolgersi contro se stessa, proiettandola fuori, in un capro espiatorio, in un nemico. Le feste – e le guerre – altro non sarebbero che materializzazione di questo fenomeno. La società necessita di arrivare al punto in cui, per riorganizzarsi e sopravvivere, deve arrivare alla violenza eliminando la sua componente autodistruttiva.
Il rito, il sacrificio, quindi è pura violenza, reale o simulata, presente o ricordata.
Il rito del sacrificio è violento, tuttavia la sua funzione è catartica, è fatto per incanalare la violenza, destinata altrimenti a straripare nel corpo sociale. Il momento in cui la società diviene via via più instabile a causa della violenza inespressa e non ritualizzata è chiamato «crisi sacrificale».
Chi riconosce la deriva post-cristiana della società – cioè la vittoria di modelli di esistenza umana programmati dalle massonerie – può comprendere la meccanica psicosociale in questione.
«La “crisi sacrificale”, ossia la perdita del sacrificio, vuol dire perdita della differenza tra violenza impura e violenza purificatrice» scrive Girard. «Una volta perduta tale differenza, non c’è più purificazione possibile, e la violenza impura, contagiosa, cioè reciproca, si diffonde nella comunità. La differenza sacrificale, la differenza tra il puro e l’impuro non può cancellarsi senza trascinarsi dietro tutte le altre differenze».
«C’è qui un’unica e medesima azione della reciprocità violenta dilagante. La crisi sacrificale è da definirsi come “crisi delle differenze”, cioè dell’ordine culturale nel suo insieme» continua La violenza e il sacro. «Questo ordine culturale, infatti, non è nient’altro che un sistema organizzato di differenze; sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro “identità”, che permette loro di situarsi gli uni rispetto agli altri».
Le parole del filosofo sono quanto mai attinenti all’ordinamento delle Nazioni nell’ora presente.
In una realtà dove la confusione causata ai popoli è programmatica (con abolizione scientifica delle distinzioni: maschio/femmina, cittadino/immigrato, lavoratore/parassita, santo/peccatore, etc.), in una condizione in larga parte di deritualizzazione della vita pubblica, la crisi sacrificale mondiale è un fenomeno ineluttabile.
E così, lo è anche il suo effetto finale: la violenza.
Tale violenza purificatrice, quindi, non sarà cercata ed agita dai soli russi, cinesi, ucraini, nigerini: sarebbe possibile in quantità di popoli che sentono di dover tornare a strutturare il proprio ordine.
I pezzi di questa guerra mondiale sacrificale sono ovunque: e pronti ad esplodere, per simpatia, nel caso della deflagrazione più grande di una guerra fra blocchi sempre più dichiarata.
Non siamo sicuri che la pace sugellata da Pechino tra Iran e sauditi potrebbe resistere. Ciò comporterebbe la ripartenza della tensione in Yemen, dove non sappiamo quanto bene gli Huthi abbiano preso gli accordi dell’alleato di Teheran con chi li massacrava con mostruosi bombardamenti sino a poco fa, producendo morte a profusione, e diecine di migliaia di sfollati. Come abbiamo riportato su Renovatio 21, gli Huti non si sono limitati a subire: hanno lanciato diversi attacchi con droni contro l’Arabia Saudita.
Lo scenario in Arabia potrebbe divenire ancora più fantasioso: un crollo del regno dei Saud aprirebbe la corsa al ruolo più ambito del mondo musulmano, quello di Khadim al-Ḥaramayn al-Sharifayn «custode delle due Sacre Moschee», di cui ora si fregia il re saudita, e che dà, ovviamente, un potere immenso su più di un miliardo di musulmani che per precetto devono visitare la Mecca almeno una volta nella vita.
La Repubblica Islamica d’Iran sarebbe decisamente interessata ad una custodia messa in discussione, ma non sono da sottovalutare le mire del wannabe califfo Erdogan, il quale ha peraltro appena chiesto di entrare in Europa come prezzo per il suo assenso alla Svezia nel Patto Atlantico: pensate a quanto sarebbe bello, la UE e la NATO che arrivano fino alla Mecca. Paradossi di cui, ad un certo punto, mica ci stupiremmo. Scenari che, comunque, costerebbero fiumi ulteriori di caos e sangue.
Non troppo più in là, Pakistan e Afghanistan potrebbero risolvere le loro dispute con le armi – i talebani ne hanno tante, sono quelle che ha lasciato loro generosamente Biden nel 2021, e magari qualcuna sta filtrando anche a quei «talebani pakistani» che tanti grattacapi stanno dando a Islamabad (gli studenti coranici afghani, si diceva, erano una creazione dei servizi pakistani dell’ISI: la golemica è una specialità non solo della CIA).
Il Pakistan, che ricordiamo è una potenza nucleare in crisi economica, energetica e politica, il sacrificio potrebbe cercarlo tuttavia con il nemico di sempre, l’India – in modo da fare i conti con i decenni di odio (e qualche episodio con spari, come a Kargill nel 1999) e i milioni di morti nelle violenze post-partizione del 1947.
Tuttavia, sarebbe interessante vedere come potrebbe esplodere anche un altro fronte dei dintorni: il confine himalayano tra Cina e India. Chi contesta che tra Pechino e Nuova Delhi non può esservi scontro perché appartenenti presumibilmente allo stesso blocco per via dei BRICS e della persistente comune alleanza con Mosca anche in era sovietica (con alti e bassi) non conosce le dinamiche delle guerre mondiali. Ad esempio, l’URSS e gli USA erano alleate per combattere Hitler, ma non il Giappone. Stalin dichiarò guerra a Tokyo solo il 7 agosto 1945, cioè tra i bombardamenti atomici americani di Hiroshima e Nagasaki, che alcuni storici osano dire hanno arginato l’ingresso delle truppe sovietiche nell’Hokkaido, preservando il Giappone da un destino tedesco-coreano di nazione divisa.
India e Cina, insomma, potrebbero essere libere di tornare a picchiarsi in Himalaya, e non più con sassi e bastoni e botte da orbi (magari pure con qualche robot killer), e nemmeno con piccole guerre come le due ufficiali che hanno combattuto nella seconda metà del XX secolo. Teniamo a mente, sempre, che entrambe dispongono di armi termonucleari – come il Pakistan, che – perché no? – potrebbe zompare in questo macello.
Più sotto, Pechino potrebbe una volta per tutta, oltre che pensare a Taiwan, togliersi quello che è stato definito dai giornali del Partito Comunista Cinese come il «chewing gum attaccato allo stivale della Cina», è cioè l’Australia, che si sta paranoicamente preparando a respingere invasioni cinesi da anni – senza rendersi conto, come abbiamo visto con la repressione pandemica di Melbourne, di essere divenuta simile alla stessa Cina che vuole combattere.
Altre crisi sacrificali potrebbero deflagrare in Libano, e in Siria, dove peraltro si stanno consumando vari incontri ravvicinati tra velivoli russi e americani. La violenza contagerebbe ovviamente Israele, che mai ha risolto una crisi che sia una e i relativi appetiti di violenza che ne scaturiscono, anzi ha peggiorato quanto possibile il quadro dell’aerea – memento, anche qui, che, segreto di Pulcinella, Israele ha qualche centinaio di testate atomiche.
Europa, Africa, Asia… e le Americhe?
È difficile prevedere cosa potrebbe succedere in America latina. La situazione è instabile in Bolivia, già oggetto di quella che è stata chiamata «la prima guerra del litio». Così come il Venezuela, primo produttore di petrolio del continente, sotto il tallone dell’ideologia bolivarista del defunto Hugo Chavez e stretto nella morsa di una povertà dilagante scaturita dallo scontro con gli USA, potrebbe finire in una spirale che, magari, potrebbe coinvolgere soggetti tradizionalmente filo-Washington dell’area (la Colombia? Un Cile impazzito?)
La crisi sacrificale più evidente è tuttavia interna agli USA, il Paese che ha per programma ufficiale la cancellazione di quelle differenze che Girard vedeva come motore della violenza «sacra».
Abbiamo scritto in passato che un arresto di Donald Trump, berlusconizzato anche questa mattina con un incredibile attacco della magistratura USA diretta dal Dipartimento di Giustizia di Biden, potrebbe portare, in realtà alla pace planetaria: perché, se scoppiasse una guerra civile americana, prima di una guerra mondiale, l’Ucraina perderebbe il sostegno del gigante (e come Kiev, Varsavia, i Baltici, etc.) facendole quindi crollare ogni speranza di resistere contro le forze russe.
Ebbene, crediamo che sia troppo tardi per questo, oramai. Un’eventuale guerra civile americana potrebbe magari fermare la guerra fra i blocchi nelle principali zone calde, ma non fermerebbe lo scatenarsi di violenze in tutte le altre zone di crisi liberate ulteriormente del poliziotto globale.
Piccole guerre, che certo non suonerebbero come le proposte, sentite in Russia di recente, di buttare un’atomica tattica su una città europea, tanto per rimettere le cose a posto – tuttavia, proprio per i motivi che abbiamo descritto sopra, anche i microconflitti, in presenza di una volontà di morte delle élite, si possono trasformare in grandi guerre mondiali: chiedete all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, se volete.
Il fatto è che il mondo non è costretto a nessuna di queste prospettive. La catena del male si può fermare: non siamo obbligati alla violenza per inarrestabile meccanica antropologica, per ineludibile componente interiore dell’essere umano.
Il sacrificio può essere fermato con Sacrificio più grande. Questo è uno dei significati attribuibili a Gesù Cristo e alla sua Croce – dopo il Sacrificio di Dio, ci è stato detto, non c’è bisogno di altro sacrificio se non quello che si celebra ogni giorno, e in ogni angolo della Terra, nella Santa Messa. Il lettore non cattolico può non capirlo, ma questa è esattamente la funzione della Messa: ripetere materialmente il sacrificio più grande, a beneficio dell’umanità, che può così abbandonare il suo bisogno della violenza.
«Misericordia io voglio e non sacrifici» dice il Maestro (Mt 9, 13).
E noi, guardando il sangue che esce dalla sua Croce, diciamo: non vogliamo la guerra, ma la pace.
Potete pregare, quindi, proprio quel il Dio che ha preso su di sé la violenza degli uomini, affinché sia evitato a noi e alla nostra discendenza il sacrificio inutile della nuova guerra mondiale, voluta da creature dementi e possedute.
Esse odiano voi e l’umanità stessa. Esse sole vanno sconfitte e vinte – senza che lo spargimento di sangue riguardi tutti noi.
Roberto Dal Bosco
Geopolitica
«Il mondo è nella più grande trasformazione strutturale mai vista»: il discorso di Putin a San Pietroburgo
Renovatio 21 pubblica la traduzione del principale intervento del presidente della Federazione russa Vladimir Vladimirovic alla sessione plenaria del 29° Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF).
Putin ha partecipato ad un panel in cui erano presenti il presidente dell’Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev , la presidente della Repubblica Unita di Tanzania Samia Suluhu Hassan e il vicepresidente della Repubblica Popolare Cinese Han Zheng. La discussione è stata moderata dalla giornalista indiana Geeta Mohan, responsabile della sezione Affari Esteri di India Today.
Come riportato da Renovatio 21, da anni Putin utilizza il palco dello SPIEF per parlare della trasformazione dell’architettura mondiale da unipolare a multipolare, concetto che anche quest’anno è stato ribadito con forza. Nel 2024 il presidente russo aveva specificatamente parlato di un nuovo sistema finanziario internazionale in arrivo.
Come riportato da Renovatio 21, nell’edizione di quest’anno Putin ha detto, tra le altre cose, che il gas russo potrebbe tornare a fluire in Germania (e quindi in Europa) anche domani stesso, ma ciò è reso impossibile dalle sanzioni.
Renovatio 21 nota la presenza anche allo SPIEF di quest’anno del politologo Sergej Karaganov, noto per le sue teorie sull’opzione di un first strike nucleare russo contro una città europea. Il Karaganov è intervenuto all’evento sanpietroburghese in qualità di esperto e accademico, intervenendo in panel dedicati alla geopolitica euroasiatica, parlando come relatore della Scuola superiore di economia (HSE) in sessioni dedicate agli spazi economici e geopolitici tra l’Atlantico e il Pacifico.
Va ricordato, tuttavia, che nel 2024 il politologo assertore del grande cambio della dottrina atomica russa aveva svolto la prestigiosa funzione di moderatore della sessione plenaria principale al fianco di Vladimir Putin – con evidenza, un messaggio preciso al mondo. Tuttavia, sempre dal palco dello SPIEF, il presidente russo aveva dichiarato apertis verbis che la Russia «non brandisce» armi nucleari.
Organizzato annualmente dal 1997, e frequentato ampiamente da tutte le delegazioni occidentali prima della guerra, il forum di quest’anno tenutosi 3 al 6 giugno sul tema «Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile», riunendo oltre 20.000 partecipanti provenienti da 130 Paesi. Presente ufficialmente anche una delegazione statunitense mandata dall’amministrazione Trump. Allo SPIEF 2026 ha destato scalpore anche la presenza della giornalista americana Candace Owens, che ha parlato in un panel riguardo alle famiglie numerose.
Buon pomeriggio, signore e signori, signor Mirziyoyev, signora Samia Suluhu Hassan, signor Han Zheng, signore e signori.
È un vero piacere vedere un pubblico così illustre. Il presidente dell’Uzbekistan ed io ci stavamo giusto confrontando. Ha osservato che la sala è gremita, il che testimonia il grande interesse che il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo suscita. Desidero dare il benvenuto a tutti i partecipanti e agli ospiti.
Anche quest’anno, Russia e San Pietroburgo ospitano dirigenti di aziende leader, imprenditori ed esperti provenienti da oltre 130 paesi, tutti riuniti per ampliare i propri contatti commerciali e stringere nuove relazioni.
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La nostra ospite ha fissato gli standard e delineato gli argomenti, che cercherò di trattare. Prima di entrare in quest’aula, ha anche accennato al fatto che, a suo parere, l’ottima atmosfera è stata creata da coloro che hanno organizzato l’evento. Vorrei quindi iniziare ringraziando tutti coloro che hanno reso possibile questo forum. Grazie mille.
La natura ineguagliabile e attraente del Forum di San Pietroburgo risiede proprio nell’opportunità di impegnarsi in un dialogo libero su questioni di interesse per imprenditori, interi settori industriali e persino interi Paesi. Rimaniamo aperti a chiunque sia interessato a collaborare con il nostro Paese e siamo pronti a perseguire una cooperazione paritaria e reciprocamente vantaggiosa. Siamo convinti che questo particolare approccio, in cui i partner si ascoltano, comprendono gli interessi reciproci e individuano soluzioni comuni, rappresenti un percorso di sviluppo armonioso e consenta di affrontare le gravi sfide del mondo contemporaneo.
Stiamo assistendo a turbolenze nei mercati energetici e a tensioni che si stanno intensificando in alcune regioni, soprattutto in Medio Oriente, e a come le politiche miopi della burocrazia europea vengano attuate con una retorica aggressiva, portando l’Europa a perdere ulteriore prestigio nell’economia globale e minando al contempo la sicurezza regionale e globale. Di fatto, le élite europee stanno fomentando il caos e cercando di coinvolgervi un numero sempre maggiore di Paesi.
Questi processi non sono sorti spontaneamente; sono il risultato della più grande trasformazione strutturale che il mondo abbia attraversato negli ultimi decenni. Questa trasformazione non è una transizione da una fase di un ciclo all’altra. Stiamo assistendo a un cambiamento di paradigma dello sviluppo globale.
Vorrei richiamare la vostra attenzione su quanto accaduto in precedenza. Per decenni, il modello di sviluppo globale si è basato su un numero limitato di centri finanziari, soluzioni tecnologiche, hub assicurativi e logistici, agenzie di rating e valute di riserva. Questa struttura veniva presentata come universale e presumibilmente adatta a tutti e, soprattutto, presumibilmente neutrale.
In realtà, tuttavia, è stata sempre più utilizzata come strumento di pressione politica e per promuovere una concorrenza sleale, in cui accordi, tecnologie, logistica o persino l’accesso alle informazioni potevano essere interrotti in qualsiasi momento per punire coloro che sceglievano di agire nel proprio interesse nazionale. In sostanza, si trattava di un sistema di dipendenza e sfruttamento delle risorse creato deliberatamente.
Oggi, la stragrande maggioranza dei Paesi ne è consapevole, così come imprenditori, banche, aziende manifatturiere, agricoltori e operatori del settore dei trasporti. È ormai chiaro che i piani di investimento e le iniziative di sviluppo aziendale possono correre seri rischi qualora le infrastrutture esterne su cui si basano vengano utilizzate contro di essi. Pertanto, i paesi stanno iniziando a sviluppare le proprie soluzioni tecnologiche, a creare le proprie catene di approvvigionamento e a costruire le proprie istituzioni.
La Russia sta vivendo in prima persona queste trasformazioni. Sebbene le pressioni sul nostro Paese persistano, il mutato scenario globale ha anche creato maggiori margini di manovra. Stanno emergendo nuove partnership, si stanno sviluppando nuove soluzioni finanziarie e tecnologiche e si sta ampliando l’accesso a mercati promettenti. In questo contesto, la Russia considera il cambiamento globale non solo una fonte di sfide, ma anche una straordinaria opportunità. Per sfruttare al meglio queste opportunità, puntiamo ad agire con rapidità e pragmatismo.
Permettetemi di ribadire: le radici dell’attuale turbolenza globale risiedono nella transizione in corso da un modello verticale e gerarchico – che serviva principalmente gli interessi di un numero limitato di Stati – a un ordine internazionale molto più complesso, distribuito e multipolare. Cosa significa questo in pratica? Soprattutto, significa che la geografia della crescita economica sta cambiando, con l’emergere di nuovi centri di sviluppo nei Paesi del Sud del mondo. E, colleghi, come potete chiaramente constatare, non si tratta di uno slogan politico, ma di una realtà oggettiva.
In questi Paesi, la popolazione cresce, si sta formando la classe media, la capacità industriale si espande e i mercati interni si sviluppano. Di conseguenza, vengono costruite nuove città, strade, porti, infrastrutture energetiche e reti digitali. Allo stesso tempo, queste nazioni stanno creando le proprie istituzioni finanziarie, i propri sistemi educativi e i propri centri scientifici e tecnologici.
In questo contesto, vorrei sottolineare che il mondo diventa più equo quando la crescita economica è distribuita in modo più ampio e le opportunità diventano accessibili a miliardi di persone che per lungo tempo sono rimaste ai margini dell’economia globale. È fondamentale che questi nuovi centri di crescita cerchino di plasmare i propri percorsi di sviluppo, aumentare la propria quota di creazione di valore e costruire i propri marchi, standard e competenze.
Se si osserva l’andamento del PIL globale negli ultimi cinque anni, si nota che quasi la metà della sua crescita annua, il 49%, è attribuibile ai paesi BRICS, mentre il contributo del cosiddetto G7 è stimato al 18%. Per dare un’idea delle proporzioni, tra il 2021 e il 2025 l’economia globale è cresciuta a un tasso medio annuo del 4,1%. Di questa crescita, 2 punti percentuali sono stati generati dai paesi BRICS, contro solo 0,8 punti percentuali del G7. Oggi, la quota dei BRICS sul PIL globale, misurata in termini di parità di potere d’acquisto, si attesta intorno al 40%, mentre la cifra corrispondente per il G7 è inferiore al 29%. In base a questo parametro, i BRICS hanno superato il G7 già nel 2020 e da allora il divario ha continuato ad ampliarsi.
Si prevede che questa tendenza continui a favorire sempre più i paesi BRICS. Il motivo è semplice: i tassi di crescita economica delle economie BRICS sono già superiori a quelli del G7 e si prevede che rimarranno tali nei prossimi anni. Entro la fine del decennio in corso, si prevede che la crescita economica annua nei paesi del G7 non supererà in media l’1,5%, mentre le economie BRICS dovrebbero espandersi a un tasso medio superiore al 4%.
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Signore e signori, amici. Non ci siamo inventati nulla. Sono dati del FMI e della Banca Mondiale, istituzioni internazionali. Sono costrette a riconoscere questa realtà.
Naturalmente, le imprese sono attratte dai luoghi in cui la crescita è più dinamica e dove ci sono maggiori opportunità di espandere la produzione e le vendite. Di conseguenza, il centro di gravità del commercio globale – e, con esso, del sistema finanziario globale – continuerà a spostarsi. In realtà, questo spostamento è già in atto e la tendenza è destinata a proseguire.
Per molti anni, i principali flussi di merci, capitali e informazioni sono transitati attraverso un numero ristretto di hub infrastrutturali occidentali. Anche quando le merci si spostavano da un paese eurasiatico all’altro, pagamenti, logistica, assicurazioni e arbitrato si affidavano spesso a istituzioni situate in paesi terzi. Ciò ha generato costi aggiuntivi e alimentato dipendenze politiche.
Oggi il commercio internazionale sta diventando più efficiente, grazie alla crescita delle spedizioni dirette senza intermediari, allo sviluppo dei pagamenti in valuta nazionale e all’apertura di nuovi corridoi. In Eurasia, questi includono il Corridoio Nord-Sud, la Rotta Transartica e i collegamenti che attraversano la regione del Mar Caspio, l’Asia centrale, il Mar Nero e l’Estremo Oriente. Tutti questi progetti e rotte logistiche sono elementi determinanti dell’economia odierna e, soprattutto, del suo sviluppo futuro.
Per illustrare come il sistema commerciale globale stia cessando di essere incentrato sull’Occidente, vorrei sottolineare quanto segue. Negli ultimi 25 anni, la quota dei BRICS nel commercio globale di merci è più che raddoppiata. L’anno scorso, il nostro gruppo ha rappresentato quasi il 25% delle esportazioni globali. Questo indicatore continua a crescere costantemente, così come gli scambi commerciali all’interno degli stessi BRICS, che ora superano i 1.000 miliardi di dollari all’anno.
Un ruolo particolarmente importante in questi processi è svolto da quelli che potremmo definire “paesi di collegamento”. Questi paesi collegano mercati, tecnologie, flussi finanziari e culture imprenditoriali. Il loro ruolo va ben oltre il semplice transito o trasporto attraverso un determinato territorio. Ciò che conta di più è la loro capacità di garantire fiducia e fornire logistica efficiente, meccanismi di pagamento affidabili, certezza del diritto e compatibilità tecnologica.
A questa tavola rotonda partecipa il Presidente della Repubblica dell’Uzbekistan, e vi chiedo ancora una volta di dargli il benvenuto. Grazie mille per essere con noi oggi.
È il leader di un Paese che rappresenta uno dei centri di crescita economica. La sua popolazione è in rapida espansione; i piani industriali si stanno realizzando; il suo potenziale agricolo ed energetico è in crescita, così come il mercato interno. Allo stesso tempo, l’Uzbekistan è un anello di congiunzione fondamentale tra Russia, Asia centrale e meridionale, Cina e Medio Oriente. Ci saranno sempre più esempi di Paesi il cui sviluppo è favorito e trae vantaggio dai legami con altri centri del mondo multipolare emergente.
Lo stesso vale per la nostra altra ospite, proveniente dalla Tanzania – diamole nuovamente il benvenuto – che svolge un ruolo analogo nell’Africa orientale. Vorrei inoltre richiamare la vostra attenzione su un’altra tendenza importante: l’architettura del commercio globale si sta progressivamente allontanando dai principi che originariamente erano alla base dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Dall’inizio di questo secolo, il numero di accordi commerciali bilaterali, regionali e megaregionali è quasi quadruplicato.
Perché sta succedendo questo? L’erosione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio è stata innescata dagli stessi creatori di questa organizzazione: le nazioni occidentali, per essere precisi. Quando ciò era vantaggioso per loro, promuovevano l’OMC e invitavano altri paesi ad aderirvi. Ma non appena l’Occidente ha iniziato a perdere terreno in questa competizione, le regole commerciali universali e comuni introdotte dall’OMC hanno perso il loro appeal.
Al contrario, hanno adottato restrizioni unilaterali e le cosiddette sanzioni. Così facendo, i paesi occidentali hanno di fatto emarginato i meccanismi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e minato la fiducia in queste istituzioni. E quando la fiducia scompare e un’istituzione non funziona più come previsto, le imprese e i governi iniziano inevitabilmente a cercare soluzioni alternative. Queste alternative assumono la forma di accordi commerciali bilaterali e multilaterali.
Un’ultima considerazione. Come ho già accennato, le sanzioni e, in sostanza, il furto delle riserve internazionali della Russia hanno avuto un effetto irreversibile sulle valute mondiali, sul dollaro statunitense e sull’euro. Questa è una realtà oggettiva che non può essere ignorata. Oggi, ogni Paese – e sottolineo, ogni Paese senza eccezione – comprende che, come la Russia, potrebbe in qualsiasi momento perdere l’accesso a beni detenuti legalmente in dollari o euro, nonché alle infrastrutture finanziarie e di pagamento occidentali.
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Riconosciamo che, in definitiva, tutto si riduce alla questione della concorrenza sleale. I pretesti specifici possono variare, ma si possono sempre trovare. Nel caso della Russia, si trattava del conflitto in Ucraina. In altri casi, potrebbero essere gli sviluppi in Medio Oriente, i conflitti in Africa o persino la posizione di un Paese su questioni relative ai diritti LGBT. Si può sempre trovare una giustificazione. Ma il problema di fondo rimane lo stesso: si tratta di concorrenza sleale.
Per inciso, la fiducia nell’Occidente è minata anche dallo stato delle sue finanze pubbliche, che si riflette nell’aumento del debito pubblico e nei persistenti deficit di bilancio. Nel 2025, il debito pubblico nell’eurozona ha raggiunto l’81,7% del PIL. I livelli più elevati sono ben noti: la Grecia si attesta al 146% del PIL, l’Italia al 137%, la Francia al 115% e il Belgio al 108%. A titolo di confronto, il debito pubblico russo si mantiene intorno al 16,4% del PIL. Anzi, durante un incontro con i capi delle principali agenzie di stampa tenutosi ieri, alcuni esperti hanno citato una cifra del 15,8%. In ogni caso, la differenza è semplicemente irrisoria.
Il deficit di bilancio dell’Unione Europea nel 2025 si è attestato al 3,1% del PIL. I deficit più elevati si registrano in paesi come la Polonia (7,3%), il Belgio (5,2%), la Francia (5,1%) e gli Stati Uniti (5,9%). In Russia è pari al 2,6%. Potrebbe aumentare entro la fine dell’anno, ma credo che rimarrà comunque inferiore a quello di altri paesi industrializzati.
Una situazione del genere è carica di un nuovo picco inflazionistico per le valute occidentali, come è accaduto nel 2021-2022, quando i prezzi nell’area euro e negli Stati Uniti sono aumentati del 14% in soli due anni. Chiaramente, date le circostanze, i paesi di tutto il mondo stanno ritirando i propri capitali dall’Occidente e passando a pagamenti in valute nazionali, utilizzando sempre più sistemi di pagamento alternativi ed espandendo il ruolo degli asset finanziari digitali, comprese le valute digitali delle banche centrali.
Nei suoi rapporti commerciali con i principali partner, la Russia utilizza le valute nazionali come mezzo di pagamento primario. Pertanto, la quota del rublo nelle nostre transazioni di esportazione si attesta attualmente al 65%, ovvero quasi due terzi.
È fondamentale che il mondo disponga di un’architettura finanziaria moderna, flessibile e responsabile, priva di rischi, divieti o barriere, ma che incentivi lo sviluppo sovrano. I suoi strumenti devono ridurre i costi, accelerare i pagamenti, ampliare l’accesso ai finanziamenti e, naturalmente, garantire un’adeguata lotta all’evasione fiscale, alle frodi e al riciclaggio di denaro. A questo aspetto, ovviamente, deve sempre essere dedicata particolare attenzione.
Passiamo ora ad altro. Storicamente, l’Occidente è stato considerato dagli altri Paesi come una fonte di sviluppo tecnologico, ma anche in questo ambito stiamo assistendo a una profonda trasformazione. Negli ultimi 25 anni, i Paesi BRICS hanno incrementato significativamente le loro esportazioni di alta tecnologia; ora rappresentano oltre un terzo delle forniture globali, il che indica un cambiamento nella leadership tecnologica a livello mondiale. Questo processo sta avvenendo gradualmente, ma sta avvenendo.
Ad esempio, il nostro partner strategico, la Cina, detiene il maggior numero di brevetti nel campo dell’intelligenza artificiale, settore in cui anche la Russia vanta ottime prospettive. Diamo il benvenuto al Vice Presidente della Repubblica Popolare Cinese. [Applausi]
Un altro nostro partner chiave, l’India, è un attore di primo piano nel settore IT. Detiene una quota significativa del mercato globale del software. La Russia vanta posizioni di rilievo nel ritmo di adozione di piattaforme digitali, mercati online e soluzioni finanziarie, nonché nei servizi municipali, nella sanità e nell’istruzione, che migliorano la qualità della vita delle persone in Russia e in decine di paesi in tutto il mondo, dove competono con successo con le controparti straniere.
Siamo leader anche in un settore complesso come quello dell’energia nucleare. Oltre l’80% dei progetti di costruzione di centrali nucleari sul mercato globale sono realizzati con la partecipazione di Rosatom. Oltre l’80% è una cifra considerevole. (Applausi.)
Disponiamo inoltre di significative competenze ingegneristiche e tecnologiche nella gestione del bilancio idrico-energetico, che sta assumendo un’importanza sempre maggiore in Asia, in Africa e, in effetti, in tutto il mondo. Credo che i nostri colleghi che partecipano alla tavola rotonda non possano che essere d’accordo con questa affermazione, e infatti lo sono.
È evidente che il progresso tecnologico rappresenta il fattore più importante nella trasformazione globale. Gli esperti individuano tre tecnologie chiave, attuali e future, in grado di fare la differenza nella vita delle persone, nelle attività aziendali e nella pubblica amministrazione.
Di cosa si tratta? Innanzitutto, l’Intelligenza Artificiale, in grado di elaborare enormi quantità di dati e prendere le decisioni migliori in praticamente tutti i settori. In secondo luogo, i sistemi autonomi, che aumentano drasticamente la produttività e trasformano interi settori dell’economia. Infine, in terzo luogo, le soluzioni basate su piattaforme, che consentono agli operatori di mercato di scambiare informazioni e concludere transazioni direttamente, in tempo reale e in modo automatizzato.
Secondo le previsioni di ricercatori e specialisti, i Paesi o i gruppi di paesi che possiedono un insieme completo di tecnologie proprie in materia di intelligenza artificiale, sistemi autonomi e piattaforme digitali diventeranno potenti centri di sovranità in un mondo multipolare. Inoltre, senza queste tecnologie, una sovranità autentica sarà in linea di principio irraggiungibile.
È fondamentale sottolineare che possedere una base tecnologica indipendente è cruciale per i paesi con popolazioni numerose, vasti territori e culture distinte. Tali paesi non possono limitarsi a utilizzare soluzioni di produzione straniera, perché in tal caso rischierebbero di diventare oggetto di controllo da parte di piattaforme esterne. E le modalità di utilizzo di queste piattaforme sono un’altra questione.
In sostanza, i grandi Paesi – le vere civiltà – si trovano di fronte a una scelta storica: o creano le proprie piattaforme e i propri ecosistemi tecnologici, oppure diventano una periferia digitale. Non bisogna illudersi. I servizi stranieri possono inizialmente essere facili da usare, ma col tempo il costo di tale dipendenza diventerà inevitabilmente evidente.
La Russia ha imparato una lezione di questo tipo. Abbiamo visto alcuni fornitori di software abbandonare il mercato, i pagamenti bloccarsi e si sono verificate interferenze nelle relazioni commerciali. Pertanto, rafforzeremo le nostre infrastrutture critiche e collaboreremo e interagiremo solo con i partner che rispettano gli obblighi reciproci.
Abbiamo maturato una vasta esperienza nel corso degli anni grazie alle nostre relazioni con la Repubblica Popolare Cinese, un partner strategico fondamentale per la Russia. La nostra cooperazione economica si estende praticamente a tutti i settori, compresi l’alta tecnologia, i trasporti, l’ingegneria meccanica e, naturalmente, l’energia.
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Amici,
Come ho già detto, la posizione di un Paese nel sistema economico globale e la sua pretesa di leadership mondiale dipendono dalla sua capacità di garantire la propria sovranità. Non è un’esagerazione affermare che la corsa alla sovranità è iniziata e sta prendendo slancio.
Non si tratta solo di resistere alle pressioni esterne o di proteggere gli interessi nazionali. Si tratta anche della qualità dello Stato, dell’economia e della società. Sovranità significa essere più forti e, lo sottolineo, più intelligenti: gestire le risorse con maggiore precisione e investire in modo più efficace, anche nello sviluppo tecnologico.
La vera sovranità esige efficienza. Non è una licenza per fare le cose in modo costoso, lento o scomodo. Al contrario, dobbiamo agire con la massima iniziativa e la massima efficacia in tutti gli ambiti della nostra attività. Dobbiamo produrre più velocemente, aumentando così le entrate per lo Stato, per le imprese e per i nostri cittadini.
In queste condizioni tese e difficili, la Russia continua a rafforzare la propria sovranità, non isolandosi, ma ampliando la propria cerchia di partner. È vero, la crescita economica è attualmente contenuta, e probabilmente ne parleremo ancora. Ma vorrei ricordarvi il compito assegnato al governo: a partire dal prossimo anno, dobbiamo tornare a tassi di crescita sostenibili nell’economia nazionale.
Ciò può essere raggiunto solo a una condizione: aumentando gli investimenti di capitale e avviando un nuovo ciclo di investimenti. Tra il 2021 e il 2024, gli investimenti in Russia sono cresciuti di quasi il 38% in termini reali, sebbene lo scorso anno si sia registrato un calo.
Desidero sottolineare che l’avvio di un nuovo ciclo di investimenti è un compito fondamentale per le nostre autorità economiche e la crescita degli investimenti è un indicatore cruciale della loro efficacia. È importante che la crescita economica sia equilibrata, sostenuta dalla domanda interna e combinata con un’ulteriore riduzione dell’inflazione, che ha già rallentato significativamente e continua a diminuire. Credo di aver accennato ieri che si prevede che l’inflazione si avvicini al 5,2% quest’anno.
Io e i miei colleghi discutiamo regolarmente di questioni economiche. Vorrei sottolineare che l’andamento della produzione industriale, del PIL e dei consumi in Russia è positivo. Nonostante tutti i problemi, la produzione industriale è cresciuta ad aprile. Probabilmente oggi sorgeranno delle domande a riguardo.
In ogni caso, la produzione industriale nel nostro Paese è cresciuta dell’1,9% ad aprile, compreso il settore manifatturiero, che ha registrato un aumento del 3,1%. Il settore del commercio al dettaglio ha aggiunto il 6,5%. Il PIL è cresciuto dell’1,3% ad aprile e dello 0,2% nel periodo da gennaio ad aprile.
Cosa direi a riguardo? Certo, riceviamo critiche da ogni parte: si dice che abbiamo perso slancio. Sì, ma siamo scesi solo al livello che i paesi dell’eurozona hanno registrato negli ultimi anni. E ora siamo in ripresa.
Soprattutto, abbiamo preservato i principi fondamentali della nostra politica macroeconomica. Sono fiducioso che ciò garantirà un progresso continuo. Queste tendenze devono essere consolidate, mentre la posizione del nostro Paese nel mondo e la sua sovranità devono rafforzarsi ulteriormente.
A questo proposito, vorrei condividere alcune riflessioni sul tipo di sovranità di cui la Russia ha bisogno. Ho già accennato a questo argomento, ma vorrei approfondirlo ulteriormente.
Innanzitutto, come ho già accennato, un’economia sovrana si fonda sull’implementazione completa delle tecnologie e sull’utilizzo di soluzioni avanzate che semplificano le operazioni aziendali, automatizzano i processi, aumentano la produttività del lavoro e migliorano l’efficienza complessiva dell’economia. Ciò è particolarmente importante in settori quali la difesa e la sicurezza.
La Russia ha compiuto progressi significativi nello sviluppo e nell’adozione di piattaforme digitali in tutti i settori dell’economia. Stiamo inoltre assistendo a una rapida crescita dell’e-commerce, che si espande di circa il 30% all’anno. Il nostro Paese si colloca tra i leader mondiali in questo campo. Ciò riflette, tra l’altro, la qualità delle soluzioni di piattaforma russe, che apportano benefici sia ai produttori nazionali che ai fornitori esteri.
Oggi ho già parlato dei nostri amici e partner nella Repubblica dell’Uzbekistan. Permettetemi di farvi un esempio. Nel 2023, il valore dei prodotti uzbeki venduti attraverso la piattaforma Wildberries ammontava a 418 milioni di dollari. Questo nel 2023. Entro il 2025, tale cifra aveva raggiunto quasi 1,5 miliardi di dollari, e quest’anno potrebbe superare i 2 miliardi.
Cosa significa questo in pratica? Significa che i produttori di una vasta gamma di beni, comprese le piccole e medie imprese, possono accedere facilmente al mercato russo attraverso questa piattaforma. Di fatto, non solo entrano nel mercato russo, ma raggiungono anche i consumatori di altri Paesi tramite la nostra piattaforma. I volumi sono in crescita, le aziende operano in modo efficiente, le persone guadagnano bene e le piccole e medie imprese si sviluppano con successo. Tutto ciò è possibile grazie a moderni sistemi logistici, con il corretto pagamento di tasse e dazi doganali. Questo è un risultato che non possiamo che accogliere con favore.
Di conseguenza, il fatturato è già aumentato di 3,5 volte e continua a crescere, anche grazie all’accesso ai consumatori in tutta l’Unione Economica Eurasiatica e nei paesi partner, ad esempio nei mercati in rapida espansione del continente africano. Questo è ciò che la nostra infrastruttura di piattaforma rende possibile.
Oggi, questa piattaforma russa offre alle aziende l’accesso a quasi mezzo miliardo di potenziali clienti in tutto il mondo, e questo numero continua ad aumentare. In questo modo, le soluzioni basate su piattaforme russe stanno diventando un vero e proprio motore di crescita e sviluppo economico per i nostri partner.
Oltre al commercio, la transizione verso un modello basato su piattaforme sta influenzando il settore dei trasporti, la finanza, la logistica, il turismo, nonché la sanità, l’istruzione, il settore dei media e altri ambiti. Naturalmente, è necessario generare maggiore slancio per passare a un approccio basato su piattaforme per lo sviluppo di vari settori, introducendo l’intelligenza artificiale e i sistemi autonomi.
Abbiamo già adottato una strategia nazionale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Chiedo al governo di elaborare strategie nazionali analoghe per i sistemi autonomi e le piattaforme digitali.
Propongo di discutere il tema degli ecosistemi per un’economia basata sulle piattaforme in occasione del Future Technologies Forum, che si terrà all’inizio del 2027. Chiedo inoltre la costituzione di un gruppo di lavoro interagenzie, sotto la supervisione dell’Ufficio esecutivo presidenziale, per sovrintendere ai preparativi di questo forum.
Il secondo punto che volevo sottolineare è che le persone, le conoscenze che possiedono, le loro competenze e la loro capacità di padroneggiare tecnologie avanzate, creare beni e servizi innovativi e plasmare interi segmenti di mercato, tutto ciò ha un impatto immediato e determinante sulla sovranità, sia oggi che in futuro. Va da sé che chi possiede queste competenze professionali debba ricevere un’adeguata remunerazione per il proprio lavoro.
Solo un elevato tenore di vita e salari generosi possono rendere il nostro Paese competitivo e consentirgli di avere successo sul fronte demografico, nonché di attrarre talenti eccellenti che possano guardare con fiducia alla propria carriera professionale e al proprio futuro.
La Russia ha uno dei tassi di disoccupazione più bassi tra i paesi industrializzati, pari a circa il 2,2% della popolazione economicamente attiva. Si tratta di un risultato molto positivo rispetto ad altri paesi sviluppati. A titolo di confronto, il Giappone si sta avvicinando con un tasso di disoccupazione del 2,5%, mentre in India e negli Stati Uniti si attesta al 4,2%, e nell’eurozona al 5,9%.
Negli ultimi cinque anni, i salari nell’economia russa sono aumentati di oltre il 30% in termini reali. Mi riferisco ai salari reali, ovvero al netto dell’inflazione. Si tratta, ovviamente, di un tasso di crescita elevato.
Vorrei ribadire ancora una volta che qualsiasi ulteriore aumento salariale deve essere determinato principalmente da una maggiore efficienza del lavoro, nonché da un aumento dell’efficienza produttiva basato sulle più recenti soluzioni tecnologiche sviluppate dalle nostre eccellenti scuole di ingegneria.
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La mobilità del lavoro è una questione a sé stante. Consiste nel consentire agli specialisti di trovare impieghi pertinenti e ben retribuiti presso nuove imprese in altre regioni del paese che necessitano di talenti più di altre, a condizione che le loro aziende appartengano a settori strategici emergenti impegnati nella produzione di beni ad alto valore aggiunto.
Come sapete, i giovani che si diplomano o che frequentano l’ultimo anno di università o altri istituti di istruzione superiore sono più propensi di chiunque altro a spostarsi all’interno del Paese. Per consentire loro di avviare la propria carriera professionale, abbiamo concordato di emanare leggi che regolamentino i tirocini, introducendo obblighi per i datori di lavoro. Abbiamo inoltre concordato di aggiornare il contratto di apprendistato in modo che sia adeguato alla realtà odierna.
So che sono state redatte le modifiche al Codice del Lavoro. Chiedo al governo e alla Duma di Stato di approvarle al più presto.
In terzo luogo, è evidente che la sovranità di una nazione così estesa come la Russia non è definita unicamente dalla forza della sua capitale o di pochi grandi centri industriali. È fondamentale che ogni regione attragga investimenti, crei posti di lavoro di alta qualità e sviluppi sia la propria capacità produttiva sia il proprio ambiente urbano.
Al forum sono stati allestiti degli stand espositivi, dove gli enti costituenti della Federazione presentano i propri punti di forza, i risultati raggiunti e i progetti futuri, dialogando con investitori e imprese interessati ad entrare nei loro mercati. Sono certo che i partecipanti alla nostra tavola rotonda, insieme ai nostri ospiti, abbiano già potuto constatare la ricchezza e la diversità delle regioni russe e abbiano avuto l’opportunità di familiarizzare con esse.
Tuttavia, come da tradizione, a margine del forum vengono anche annunciati i risultati della classifica nazionale sul clima degli investimenti nelle entità costituenti della Federazione Russa. Quest’anno, le prime posizioni sono occupate da Mosca, dalle repubbliche del Tatarstan e del Bashkortostan e dalle regioni di Nizhny Novgorod e Mosca. San Pietroburgo e la regione di Sakhalin sono entrate per la prima volta nella fascia più alta. Tra le regioni che hanno mostrato la crescita più robusta figurano le aree autonome di Khanty-Mansi e Yamalo-Nenets, le regioni di Omsk, Vladimir e Volgograd, nonché i territori di Krasnodar e del Primorye.
Mi congratulo con i miei colleghi per questi risultati. [Applausi]
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Continueremo a fornire assistenza finanziaria alle regioni in questo ambito, anche attraverso prestiti per le infrastrutture. Negli ultimi quattro anni, tramite questo meccanismo, sono stati stanziati alle regioni oltre mille miliardi di rubli. Entro il 2030, prevediamo di stanziarne altri 750 miliardi.
Al contempo, stiamo cancellando il debito delle regioni relativo ai prestiti di bilancio: negli ultimi due anni, questo debito ha raggiunto quasi 440 miliardi di rubli e quest’anno ne differiremo ulteriormente il rimborso per altri 100 miliardi. Questi fondi così liberati potranno essere destinati dalle regioni anche a progetti di sviluppo.
Vorrei aggiungere che, a partire da quest’anno, la Classifica nazionale del clima degli investimenti include anche una nuova componente. Questa riguarda la riduzione del ciclo di investimento e costruzione per i siti del patrimonio culturale: case, tenute ed edifici storici. L’obiettivo è accelerarne il restauro, rimetterli in circolazione economica e renderli accessibili al pubblico. Ciò è particolarmente rilevante per le città della Russia centrale e per le nostre destinazioni turistiche, comprese quelle lungo il percorso del famoso Anello d’Oro.
Desidero esprimere il mio apprezzamento alle regioni di Yaroslavl, Nizhny Novgorod, Lipetsk e Novgorod, nonché al Tatarstan, per il loro impegno nella tutela dei siti del patrimonio culturale. Auspico che altre regioni seguano il loro esempio. Il coinvolgimento di partner commerciali strategici negli sforzi di restauro dei siti del patrimonio culturale e, più in generale, nelle iniziative di sviluppo regionale, è fondamentale. Mi riferisco alle nostre principali aziende e imprese, che svolgono un ruolo determinante nelle economie delle rispettive regioni.
È stata presa la decisione di elaborare meccanismi che consentano a queste imprese del settore edile di contribuire allo sviluppo delle infrastrutture sociali. Ciò include asili nido, scuole, ospedali e ambulatori. Vi chiedo di completare questo lavoro il più rapidamente possibile.
A questo punto, vorrei anche ricordarvi che avevamo un accordo per trasferire le principali aziende e società statali da Mosca alle regioni, al fine di liberare spazio nella capitale e creare un motore di sviluppo regionale, consentendo ai bilanci regionali di generare maggiori entrate e creare nuovi posti di lavoro. Signor Sobyanin, anche Mosca trarrà beneficio da questa iniziativa.
RusHydro e PSB Bank rappresentano entrambi esempi positivi di aziende che hanno trasferito la propria sede. La United Engine Corporation ha adottato le relative delibere e decisioni simili stanno per essere prese dal gruppo delle Ferrovie Russe, così come da altre strutture coinvolte nella costruzione di ferrovie. Capisco che cambiare la sede di un’azienda non sia facile, ma dobbiamo intensificare questi sforzi.
Passando ad altro, le imprese nel mondo odierno non si limitano ad espandere le proprie attività, ma spesso contribuiscono a plasmare il contesto in cui operano. Intorno a loro si sviluppa un ambiente urbano a misura d’uomo, a volte persino intere comunità, che offrono maggiore comfort e risultano attraenti. Abbiamo già esempi di questo tipo.
Ritengo che sarebbe opportuno sostenere gli approcci innovativi degli investitori privati e consentire loro di essere più creativi, come si suol dire, utilizzando nuove soluzioni nelle loro attività economiche e di costruzione. Ciò può essere realizzato creando quadri giuridici specifici che integrino investimenti in alta tecnologia, turismo, cultura, creatività e identità locali.
Inoltre, dobbiamo incoraggiare gli investimenti collettivi in progetti di sviluppo degli spazi urbani. Ciò implica meccanismi che consentano la partecipazione dal basso allo sviluppo della regione o della comunità di appartenenza, investendo nel miglioramento del suo aspetto. Chiedo al governo di collaborare con le istituzioni per lo sviluppo e con l’Agenzia per le Iniziative Strategiche per definire tali normative.
In secondo luogo, un’economia forte, sovrana e dinamica richiede la promozione dell’iniziativa privata, poiché sono gli imprenditori e le imprese a individuare e creare nicchie di mercato, produrre beni e servizi e stimolare l’occupazione. La prevedibilità e la stabilità del clima degli investimenti sono importanti per un’elevata attività imprenditoriale. Le imprese devono comprendere chiaramente il sistema fiscale, le tariffe, la regolamentazione, le misure e i meccanismi di sostegno governativo e, in generale, le condizioni operative per molti anni a venire.
Abbiamo già apportato ulteriori modifiche al sistema fiscale e istituito una linea di sostegno agli investimenti sia a livello federale che regionale. In collaborazione con il mondo imprenditoriale, abbiamo elaborato un modello nazionale di ambiente imprenditoriale mirato. Tra le altre cose, stiamo parlando di misure specifiche per semplificare la registrazione delle imprese e la presentazione delle dichiarazioni dei redditi. Questi sforzi devono certamente proseguire; bisogna agevolare l’accesso alle infrastrutture, migliorare l’efficacia delle forze dell’ordine e così via.
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Vorrei sottolineare ancora una volta quanto sia fondamentale che il modello nazionale produca risultati concreti per le imprese e gli imprenditori.
A parte questo, vorrei spendere due parole sul lavoro sistematico delle piccole e medie imprese.
Molto è già stato fatto per garantire che persone ambiziose e intraprendenti possano avviare facilmente la propria attività, lanciare la produzione e fornire servizi richiesti al pubblico. Tuttavia, quando un’impresa cresce e si sviluppa, a volte sorgono problemi organizzativi e costi finanziari aggiuntivi, che non tutti gli imprenditori sono preparati ad affrontare. Dobbiamo minimizzare questi costi e garantire una transizione senza intoppi dell’impresa verso una categoria superiore, anche attraverso soluzioni digitali preconfezionate o supporto personalizzato.
Chiedo al Governo, insieme a VEB [Vnešeconombank, una società statale russa, fondata nel 2007 come istituto di sviluppo, ndt,] e, naturalmente, alle associazioni imprenditoriali, di elaborare un piano per una transizione agevole nello sviluppo e nella crescita delle imprese, che abbracci tutte le fasi: dal lavoro autonomo all’imprenditoria individuale, fino alla costituzione di un’impresa con tutti i vantaggi della governance aziendale. In questo lavoro, è necessario tenere conto della transizione dell’economia verso un modello basato su piattaforme.
Inoltre, vorrei richiamare la vostra attenzione su un tema che so essere stato al centro del dibattito: a partire da quest’anno, la soglia di fatturato per l’applicazione del regime fiscale semplificato è stata abbassata. Attualmente è di 20 milioni di rubli, l’anno prossimo si prevede che scenderà a 15 milioni e l’anno successivo a 10 milioni. Abbiamo discusso approfonditamente di questo argomento con i rappresentanti del mondo imprenditoriale e con il primo ministro.
Vorrei dire quanto segue. Credo sia possibile rinviare un ulteriore abbassamento della soglia di reddito. [Applausi] Sapevo che a questo punto ci saebbe stata sicuramente una reazione da parte del pubblico. [Applausi] E la soglia dovrebbe rimanere al livello attuale. Non vi darò una scadenza, ma più a lungo durerà, meglio sarà. Chiedo al governo, insieme ai deputati della Duma di Stato, di apportare le modifiche necessarie.
Propongo inoltre che, insieme ai rappresentanti delle associazioni imprenditoriali, si valuti l’introduzione di condizioni preferenziali e più favorevoli per le piccole e medie imprese del settore manifatturiero. Credo che ciò avrà un impatto positivo sulla creazione di un contesto imprenditoriale più equo e competitivo. L’obiettivo di portare l’economia alla luce del sole è stato fissato e continueremo a muoverci con determinazione in questa direzione.
Infine, in conclusione, vorrei sottolineare ancora una volta che un Paese forte e sovrano non può isolarsi. Come ho già detto più volte, l’esperienza recente ha dimostrato la necessità di produrre internamente beni essenziali e di rafforzare le infrastrutture indispensabili per la sicurezza nazionale, lo sviluppo economico e il miglioramento della qualità della vita dei nostri cittadini. Allo stesso tempo, dobbiamo continuare a consolidare i legami con i partner stranieri, ampliare la cooperazione e promuovere progetti transfrontalieri.
Naturalmente, continueremo ad attuare i piani per aumentare la capacità delle nostre reti stradali e ferroviarie, compreso lo sviluppo di un sistema ferroviario ad alta velocità basato su tecnologie nazionali. Come è noto, il progetto pilota in questo settore è la ferrovia ad alta velocità Mosca-San Pietroburgo.
Mi riferisco anche all’ampliamento della capacità portuale e allo sviluppo del Corridoio di Trasporto Transartico come principale arteria di trasporto globale. Continueremo a sviluppare le nostre flotte mercantili e rompighiaccio, costruendo petroliere e navi di varie classi. Il nostro obiettivo è quello di posizionarci tra i primi dieci paesi al mondo in termini di stazza lorda totale della flotta mercantile nazionale.
Vorrei chiedere al governo e al ministero dei Trasporti di proseguire il loro impegno per accrescere l’attrattiva e la competitività del marchio commerciale nazionale russo.
Una solida infrastruttura logistica, produttiva, tecnologica e finanziaria nazionale, unitamente a un contesto imprenditoriale prevedibile e allo sviluppo del capitale umano, costituiscono potenti vantaggi competitivi nell’economia globale. Questi sono i fondamenti per una proficua cooperazione con i Paesi e gli investitori interessati alla partnership, che desiderano costruire alleanze reciprocamente vantaggiose con noi, investire in Russia e in joint venture e invitare le aziende russe a partecipare a progetti comuni.
Sono convinto che eventi come il Forum economico internazionale di San Pietroburgo contribuiscano in modo significativo a questo ampio e importante impegno e ci aiutino a raggiungere nuovi successi nel promuovere la prosperità e il benessere dei nostri paesi e dei nostri popoli.
Grazie per l’attenzione.
[Applausi]
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0); modificata
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Geopolitica
Il blocco statunitense contro Cuba uccide i bambini: parla il commissario ONU Turk
Secondo quanto affermato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) Volker Turk, a Cuba stanno morendo molti bambini a causa della grave carenza di forniture mediche essenziali, provocata dalle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti.
Negli ultimi mesi, la nazione insulare caraibica ha subito blackouti quotidiani e gravi carenze di carburante dopo che il Venezuela, un tempo principale fornitore di petrolio dell’Avana, ha interrotto le spedizioni di greggio a seguito delle pressioni degli Stati Uniti all’inizio del 2026. Questo evento è stato preceduto dal rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte di commando americani a gennaio.
Da allora, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente affermato di voler «prendere» Cuba «in un modo o nell’altro».
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Il Turk ha definito «inaccettabile» la difficile situazione dei cubani comuni, avvertendo che «i bambini muoiono perché i medici non hanno accesso a forniture mediche e medicinali essenziali», come riportato in una dichiarazione rilasciata lunedì. Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), la mortalità infantile a Cuba è raddoppiata, raggiungendo i 9,9 decessi ogni 1.000 nascite, e il tasso di sopravvivenza al cancro infantile è sceso dall’85% al 65% da quando gli Stati Uniti hanno imposto un blocco dei carburanti al Paese caraibico.
«I servizi medici essenziali come l’oncologia, la dialisi e la salute materna sono sottoposti a una pressione enorme», con una «grave carenza di farmaci essenziali», avverte il rapporto. Gli sforzi umanitari internazionali per alleviare la situazione sono ostacolati dalle sanzioni extraterritoriali statunitensi, e le aziende private si rifiutano di consegnare tali spedizioni per timore di violarle, ha dichiarato l’OHCHR.
«Pacchetti di sanzioni così severe, che prendono di mira interi settori di un’economia e producono effetti ampi, indiscriminati e gravi sulle popolazioni, sono incompatibili con i principi fondamentali del diritto internazionale in materia di diritti umani», ha affermato il Turko.
Il mese scorso, il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez Parrilla ha accusato gli Stati Uniti di infliggere una «punizione collettiva» in quanto i cubani sono sottoposti a condizioni «che violano i loro diritti umani e causano dolore, sofferenza e angoscia».
La testata americana Axios, citando diversi funzionari statunitensi anonimi, ha riferito a fine maggio che la Casa Bianca stava cercando di intensificare ulteriormente la pressione su Cuba nella speranza che il peggioramento delle condizioni economiche portasse infine a un cambio di regime.
Russia, Cina, Messico e molti altri paesi hanno fornito aiuti umanitari a Cuba. Mosca ha inviato una spedizione di circa 700.000 barili di petrolio greggio alla fine di marzo.
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Come riportato da Renovatio 21, Cuba starebbe ora mobilitando le milizie mentre crescono i timori di un’invasione USA.
La preparazione di Cuba rispetto ad una possibile invasione USA va avanti da mesi. Tre mesi fa Trump aveva dichiarato che «con Cuba posso fare quello che voglio» e che rapire il presidente cubano «non sarebbe difficile», assicurando che Cuba andrà al collasso «molto presto».
Sul Paese grava un embargo petrolifero americano che sta causando problemi e blackout. Una delegazione USA due mesi fa ha sollecitato Cuba a passare all’economia di mercato. Sull’isola aveva fatto visita anche il capo della CIA John Ratcliffe.
Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana funzionari militari statunitensi e cubani hanno tenuto un raro incontro faccia a faccia presso la base navale di Guantanamo Bay, che altre notizie sostengono che potrebbe essere attacata dalale forze dell’Avana. La settimana precedente, l’ex presidente cubano Raul Castro è stato incriminato dal dipartimento di Giustizia statunitense per l’abbattimento, avvenuto nel 1996, di due aerei americani operati da esuli cubani anticomunisti al largo delle coste dell’isola.
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