Economia
Cosa c’è dietro al Trattato del Quirinale?
Facciamola breve: il Trattato del Quirinale, la poco spiegabile creazione di un direttorato franco-italiano per l’Europa, ci tenevano a non farvelo vedere.
Con la nobile eccezzione de La Verità, nelle settimane precedenti nessun giornale ve ne ha parlato. Hanno preferito farlo solo a fatto compiuto – anzi, usiamo l’espressione napoleonica, fait accompli.
Il Trattato non è passato per il Parlamento. Punto. A questo punto potremmo anche chiudere l’articolo, il lettore magari ha già capito molto. Ma vale la pena di fare un paio di rilievi che nessuno, in questa ennesima rapina francese nei confronti dell’Italia sottomessa, pare aver voglia di fare.
Vale la pena di fare un paio di rilievi che nessuno, in questa ennesima rapina francese nei confronti dell’Italia sottomessa, pare aver voglia di fare
Non solo è stata versata una lacrima d’inchiostro per raccontare come stesse avvenendo la firma epocale tra le due «potenze» latine – alcune storie che paiono aleggiare attorno a questo storico Trattato non sono neanche ora chiare. Anzi, non è chiaro nulla: l’unica cosa limpida è la presenza, da Gentiloni in giù, di sciami di papaveri piddini muniti di Légion d’Honneur. Non sono pochi, i politici nostrani finiti in qualche modo fra le braccia dei francesi.
Ricordate Letta depresso quando, con un colpo di palazzo non ancora spiegato, Renzi gli soffiò il posto di primo ministro. Se lo accollarono i francesi, gli diedero un ruolo prestigioso all’Institut d’Etudes politiques de Paris, lui si riebbe, lo fotografarono che faceva balletti coreografati, è tornato in patria magrissimo e intriso di idealismo zelotesco (transessuali, ius soli, etc.).
Poi vi è il caso di Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari Europei nel governo Renzi e Gentiloni, poi consulente agli Affari Europei ma nel governo francese (!), infine eurodeputato eletto in una lista sostenuta da Macron. La Meloni arrivò a parlare di tradimento e di revoca di cittadinanza. Il problema è però più vasto di così.
Ricordiamo bene il Trattato di Caen, anche quello non esattamente trasparentissimo, con il quale il governo Gentiloni sembrava cedere acque territoriali italiane alla Francia. Ricordiamo anche la missione italiana in Mali, un pantano tutto francese, sul quale – pure lì – c’è una bella spirale del silenzio.
È tutto opaco, criptato, poco leggibile. È come se tutti, dai giornalisti ai politici di opposizione, non avessero la forza – o la voglia – di unire i puntini. Che sono tanti e belli evidenti
È tutto opaco, criptato, poco leggibile. È come se tutti, dai giornalisti ai politici di opposizione, non avessero la forza – o la voglia – di unire i puntini. Che sono tanti e belli evidenti.
Il balletto a cui stiamo assistendo in questo momento è senza precedenti. Tutto si muove, nella finanza e nell’industria, in chiave di questo momento francese. Un mega-fondo americano, dove lavora l’ex numero 1 della CIA generale David H. Petraeus, vuole rilevare tutta TIM, mettendo fuori gioco per sempre i francesi presenti in CDA, cioè Bolloré.
La cosa potrebbe far parte di una manovra più grande: Bolloré è il primo sostenitore del candidato presidenziale, non si sa ancora quanto serio o quanto pagliaccio, della destra-destra più a destra della Le Pen, Eric Zemmour (che in un’intervista ha inneggiato ad una nuova conquista francese del Nord Italia), di cui il network di Bolloré Cnews non fa che parlare tutto il giorno. Al contempo, Vivendi-Bolloré, che ha litigato con la famiglia di Berlusconi in Mediaset – è socio anche lì – ora pare andare d”accordissimo con Silvio.
E poi ancora: ci sono pezzi di Fimeccanica-Leonardo che vanno ai francesi, in modo apparentemente indolore per gli italiani. Ballano lo storico produttore di cannoni Oto Melara e il produttore di siluri Wass. Qualcuno parla di una complicata partita di equilibri per il nuovo caccia europeo.
C’è la questione, quella sì in teoria ancora dolorosa, dell’acquisto da parte di Fincantieri dei Chantiers de l’Atlantique per fare sommergibili; l’affare è sfumato catastroficamente (per gli italiani) anni fa, con lo Stato francese a mettersi di mezzo. La consulenza era dei Rothschild, gli antichi datori di lavoro del presidente Macron. Advisor dei Rothschild, fedelissimi del giovane presidente con moglie anziana, sono in circolazione anche in queste ore.
Tutto è piuttosto insensato, ma non gliene frega niente a nessuno. Il COPASIR, l’organo di controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani – cioè il massimo ente di Intelligence della Nazione, è stato sentito a posteriori. Fait accompli.
Ricordiamo che la Francia secondo il Trattato invierà un suo ministro ogni tre mesi ad assistere ad un nostro Consiglio dei Ministri. L’Italia, specularmente, manderà un ministro nostrano al tavolo del Premier francese. Con la differenza, immensa, che a fare le cose in Francia, Repubblica Presidenziale, non è il premier ma il Presidente
L’Eliseo ad una certa si era pure incazzato con quei pochissimi giornali (La Verità, pochissimi altri) che avevano osato pubblicare qualche indiscrezione e magari pure qualche domanda sul Trattato nelle settimane precedenti. Niente, ci hanno tenuto a rassicurarci: faremo come con Stellantis… Cioè, l’inghiottimento francese definitivo di FIAT da parte dei francesi. Ci prendono in giro? Non lo sappiamo: guardiamo Macron, sua moglie, il bodyguard, e non sappiamo se intorno ci siano persone con senso dell’umorismo.
Ma tutto questo, perché?
L’idea, sussurrata a denti stretti, è che si imporrebbe così una nuova centralità latina in Europa. La Germania, il vero nucleo di potere europeo, dovrebbe quindi essere messa fuori gioco: il Trattato del Quirinale sostituisce il Trattato dell’Eliseo, il patto tra Berlino e Parigi che ha dominato l’Europa sino ad oggi. (Fateci caso: anche lì, la stipula avviene nel palazzo presidenziale della parte più debole).
Perché fare fuori la Germania? Perché, uno pensa, forse il nuovo cancelliere, Olaf Scholz detto Scholzomat, non ha il peso politico e geopolitico della Merkel, o forse non ha – ancora – i fili giusti, i contatti, la fiducia di qualcuno, forse, ma ammettiamo di non sapere chi possa essere.
I sudditi del Dragone sono in solluchero: ora che sparisce l’Angelona, a comandare in Europa sarà, per tramite del Trattato del Quirinale, il prestigioso Mario ex BCE, il quale magari poi al Quirinale ci trasloca proprio.
Ma sarà proprio così?
Non dimentichiamo cosa significa per noi la Francia: il Paese che ha messo in crisi totale i nostri interessi in Libia, con effetto non secondario di far invadere le nostre coste di immigrati che nei prossimi anni andranno a creare in Italia no-go zones identiche alle banlieues francesi
Ricordiamo che la Francia secondo il Trattato invierà un suo ministro ogni tre mesi ad assistere ad un nostro Consiglio dei Ministri. L’Italia, specularmente, manderà un ministro nostrano al tavolo del Premier francese. Con la differenza, immensa, che a fare le cose in Francia, Repubblica Presidenziale, non è il premier ma il Presidente. Un’altra presa per il culo? Il parait. Sembra.
Non dimentichiamo cosa significa per noi la Francia: il Paese che ha messo in crisi totale i nostri interessi in Libia, con effetto non secondario di far invadere le nostre coste di immigrati che nei prossimi anni andranno a creare in Italia no-go zones identiche alle banlieues francesi. Sono quegli stessi francesi i cui poliziotti, ogni tanto, sconfinano in Italia – inaudito e un po’ grave, molto eloquente in fatto di rispetto – per riportare nel nostro territorio africani che non vogliono o per fare irruzioni vere e proprie su suolo italiano.
Cosa vi aspettavate? Simmetria e rispetto da parte di un Paese che è potenza nucleare?
Di fare affari con qualcuno che ha una parola dispregiativa per voi – Rital – mentre noi per i francesi non ne abbiamo? («Mangiarane» non è un peggiorativo serio)
Pensavate di essere riamati da coloro che, secondo una diffusa battuta europea, sono «italiani di cattivo umore»?
Quindi, cosa ha spinto Macron e Draghi l’uno nelle braccia dell’altro? Qual è il motore di questo storico, opacissimo Trattato?
Ma quindi, cosa ha spinto Macron e Draghi l’uno nelle braccia dell’altro? Qual è il motore di questo storico, opacissimo Trattato?
Non sappiamo. Guardiamo la foto della sera dell’elezione di Macron all’Eliseo, davanti alla piramide del Louvre, le braccia alzate come a produrre un grande compasso. La squadra ora si allarga a tanti elementi italiani.
Cosa c’è dietro al Trattato del Quirinale?
Mah. Boh. Je ne sais pas.
Economia
Jaguar Land Rover taglierà 4.000 posti di lavoro
Jaguar Land Rover (JLR) ha confermato l’intenzione di ridurre il personale, mentre la principale casa automobilistica britannica affronta l’aumento dei costi, il calo delle vendite e gli effetti dei dazi statunitensi. Lo riporta il Times, secondo cui potrebbero essere soppressi fino a 4.000 posti di lavoro.
JLR è sotto crescente pressione a causa dei dazi USA, che hanno reso più onerosa la vendita dei veicoli prodotti in Gran Bretagna negli Stati Uniti, nonostante Londra avesse ottenuto un’aliquota ridotta del 10%. L’effetto è stato particolarmente rilevante, poiché il Nord America è il mercato più importante per l’azienda. Le difficoltà sono state accentuate da un grave attacco informatico subito lo scorso anno, che ha costretto a interrompere la produzione per diverse settimane.
Nel trimestre chiuso a giugno il fatturato di JLR è sceso di quasi il 10%, mentre l’utile ante imposte è crollato di oltre due terzi, attestandosi a 109 milioni di sterline (126,5 milioni di euro). Secondo il Times, l’amministratore delegato PB Balaji è sotto pressione da parte di Tata Motors, la società madre indiana di JLR, perché tagli i costi.
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In una dichiarazione ai media, JLR ha detto di dover «adattarsi alle mutevoli condizioni del mercato globale», con l’obiettivo di risparmiare circa 1,7 miliardi di sterline (2,3 miliardi di dollari) nei prossimi due anni e di abbassare il punto di pareggio annuale a 300.000 veicoli.
JLR ha annunciato l’avvio di un «programma di prepensionamento volontario» per il personale con stipendio fisso e per i dirigenti. Secondo quanto riportato, i dipendenti sarebbero stati informati venerdì. Il Times ha scritto che potrebbero essere eliminati fino a 4.000 posti di lavoro nei prossimi due anni, anche se JLR non ha confermato la cifra.
Il gruppo automotive occupa direttamente circa 34.000 persone nei suoi stabilimenti nelle West Midlands e nel Merseyside e sostiene circa 120.000 posti di lavoro nell’intera filiera automobilistica britannica.
Le case automobilistiche europee stanno riducendo il personale a causa della domanda debole, dell’aumento dei costi e della crescente concorrenza dei produttori cinesi a basso costo.
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Come riportato da Renovatio 21, questa settimana Volkswagen ha approvato ulteriori 50.000 tagli di posti di lavoro entro il 2030, portando la riduzione complessiva della forza lavoro prevista a circa 100.000 unità. La sua controllata Porsche eliminerà altri 5.000 posti di lavoro entro il 2035.
La crisi del settore automobilistico tedesco è stata aggravata anche dagli elevati costi energetici, da quando il Paese ha perso l’accesso a gran parte del gas russo a basso costo, da cui la sua economia industriale dipendeva da tempo, dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. L’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, ha indicato separatamente i dazi statunitensi e l’intensificarsi della concorrenza cinese tra le pressioni che pesano sulla competitività dell’azienda.
Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso anche il colosso automobilistico tedesco BMW prevede di tagliare circa 8.000 posti di lavoro a livello globale entro la fine del 2027.
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Immagine di Anthony Parkes via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Economia
Volkswagen licenzia 100.000 lavoratori: «ristrutturazione»
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Economia
Uber abbandona l’Africa
La società statunitense di trasporto privato Uber ha cessato le attività in Nigeria e in Uganda, chiudendo una presenza durata 12 anni nel Paese più popoloso d’Africa e un decennio di servizio in questo Stato dell’Africa orientale.
I licenziamenti sono scattati mercoledì, dopo quella che Uber ha definito una «revisione approfondita» della propria attività. L’azienda non ha comunicato il numero di dipendenti o autisti coinvolti, ma ha dichiarato che fornirà assistenza durante la fase di transizione.
Uber ha precisato che le chiusure riguardano solo i due mercati e che l’impegno in Africa resta invariato. La decisione coincide con una ristrutturazione globale che prevede il taglio di circa 3.300 posti di lavoro, pari a circa il 10% della forza lavoro. In un messaggio pubblicato mercoledì, l’amministratore delegato Dara Khosrowshahi ha spiegato che la ristrutturazione ridurrà i costi e libererà risorse da destinare alla crescita e all’innovazione, nell’ottica di Uber di «costruire il futuro della guida autonoma».
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La società di logistica tecnologica aveva avviato le operazioni a Lagos nel 2014 e a Kampala nel 2016. Le sue attività in Africa sono state segnate da continue controversie su guadagni degli autisti, commissioni e regolamentazione.
All’inizio di quest’anno gli autisti nigeriani hanno scioperato per protestare contro le tariffe, considerate insufficienti rispetto all’aumento dei costi del carburante e della manutenzione dei veicoli. L’Unione dei Trasportatori di App della Nigeria ha definito il modello di business di Uber sfruttatore e ha criticato l’azienda per essersi ritirata senza consultare adeguatamente gli autisti, come riportato giovedì da diverse testate locali citando il portavoce nazionale del sindacato.
L’uscita di Uber dal mercato nigeriano è seguita anche a una controversia sull’accesso agli aeroporti gestiti dall’Autorità Federale degli Aeroporti della Nigeria. Uber ha smentito che la questione abbia determinato la decisione, affermando che essa rifletteva un cambiamento nelle priorità aziendali e nei piani di investimento. Con la chiusura, Bolt, inDrive e LagRide, sostenuta dal governo, restano tra le principali alternative in Nigeria.
In Uganda Uber ha dovuto fronteggiare la concorrenza di piattaforme come SafeBoda e Faras, mentre gli autisti si lamentavano delle tariffe basse e delle commissioni elevate. I resoconti locali segnalavano anche l’aumento dei costi operativi e le difficoltà nel trattenere gli autisti.
Le ultime chiusure confermano il progressivo ritiro dell’azienda dal continente. Uber si è ritirata dalla Costa d’Avorio nel 2025 e dalla Tanzania nel gennaio 2026, dopo anni di controversie con le autorità di regolamentazione tanzaniane su tariffe controllate e limiti alle commissioni della piattaforma. Il colosso del trasporto sanfranciscano ha sospeso le operazioni in Marocco nel 2018 a causa dell’incertezza normativa, per poi riprenderle nel novembre 2025.
Le recenti uscite limitano la presenza diretta di Uber in Africa a Sudafrica, Kenya, Ghana, Egitto e Marocco. La sua tecnologia è utilizzata anche a Mauritius da Taxi by ala-lila, un servizio gestito localmente e basato sulla tecnologia di Uber.
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Immagine di Focal foto via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0
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