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Mons. Schneider: l’infiltrazione della massoneria è responsabile della crisi nella Chiesa

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Il vescovo Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha parlato in un’intervista pubblicata venerdì dei mali della massoneria e della sua profonda infiltrazione nella Chiesa sin dal Concilio Vaticano II.

 

Durante un’intervista sul canale YouTube Adrian Milag TV, trasmessa pubblicamente il 22 maggio, il vescovo Schneider, parlando del suo libro Credo: Compendio della fede cattolica, ha affermato di aver incluso un capitolo sulla Massoneria perché è uno dei principali mali moderni che non viene affrontato nel Catechismo ufficiale della Chiesa. Il vescovo ha poi sottolineato che la Massoneria è una forma di gnosticismo e relativismo che si è profondamente infiltrata nella Chiesa sin dal Concilio Vaticano II, soprattutto attraverso l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la riorientazione «antropocentrica» della liturgia.

 

«Questa è una delle sette più pericolose e delle sette pseudo-religiose segrete, che è una forma di (gnosticismo)», ha detto il vescovo. «Nei livelli più alti (della Massoneria), si avvicina sempre di più al culto di Satana… e il dogma fondamentale della Massoneria è il relativismo, (credono) che “non c’è verità nella religione, tutte le religioni sono uguali e ognuno può scegliere il proprio dio”».

 

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«Il secondo dogma è l’antropocentrismo, secondo il quale l’uomo deve essere al centro di tutto, non Dio», ha aggiunto.

 

Monsignor Schneider ha poi approfondito le ragioni per cui i massoni si sono infiltrati nella Chiesa.

 

«Il più grande ostacolo all’ideologia della Massoneria è Gesù Cristo, il Dio incarnato», ha affermato Sua Eccellenza. «Questo è in totale contrasto con l’intero edificio spirituale della Massoneria. Pertanto, la vera e piena fede cattolica… è considerata dai massoni il più grande antagonismo».

 

«Pertanto, fin dall’inizio la Massoneria ha avuto come obiettivo quello di emarginare la fede cattolica e di combatterla», ha aggiunto. «E ora sono passati a un’altra tattica, davvero demoniaca, per combattere direttamente la fede cattolica: hanno iniziato a infiltrarsi nella Chiesa per corromperla con le loro idee di relativismo, naturalismo, antropocentrismo… questa è la radice dell’attuale crisi della Chiesa sin dal Concilio Vaticano II».

 

Il prelato kazako-tedesco ha sottolineato che, pur non affermando che la massoneria sia direttamente responsabile della crisi nella Chiesa, le somiglianze con l’ideologia massonica sin dal Concilio sono «davvero sorprendenti», soprattutto per quanto riguarda l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la centralità dell’uomo nella liturgia.

 

«La crisi che dura da 60 anni, a partire dal Concilio, è il primato del relativismo, attraverso il cosiddetto ecumenismo e il dialogo interreligioso. Gesù Cristo è privato della sua unicità rispetto alle altre religioni», ha affermato.

 

«Il secondo fenomeno all’interno della Chiesa cattolica dal Concilio è quello di mettere l’uomo al centro della liturgia… e Cristo viene messo in un angolo, di lato, persino nelle chiese. La Santa Eucaristia… il Cristo vivente, il Dio vivente incarnato, viene messo in un angolo e il sacerdote si mette sulla sua sedia, al centro», ha aggiunto. «Questo è così antropocentrico, e il modo di celebrare la Santa Messa rivolti verso il popolo come in un cerchio chiuso… l’altare non è (più) un altare. No, è un tavolo, e al centro c’è il sacerdote (non più) Cristo. Dicono in teoria, sì, ma non in pratica».

 

«Questa è dunque un’altra caratteristica fondamentale della crisi della Chiesa cattolica, che è anche, lo ripeto, una caratteristica dell’ideologia massonica. Vale a dire che “il primato deve essere dato alla natura della vita terrena, alle realtà terrene”, a scapito della verità eterna, a scapito della grazia della vita spirituale in grazia con Dio, e questa è la nostra crisi. Dobbiamo tornare a Cristo… Lui deve essere il centro» ha continuato il vescovo.

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Spirito

Né scismatici né disobbedienti

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Di fronte alla profusione di dichiarazioni, articoli e interviste in cui la Fraternità San Pio X viene ritenuta responsabile di una frattura all’interno della Chiesa, di una gravissima disobbedienza nei confronti del Santo Padre, di un vero e proprio scisma, riteniamo opportuno scrivere qualche riga per cercare di fare chiarezza. Il nostro metodo sarà sempre lo stesso: non le impressioni, non i «sentito dire», non le elucubrazioni dell’opinionista di turno, ma la teologia cattolica, attinta alle sue fonti: il Magistero perenne della Chiesa e l’insegnamento dei grandi teologi e canonisti.

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1. La Fraternità San Pio X non è scismatica

Il cardinale Tommaso de Vio (detto il Gaetano, 1469-1534), uno dei più insigni teologi di tutti i tempi, dice esplicitamente: «Disobbedire, anche ostinatamente, al Sommo Pontefice non costituisce uno scisma. Ciò che costituisce uno scisma, è non voler sottomettersi a lui come capo di tutta la Chiesa» (Commento alla Somma Teologica di S. Tommaso, II-II, q. 39, a. 1, n. III).
 
Che differenza c’è fra una disobbedienza semplice, che non comporta scisma, e una disobbedienza con ribellione, che implica mancanza di sottomissione e comporta scisma? Il card. Gaetano lo spiega chiaramente. Io posso disobbedire a un ordine del papa per tre motivi: 1) perché non mi piace o trovo ingiusto ciò che mi comanda; 2) perché penso che ce l’abbia ingiustamente con me; 3) perché non lo riconosco come mio superiore. Nei primi due casi non c’è scisma, nel terzo sì (ibid., n. VII).
 
La differenza è palese. Se non riconosco il papa come mio superiore, non sarò pronto ad ubbidirgli in nessun caso, a prescindere da che cosa mi ordini. Se invece riconosco il papa come mio superiore, posso certo disobbedirgli in questa o quella cosa, ma resto comunque pronto ad obbedirgli, e quindi non sono scismatico. Altrimenti chiunque disobbedisse a un precetto del papa, per esempio rifiutando di digiunare nei giorni previsti o di andare a Messa la domenica, sarebbe scismatico.   Il che è assurdo. «Succede spesso, infatti, che uno non voglia eseguire gli ordini del proprio superiore, pur continuando a riconoscerlo come superiore» (ibid.). Questa dottrina del card. Gaetano è seguita da tutti i canonisti e teologi posteriori, senza eccezione.
 
Ora, se si tiene conto dell’atteggiamento della Fraternità e delle dichiarazioni dei suoi superiori, risulta evidente che essa disobbedisce al papa non perché non lo riconosca come proprio superiore, non perché non voglia sottomettersi a lui, ma perché il papa comanda delle cose che la Fraternità non può accettare. Ci troviamo di fronte al caso n. 1 del card. Gaetano. La Fraternità, infatti, recita il nome del papa nella Messa (attestando così che lo riconosce come proprio superiore) e ubbidisce alla Santa Sede nelle materie per le quali non vi sia né certezza né probabilità di modernismo (ad esempio, per le riduzioni dei sacerdoti allo stato laicale, per la richiesta di dispense e grazie che solo il papa può dare, per l’indizione dei giubilei, ecc.) ed è pronta ad ubbidire al papa in tutto, quando egli dia ordini che non suppongono l’adesione alle dottrine moderniste del Vaticano II e del postconcilio.
 
Quindi la Fraternità non è in nessun modo scismatica. È però disobbediente? Si può infatti non essere scismatici, ma gravemente disobbedienti. A questa domanda risponderemo al punto n. 3.

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2. Le consacrazioni episcopali compiute senza mandato apostolico non sono un atto scismatico e non rendono la Fraternità scismatica

Bisogna, innanzi tutto, ricordare che fino al Basso Medioevo, la consacrazione episcopale non era riservata al papa. Ciò significa che, ordinariamente, il papa non nominava i vescovi e neppure confermava la nomina fatta da altri. La riserva papale della nomina o della conferma dei vescovi risale alla fine del XIII sec. e si afferma soltanto a partire dal secolo successivo.
 
Qualcuno potrebbe obiettare che, nell’antichità, le consacrazioni episcopali avvenivano senza l’intervento del papa, ma non contro la sua volontà. Anche questo non è sempre vero. All’epoca di S. Agostino abbiamo l’esempio di vescovi ordinati come coadiutori di una diocesi che aveva già il proprio vescovo ordinario oppure di vescovi trasferiti da una sede all’altra, contro le prescrizioni dei Concili ecumenici e quindi contro la volontà del papa, che quei Concili aveva approvati. Molti hanno fatto osservare l’irregolarità, ma nessuno ha parlato di scisma. In epoca più recente, nel XII e XIII secolo, abbiamo il caso di vescovi, provenienti soprattutto dagli Ordini mendicanti, che venivano consacrati senza rispettare la regolare procedura canonica, trasgredendo quindi la volontà del papa. Anche in questo caso, la Santa Sede intervenne per mettere ordine, ma nessuno fu trattato da scismatico. Tornerò su questo argomento in un articolo apposito.
 
Da tutto ciò si evince che la riserva al papa della consacrazione episcopale non è di diritto divino, ma di diritto ecclesiastico. Ciò che è diritto divino, è che il vescovo sia in comunione col papa. Ma abbiamo appena visto al n. 1 che i vescovi della Fraternità, non essendo scismatici, sono, a tutti gli effetti, in comunione col papa.
 
Nessun teologo o canonista (almeno fino al Vaticano II) menziona la consacrazione episcopale senza mandato apostolico tra gli esempi di atti scismatici. Nel diritto canonico tradizionale, fino al 1951, la consacrazione episcopale senza mandato era punita semplicemente con una sospensione: essa, quindi, non era considerata uno scisma, che era sanzionato con la scomunica. Anche dopo il 1951, quando la pena fu aggravata da sospensione a scomunica, nessun teologo o canonista sostenne che qualunque consacrazione episcopale senza mandato costituisse uno scisma. L’idea che la consacrazione episcopale senza mandato sia un atto scismatico è stata formulata per la prima volta in occasione delle consacrazioni di mons. Lefebvre nel 1988, e non ha precedenti nella tradizione canonica o teologica.
 
Da ultimo, si potrebbe forse considerare scismatica o almeno tendente allo scisma una consacrazione senza mandato che avesse la pretesa di conferire al nuovo vescovo il potere di giurisdizione episcopale, cioè che volesse conferirgli il potere di essere a capo di una diocesi e di governare sacerdoti e fedeli. Poiché, secondo la dottrina chiaramente insegnata da Pio VI e Pio XII, il vescovo riceve il proprio potere di giurisdizione non attraverso la consacrazione, ma attraverso la missione canonica del papa (il Vaticano II, invece, insegna il contrario…), pretendere di conferire a un vescovo il potere di giurisdizione contro la volontà del papa sarebbe un’usurpazione dei suoi poteri e quindi tenderebbe verso lo scisma.
 
La Fraternità San Pio X, però, non ha mai avuto la pretesa di conferire ai suoi vescovi il potere di giurisdizione. I vescovi della Fraternità non hanno, in quanto vescovi, nessun potere sui fedeli o sui sacerdoti. Hanno solo il potere d’ordine, quello cioè di amministrare i sacramenti (cresima, ordine sacro) e i sacramentali riservati ai vescovi. Ora, questo potere lo ricevono non dal papa, ma direttamente da Dio, mediante la consacrazione. Di conseguenza, non c’è nessuna usurpazione di un potere proprio del papa e nessuna tendenza allo scisma.

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3. La Fraternità San Pio X non è neppure disobbediente

L’obbedienza, nella dottrina cattolica, non è un assoluto. Neppure quella al Sommo Pontefice. Come insegna San Tommaso, «l’abuso d’autorità può avvenire […] perché ciò che viene comandato dal superiore è contrario al fine per il quale l’autorità è stata istituita, come quando egli ordina un atto peccaminoso, contrario alla virtù che l’autorità è destinata a promuovere e custodire; e in tal caso non solo non si è tenuti a obbedire al superiore, ma si è anche tenuti a non obbedirgli, come i santi martiri affrontarono la morte per non obbedire agli ordini empi dei tiranni» (II Sent., d. 44, q. 2, a. 2). La stessa cosa è insegnata da Leone XIII nell’enciclica Diuturnum illud (29 giugno 1881).
 
Anzi, se l’ordine ingiusto del superiore può costituire un pericolo per la fede, anche la disobbedienza dev’essere pubblica.  È sempre San Tommaso che lo afferma: «C’è da dire che, quando vi fosse un pericolo imminente per la fede, anche i prelati dovrebbero essere ripresi pubblicamente dai loro sudditi. Per questo S. Paolo, che era sottoposto a S. Pietro, lo rimproverò pubblicamente a motivo dell’imminente pericolo di scandalo riguardo alla fede. E, come dice la Glossa, riferendo le parole di S. Agostino, a commento del II capitolo dell’Epistola ai Galati, “Pietro stesso offrì ai superiori un esempio: che, qualora si fossero allontanati dalla retta via, non disdegnassero di essere corretti anche da coloro che sono loro inferiori”» (Summa theologiae, II-II, q. 33, a. 4, ad 2).
 
Il grande teologo domenicano Juan de Torquemada (1388-1468) sintetizza quanto abbiamo detto finora, dicendo: «Se il Romano Pontefice comanda qualcosa che è di per sé cattivo, cioè contrario alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime, in tali casi la separazione dal Romano Pontefice mediante la disobbedienza non è illecita e, di conseguenza, non deve essere chiamata scisma» (Summa de Ecclesia, l. IV, p. I, c. 1). Non si potrebbe essere più chiari. E, lo ripetiamo, non si tratta della dottrina di un teologo isolato, ma dell’insegnamento unanime di tutti.

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4. La Fraternità ha agito rettamente a causa dello stato di necessità in materia di fede

Ora, si può dire che l’ordine del papa al quale la Fraternità ha rifiutato di obbedire sia «di per sé cattivo» o addirittura «peccaminoso»? Dopo tutto, rinunciare a delle consacrazioni episcopali non è un atto cattivo. Di conseguenza, decidendo di procedere comunque, la Fraternità forse non è caduta nello scisma, ma ha comunque commesso un atto gravissimo di disobbedienza.
 
Rispondiamo che l’atto di rinunciare a delle consacrazioni episcopali, preso in sé e astrattamente, non è cattivo; se invece lo consideriamo nelle sue circostanze attuali e concretamente, allora è cattivo e peccaminoso. Nella situazione presente della Chiesa, se la Fraternità San Pio X non avesse proceduto alle consacrazioni del 1° luglio, si sarebbe trovata di fronte a un dilemma: o scomparire, o accettare, almeno di fatto, la nuova liturgia e le false dottrine del Vaticano II e del postconcilio.
 
Senza le consacrazioni del 1° luglio, la Fraternità, fra qualche anno, sarebbe rimasta priva di vescovi, per morte naturale di coloro che attualmente rivestono questa carica. Senza vescovi, niente ordinazioni sacerdotali e quindi, a lungo andare, niente Messa tradizionale, niente sacramenti tradizionali, niente insegnamento della dottrina cattolica nella sua integralità. L’unica alternativa sarebbe stata quella di chiedere dei vescovi a Roma, oppure di far ordinare i sacerdoti da vescovi diocesani oppure ancora di mandare i fedeli dai sacerdoti delle parrocchie.   In ciascuna di queste alternative, sarebbe stato necessario accettare, almeno di fatto, le false dottrine del Concilio e del postconcilio. Lo vediamo anche ora. Il Dicastero della Dottrina della Fede, in appendice al decreto di scomunica pubblicato il 2 luglio, impone a tutti coloro che vogliono tornare «in comunione con Roma» di firmare un formulario nel quale si dichiara di accettare il Vaticano II nell’interpretazione data dal Magistero attuale e ci si impegna a non criticare mai gli insegnamenti del papa.
 
Di conseguenza, senza le consacrazioni episcopali, la Fraternità sarebbe stata costretta ad accettare dottrine come la libertà religiosa, l’ecumenismo, la collegialità, l’illiceità della pena di morte, la possibilità che due divorziati risposati ricevano la comunione o che una coppia omosessuale venga benedetta; o almeno ad accettarle di non criticarle pubblicamente. Si capisce, dunque, che l’ordine del papa, considerato nelle sue circostanze concrete, comanda un atto che è cattivo in sé e peccaminoso, poiché non è mai lecito accettare o rinunciare a criticare ciò che va contro la fede.
 
A questo riguardo, è bene ricordare che le posizioni dottrinali della Fraternità non sono opinioni. Non sono preferenze, sensibilità, gusti. Sono la dottrina cattolica, insegnata in modo definitivo dal Magistero ecclesiastico di sempre. Basta leggere gli atti di tutti i Papi e di tutti i teologi preconciliari per rendersene conto. Non è possibile rinunciarvi, perché fanno parte del patrimonio della fede. Quando il papa ci chiede il contrario, è chiaro che il suo ordine, come dice Torquemada, è contrario «alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime». E quindi non solo possiamo, ma dobbiamo disobbedirgli.
 
Rispondiamo a un’ultima obiezione: «voi non siete nessuno per dire che alcuni insegnamenti del Concilio e del postconcilio si oppongono alla dottrina tradizionale: questo giudizio spetta solo all’autorità suprema, cioè al papa». Ma, se così fosse, che senso avrebbero le parole di Torquemanda e di tutti gli altri teologi, i quali affermano che qualunque cristiano ha il diritto di disobbedire al papa quando questi comanda qualcosa di oggettivamente cattivo?   Quando Alessandro VI, sotto pena di scomunica, proibì alla sua amante Giulia Farnese di abbandonare la convivenza con lui e di ricongiungersi al legittimo sposo, ella era forse tenuta ad obbedirgli, perché non spettava a lei giudicare la conformità degli atti papali con la legge divina? E ancora: quando i cattolici conservatori si oppongono alla comunione ai divorziati risposati o all’approvazione degli atti omosessuali, usurpano forse un potere che compete solo al papa?
 
In conclusione, la Fraternità non è né scismatica né disobbediente. Le scomuniche lanciate contro di essa non hanno nessun effetto, perché, laddove non c’è delitto, non ci può essere neppure la pena corrispondente. La ferita c’è, ma non siamo noi ad averla causata.   Siamo fiduciosi, anzi, siamo certi – in virtù delle promesse che Gesù ha fatto alla sua Chiesa – che un giorno le autorità della Chiesa torneranno all’autentica dottrina cattolica e riconosceranno la nostra completa innocenza.
 
Don Daniele Di Sorco FSSPX
  Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Gender

Leone nomina vescovo che aveva approvato le «benedizioni» omo e affermato che la sodomia «non è peccaminosa»

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Papa Leone XIV martedì ha nominato monsignor Christian Würtz, vescovo ausiliare della diocesi di Friburgo in Brisgovia, in Germania, noto per il suo sostegno alle «benedizioni» omosessuali e per le sue posizioni contrarie all’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità, come nuovo vescovo di Eichstätt.

 

Monsignor Würtz, 55 anni, era tra i 38 vescovi tedeschi che nel 2023 votarono a favore di un documento che sanciva le «benedizioni» per le «coppie» omosessuali, nonché per i divorziati risposati.

 

Sei mesi prima, il Würtz aveva appoggiato il documento eterodosso del Cammino sinodale tedesco sulla «Rivalutazione dottrinale dell’omosessualità», che definiva erroneamente gli atti omosessuali «non peccaminosi» e «non intrinsecamente malvagi».

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«Non vedo l’ora di iniziare il mio nuovo incarico», ha dichiarato Würtz (a sinistra nella foto) in un comunicato ufficiale della diocesi.

 

«È una splendida coincidenza che la mia nomina avvenga nel giorno della festa di San Willibaldo, patrono della diocesi di Eichstätt. Spero che, con la mia esperienza e le mie capacità, potrò contribuire anch’io alla costruzione del Regno di Dio a Eichstätt e camminare al fianco della gente di questa diocesi», ha aggiunto. «Ringrazio papa Leone per la fiducia che mi ha accordato e non vedo l’ora di conoscere le persone di questa diocesi».

 

Würtz è nato il 31 maggio 1971 a Karlsruhe, nell’Arcidiocesi Metropolitana di Freiburg im Breisgau. Ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università statale di Heidelberg. Dopo essere entrato nel Collegium Borromaeum a Friburgo, ha studiato Filosofia e Teologia presso le Università di Friburgo e di Erbipoli (che i tedeschi, e purtroppo anche gli italiani, chiaman Würzburg). Successivamente, ha conseguito il Dottorato in utroque iure.

 

Il 26 aprile 2019 è stato nominato Vescovo titolare di Germania di Dacia e Ausiliare di Friburgo in Brisgovia, ricevendo l’ordinazione episcopale il 30 giugno successivo.

 

Poco dopo la sua ordinazione episcopale, monsignor Würtz ha tenuto un incontro con i membri del movimento Maria 2.0, nato in Germania per chiedere varie riforme nella Chiesa, tra cui l’accesso delle donne al sacerdozio. Dopo aver conversato con le manifestanti, ha consegnato loro una lettera personale e un gomitolo di filo rosso come simbolo del dialogo, un gesto che è stato valutato positivamente dalle rappresentanti del movimento.

 

Nel maggio 2025, come rettore del seminario di Friburgo, ha ricevuto le richieste simboliche di ammissione presentate da nove studentesse di Teologia che protestavano contro la riserva del sacerdozio ministeriale agli uomini.

 

Würtz ha definito quell’iniziativa «un buon segnale dell’impegno e della serietà con cui queste donne affrontano la loro vocazione e il loro cammino nella Chiesa», pur ricordando che non poteva ammetterle a causa della normativa vigente della Chiesa. Successivamente ha tenuto un incontro con le studentesse, che entrambe le parti hanno descritto come rispettoso e costruttivo.

 

In seno alla Conferenza Episcopale Tedesca, è Membro della Commissione Pastorale e di quella per le questioni caritative. Finora, Rettore del Seminario Maggiore Collegium Borromaeum di Friburgo e Vicario episcopale per le Alte Scuole.

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Nel settembre 2022 ha votato a favore del documento che proponeva una rivalutazione dottrinale dell’omosessualità, in cui si affermava che l’orientamento omosessuale non costituisce una scelta personale e si chiedeva una maggiore accoglienza e integrazione delle persone omosessuali nella vita ecclesiale.

 

In quella stessa assemblea ha sostenuto anche il testo sulla cosiddetta «diversità di genere», che invitava le diocesi a rivedere vari aspetti pastorali e amministrativi per facilitare l’inclusione delle persone transgender e intersessuali.

 

Mesi dopo, nel marzo 2023, ha nuovamente votato a favore del documento che proponeva l’introduzione di celebrazioni di benedizione per coppie dello stesso sesso e per divorziati risposati, una delle iniziative più controverse del Cammino Sinodale.

 

Oggi monsignor Würtz assume la diocesi di Eichstätt, suffraganea dell’arcidiocesi di Bamberga, fondata a metà dell’VIII secolo e che ha come patrono san Willibaldo. Attualmente conta 334.517 cattolici, distribuiti in 253 parrocchie, organizzate in 74 unità pastorali e otto decanati.

 

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Satira

Scomuniche, la grande profondità teologica della TV dei vescovi e del vostro 8 per mille

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TV2000, il canale televisivo della della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) con un servizio giornalistico ci informa, senza nominarli, della situazione dei fedeli della FSSPX.   La clip, che immaginiamo sia passata sull’etere, è visibile sullo YouTubo con il titolo «Lefebvriani, le conseguenze della scomunica: ecco cosa significa». Clicchiamo fiduciosi.   Compare un tizio barbuto e canuto con una camicia scuro-violacea e delle bretelle a pois.   Il giornalista gli porge il microfono episcopale e gli chiede «cosa è la scomunica e perché un cattolico dovrebbe temerla?»   Il signore intervistato, un giardino sullo sfondo con un forte sottofondo di grilli che cantano, risponde: «la deve temere perché significa essere fuori dalla comunione con la chieza. Non riguarda solo chi magari compie gesti particolari di rottura, ma anche chi aderisce a questi gesti». L’accento centroitaliano è forte, ma è un’altra informazione che ci colpisce: il tizio è un prete, anzi, deppiù: un teologo della Pontificia Università Lateranense. Confessiamo che quando parla genericamente di «gesti», non sappiamo a cosa si riferisce: il gesto dell’ombrello? Il gesto delle corna? Un beau geste?   Non importa: l’importante è capire che dentro allo scomunicone tuchone ci sono dentro anche i fedeli, cosa che non sembra turbare il nostro.  

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Il denso minutino di intervista antilefebvriana continua: cosa non può fare uno scomunicato?   «Non può partescipare alla comunione eugaristiga, per ezempio. Né agli altri sacramenti» ammonisce don Barba, mentre il montaggio manda le immagini della folla oceanica di Econe attraversata dall’infinita processioni di religiosi FSSPX, lasciando ancora in sottofondo, per qualche ragione, i grilli. «Ciò che invece deve fare è più importante: cioè deve convertirsi, deve cercare un gammino di riconciliaziòne con la comunità». Eccerto.   «Con lo scisma lefebvriano quindi il rischio c’è non solo per i vescovi ma anche per i fedeli laici» chiede l’invisibile giornalista con una domanda che sgorga spontaneissima, neanche un po’ programmata per terrorizare lo spettatore con tendenze tradizioniste.   Il rischio, dice don bretella, è «per chi aderisce, ovviamende convindamende, poi nella coscienza dell persone penzo che non può andare nessuno, nemmeno il Sant’Uffizio». È un’ammissione oscura che non sappiam bene come prendere.   «Però nel momendo in cui si aderisce, e si sa, consapevolmente, a una comunidà che si sa fuori della Chiesa cattolica, si aderisce e si è sco-municati» continua don camicia, senza metterci troppo significato, ma con la manina che a questo punto va su è giù.   Infine arriva la perla.   Scorrono i filmati della potente cerimonia ad Econe. «La gente è affascinata dalla ricchezza, dalla solennità delle liturgia dei tradizionalisti» attacca il giornalista. «Lei guardando le immagini cosa ha pensato?».   «Ho pensato che… pure è un po’ colpa nostra» risponde il teologo scomunicatore. «Perché forse abbiamo troppo banalizzato la celebrazione… la celebrazione è divendada un momendo quasi insomma di volemose bene.. di ztare insième bbène eccètera».   La microintervista scomunicatrice finisce così, alla grandissima, con la rivelazione che la Chiesa non vuole più il volemose bene almeno non con i lefebvriani, mentre con l’arcivescovessa canterburina, i transessuali di Ostia, i maomettani e i gommonauti afrolampedusani tutti dobbiamo volerse bbèene, e tantissimo.

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Occhei. Solo un dettaglia da specificare al lettore: TV2000 è finanziata in modo significativo attraverso i fondi dell’8 per mille destinati alla Chiesa Cattolica.   La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) destina annualmente una quota del gettito totale dell’8 per mille alla gestione dei propri mezzi di comunicazione sociale, raggruppati sotto la società Rete Blu S.p.A. Questo budget serve a coprire i costi di produzione e trasmissione di TV2000, del circuito Radio InBlu e dell’agenzia di stampa Agenzia SIR. Accanto a questi fondi ecclesiastici, il canale si sostiene anche attraverso la normale raccolta pubblicitaria commercializzata sulla propria rete.   Cioè, si prendono le vostre tasse (magari facendo spot pietosi in cui si vedono i preti che aiutano i poveri, i drogati, etc.) e poi si fanno un canale dove c’è pure la réclame, oltre che il terrorismo conciliare.   Come per dire: se non lo avete ancora fatto, dismettete da subito il vostro 8 per 1000 alla Chiesa cattolica. Con la certezza che prima o poi, visto che è quello che solamente gli interessa (assieme all’IMU e alle scuole paritarie: i veri temi che infiammano la chiesa italiana, non l’aborto, la provetta, l’eutanasia) lanceranno, immaginiamo, anche uno scomunicone per i renitenti alla kirchensteuer italica.  

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