Geopolitica
Trump: Cuba crollerà presto
Cuba è sull’orlo del collasso «molto presto», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Le sue affermazioni sono emerse mentre si diffondevano indiscrezioni secondo cui Washington starebbe preparando un blocco petrolifero totale sull’isola con l’obiettivo di provocare un colpo di stato contro il presidente Miguel Diaz-Canel.
A seguito del rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro avvenuto all’inizio di questo mese, gli Stati Uniti hanno spostato l’attenzione su Cuba, che secondo Trump sarebbe «pronta a crollare». Parlando con i giornalisti durante una visita in Iowa martedì, il presidente americano ha affermato che «Cuba è davvero una nazione molto vicina alla caduta».
Secondo Trump, L’Avana dipendeva dal petrolio e dai fondi provenienti da Caracas, ma «non li riceverà più».
Poco dopo la cattura di Maduro, Trump aveva annunciato che Washington avrebbe «gestito» il Venezuela durante una fase di transizione e che necessitava di «accesso totale… al petrolio e ad altre risorse del Paese». Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha precisato che gli Stati Uniti intendono mantenere il controllo sulle esportazioni petrolifere venezuelane «a tempo indeterminato».
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La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, insediatasi dopo l’arresto di Maduro, ha affermato che nessun «agente straniero» riuscirà a controllare il Venezuela né a trasformarlo in una «colonia». Tuttavia ha cercato di rassicurare Washington aprendo il settore energetico venezuelano alle compagnie americane.
La scorsa settimana Politico ha riportato che gli Stati Uniti starebbero pianificando un blocco petrolifero su Cuba per esercitare una «stretta soffocante per uccidere il regime». In precedenza il Wall Street Journal aveva rivelato che Washington stava contattando esponenti del governo cubano per favorire un’operazione di cambio di regime entro la fine dell’anno.
Cuba è soggetta all’embargo commerciale statunitense dagli anni Sessanta, ma non si trovava più di fronte alla concreta possibilità di un blocco navale americano dal 1962, quando il presidente John F. Kennedy impose una «quarantena» di 13 giorni per impedire l’arrivo di missili sovietici destinati alle forze cubane.
In precedenza Diaz-Canel aveva respinto le minacce di Trump dichiarando che «nessuno detta le nostre regole».
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Geopolitica
Putin: l’Iran sta compiendo passi concreti per risolvere il conflitto con gli Stati Uniti
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Geopolitica
La Siria islamista valuta l’invio di migliaia di soldati in Yemen
La Siria governata ora dagli islamisti potrebbe unirsi all’offensiva militare sostenuta dall’Arabia Saudita contro gli Houthi in Yemen, schierando migliaia di soldati. Lo riporta Axios, che cita funzionari statunitensi.
Le forze governative yemenite riconosciute a livello internazionale hanno avviato una vasta controffensiva per riprendere i territori occupati dagli Houthi, sostenuti dall’Iran e noti anche come Ansar Allah, comprese le zone intorno allo stretto strategico di Bab el-Mandeb. La coalizione a guida saudita ha appoggiato l’operazione con pesanti raid aerei sulle posizioni Houthi.
Secondo Axios Riyadh e Damasco stanno discutendo il dispiegamento di un massimo di 20.000 soldati siriani. Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, in precedenza conosciuto come il terrorista jihadista ricercato al-Jolani alla guida del gruppo islamista Hayat Tahrir al-Sham (HTS), starebbe valutando la proposta, ma non avrebbe ancora deciso.
La questione sarebbe emersa martedì a Riyadh, nell’incontro tra al-Jolani e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, secondo le fonti. L’Arabia Saudita punta a rafforzare le forze governative yemenite, che i funzionari statunitensi descrivono come meno addestrate degli Houthi.
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Secondo Axios, Washington non si oppone in linea di principio alla proposta e la considera un modo per irrobustire l’offensiva senza un maggiore coinvolgimento americano. Il Comando centrale degli Stati Uniti sarebbe stato consultato anche sulle modalità di impiego delle truppe siriane.
Le unità siriane prese in esame includerebbero, secondo quanto riferito, migliaia di combattenti islamisti stranieri che hanno combattuto contro l’ex presidente Bashar al-Assad sotto l’egida di HTS prima della sua destituzione nel dicembre 2024. Il loro ingresso potrebbe accentuare le fratture settarie: tra i combattenti vi sono islamisti sunniti, mentre gli Houthi seguono l’islam sciita zaydita.
Reuters ha riferito separatamente che Damasco stava valutando un’assistenza militare, compreso un sostegno difensivo all’Arabia Saudita o la partecipazione a operazioni in Yemen. Il consigliere presidenziale siriano Ahmad Zaidan ha però negato che Riyadh avesse chiesto truppe, definendo le notizie infondate.
I nuovi scontri seguono le avanzate territoriali degli Houthi lungo la costa del Mar Rosso a settembre, che minacciano la navigazione attraverso Bab el-Mandeb, via commerciale essenziale tra Mar Rosso e Golfo di Aden. Quel passaggio ha assunto un peso particolare dopo le interruzioni nello Stretto di Hormuz legate alla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Gli Houthi hanno anche detto di aver di fatto accerchiato Taiz, città chiave tra il nord e il sud dello Yemen e la costa del Mar Rosso, dopo aver tagliato una via di rifornimento vitale per il porto meridionale di Aden.
La coalizione a guida saudita ha dichiarato lunedì che all’offensiva hanno partecipato 100 aerei da combattimento e ha affermato di aver distrutto 324 obiettivi Houthi. Gli Houthi hanno risposto con attacchi missilistici e di droni sul territorio saudita, compresi colpi agli aeroporti di Riyadh e Abha che, secondo le autorità saudite, hanno causato diverse vittime.
Riyadh si è inoltre assicurata il sostegno militare di Turchia e Pakistan nell’ambito di un accordo di difesa collettiva soprannominato «NATO musulmana», firmato ad agosto.
Il conflitto in Yemen si è aggravato dopo la presa di Sana’a da parte degli Houthi nel 2014, che portò l’anno successivo a un intervento militare guidato dall’Arabia Saudita. I combattimenti si erano in larga parte attenuati dopo la tregua del 2022, per poi riaccendersi quest’anno.
Come riportato da Renovatio 21, mesi fa si era parlato di un intervento della nuova Siria jihadista in Libano contro Hezbollah, operazione «suggerita» dagli USA che di fatto toglierebbe non poca pressione allo Stato di Israele che combatte una guerra su sette fronti. Purtuttavia, l’al-Jolani aveva detto che la Siria non era «né disposta né preparata» per una campagna nel Paese limitrofo contro la potente milizia sciita.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Rubio: l’adesione dell’Ucraina alla NATO «non è sul tavolo». Poi attacca globalismo e frontiere aperte
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