Geopolitica
La crisi sacrificale della Terza Guerra Mondiale. Europa, Asia, Africa verso le fiamme
Bergoglio, anni fa, usò, per una volta, un’espressione interessante: «Terza Guerra Mondiale, ma fatta a pezzi».
È estremamente probabile che, come sempre, il vecchio argentino non sapesse quello che stava dicendo, voleva solo usare una frase per fare effetto sul pubblico, che è il suo bisogno intimo di uomo e di gesuita. Tuttavia, individuare sulla scenda mondiale i frammenti caldi di un enorme conflitto in via di caricamento, non era sbagliato, e non lo è oggi.
La questione è che la Terza Guerra Mondiale, invece che vederla in diversi pezzi, la stiamo forse per vedere tutta intera.
La situazione in Africa precipita. Ieri abbiamo visto che tutti, dalla giunta golpista nigerina ai governi dei limitrofi Mali e Burkina Faso, con segni di disagio evidente perfino a Palazzo Chigi (dove, ricordiamolo, grazie al Trattato del Quirinale può sedere un ministro francese), temono come imminente un blitz francese in Mali. Abbiamo sentito parlare, addirittura, di un possibile strike sul palazzo del potere realizzato con missili. Non impossibile, anzi déjà vu: due anni fa Parigi eliminò con un drone nel Sahara un capo ISIS, Kamel Abderrhahmal. Ciò non toglie che vi siano governi africani che accusano i francesi di essere dietro agli stessi terroristi che dicono di voler combattere, così da giustificare la propria presenza militare.
Vi è una questione di politica interna da ricordare – o, per meglio dire, di psicopolitica.
Al di là delle forniture di uranio nigerino che sono per un terzo necessarie alla «rinascita dell’industria nucleare francese», bisogna considerare la condizione di Macron: schiaffeggiato e pomodorizzato in pubblico, gli fanno il dito durante la parata del 14 luglio, infamano la sua strana moglie dicendo che è un uomo (non è vero, e Brigitte vuole denunziare chi fa circolare questa voce infondata). Da questa base, si parte per rammentare le immense manifestazioni antilockdown, quelle contro la riforma pensioni (che inneggiarono alla ghiglittina) e infine, indelebili, le immagini di barbara devastazione urbana viste il mese scorso con la rivolta etnica delle banlieue.
Il giovane presidente francese non può permettersi di mostrare ulteriore debolezza, rischiando, visto l’accumulo di insuccessi ed impopolarità, di passare alla storia come un presidente finito detronizzato.
Ecco perché un raid in Niger, anche cruento, è una tentazione cui sarà difficile resistere per l’Eliseo. Una repressione dei manifestanti anti-riforme o dei selvaggi afroislamici delle periferie date alle fiamme costerebbe morti francesi, con contraccolpo politico e mediatico insostenibile: ecco perché, soprattutto nel caso della rivolta etnica metropolitana, hanno lasciato fare.
I morti nigerini, invece, sarebbero lontani dagli occhi e dal cuore: una politica tipica dell’Eliseo, leggibile anche quando, nel 1996, Parigi riprese gli esperimenti nucleari in quel di Mururoa, nel Pacifico francese. (Come vedremo più sotto, si tratta di proiettare fuori di sé la violenza che non si può dirigere contro se stessi)
Un intervento francese in Niger, fatto per riportare la svanita egemonia parigina nell’africa francofona, farebbe partire il domino nero, dove quantità di altri Paesi, vicini o meno, hanno già fatto il salto verso l’appoggio russo e la presenza fisica del gruppo Wagner (che pare essere seguito da vicino dai servizi francesi, visto che sapevano anzitempo della rivolta di Rostov di poche settimane fa).
Un’Africa arsa dalle fiamme della guerra andrebbe ad aggiungersi al disastro europeo in corso.
L’Ucraina è sul bordo, più che della sua distruzione, della follia. Abbiamo visto, in questi mesi, cose enormi: attacchi alla centrale atomica più grande d’Europa, dighe saltate, richieste di armi di distruzione massiva. Perfino i polacchi (che durante la Seconda Guerra mondiale, peraltro, furono trucidati a mazzi da Bandera) si stanno stufando; tuttavia ciò conta poco: armati fino ai denti dalla NATO (cioè, in parte, anche dall’Italia che si è privata, per esempio, di difficilmente rimpiazzabili sistemi antimissile SAMP-T) il regime di Kiev può divenire una fonte di morte e destabilizzazione per lungo tempo – come abbiamo scritto l’anno scorso, anche in un dopoguerra dove ci ritroveremo in casa, armati e determinati, i giovani profughi ucronazisti ospiti della badante di vostro nonno.
La guerra in Europa, insomma, c’è già. E può, in estrema scioltezza, estendersi. Cosa succederà alla Moldavia? La politica interna del Paese è già polarizzata in modo irrecuperabile, con il partito di opposizione messo al bando, esponenti politici esiliati e messi sotto accusa in quanto «filoputiniani», e quindi complici di un disegno russo per rovesciare il governo di Chisinau. La Transnistria rimane, etnicamente, pura Russia. Cosa accadrebbe se le truppe di Mosca finissero di esitar ed arrivassero ad Odessa? L’annessione della Transnistria sarebbe inevitabile – e il caos moldavo, in cui entra in giuoco ovviamente anche la Romania, prenderebbe fuoco una volta per tutte.
In Asia, come sappiamo, il flashpoint rimane Taiwan, dove l’invasione della Cina comunista è stabile nell’orizzonte ravvicinato di Formosa. I countdown sulla guerra finale con Pechino (tra cinque anni? Tra sette anni?) si sprecano. Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato abbiamo assistito al bizzarro caso della TV che inviò il segnale di allarme per avvenuta invasione.
Il mondo si prepara al contraccolpo della fine di Taipei: non essendoci più alcun prodotto sul mercato che non si serva di microchip (o con esso venga prodotto per automazione), gli effetti sull’economia globale non potranno che essere devastanti – la settimana scorsa, dato preoccupante sfuggito ai più, il colosso taiwanese produttore di chip TSMC ha perso il 10%.
Vediamo come – in Europa, in Asia e in Africa – al momento venga mantenuta la divisione in blocchi, tipica di quella che è la storia di superficie delle grandi guerre mondiali. Di qui abbiamo Russia e Cina, di là Washington e i suoi lacchè europei e qualche satellite asiatico.
Sembrerebbe, in ultima analisi, tutto semplice. Se le faglie di scontro tra i blocchi fossero solo tre, tutto sommato la cosa potrebbe essere risolvibile.
Chi considera la questione in modo militare, geopolitico o diplomatico tuttavia non afferra quello che potrebbe essere il quadro di distruzione scatenato. Del resto, se non conosci la radice, come puoi vedere le ramificazioni?
Parliamo dunque qui delle radici spirituali, metafisiche, metastoriche dei conflitti dell’ora presente.
Dobbiamo al filosofo francese Réné Girard lo studio della violenza umana in correlazione al sacrificio. Il rito, scrive nel seminale La violenza e il sacro (1972), è un sistema grazie al quale la società elimina la violenza che sta per rivolgersi contro se stessa, proiettandola fuori, in un capro espiatorio, in un nemico. Le feste – e le guerre – altro non sarebbero che materializzazione di questo fenomeno. La società necessita di arrivare al punto in cui, per riorganizzarsi e sopravvivere, deve arrivare alla violenza eliminando la sua componente autodistruttiva.
Il rito, il sacrificio, quindi è pura violenza, reale o simulata, presente o ricordata.
Il rito del sacrificio è violento, tuttavia la sua funzione è catartica, è fatto per incanalare la violenza, destinata altrimenti a straripare nel corpo sociale. Il momento in cui la società diviene via via più instabile a causa della violenza inespressa e non ritualizzata è chiamato «crisi sacrificale».
Chi riconosce la deriva post-cristiana della società – cioè la vittoria di modelli di esistenza umana programmati dalle massonerie – può comprendere la meccanica psicosociale in questione.
«La “crisi sacrificale”, ossia la perdita del sacrificio, vuol dire perdita della differenza tra violenza impura e violenza purificatrice» scrive Girard. «Una volta perduta tale differenza, non c’è più purificazione possibile, e la violenza impura, contagiosa, cioè reciproca, si diffonde nella comunità. La differenza sacrificale, la differenza tra il puro e l’impuro non può cancellarsi senza trascinarsi dietro tutte le altre differenze».
«C’è qui un’unica e medesima azione della reciprocità violenta dilagante. La crisi sacrificale è da definirsi come “crisi delle differenze”, cioè dell’ordine culturale nel suo insieme» continua La violenza e il sacro. «Questo ordine culturale, infatti, non è nient’altro che un sistema organizzato di differenze; sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro “identità”, che permette loro di situarsi gli uni rispetto agli altri».
Le parole del filosofo sono quanto mai attinenti all’ordinamento delle Nazioni nell’ora presente.
In una realtà dove la confusione causata ai popoli è programmatica (con abolizione scientifica delle distinzioni: maschio/femmina, cittadino/immigrato, lavoratore/parassita, santo/peccatore, etc.), in una condizione in larga parte di deritualizzazione della vita pubblica, la crisi sacrificale mondiale è un fenomeno ineluttabile.
E così, lo è anche il suo effetto finale: la violenza.
Tale violenza purificatrice, quindi, non sarà cercata ed agita dai soli russi, cinesi, ucraini, nigerini: sarebbe possibile in quantità di popoli che sentono di dover tornare a strutturare il proprio ordine.
I pezzi di questa guerra mondiale sacrificale sono ovunque: e pronti ad esplodere, per simpatia, nel caso della deflagrazione più grande di una guerra fra blocchi sempre più dichiarata.
Non siamo sicuri che la pace sugellata da Pechino tra Iran e sauditi potrebbe resistere. Ciò comporterebbe la ripartenza della tensione in Yemen, dove non sappiamo quanto bene gli Huthi abbiano preso gli accordi dell’alleato di Teheran con chi li massacrava con mostruosi bombardamenti sino a poco fa, producendo morte a profusione, e diecine di migliaia di sfollati. Come abbiamo riportato su Renovatio 21, gli Huti non si sono limitati a subire: hanno lanciato diversi attacchi con droni contro l’Arabia Saudita.
Lo scenario in Arabia potrebbe divenire ancora più fantasioso: un crollo del regno dei Saud aprirebbe la corsa al ruolo più ambito del mondo musulmano, quello di Khadim al-Ḥaramayn al-Sharifayn «custode delle due Sacre Moschee», di cui ora si fregia il re saudita, e che dà, ovviamente, un potere immenso su più di un miliardo di musulmani che per precetto devono visitare la Mecca almeno una volta nella vita.
La Repubblica Islamica d’Iran sarebbe decisamente interessata ad una custodia messa in discussione, ma non sono da sottovalutare le mire del wannabe califfo Erdogan, il quale ha peraltro appena chiesto di entrare in Europa come prezzo per il suo assenso alla Svezia nel Patto Atlantico: pensate a quanto sarebbe bello, la UE e la NATO che arrivano fino alla Mecca. Paradossi di cui, ad un certo punto, mica ci stupiremmo. Scenari che, comunque, costerebbero fiumi ulteriori di caos e sangue.
Non troppo più in là, Pakistan e Afghanistan potrebbero risolvere le loro dispute con le armi – i talebani ne hanno tante, sono quelle che ha lasciato loro generosamente Biden nel 2021, e magari qualcuna sta filtrando anche a quei «talebani pakistani» che tanti grattacapi stanno dando a Islamabad (gli studenti coranici afghani, si diceva, erano una creazione dei servizi pakistani dell’ISI: la golemica è una specialità non solo della CIA).
Il Pakistan, che ricordiamo è una potenza nucleare in crisi economica, energetica e politica, il sacrificio potrebbe cercarlo tuttavia con il nemico di sempre, l’India – in modo da fare i conti con i decenni di odio (e qualche episodio con spari, come a Kargill nel 1999) e i milioni di morti nelle violenze post-partizione del 1947.
Tuttavia, sarebbe interessante vedere come potrebbe esplodere anche un altro fronte dei dintorni: il confine himalayano tra Cina e India. Chi contesta che tra Pechino e Nuova Delhi non può esservi scontro perché appartenenti presumibilmente allo stesso blocco per via dei BRICS e della persistente comune alleanza con Mosca anche in era sovietica (con alti e bassi) non conosce le dinamiche delle guerre mondiali. Ad esempio, l’URSS e gli USA erano alleate per combattere Hitler, ma non il Giappone. Stalin dichiarò guerra a Tokyo solo il 7 agosto 1945, cioè tra i bombardamenti atomici americani di Hiroshima e Nagasaki, che alcuni storici osano dire hanno arginato l’ingresso delle truppe sovietiche nell’Hokkaido, preservando il Giappone da un destino tedesco-coreano di nazione divisa.
India e Cina, insomma, potrebbero essere libere di tornare a picchiarsi in Himalaya, e non più con sassi e bastoni e botte da orbi (magari pure con qualche robot killer), e nemmeno con piccole guerre come le due ufficiali che hanno combattuto nella seconda metà del XX secolo. Teniamo a mente, sempre, che entrambe dispongono di armi termonucleari – come il Pakistan, che – perché no? – potrebbe zompare in questo macello.
Più sotto, Pechino potrebbe una volta per tutta, oltre che pensare a Taiwan, togliersi quello che è stato definito dai giornali del Partito Comunista Cinese come il «chewing gum attaccato allo stivale della Cina», è cioè l’Australia, che si sta paranoicamente preparando a respingere invasioni cinesi da anni – senza rendersi conto, come abbiamo visto con la repressione pandemica di Melbourne, di essere divenuta simile alla stessa Cina che vuole combattere.
Altre crisi sacrificali potrebbero deflagrare in Libano, e in Siria, dove peraltro si stanno consumando vari incontri ravvicinati tra velivoli russi e americani. La violenza contagerebbe ovviamente Israele, che mai ha risolto una crisi che sia una e i relativi appetiti di violenza che ne scaturiscono, anzi ha peggiorato quanto possibile il quadro dell’aerea – memento, anche qui, che, segreto di Pulcinella, Israele ha qualche centinaio di testate atomiche.
Europa, Africa, Asia… e le Americhe?
È difficile prevedere cosa potrebbe succedere in America latina. La situazione è instabile in Bolivia, già oggetto di quella che è stata chiamata «la prima guerra del litio». Così come il Venezuela, primo produttore di petrolio del continente, sotto il tallone dell’ideologia bolivarista del defunto Hugo Chavez e stretto nella morsa di una povertà dilagante scaturita dallo scontro con gli USA, potrebbe finire in una spirale che, magari, potrebbe coinvolgere soggetti tradizionalmente filo-Washington dell’area (la Colombia? Un Cile impazzito?)
La crisi sacrificale più evidente è tuttavia interna agli USA, il Paese che ha per programma ufficiale la cancellazione di quelle differenze che Girard vedeva come motore della violenza «sacra».
Abbiamo scritto in passato che un arresto di Donald Trump, berlusconizzato anche questa mattina con un incredibile attacco della magistratura USA diretta dal Dipartimento di Giustizia di Biden, potrebbe portare, in realtà alla pace planetaria: perché, se scoppiasse una guerra civile americana, prima di una guerra mondiale, l’Ucraina perderebbe il sostegno del gigante (e come Kiev, Varsavia, i Baltici, etc.) facendole quindi crollare ogni speranza di resistere contro le forze russe.
Ebbene, crediamo che sia troppo tardi per questo, oramai. Un’eventuale guerra civile americana potrebbe magari fermare la guerra fra i blocchi nelle principali zone calde, ma non fermerebbe lo scatenarsi di violenze in tutte le altre zone di crisi liberate ulteriormente del poliziotto globale.
Piccole guerre, che certo non suonerebbero come le proposte, sentite in Russia di recente, di buttare un’atomica tattica su una città europea, tanto per rimettere le cose a posto – tuttavia, proprio per i motivi che abbiamo descritto sopra, anche i microconflitti, in presenza di una volontà di morte delle élite, si possono trasformare in grandi guerre mondiali: chiedete all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, se volete.
Il fatto è che il mondo non è costretto a nessuna di queste prospettive. La catena del male si può fermare: non siamo obbligati alla violenza per inarrestabile meccanica antropologica, per ineludibile componente interiore dell’essere umano.
Il sacrificio può essere fermato con Sacrificio più grande. Questo è uno dei significati attribuibili a Gesù Cristo e alla sua Croce – dopo il Sacrificio di Dio, ci è stato detto, non c’è bisogno di altro sacrificio se non quello che si celebra ogni giorno, e in ogni angolo della Terra, nella Santa Messa. Il lettore non cattolico può non capirlo, ma questa è esattamente la funzione della Messa: ripetere materialmente il sacrificio più grande, a beneficio dell’umanità, che può così abbandonare il suo bisogno della violenza.
«Misericordia io voglio e non sacrifici» dice il Maestro (Mt 9, 13).
E noi, guardando il sangue che esce dalla sua Croce, diciamo: non vogliamo la guerra, ma la pace.
Potete pregare, quindi, proprio quel il Dio che ha preso su di sé la violenza degli uomini, affinché sia evitato a noi e alla nostra discendenza il sacrificio inutile della nuova guerra mondiale, voluta da creature dementi e possedute.
Esse odiano voi e l’umanità stessa. Esse sole vanno sconfitte e vinte – senza che lo spargimento di sangue riguardi tutti noi.
Roberto Dal Bosco
Geopolitica
L’amministrazione Trump sta valutando opzioni militari in Mali
L’amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali, Paese dell’Africa occidentale, per colpire un gruppo affiliato ad al-Qaeda noto come JNIM. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti giornalistiche citando funzionari militari.
Se venisse approvato, aggiungerebbe un ottavo Paese alla lista delle nazioni in cui il presidente Donald Trump ha ordinato attacchi dall’inizio del suo secondo mandato, un periodo della sua presidenza che inizialmente aveva annunciato sarebbe stato dedicato a porre fine ai conflitti globali e a riorientare le risorse americane verso i cittadini statunitensi.
Esiste però disaccordo tra gli alti funzionari americani sull’opportunità di procedere con l’attacco al gruppo militante. Un deciso sostenitore dell’uso della forza è Sebastian Gorka, direttore senior per la lotta al terrorismo del Consiglio di sicurezza nazionale, secondo quanto affermato da funzionari attuali ed ex funzionari, che, come altri, hanno parlato a condizione di anonimato per discutere di pianificazione militare.
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Il gruppo militante, il cui nome completo è Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, ha consolidato la propria presenza in Mali e ha intensificato gli attacchi nelle nazioni costiere dell’Africa occidentale, affermandosi come il gruppo militante meglio armato della regione e tra i più potenti a livello mondiale.
Interpellato in merito dal giornale della capitale statunitense, un funzionario dell’amministrazione non ha voluto rivelare se il presidente intendesse procedere con attacchi militari, ma ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno esortato i governi del Nord e dell’Africa occidentale «ad acquistare attrezzature e servizi statunitensi per sostenere i loro sforzi bellici contro i terroristi».
Il funzionario ha affermato che il terrorismo nel Sahel, la vasta regione semi-arida a sud del Sahara, è un «problema multinazionale».
«Esortiamo i partner regionali e gli alleati della NATO a sostenere l’Alleanza degli Stati del Sahel nella sua guerra contro il JNIM e l’ISIS», ha aggiunto il funzionario, riferendosi anche allo Stato Islamico, che ha acquisito importanza in Medio Oriente prima di stabilire filiali in tutta l’Africa.
L’Alleanza degli Stati del Sahel è composta da Mali, Burkina Faso e Niger, tutte nazioni dell’Africa occidentale in cui, negli ultimi anni, i leader militari hanno rovesciato governi democraticamente eletti con colpi di Stato, interrotto in gran parte i rapporti con l’Occidente e si sono rivolti alla Russia per ottenere aiuto in materia di sicurezza.
Il funzionario dell’amministrazione ha però attribuito la colpa non a quei governi, bensì ai loro partner russi, affermando che Mosca «si è dimostrata un partner inefficace per la sicurezza del Mali».
«Ci auguriamo che le altre nazioni africane prendano atto della pessima performance della Russia nella lotta al terrorismo», ha dichiarato il funzionario.
Le valutazioni dell’amministrazione Trump su possibili interventi militari nel Paese non erano state precedentemente riportate.
Il Mali, nazione senza sbocco sul mare con quasi 25 milioni di abitanti, è stato negli ultimi anni segnato dalla violenza perpetrata da gruppi militanti islamisti, ma anche dalla stessa giunta militare maliana e dai mercenari russi assoldati per riportare la situazione sotto controllo.
I gruppi militanti, in particolare il JNIM, sono divenuti sempre più potenti, trasformando il Mali e i Paesi limitrofi del Sahel nel centro mondiale del terrorismo.
L’anno scorso, i militanti affiliati ad al-Qaeda hanno imposto un blocco dei carburanti che ha paralizzato gran parte del Paese. Questa primavera hanno lanciato attacchi coordinati su tutto il territorio nazionale, che hanno compreso la perlustrazione delle strade di Bamako, la capitale; la conquista di una città strategica nel nord del Paese, sottraendola all’esercito maliano e ai russi; e l’uccisione del ministro della Difesa in un attentato suicida.
Nel frattempo, l’ISIS Sahel, affiliato allo Stato Islamico e rivale del JNIM, ha consolidato il proprio potere vicino al confine tra Mali e Niger, dove l’anno scorso i suoi militanti hanno rapito il missionario americano Kevin Rideout, che si ritiene sia attualmente detenuto in Mali.
Per contrastare la violenza, la giunta militare maliana ha assoldato mercenari russi, inizialmente del Gruppo Wagner e ora di Africa Corps, quest’ultima più strettamente legata al Ministero della Difesa russo. Secondo organizzazioni per i diritti umani e precedenti articoli del Washington Post, i russi sono stati accusati di una serie di atrocità.
Lo scorso anno, nell’ambito di un’iniziativa dell’amministrazione Trump per riavvicinarsi al Mali, gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di Intelligence con il governo maliano, secondo quanto dichiarato all’epoca da funzionari americani, sia in carica che in pensione. Queste informazioni sono state utilizzate negli attacchi dell’esercito maliano, che era stato in gran parte emarginato dall’amministrazione Biden per il suo rifiuto di fissare una tempistica per il ritorno alle elezioni democratiche e per la sua collaborazione con la Russia.
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Finora tale cooperazione è rimasta limitata, ben lontana dalla portata della partnership di sicurezza tra Stati Uniti e Nigeria, intensificatasi lo scorso anno e che ha incluso attacchi aerei statunitensi e una missione di terra che ha ucciso uno dei massimi leader dello Stato Islamico in Africa.
Qualsiasi coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Mali comporta il rischio di ostilità con le forze russe nella regione. Potrebbe inoltre richiedere sforzi di de-escalation tra Washington e Mosca simili a quelli attuati in Siria durante la guerra civile in quel Paese.
Alla domanda se il Segretario di Stato Marco Rubio appoggiasse un intervento militare in Mali, il Dipartimento di Stato ha eluso la questione, affermando che gli Stati Uniti «condannano inequivocabilmente l’attività terroristica in Mali».
Un intervento militare statunitense contro il JNIM aggiungerebbe il Mali alla lista dei Paesi contro cui Trump ha ordinato attacchi: Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela. L’amministrazione ha inoltre condotto una controversa campagna militare contro presunti narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico orientale, che ha provocato decine di morti.
La Francia ha avviato il suo intervento militare nel Sahel nel 2013 su richiesta dell’allora governo del Mali. Le forze francesi hanno represso l’insurrezione in Mali e ristabilito un certo grado di ordine. A questa missione iniziale ne è seguita una seconda, l’Operazione Barkhane, che ha eliminato importanti leader militanti ma non è riuscita a fermare la diffusione di vari gruppi armati.
La rabbia nei confronti della Francia, alimentata dagli errori neocoloniali e dalla disinformazione russa, è cresciuta nel corso degli anni, contribuendo a innescare i colpi di Stato in Mali nel 2020 e nel 2021 e nei vicini Burkina Faso e Niger. Il presidente Emmanuel Macron ha poi ritirato le forze francesi.
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Gorka ha da tempo fatto delle aggressive politiche antiterrorismo un pilastro della sua ideologia. Tuttavia, il suo impatto sulle politiche dall’inizio del secondo mandato di Trump è stato modesto, ha dichiarato un funzionario statunitense, una fonte di sollievo per i suoi critici, che contestano il suo approccio intransigente, e una delusione per i suoi sostenitori.
In primavera, il Gorka ha avviato colloqui per diventare il prossimo direttore del Centro nazionale antiterrorismo di Trump, in seguito alle dimissioni di Joe Kent, che aveva lasciato l’amministrazione amareggiato dalla decisione del presidente di iniziare la guerra in Iran. Tali colloqui, però, non si sono concretizzati in una nomina ufficiale del Gorka.
Funzionari statunitensi, sia in carica che in pensione, hanno affermato che il Gorka era stato profondamente coinvolto nei colloqui per il rimpatrio del missionario catturato, Rideout. Uno degli obiettivi principali dell’amministrazione lo scorso anno era ottenere i diritti di sorvolo in Mali, ha dichiarato un ex funzionario, in modo che i funzionari statunitensi potessero far volare aerei e altre tecnologie di sorveglianza nei cieli maliani per monitorare meglio i suoi spostamenti.
Il desiderio di ottenere i diritti di sorvolo è stato alla base della decisione dell’amministrazione di revocare le sanzioni contro i membri chiave della giunta, tra cui il ministro della Difesa Sadio Camara, che era un sostenitore chiave dell’intervento russo in Mali ed è stato ucciso nell’attacco del JNIM il 25 aprile.
Secondo quanto affermano funzionari attuali ed ex, il Gorka era anche coinvolto in un’operazione per uccidere Abu Ubaydah Yusuf al-Anabi, un leader di una filiale di al-Qaeda con base in Algeria, la cui influenza è diminuita negli ultimi anni. Sebbene la scorsa estate i funzionari americani sperassero che l’intelligence statunitense fosse stata utilizzata in un attacco in Mali per eliminare al-Anabi, la sua morte non è mai stata confermata.
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Geopolitica
La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina: parla il professor Mearsheimer
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Geopolitica
Sauditi e alleati bombardano il porto Houthi
Sabato la coalizione a guida saudita ha colpito obiettivi nel porto yemenita di Hodeidah, controllato dagli Houthi, in seguito agli attacchi contro navi saudite nel Mar Rosso.
Gli Houthi, un gruppo sciita sostenuto dall’Iran che controlla ampie zone dello Yemen, dilaniato dalla guerra civile, hanno annunciato la scorsa settimana un blocco navale dell’Arabia Saudita in risposta a quello che hanno definito l’ingiusto «assedio» del Paese.
Il portavoce della coalizione, il maggiore generale Turki Al-Maliki, ha dichiarato in un comunicato che gli attacchi hanno preso di mira siti militari utilizzati per «minacciare navi mercantili».
Secondo l’emittente televisiva Al Masirah, allineata con gli Houthi, alcune infrastrutture di telecomunicazione sono state colpite. L’emittente ha aggiunto che una donna è rimasta ferita in un attacco sull’isola di Kamaran, al largo della costa yemenita del Mar Rosso.
Secondo l’agenzia turca Anadolu, l’ala politica del gruppo ha condannato gli attacchi e ha promesso di rispondere a «un’escalation con un’escalation».
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Poco dopo l’attacco a Hodeidah, la città industriale saudita di Jazan sarebbe stata colpita da un apparente attacco di rappresaglia degli Houthi. Secondo le notizie, un vasto incendio sarebbe scoppiato in un impianto gestito dalla compagnia petrolifera statale del regno, la celebre Saudi ARAMCO.
Gli Houthi hanno affermato di aver preso di mira due petroliere di proprietà saudita questa settimana. Riyad ha ammesso che la Encelia ha preso fuoco e in seguito ha dichiarato che un’altra nave saudita, la NCC MASA, ha subito danni lievi allo scafo in un attacco separato avvenuto venerdì.
Nel 2014 gli Houthi hanno conquistato Sana’a, la capitale dello Yemen. Un anno dopo, l’Arabia Saudita ha guidato un intervento a sostegno del governo riconosciuto a livello internazionale. La campagna di bombardamenti non è riuscita a sottomettere gli Houthi, ma ha aggravato la già drammatica crisi umanitaria dello Yemen.
Dopo lo scoppio della guerra a Gaza nel 2023, gli Houthi iniziarono a lanciare missili e droni contro Israele e ad attaccare navi in quello che definirono un atto di solidarietà con i palestinesi. Gli attacchi cessarono dopo che gli Houthi raggiunsero un accordo con gli Stati Uniti nel maggio 2025.
Giovedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso di infliggere «pesanti punizioni militari» agli Houthi, descrivendo il gruppo come «un’organizzazione per procura dell’Iran». Gli Stati Uniti hanno bombardato lo Yemen insieme alla Gran Bretagna e a Israele nel 2025.
Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa aerei sauditi avevano bombardato l’aeroporto di Sana’a per non fare atterrare un aereo passeggeri iraniano. Gli attacchi avevano il supporto della Casa Bianca.
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