Pensiero
Napolitano e Messina Denaro, misteri atlantici
Nelle stesse ore in cui spirava a 98 anni l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il boss mafioso Matteo Messina Denaro entrava in coma «irreversibile» – qualunque cosa voglia dire.
Sono due facce, lontanissime nel sentire comune, del medesimo Paese – ma anche, dello stesso mondo. Sono volti che per chi scrive rimangono altamente enigmatici.
Prendiamo Napolitano. Non è ancora chiaro perché lo chiamassero Re Giorgio, espressione che ancora dice qualcosa per via del Regno del nonno di Carlo III, Giorgio VI. Fino a che l’ex comunista non salì al colle, l’espressione «Re Giorgio», tuttavia, era riservata a Giorgio Armani, et pour cause: un re nello stile e nella professionalità, nella creazione di bellezza e nella conduzione aziendale.
I giornali che ora si riempiono di titoli dove campeggia a la dicitura «Re Giorgio», stanno quasi tutti giustamente ignorando la chiacchiera – falsa, fasulla, da cui prendiamo le distanze – per cui sarebbe stato figlio biologico di Umberto II di Savoia. Su Internet per anni sono circolate immagini con le foto comparate del «re di maggio» e dell’uomo asceso alla più alta carica dello Stato, e definito poi (forse a seguito di un articolo del New York Times), appunto, «Re Giorgio».
Certo, la continuità della famiglia che con la massoneria ha unito l’Italia – il cosiddetto «Risorgimento» – anche al di là dell’esilio, passando attraverso un membro del PCI, è di per sé una storia di fantasia romanzesca estrema.
Inutile sbatterci la testa: ho conosciuto nobiluomini – ora non più fra noi – che erano pronti a giurare di aver notizie di prima mano sulla questione, ma in tanti smontano l’allucinante ipotesi. Nel ritratto del defunto fatto oggi su Il Tempo da Luigi Bisignani – che ha sempre smentito di essere mai appartenuto a qualsiasi Loggia e anche alla P2, anche se il suo nome, dice il Corriere, fu trovato negli elenchi trovati a Castiglion Fibocchi – la questione sabauda (una dinastia che, questo sito deve ricordarlo, magari con la Loggia qualcosa ha avuto a che fare) è affrontata di petto: quella per cui «Napolitano potesse essere effettivamente di sangue blu, figlio illegittimo dell’ultimo re d’Italia, Umberto II di Savoia, e per questo chiamato “Re Giorgio”» è solo una bufala «corroborata da una certa somiglianza fisica».
Bisignani va avanti: si tratta di «un gossip alimentato dalla circostanza che sua madre, contessa di Napoli (titolo che, da comunista doc, lui ha sempre accuratamente nascosto), fosse una delle dame di compagnia della regina. Invece quel “titolo nobiliare”, meno romanticamente, gli venne affibbiato su input dell’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, durante il caso delle intercettazioni telefoniche con Nicola Mancino per la vicenda della trattativa Stato-mafia. Napolitano voleva che fossero distrutte in quanto giudicate irrilevanti: così Zagrebelsky lo accusò di “rivendicare privilegi da monarca assoluto”, appunto da re».
Sarà così. C’entra la storia dello Stato-mafia, allora. Va bene. Anche quella, è un bel mistero. Dei misteri della mafia però parliamo dopo.
Del resto il Napolitano sapeva fare cose stupefacenti, enigmatiche: nel 1978, fu il primo dirigente del Partito Comunista Italiano a cui gli USA fecero un visto d’entrata. Non una cosa da poco.
Il lettore anche non anzianissimo può ricordare che chi andava negli USA, fino a non troppi anni fa, in aereo doveva compilare un formulario in cui tra le altre cose c’era la domanda da film di Nanni Moretti: lei è comunista? Un mio professore della scuola del cinema, si narrava tra gli studenti che ne scherzavano la verve ingenua e militante, scrisse immediatamente «Sìiiii»: lo arrestarono immantinente. Non so se questa storia sia vera, ma è sicuramente vero che da comunista entrò tranquillo negli USA.
Secondo le cronache, tenne conferenze ad Aspen, cittadina sciistica del Colorado sede di quell’Aspen Institute di cui sarebbe socia italiana – con Tremonti, Prodi, Brunetta, Giorgetti, John Elkann – Giorgia Meloni, e per questo chiamata dai suoi critici «Lady Aspen».
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Nello stesso viaggio parlerà anche ad Harvard, fucina dell’élite statunitense, dove era professore un personaggio che lo prenderà in grande simpatia: Henry Kissinger, plenipotenziario per la politica Estera americana, accusato di crimini internazionali atroci, ma tuttavia amicissimo di Gianni Agnelli, il quale, riportano, nello stesso viaggio ospiterà il Napolitano nella sua celeberrima magione di Park Avenue, la splendida casa che sarà in seguito teatro di party dove, si mormora, l’unico della famiglia a potere entrare era Lapo (e chissà perché, e chissà se è vero…), che peraltro di Kissinger fu stagista.
Kissinger, che oramai centenario gli sopravvive alla grandissima, consegnerà alla storia una definizione eccezionale, che di fatto contrassegnava l’uomo prima di «Re Giorgio»: «il mio comunista preferito». Sì: Napolitano era il comunista preferito di Kissinger. Anche qui, chissà perché.
Il tour in America di Napolitano, effettuato dal 4 al 19 aprile 1978, cade in un momento tragico della Repubblica: il 16 marzo, cioè poco più di due settimane prima, era stato rapito il Presidente della DC Aldo Moro. Del terrorismo italiano parlò in America in un’intervista con il diffuso settimanale Newsweek, parlando di «degenerazioni, fino al delirio ideologico e al crimine più barbaro, dell’ispirazione rivoluzionaria del marxismo e del movimento comunista».
Napolitano, che fino al 1974 era tra i comunisti che criticava Solzhenitsyn, teneva per quella che fu chiamata «linea della fermezza»: nessuna concessione alle Brigate Rosse. Il risultato sappiamo quale è stato – ma chissà, con i «se» la storia non si fa, e poi anche quello di Moro è un mistero, dove si perdono, per citare il titolo di un libro sulla P2 di un parlamentare comunista suo compagno di partito, le Trame atlantiche.
I rapporti con gli yankee vanno a gonfie vele anche in Italia. Richard Gardner, l’ambasciatore americano in Italia durante gli anni di piombo, ha confidato tempo dopo che «Napolitano era l’unico tra i dirigenti del PCI con cui parlavo. Ci vedemmo riservatamente per ben quattro volte in casa del nostro amico Cesare Merlini, presidente dell’Istituto per gli Affari internazionali». Il Quotidiano Nazionale scrive che Napolitano «dal 20 luglio 1978 cambia l’orientamento dell’ambasciata USA a Roma»: gli ambasciatori di Via Veneto da allora cominciano a parlare con esponenti PCI, cosa che prima, almeno in apparenza, è decisamente tabù.
Passano gli anni, il Muro crolla. Occhetto piange alla Bolognina, il Partito Comunista cambia nome. Dall’altra parte dell’oceano qualcuno potrebbe aver visto un’opportunità: un partito di sinistra, desovietizzato, fa al caso dell’Impero. I Democristiani e tutti gli altri erano leali, ma fino ad un certo punto: i rapporti erano logori, l’ideologia – sia pur intossicata dalla stessa mano americana che ha infilato in Italia il pensiero di Maritain per creare la DC, cioè qualcosa che consentisse pragmaticamente la contraddizione di un Paese cattolico liberale – aveva ancora qualcosa di concreto, aveva delle radici, addirittura, orrore, «cattoliche».
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Dall’altra parte, era tabula rasa. Qualsiasi contorsione era possibile con un partito traumatizzato, fino alle lagrime, dalla perdita della propria identità profonda. Il PD di oggi, i cui militanti inneggiano al Battaglione Azov, chiedono il Nuovo Ordine Mondiale (sic) e accettano qualsiasi deriva neoliberale senza battere ciglio, è esattamente quello che qualcuno nella stanza dei bottoni atlantici aveva visto trenta anni fa – un partito radicale di massa, come diceva Augusto Del Noce, ma anche qualcosa di più: un nuovo alleato, anche molto affidabile, in qualcosa che va al di là dello scacchiere geopolitico – cioè il desiderio impellente dello Stato profondo, la riforma finale dell’essere umano, sessualmente e biomedicalmente ora evidentissima.
Il cambio di cavallo del dopo muro non riguardò solo l’Italia, investita per coincidenza da Tangentopoli: pensiamo al Sud Africa, dove di lì a poco un uomo considerato un terrorista marxista, Nelson Mandela, viene riabilitato totalmente, fatto uscire di prigione e messo alla presidenza del Paese. Anche il Giappone, sia pur con minor effetto, fu vittima di qualche scossa nei suoi gangli politici, con una sorta di «Mani Pulite» in salsa teriyaki che ha fatto da prolusione allo scoppio della baboru, cioè la fine della cavalcata dell’economia giapponese, finita in crisi nei decenni seguenti distruggendo per sempre l’idea di acchiappare economicamente gli USA e pure conquistarli pezzo per pezzo.
In Italia, però, arriva un tizio che gli Americani odieranno sempre: Silvio Berlusconi. Il suo governo, uscito da una schiacciante vittoria nel 1994 contro la sedicente «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto («lo zombie coi baffi», disse Cossiga) dura pochissimo: arrivano nuove elezioni che installano Prodi, e Napolitano – riprendiamo il filo del nostro racconto misterico – fa da ministro dell’Interno.
Rammento confusamente il futuro presidente come ministro: ho un vago ricordo, senza possibilità di verificare, di una puntata di Sgarbi quotidiani dove il critico d’arte se la prendeva con una dichiarazione di Napolitano alla liberazione dell’imprenditore sequestrato Giuseppe Soffiantini: il ministro Napolitano, secondo quanto ricordava, parlava di vittoria dello Stato, quando quello che sarebbe successo, con il blocco dei beni, è che la famiglia aveva trovato comunque il mondo, dopo fallite operazioni delle teste di cuoio, di pagare ai sequestratori un riscatto da quattro milioni di dollari. Sgarbi attaccava a testa bassa. Napolitano, all’epoca non impressionava.
Di certo, non va dimenticato che con Livia Turco al Viminale sfornò la legge Turco-Napolitano, che creò i centri di permanenza temporanea per gli immigrati clandestini. Non va scordato neppure che fu subissato di critiche perché, nel 1998, gli fuggì all’estero Licio Gelli, cioè proprio il supermassone a capo della P2, dove, en passant, in lista è segnato pure Vittorio Emanuele di Savoia.
Tuttavia il suo lavoro atlantico dietro le quinte non si è mai fermato. Nel 1994, tornato in viaggio in USA, incontra George Soros, che poco prima aveva affossato la lira. Nel 1996 sbarcherà a New York anche Massimo D’Alema: di lì a pochi anni diverrà premier, e con Clinton alla Casa Bianca (più Blair a Downing Street: il cosiddetto «Ulivo Mondiale») formerà un governo che permetterà la penultima guerra americana, pardon, del Patto Atlantico, in Europa.
È il 1999, la NATO, cioè i caccia americani che partono dalle nostre basi, bombardano la Serbia per formare il Kosovo albanese, staterello satellite USA ma pure, in seguito, grande protagonista di traffici di organi e fornitore di miliziani ISIS. Ministro della Difesa del tempo, lo hanno riportato alla memoria i giornali parlando dei vari filamenti del caso Vannacci-uranio impoverito, era l’attuale presidente Mattarella.
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Dei suoi trascorsi da europarlamentare per i DS – il partito allora si chiamava così – resta impresso solo uno scandaletto tirato fuori dalla stampa tedesca sui rimborsi biglietti aerei.
Nel 2005, Ciampi (quello che stava in plancia di comando alle finanze del Paese quando Soros attaccò la lira, e che poi divenne presidente della Repubblica) lo fece senatore a vita. Lo stesso Ciampi si dimetterà anticipatamente nel 2006 per far insediare il Napolitano eletto il 10 maggio alla quarta votazione come undicesimo presidente della storia repubblicana: il comunista preferito di Kissinger è ora capo dello Stato italiano.
Sono anni turbolenti: il governo Prodi cade ancora, le elezioni riportano al potere, e alla grandissima, Silvio Berlusconi, che è geopoliticamente sempre più scatenato: con Putin l’intesa è totale (fino ad essere, lo abbiamo visto di recente, commovente), più c’è la questione che il milanese riesce a ricavare con Gheddafi una pace assai lucrosa per l’Italia.
Nel 2011 accadono una serie di cose assai significative, le cui ramificazioni paghiamo ancora oggidì, dove Napolitano sembrerebbe aver avuto un ruolo. Prima «Re Giorgio» fa senatore a vita un tecnocrate relativamente sconosciuto, l’ex preside della Bocconi e Commissario Europeo, Mario Monti. Poco dopo, complice una manovra favorita da Parigi e Berlino (e l’assenso USA, ricorda nel suo libro l’ex ministro del Tesoro USA Timothy Geithner) e lo psicoterrorismo dello «spread», il premier regolarmente eletto Berlusconi viene detronizzato e viene piazzato in sua vece proprio il Monti.
Non solo: poco prima, quando al governo c’era ancora Silvio, la Libia viene attaccata da un’operazione anglo-francese, anche qui con il placet di Washington. Gheddafi viene linciato a morte. Dall’altra parte dell’oceano Hillary Clinton, informata della cosa, ride in modo isterico, quasi demoniaco, dinanzi alle telecamere.
Esponenti del centrodestra e dei 5 stelle negli anni dichiarano che dietro all’intervento del 2011 in Libia c’era lui, Giorgio Napolitano. Il presidente ha smentito.
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«Non interessa ora indagare sui motivi che spinsero Sarkozy a iniziare in tal modo l’attacco alla Libia di Gheddafi» disse Napolitano intervistato da Repubblica, facendo capire che la storia dei fondi di Gheddafi alla campagna del presidente francese può essere tralasciata. «Quella iniziativa intempestiva e anomala fu superata da altri sviluppi». Come si dice in questi casi, fait accompli.
«La consultazione informale di emergenza si tenne in coincidenza con la celebrazione al Teatro dell’Opera dei 150 anni dell’Unità d’Italia» prosegue il ricordo di Napolitano. «ma quella sera la discussione fu aperta dall’allora consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Bruno Archi, che era in contatto diretto con New York mentre veniva varata la seconda risoluzione delle Nazioni Unite che autorizzò e sollecitò un intervento armato ai sensi del capitolo settimo della Carta dell’ONU».
Insomma, c’era un contatto con gli USA, con Nuova York, ma non è quello che pensate voi: non è il giro di Kissinger, è l’ONU.
«In quella sede informale potemmo tutti renderci conto della riluttanza del Presidente Berlusconi a partecipare all’intervento ONU in Libia» continua Napolitano. Pochi mesi dopo, il riluttante Berlusconi sarebbe stato sostituito da Monti nel primo vero esperimento di tecnocrazia del Paese.
La storia del Re va avanti. A ridosso delle elezioni 2013, per la prima volta nella Repubblica, viene rieletto presidente: tuttavia, è una manovra di lunghi coltelli nel suo partito, e pure una manovra astutissima di Berlusconi contro Prodi e contro i democratici in panne: al termine della votazione, dopo gli applausi di rito, si ode alla Camera un coro: «Sil-vio-Sil-vio…»
Nel 2015 Napolitano si dimette, sale al potere Mattarella. Anche lui dal PD, anche lui bissato dalla palude parlamentare. A Palazzo Chigi un nuovo tecnocrate, anche lui passato per Bruxelles (e per la Goldman Sachs), Mario Draghi.
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Ci dobbiamo fermare qua: dovevamo solo, in fondo, mettere insieme dei puntini, e magari indicare qualche mistero atlantico come abbiamo promesso dal titolo.
Abbiamo lasciato fuori qualcosa? Ah sì, Matteo Messina Denaro, l’immagine opposta di un capo dello Stato repubblicano, un capo dell’anti-Stato mafioso, per coincidenza finito in coma mentre il 98enne Napolitano lasciava la spirale mortale.
Cosa c’entra Messina Denaro con questa storia? Niente. In comune con Napolitano, oggi può avere solo il mistero sincronico della Vita e della Morte.
Tuttavia, uno pensa ai misteri atlantici e all’Italia, alle storie di presidenti e poteri fortissimi, e non è che può dimenticarsi quell’incontro, l’8 dicembre 1943, del presidente Roosevelt con Patton, Eisenhower (un altro futuro presidente) e vari altissimi comandanti dell’esercito USA… a Castelvetrano.
Sì, Roosevelt a Castelvetrano. Lo stesso luogo dove ha passato decenni in tranquillissima latitanza Matteo Messina Denaro, pure avvistato pubblicamente qui e là in un contorno, hanno improvvisamente ricostruito i giornali, pieno di massoni.
Il mistero si infittisce: lo prendono, gli anarchici immediatamente cominciano a protestare contro il 41 bis. Lui tuttavia non sembra molto interessato.
L’arresto è tranquillissimo, l’uscita dalla clinica è una sfilata geometrica. Ci dicono subito che ha il cancro.
In queste ore, scrivono i giornali, al suo capezzale ci sarebbe la figlia, cresciuta con un altro cognome, ma che in questi giorni ha chiesto e ottenuto di chiamarsi come il padre.
È un’immagine di paternità e destino che siamo qui ad osservare, e con cui ci sentiamo di chiudere questo articolo.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Immigrazione
La violenza immigrata contro le famiglie, il culmine di un processo
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Pensiero
La vera natura dei progetti di legge sull’antisemitismo. Intervista al prof. Marini
In un momento storico in cui i destini del mondo paiono appesi alle mosse del governo di Israele – il gabinetto più estremista e fanaticamente religioso mai espresso dallo Stato di Israele – avanzano, in Italia come in altre parti del mondo, progetti di legge sull’antisemitismo, che finirebbero per rendere illegali finanche le critiche mosse nei confronti delle politiche israeliane. È evidente che, in Italia, un progetto del genere cozza con la libertà di pensiero ed espressione garantita dalla Costituzione repubblicana. Per capire la natura di questo progetto di legge abbiamo sentito il professor Luca Marini, già vicepresidente del Comitato Nazionale di Bioetica, professore di diritto internazionale alla Sapienza Università di Roma, presidente del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB).
Professor Marini, da romano Lei è vissuto per forza di cose a contatto con la cultura ebraica. Secondo lei, cosa può spingere, improvvisamente, l’Italia a dotarsi di una legge bipartisan sull’antisemitismo?
Guardi, cominciamo col dire che, personalmente, non ho nulla contro gli ebrei: mio nonno, romano di San Lorenzo, ne aiutò molti in Ungheria, durante la guerra, come agente del Comitato d’Azione Italia Libera, ricordandocelo poi fino allo sfinimento, ma comunque insegnandoci un valore importante. Detto questo, francamente non vedo perché dovrei passare per antisemita solo perché, da docente di diritto internazionale, critico la politica estera israeliana e condanno il genocidio palestinese. In ogni caso, la domanda andrebbe rivolta a chi ha presentato il disegno di legge, perché senz’altro avrà avuto le sue buone ragioni.
Lei crede che anche in Italia operi una lobby ebraica forte come in America?
In America, la componente ebraica è indubbiamente molto presente e organizzata, come dimostra Hollywood, la più importante industria statunitense, cosa che forse non può dirsi ancora per l’Italia. Eppure, va ricordato che, qui come oltreoceano, i circuiti accademici, scientifici, tecnologici, industriali, produttivi, commerciali, comunicativi, mediatici, culturali, sociali e politici – quindi, in poche parole, l’intera società civile – sono controllati e, se del caso, manipolati dalla grande finanza transnazionale. E tutti sanno a quali lobby risponde quella finanza.
La formula dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (AIMO) dice: «Per antisemitismo si intende una determinata percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni etc.». La legge italiana può punire un cittadino per una percezione altrui?
Non scherziamo. Tuttavia, siamo di fronte a una strategia semantica e politica da tempo condivisa e supportata da quella parte della cittadinanza che si crede sveglia e consapevole. Si tratta, ovviamente, di una strategia portata avanti dalle forze euro-globaliste e demo-liberal-progressiste: cioè, guarda caso, quelle più funzionali agli interessi delle lobby di cui sopra.
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Resta il fatto che la formula dell’AIMO, ripresa dalla proposta di legge, considera antisemita non colui a cui non piacciono gli ebrei, ma colui che non piace agli ebrei.
In effetti è un po’ come chiedere all’oste come è il vino. Ma, del resto, di cosa ci meravigliamo? Chi materialmente fa le norme – ossia gli organi legislativi – finisce sempre per subire le spinte gentili di questa o di quella lobby e per decidere al di là e al di sopra della volontà dei soggetti che, di quelle norme, sopporteranno i costi.
Ma, così facendo, non si introduce una categoria etno-spirituale superiore alle altre, una sorta di eccezionalismo ebraico? Di fatto, i cristiani – che subiscono ancora oggi persecuzioni immani – non godono dello stesso favor legislativo. Lo stesso può dirsi per gli altri popoli che magari hanno subito un genocidio: i nativi americani, i cambogiani, o, per restare più vicino casa e nell’attualità, gli armeni…
Per favore, se proprio dobbiamo parlare di genocidi, portiamo esempi attuali, perché ce ne sono in abbondanza: dai palestinesi, appunto, ai tibetani ai sahrawi. E magari chiediamoci una buona volta perché i media non ne parlano o perché nessuno, a cominciare dai politici, alzi in dito in loro difesa.
Com’è possibile che la sinistra italiana, che da decenni ha sposato la causa palestinese, non si opponga a questo disegno di legge?
E si meraviglia anche di questo? Una volta, la sinistra italiana era anti-Europa e anti-NATO. Da trent’anni a questa parte, la sinistra italiana è la forza più euro-globalista e demo-liberal-progressista. Il cerchio si chiude ancora una volta. O sbaglio?
Con questa legge non sarà possibile criticare le politiche dello Stato di Israele, che di fatto sta destabilizzando il Medio Oriente e il mondo intero perseguendo una guerra su fronti diversi, né ricordare le accuse di genocidio rivolte ai leader ebraici e portate all’attenzione della Corte dell’Aia, né pubblicare le e-mail di Epstein in cui si riportano le espressioni dispregiative verso i goyim, i non ebrei, pronunciate da esponenti della finanza di Nuova York.
Io non mi fascerei la testa prima di romperla. È difficile credere che questa legge possa essere approvata senza un adeguato dibattito in Parlamento, a meno di non voler pensare, maliziosamente, che la lobby da Lei citate in apertura non sia, in effetti, tanto potente quanto pervasiva.
Possiamo sperare che, andando palesemente contro più articoli della Costituzione, la Corte costituzionale possa in un secondo tempo smantellare una legge del genere?
Personalmente, prima di arrivare alla Consulta, preferirei che il Parlamento facesse il suo lavoro di rappresentante di un corpo sociale che ha fiducia nei valori costituzionali e si affida a essi, primo tra tutti il diritto fondamentale alla libertà di espressione.
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Da tempo sentiamo ripetere il mantra sui «valori giudeocristiani», sull’«origine giudeocristiana» e sulla «cultura giudeocristiana» dell’Europa, tanto che la Von der Leyen, in Israele, ha affermato che «i valori dell’Europa si fondano sul Talmud».
Cosa vuole che le dica? L’Europa è il tempio del capitalismo ultra-finanziario e digitale che intende sostituirsi alla politica nella gestione della società civile, con il fine ultimo di abbattere i valori democratici, le libertà fondamentali e la dignità dell’essere umano in quanto ostacoli ai suoi obiettivi di controllo totalitario dell’umanità. E, lo ripeto ancora una volta, tutti sanno a chi risponde quella forma di capitalismo.
Un suo collega giurista mancato pochi anni fa, Filippo Sgubbi, parlava di «Diritto penale totale», un sistema in cui diventa possibile punire senza legge, senza verità e senza colpa, dove la condanna è meritata non tanto per quello che il soggetto ha fatto, quanto piuttosto per ciò che quel soggetto è, per il suo ruolo nella società, per la pericolosità dei suoi pensieri.
Che poi, se ci pensa, è proprio quello cui ci ha abituato Mani pulite, la gigantesca messinscena pianificata per distogliere l’attenzione degli italiani dagli sfaceli che l’allora neonata Unione europea avrebbe prodotto con i suoi pareggi di bilancio, la sua normativa antitrust, le sue privatizzazioni, la sua moneta unica, nonché per incanalare l’odio popolare verso bersagli spendibili: ricorda le monetine lanciate contro un ex presidente del Consiglio che, guarda caso, non era filo-europeista? Sarà una coincidenza, ma quell’inchiesta prese il via proprio all’indomani della firma del Trattato di Maastricht.
Si sarebbe mai aspettato, durante la sua lunga carriera di accademico del diritto, di vedere l’alba della psicopolizia sulla società occidentale?
Certo che sì. Stiamo assistendo, in modo più esplicito dal COVID in poi, all’instaurazione del totalitarismo biopolitico fondato sulla strumentalizzazione delle evidenze e la propaganda del terrore finalizzate al soggiogamento della società civile. Questa deriva, dissimulata dietro parole chiave efficentiste e moderniste, era evidente già trent’anni fa a chi, come me, seguiva gli sviluppi della normativa europea in tema di biotecnologie. Nel mio caso, le critiche al progresso tecno-scientifico supportato dall’Unione Europea costarono, in tempi non sospetti, cioè vent’anni fa, la destituzione dalla carica di vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica: e sarebbe divertente, oltreché calzante in questa sede, ricordare chi venne nominato al posto mio. In ogni caso, per dirla tutta, non c’era bisogno di fare il professore universitario per prefigurare tutto ciò: bastava leggere Bradbury.
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Pensiero
Perché Trump attacca il papa?
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— Carrie Prejean Boller (@CarriePrejean1) April 13, 2026
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Era presente sul palco il vescovo Robert Barron, prelato podcasterro che ha paura del diavolo e non difende le signore cattoliche dinanzi alla prepotenza sionista. E quindi, il Donaldo per forza si sente un po’ unto. Al punto che ora il bersaglio è diventato ufficialmente il papa – e qui cercheremo di dire perché. Il messaggio è ancora più impressionante di quelli di scherno agli avversari morti che il presidente ha prodotto di recente, e pure di quello con cui ha insultato Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones, ai quali deve porzioni non indifferenti di consenso per tutte e due le elezioni vittoriose. «Papa Leone è DEBOLE in materia di criminalità e pessimo in politica estera» attacca il presidente statunitense. «Parla di “paura” dell’amministrazione Trump, ma non menziona la PAURA che la Chiesa Cattolica e tutte le altre organizzazioni cristiane hanno provato durante il COVID, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri». Qui, bisogna dire, il presidente non ha tutti i torti, tuttavia va ricordato che le prime clausure, e l’avvio del programma letale del vaccino mRNA, furono fatti nell’ultimo anno del suo primo mandato. «Preferisco di gran lunga suo fratello Louis a lui, perché Louis è un vero sostenitore del MAGA. Lui ha capito tutto, Leone no!» puntualizza il Donald, che subito dopo l’elezione al Soglio del Prevost aveva invitato alla Casa Bianca e ad altri eventi il fratello floridiano suo sostenitore – che per qualche ragione aveva posato con Trump presso lo Studio Ovale in camicetta.“Christian pastor” Paula White, President Trump’s spiritual advisor, compares Trump to Jesus.
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Pope Leo XIV’s MAGA boomer brother Louis Prevost met President Trump in the Oval Office.
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Secretary Pete Hegseth Pastor who was Invited to Pray at Pentagon Says Publicly Eucharist and Marian Procession Should NOT be Permitted in Public. See more here: https://t.co/5fpjjd1ff8 pic.twitter.com/iKJg1bPCuI
— John-Henry Westen (@JhWesten) March 13, 2026
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