Politica
LA NEOMINISTRO GRILLO, LE EPIDEMIE, I TOPI DI FOGNA
Ammettiamo che il giro sulle montagne russe è stato interessante.
La partenza con centrodestra e grillini in confusione (cioè, lo stato perenne del PD anche mentre ci governava, rappresentato plasticamente dalla costante espressione interrogativa dipinta sul volto del segretario Martina). Poi il saliscendi dei «due forni» di Di Maio. Poi Berlusconi che dà i numeri. Poi le settimane per il contratto gialloverde.
Arrivati al giro della morte – con Mattarella, che, più realista del Re sfiora l’alto tradimento (il Re, se non lo avete capito, non è lui) – un po’ di paura ce la siamo presa.
Riguardo a ciò che qui ci compete, quando è sbucato Cottarelli (che in verità era «precottarelli», visto come è stato tirato fuori dal taschino del Presidente, per poi divenire all’istante decottarelli), abbiamo visto uscire il nome che questi voleva come ministro della Sanità: Walter Ricciardi. Massì, proprio lui: il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità.
Più che paura, queste montagne russe stavano mettendo sconforto, rassegnazione, finanche noia.
Ricciardi, un nome che (specie considerando il risultato elettorale!) dovrebbe essere ritenuto «impresentabile» viste le storie di conflitti di interesse recentemente emerse («Non sapevo che ci fosse una lobby dietro quelle riviste» è una giustificazione che se la gioca con l’appartamento che Scajola ha acquistato a sua insaputa), rappresentava la più perfetta continuità possibile con gli anni lorenzinici.
Ricordiamo la fortuna di Beatrice: negli ultimi tre governi, con tre premier diversi, lei ha sempre mantenuto il posto… Come mai? Vallo a sapere.
(Una fortuna davvero sfacciata: quasi quanto ottenere con una gravidanza sola due bambini eterozigoti)
Ricciardi che addiveniva ministro significava che il Moloch industrial-sanitario e i suoi reggicoda statali e clericali non volevano tirarsi indietro di nemmeno un millimetro, neanche quando decine di milioni di italiani gli votano contro.
Ma la giostra si è dimostrata davvero coinvolgente, quindi ecco che rispunta l’idea esecutivo gialloverde, che scombina due nomi (Savona trasloca al numero civico successivo…) e firma in un batter di ciglia.
Tutti amano Giulia Grillo
Fanno ministro Giulia Grillo. Di mestiere fa l’anatomopatologa: un medico al Ministero della Salute, roba rara dopo gli anni della diplomata al liceo classico che parla di virus saltellanti.
Molti tirano un sospiro di sollievo: forse a settembre potremo mandare i bambini all’asilo.
Tuttavia, insospettisce che i giornaloni siano più teneri del previsto.
La neoministro «si è contraddistinta per posizioni sempre miti e di ascolto del mondo scientifico» scrive Repubblica.
La linea incarnata dalla Grillo è «una sintesi faticosa raggiunta nei gruppi parlamentari del Movimento nella scorsa legislatura», una posizione architettata da quell’esempio di eleganza, sobrietà ed acume politico che è la senatrice Paoletta Taverna. «Una posizione di mediazione», dice il giornale di De Benedetti: «no all’obbligo se non in caso di picchi, di epidemie come quella recente sul morbillo». Questo ultimo parrebbe non essere un virgolettato dell’interessata, ma il riassunto della giornalista di Repubblica.
«No all’obbligo se non in caso di picchi, di epidemie come quella recente sul morbillo»
Il Corriere pubblica una foto in cui la Grillo appare professionale e sofisticata. Poi nell’articolo fa parlare praticamente solo Burioni. Uno non può non finire a chiedersi: ma perché? Ancora?!?
Se qualcuno non ha ancora capito il suo ruolo di messia prescelto dal dio Pharma e non solo da quello, per favore apra gli occhi: ci aspettano altri mesi, anni di Burioni che fuoriesce da ogni anfratto di TV e giornali dell’establishment.
Tuttavia Burioni, invece di dirle «somara» e ricordarle che la democrazia non vale nulla rispetto alle sue opinioni (Burioni assomiglia sul serio sempre più ad un titolo di Lercio), inspiegabilmente fa partire una leccatina: «vediamo che cosa farà, intanto buon lavoro».
Burioni inspiegabilmente fa partire una leccatina: «vediamo che cosa farà, intanto buon lavoro»
Cioè: quello che gioiva pazzamente per la radiazione del dottor Gava, quello che si augurava che i bambini non vaccinati venissero emarginati, saluta quasi con cauto ottimismo l’installarsi al Ministero di un personaggio in odore di No-Vax.
Il Corrierone spinge il violino perfino più in là. ecco il commento di Lucio di Mauro, presidente dell’Ordine dei Medici (sì: l’organo che ha espulso Gava, Miedico, Rossaro, Lesmo) di Catania: «riservata, seria, non l’ho mai vista agire per interesse personale. Ha vinto il concorso alla scuola di specializzazione col massimo dei voti, 67 su 67. Sembra finta per quanto è brava». Slurp.
«Sembra finta per quanto è brava». Slurp
Se non siete già travolti dalla glicemia, potete leggere anche del «papà Archimede, detto Dino, anestesista e pionieri del surf» che insegna alla figlia «segreti e magie del vento».
Per il lettore che insiste il diabete è alle porte, e al momento non sappiamo quale farmaceutica si avantaggerebbe con la conseguente necessità di insulina.
Lo zampino del Gatto Silvestri
A chiarirci le idee potrebbe essere il post su Facebook che la Grillo ha approntato ieri, dove illustra le indicazioni sul futuro della Sanità. Qualcuno ha notato che più che quanto viene scritto è più rilevante il non-detto: sui vaccini, il tema più caldo che esista (soprattutto se tra dopo due giorni si va a fare un passaggio di consegne materiale con Beatrice Lorenzin), neanche mezza parola.
«Ora tace, o comunque non mette la cancellazione della legge Lorenzin alle prime cose a cui pensa»
«Ora tace, o comunque non mette la cancellazione della legge Lorenzin alle prime cose a cui pensa» scrive oggi in un ulteriore articolo Repubblica.
La realtà è che in atto c’è già la metamorfosi dei grilli: da antivaccinari da bar (memorabili i candidati alle parlamentarie online 2013 che ritenevano che i vaccini rendessero omosessuali i bambini) stanno rientrando verso più miti consigli.
Per Guido Silvestri e multinazionali del farmaco vanno difese: «Pensare che loro facciano i soldi coi vaccini è come pensare che le industrie del petrolio facciano i soldi con la miscela dei motorini».
Il garante di tale metamorfosi lo si trova negli USA, è uno scienziato e si chiama Silvestri.
Questi è un vaccinofilo convintissimo, intransigente, estremista. Da quale aereo sia stato paracadutato nel M5S non è dato saperlo (supporlo, però, sì).
L’opera del Silvestri è tale che tocca di vedere sugli organi grillini titoli come «Il MoVimento 5 Stelle è per la massima copertura vaccinale».
Il dottore «americano» considera le storie che circolano su Big Pharma e vaccini «delle sciocchezze». Le multinazionali del farmaco vanno difese: «Pensare che loro facciano i soldi coi vaccini è come pensare che le industrie del petrolio facciano i soldi con la miscela dei motorini».
In pratica, Silvestri sta al M5S come Burioni sta al PD: sacerdoti del dio Vaccino il cui compito è tuonare contro chi dentro o fuori dal partito osa sfidare l’ortodossia della siringa. (I due, riportano le cronache, si conoscono e si complimentano vicendevolmente)
In pratica, Silvestri sta al M5S come Burioni sta al PD
Insomma, a dettare la linea del nuovo ministro della Salute è decisamente il Burioni grillino.
Se ne accorge persino il quotidiano milanese nell’articolo di oggi: il ministro «ha precisato più volte la sua linea, ispirata al manifesto tracciato da Guido Silvestri, ricercatore marchigiano, ora figura di rilievo in USA, chiamato come consulente a titolo gratuito per correggere l’iniziale ostilità grillina».
a dettare la linea del nuovo ministro della Salute è decisamente il Burioni grillino.
Colpisce, oltre all’ennesima sviolinata che però aiuta a ben comprendere il disegno sottostante, la sincerità con cui si può parlare della normalizzazione del M5S, che si infiltra e si dirotta senza neanche tanto sforzo. Gratis, perfino.
Obbligo del sushi
Veniamo alla sostanza: riteniamo che la linea del neoministro Grillo sia pericolosa (oltre che illogica) per due ordini di motivi. Uno pragmatico, e uno più oscuro.
Da un punto di vista pragmatico, la dottrina Silvestri sposata devotamente dalla Grillo, è un controsenso tossico e allucinante.
La dottrina Silvestri sposata devotamente dalla Grillo: «Noi siamo favorevoli all’obbligatorietà dei quattro vaccini che oggi, per legge, sono già obbligatori, e siamo anche favorevoli all’introduzione di misure di obbligatorietà per vaccini che proteggono da malattie per le quali esiste una reale emergenza epidemica (come esiste al momento per il morbillo)»
«Noi siamo favorevoli all’obbligatorietà dei quattro vaccini che oggi, per legge, sono già obbligatori, e siamo anche favorevoli all’introduzione di misure di obbligatorietà per vaccini che proteggono da malattie per le quali esiste una reale emergenza epidemica (come esiste al momento per il morbillo)» si legge sulla Pravda a 5 stelle nel post che ha segnato la conversione del partito alla dea siringa.
In pratica, il grillino ti fa lo sconto: macché 10 vaccini, se ci voti a tuo figlio ne faremo solo 4. Come sempre. Sulla pericolosità della siringa (dopo centinaia di ore di spettacoli di grillo, video, comizi, e perfino l’antica collaborazione con il dott. Montanari) abbiamo scherzato.
Siamo seri, su: dobbiamo fare gli adulti, ché tra poco si va al governo.
Fateci capire: la libertà vaccinale la si chiede per coloro che ritengono che i vaccini (alcuni più di altri, come il MPR) siano degli intrugli venefici che possono danneggiare i propri figli. Dire che si è per i vaccini liberi, per poi obbligare a siringarne quattro ai bambini italiani, è, più che un controsenso, una presa per i fondelli.
Dire che si è per i vaccini liberi, per poi obbligare a siringarne quattro ai bambini italiani, è, più che un controsenso, una presa per i fondelli.
Sappiamo che il mercurio nel pesce fa male: invece che lasciarci in pace lontani dal ristorante che lo serve (o, meglio, invece di chiuderlo), i grillini ci obbligano ad entrare, «ma costringiamo i vostri figli a mangiare solo il sushi con il salmone, con il tonno e il California Maki, il resto del menu glielo prendete se volete».
Non fa una grinza.
Il conto del ristorante, ça va sans dire, lo pagherai comunque tu, il contribuente.
È tuttavia sulla seconda parte dell’enunciato che preme dire due parole.
«Una reale emergenza epidemica (come esiste al momento per il morbillo)» è un’espressione bella impegnativa. Innanzitutto per la definizione di emergenza epidemica: i pochi casi di morbillo dell’anno scorso sono un’epidemia?
Come si quantifica una epidemia?
Una malattia che, dicono alcuni studi di cui abbiamo dato conto, avrebbe persino effetti benefici a lungo termine, può essere considerata alla stregua dell’HIV, dell’influenza aviaria o dell’Ebola?
Qui poi si apre lo scenario più oscuro, finanche un pochino apocalittico.
Nel momento in cui la molla per rendere obbligatorio il vaccino (pensate dal punti di vista di Big Pharma: venderlo) diviene l’epidemia, come si può essere certi che nessuno lo metterà volontariamente in circolo?
Nel momento in cui la molla per rendere obbligatorio il vaccino (pensate dal punti di vista di Big Pharma: venderlo) diviene l’epidemia, come si può essere certi che nessuno lo metterà volontariamente in circolo?
È una cosa di cui qualche medico che ha conservato l’umanità parla, anche se, certo, solo sottovoce. La diffusione programmatica di patogeni è un incubo da complottisti?
Diciamo proprio di no.
Disneyland e il traffico dei virus
Dovrebbe sovvenire alla mente di un caso di non molto tempo fa. Fu coinvolta Ilaria Capua, virologa ben nota nonché senatrice di Scelta Civica (partito massonico biodegradabile e unto dai vescovi che Dagospia ribattezzò efficacemente «Sciolta civica»).
Per i PM, la consorteria di cui faceva parte l’onorevole Capua poteva essersi resa colpevole di «una pluralità indeterminata di delitti di ricettazione, somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica, corruzione, zoonosi ed epidemia».
I dodici imputati accusati a vario titolo di traffico illecito di virus dell’influenza aviaria furono portati in tribunale «per aver utilizzato virus altamente patogeni dell’influenza aviaria, di provenienza illecita, al fine di produrre in forma clandestina, specialità medicinali ad uso veterinario (quale è il vaccino dell’influenza aviaria), procedendo successivamente, sempre in forma illecita, alla loro commercializzazione e somministrazione agli animali avicoli di allevamenti intensivi».
I dodici imputati accusati a vario titolo di traffico illecito di virus dell’influenza aviaria furono portati in tribunale «per aver utilizzato virus altamente patogeni dell’influenza aviaria, del tipo H9 ed H7N3, di provenienza illecita, al fine di produrre in forma clandestina, senza la prescritta autorizzazione ministeriale, specialità medicinali ad uso veterinario (quale è il vaccino dell’influenza aviaria), procedendo successivamente, sempre in forma illecita, alla loro commercializzazione e somministrazione agli animali avicoli di allevamenti intensivi».
Gli accusati secondo i PM avevano agito «determinando la diffusione non più controllata del virus dell’influenza aviaria negli allevamenti avicoli del nord Italia, con grave pericolo per l’incolumità e la salute pubblica, che determinava, da un lato, il contagio di sette persone tra gli operatori del settore come accertato dall’Istituto Superiore di Sanità attraverso un’indagine epidemiologica, e dall’altro il grave pericolo per la salute derivante dal consumo della carne oggetto della vaccinazione indiscriminata, determinando, quale misura di prevenzione, l’abbattimento di milioni di capi di polli e tacchini, con un considerevole danno al patrimonio avicolo nazionale, calcolato dal Centro regionale epidemiologia veterinaria in 40 milioni di euro»
Come immaginerete, stiamo copiando e incollando frasi da carte processuali.
Non è un panzana cospirazionista : è una inchiesta giudiziaria vera e propria, che mette in luce la facilità con cui si può trafficare virus devastanti, al di fuori di ogni controllo.
«…grave pericolo per l’incolumità e la salute pubblica (…) il contagio di sette persone tra gli operatori del settore come accertato dall’Istituto Superiore di Sanità attraverso un’indagine epidemiologica, (…) il grave pericolo per la salute derivante dal consumo della carne oggetto della vaccinazione indiscriminata, (…) l’abbattimento di milioni di capi (…) un considerevole danno al patrimonio avicolo nazionale, calcolato dal Centro regionale epidemiologia veterinaria in 40 milioni di euro»
La Capua fu prosciolta, ma nel frattempo era espatriata: andò permanentemente in Florida con il marito, anche lui imputato.
Come notava L’Espresso, il giornale che fece lo scoop passato però sotto silenzio presso le altre testate (del resto un deputato che traffica virus in uno scenario da guerra biologica è cosa che capita tutti i giorni, no?), il proscioglimento dell’onorevole non toglie come le intercettazioni del caso abbiamo svelato le dinamiche del grande, mostruoso business.
«Le conversazioni registrate dai Nas dei carabinieri svelano, fra i tantissimi episodi, gli interventi di Capua sulla Intervet, filiale italiana di un colosso dei farmaci veterinari. I vertici di Intervet si erano mostrati critici sull’efficacia del sistema Diva. Ma la signora dei virus gli avrebbe fatto sapere che nell’Istituto zooprofilattico di Padova era in corso un esperimento su un vaccino prodotto da Intervet: il marchio però sarebbe stato menzionato nel suo studio solo se i responsabili della casa farmaceutica avessero assecondato le sue richieste, tra le quali quella di rivalutare il test Diva. E parlarne bene. E ai manager avrebbe fatto arrivare un messaggio chiaro attraverso un intermediario: “Lei (Capua ndr) non è una persona che si compra con quattro lire”».
«l manager della Merial (la multinazionale coinvolta, ndr) si rivolge alla virologa (…) perché lei è la responsabile del Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria e quindi è nella possibilità di sapere con certezza con quale ceppo virale si preparerà il nuovo vaccino. Nello stesso tempo è una delle poche persone che in ambito internazionale ha la possibilità di farsi inviare, in breve tempo, un ceppo virale da altri istituti senza la prescritta autorizzazione ministeriale”».
Multinazionali e istituti profilattici trafficano virus – incluso linguaggio che faceva pensare a mazzette – con una disinvoltura pressoché assoluta
Insomma, multinazionali e istituti profilattici trafficano virus – incluso linguaggio che faceva pensare a mazzette – con una disinvoltura pressoché assoluta.
Come pensare, quindi, che davanti alla prospettiva di vendite record grazie ad una epidemia, a qualche stakeholder del sistema vaccinale non venga la matta tentazione di diffondere qualche patogeno fra i bimbi italiani?
È una ipotesi, oscura quanto volete, che però può tornare alla mente certe volte.
Vi furono a Disneyland 52 casi, la vasta maggioranza dei quali riguardava – surprise! – fanciulli già vaccinati proprio per il morbillo.
Molti conosceranno il caso Disneyland.
Come noto, nel 2015, scoppiò un focolaio di morbillo (sempre lui…) in quello che è il luogo per eccellenza simbolo dell’innocenza, della cosa più importante che il nostro mondo adulto deve proteggere: i nostri bambini.
Vi furono 52 casi, la vasta maggioranza dei quali riguardava – surprise! – fanciulli già vaccinati proprio per il morbillo.
Questo dato garantì stupende contorsioni da parte dei media dell’establishment siringatore, tuttavia non placò la narrativa che doveva emergere: per quanto possa essere incongruo, la colpa era, dissero i mezzi di informazione, delle mamme no-vax.
Sì. Era per colpa loro, e per colpa dei loro figli non vaccinati, che era scoppiata l’«epidemia» di Disneyland.
Le conseguenze non tardarono ad arrivare: il New York Times mandò in rete una mappa interattiva con il numero di non vaccinati per asilo, la California divenne uno dei tre stati dell’Unione che rifiuta l’obiezione di coscienza riguardo le vaccinazioni.
Prima era possibile evitare lo shot (a sé e alla propria prole) citando motivazioni filosofiche e/o religiose. Dopo Disneyland, anche l’ultima scappatoia è stata cancellata.
Bene: conoscendo questo film, come è possibile non pensare, quando la Lorenzin tira fuori Gardaland, ad un remake?
Conoscendo questo film, come è possibile non pensare, quando la Lorenzin tira fuori Gardaland, ad un remake? Che non si tratta di accadimenti, ma di uno schema preciso?
Che non si tratta di accadimenti, ma di uno schema preciso?
Sono supposizioni che uno è tentato di fare.
Per questo motivo, riteniamo che lasciare aperta la porta dell’obbligo in epidemia sia pericoloso, pericolosissimo: anzi forse più dannoso dell’obbligo stesso!
Il ministro dei ratti di fogna mangiatori di feti?
Ma c’è un’ultima rilievo che Renovatio 21 non può non muovere al neoministro.
La Grillo è nota alle microcronache parlamentari per essersi spesa in abbondanza a favore della pillola abortiva RU486
La Grillo è nota alle microcronache parlamentari per essersi spesa in abbondanza a favore di un particolare farmaco: la RU486.
Un farmaco speciale, che è l’apoteosi della medicina moderna – cioè, della Necrocultura – perché uccide l’essere umano, anzi, capolavoro, talvolta ne uccide due in un colpo solo.
Per chi non conoscesse questa sigla, stiamo parlando della pillola che ha trasformato l’aborto da chirurgico a chimico, da ospedaliero a domestico.
La neoministro grillina volle impegnare il governo nella risoluzione in commissione 7/00362 «ad avviare una campagna informativa attraverso corsi, seminari nelle scuole e nei consultori, periodici e diffusi su tutto il territorio nazionale che chiariscano la necessità e i tempi di assunzione della stessa, nonché gli effetti e i meccanismi di funzionamento del farmaco anche al fine di accompagnare le donne, specie le più giovani, in una fase estremamente delicata della propria vita, con la giusta consapevolezza e l’adeguata assistenza socio-sanitaria».
Con la RU486, la madre che vuole sbarazzarsi di suo figlio non si sottopone più ad intervento: piglia la pillola e va a casa.
Con la pillola RU486 il feto espulso finisce nel sistema fognario tramite il water dicasa; qui è molto probabile venga divorato dalla fauna locale: ratti, nutrie, rane, pesci.
Quando il farmaco ha effetto rendendo impossibile la gravidanza, alla madre viene somministrata una prostaglandina che provoca contrazioni espellendo quindi il feto.
Il lettore può immaginare dove: di solito, nel water di casa.
Chiediamo lo sforzo di pensare a quanto stiamo scrivendo, perché, essendo questa la verità, nessuno ve lo dirà con facilità altrove: il feto espulso finisce nel sistema fognario.
Qui, mi fece riflettere una volta una signora esperta di queste cose, è molto probabile venga divorato dalla fauna locale: ratti, nutrie, rane, pesci, e poi forse anche «i funghi, le alghe, i vermi, i piccoli insetti, i rettili e l’innumerevole varietà di microorganismi» di cui parla l’enciclica antiumana di Bergoglio Laudato Sii. La vendetta delle creature sull’uomo, in pratica.
Ma sono soprattutto i ratti a sembrarci degni di interesse: essi posseggono un fiuto talmente fino da rifiutare l’accoppiamento con un loro simile se questi ha il cancro, che essi riescono a determinare olfattivamente.
Davanti ad una porzione così succulenta di giovane carne umana – così ricca di cellule staminali! – la popolazione pantegana festeggia.
Altro che le polemiche sui «cimiteri» per i resti dei non-nati, altro che gli ospedali che usano i resti dell’aborto come materiale per la caldaia (succede). Le fogne, con l’aborto chimico (cioè il metodo che soppianterà per sempre quello chirurgico, costoso ed invasivo), si innalzano a luogo di umiliazione massima dell’essere umano, in cui la Necrocultura pagana neppure sacrifica più i bambini a maestosi dèi della morte; li consegna a topi affamati.
È così, un piccolo bambino italiano innocente, invece che tuffarsi in mare con il papà a fare windsurf come capita alla bravissima e fortunatissima Grillo, si deve tuffare nella melma degli scarichi per essere divorato dalle bestie più infime e schifose. Alla Grillo Dio ha dato il paradiso marittimo, ai non-nati la Grillo vuole dare l’inferno fognario.
Anche qui, non fa una grinza.
Chiunque chieda di aumentare il numero di aborti chimici nel Paese è di fatto la proiezione politica dei topi di fogna. E dei loro banchetti a base di carne umana innocente.
La vera informazione che lo Stato dovrebbe far circolare, di cui la Grillo non si cura minimamente, dovrebbe essere invece riguardo alla possibilità, se attuata in tempi rapidi, di invertire il processo. Se la donna si pente, esiste una via biochimica per eliminare l’effetto del mifepristone (la sostanza antiprogestinica contenuta nella RU486) e salvare il bambino. Di Abortion Pill Reversal negli USA si parla apertamente, in Italia non molto in verità.
Chiunque chieda di aumentare il numero di aborti chimici nel Paese è di fatto la proiezione politica dei topi di fogna. E dei loro banchetti a base di carne umana innocente
Chiaramente, non nutriamo speranze in merito: sappiamo che i 5S sono al traino del pensiero radicale (aborto, eutanasia, matrimoni omosessuali e «fra specie diverse purché consenzienti» – quest’ultimo copyright on. Carlo Sibilia) e, cosa ancora più grave, non sanno nemmeno bene perché.
Abbiamo detto.
Come Burioni, non resta che augurare al ministro Grillo «buon lavoro».
Tuttavia avrete anche capito per quali buone ragioni siamo – incredibile ma vero – molto meno ottimisti di Burioni.
Politica
Il principe Ranucci e i grembiuletti rossi: favola dell’estate
È stata senza ombra di dubbio la storia-tormentone dell’estate 2026. Sapete, ogni anno, con la stagione delle vacanze, emerge una vicenda, che ha tinte di giallo e/o rosa, tiene impegnati i giornali e in teoria anche l’opinione pubblica. È la traslazione giornalistica del «Tormentone estivo», concetto musicherello introdotto nei primissimi anni Sessanta da Nico Fidenco («Legata ad un granello / di sabbia») e proseguito con Edoardo Vianello («Siamo i Vatussi / gli altissimi negri»), Donatella Rettore («Voglio andare ad Alghero / in compagnia di uno straniero»), i Righeira («Vamos a la playa / oh oh oh oh»).
Il tormentone estivo giornalistico del 2001 fu la storia dell’arcivescovo Milingo e della moglie coreana Maria Sung, uniti in matrimonio dal reverendo Moon. Nel 2002 vi era il delitto di Cogne. Nel 2004 la scomparsa di Denise Pipitone, nel 2022 la rottura tra Totti e Ilary, nel 2024 il caso del ministro Sangiuliano e della pompeiana Boccia. Sono solo esempi, per far capire: il mistero e il crimine si alternano, o si fondono, con questioni familiari, erotico-amorose, o giù di lì.
Il tormentone 2026 è, senza dubbio, quello del giornalista Sigfrido Ranucci, sovrano re di Report. Dobbiamo capire che quella del Ranucci – che già di per sé parte con, spiegava bene l’ex sindaco sceriffo di Salerno ed ex governatore della Campania Vincenzo de Luca, un nome «nibbelungigo» – era una storia da ascriversi alla categoria della favola.
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Eccerto: il principe Ranucci guidava l’esercito della giustizia italiana. Per il popolino piddino, e non solo, Report rappresentava la vera autorità di giudizio della Nazione: un’illazione lanciata in un servizio della trasmissione valeva più di mille sentenze di Cassazione. Se il principe Ranucci, con l’eterno placido sorrissetto, la camicia per qualche ragione scollacciata, la erre moscia unita alla zeta talvolta problematica («Rendsi»), diceva una mezza cosa, si poteva star certi che era vero e giusto. Perché Report non temeva nulla, e lo faceva per il bene della verità e del popolo. Report era Robin Hood. Come non fidarsi?
Chi scrive, e chi legge, magari sarà pure caduto una volta nella trappola: «oh bravi, finalmente attaccano sull’OMS!» Poi, usciti dallo stordimento televisorico (la TV è fatta per questo: per narcotizzarvi, inzigarvi, ipnotizzarvi) uno ci ripensa: ma davvero, con l’ondata di morte e di follia sulle strade, menano il torrone per mesi sulla storia del paper pandemico fatto ritirare? Sarebbe questa la verità? Sarebbero questi gli eroi?
Gli eroi, i cavalieri del principe Ranucci, sembrano godere di una libertà assoluta: le accuse fatte negli anni ad individui ed istituzioni saranno costate un numero spropositato di querele, ma questi vanno avanti comunque – chiaro che qui parliamo quasi per invidia, perché chi fa un giornale sa che la libertà di parola esiste solo se c’è un grande editore che ti paga le spese processuali, e in questo caso il grande editore siamo noi, i contribuenti. Beati.
Gli stessi cavalieri reportisti, ha scritto Il Tempo, godrebbero anche di un altro privilegio pazzesco: uno stipendio lordo spropositato, una cifra alla quale non sappiamo se vogliamo credere. Certo che è partita subito la smentita: sono delle partite IVA, ci sono i costi operativi. Ci sono i viaggi (facciamogli scoprire Ryanair e AirBnB) il noleggio di mezzi (tipo?) il montaggio (che se non si fa in RAI, si fa a casa con un portatile) e troupe (ma davvero vanno via con più di un cineoperatore? Noi avevamo ammirato servizi se sembravano davvero fatti dal giornalista da solo, una telecamerina per fare i totali e altre due sul tavolo per i primi piani: fantastico).
Il costo al contribuente, immaginiamo, non sarebbe solo fatto di queste cifre (che terrebbero in piedi, cadauno, chissà quante piccole testate) ma quello degli avvocati delle battaglie reportistiche: tutti i servizi che partono da qualsiasi argomento, e che arrivano inevitabilmente ai fahashistih e alla ‘Ndrangheta, con nomi e cognomi, qualche querela l’hanno mica tirata su?
Che importa, tuttavia, all’Italiano suddito dello Stato-partito: l’eroismo ha i suoi costi. Ai cavalieri andrà pure finanziata l’armatura, e magari pure un castelluccio, no? La favola dei reporterri vendicatori, gli Avengers dell’informazione democratica, deve andare avanti. In essa è contenuto un significato più grande: quello della veridizione della TV e quindi dello Stato stesso. Se c’è qualcuno che dice il vero, allora il sistema non è totalmente marcio – qualcosa va ancora creduto.
Non stiamo parlando di bazzecole: è in gioco più dell’informazione, dell’intrattenimento, dello scandaletto fomentato da ogni servizio. È in gioco la credibilità stessa del potere dello Stato-partito. Qualcosa che non ha prezzo, perché se questa viene a mancare, esso perde tutto, perché senza il collante della fiducia, pur minima, può essere disobbedito, rovesciato, disintegrato. La favola, la narrazione, serve a questo.
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Ora, con quello che si è scoperchiato quest’estate la favola sembra aver ceduto il passo ad altri generi narrativi. In particolare, la storia di Report sembra essersi agganciata al cosiddetto «cinema di genere», specialmente italiano – quei filoni di cinema infimo prodotto intorno agli anni Settanta, che hanno purtroppo numerosi sostenitori, che si dividevano in varie celebri sottocategorie.
C’era, ad esempio, la commedia sexy (Giovannona Coscialunga disonorata con onore, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, Spaghetti a mezzanotte, Cornetti alla crema), erede italiana del vaudeville, genere teatrale del XVII secolo: intrighi con mogli, amanti nascosti nell’armadio, etc. Impossibile non pensarvi leggendo le ultime, con le compagne dei protagonisti coinvolte nella vicenda. Dalle intercettazioni, la compagna italo-argentina del faccendiere avrebbe scoperto che questo aveva un’amante estetista brasileira, facendo partire l’erinnica furia e la spontanea presentazione ai magistrati.
Il lato sexy è arricchito, e reso contorto, dal riaffiorare di un libro classificato come autobiografico di Ranucci (ma che davvero?) che, definito dalla fondatrice di Report Milena Gabbanelli come «un gran rubacuori» (ma che davverodavvero?). In una trasmissione dove Ranucci è intervistato viene letto un passaggio: una stagista della trasmissione «si toglie la camicia, si sfila le scarpe, sbottona i pantaloni aderenti facendoli scivolare giù, con un sinuoso ondeggiare dei fianchi. La sua pelle liscissima tradisce una cura ossessiva per il corpo. Dopo aver indugiato con malizia, perché ispezioni ogni centimetro del suo corpo, sale su di me allunga la mano destra a coprirmi occhi e bocca. In pochi minuti raggiunge l’orgasmo».
Risatine e qualche applauso del pubblico in sala. «Ma dico scusa, dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fate fare?» sbotta il Ranucci. Il pubblico intelligentissimo sghignazza e batte le mani più sonoramente.
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Tuttavia nel libro, che parlarebbe di inchieste ma che sarebbe costellato di racconti personali come questo, vi sarebbero pennellate molto più oscure. Nel testo viene narrato l’incontro con la stagista della trasmissione, la successiva relazione, la gravidanza interrotta (come?) e la tragica morte della donna, investita da un’auto nel 2014. La donna avrebbe scoperto sull’iPad un’email ad un’altra donna. La ragazza sarebbe fuggita dalla stanza di albergo venendo investita da un SUV.
Selvaggia Lucarelli, of course, ci è zompata sopra. Ranucci si è difeso dicendo che si stava fraintendendo una parte romanzata del memoir. Noi non sappiamo che dire, e rimaniamo con le domande: perché un giornalista in un libro di retroscena delle inchieste che ha seguito deve aggiungere passaggi sulla sua vita erotica? Non è terrificante la storia della morte della ragazza? Perché raccontarla così?
C’era poi in Italia un altro genere dei filmacci di genere, ed era quello degli spy movie all’italiana, detti anche «Eurospy», che erano di fatto cloni degli 007 che vedevano in quegli anni successi strepitosi (Agente 077 missione Bloody Mary, Agente 077 dall’Oriente con furore e Missione speciale Lady Chaplin): lo stesso Quentin Tarantino, genio storico-cinematografico oltre che cinematografico tout court, ha reso omaggio al filone nel capolavoro recente Once Upon a Time in Hollywood.
Ebbene, la storia del finto attentato a Ranucci, che sarebbe stato organizzato per propellerlo verso la politica sino alle altissime sfere dello Stato – il principe diventa tale! – sembra tratta da lì, da una cattiva pellicola di spie. Tanti elementi ci sono: il complotto, la manipolazione dell’opinione pubblica mentre il manovratore manovra dietro le quinte, l’intrigo internazionale, con proprietà in Zimbabwe e in Africa. C’è pure l’archetipica figura dell’henchman, lo scagnozzo grande e grosso che protegge il villain cervellone del piano diabolico: ecco un immenso camerunense con nome portoghese, che, dicono i giornali, sarebbe una bodyguardia con addestramento militare nelle forze speciali di chissà quali Paesi, dice al Corriere un ex socio zimbawiano del faccendiere. Ora è latitante in Africa: è stato accusato dalla Procura di Roma di essere stato l’intermediario chiave e l’organizzatore logistico dell’attentato dinamitardo
Beh, c’è questo selfie, del 2022, dove il principe Ranucci sta con la presunta «spalla» della presunta Spectre del ristorante Cefalù (dove, nelle paparazzate risalenti, era finito pure tra i due amiconi anche l’immancabile figura vaticana, monsignor Gianni Fusco, avvocato rotale e docente di teologia). Confidando a Lavitola di trovarsi in un momento di forte difficoltà, Sigfrido gli aveva chiesto ironicamente come battuta: «Me lo puoi prestare?», scherzando proprio sulla sua imponente stazza fisica e sulle sue capacità di guardia del corpo.
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Ma veniamo al main character: Lavitola, a chi scrive e chi legge i giornali, e alla magistratura era notissimo: da anni. L’uomo ha una lunga storia di inchieste e condanne passate. Prima dell’arresto per il caso del presunto attentato a Sigfrido Ranucci, il suo nome è rimasto legato per anni a diversi filoni d’indagine e scandali politici della Seconda Repubblica.
Lavitola fu coinvolto riguarda la «casa di Monte Carlo», uno scandalo politico che scosse la politica italiana nell’estate 2010, durante il quarto governo Berlusconi, e che contribuì alla fine della carriera politica di Gianfranco Fini, allora presidente della Camera. «Nel settembre di quell’anno il quotidiano diretto da Lavitola pubblicò un documento del governo dello stato caraibico di Saint Lucia, diffuso poi da altri quotidiani. Secondo quel documento il vero proprietario di una società off-shore che aveva comprato da Alleanza Nazionale un appartamento nel principato di Monaco era Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, che in quella casa abitava», ricorda Il Post.
Fu poi condannato per tentata estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi a 2 anni e 8 mesi, con richieste di denaro all’ex premier per non divulgare informazioni sul cosiddetto «caso escort» alle «cene eleganti». Nel 2014 fu condannato in via definitiva per tentata estorsione a un anno e quattro mesi.
Per la sua attività giornalistica ed editoriale con L’Avanti!, testata un tempo del Partito Socialista Italiano, è stato condannato a tre anni e otto mesi di reclusione nel 2015 per finanziamenti pubblici illeciti attraverso società riconducibili a lui. Al rientro in Italia nel 2012 ricevette anche un’ordinanza di custodia cautelare legata alla truffa sui finanziamenti pubblici all’editoria per la gestione del suo quotidiano. Fu quindi radiato dall’albo dei giornalisti.
E quindi, il principe del giornalismo italiano, va a cena con uno radiato al sacro albo del mestiere? (Quello a cui uno dei cavalier serventi ranucciano, la vegana santorina Giulia Innocenzi, dopo aver fallito l’esame da professionista, effettivamente non è iscritta)
E qui veniamo al vero problema di fondo secondo noi. Lo scandalo non riguarda tanto il caso giudiziario: quello che rileva è la dissonanza cognitiva: questa è la compagnia dei principi? Ma James Bond va a cena con la Spectre? Si fa i selfie con i suoi esponenti?
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Il problema, per i giornali e forse per tutti, in verità è tutto qua. Se il principe è amichetto del drago, mica è più una favola, né un film di genere.
Epperò Renovatio 21 ricorda un altro dettaglio che apre ad altri scenari. E altre domande.
Lavitola ce lo ricordiamo soprattutto per lo scandalo «panamense» di inizio anni Duemila, una storia di presunte tangenti a politici locali per la costruzione di carceri e l’acquisizione di appalti ed elicotteri. Qui Lavitola sarebbe arrivato allo stesso presidente di Panama, Ricardo Martinelli. In quegli anni giornali di sinistra ne parlarono moltissimo, perché pensavano fosse un modo per colpire Berlusconi, tanto più che Lavitola avrebbe soggiornato con il presidente mesoamericano nella mitica Villa Certosa, l’indimenticabile magione berlusconiana sarda con vulcano finto e tunnel sottomarino per il sommergibile di Putin (quest’ultima forse una leggenda metropolitana, mentre del vulcano fake, azionabile col telecomando, incredibilmente non vi è alcuna foto).
È raccontando del tempo trascorso in Sardegna da Lavitola e Martinelli che esce qualcosa di interessante.
Scrive il Corriere della Sera del 17 aprile 2012: «le intercettazioni svelano come Lavitola abbia “pagato le vacanze del presidente Martinelli e altre tre persone in Sardegna dal 18 al 21 agosto 2011 all’hotel Cala di Volpe”». Lavitola e un manager di grande impresa pubblica intercettati quindi «”concordano il 18 agosto come giorno per fare l’incontro con il premier a Villa Certosa”. In realtà Berlusconi non va in Sardegna ma gli ospiti vengono accolti comunque nella residenza presidenziale e agli atti è allegata una telefonata dello stesso Berlusconi a Lavitola».
«Poi il faccendiere parla con Martinelli, lo chiama “fratello” e, sottolinea il giudice, “si raccomanda con il presidente panamense di fare delle foto da inviare al suo giornale per dimostrare che è stato ospite di Berlusconi”».
I giornalisti corrieristi autori del pezzo finivano l’articolo così, con tale petardo. «Fratello». Era perché si volevano davvero bene? Era un’«amicizia fraterna», come quella tra Ranucci e il faccendiere, così come definita ripetutamente sui quotidiani ora?
Oppure «fratello» significava qualcosa d’altro? C’è da dire che il Lavitola non è che abbia fatto mistero di certe sue passione per la fratellanza.
Scrive SkyTG24 nel 2011: «”mi sono iscritto alla massoneria a 18 anni” – Sollecitato dai giornalisti presenti in studio, ha raccontato dell’iscrizione, a 18 anni, alla massoneria. “Mi sembrò, leggendo un libro, che fosse il miglior apprendimento per imparare a stare zitti”. “Per quasi due anni sono stato apprendista, il grado più basso – ha ricordato Lavitola – e non conosco gli altri gradi. In quel periodo la mia famiglia ebbe grossi problemi finanziari tanto che furono altri a pagarmi la quota per la Loggia».
Panama, come tutti i Paesi sudamericani, hanno delle élite dove i grembiuletti abbondano.
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A questo punto si è inserito, a luglio lo stesso Grande Oriente d’Italia. «Ranucci ha riabilitato l’amicizia con i massoni», ha dichiarato a Il Foglio il gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. La cosa, dice il venerabile Antonio Seminario «non ci dispiace. Ma nemmeno gli chiediamo di esserlo. Però sa, tutto questo è soltanto un riflesso del nostro magnifico Paese».
Tutto vero: magnifico Paese fondato dai massoni con una guerra anticattolica ottocentesca, poi continuata con la fratricida Grande Guerra Mondiale, e poi ancora con trame che, fa Licio Gelli a certe oscurità calabresi e sicule, non si sono esaurite mai.
Il venerabile Seminario (che è una vertice della massoneria italica, non un evento educativo: tuttavia immaginiamo la vertigine semiotica di un seminario condotto dal Seminario) reagiva ad un audio privato pubblicato da La Verità, dove il Sigfrido parlava della presenza di «mafia e massoneria dentro la RAI».
«Anche dentro la Rai c’è un po’ di mafia, un po’ di massoneria (…) è da dentro che si fanno le battaglie». Epperbacco.
Cioè fateci capire. Cioè dentro-dentro? Quanto vicino? Cioè solo dentro, o anche fuori?
Che film stiamo vedendo? È solo un dramma di un uomo di successo che cade in disgrazia? Sigfrido e la sua Götterdämmerung, il crepuscolo degli dei del goscismo audiovisivo nazionale a spese del contribuente?
Oppure intorno alla favola del principe Ranucci, e in quella più vasta di quelli col grembiuletto rosso, c’è qualcosa di più?
Qualcosa che, nell’Italia Bella Addormentata, non si può ancora dire?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Arezzo TV via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
Politica
«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente
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- Indro Montanelli — decano del giornalismo italiano, cantore a suo tempo del colonialismo italiano
- Angelo Panebianco — politologo, editorialista del Corriere della Sera (il giornale del conservatorismo italiano, tipo)
- Rita Levi-Montalcini — scienziata, Premio Nobel, senatrice a vita, attivista abortista
- Antonio Baldassarre — costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale
- Maurizio Costanzo — presentatore e giornalista, già nelle liste della P2
- Lucio Dalla — indimenticato cantautore felsineo, associato talvolta all’omosessualità (mai dichiarata) o all’Opus Dei (smentito)
- Margherita Hack — astrofisica televisiva, ateissima, figlia di pionieri italiani della Teosofia
- Umberto Veronesi — oncologo «laico», già ministro, teorizzatore di un futuro bisessuale con il laboratorio come unica forma di riproduzione di individui sani
- Danielle Mitterrand — vedova del noto presidente francese (cioè la vedova-vedova, non una delle amanti)
- Franca Rame — attrice e moglie di Dario Fo, poi eletta al Senato nel 2006 con il partito biodegradabile Italia dei Valori (IdV) guidato da Antonio Di Pietro.
- Edoardo Bennato — popolare cantante partenopeo
- Franco Battiato — esoterico cantante etneo
- Raffaele La Capria — scrittore e sceneggiatore dei film di Francesco Rosi
- Oliviero Toscani — fotografo e pubblicitario dei Benetton, figlio del fotografo che fece gli scatti dei cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto
- Caterina Caselli — cantante e soprattutto discografica milanese
- Bernardo Bertolucci — regista premio Oscar, con alcuni film che ci chiediamo come possano essere passati sugli schermi per i contenuti allucinanti (e non parliamo di Ultimo Tango a Parigi, ma, ad esempio, de La luna)
- Catherine Spaak — attrice, cantante, conduttrice televisiva e ballerina belga naturalizzata italiana
- Claudia Koll — attrice di una pellicola di Tinto Brass, poi convertitasi al medjugorismo.
- Iva Zanicchi — cantante detta «l’Aquila di Ligonchio», storica conduttrice della trasmissione di Rete 4 «Ok il prezzo è giusto»
- Mario Monicelli — regista, poi finito suicida
- Claudia Cardinale — attrice italo-tunisina, moglie di un regista senatore di Alleanza Nazionale
- Vittorio Gassman — attore, che dichiarava la depressione e la sua cura psichiatrica apertis verbis.
- Marco Tardelli — ex calciatore trionfatore del Mundial del 1980
- Giorgio Celli — etologo televisivo bolognese
- Salvatore Veca — filosofo della politica punto di riferimento filosofico della sinistra non marxista
- Ernesto Illy — fedele valdese e imprenditore del caffè
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Politica
Trump: l’Irlanda sarà riunificata
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha predetto che la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, che fa parte della Gran Bretagna, finiranno per riunirsi.
La Repubblica d’Irlanda divenne indipendente dalla Gran Bretagna nel 1922, mentre sei contee del Nord-Est rimasero nel Regno Unito e formarono l’Irlanda del Nord.
Dopo l’incontro di sabato a Dublino con il primo ministro irlandese Micheál Martin, Trump ha detto ai giornalisti che gli piacerebbe «vedere l’Irlanda riunificata». «Penso che sarebbe un grande successo per tutti se ciò accadesse. Accadrà prima o poi. Tanto vale che accada ora», ha aggiunto, indicando in Martin «l’uomo giusto… per dare il via al processo».
Pur ammettendo che «il Regno Unito avrà ovviamente qualcosa da dire al riguardo», Trump ha ribadito che un’Irlanda unita «sarebbe una cosa fantastica», aggiungendo di essere «amico» con il primo ministro irlandese e definendo i rapporti tra Washington e Dublino i migliori di sempre.
Più tardi, nella residenza dell’ambasciatore statunitense, Trump ha riconosciuto che le sue parole potevano essere controverse, osservando che «è una di quelle domande per cui, a prescindere da ciò che si dice, non esiste una risposta valida».
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All’inizio dell’anno aveva già parlato di una possibile «fusione» tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, richiamando il buon rapporto tra Martin e la vice prima ministra dell’Irlanda del Nord Emma Little-Pengelly.
I predecessori di Trump alla Casa Bianca hanno sostenuto lo status quo fissato dall’Accordo di Belfast del 1998, mediato dagli Stati Uniti e noto anche come Accordo del Venerdì Santo. Quell’intesa mise in gran parte fine a circa trent’anni di violenza politica in Irlanda del Nord tra l’IRA e altri gruppi minori favorevoli alla riunificazione con l’Irlanda, i gruppi lealisti che volevano restare nel Regno Unito e le forze di sicurezza britanniche.
L’accordo prevede un percorso verso la riunificazione se la maggioranza in Irlanda del Nord lo sostenesse. In quel caso il Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord dovrebbe indire un referendum.
Sabato, in un post su X, Gavin Robinson, leader del Partito Unionista Democratico, ha criticato le ultime parole di Trump. «Il presidente Trump sa meglio di chiunque altro che le elezioni contano… L’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito perché questa è la volontà democratica consolidata del suo popolo», ha scritto. L’Irlanda del Nord «continuerà a scegliere il Regno Unito e la sicurezza che offre».
Durante la sua prima visita in Irlanda del Nord il mese scorso, anche il primo ministro britannico Andy Burnham ha definito un referendum sulla riunificazione «fuori discussione».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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