Pensiero
Giorgia Meloni tace davanti al «figlio» di Castro
Grazie a Justin Trudeau abbiamo avuto una bella dimostrazione di cosa sia ora al governo in Italia.
Come noto, il Trudeau avrebbe teso al premier Meloni una piccola imboscata nel suo incontro bilaterale al G7 di Hiroshima.
Secondo quanto riportato dai media canadesi, Trudeau ha esordito dicendosi «preoccupato da alcune» delle posizioni «che l’Italia sta assumendo in merito ai diritti LGBT». Il Presidente del Consiglio italiano, stando alla nota diffusa dal Canada, avrebbe risposto «che il suo governo sta seguendo le decisioni dei tribunali e non si sta discostando dalle precedenti amministrazioni».
L’ANSA riporta le reazioni delle sue «fonti italiane». «Quella di Justin Trudeau sui diritti LGBT è stata una frase “sorprendente”. Lo riferiscono fonti italiane spiegando che l’incontro a margine del G7 di Hiroshima era stato preparto dalle due diplomazie e il tema non era uno degli argomenti chiave del bilaterale».
«La presidente del Consiglio, ribadiscono le stesse fonti, ha risposto a Trudeau che non è cambiato nulla e non c’è nulla di cui preoccuparsi. Un episodio cominciato e finito lì nella fase iniziale dell’incontro, che è andato bene. Si è passati, sottolineano le stesse fonti, rapidamente ad altro.
In seguito, in conferenza stampa, la Meloni dice che la dichiarazione di Trudeau è stata «un po’ avventata, ma ne siamo venuti a capo». Anzi, l’aggressore diventa vittima: «Credo che Trudeau fosse vittima di una fake news e lui stesso se n’è poi reso conto».
«Questo accade quando si è particolarmente vittime della propaganda che non corrisponde alla verità. Sono cose che possono accadere». In pratica, Giorgia dice: stiamo lavorando anche noi per il nuovo mondo NATO-LGBT, altrimenti non sarei qui ad Hiroshima, a fare gli occhi dolci a Biden (era quella che al vegliardo della Casa Bianca sull’Ucraina aveva detto, un anno fa, che gli avrebbe detto che «non saremo i muli da soma dell’Occidente»?) e re-incontrare, dopo una manciata di giorni dal festone di Roma, il Volodymyr Zelens’kyj in tour mendicante (più denaro! Più armi!) anche a Hiroshima, e ci sembra giusto: nella prima città del martirio atomico, ecco che bisogna accogliere uno che vuole trascinare il mondo nell’Armageddon termonucleare. Non una grinza.
Trudeau vittima delle fake news, sì, eccerto: perché il ruolino di marcia della Cultura della Morte Giorgia non lo tocca nemmeno per ischerzo, e anzi v’è chi sospetta che le è stato permesso di arrivare lì per quello.
Ricordate? Appena eletto, fu ribadito dalla sorella che lei era a favore dell’aborto – tema padre di quello LGBT – poi il compagno ribadì che Peppa Pig con due mamme lui alla figlia glielo farebbe vedere.
Non bastò: nel suo primo discorso al Parlamento, ecco che Giorgia si produce in quello che abbiamo chiamato l’inchino a Moloch: il feticidio di Stato non si tocca, punto. L’immutabilità della 194/78 viene quindi ribadita dal suo ministro della Famiglia, che in gioventù aveva fatto parte di un gruppo femminista e scritto il manuale Aborto facciamolo da noi, per poi divenire, per ragioni che sa spiegarvi solo Renovatio 21, proiezione politica gradita all’episcopato alle consorterie residuali neodemocristiane.
Non preoccuparti, o mondo. Anche a Roma stiamo lavorando per la dissoluzione, al nostro ritmo. Niente leggi «omofobe» per la libertà di espressione, figurarsi: anzi seguiamo quello che dicono i giudici – di cui oramai si confessa spudoratamente la supplenza politica per i temi bioetici – e in Italia sappiamo cosa vuol dire (avete presente, la Consulta, negli ultimi mesi: e gli assist servitile dal governo melonico).
È, di fatto, disperante. E non solo per quelli che si erano illusi che con la «destra» al potere, cioè quella che si è fatta anni, decenni di «opposizione» al sistema, sarebbe cambiato qualcosa rispetto a Draghi, Conte, Gentiloni, Renzi, Letta, Monti (quest’ultimo votato con passione dalla Meloni del 2011, e pure dal suo straripante sottosegretario alla Presidenza, il leccese Alfredo Mantovano, en passant, l’ex magistrato, «cattolico» fece la tesi di laurea sulla 194 nel 1981).
Nulla cambia: continua la catastrofe biologica e morale. Il gattopardismo della Necrocultura nazionale è vivo e passeggia anche ad Hiroshima al guinzaglio del Patto Atlantico.
Tuttavia, non di questa disfatta, pienamente comprensibile per chi ha capito il personaggio e il quadro storico, vogliamo dire qualcosa.
Vorremmo, in verità, dare qualche suggerimento per la prossima volta che Giorgia incontrerà il Justino, che la leggenda internautica vuole sia figlio biologico di Fidel Castro (i Trudeau erano una coppia libera: lui strambo premier di Ottawa, lei giovanissima amante dei party allo Studio 54 di Nuova York, all’epoca discoteca del degrado più indicibile).
La voce è talmente insistente, con in genere accompagnamento di foto a due, che nel 2018 il Canada fece una smentita ufficiale – che, come noto, è una notizia data due volte, e infatti non convinse nessuno degli utenti della rete, che tirarono fuori una foto in cui il Fidel lo porta in braccio da bambino all’aeroporto dell’Avana. (Il Canada, a differenza degli USA, non aveva l’embargo con Cuba, e quindi agiva da valvola politica e aerea con l’isola)
Ma la Meloni non è che deve rispondergli con la genetica famigliare, anche se il MSI ci ha campato per decenni con la campagna anticastrista. Invece, di base, ha taciuto.
Ci sono cose un po’ più serie da dire a Trudeau junior. Più serie anche delle fandonie della politica omosessualista globale. Perché il Canada è il Paese dove non i diritti LGBT, ma lo Stato di diritto stesso è venuto meno. Altro che la Cuba di Castro.
Vogliamo ricordare, la protesta dei camionisti? Gli arresti, le requisizioni? Lo Stato che arriva a bloccare le raccolte fondi su internet, per poi passare – incredibile – al congelamento dei conti correnti di chi protestava? È la grande prova della guerra finanziaria totale contro il popolo stesso: furono bloccati perfino i conti online in criptovalute.
Ricordiamo la fuga di Trudeau dalla capitale, e la caterva di insulti e falsità – quelle sì erano fake news, di Stato – che riversò ancora una volta sui manifestanti, accusati di essere nazisti?
Il Canada pro-LGBT è lo stesso che manda in piazza con lo striscione dei nazi-banderisti ucraini la vicepremier Chrystia Freeland, architetto della repressione bancaria contro la dissidenza? Sì la Freeland: la stessa che a Davos quattro mesi fa disse che c’è bisogno della guerra per rilanciare l’economia globale.
Il Canada che ha addestrato le milizie neonaziste ucraine, con scandalo di alcuni giornali canadesi e del Centro Wiesenthal?
Vogliamo rammentare, per un attimo, le proposte di tassazione maggiorata per i non vaccinati? La loro esclusione dall’acquisto di alcolici?
E non è che la Meloni al Castreau junior può anche dire, con l’accento della Garbatella «abbelloh, ma che te parli de diritti, che te stai ad amazzà tutta aa popolazzione?»
Non sarebbe inesatto. Il Canada è divenuto Paese capofila del fondamentalismo eutanatico. Chiedi di morire, e lo Stato ti uccide.
Sei disabile? Chiedi, e lo Stato ti ammazza.
Sei malato? Chiedi, e lo Stato ti ammazza.
Sei senzatetto? Chiedi, e lo Stato ti ammazza.
Sei depresso? Chiedi, e lo Stato ti ammazza.
Sei carcerato? Chiedi, e lo Stato ti ammazza.
Sei veterano disabile? Lo Stato può arrivare a proporsi di ucciderti, anche se non glielo chiedi. Tutto perfettamente normalizzato, con buona pace degli obiettori coscienza.
E attenti: perché, prima di spegnerti il cuore, lo Stato canadese di asporta gli organi: ecco il segreto del leader mondiale della «donazione» – cioè della predazione – degli organi. Siamo dalle parti della «morte per donazione», ossia l’eutanasia per predare gli organi.
Nessuno è escluso da questa follia. Non i vecchi, non i bambini (e parliamo anche dei neonati), non i malati, non i sani. Ogni anno le cifre divengono sempre più allucinanti, anche grazie al lockdown: una motivazione accettabile, per i pazienti delle case di cura canadesi, è la stanchezza da lockdown. E poi, come nascondere il risparmio di danaro pubblico?
È un furore continuo, uno sterminio legale che oramai è considerato al limite del sacro. Oramai, ci si scherza con i video sui social: «nonna, sei eccitata all’idea di morire?». I bambini a scuola colorano libri sulla MAiD, come la chiamano lì: l’assistenza medica nella morta.
E non si pensi sia solo una questione di leggi e di governo: abbiamo assistito increduli al lancio di un costoso, immaginifico spot da parte del primo gruppo pronto moda canadese che celebrava il suicidio assistito, dove qualcuno ci ha visto perfino dei riferimenti al «gioco» della Blue Whale.
Leggi perverse, creano popoli perversi: il 30% dei canadesi oggi è d’accordo con l’eutanasia per i poveri.
Siamo all’eugenetica bancaria, l’Aktion T4 da conto corrente, lo stipendio basso come sintomo di quella che i tedeschi chiamavano Lebensunwertes Leben, «vita indegna di essere vissuta».
Nonostante in Canada con il COVID siano tornati i lager, bisogna pure ammetterlo: i nazisti non erano arrivati a pensare di uccidere i non abbienti.
Ad un’idea talmente allucinante ci può arrivare, e anche con grande tranquillità, un potere immerso nel mondialismo più infame, o meglio, un governo «penetrato» (parole di Klaus Schwab) dal World Economic Forum. Perché è impossibile non notare l’allineamento, anche piuttosto osceno, tra Trudeau e l’establishment canadese e il WEF, qualcosa che è stato ammesso di recente anche dal nuovo premier dell’Alberta Danielle Smith, che dopo aver chiesto scusa ai non vaccinati, ha confermato uno strano legame tra il World Economic Forum e il sistema sanitario statale.
Abbiamo visto, in concomitanza con le proteste dei camionisti antivaccinisti a cui toglievano il conto, come le banche canadesi, citando proprio Davos, stessero lanciando l’ID digitale unico con il governo di Ottawa.
Era con probabilità parte di un piano più grande. Documenti condivisi dal sito Rebel News hanno mostrato che nel dicembre 2020 l’allora ministro degli Affari globali Christia Freeland ha descritto il piano canadese di utilizzare il COVID-19 come leva per aderire agli obiettivi del World Economic Forum (WEF) di Davos, l’ente creato da Klaus Schwab.
Perché la Freeland, va ricordato, è parte del board del WEF. E il suo guru Klaus Schwab non ha mai nascosto che tra i governi «penetrati» dal WEF con il suo programma Young Global Leaders, quello di Trudeau è un bell’esempio, con 5 o 6 ministri tirati su a Davos.
Non abbiamo pensato ad una coincidenza quando abbiamo visto Trudeau, in collegamento ad una riunione ONU nel disastro del 2020, usare letteralmente l’espressione «Grande Reset», così, apertis verbis, senza dissimulazione alcuna. Perché il Canada, anche per il Grande Reset, è oramai chiaramente il Paese pilota.
La memoria di chi ci segue da un po’ non può che andare a quella «strana lettera dal Canada» pubblicata da Renovatio 21 oramai tre anni fa, dove un sedicente politico, anonimo, scriveva ad un sito per raccontare di un programma di cambiamento sociopolitico massivo in via di caricamento nel Paese (al punto da essere già spiegato a rappresentati di tutti i partiti con corsi appositi) e fors’anche nel mondo tutto: sottomissione ai diktat pandemici ed emarginazione anche fisica finale dei dissidenti, sparizione dei debiti, ma anche della proprietà privata.
Non avrai nulla è sarai felice: basta che tu ci obbedisca ciecamente. Altrimenti…
Ecco, un po’ di argomenti – un po’ tanti – con cui un premier sincero-democratico poteva rispondere a Trudeau ci erano. Ma non è andata così.
Il lettore riesce a capire perché?
Roberto Dal Bosco
Immagine screenshot da YouTube
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine generata artificialmente
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