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Leggere Dostoevskij per comprendere il presente (e anche il futuro)

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Lo spettacolo indecoroso cui stiamo assistendo non è inedito, anche perché i suoi ingredienti fondamentali ne fanno solo una replica – con qualche sostituzione degli attori nelle parti secondarie – di quello a cui assisteva con sconsolata lucidità Dostoevskij, e che annotava nel suo Diario.

 

Aveva sotto gli occhi l’ingrossarsi come un fiume in piena della «questione d’Oriente». Quando cioè centinaia di migliaia di cristiani venivano massacrati nella indifferenza delle potenze occidentali concentrate nell’accaparramento di propri vantaggi territoriali dalla dissoluzione dell’impero turco, e quindi quasi ansiose che la pulizia etnico religiosa fosse portata a termine, quale arma di contenimento della Russia. Questa, infatti, una volta tolto di mezzo l’Impero Ottomano «si getterà sull’Europa e ne distruggerà la civiltà».

 

«Si mentiva spudoratamente su tutto, allo scopo di eccitare all’odio le masse del popolo non contro i massacratori musulmani, ma contro il presunto imminente nemico».

 

Così come oggi, per bocca di mentitori seriali televisivi, la guerra travestita e preparata dagli Stati Uniti su una terra di confine, per avviare la guerra contro la Russia, capovolge fatti e responsabilità.

 

«E per di più in Europa si negano i fatti», scriveva il nostro autore, «li si smentiscono nei Parlamenti, non si crede, si fa finta di non credere: no, non è successo, è esagerato, sono loro stessi, i bulgari, che hanno trucidato sessantamila dei loro per accusare i turchi». Forse prendendo spunto dal memorabile «Eccellenza, Lei si è frustata da sé» che si legge nell’Ispettore generale di Gogol’.

 

Lo stesso paradosso che non solo viene servito con imperturbabile sfrontatezza dai cucinieri occidentali e dai loro alleati ad est, ma anche digerito beotamente dalle moltitudini teleemancipate. Non per nulla, e per l’eterno ritorno dell’uguale, a queste, comprese forse anche quelle tedesche, è apparso subito evidente che, con straordinario slancio autopunitivo, anche i gasdotti siano stati messi fuori uso dai legittimi proprietari, come le popolazioni russofone del Donbass si siano state autoperseguitate e uccise nel corso di quasi un decennio. Tutti del resto conosciamo una vecchia metafora un po’ scabrosa su certe possibili vendette coniugali autolesioniste che è sconveniente citare per esteso.

 

In quei fatti Dostoevskij ravvisava «l’ultima parola di una civiltà dopo diciotto secoli di evoluzione, di tutta quella umanizzazione del genere umano per cui l’Europa ha distrutto il commercio dei negrieri e il dispotismo, ha proclamato i diritti dell’uomo, creato la scienza, celebrato l’anima umana con l’arte, promesso agli uomini giustizia e verità, per poi voltare le spalle ai cristiani massacrati per ordine del sultano».

 

Del resto, vale la pena di ricordare come qualche decennio dopo quei fatti, con lo stesso cinismo, gli evoluti occidentali abbiano voltato le spalle anche di fronte al genocidio armeno sul quale rimane steso a distanza di più di un secolo un imbarazzante e imbarazzato silenzio, a fronte del clamore attivato su quello hitleriano, almeno finché il suo ricordo è tornato utile. Infatti, ora anche Auschwitz rischia di tornare in penombra perché, se da un lato i tedeschi hanno interiorizzato la colpa fino a cambiare pelle, mettere da parte ogni orgoglio e memoria identitaria, per adattarsi infine anche alla nuova povertà energetica ed economica, dall’altro il nuovo nazismo ucraino a uso e consumo angloamericano viene alimentato e potenziato in vista di una nuova ma da sempre vagheggiata operazione Barbarossa.

 

È il nazismo esibito impunemente sul petto da un signore in visita al vescovo di Roma insieme a un plotone di commilitoni in tuta mimetica, secondo la nuovissima etichetta approvata dalla Segreteria di Stato Vaticana. Una aggiornata etichetta nazionalpopolare che ha esteso il bianco, riservato da secoli alle regine cattoliche in visita al pontefice, anche a quelle delle borgate romane rappresentate per competenza territoriale dalla disinvolta signora Giorgia.

 

Ma leggiamo ancora nel Diario«da che deriva tutto ciò? Perché non si vuol vedere, sentire, e si mente? perché si getta del fango su se stessi? È perché c’è di mezzo la Russia. Infatti, la Russia disturba, è colpevole di essere la Russia, che come un’orda barbarica si getterà sull’Europa e ne distruggerà la civiltà, quella civiltà, appunto, che ad un tratto si è rivela un bluff» 

 

Dunque, nulla pare cambiato da allora. E la civiltà è quella che è capace di sequestrare le opere d’arte dell’Hermitage in prestito alle gallerie occidentali. Di impossessarsi indebitamente dei beni privati e dei depositi bancari dei cittadini russi. Che ha sottoscritto trattati di pace solo allo scopo di ingannare strategicamente la controparte, trasgredendo la sola regola cogente vantata dal vantato diritto internazionale elaborato dalla civiltà occidentale, ovvero il pacta sunt servanda. Mentre questa stessa regola rimane «intangibile» per continuare a stringere al collo gli inermi sudditi europei imprigionati a Maastrichtt.

 

Ma occorre essere realisti. Ha vinto a tutto campo l’utilitarismo anglosassone, versione plebea e becera del fine che giustifica i mezzi adottato anche dagli ottusi abitatori continentali delle istituzioni europee, forniti o meno di titoli nobiliari o accademici che non impediscono di fare affari milionari privati con tutti i malfattori transatlantici, a spese dell’ignaro contribuente della stessa UE. Senza contare gli svizzeri che, dell’utilitarismo essendo i cultori assoluti, hanno messo l’armatura anche alla loro amata e proverbiale neutralità.

 

Del resto, la separazione tra politica ed etica, era problema antico e presente alla coscienza ben prima di Machiavelli che tuttavia, scriveva Croce, «scopre la necessità e l’autonomia della politica, che è di là, o piuttosto di qua, dal bene e dal male morale, che ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi, che non si può esorcizzare e cacciare dal mondo con l’acqua benedetta».

 

Anche se, aggiungeva, «quello che di solito non viene osservato, è l’acre amarezza con la quale il Machiavelli accompagna questa asserzione della politica e della sua necessità».

 

Infatti, in ogni caso, l’utilità del tranello e della strage di Senigallia ordita dal duca Valentino si iscrive, nelle intenzioni dell’autore, nell’utile ma non certo nell’onore.

 

Come nel caso di Remirro de Orco, luogotenente del duca, che pacificata la regione per mezzo di inaudite efferatezze, fu messo una mattina sulla piazza di Cesena «in due parti con un coltello sanguinoso a lato sicché i cittadini rimasero satisfatti e stupidi».

 

Possiamo inoltre osservare come la stessa politica internazionale abbia uno statuto «etico» a sua volta differenziato anche rispetto a quello della politica interna. Si tratta di una diversità venuta a formarsi spontaneamente per la diversità degli interessi e degli obiettivi in gioco, che sono, anzi dovrebbero essere, in una visione ideale, la pacifica convivenza fra i popoli da un lato, e il bene della comunità nazionale dall’altro.

 

Ma anche questa differenza cade, quando, come oggi, le nazioni europee, non più indipendenti e sovrane, non godono più di autonomia politica perché in stato di vassallaggio rispetto gli Stati Uniti, non solo dal punto di vista militare, ma anche, tramite l’UE che ne è la longa manus, per le direttive educative, culturali, economiche e «ideologiche». Sicché neppure di vassallaggio è corretto parlare, quanto di totale, mortificante asservimento.

 

Ma Dostoevskij, a partire dalla autonomia di fatto riconosciuta proprio della politica internazionale, fa un passo ulteriore. Egli non era di certo un ingenuo e sprovveduto idealista incapace di afferrare il problema filosofico della doppia moralità che segna rispettivamente il proprium della politica e della vita individuale.

 

Tuttavia, si chiede: «Dove sono le verità conquistate con tante sofferenze? Basta una causa pratica, e tutto vola via?».

 

Infatti, aveva ben presente quello che Machiavelli non poteva ancora prendere in considerazione perché venuto dopo di lui. Tutto il lavorio di pensiero, tutta quella riflessione sulla realtà della politica, e tutti quei fatti storici che avevano portato, attraverso un travaglio interconnesso di eventi e di idee, alla concezione dello stato moderno e alle altre conquiste di cui si fregia il pensiero politico della cosiddetta civiltà occidentale.

 

Quella approdata poi malamente alla vuota retorica sui diritti, sulla democrazia, sulla coesistenza pacifica, sulla libertà e l’uguaglianza, sullo stato di diritto, sulla protezione delle minoranze, e chi più ne ha più ne metta, ovvero su tutta una congerie di parole prive di senso vero che servono a mascherare l’involuzione verso il rinnegamento di quello che era stato venduto, ma anche sentito dalle masse, come progresso.

 

Così leggiamo ancora nel Diario:

 

«Tuttavia non è neppure giustificato rimanere attestati sul piano brutale del doppio binario e non elevarsi ad un piano speculativo più alto e convincente. Infatti, con questo riconoscimento della santità degli interessi correnti, del guadagno diretto e immediato, del diritto di sputare sull’onore e la coscienza pur di strappare per sé un fiocco di lana, si può andare di certo molto lontani. Ma solo i vantaggi pratici, solo i guadagni correnti rappresentano il vantaggio vero di una nazione e la sua politica “alta”? Al contrario, non è per una grande nazione proprio questa politica dell’onore, della magnanimità e della giustizia la migliore politica, anche se apparentemente in contrasto, ma in realtà non in contrasto, con i suoi interessi? La politica del disinteresse e dell’onore, ovvero le idee grandi e oneste sono quelle che trionfano alla fine nei popoli e nelle nazioni. La politica dell’onore e del disinteresse non è soltanto la più nobile ma forse anche la più vantaggiosa per una grande nazione, appunto perché nobile… mentre il continuo gettarsi di qua e di là, dove è più vantaggioso, riduce uno stato alla meschinità, alla interiore impotenza».

 

Non avrebbe dovuto essere questo il nuovo traguardo della civilizzazione almeno per l’Europa?

 

E ripudiare quelle leggi belluine per cui anche Machiavelli sentiva disgusto? Dopo gli esiti osceni di una rivoluzione approdata nella follia e nelle rapine napoleoniche, dopo le guerre fratricide e i crimini del colonialismo?

 

Ma quell’auspicio era utopistico e la contraddizione è risultata ben più paradossale, perché siamo approdati ad un grado allora inimmaginabile di dissennata disumanizzazione, con le immani tragedie e le oscenità in cui è sfociato nel Novecento il miraggio e la presunzione del progresso dell’umanità, nella degenerazione e nella contraddizione delle idee che avrebbe dovuto assicurarlo.

 

L’Europa è stata risucchiata dentro la egemonia tentacolare statunitense in cambio della distruzione materiale subita, mentre la sbandierata democrazia indigena o di importazione si è trasformata nel dispotismo formalmente autorizzato, modello 1933. E sempre in virtù di un trasformismo indisturbato, ora, dopo ottant’anni di pacifismo di facciata, interrotto senza remore ogni volta che un potere egemone lo ha deciso, dopo ogni tipo di inganno perpetrato ai danni della popolazione inerme in balia delle oligarchie anglosassoni, si getta a capofitto nella guerra che queste hanno programmato ad hoc.

 

Oligarchie tentacolari e aperte ad ogni corruttela, guidate dall’utilitarismo e dalla volontà di potenza che possono sfoggiare impunemente in ogni sorta di menzogna, in ogni rovesciamento di principi prima sbandierati, in ogni falsa morale e farisaica decisione, ogni tradimento e ogni meschinità, ogni intento distruttivo senza pudore e senza assunzione di responsabilità, dietro varie maschere di scena.

 

Come quelle andate a commemorare senza ritegno le vittime della bomba atomica insieme a chi quella bomba non si vergogna di averla sganciata e di quell’orrore non si è mai pentito. Un quadro desolante che sembrava impensabile, quello dei due tristi figuri, l’europea e l’americano insieme, in mezzo ad altrettanti tristi e meschini figuranti. Di cartapesta, si dirà, eppure in grado di muovere indisturbati i destini di infinite e irripetibili vite perché il gregge da cui traggono esistenza è stato debitamente narcotizzato e svirilizzato.

 

Le oligarchie dominanti hanno preso in mano il potere politico grazie alle degenerazioni del sistema democratico e rappresentativo, ma soprattutto alla riduzione preventiva delle capacità di comprensione e reazione dei sudditi. Di uomini a una dimensione, figurine piatte incollate nell’album della storia da burattinai capaci di tutto perché mancanti della coscienza propria degli uomini veri.

 

I politicanti e le politicanti che pullulano oggi nel prestigioso mondo occidentale, ovvero nel giardino fiorito di Borrell, di qua e di là dell’Oceano, prefigurano i pericolosi automi progettati per sollevare l’umanità residuale del futuro dalla fatica di vivere umanamente e di pensare.

 

Non per nulla quelle che erano un tempo le arti della diplomazia, disciplina troppo impegnativa per essere coltivata dalle menti deboli di automi semianalfabeti, sono state soppresse e sostituite da un vaniloquio che oscilla minacciosamente fra tracotanza, stupidità, e menzogna. Cosa che scopre la pericolosità di costoro e degli apparati in cui essi sono annidati.

 

Basti pensare alle dichiarazioni del sempre querulo Stoltenberg, che non perde mai nessuna occasione per mostrare la propria caratura. Esemplare il discorso recentissimo sull’avvicinamento ad una applicazione estensiva dell’articolo 5 del trattato della NATO.

 

Un capolavoro di ipocrisia farisaica per dire in soldoni che sulla lettera della norma prevarrà manu militari l’interpretazione, sicché tutti i firmatari saranno obbligati a partecipare anche con i propri eserciti alla guerra accanto alla Ucraina, anche se questa non fa parte della alleanza. Ovvero ha fatto balenare nella nebulosa truffaldina delle parole l’istituzione di fatto di una belligeranza diretta obbligatoria.

 

Più esplicito, nella volgarità della sua violenza primigenia, il ministro ucraino che dopo l’attentato di Lugansk dice: se non ci darete le armi che chiediamo, anche voi dovrete aspettarvi degli attentati. Cosa che penalmente parlando si chiama minaccia, ma la cui abnormità e volgarità sembrano non arrivare ad essere percepite come tali neppure da quanti dovrebbero avere dimestichezza, diretta o attraverso la filmografia, con il codice comunicativo e operativo delle varie cose nostre, gloria nazionale universalmente conosciuta ed esportata.

 

Ora, a proposito di tante manifestazioni eloquenti di un degrado generalizzato, di strumenti truffaldini della politica sempre più sfacciatamente ostentati, c’è da osservare che, a giustificare ogni aporia in nome della ragion di Stato, nell’epoca dell’azzeramento mediatico di ogni coscienza critica, la massa finisce per assorbire l’idea della normalità di quell’etica e di poterla fare propria anche nella vita quotidiana.

 

Se non si percepiscono più come tali la menzogna o il tradimento, il discorso truffaldino e il ricatto, l’obiettivo distruttivo nascosto o la falsificazione della realtà, anche perché genericamente normalizzati e dunque genericamente legittimati; se non li si inseriscono più neppure nel recinto chiuso di una politica che obbedisce ad un codice proprio e particolare, il passaggio verso l’assorbimento di quell’habitus nella morale corrente è quasi obbligato. Quell’etica deviata e particolare di cui non si vedono più la genesi e le articolazioni finisce per diventare moneta corrente anche al di fuori del recinto della politica e anzi diventa un modello accettabile per i rapporti privati arrivando a pervertire la coscienza individuale.

 

Dunque, inutile dire come, in un momento storico al quale non sappiamo neppure se ne potrà seguire realmente un altro, l’auspicio di Dostoevskij di una politica «alta», suoni inattuale. Quanto mai lontana e utopistica appare la possibilità della messa a frutto della ricchezza di storia accumulata dal pensiero occidentale, insieme ad una ininterrotta riflessione filosofica, e al patrimonio della spiritualità cristiana prima della sua contaminazione. Sembra impossibile in questo sfascio culturale, la sublimazione con cui la vita matura controlla gli eventi guardando al di là di ciò che è meschino e particolare, fasullo e insignificante da un orizzonte più ampio ed elevato.

 

Questo è il momento degli sciacalli e delle iene, o forse dei marabunta. E nell’avvento di animali superiori pare quasi impossibile anche poter sperare.

 

Tuttavia, non bisogna neppure dimenticare che anche i figuranti di cartapesta, per quanto nefasti, al pari del terribile giudice Morton nemico di Roger Rabbit, con un po’ di impegno e tanta fortuna potrebbero essere dissolti nel nulla proprio grazie alla loro reale inconsistenza.

 

Almeno in questo dobbiamo tornare a sperare, forse… anche al di là di ogni ragionevole dubbio!?

 

 

Patrizia Fermani

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

 

 

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Elon Musk è disposto a finanziare con 100 milioni di dollari Mel Gibson per un adattamento storicamente accurato dell’Odissea

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Elon Musk ha dichiarato di essere disposto a finanziare Mel Gibson con 100 milioni di dollari per realizzare un adattamento storicamente accurato dell’Odissea di Omero.

 

Il 22 luglio, Musk ha risposto a un post dell’utente X John Carter, il quale aveva scritto: «Voglio che Elon Musk dia a Mel Gibson 100 milioni di dollari per girare un adattamento dell’Odissea con navi, armature, armi e cast meticolosamente accurati dal punto di vista storico, con tutti i dialoghi tratti direttamente dal poema originale e recitati in greco omerico».

 

Musk ha risposto dicendo: «Ci sto».

 

Nel frattempo, il magnate aveva anche approvato il tentativo fatto di qualcuno in rete di fare un’Odissea storicamente accurata usando i video generati dall’Intelligenza artificiale di Musk, Grok.

 

 

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L’adattamento dell’Odissea di Christopher Nolan è stato duramente criticato, soprattutto per la scelta di un cast «woke» incentrato su diversità, equità e inclusione (DEI), che include un ruolo per Ellen  Page, un tempo celebre attrice giovane che ora sostiene di essere un uomo di nome Elliot, che interpreta per qualche ragione il ruolo di Sinone, che nel poema omerico nemmeno appare, essendo invece un personaggio dell’Eneide di Virgilio. Il film è stato inoltre oggetto di critiche per numerose inesattezze storiche, come l’utilizzo di armature non adatte al periodo in cui è ambientata la storia.

 

Al centro delle critiche vi è pure la scelta di casting che vede l’attrice nerissima Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena di Troia (definita da Omero «dalle bianche braccia»). Vi sono state inoltre critiche per i costumi e le armature, attaccati per scarsa accuratezza storica rispetto all’età del bronzo.

 

Elon Musk, che ha definito Nolan un «razzista anti-bianco». Nolan ha liquidato le polemiche definendole «irrilevanti», sottolineando che nascono prima che il pubblico veda il film e ricordando le critiche già affrontate con il suo Batman. Nonostante le discussioni online, il film ha comunque ottenuto un discreto di pubblico.

 

Alcuni sostengono che il Nolan abbia piazzato attori di colore e transessuali solo per ottenere i punteggi necessari per ottenere dei premi Oscar.

 

Non è chiaro se la promessa di Musk costituisca un’offerta definitiva a Mel Gibson. Tuttavia i film di Gibson, d’altro canto, sono lodati per la loro accuratezza storica, come La Passione di Cristo, in cui gli attori parlano in aramaico e latino, secondo la pratica in uso nella Terra Santa nel I secolo. Nel kolossal Apocalypto, diretto da Mel Gibson e ambientato nel 1511 in America Latina, tutti gli attori sono nativi americani che parlano solo la lingua maya.

 

Anche se Musk avesse offerto di finanziare la versione di «L’Odissea» diretta da Gibson, non è ancora chiaro se il regista accetterebbe il progetto. Ha infatti recentemente terminato le riprese di La Resurrezione di Cristo, l’attesissimo sequel di La Passione di Cristo, la cui uscita è prevista in due parti, il 6 maggio 2027 e il 25 maggio 2028. Era stato detto due anni fa che stesse pure preparando un film sull’assedio ottomano di Malta e l’eroica resistenza dei cavalieri.

 

Constatando incontrovertibilmente la purezza dell’intento artistico e spirituale dei suoi lavori, Renovatio 21 definisce da tempo Mel Gibson come il più grande artista vivente.

 

Due anni fa Gibson aveva scritto a monsignor Viganò attaccando la cerimonia di apertura delle Olimpiadi parigine: «hanno deriso la mia Fede», scrisse l’attore e regista. Quando arrivò la scomunica a Sua Eccellenza, Gibson scrisse ancora una volta a Viganò dicendo: «spero che Bergoglio scomunichi anche me dalla sua falsa chiesa».

 

Mel Gibson è figlio di Hutton Gibson, personaggio noto sia nella storia dei Quiz TV che del sedevacantismo cattolico: dotato di intelligenza e memoria prodigiosa, Gibson padre, un ferroviere che aveva combattuto la Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico e testimoniato come la guerra renda gli uomini orrendi, partecipò al notorio quiz televisivo americano Jeopardy!, divenendo uno dei più grandi campioni di sempre e racimolando così il danaro necessario per emigrare con tutti gli 11 figli (tra cui Mel) in Australia, così evitando ai maschi la leva militare per il Vietnam, guerra che riteneva ingiusta.

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Hutton Gibson creebbe i figli nel tradizionalismo cattolico più rigoroso. Divenne quindi uno dei pensatore sedevacantisti più conosciuti nel mondo pre-internet.

 

Mel, divenuto divo di Hollywood, mai ha deviato dal solco paterno, nonostante tutti le tentazioni e i peccati in cui incorse.

 

L’uscita nel 2004 della Passione, film autofinanziato, costò a Gibson l’immediata accusa di antisemitismo: fu detto che il film descriveva i giudei come autore dell’assassinio di Cristo, cioè, in una parola, deicidi.

 

Non è sbagliato pensare che la guerra fatta da varie figure ed istituzioni ebraiche contro Mel Gibson e la sua Passione nascondesse un attacco a Hutton Gibson, che rappresentava la Chiesa preconciliare, e quindi la Chiesa che, rifiutando il documento del Concilio Nostra Aetate, respingeva l’idea di un accordo con il mondo ebraico, mantenendo viva l’accusa di deicidio nei confronti di nostro signore e la preghiera per la conversione dei «perfidi» (cioè, dall’etimo latino per fides, «dalla fede deviata») ebrei.

 

Hutton Gibson è morto nel 2020, sostenuto ed aiutato fino all’ultimo da Mel e dagli altri dieci figli. Aveva più di 50 nipoti.

 

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Umbria Jazz, storie e numeri

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Si è chiusa con numeri da primato quest’ultima edizione di Umbria Jazz, che da oltre cinquant’anni incanta Perugia e l’intera regione. Sono oltre 46.000 i biglietti venduti, con un incasso di 3 milioni di euro. Risultati che confermano il grande successo della rassegna, con il tutto esaurito registrato per l’intera programmazione del Teatro Morlacchi e della Sala Podiani. Nei dieci giorni di Umbria Jazz sul palco si sono avvicendati circa 500 musicisti, riuniti in 80 band, con una media di 28 appuntamenti al giorno e circa 160 eventi gratuiti distribuiti tra piazze, giardini e vie del centro storico.   Sui vari palchi della kermesse si sono alternati protagonisti della scena musicale internazionale come Sting, Zucchero, Gilberto Gil, Elvis Costello, Charles Lloyd, Laurie Anderson, Cécile McLorin Salvant, Jason Moran, Snarky Puppy e la Metropole Orkest, quest’ultima per la prima volta in Italia: una presenza che suggella, ancora una volta, come Umbria Jazz – nonostante il mercato globale della musica detenga quasi un totale monopolio – riesca a proporre vere esclusività al proprio pubblico. Rilevante anche l’impatto sul sistema economico, occupazionale e turistico regionale. Umbria Jazz impiega direttamente circa 300 lavoratori e coinvolge oltre mille persone nell’indotto.

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Umbria Jazz si declina in vari generi, come dettato inesorabilmente dalle leggi del mercato musicale, pur rimanendo nel cuore, nell’animo e nella sua stessa ragion d’essere fedele al jazz di qualità espresso nelle venue indoor sopracitate. Quello più vero e autentico – che rimane la colonna portante di UJ – risuona in teatri gremiti, dove il pubblico sfida la calura estiva pur di ascoltare il gotha del jazz italiano e internazionale. Questa peculiarità – depurata dalle critiche, seppur legittime, degli integralisti del genere – di saper mescolare le sfaccettature musicali più diverse, in particolare i nomi mainstream del pop-rock che fanno incassi da botteghino, rappresenta indubbiamente un’esigenza da cui oggi non si può prescindere.   Il main stage all’Arena Santa Giuliana è la location adatta per accogliere i grandi nomi internazionali da cartellone. Da evidenziare che questo spazio, ripensato appositamente per la musica, permette al pubblico una visione ottimale dello show persino dal fondo della platea o dalla gradinata posta di fronte al palco. Le arene rock spesso costringono a vedere i propri beniamini da distanze siderali, rendendo difficile godersi lo spettacolo o trovare un angolo per rilassarsi. Il parco sovrastante questo «auditorium calcistico» è invece un’oasi di decompressione, dove il pubblico può gustarsi il concerto steso sul prato oppure nell’area food and beverage, consumando qualcosa comodamente seduto.   Il festival esplode sin dalla sua prima edizione, nel lontano 1973, spinto dalla fame dei giovani per i raduni all’insegna della musica e del desiderio di stare insieme. All’inizio degli anni Settanta, infatti, il mondo del pop-rock internazionale è restio a suonare in Italia a causa di una situazione politica tesa, che spesso sfocia in violente proteste e disordini.  

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Ma Umbria Jazz è anche il paradiso dei nottambuli. Un tempo, a mezzanotte, aprivano i club dove si suonava e ci si divertiva fino all’alba, dando un valore aggiunto a un festival già di per sé straordinario. Le jam session prendevano vita nei piccoli e fumosi locali in cui centinaia di tiratardi si accalcavano, sfidando la torrida calura estiva mitigata da fiumi di birra. Tra una chiacchierata al bancone e un tavolo occupato, le orecchie erano sempre attente alle note di musicisti provenienti da tutto il mondo, pronti a unirsi in concerti improvvisati nel nome di un’unica passione: la musica.   «Il bar vicino al palco principale era pieno di tutti noi artisti e la gente veniva a chiederci autografi. Si suonava ovunque e c’erano tante jam session la sera. Pensa che in albergo non si riusciva a dormire fino alle tre di mattina, perché c’era un via vai incredibile tra giornalisti e gente che suonava per le strade. Era qualcosa di veramente unico, perché arrivava sulla scia degli anni in cui quello era il sistema di aggregazione tipico, come avveniva nei grandi festival. Umbria Jazz è arrivata al momento giusto e ha sfondato», racconta uno dei musicisti che ha preso parte alla prima edizione.   Il Maestro Enrico Pieranunzi ricorda: «Pagnotta [direttore artistico, ndr] ideò le jam session serali e all’inizio degli anni Ottanta si tenevano in questo club che si chiamava Il Panino. Noi eravamo il gruppo base e spesso arrivavano dei grossi nomi americani che si univano a noi, o sostituivano qualcuno, e suonavano. Mi ricordo Louis Hayes e mi pare anche Steve Grossman. Non erano molto sobri. A volte erano un po’ aggressivi e rompevano anche un po’ le scatole, ma va beh».   «Noi ci divertivamo e anche la gente si divertiva. Oggi le cose sono cambiate. Le jam sono un po’ stancanti, soprattutto per la sezione ritmica, ma hanno una dimensione esaltante. Per lo spettatore è bello, perché vede il susseguirsi di molti musicisti sul palco. Un paio di sere, entrando in un club, ebbi una discussione con persone che volevano entrare gratis. Risposi loro: se voi entrate gratis, a noi chi ci paga? [ride]. C’era ancora quel tipo di pubblico che sosteneva che la musica fosse di tutti, tipica mentalità del decennio precedente. Queste sciocchezze qua, insomma. La musica è un’arte e certamente è di tutti nel momento della fruizione».   Epiche e memorabili istantanee, quelle di Freddie Hubbard e George Coleman che duellavano a colpi di tromba e sax, mandando in delirio i nottambuli.

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Il batterista Roberto Gatto ci narra le notti senza fine del Festival: «Quello che succedeva dopo era a volte più divertente del concerto stesso: a queste jam si vedevano sfilare musicisti pazzeschi. Mi ricordo che uno dei luoghi votati alle jam era Il Panino, in cui tra l’altro suonavo spessissimo e dove si esibivano artisti incredibili. Penso a Bob Berg: proprio al Panino fu registrato uno dei suoi dischi di maggior successo. Fu una registrazione live fatta con un Revox, poi uscita per la Red Records con il titolo Steppin’ Love in Europe, registrata in quartetto con il Trio di Roma, ovvero io, Enzo Pietropaoli, Danilo Rea e lo stesso Berg».   «La formula della jam all’interno di un festival è sempre stata vincente; non è un’invenzione di Umbria Jazz, facevano lo stesso a Nizza o a Montreux… Nei festival più grandi c’è sempre stato un seguito notturno dopo i concerti ufficiali. È una formula divertente sia per il pubblico sia per i musicisti, che hanno piacere di suonare. Io, col passare degli anni, ho perso un po’ questo entusiasmo, ma solo per una questione anagrafica, avendo già dato abbondantemente; resta comunque una splendida occasione per i giovani musicisti».   È la jam session, l’improvvisazione, il momento più magico. Sembra quasi che i club si prendano una rivincita sulle arene, perché il jazz appare più come una musica intima che come uno spettacolo da consumare in uno stadio, stile musica rock. Le esigenze di mercato, però, dettano le regole: i grandi numeri si fanno all’aperto, in spazi ampi che possono comunque avere una loro logica e soddisfare il pubblico pagante. La crescita di Umbria Jazz passa anche da questo: saper dosare sapientemente questi ingredienti.   Le jam notturne hanno una magia particolare per chi ama restare sveglio. Si tratta di un microcosmo appeso a un tempo sospeso, che solo i più smaniosi di libertà possono vivere come se durasse in eterno. Artisti e spettatori si ritrovano accomunati dalla voglia di vivere questo scampolo di giornata da protagonisti della notte, perché ognuno a suo modo lo è. Era il caso, ad esempio, del pianista Bobby Enriquez: dopo la sua session di mezzanotte, va a rilassarsi in un locale in compagnia dei membri dello staff di Umbria Jazz come fossero vecchi amici, prendendo un foglio su cui improvvisare un inedito spartito e comporre una canzone dedicata a Perugia.   L’aspetto più romantico, scanzonato, godereccio e libero di Umbria Jazz è proprio questa commistione musicale improvvisata, che il festival propone sin dalla sua nascita così da offrire qualcosa di genuino, spontaneo e vero al pubblico più appassionato. Il nottambulismo che accompagna le jam è un’esperienza senza pari, in cui si vive una poesia sfocata della notte immersi in un mare di improvvisazione. In quei club si può fare l’alba sudando insieme a musicisti incredibili, il cui unico scopo è suonare e coinvolgere quante più persone possibile nel loro flusso sonoro ed emotivo. Ogni sera è diversa e unica, ma con la stessa magia che permette di ammirare, nell’intimità di un piccolo locale, artisti applauditi poco prima sui palchi principali del festival.  

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All’inizio dello scorso decennio è iniziato lo spegnimento di questa fiamma che illuminava le notti della kermesse umbra. Ricordo Angelino’s Piano Bar, un locale grande poco più di una stanza che ospitava i grandi nomi del jazz desiderosi di jammare su quel palco così stretto, affollato, sudato e fumoso fino a mattina, prima di ritirarsi in albergo. Nella Perugia dei primi anni Duemila era un proliferare di locali dove, in quei dieci giorni, si suonava a tutte le ore della notte. Al Contrappunto, club sito nei pressi dell’Arco Etrusco, ricordo ancora le note di Wynton Marsalis, che si presentava a sorpresa e si concedeva a un interplay musicale con qualsiasi altro strumentista.   Oggi questo tratto distintivo delle notti jazz si è un po’ perso. Non è svanito del tutto, ma si è istituzionalizzato e imborghesito. I tempi cambiano, la società muta nei suoi costumi e nelle sue abitudini. Una cifra distintiva del nostro tempo è la solitudine di cui non ci accorgiamo, persi come siamo nella socialità virtuale dei nostri smartphone. Ecco, speriamo che manifestazioni come queste possano riconsegnarci quella voglia di aggregazione, dello stare insieme, di condividere la notte fatta di musica, felicità, amicizie occasionali e incontri sorprendenti.   Lascio la conclusione al direttore Carlo Pagnotta che è colui che – insieme ad altri – ha ideato, creato, cresciuto e sviluppato questo festival e che tutt’oggi è ancora in sella a dirigere questa grande macchina organizzativa: «Il jazz può anche andar bene in spazi come il Santa Giuliana, ma le jam session sono un’altra cosa. Per pochi intimi, però lì ci si capisce meglio».   Francesco Rondolini

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Arte

Addio a Corrado Solari, star del cinema poliziottesco

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È da poco scomparso l’attore Corrado Solari, che ha caratterizzato il nostro cinema di genere degli anni Settanta, in specie il poliziesco all’italiana che tanto ha appassionato gli spettatori dell’epoca e non solo, e che si chiama oramai con il termine coniato dal critico Giovanni Buttafava: poliziottesco.

 

Tale filone ha saputo, col tempo, diventare transgenerazionale, contando appassionati fin dentro la Generazione Z. Si tratta di pellicole da botteghino che hanno al loro interno un profondo racconto socio-antropologico: la narrazione di un malessere sociale, di un’insicurezza e di una violenza percepita nelle nostre piccole metropoli, a cui si rispondeva con l’eroe-commissario. Quest’ultimo incarnava i sentimenti degli oppressi, dei vessati, dei feriti e di chi subiva angherie e soprusi senza sentirsi protetto dallo Stato. Lo sbirro dai metodi rudi e diretti proteggeva da par suo il comune cittadino, anche a costo di sfidare la legge stessa.

 

Pellicole incastonate nella storia della nostra cinematografia quali Roma a mano armata, Napoli violenta, La polizia ringrazia, Roma violenta, Il cinico, l’infame, il violento e molte altre ancora.

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Il commissario per eccellenza, l’icona divenuta più riconoscibile e identificativa del genere, era senza dubbio Maurizio Merli, che interpreta perfettamente il ruolo dello sbirro tutto d’un pezzo, integerrimo e senza paura. Proprio nell’ambito di una mia ricerca sull’interprete romano risalente a diversi anni fa, ebbi il piacere di intervistare il suddetto attore che ha recitato al suo fianco.

 

Solari è un interprete caratterista, data anche la sua fisicità e il suo volto che non nasconde rudezza ed espressività, al fianco di protagonisti assoluti quali lo stesso Merli e Tomas Milian. Non c’è solo il poliziottesco nella carriera di Solari; recita assieme a Rod Steiger in uno dei capolavori senza tempo del Maestro Sergio Leone, Giù la testa, e ne La classe operaia va in paradiso di Elio Petri.

 

 

Un attore versatile che ha visto interrompersi bruscamente la carriera alla fine di quel fortunato decennio. Ha ripreso l’attività negli anni Duemila, ma senza incidere come all’inizio, nonostante lo si veda lavorare al fianco di registi del calibro di Carlo Verdone e Pupi Avati.

 

In questa intervista – in gran parte inedita – rilasciatami un pomeriggio di mezza estate del 2012 in una Roma calda e afosa, Solari ci racconta, in maniera simpatica e scanzonata, una parte della sua vita professionale.

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Nel 1976 prendi parte a Roma a mano armata con la regia di Umberto Lenzi. Che ricordi hai di Maurizio Merli?

Maurizio Merli era un signore molto gentile, un bel ragazzo che attirava molte attenzioni femminili. Le scene che girammo assieme non erano molte. Era un buono, non era affatto un duro e neanche un cinico. Da fuori ciò si percepiva; poteva anche atteggiarsi da cattivo, ma era un buono. Anch’io lo sono, ma se voglio fare il cattivo ci riesco [ride].

 

A volte soffriva nel suo essere caratterialmente una brava persona e non avere quel piglio di cattiveria per essere all’altezza della situazione, quando questa lo richiedeva. Parlo della durezza, del confronto, al di là della battuta che poi sei tu che la devi interpretare come attore. Mi ricordo che ebbe una crisi proprio in Roma a mano armata, quando girammo la scena finale nel magazzino di stracci che poi ho scoperto essere un deposito della Croce Rossa.

 

 

In quella location si consuma l’incontro finale tra Merli e Milian; si dice che ci furono attriti tra i due.

Mi ricordo bene. Fu anche imbarazzante assistere a questo diverbio tra i due. Ci furono delle crisi da parte di Merli che poi è stato anche consolato. Una sorta di impotenza rispetto al ruolo che doveva tenere in quella circostanza e con cui non riusciva ad armonizzarsi, a calarcisi. Questa cosa mi dispiacque moltissimo, ma al contempo mise in evidenza quella che era la sua bontà, la sua quasi ingenuità nel sostenere scene troppo violente e di mandarsi anche affanculo.

 

Era un attore molto impiegato, lui. Era perfetto nel ruolo di Garibaldi che interpretò nell’omonimo sceneggiato Rai diretto da Franco Rosi; era il suo ruolo, perfetto per lui. Ognuno di noi attori è protetto dal copione, ma noi non siamo quello che recitiamo: il canovaccio è una sorta di protezione dove l’attore si sente tutelato. Al di là di questa protezione, ci deve essere la tua disponibilità a fare il cattivo, chiamiamola così, che devi sostenere perché sennò non sei credibile.

 

Ho fatto un ruolo nel film di Gianluca Petrazzi [Roma criminale – 2013, ndr] e lui mi ha detto: «Ti ho ritrovato dopo tanti anni e in questo ruolo che avrai te le devi giocare un po’ come ti pare». Io avevo delle battute che mi sembravano scialbe. Ho fatto solo quattro pose con un’inquadratura dall’alto molto bella. È geniale Petrazzi dietro la macchina da presa, anche se lo criticano per essere tornato troppo indietro nel tempo e perché non c’è nulla di intellettuale nei suoi film. Ci siamo messi a studiare le battute, io le mie e Luca Lionello le sue. Mi son preso delle iniziative e Lionello mi voleva ammazzare perché gli fregavo la parte [ride]. Alla fine questi miei suggerimenti sono stati accettati e ci siamo divertiti nel girarlo.

Tornando a Maurizio Merli, questo tipo di iniziative non le aveva. Invece Tomas Milian prendeva il copione e diceva: «Io c’ho ‘ste battute, ma le cambiamo tutte!». Si metteva da una parte, le correggeva, ci metteva parolacce con una tonalità di romanesco molto forte chiedendo suggerimenti alle maestranze sul set. Se le imparava bene – aveva una memoria incredibile – e poi se la giocava recitando in maniera completamente diversa da quelle che erano le indicazioni del copione. I registi andavano in sollucchero, perché la sceneggiatura veniva cucita addosso alla persona.

 

Con un personaggio così creativo, così mattacchione, ci puoi fare un serio affidamento. Ho visto la soddisfazione di certa gente dire a Tomas: «Fai un po’ te…». A volte esagerava pure, ma fa parte del personaggio.

 

Pure altri colleghi si creavano delle cose fuori dal testo che veniva loro consegnato. Te ne cito un altro bravo: Biagio Pelligra. Lui è un creativo, si inventava un sacco di cose e così facendo i registi li sorprendi, perché gli piace vedere che tu fai di più. Per diminuire c’è sempre tempo, ma aumentare non puoi più. Concludo dicendoti che Maurizio Merli era una bellissima persona, ma era un attore impiegato. Se io avessi dovuto fare una cosa in teatro con lui non so se l’avrei fatta. Il fatto che non sia un grande creativo non va assolutamente a inficiare la sua immagine umana.

 

In Roma a mano armata fai uno scagnozzo di Tomas Milian che interpreta il ruolo del Gobbo, e ne La banda del Trucido di Stelvio Massi interpreti un ladro che collabora sempre con Milian.

Con Tomas avevo un bellissimo rapporto, ma anche una certa soggezione perché ero molto giovane al tempo, mentre lui era un attore affermato. Ci tenevo a fare bene. Avevo fatto molto teatro e si percepiva sul set questa mia esperienza recitativa. Ero molto spontaneo e parecchie volte rompevo i coglioni [ride]. Tomas andava da Stelvio Massi, il regista, e gli diceva: «Senti, Corrado è troppo bravo e non voglio lavorare molto con lui». «Ma mi stai prendendo per il culo?», gli rispondeva. Tomas mi diceva spesso che per lui ero «pericoloso»; non so se ‘sta cosa mi ha portato sfiga [ride], perché poi ho smesso di colpo di fare cinema.

 

 

La tua carriera a fine anni Settanta s’interrompe, per poi riprendere diversi anni dopo.

Dovevo fare Napoli violenta [regia di Umberto Lenzi – 1976, ndr] come protagonista. Sarebbe stato il massimo! Invece ho avuto dei problemi familiari che non mi hanno permesso di continuare e per vent’anni non ho più lavorato nel cinema. Troppi! Pensa che iniziai la carriera assieme a Michele Placido; lui non ricorda, ma con suo fratello facevo una cosa per la televisione a Napoli e mi disse: «Sai cosa dice mio fratello di te?». Io avevo fatto La classe operaia va in paradiso, Sbatti il mostro in prima pagina, Giù la testa… «In Italia dopo di te, c’è lui». In quel momento sarebbe stato fondamentale che io andassi avanti e piano piano avrei lavorato costantemente. Al tempo mi ricordo anche Flavio Bucci, che poi è finito male; era una bellissima persona e con lui avevo fatto La classe operaia va in paradiso.

 

 

Hai un ruolo anche ne La polizia ringrazia di Stefano Vanzina, che è considerato il capostipite del poliziesco all’italiana.

Una piccola parte. Ma ti ricordi tutto! Ho fatto tante cose che non ricordo neanche. Lavorai con Pietro Germi ne Le castagne sono buone, film che uscì nel 1970. C’era Gianni Morandi, Stefania Casini e Nicoletta Machiavelli, che è stata la prima tettona del cinema italiano. L’anno successivo ho fatto L’istruttoria è chiusa: dimentichi di Damiano Damiani con Franco Nero. Girai una scena in un carcere.

Vinsi anche il provino di Girolimoni, il mostro di Roma, un film su un personaggio romano che violentava le ragazzine in uno stranissimo modo, un vero mostro. Io avrei dovuto interpretare lui; vista la mia faccia dovevo fare il perverso [ride]! Eravamo in sette a quel provino; c’era Gabriele Lavia, c’era quello di Jesus Christ Superstar… vinsi nettamente io quella parte, però non mi presero. Mi comunicarono a malincuore, per una questione di produzione, che scelsero un altro.

 

C’è una tua battuta cruda, ma iconica in Roma a mano armata che fai a Vincenzo Moretto detto il Gobbo, ossia Tomas Milian: «Perché non l’hai fatto fuori quel figlio di mignotta di uno sbirro?», riferendoti al commissario Leonardo Tanzi (Maurizio Merli).

Queste battute, come ti dicevo, a volte venivano al momento. Tomas generava molta spontaneità e io credo che tutti quelli che hanno recitato con lui si siano sentiti spontanei. Rompeva la prassi, rompeva lo stile, rompeva il modo; è un suo metodo di fatto. A volte caricava molto il personaggio al limite della credibilità, però er Monnezza può pure fare questo!

 

Nel film La banda del Trucido vediamo un Milian che in quanto a parolacce non si risparmia, caratterizzando oltremodo il suo variopinto personaggio.

Al tempo non ti veniva di dire: «Ah che volgare! Che schifo!». Erano battute passabili, goliardiche, che nessuno aveva mai pensato di tirar fuori con questa spontaneità romana tipicamente di strada.

Milian per le sue battute prendeva ispirazione dalla gente comune, in particolare dalle maestranze che lavoravano sul set cinematografico con lui.

Esatto.

 

Tornando a Maurizio Merli, ricordo che alcune attrici che hanno lavorato con lui hanno avuto solo un rapporto freddamente professionale.

Era impacciato a volte, e rischiava di risultare dall’esterno molto freddo e distaccato. Magari era solo intimidito da un confronto o dalla semplice battuta, perché non era molto estroverso e spiritoso. Manteneva una certa distanza nei rapporti con le altre persone. Questo è quello che percepivo io. Tutto quello che era legato al copione lui lo faceva benissimo.

 

Una tua riflessione su quel cinema anni Settanta dove sei stato tra i protagonisti e quello di oggi.

È una bella domandina questa. Cosa c’era di diverso? Intanto in quegli anni si lavorava molto di più e c’erano più possibilità di lavoro. Oggi è difficile lavorare se non per vie traverse, o perché sei affermato e non hai bisogno di presentazioni, oppure perché hai bisogno del politico o del prete. La Lux Vide è un’emanazione del Vaticano. Se sei amico di qualcuno al Vaticano, lui fa la sua telefonata a chi di dovere ed ecco che puoi ottenere una parte [ride]. Questa è meglio se la cancelliamo [ride]!

 

C’è anche da dire che non sopporto la gente che dice «Era meglio dieci anni fa». È una sorta di nostalgia che è insita nell’essere umano, non solo negli attori, ma anche nella gente comune. Se potessi tornare indietro col senno di adesso, sarebbe tutto differente, mi pare ovvio. Una volta il cinema era più costituito da rapporti umani mentre adesso, per fare un film, la produzione demanda all’organizzatore, che a sua volta demanda al casting director. A queste figure vengono imposti alcuni attori già stabiliti dalla produzione, e il resto li devono trovare loro. Fanno il bello e il cattivo tempo. Questo meccanismo che ti ho appena citato è diventato una tortura. Se non sei amico di qualche responsabile dei casting, stai pur tranquillo che non fai una mazza! Hanno un potere extra.

 

Al tempo potevi entrare in una produzione perché piacevi al regista. Una volta mi è capitato di essere scelto dal regista, ma poi la produzione bloccò tutto. A tutt’oggi sono nella condizione – essendo stato fuori dal giro per troppi anni – di dover rincorrere per avere una parte, anche piccola. Non è facile, te l’assicuro.

 

Tempo fa ho intervistato il regista Tonino Ricci, che mi disse esplicitamente che al tempo gli attori li sceglieva lui.

Oggi ci sono dei giri strani, perversi… ci sono delle caste… Oggi i direttori dei casting chiamano gli agenti che sono amici loro, e la scelta di un agente, per noi attori, è importante.

 

Sarebbe bello rivederti oggi di nuovo al fianco di Tomas Milian.

Basterebbe che Milian facesse una partecipazione straordinaria. Sarebbe bellissimo! Pensa che ancora oggi per strada mi riconoscono. Giorni fa ero in ospedale e un portantino mi guardava fisso: «Ma che sei te?!». «Sì, sono io!», «Grandissimo! Mitico!» [ride]. Quei film degli anni Settanta la gente se li vede e se li rivede, cosicché anche un attore come me – che non ha avuto un ruolo da protagonista – è ricordato e riconosciuto. Sono film che hanno avuto e che hanno una grande popolarità. La mia brutta faccia ha bucato lo schermo!

 

Pensa se veramente Milian tornasse a fare un film oggi in Italia. Lo fanno Papa! Gianluca Petrazzi potrebbe farcela e poi lui come regista è molto veloce a girare, un po’ come Umberto Lenzi. Lenzi aveva la mentalità del montatore e girava le scene già con l’idea di come montarle.

 

Francesco Rondolini

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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