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Sport e Marzialistica

Buttarsi da 11 mila metri senza respirare. Intervista alla paracadutista dei record Barbara Brighetti

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Barbara Brighetti, figlia del grande musicista e compositore Bruno Brighetti — autore, tra gli altri, di Estate, uno dei suoi brani più celebri, portato al successo da Bruno Martino — non sceglie di proseguire la carriera musicale del padre. Segue invece la sua passione per il volo, diventando una delle paracadutiste più popolari in Italia e all’estero.

 

Barbara detiene tuttora il record di salto da 10.900 metri senza ossigeno. Amica e collega del compianto Patrick de Gayardon, con il quale ha condiviso imprese e momenti personali, ha fatto del rischio e della ricerca del limite una parte fondamentale della propria vita.

 

Oggi, dopo aver vissuto costantemente sul filo del rasoio, Barbara ha trovato una nuova dimensione di serenità a Fuerteventura, dove si occupa di compravendita immobiliare. In questa intervista esclusiva per Renovatio 21, ci racconta non solo le sue spettacolari imprese d’alta quota, ma anche la filosofia di vita e il mindset che l’hanno guidata dall’adrenalina dei cieli alla pace dell’isola.

 

Sei nata a Cremona, ma hai vissuto in Kenya per molti anni. 

Mio fratello vive ancora lì. Sono nata in Italia perché, essendo la prima figlia, mia mamma voleva la vicinanza della sua famiglia. Dopo pochi giorni di vita siamo tornati in Africa e sono cresciuta lì; il legame con quella terra è sempre esistito.

 

Che infanzia è stata? 

Meravigliosa! Stavamo sempre a piedi scalzi e ho avuto la fortuna di avere due genitori fantastici e, se vogliamo, anche due personaggi: mia mamma era un’indossatrice e mio papà un musicista. Mio babbo ha suonato nell’orchestra di Bruno Martino per quindici anni e ha scritto diverse canzoni. La canzone Estate è firmata da Bruno Brighetti e Bruno Martino.

 

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Un capolavoro senza tempo della nostra storia musicale. 

L’ascolto spesso con piacere. È una canzone che ha lasciato il segno, è entrata nel gotha del jazz ed è stata cantata da molti big della musica internazionale. Sono cresciuta in un ambiente di artisti. I miei avevano uno stile di vita un po’ bohémien, molto romantico. Partirono all’avventura, s’innamorarono dell’Africa e lì sono rimasti. Papà ha aperto dei lodge in diversi posti del Kenya. 

 

La mia aspirazione era quella di diventare pilota di aerei per portare i clienti da un posto all’altro, ma sono diventata invece una paracadutista.Per sbaglio o per fortuna, quando andai all’aeroporto di Cremona a iscrivermi al corso di pilotaggio, incontrai degli amici che facevano gli istruttori di paracadutismo e mi dissero: «Intanto che aspetti che inizi il corso, perché non ti fai un lancio?». Io pensai: «Perché dovrei buttarmi giù da un aeroplano che di lì a poco atterrerà in tutta sicurezza?»

 

Dopo il primo lancio in tandem è scoccata la scintilla. Poi ho convinto mio fratello a fare il pilota [ride]! Da lì è partita questa follia – vista dall’esterno – mentre vissuta dall’interno è una passione enorme. 

 

Comprendo che da fuori sia di difficile lettura; i miei genitori erano disperati, poverini, e mi chiedevano: «Ma cosa vuoi fare da grande?», «Non lo so, ma voglio buttarmi dagli aeroplani». Ho fatto il mio percorso di studi, compresa l’università, ma poi ho intrapreso questa carriera che è stata intensa e fortunata.

 

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Quando hai compreso che il paracadutismo per te sarebbe diventato un’attività sportiva vera e propria?

Esiste un momento che credo sia di assoluta magia e alchimia, nel quale tu capisci che quello che stai facendo ti risulta super facile. Gli altri avevano più difficoltà a fare determinate cose, mentre a me riuscivano quasi naturali, lasciando stupiti anche i paracadutisti esperti. Ogni volta che atterravo mi veniva in mente una cosa nuova da provare in caduta libera.

 

Nell’epoca in cui io ho iniziato a saltare, tra il 1989 e il 1990, la cosa più normale del mondo era il salto in relativo (relative work) dove si salta assieme e si rimane in formazione. Invece io volevo fare piroette in aria, volevo muovermi, volevo girare e chiaramente vedevo tutti un po’ tesi e guardinghi di fronte a queste mie esternazioni.

 

Ci ho provato. Uscivo, mi mettevo in aria, provavo a muovermi e mi riusciva, nonostante avessi alle spalle poche decine di lanci. Tutto ciò mi si addiceva molto, avevo trovato il mio elemento. Comincio a sognare in grande e a desiderare di fare sempre di più.

 

Leggevo in una tua intervista di qualche anno fa che per te muoverti nell’aria è un tuo modo di stare a contatto con la natura.

Totalmente! Sei avvolto dall’elemento aria. Io sono anche subacquea e relaziono molto i due mondi, con la differenza che l’acqua è come un sogno a rallentatore, ti devi muovere lentamente per non consumare ossigeno. In aria è tutto estremamente veloce, dinamico e non hai il tempo di pensare, o meglio, pensi ma devi farlo rapidamente e devi programmare prima. Negli sport estremi è sempre meglio programmare prima. L’aria è estremamente dinamica, se metti un braccio in una determinata posizione ti fa da leva e inizi a ruotare. 

 

Sono due mondi che ti permettono di perdere il contatto col suolo e di muoverti a trecentosessanta gradi. Tutto ciò lo trovo molto interessante, anche come approccio a tutto quello che fai nella vita; il fatto di vedere le cose da visuali e ottiche diverse ti apre la mente. Tante volte ci incanaliamo in una roba e la vediamo solo da un’angolazione, battiamo la testa sempre lì. Provare ad alzare la testa e osservare il tutto da un’altra prospettiva magari ci aiuta.

 

Nel paracadutismo il tempo è breve e veloce. La caduta libera, in un lancio ordinario col paracadute, dura circa un minuto. Nella vita quotidiana un minuto ci scorre via senza che ce ne accorgiamo, mentre in un minuto in aria possiamo fare veramente molte cose; la percezione del tempo, a seconda di quello che facciamo, ha una valenza diversa.

Il tempo è un qualcosa di estremamente relativo. Il significato al tempo lo diamo noi. In queste situazioni nelle quali devi ragionare con estrema velocità, succedono una serie fitta di cose in un tempo compresso e avviene quella che io chiamo la dilatazione del tempo. Tu prendi tutte queste informazioni che ti arrivano velocissime e nella tua mente le rallenti e le dilati per poterle gestire, ed è quello che succede nel paracadutismo. Spesso uno dice: «Ma come fate a reagire così in fretta?». Ti alleni a percepire, a captare e a ricevere molte informazioni. 

 

Ti faccio l’esempio del film Matrix – ci scherzo sempre su questa cosa – quando il protagonista schiva le pallottole al rallenty; è un po’ la stessa cosa, come se tu avessi la capacità di entrare nel tempo e in qualche modo gestirlo. Non funziona sempre, disgraziatamente [ride]! È un po’ l’idea di essere capaci di entrare nel tempo e adattarlo alla tua esigenza.

 

Cosa cerca un atleta che fa sport estremi? Cerca un qualcosa di interiore, oltre al fatto dell’attività sportiva in sé?

Quando cominciavano a succedere degli incidenti nel team No Limits, eravamo sotto la lente d’ingrandimento e messi in discussione per quello che noi volevamo vivere, suscitando critiche e polemiche. La mia risposta è che io non cerco la morte, ma voglio vivere a pieno la vita. Se siamo qua, di qualcosa dobbiamo morire e non so se sarà banalmente mentre attraverso la strada e un cretino non mi vede e mi prende sotto o, Dio non voglia, di una malattia. Io non mi sono mai vista morire col paracadute, anche se qualche volta ci sono andata vicino.

 

È il desiderio di vivere a pieno, è un’attitudine, è una forma mentale, è il desiderio di abbracciare la vita e vederla e viverla in tutti i suoi aspetti. Qualche volta penso a quanta gente c’è che esce la mattina che neanche guarda il sorgere del sole, lo dà per scontato. E invece l’universo tutte le mattine ti offre uno spettacolo, ti regala tramonti mozzafiato e nonostante ci sbattano contro, non lo osservano e non ci fanno caso. Vivere con un senso di gratitudine, anziché con un senso di critica.

 

Se sono qui, lo sono per qualche cosa e un’impronta la dovrò pur lasciare o quantomeno fare del mio meglio. Non è solo un vivere verso l’esterno, è un vivere anche verso l’interno, interiorizzando esperienze, sensazioni, conoscenze, persone… Dall’altra parte cosa ci portiamo? Arriviamo nudi e ce ne andiamo nudi. Cosa ci possiamo portare realmente del tempo in cui viviamo qui? Ci possiamo portare queste esperienze. Questa magia dell’universo, il fatto di aver cercato di lasciare un segno.

 

Vivere una vita senza imposizioni dall’esterno e tentare di viverla a seconda dei nostri sogni, dei nostri desideri e delle nostre aspettative. Mi pare di comprendere che il senso sia questo, giusto?

Nel rispetto degli altri, senza mancare di rispetto alla vita stessa, che era il fulcro nei momenti più critici del Team No Limits, anzi, è tutto il contrario. È voler vivere. Io trovo triste quando vedo persone che sono incanalate, inscatolate in un modello di vita dove corrono su un binario e si lamentano continuamente di essere su quel binario, ma non fanno nulla per uscirne, si lamentano e basta.

 

Mi alzo tutte le mattine, vado in palestra, vado a correre, lavoro, faccio immersioni e tante altre mille cose e, se voglio cambiare qualcosa dell’equilibrio della mia vita, so che da qualche parte devo cambiare l’equazione, sennò resto lì dove sono.

 

È un punto di vista che condivido.

È di difficile comprensione per quelli che usano il loro binario come un’ancora di sicurezza per poi criticare chi esce dal binario. Siccome io sono stata sempre un po’ controcorrente, arrivi a un punto della vita in cui non mi va più di discutere con chi la pensa in quella maniera statica, perché ha molta più importanza la mia pace mentale che convincere uno che tanto non capirà mai [ride].

In una tua intervista quando eri in forza al No Limits Team, il giornalista ha citato uno psicoanalista ungherese che diceva – vado a memoria – che «la ricerca del brivido attraverso le proprie abilità crea uno stato di tensione che spezza la noia, ma è prova di aridità affettiva nel quotidiano». Tu cosa risponderesti a questa affermazione oggi?

Può essere una verità; il cercare sempre l’adrenalina, che di fatto è una droga potente e per questo capisco perfettamente, una volta che tu hai assaggiato la sensazione di brivido, di poter controllare certe situazioni che esulano dalla normalità, le cerchi anche nel quotidiano. Diventa una forma di lettura della vita. Vivere una vita sopra le righe, può essere una necessità e vivere una vita normale, per una persona che ha questo mindset, può risultare non facile.

 

La tua impresa più grande è il salto da 10.900 metri senza ossigeno. Un record tuttora imbattuto.

In questi giorni mi hanno scritto in tanti per dirmi che un paracadutista russo aveva battuto il mio record. Non lo ha battuto: aveva ossigeno in salita e ossigeno in caduta, e questa è la differenza. Io avevo ossigeno in salita quando ero all’interno dell’aeroplano; una miscela di ossigeno che io gestivo per poi respirare ossigeno puro solo negli ultimi tre minuti prima del lancio, dopo un training specifico fatto a terra per aumentare le mie capacità di apnea. Tutta una serie di fattori molto studiati.

 

Con lo sforzo isometrico muscolare bruci ossigeno in quantità enorme e, per mantenere la posizione di caduta a una velocità stimata superiore ai 450 km/h, hai uno sforzo muscolare per mantenere la tua traiettoria di caduta molto intenso, che devi tenere per diverso tempo senza che la tua muscolatura possa avere un cedimento. Isometria e capacità di rimanere in apnea per il tempo richiesto, che era di quaranta secondi, per poi arrivare a quota seimila metri, per cui poi si riusciva a respirare liberamente.

 

Tutti mi dicevano che era tecnicamente impossibile e invece, passo dopo passo, con gli allenamenti giusti, quello che poteva sembrare all’apparenza impossibile, in realtà non lo era. Questo ragazzo russo ha fatto un record bellissimo, con delle immagini intense e stupende, ma il record è ancora mio [ride]!

 

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Immagino che la preparazione per questo lancio sia stata meticolosa e dettagliata in ogni particolare, anche dal punto di vista fisico.

È stato un parto! Sono stati nove mesi dedicati a raggiungere questo traguardo. Ho fatto un primo record di 10.043 metri con il quale lo sponsor era già contento, ma il mio obiettivo era quello di percorrere più di 10.000 metri di caduta libera. Ho chiesto allo sponsor – chiaramente era un costo importante – di poter ripetere il lancio e andare più in alto in quota.

 

Adesso ti farò un discorso che nessuno ha ben compreso: i miei 10.900 erano una quota GPS, quindi erano misurati dal suolo, ossia da zero a 10.900. Quando sono saltata giù dall’aeroplano, sono scesa più vicino possibile alla retta perpendicolare nei primi metri di caduta per arrivare ai 6.000 metri più rapidamente possibile, dopodiché ho cominciato a cabrare la mia posizione di caduta, per rallentarla e aprire a 550 metri dal suolo.

 

Questa è stata la mia vera quota di apertura del paracadute, ma per ragioni di «non diamo il cattivo esempio», me l’hanno certificata a 750 metri, quindi 10.150 metri di caduta libera. Con la cabrata che ho fatto in volo, non essendo scesa perpendicolarmente alla terra, ma «volando» mentre scendevo, teoricamente avrei percorso più metri. Come si spiega in una pubblicità da mettere sulla doppia pagina del Corriere della Sera o su qualsiasi altro giornale che ho saltato da 10.900 e ho percorso più di 11.000 metri in caduta libera? Avrebbero tutti pensato a un errore di stampa.

 

Questo è un cruccio che mi porto dietro; il record è ancora imbattuto, però io in aria ho percorso ben di più di 10.150 metri, perché la mia traiettoria non è stata una retta perpendicolare verso terra, ma di fatto una curva, una sorta di ipotenusa.

 

Le sensazioni che avevi quel giorno, in specie negli ultimi minuti mentre eri in volo prima di raggiungere la quota, te le ricordi?

In quegli attimi ti devi concentrare su quello che stai facendo e non puoi distrarti guardando il paesaggio. Sei iperconcentrato sul leggerti internamente, sul decidere se abbandoni l’aeroplano oppure no e quello è il momento cruciale, perché se qualcosa non va, una volta che sei fuori, fine. Sei superconcentrata su di te, su quello che ti succede dentro, però immagazzini immagini.

 

La sensazione più grande che ho avuto e che mi accompagna sempre è quella di quanto siamo piccoli, siamo esseri minuscoli. Noi ci diamo importanza, diamo importanza ai problemi, diamo importanza a delle cose a volte assurde e la prima sensazione che hai quando ti affacci dal portellone dell’aeroplano è che tutto è veramente lontano. Non sei dentro a un grande aereo di linea, bello protetto, e guardi il panorama tranquillamente. Lì salti fuori e ti metti dentro a questo contenitore d’aria enorme che ti avvolge e la prima sensazione che hai è che siamo minuscoli.

 

Quando hai fatto questo salto da record, cosa ti ha detto la tua famiglia prima di affrontare quest’avventura?

Il mio grandissimo alleato e sostenitore è sempre stato mio nonno paterno. I miei genitori erano in Africa in quei giorni, ma mia mamma sarebbe dovuta salire in Italia. Ovviamente sapeva che facevo paracadutismo, ma non che avevo in mente di fare quel record. Dissi a mio nonno che speravo non arrivasse a ridosso dell’impresa, ma dopo e lui mi chiese perché non la volessi accanto a me in un momento così particolare. Gli risposi che non volevo leggere nel volto di mia madre la sua paura. Non volevo percepire la paura di una madre, perché mi avrebbe un po’ frenata.

 

Invece mia mamma è arrivata prima e dissi al nonno: «Abbiamo un problema. Per favore aiutami tu!» [ride]. Lui rispose: «Ci penso io». Eravamo nella nostra casa nella campagna cremonese e io da fuori ho udito le urla di mia mamma che gli diceva: «Ma tu sei matto! È figlia mia!» [ride].

 

Mi ha chiamato a rapporto subito e mi ha detto: «Cosa ti è venuto in mente di fare?!». «Mamma, non c’è niente che tu possa fare per fermarmi». Ho visto sbiancare mia madre – poverina, gliene ho fatte passare di tutti i colori [ride] – e coraggiosamente mi ha detto: «Ok, visto che non ti posso fermare, dammi una sola ragione per comprendere se dovesse accadere il peggio». «Mamma, si può morire in tantissimi modi. Intanto questa volta non succederà, ci rivedremo a terra a fine lancio».

 

Ha dovuto sopportare non uno, bensì tre di quei lanci: il primo, il secondo e l’ultimo, che è quello del record. Per una madre credo sia molto difficile sopportare una cosa del genere. Al contempo non volevo che papà lo sapesse.

 

In quel mentre mio padre stava prendendo un volo da Nairobi a Malindi; faceva questo tipo di tratta aerea perché a Malindi c’erano i giornali italiani. Comprò il quotidiano e vide la doppia pagina con la mia fotografia dove si parlava di questa impresa. Appena atterrato in Italia ha chiamato mia madre e le ha chiesto: «Ma è nostra figlia?». A ripensarci mi viene proprio da sorridere, guarda. Mio babbo ha saputo del record leggendo sul Corriere della Sera!

 

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Il Sector No Limits Team per voi credo sia stato determinante al fine di poter praticare paracadutismo ad altissimi livelli. Come entri a far parte della squadra?

È una storia particolare. Quando ho cominciato a capire che realmente potevo dare quel qualcosa di più nel mondo del paracadutismo, cercavo uno sponsor a tutti i costi. In Italia, e nel mondo del paracadutismo femminile, era proprio impensabile. Saltavo con due videomaker, un ragazzo e una ragazza che si turnavano, e tutto quello che guadagnavo con i miei tre lavori, lo spendevo per saltare. Risparmiavo meticolosamente anche sul cibo, cercando sempre le offerte al supermercato!

 

L’idea del Team No Limits era il top e Patrick De Gayardon – tanto per farti un paragone – era il Valentino Rossi del paracadutismo. Mai avrei pensato di diventare compagna di squadra di Patrick, nonché poi amica. Avevo le idee chiare in testa, sognavo in grande e credevo tanto nelle mie possibilità.

 

Mi ero messa in testa di fare quel record perché, vista la mia esperienza subacquea, avevo una buona capacità di apnea. Nel frattempo usavo il freestyle come specchietto per le allodole e avevo preparato un video con la musica dei Dire Straits mentre facevo le evoluzioni in aria. Feci girare questa cassetta VHS quanto più possibile per attirare l’attenzione di qualche sponsor.

 

Tutti i miei amici mi prendevano in giro per questa mia fissazione, perché mentre loro il fine settimana andavano in discoteca, io andavo a letto presto perché l’indomani dovevo saltare. Un giorno mi chiamano da Nuvenia Pocket – l’assorbente femminile – perché avevano questo prodotto che aveva le «ali». Sarebbe stata una discreta sponsorizzazione, solo che pensai: «Secondo me è distante dal record sportivo, ma poi c’è il rischio che tutti mi riconoscano come la ragazza degli assorbenti!».

 

Ho rifiutato questa partnership subendo pure le critiche dei miei amici, perché secondo loro era un’occasione più unica che rara. Un giorno però mi arriva un messaggio nella segreteria telefonica del telefono di casa: «Salve, mi chiamo Marco Francesconi e sono team manager del Team No Limits. Ci è arrivata la tua documentazione e saremmo interessati a parlare con te».

 

Ascoltai questo messaggio più volte perché ero incredula e sinceramente pensavo a uno scherzo di qualche cretino amico mio [ride]. Dopo qualche giorno mi richiama: «Sono Marco Francesconi del Team No Limits, parlo con Barbara Brighetti?». «Chi sei tu? Dai, basta con questi scherzi, per favore… dimmi chi sei». Finché non sono arrivata a Milano nella loro sede e ho potuto constatare con i miei occhi, non ci credevo. Oggi con Marco siamo molto amici e ogni volta ci facciamo delle grandi risate ripensando a quei momenti.

 

Mi hanno fatto sedere a un tavolo e mi hanno chiesto cosa mi occorresse per fare il salto record. Mi hanno fornito di tutto e supportato in tutto. È stato un incontro molto fortunato per me. Mi hanno anche detto che se avessi fatto il record sarei rimasta nel Team, altrimenti no e amici come prima. Da lì è partita la mia avventura con il Sector No Limits.

 

Ricordo che lo spot della Nuvenia Pocket lo fece un’altra paracadutista.

Vedi che poi ti rimane quell’immagine [ride]?! Non volevo essere la faccia dell’assorbente! 

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È più importante la forma fisica o la condizione mentale nel vostro sport?

Tutte e due e devono andare a braccetto. La magia avviene nel momento in cui le due cose si uniscono. Questa accade un po’ in tutti gli sport. 

 

Patrick de Gayardon è stata una figura leggendaria del paracadutismo moderno, ha cambiato la storia di questo sport, un visionario e un pioniere di questa disciplina. Che persona era, che rapporto avevate e che ricordo hai di lui?

Un amico fraterno, un esempio e una grande persona. Lo descrivo sempre come una sorta di Archimede pitagorico del paracadutismo. Se ci pensi bene, nel mondo del paracadutismo – è passato del tempo da quando è morto Patrick – non è stato inventato niente di nuovo. Si è migliorato quello che lui ha inventato. Sicuramente la tuta alare ha fatto grandi passi avanti, migliorando il suo progetto, ma non è entrato niente di nuovo.

 

Lui ha portato tutto quanto c’era di nuovo nel mondo del paracadutismo. È una figura che manca tantissimo, ineguagliabile, insostituibile. Credo non sia possibile replicare, o meglio, neanche avvicinarsi a uno come lui.

Patrick de Gayardon muore durante un lancio di allenamento alle isole Hawaii. Era il 1998. Quando succede una tragedia del genere, il vostro rapporto con la morte e la percezione del rischio cambia?

Nel mondo degli sport estremi capita di veder morire molte persone. Mentalmente tendi sempre a giustificare e a dire che l’incidente mortale è stato causato da quello o quell’altro errore e si pensa che a te non succeda mai. Quando vengono a mancare persone del carisma di Patrick, che sono scampate alla morte non so quante volte e hanno fatto cose talmente incredibili che sarebbero dovute morire tremila volte, ti traballa tutto il tuo mondo e ti metti in discussione. Ti vedi indebolito.

 

Salire su un aeroplano la prima volta dopo la sua morte è stato mentalmente complicato, è stata una sfida. Ci sono due cose da valutare: è più forte il richiamo e l’amore per la tua disciplina o è più forte la remora che ti si crea mentalmente? E fidati, ti si crea. Sarebbe una bugia non ammetterlo.

 

Fino a quando è stato più forte il richiamo ho continuato a saltare anche perché era anche una sorta di maniera di omaggiarlo. Per me è scemata naturalmente questa cosa perché ho compreso che per me era più importante chiudere e terminare su una nota alta che non calare piano piano il livello. Quando sei a un certo livello le persone si aspettano molte cose da te e non puoi essere al mille per cento sempre.

 

Il giorno in cui decidi di smettere, ci vuole un certo coraggio per prendere questa decisione. Il richiamo è sempre fortissimo. Meglio lasciare con il sapore dolce e non agrodolce. Ho un sacco di cicatrici, ma ho vissuto momenti bellissimi.

 

Quando un paracadutista decide di smettere, come si convive con il fatto di non avere più quella sensazione di adrenalina?

All’inizio è complicatissimo, è come avere delle crisi di astinenza. L’adrenalina è una droga che la genera il tuo corpo. È come controllare delle crisi di astinenza nelle quali tu cerchi di essere sensato e nelle quali cerchi di non sbagliare. Se sei fortunato trovi la capacità di modificare questa ricerca di emozione spinta in una ricerca di obiettivi differenti.

 

Adesso faccio l’agente immobiliare e nel mio lavoro ci trovo quel pizzico di adrenalina quando un affare va in porto. È un’emozione decisamente più terrena, ma ci si accontenta [ride]! Ho imparato ad accontentarmi.

 

Vivendo a Fuerteventura, la mattina quando esco di casa faccio una passeggiata sul lungomare con i miei cagnolini a piedi scalzi per vedere sorgere il sole. Vivo in un posto dove, finito il mio orario di lavoro, posso andare a fare delle immersioni subacquee, posso fare un bagno al mare, posso andare a cavallo… per me questo oggi ha un senso e ha un valore inestimabile.

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Ci sono molti base jumper che spesso cercano sempre di alzare l’asticella del rischio, a volte anche rimettendoci la vita. Cos’è che spinge un atleta ad andare oltre sapendo che aumenta in modo esponenziale il rischio di morte?

La tuta alare ti toglie la percezione del ground rush; quando caschi verticalmente hai la sensazione del suolo che ti arriva sempre più vicino e di conseguenza anche l’intenzione di aprire il paracadute. Il base jump con la tuta alare è una disciplina dove passi vicinissimo alla cima delle montagne o dentro i canyon e ti toglie questa sensazione del suolo che ti arriva addosso. Se calcoli bene poi hai sufficiente quota per aprire il paracadute.

 

Ci sono diversi fattori; io credo che sicuramente ti dia un senso di onnipotenza, mescolato alla giovane età, nella quale il senso del rischio purtroppo non lo hai sviluppato al massimo, in quanto non hai avuto sufficienti incidenti o hai poche cicatrici. Poi hai l’onda degli altri che ti spingono e che rischiano sempre di più. Tutto assommato insieme, diventa difficile essere capaci di darsi un limite ed ecco che succedono le tragedie.

 

Fa dispiacere perché gli incidenti sono stati tantissimi e lasciano un segno negativo nel mondo del paracadutismo. Se io ti rigiro questa cosa e ti dovessi dire quanti ne muoiono per strada per lo stesso tipo di sfrontatezza, sono molti di più.

 

Sai, la gente comune vede il vostro sport come «incosciente e pericoloso», mentre non sa che i rischi del quotidiano sono comunque dietro l’angolo, in specie in macchina o in moto. Ricordo la morte di Pietro Taricone, che mise un po’ in cattiva luce il movimento, essendo lui un personaggio pubblico, e smosse le coscienze della gente comune, ignara di questo sport.

Pensa che a Pietro Taricone i contatti per andare al centro di paracadutismo glieli avevo passati io.

 

Pietro Taricone è stato un personaggio, a mio avviso, molto positivo, sempre schietto, solare e sorridente. 

Lui si era appassionato al mondo dei cavalli e del rodeo con Andrea Mischianti, il compagno di Natalia Estrada. Conoscevo ambedue e Natalia aveva abbandonato la sua professione per fare la cowgirl. Andrea fu il tramite tra me e Pietro per il mondo del paracadutismo. Pietro ha iniziato a lanciarsi in due drop zone di Roma e anche la sua compagna, Kasia Smutniak, si era appassionata ai lanci. Pensa che quando ebbe l’incidente, lei era lì e vide tutto. Fece una manovra bassa vicino a terra che lo fece impattare violentemente sul terreno. In tantissimi muoiono così.

 

È come se questa vela molto performante avesse perso portanza facendolo precipitare al suolo, giusto?

Ci sono dei corsi apposta per imparare a governare le vele veloci. La vela rimane gonfia, perché si sposta con una dinamica di fori comunicanti, ma se fai queste manovre radicali vicino a terra di centottanta gradi, facendo un pendolo per farti capire, se calcoli male, impatti il suolo prima che la vela si recuperi. Se invece calcoli bene, fai queste manovre spettacolari arrivando vicino a terra. Se calcoli male il pendolo sotto la vela, sbatti a terra, oppure la vela collassa perché fai questa manovra in vento contrario e giocoforza vieni giù. Ribadisco, la maggior parte degli incidenti oggi succede sotto un paracadute aperto che ti avrebbe dovuto far atterrare perfettamente.

 

Quando la gente comune sente che c’è stato un incidente col paracadute pensa sempre che non si sia aperto, mentre invece…

Il paracadute si apre, ma a volte viene usato in maniera sconsiderata. 

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Tu hai fatto diversi atterraggi in altura e uno in particolare l’hai effettuato sulla Muraglia Cinese. So che non è stato facile e hai avuto diversi problemi anche di carattere burocratico. È stata più ostica la burocrazia cinese o le condizioni meteorologiche non ottimali?

È stato un incubo avere i permessi per quel salto e un incubo trovare il punto dove effettuarlo, perché volevo atterrare nella parte della Muraglia non restaurata. Un altro incubo è che mi portavo dietro con me il camera flyer che era stato in volo con Patrick il giorno che era morto e un incubo perché il mio paracadute preparato apposta per quel lancio non era arrivato e non avevo il mio paracadute.

 

Mi hanno mandato da Milano un paracadute di Patrick che avevano in magazzino, il quale poteva avere le medesime caratteristiche del mio, però lui pesava molto più di me. Inoltre era una vela che io scoprivo in quel momento: aveva quattro settaggi di frenatura che mi hanno tenuta sveglia tutta la notte per cercare di comprenderne bene il funzionamento e cercavo di comunicare spiritualmente con Patrick per capire questi settaggi e lo pregavo di non farmi morire perché ancora non era ora [ride]! Non volevo morire col suo paracadute! Ti ricordo che questo lancio in Cina lo feci poco dopo la morte di Patrick.

 

La base cinese da cui siamo decollati era a un’ora di volo dal punto di lancio e ci andammo con quest’elicottero russo che era un miracolo che stesse in volo. Il mio camera flyer, tra l’altro, è poi morto tempo dopo perché fece un esperimento replicando il paracadute disegnato da Leonardo.

 

A lui – era lì con la sua compagna che era ripiegatrice – gli hanno sequestrato le telecamere perché non volevano che lui riprendesse. Non avere le telecamere in caduta libera era come togliere una parte importante dell’impresa che avrei dovuto compiere.

 

Di contro, cosa fece lui? Si bevve tutto il bar e la mattina dopo venne da me la sua compagna dicendomi che era sdraiato nella vasca da bagno ubriaco fradicio [ride]. Non si stava mettendo benissimo. Aveva un colore tendente al verdastro e io gli dissi: «Ma tu non vorresti mica lanciarti in queste condizioni?». «Mi lancio lo stesso».

 

Il cretino si nascose addosso una telecamera che ovviamente gli hanno trovato e quindi ci hanno arrestato a tutti e due. In Cina, sperduti in quel posto, non c’era tanto da scherzare e anche il nostro traduttore era preoccupato.

 

Finalmente ci hanno poi fatto salire sull’elicottero, che stava quasi facendo buio, e da sotto avevano acceso dei fuochi per segnalare il punto di atterraggio. Eseguito il lancio, che di fatto era un lancio di prova, il giorno appresso ci hanno concesso di fare il lancio buono. Fine.

 

Di solito per un’impresa del genere è prassi fare più lanci di prova. Lì no! Il giorno dopo c’era un vento molto forte e mi è salito quel pensiero che forse sarebbe stato meglio abbandonare, visto quest’ulteriore imprevisto.

 

Alla fine ce l’ho fatta; non sono atterrata sulla Muraglia, ma a fianco. Sono rimasta intera per miracolo perché fu un atterraggio difficilissimo e potevo rompermi tutte e due le gambe. Son quelle cose in cui poi dici: «Sto tirando troppo la corda…», ma è andata!

 

Sei atterrata anche sulle montagne dell’Adamello.

Sull’Adamello ho fatto una serie di prove per poi atterrare in cima al Kilimangiaro.

 

So che era un tuo sogno poterlo fare, ma credo sia rimasto tale.

Purtroppo è così. Non mi hanno dato i permessi ed era tutto troppo complicato. Hanno fatto tutto il possibile perché io non decollassi per poter atterrare sulla cima del Kilimangiaro, che appartiene alla Tanzania. Volevo atterrare in vetta e scendere sul lato keniota dove avevo tutti gli appoggi, ma i freni burocratici sono arrivati dal governo della Tanzania.

 

Non ho avuto modo di atterrare sulla cima, ho fatto il lancio sui pendii, son salita tre volte in cima a fare il sopralluogo nel giro di una settimana e anche quella è stata una bella sfida. Oramai è un sogno destinato a rimanere nel cassetto per sempre.

 

Tu che hai vissuto tanti anni questo sport, nel corso del tempo c’è stata un’evoluzione significativa nella ricerca dei materiali?

Noi potremmo definirci pionieri in un certo senso, perché abbiamo contribuito tantissimo a ciò, avendo avuto anche la fortuna di lavorare con le compagnie che producevano sia tute, materiali e paracadute. I performer che viaggiavano all’apice di questo sport davano dei feedback che venivano presi molto in considerazione, per cui abbiamo contribuito tantissimo a migliorare anche nella sicurezza. È stato un percorso molto bello e interessante.

 

A tutt’oggi, dopo il tuo ritiro, sei rimasta in contatto con quel mondo?

Sto lavorando a un progetto molto interessante: mi hanno contattata per collaborare a un docu-film su Patrick de Gayardon. Io li ho aiutati a trovare i contatti per ricostruire quello che è il backstage della sua carriera e della sua vita privata. Li ho messi in contatto con i camera flyer che hanno registrazioni e de-briefing dei suoi lanci. Al momento stiamo facendo questo grande lavoro di ricerca.

 

Tienici aggiornati.

Assolutamente! Il progetto è bellissimo e adesso la Sector è stata acquisita dal gruppo Morellato e da poco sono stata in Italia per questo passaggio di consegne dal vecchio Team No Limits a quello nuovo. C’ero io assieme a Pipin Ferreras [l’apneista cubano, ndr] e Manolo [pioniere dell’arrampicata libera, ndr]. Vediamo come evolve il tutto. 

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Tu sei stata anche conduttrice di alcuni programmi televisivi riguardanti gli sport estremi. 

È stato un gioco molto divertente. 

 

È più genuino il mondo del paracadutismo o quello della televisione?

Senza ombra di dubbio quello del paracadutismo! Ho avuto la fortuna di viverlo da privilegiata e da protagonista. Su La7 ho condotto un programma che si chiama Extreme e poi ho fatto una serie di puntate per Sky e anche altro. 

 

C’è un’altra Barbara Brighetti oggi capace di replicare le tue imprese?

Non credo, anche se mi piacerebbe poterti dire sì, perché sarebbe bello passare il testimone, ma al momento non vedo nessuno. Ci sono personaggi interessanti nelle classiche discipline del paracadutismo, ma null’altro.

 

Che consiglio daresti a coloro che vorrebbero avvicinarsi a questo sport?

Il consiglio ce l’ho qua attaccato al collo: ho il pin, che tu riconoscerai avendo fatto paracadutismo, che chiude la sacca del paracadute di quando me la sono vista peggio, poi ho un cuore che mi ricorda sempre di fare le cose con passione e amore e poi una croce che mi ricorda di credere sempre e avere fede. Qualsiasi cosa tu faccia nella vita, se ci metti passione credo e amore, in genere puoi ottenere bei risultati. 

 

Quante volte ti è capitato di aprire il paracadute d’emergenza?

Solo tre in quasi diecimila. 

 

Per concludere la nostra intervista, vorrei ritornare all’inizio di questa nostra chiacchierata. Hai qualche ricordo dei tanti personaggi della musica con cui ha collaborato tuo babbo?

Sono tutt’oggi in contatto con la parte di famiglia di Bruno Martino della prima moglie, ma anche con la seconda. Ho conosciuto e sono tuttora in contatto con Mina, nonostante viva una vita ritirata e lontano dai riflettori da decenni. Ci siamo incontrate tante volte, l’ho vista al pianoforte con papà a sperimentare e a cantare.

 

Enzo Jannacci, altro amico di papà, simpaticissimo, che è stato in vacanza in Africa da noi. Un altro grandissimo amico di papà è Riccardo Muti, che pure lui è stato in vacanza da noi tantissime volte assieme a sua moglie Cristina. Luciano Pavarotti.

 

Intorno a papà ruotavano questi personaggi che, quando decise di trasferirsi definitivamente in Africa, lo venivano a trovare. Visti, conosciuti e vissuti.

 

Hai avuto una vita intensa.

Tanto belli anche i racconti di papà quando ci parlava di Chet Baker, un genio che poi si è perso nei suoi vizi purtroppo.

 

Chet Baker ha avuto seri problemi di droga.

Una vita triste la sua purtroppo. Dall’altra parte babbo mi parlava di Stan Getz che si esercitava tutti i giorni con il suo strumento. Un vero professionista e un esempio di stile e disciplina. 

 

Consentimi la battuta, a volte sono più spericolate le vite di alcuni jazzisti che quelle dei paracadutisti!

Totalmente! Sono anche sprecate, sono perse. Tant’è che io da piccolina cantavo assieme a papà e mi sarebbe piaciuto tantissimo fare la cantante, ma mi ha dissuaso. A non farmi entrare nel mondo della musica e del jazz è stato proprio mio padre. Questa dote, questa capacità l’ho sempre avuta. Andavamo a casa di amici e io cantavo per il gusto di farlo e tutti gli dicevano di farmi fare la cantante professionista e lui gli rispondeva: «Lasciatela fare dello sport che è meglio».

 

Non l’avesse mai detto!

Eh sì! se l’universo mi regalato papà e mamma, me li ha regalati proprio bene. Mi sono stati di grandissimo esempio. Sono stati genitori magnifici.

 

La famiglia è un punto fermo, un sostegno per la vita e anche per la vita di uno sportivo. Nello specifico i tuoi ti hanno appoggiato in un’attività sportiva dove non so quanti altri avrebbero fatto la stessa cosa.

Quasi nessuno! Ho avuto dei genitori con la mentalità molto aperta che hanno compreso le mie scelte e sono stati orgogliosi di me. C’è una foto di mia mamma incinta di me sott’acqua con i pescecani. Cosa voleva pretendere poi [ride]?! Sono cresciuta scalza, in mezzo alla savana con i leoni.

 

Francesco Rondolini

 

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Immagine di Austin Kirk via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

Essere genitori

Botte da orbi tra adulti alla partita dei «pulcini». Drammatico quanto naturale?

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Nello Stato statunitense della Pennsylvania una violenta rissa tra due allenatori di football giovanile è scoppiata proprio davanti a bambini di terza e quarta elementare. L’intera scena è stata ripresa in video, finendo quindi sui mezzi di informazioni del Paese e tracimando, tramite l’internetto, nell’interomondo.   La caotica vicenda si è svolta durante il quarto quarto della partita di sabato tra Carlynton e Keystone Oaks a Carnegie. Il filmato, registrato da Ryan Crux, un genitore mostra la situazione degenerare dopo un’interruzione del gioco, con Keystone Oaks in vantaggio per 7-0.   Il 24enne allenatore del Carlynton è stato ripreso mentre urlava aggressivamente prima di scagliarsi contro membri della panchina avversaria. Indossando una maglietta verde, Canton si è diretto verso l’allenatore rivale, il coach dei Keystone Oaks.   Da lì è scoppiato il caos, con l’arbitro impegnato a fare tutto il possibile per proteggere i bambini dalla confusione.  

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Il video ci permette di parlare di un fenomeno misconosciuto ma molto presente anche in Italia: quello delle risse tra genitori alle partite dei figli sportivi. Si tratta di violenze che spesse volte si incentrano sull’arbitro.   I dati dell’Associazione Italiana Arbitri sono sconvolgenti: nelle stagioni 2022-2023 e 2023-2024 sono stati registrati complessivamente 870 episodi di violenza ai danni dei direttori di gara, per 978 giorni di prognosi, e nella stagione 2024-2025, al 20 novembre, se ne contavano già 195, 15 dei quali gravi. Un altro dettaglio interessante: nell’85-90% dei casi gli autori sono tesserati — calciatori, dirigenti, allenatori, quindi non sempre «solo» genitori sugli spalti, ma il fenomeno dei genitori resta una fetta consistente e particolarmente odiosa perché colpisce bambini e arbitri giovanissimi.   I casi di cronaca si sprecano. A Lodi, nel novembre 2025, durante una partita di Pulcini tra Montanaso e Usom Melegnano, un padre ha reagito a una decisione arbitrale lanciando un sasso in campo e brandendo un pezzo di ferro. È quindi dovuta intervenire la polizia.   A Collegno, nel settembre dell’anno passato, durante un torneo giovanile, un genitore avrebbe scavalcato la recinzione colpendo con pugni e calci un portiere avversario tredicenne, causandogli una frattura al malleolo.     A Desio, in una partita di Pulcini del 2019, una madre ha rivolto insulti razzisti a un bambino avversario.   Il capo degli arbitri di Reggio Emilia citava già anni fa il caso di Juventus-Torino, con i genitori dei pulcini che si sono picchiati, come episodio limite noto a livello nazionale.

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Durante una partita di pulcini al campo di Santa Lucia, a Verona nel 2019, un litigio tra due padri è degenerato: uno ha rimproverato il figlio ed è stato colpito al volto (labbra e denti feriti) dall’altro genitore, che poi ha tirato fuori un coltello minacciando di morte. È stato disposto un Daspo per entrambi.   A Padova, nel 2015, un banale fallo di gioco tra pulcini di 9 anni è degenerato in insulti, schiaffi e pugni tra genitori, fermati solo dai carabinieri.   Nel 2023 a Cremona, ecco la vicenda della nonna 71enne che ha schiaffeggiato un bambino della squadra avversaria; ne è nata una rissa tra i genitori sugli spalti, sedata dai carabinieri. Tre mesi dopo il questore ha emesso sei Daspo.   A Dubino, in provincia di Sondrio, nel 2016 vi è stata la tissa sugli spalti tra genitori tifosi durante una partita di Pulcini classe 2006: i bambini in campo, alcuni in lacrime, hanno smesso di giocare da soli e si sono abbracciati con gli avversari, dicendo «basta, noi non giochiamo più» — un episodio diventato quasi simbolico in senso opposto, di reazione dei ragazzini alla violenza degli adulti.   A Seregno, in provincia di Monza e della Brianza, si è avuto il caso più grave in assoluto: durante una partita tra pulcini di 8 anni, una rissa tra genitori è scoppiata sugli spalti dopo insulti reciproci rivolti ai bambini avversari. Un dirigente 44enne, intervenuto per calmare gli animi, è stato colpito con un calcio alla schiena: gli si è spappolato un rene, che i medici hanno dovuto asportare, ed è finito in terapia intensiva. L’aggressore, un 47enne, è stato indagato per lesioni personali gravissime con perdita dell’uso di un organo — si è parlato anche di possibile tentato omicidio.   Il fenomeno, va detto, non riguarda solo il calcio: anche in basket e rugby il problema dei genitori aggressivi sta crescendo. Nessuno sport è veramente immune dalla follia sportivo-genitoriale: in un video di commento alle recenti Olimpiadi Milano-Cortina, una pattinatrice russa (proveniente dal Paese purtroppo estromesso dalle competizione) ha raccontato che uno dei suggerimenti che si è sentita dare quando era ancora bambina era tenere i pattini sempre con sé: il rischio è quello che i genitori o gli allenatori delle atlete avversarie allentino furtivamente le viti che tengono le lame, così da inficiare la performanza o generare un vero e proprio incidente traumatico sul ghiaccio.   Vi è, purtutavia, una lettura non disforica di questi eventi: i genitori vivono la partita del figlio come fosse la propria, perché vedono nel piccolo la loro stessa continuazione.

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Si tratta quindi della scaturigine di un istinto umano e giustissimo, quello di proteggere la propria discendenza, quello di difendere chi si ama, ciò che si ha di più caro.   Un filo comune in molti di questi casi è che spesso non è nemmeno la partita in sé a scatenare la violenza, ma un rimprovero di un genitore al proprio figlio, o un fallo minimo, che innesca reazioni completamente sproporzionate — segno che il vero detonatore è la tensione accumulata dagli adulti, cioè l’energia che il loro animo mette a disposizione per la protezione dei figli.   Ciò detto, non è non ci siano tanti che ci marciano, e si sfogano con ancora più voluttà di quanto non sia possibile fare nelle curve degli ultrà, traendone godimento che solo la boria uligana può offrire.   Il fenomeno era stato inquadrato stupendamente nel 2005 in un episodio (S09E05) del cartone satirico South Park che raccontava come, in ultima analisi, ai genitori le partite interessavano di più che ai figli, soprattutto per la possibilità di berciare e, sperabilmente, fare a botte.      

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Sport e Marzialistica

Lotta a cavallo e caccia con l’aquila: ecco i Giochi Mondiali dei nomadi

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Sono in corso presso il lago Issyk-Kul, in Kirghizistan, i Giochi Mondiali dei Nomadi, arrivati alla loro VI edizione.

 

Atleti di 90 Paesi si sfidano in 43 discipline nate dalle usanze nomadi, dalla caccia con l’aquila alla lotta a cavallo e al tiro con l’arco, fino al tiro alla fune e ai giochi intellettuali della tradizione.

 

I cavalli sono al centro di molte prove; le competizioni si chiuderanno il 6 settembre.

 

Nell’«er enish» («lotta a cavallo») due lottatori a cavallo cercano – come in una sorta di judo equestre – di sbalzarsi a vicenda dalla sella, mentre nel «tyiyn enmei» («raccolta di monete») i cavalieri, al galoppo, devono piegarsi quasi a terra per raccogliere un oggetto, e chissà a cosa serve questa abilità.

 

 

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Havvi quindi il «kok-boru» («lupo grigio»), forse lo spettacolo più noto: due squadre a cavallo si contendono la carcassa di una capra e tentano di portarla nella porta avversaria: tipo un polo ma nella versione più barbara possibile – un polo debritishizzato, in fondo non può non piacerci, come del resto bisogna apprezzare le botte da orbi del calcio fiorentino, infinitamente migliore della versione filtrata dagli inglesi che ce l’hanno rigurgitata addosso come football.

 

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Evvi poi la caccia tradizionale, la quale è rappresentata dal «salbuurun», con aquile reali, altri rapaci e cani da caccia. Il programma comprende anche tiro con l’arco da cavallo (la nobile disciplina che in Giappone si chiama yabusame), corse di cavalli e numerose forme di lotta tradizionale.

 

 

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I Giochi vanno oltre lo sport. Yurte, costumi tradizionali, artigianato, musica e cibo hanno trasformato i luoghi in una vetrina della cultura nomade, cioè cultura della steppa e del Centrasia, dove le ex repubbliche sovietiche respirano ancora ampli influssi dell’impero mongolo del Genghis Khane.

 

L’evento nasce dagli sforzi compiuti in Kirghizistan negli anni Duemila per salvare i giochi tradizionali le cui regole rischiavano di scomparire con la scomparsa delle generazioni più anziane. L’iniziativa è stata poi riconosciuta dall’UNESCO come buona pratica per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (o ICH, Intangible cultural heritage).

 

Dopo il debutto in Kirghizistan nel 2014, i Giochi Mondiali dei Nomadi sono approdati in Turchia e in Kazakistan, prima di tornare quest’anno nel Paese d’origine. Quella che era un’iniziativa regionale per tenere vive le antiche tradizioni è diventata una celebrazione internazionale della cultura nomade.

 

Una parola a parte andrebbe spesa per la cerimonia di apertura dei Giochi, specie dopo lo spettacolo devastante di fondamentalismo massonico-esoterico preparato a Parigi per le Olimpiadi 2024.

 

Ebbene, i kirghisi, che sono tipo sei milioni (meno della Lombardia), hanno prodotto una vera e propria festa per gli occhi. Come ha notato un osservatore su X guardando queste immagini , i «Giochi Nomadi sono quello che le Olimpiadi credono di essere».

 

 

 

E l’Italia, con tutti i campi nomadi, avrà mandato una delegazione? O i nomadi nostrani non fanno sport?

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Spirito

Pugile attribuisce alla Santa Trinità la sua spettacolare vittoria al campionato dei pesi massimi

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Il pugile croato trentaquattrenne Filip Hrgovic è diventato campione dei pesi massimi della Federazione Internazionale di Pugilato (IBF) il 29 agosto, attribuendo il suo successo a Gesù Cristo dal ring dopo aver sconfitto il ventunenne inglese Moses Itauma.   Itauma sembrava avere la meglio all’inizio dell’incontro, aprendo con un’offensiva aggressiva che ha «dominato» Hrgovic nel primo round. Tuttavia la pazienza ha avuto la meglio, poiché «alla fine del sesto round, Hrgovic ha percepito la stanchezza dell’avversario e ha bombardato Itauma di pugni, non riuscendo miracolosamente a mandarlo al tappeto». Itauma ha iniziato a rallentare nel settimo round e alla fine ha gettato la spugna nel nono.   Nell’intervista rilasciata subito dopo la vittoria, Hrgovic ha attribuito il merito del suo successo a una forza superiore.   «Lasciatemi dire una cosa», disse. «Non sono stato io stasera. È stato Gesù Cristo in me. Lo Spirito Santo. Padre, Figlio e Spirito Santo. Non sono stato io. Stavo perdendo ogni round. Sono stato surclassato. E non so da dove ho preso l’energia in quel (nono) round. E non era davvero la mia forza. Era lo Spirito Santo».  

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«Mi ha dato la forza in questo ritiro per sopportare tutto, per fare il miglior ritiro della mia vita. Mi ha messo in contatto con questo grande allenatore, Abel Sanchez», ha continuato il pugile. «Ero nella migliore forma della mia vita grazie a lui. Mi ha messo in contatto con il mio manager, Keith Connolly, che mi ha cambiato la vita, il miglior manager in circolazione. E tutta la mia squadra, mio ​​nipote Antonio, il mio chef, il mio fisioterapista, i miei sparring partner – ha organizzato tutto per avere un ritiro perfetto e un incontro perfetto. Quindi, grazie al mio Signore Gesù Cristo».   Il pugilatore croato ha un rapporto dichiaratamente forte e pubblico con la fede cattolica. Già nel 2015 si definì apertamente cattolico, dicendo di frequentare la messa domenicale. Nel tempo il suo modo di parlarne è cambiato: se nelle prime interviste la religione era solo un tratto biografico di un giovane atleta, negli anni successivi è diventata il linguaggio con cui racconta esperienze, difficoltà, stato psicologico e percorso professionale, tanto da poterlo descrivere non solo come «cattolico praticante» ma come testimone pubblico della propria fede cristiana.   Nel 2015, al quotidiano croato Večernji list, aveva risposto senza esitazioni alla domanda sulla fede:«credo in Dio, sono cattolico», aggiungendo di frequentare la messa domenicale. Il campione porta con sé una Bibbia nei ritiri di allenamento da circa dieci anni. «Porto la Parola di Dio in ogni campo da dieci anni. Mi dà forza per restare unito a Dio». Il boxeur porta con sé anche l’acqua santa.  

«Il rapporto con Dio è la cosa più importante nella vita. I soldi e la gloria sono vuoti, tanto moriremo tutti» ha dichiarato lo Hrgovic. Sposato in chiesa a Sesvete, considera l’esito del match secondario rispetto alla volontà di Dio e alla salvezza dell’anima.

  L’incontro ha rappresentato la prima sconfitta da professionista per Itauma e il 22° per Hrgovic. Il suo prossimo avversario dovrebbe essere il pugile cubano Frank Sanchez.  

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