Pensiero
La storiella di Hitler ebreo e l’oscuro specchio dell’odio
Il premier israeliano Naftali Bennet ha detto che Putin ha telefonato per scusarsi. L’apparizione di Lavrov alla TV italiana ha fatto il giro del mondo, perché questa cosa delle possibili origini ebraiche di Hitler ha colpito tutti.
In ispecie, vogliamo ricordare la reazione di disgusto del grande intellettuale italiano Mario Draghi, incidentalmente Presidente del Consiglio dei ministri, oltre che tra gli ideatori del sequestro dei 300 miliardi della Federazione Russa depositati presso banche estere.
Hitler «ebreo»? Che storia è? Ma come si permettono?
Tuttavia, come ha avuto il coraggio di ricordare qualcuno, la storiella di Adolfo il giudeo circolava già negli anni Venti, quando il nostro faceva discorsi in birreria a Monaco associandosi ad un partito di ferrovieri, poi divenuto il Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi (NSDAP).
La voce non si spense nemmeno dopo il bunker. Chi scrive crede di ricordare di averlo letto un quarto di secolo fa nel classico Le origini culturali del III Reich di Georg Mosse, storico ebreo del nazismo, che confessò che, quattordicenne, partecipò ad un comizio del führer e ne fu ipnotizzato al punto di gridare anche lui, nella psicosi di formazione di massa, «morte agli ebrei».
Per anni, nell’ambito storico era una voce o poco più, ma non così scandalosa. La storia della nonna di servizio in casa dell’agiata famiglia ebrea sembra indisputabile, e viene ricordato che una delle prime leggi del suo partito raggiunto il potere (dopo le leggi animaliste, antivivisezione, antifumo, etc.) fu quella di proibire che le fanciulle «ariane» prestassero servizio come cameriere presso le famiglie ebree. Di fatto, succedeva: la ragazza rimane incinta del padre o del figlio padroni di casa, di certo non può sposarsi (per ragioni che forse immaginate), quindi, non esistendo pienamente all’epoca l’aborto, ella viene allontanata con una congrua somma di danaro – insomma una sorta di ridistribuzione della ricchezza, tanto che un intellettuale di sinistra, anni fa, me la raccontava come un fatto positivo, di progressismo materiale quasi ammirevole.
Poi è arrivato lo studio genomico del 2010, quello di cui hanno parlato quelle testate che, di recente, hanno avuto il coraggio di ammettere che fino a poco fa questa cosa la potevi perfino rendere un fatto scientifico – genetico! – senza che nessuno, a differenza che col Lavrov, si scandalizzasse.
Ricordo anche io nitidamente gli anni in cui una cosa del genere poteva al massimo suonare provocatoria, ma non richiedere scuse diplomatiche tra vertici di Stato.
Non abbiamo idea di cosa sia successo da allora: notiamo, tuttavia come il tema sia cambiato nell’intimo significato, cioè ciò che automaticamente passa all’opinione pubblica, ciò che, in ultima analisi, ha fatto saltare i nervi al mondo intero pochi giorni fa.
Se fino a qualche anno fa dicevi che Hitler poteva avere origine ebraiche stavi significando la sua mostruosa follia, un suo contorto, oscuro complesso di inferiorità. Se lo ripeti oggi, invece, non solo gli ebrei si sentono offesi a morte. Perché? Facciamo fatica a spiegarcelo: una proiezione delle colpe di Hitler sullo stesso popolo da lui sterminato, come dice qualche rabbino apocalittico che ritiene l’Olocausto come una punizione? Un’offesa ad una qualche purezza etnica, spirituale di sorta ? Una macchia revisionista su una storia oramai ritenibile kosher? Una menzogna per screditare lo Stato di Israele?
E soprattutto: rispetto agli studi a base di DNA dei ricercatori belgi, che una dozzina di anni fa non scandalizzavano nessuno, qualcuno ha argomentato la tesi contraria?
In realtà, non ci interessa. Il vespaio ce lo risparmiamo volentieri.
Certo, c’è di che rimanere basiti. Mentre sventolano bandiere runiche del battaglione Azov, tra svastiche (pardon, kolovrat) e Sonnenrad himmleriani, spariscono interi tropi della cultura mitteleuropea.
Uno, per esempio, che ricordiamo vividamente dagli studi universitari nella città più comunista d’Italia, è quello del jüdischer Selbsthass, l’«odio di sé ebraico», l’«autoantisemitismo», che era già un termine che dava il titolo ad un libro del 1930 del filosofo ebreo tedesco Theodor Lessing. Gli usi di questi concetti, negli ultimi cento anni, sono stati i più svariati, a partire dagli stessi ambienti sionisti, che usano il termine per descrivere gli ebrei che non abbracciano totalmente la causa.
L’idea che un ebreo possa odiare il suo stesso popolo non era così indicibile. Ci fu poi, negli USA del dopoguerra, il caso inarrivabile di Daniel Burros, ebreo di Nuova York, che nascondendo le sue origini, divenne dirigente del Partito Nazista Americano e reclutatore del Ku Klux Klan.
Il Burros, sucida una volta scoperto nel 1965, fu l’ispirazione del capolavoro cinematografico The Believer, pellicola con un giovanissimo Ryan Gosling skinhead-ebreo secchione che fa perdere lo spettatore in labirinti mistici e ideologici tra l’ebraismo e l’antisemitismo: guardare questo film vale più che leggere un trattato, e potrebbe costituire una parziale risposta alle Erinni scatenatesi contro il Lavrov.
Tuttavia, ci emerge un altro ricordo.
Da qualche parte, nelle sterminate Conversazioni a Tavola – testo che riprodurrebbe i discorsi del dittatore tedesco durante i suoi pasti vegetariani – fu chiesto a Hitler se vi era mai un ebreo che egli aveva potuto ammirare.
Egli diede una risposta subitanea: egli aveva avuto stima di Otto Weininger. Si tratta di una figura non conosciutissima in Italia, se non per l’assimilazione che in genere se ne fa con un altro pensatore giovane ebreo e suicida, il Carlo Michelstaedter de La Persuasione e la Rettorica.
Weininger fu un filosofo austriaco divenuto assai popolare a cavallo tra Otto e Novecento, autore di un’opera, Sesso e carattere, che si si intonava nel fermento psicosessualizzante della Vienna freudiana, e che fu letto da generazioni di pensatori, da Ludwig Wittgenstein al teorico della destra esoterica Julius Evola, che ne scopiazzò alcune tesi fra le sue compilazioni di Metafisica del Sesso.
Sesso e carattere, che vede nell’archetipo della «donna ebraica» il fattore di disgregazione della società moderna, è considerato oggi un caposaldo della letteratura antisemita. Weininger, che si convertì al cristianesimo protestante, poteva ben definirsi anche lui campione del jüdischer Selbsthass.
Weininger, già famosissimo a poco più di 23 anni, si suicidò: si sparò nel petto (esattamente come avrebbe fatto Dan Burros 62 anni dopo in Pennsylvania).
E quindi, ecco il motivo per cui lo Hitler aveva una buona considerazione del giovane filosofo: perché si era ammazzato. Egli aveva «conosciuto un unico ebreo decente, Otto Weininger, che si è tolto la vita quando ha compreso che l’ebreo vive della dissoluzione dei costumi nazionali altrui».
Si tratta di un argomento deludente, ma ricordare Weininger oggi può esserci estremamente prezioso – più che altro per capire come sia stato possibile che il mondo moderno abbia, improvvisamente, fatto finta di non vedere svastiche e insegne runiche in Ucraina, anzi, le abbia nutrite di armi e di miliardi di dollari.
Al di là delle riflessioni percepite come autoantisemite, Weininger in realtà dava una grammatica precisa dell’odio di sé in generale.
«Per amare o odiare altri esseri umani occorre innanzitutto amare o odiare se stessi. L’uomo ama o odia ciò che ha una somiglianza con lui» scrive il libro di Weininger Intorno alle cose supreme.
In Sesso e carattere va molto più a fondo, e dettaglia come funziona questo sistema della «somiglianza» dell’odio.
«Come amiamo negli altri ciò che vorremmo essere interamente ma non siamo mai interamente, così noi odiamo negli altri solo ciò che non vorremmo mai essere, ma che per sempre saremo in parte».
«Così si spiega che gli antisemiti più virulenti si trovano fra gli stessi ebrei. (…) Non per questo è meno certo che chiunque odia il carattere ebraico, l’odia dapprima in sé stesso; il combatterlo nella persona di altri non è che un tentativo di liberarsene; localizzatolo totalmente fuori di sé, per un momento ci si illude di esserne liberi».
«L’odio, come l’amore, è un fenomeno di proiezione: l’uomo non odia che colui che gli ricorda sgradevolmente ciò che egli stesso è».
Il filosofo sosteneva quindi che quando si odia qualcuno, è perché egli è una parte di noi, una nostra proiezione, una piccola immagine di noi stessi che possiamo vedere allo specchio.
E quindi, vuoi che l’odio per Hitler impartitoci per decenni, fosse solo la proiezione di qualcosa che il mondo moderno percepiva come una parte di sé?
La nostra società moderna è la continuazione dello spirito hitleriano? Per carità non si tratta di un’idea nuova. La teoria del «modernismo reazionario» dello storico Jeffrey Herf dava conto di come la Germania regredita a culto sanguinario in realtà fosse il Paese più avanzato in termini di missili balistici, progettati dai medesimi scienziati che, deportati a fine conflitto, hanno spedito USA e URSS nel cosmo.
In ambito artistico, a provare a dire quest’enormità fu l’oscuro, fluviale film di Hans-Juergen Syberberg Hitler, un film dalla Germania, otto ore di riflessione abissale tra musiche wagneriane e scenografie di cartapesta, in cui, alla fine, un pupazzo del dittatore rivendicava tante cose della società attuale che, diceva, potevano venire da lui stesso.
In realtà, Renovatio 21 propone qualcosa di ancora più radicale: l’identità tra il mondo moderno e il pensiero e l’opera di Hitler ci pare talmente abbagliante che ci chiediamo, da tempo, come sia possibile non vederla.
Il nostro mondo, il nostro lettore lo sa, va verso l’eugenetica – o meglio, ci è già. I padroni del vapore lavorano per riprogrammare la razza umana, creare una specie superiore realizzata in individui nati al di fuori della famiglia naturale: non vi chiediamo di guardare ai progetti di Jeffrey Epstein e né agli investimenti CRISPR di Bill Gates, e nemmeno ai mirror humans di George Church.
Vi basta guardare la riproduzione artificiale (eterologa, omologa: ma che differenza è?) praticata ora sulle coppie sterili a spese del contribuente: tanti embrioni prodotti, tanti scartati, alcuni impiantati per avere il bambino eugenetico – quello che Hitler, con i suoi arretrati mezzi analogici, faceva con le stazioni di monta delle SS chiamate Lebensborn («fonte della vita», dove allo scopo si offrivano (volontariamente?) bionde dolicocefale fanciulle locali.
(Privi di vera famiglia, generati solo per idealismo genetico, i bambini Lebensborn sono finiti in gran parte male, come i tanti della cosiddetta «fabbrica dei geni», cioè i bambini concepiti negli anni Sessanta con sperma di premio Nobel: ne scriveremo altrove)
Vi basta guardare gli articoli pietosi sui poveri bambini figli di «surrogate» ucraine – cioè, affittatrici del proprio utero a benefizio retribuito di coppiette abbienti – ora in difficoltà con la guerra che preme. Il New York Times ha appena pubblicato un lungo articolo in cui descrive le consegne dei pargoli appena nati al confine tra l’Ucraina e l’Europa, con implicazioni strazianti e rivoltanti. Bambini concepiti macchinalmente per avere il miglior prodotto possibile, madre e forse ovuli scelti in cataloghi dove abbondano, ma guarda, esemplari biondi e dolicocefali.
Vi basta guardare la preminenza dello sperma danese (biondo dolicocefalo, sempre) nelle banche del seme d’Europa.
Insomma lo vedete da voi: tra capitalismo e neofemminismo, tra individualismo utiltarista e orgoglio gay, l’eugenetica procede trionfante verso la razza superiore, come da sogno nazista.
Chiedetevelo: Hitler disapproverebbe il disegno biologico innestato sotto la società attuale?
Hitler sarebbe contro la diagnosi pre-impianto?
Hitler sarebbe contro l’aborto «terapeutico», eufemismo con cui si tratta dell’uccisione di feti ritenuti non-normali? (In realtà, qui abbiamo già la risposta: no, non lo era)
Hitler combatterebbe la bioingegneria CRISPR?
Hitler si opporrebbe all’ascesa della libera eutanasia, che ci permette di sbarazzarci pure volontariamente della lebensunwerten lebens, la «vita indegna di essere vissuta»?
Hitler sarebbe un nemico della Necrocultura?
E ancora: Hitler sarebbe contro la vaccinazione mondiale con siero in grado di «migliorare» geneticamente la razza?
Hitler si opporrebbe ai lasciapassare che consentono al cittadino di non essere segregato?
Hitler sarebbe contro il greenpass, i lockdown, l’apartheid per una porzione della popolazione ritenuta difforme dalla volontà dello Stato e per questo cacciata senza pietà?
Hitler sarebbe contro i campi di concentramento australiani , in Canada, e forse anche in USA, in Gran Bretagna, in Germania, in Austria?
Sarebbe contrario, lo Hitler, a piattaforme di sorveglianza totale e di controllo del comportamento umano, che riducono lo spionaggio e la repressione della Gestapo a mera barzelletta?
Sarebbe contrario, lo Hitler, ad un ordine mondiale basato sulla violenza, sul diritto del più forte?
Sarebbe contrario, lo Hitler, ad un ordine sociale basato sulla prepotenza, per esempio delle multinazionali informatiche, sul singolo debole cittadino?
Sarebbe contrario ad una scuola che, su modello sempre più spartano, agisce come sei i figli non appartenessero più alle famiglie ma allo Stato?
Sarebbe contrario all’indottrinamento razzista nelle scuole, dove, nell’esempio battistrada americano, insegnano a giudicare le persone dal colore della pelle?
Andiamo oltre. Hitler conquistava il mondo al grido di «Ein Volk, ein Reich, ein führer». In cosa ciò differisce, di grazia, dalla globalizzazione?
In cosa la sua battaglia genocida per il Neuordnung, il «Nuovo Ordine» differisce dalla volontà di chi vuole imporre al mondo il Grande Reset, il Novus Ordo Seculorum?
Ecco, quindi, che forse possiamo dirlo. Il mondo moderno ha odiato Hitler perché sapeva, in cuor suo, che egli ne costituiva una parte interiore.
Ora, alla fine dei tempi, questo incredibile specchio si è disvelato.
Ecco che per combattere per l’«Ordine Nuovo», il mondo moderno si serve alle porte della Russia di soldati con la svastica. I giornali ci dicono che dobbiamo esserne affascinati. Nazionalismo, romanticismo, difesa della patria degli uteri in affitto.
È finito il tempo dell’odio. È stato compreso che si tratta di una parte di sé, che oggi torna utile, che in realtà fornisce i muscoli necessari per portar aventi l’unico grande progetto anglo-hitleriano della ricreazione della razza umana tramite il suo sterminio.
Ecco che quindi, ora le democrazie liberali possono guadare lo specchio, e vedervi il battaglione Azov.
Che importanza può avere, a questo punto, la storiella di Hitler di origine ebrea? Nessuna. Perché il vero tema qui è che l’intero mondo moderno, possiamo dire, potrebbe avere origini hitleriane – o quantomeno, attingere dalla medesima radice assassina.
Stanno a disquisire sulla nonna di Hitler, quando di fatto il suo zombie è tornato fra noi, armato e finanziato per miliardi di dollari.
Si sono offesi gli ebrei, ma la realtà orrende è che, tra provette e guerre sanguinarie, abbiamo accettato che Hitler fosse e rimanesse una parte di noi. Senza che la cosa, a quanto pare, offenda nessuno.
Realizzarlo, lo capiamo bene, può essere un’esperienza rivoltante – ecco perché tutti si evitano questa dissonanza cognitiva.
Tuttavia, è il momento di farsi coraggio: adesso, cari miei, guardate lo specchio. Fissatelo bene.
Ammettete che avete combattuto il mostro al punto da divenirlo voi stessi, avete guardato l’abisso al punto che esso guardasse in voi.
Il mostro, siete voi, e probabilmente lo siete sempre stati. L’abisso è la vostra casa, e avete accettato di viverci, nonostante fosse costruita sul niente irrorato di sangue innocente.
Roberto Dal Bosco
Immagine via Wikimedia di Bundesarchiv, Bild 102-13774 / Heinrich Hoffmann / CC-BY-SA 3.0; immagine modificata
Pensiero
La superguerra è vicina. E non assomiglia a nulla di quello che abbiamo visto
Un amico del giro del tabarro mi chiama. Lo fa due tre volte l’anno, per parlare delle faccende della scena tabarrista (che è stupendamente variegata, e incomprensibilmente complicata), ci raccontiamo inezie e sorridiamo, sghignazziamo. Poi però, come per un rito ciclico, mi chiede sempre la stessa domanda: «ci sarà la guerra?». Lo chiede in modo sommesso, come se – rara avis – si rendesse conto di quanto grave può essere una guerra, ieri e, sopratutto oggi.
«Ci sarà» gli ho risposto stavolta, quasi senza pensarci. Non so da dove mi venisse questa sicurezza, né da dove venisse la risposta stessa. Pur occupandomi, col giornale che state leggendo, di tutti gli elementi necessari per tentare di capire la scena mondiale, confesso che mai mi è venuto di fare una simile predizione. Fors’anche perché la mia mente, naturalmente, rifiuta l’idea. La rifiuta, essenzialmente, perché sono un padre di famiglia – credo che sia così.
La guerra è vicina: abbiamo tutti gli ingredienti sufficienti a farla scoppiare. Vi sono, sopra ogni cosa, precise motivazioni: ci sono quelle di superficie, e poi quelle profonde. Che sono metafisiche, soprannaturali, preternaturali, spirituali. Andiamo con ordine.
L’attacco di queste ore a Mosca, durante le elezioni politiche, non ha precedenti: 2.000 droni lanciati contro la Russia, a colpire non solo le raffinerie – cosa che Trump aveva chiesto a Zelens’kyj di non fare – ma, comme d’habitude, i civili.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
La prima domanda che dovete farvi è: quanto la Russia può tollerare di avere la propria popolazione sotto attacco costante? Quanto Putin può pazientare – lo sta di fatto facendo ora, aspettando la diplomazia, come lo ha fatto negli otto anni di massacri in Donbass da parte degli ucronazisti post-Maidan – prima di scatenare la potenza militare russa contro Kiev?
Ricordate, prima degli accordi ottenuti in Turchia ancora nel marzo 2022, a meno di una manciata di settimane dallo start del conflitto aperto, una colonna di decine di chilometri di carri armati russi stava fuori da Kiev. Furono ritirati su richiesta dell’Ucraina, come segno di buona fede per i negoziati. Mosca li accontentò. Boris Johnson, poco dopo, fece fallire l’accordo: ne sono seguiti i quattro anni di strage che conosciamo. Una durata che ha superato la Grande Guerra Patriottica, come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale: Mosca dal 1941 al 1945 ha combattuto per 1.418 giorni; in Ucraina lo scontro ha superato i 1.670 giorni.
Malgrado il numero dei morti non si avvicini nemmeno lontanamente a quello della Seconda Guerra Mondiale, per la Russia moderna con evidenza si tratta del conflitto più rilevante – perché anche qui riguarda la questione esistenziale dell’intera civiltà russa (è il lungo discorso che Putin fece a Tucker Carlson nella celebre intervista tre anni fa), minacciata ai suoi confini – Ucraina, etimologicamente, significa «sul confine» – come ai tempi di Hitler, Napoleone, dei mongoli – e ora la NATO. Nella mente russa è facile far scattare un altro grilletto: la presenza di truppe con la svastica fa comprendere bene la dimensione del conflitto, con Putin a parlare di denazificazione sin dalla prima ora.
I tasselli militari e psicostorici perché Mosca reagisca con la sua potenza contro Kiev, insomma, ci sono tutti.
La seconda domanda che dovete farvi è: chi ha dato a Kiev tutti quei droni? Chi li ha puntati? Chi ne ha insegnato l’uso agli operatori ucraini?
Qui uno può rispondere: oramai gli ucraini se li producono da soli, la visita ad un fabbricone di droni è stata l’ultima cosa pubblica che ha fatto il senatore falco (e ambiguo, diciamo) Lindsey Graham prima di morire. Tuttavia è cosa nota, ed ad un certo punto pure rivendicata, l’assistenza totale che è stata data dall’Occidente, in particolare dai britannici, nelle armi lanciate contro l’entroterra russo. È la storia, oltre che dei droni, dei missili Storm Shadow: le coordinate di lancio e il puntamento satellitare, dicono i russi, gli ucraini non possono esserseli dati da soli.
Nel periodo della slatentizzazione più oscena, non è nemmeno definibile come una proxy war, una guerra per procura: tutto è sotto la luce del sole. Da qui gli avvertimenti delle ultime settimane dai consiglieri Putin e Lavrov, che parlano delle fabbriche dei droni in altri Paesi come «obiettivi legittimi»: un azzardo non da poco, visto che una simile situazione farebbe scattare contro Mosca l’articolo 5 NATO, e cioè ciò che il Cremlino sembrava aver voluto evitare sinora. La lista include Regno Unito, Germania, Spagna, Repubblica Ceca, Danimarca, Turchia e, certo, Italia.
E quindi, se avete risposto alle due semplici domande scaturite dai fatti di cronaca bellica delle ultime ore, potete capirlo da voi: un attacco totale della Russia sull’Ucraina – con invasione definitiva, oppure con diluvio di missili ipersonici e non su tutti i centri del potere: non sappiamo davvero – potrebbe essere sul serio dietro l’angolo.
Sostieni Renovatio 21
Non solo: anche un attacco ai Paesi che sostengono la guerra contro la Russia non è possibile escluderlo. Non solo perché i moscoviti vi hanno ammiccato, ma perché la situazione degenera ogni giorno di più: avete letto su Renovatio 21 che la Lituania, Paese ex sovietico, vota in Parlamento per poter ospitare armi atomiche occidentali sul suo territorio.
Non solo: va sottolineato l’entusiasmo – non può essere chiamato altrimenti – di alcuni Paesi europei per la guerra ventura. La Germania, che ha avviato, sia pur goffamente, una rimilitarizzazione ultramiliardaria (cioè, una delle cose che la creazione della NATO doveva prevenire…) pare non aspetti altro – non è escluso che la postura aggressiva terminale di Berlino scatti anche solo con un’operazione risolutiva russa nella sola Kiev.
La Francia pure, viste le idee di ministri della Difesa e di generali, e pure del presidente, non disdegnerebbe: così da sistemare i conti con Mosca per il Sahel, l’Africa francofona, soffiata dai russi a Parigi in questi ultimi anni.
La Polonia – «Cristo delle nazioni», secondo il poeta Adam Mickiewicz, il più importante esponente del romanticismo polacco – sembra avere una voglia matta di immolarsi, e glielo faranno fare: ai vertici hanno neocon (nel senso: il ministro degli Esteri Radoslav Sikorski è sposato con Anne Applebaum, da decadi inossidabile colonnella del neoconservatorismo che alligna a Washington qualsiasi sia il colore dell’amministrazione) che non vedono l’ora di spingere un altro Paese nella fornace della guerra, magari nucleare.
Della Gran Bretagna abbiamo detto: lì, lo sapete, c’è dietro un odium immortale che affonda nella storia, con il Grande Gioco in Asia meridionale e Centrale, come pure nella teoria geopolitica di Halford Mackinder, che appare come demonicamente impressa nei secoli nella matrice politica internazionale di Londra e pure di Washington.
C’è da capire cosa faranno altri Paesi, come la Spagna, o l’Italia. Dalla storia capiamo come Madrid potrebbe semplicemente togliersi, come con Franco durante la Seconda Guerra. Mentre confidiamo che l’Italia, as usual, faccia per la guerra la peggior scelta possibile.
Insomma, lo scacchiere per la guerra in Europa è pronto, prontissimo. Tuttavia, la catastrofe non riguarda solo l’Europa.
Il Medio Oriente è in fiamme. L’attacco all’oleodotto saudita Est-Ovest, quello che ha impedito l’ultima possibilità di aggirare lo Stretto di Ormuzzo, reca un segno precisissimo: provenendo il drone dall’Iraq è giocoforza una mossa dell’Iran, che controlla le bande sciite irachene, come guida gli Houthi in Yemen, i quali ora con la presa dello Stretto di Bab al-Mandeb possono di fatto chiudere l’accesso al Mar Rosso e quindi, al Canale di Suez, riportando il traffico marittimo mondiale indietro di secoli, con le navi a fare il periplo dell’Africa per il Capo di Buona Speranza.
Come a suo tempo abbiamo scritto, ad abundantiam, su Renovatio 21, Iran e Sauditi avevano fatto la pace, su mediazione cinese: il 10 marzo 2023 era stato stipulato l’Accordo di Pechino, con il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Teheran e Riad, bruscamente interrotte nel 2016. I due Paesi si erano sempre odiati, e il motivo è presto detto: non c’è solo la questione confessionale, sciiti contro sunniti (wahabiti, per giunta), ma il tentativo attivo di esportare la rivoluzione teocratica in Arabia, dove regna, diceva l’aiatollà Ruhollah Khomeini, una monarchia «corrotta, illegittima e asservita agli Stati Uniti».
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Ai suoi albori, la Repubblica Islamica utilizzò massicciamente le trasmissioni radiofoniche per spingere la minoranza sciita dell’Arabia Saudita (concentrata nella Provincia Orientale, ricca di petrolio) a insorgere contro il governo centrale, provocando violente rivolte di piazza tra il 1979 e il 1980. Le tensioni hanno avuto ripercussioni in era recente: il 2 gennaio 2016 l’Arabia Saudita giustiziò tramite decapitazione Nimr al-Nimr, un influente religioso e leader sciita saudita, insieme ad altre 47 persone accusate di terrorismo – fu lì che le relazioni diplomatiche tra i due Paesi saltarono.
Se in Arabia Saudita non vi fu un vero golpe tentato dall’Iran, esso tuttavia sponsorizzò tentativi di colpo di Stato contro altre monarchie del Golfo alleate dei sauditi. Il caso più clamoroso avvenne nel dicembre 1981 in Bahrein, dove il Fronte Islamico per la Liberazione del Bahrein (un gruppo militante sciita addestrato e finanziato da Teheran) fu scoperto e fermato mentre pianificava un colpo di Stato orchestrato per rovesciare la famiglia reale Al Khalifa.
E quindi: la vera guerra, a Ormuzzo, potrebbe non essere tanto tra Iran e USA, e Israele, ma con l’Arabia Saudita, finita ora, con lo stop alle esportazioni petrolifere, in un cul del sac economico colossale – che, ovvio, coinvolge tutta l’economia di ogni Paese della Terra dipendente dal petrolio.
Riguardo allo Stato degli ebrei, è chiaro quanto la situazione di distruzione internazionale possa giovare al suo piano messianico sionista del «Grande Israele», dall’Eufrate al Nilo (secondo quanto interpretato dal libro della Genesi, 15,18, e, per alcuni, illustrato dalle due strisce azzurre che nella bandiera contengono il simbolo cabalista della stella a sei punte). Impegnato l’Iran in un conflitto distruttivo con i Saudi e con gli USA, lo Stato Giudaico potrebbe con relativa tranquillità travolgere tutti gli Stati limitrofi, come la Siria con il suo governo fantoccio di jihadisti, magari gettando qualcuna delle sue duecento presunte armi atomiche (o a neutrone) non dichiarate o semplicemente precipitando le bombe che ora Trump vuole fornire, bombe che hanno una capacità distruttiva superiore a quella vista a Dresda nel 1945.
Spostiamoci più a Est: India e Pakistan è difficile che restino con le mani a posto – mani che hanno dita nucleari. Le ultime schermaglie erano state sedate pochi mesi fa da Trump, all’epoca ancora visto come autoritario uomo della Pace mondiale. Con gli USA distratti (e, va detto, sempre più insofferenti con l’«alleato» di Islamabad) Nuova Delhi potrebbe gridare, come sempre, e con qualche ragione, al Pakistan «fabbrica del terrorismo», e cominciare le operazioni. Il Pakistan potrebbe fare la stessa cosa, inventandosi qualsiasi pretesto, il Kashmir, l’ennesimo incidente al confine.
Islamabad avrebbe da risolvere anche il problema dell’Afghanistan talebano, con cui ha vaste e sanguinarie divergenze: e sì che i talebani, si dice, erano stati creati dall’ISI, il servizio segreto pakistano, ancora ai tempi dell’invasione sovietica. La golemica, a quanto si vede, prospera anche laggiù. I nostri lettori sanno che i talebani ora sono apertamente fiancheggiati dagli indiani.
Più a Est ancora: era esploso, vi ricorderete, un conflitto tra Cambogia e Tailandia (due Paesi i cui popoli non si amano, come da tradizione umana di buon vicinato), anche quello messo a cuccia dal primo Trump. È inevitabile crediamo, che si riaccenda, magari coinvolgendo pure qualche Stato limitrofo, e perfino la Cina.
Già, la Cina: Paese chiave del XXI secolo, è impossibile che dinanzi all’accelerazione della crisi mondiale non colga l’occasione: riprendersi Taiwano è, da anni, nei discorsi ufficiali di Xi Jinping, che ad occhio non ci tiene a passare per quaraquaquà, e sa che la riunificazione sarebbe ciò per cui verrebbe ricordato a Pechino ad aeternum, come fosse un imperatore dell’era classica.
L’attacco ai Taiwan devasterebbe l’economia mondiale inserendo una dimensione ulteriore: Formosa gode dello scudo dei microchip, cioè gli attacchi sono prevenuti perché la maggior parte dei microprocessori, e in particolare quelli più avanzati che i cinesi non sono (ancora) in grado di replicare, vengono prodotti lì. È il motivo per cui gli Stati Uniti proteggono l’isola. Dopo il petrolio e i fertilizzanti, la sparizione di circuiti elettronici dal mercato globale renderebbe quantità di imprese, grandi e piccole, inservibili.
Aiuta Renovatio 21
Ecco perché nel vortice di Taiwano verrebbe risucchiato anche il Giappone, che, nonostante gli evidenti legami con la manifattura cinese, non si sottrarrebbe allo scontro, e forse non per le isole (praticamente, degli scogli) Senkaku. Poco più in là, altro mostro che spaventa da morire Tokyo, la potenza atomica della Corea del Nord. Inevitabile che pensi di attaccare Seul (che sta a pochi chilometri dal confine…) non più solo con palloni di spazzatura volante, e forse partecipare anche in altri teatri bellici dell’area, non escludendo nemmeno il Giappone. Pyongyang, rammentiamo, ha vantato in questi anni il possesso della catastrofica arma-tsunami, un sistema nucleare in grado di spazzare via un’intera costa, con le sue città, creando onde oceaniche alte 500 metri – un dispositivo invero apocalittico sviluppato dai russi col nome di Poseidon, di cui ripetutamente minacciato l’uso contro la Gran Bretagna, finita sommersa da un maremoto radioattivo.
Con la Cina sia le Filippine che il Vietnam (che con Pechino ha fatto una guerra vera di un mese nel marzo 1979) hanno dispute territoriali in sospeso. L’Australia, abbiamo visto, si prepara alla guerra con i cinesi da tempo – e ha pienamente accettato la build-up militare americana sul suo suolo. Insomma, il settore asiatico è una polveriera, come e più di quello europeo.
Ancora, l’Africa: abbiamo accennato alla disputa degli Stati del Sahel, ora usciti dai vincoli francesi ed alleatosi di fatto con i russi. Al tempo del golpe in Niger si parlò di un intervento militare invasivo, che Parigi avrebbe appoggiato, dell’ECOWAS (acronimo di Economic Community of West African States, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), dove, oltre a nazioni di medio peso come Senegal e Ghana, pesa la presenza della potenza egemone regionale della Nigeria. Arduo credere che un simile conflitto – con dietro le quinte le potenze che magari a quel punto si stanno combattendo direttamente anche in Europa – non riaffiori in caso di innesco della guerra mondiale.
Potremmo continuare con il quadro: Armenia ed Azerbaigian, Egitto e Etiopia, Marocco ed Algeria, Serbia ed Albania (cioè, Kosovo). La polvere da sparo è lì, la miccia pure.
Tuttavia vogliamo significare qui un altro elemento preciso: la guerra che verrà non sarà in nulla simile a quelle che abbiam già veduto.
In un caso, cioè con uno scambio di centinaia se non migliaia di testate termonucleari, sappiamo cosa può accadere: distruzione massiva di gran parte dell’umanità (sicuramente di quella occidentale…), inverno nucleare (una nuova «piccola era glaciale» artificiale), poi un periodo di fame, e di barbarie, che ucciderà almeno cinque miliardi di persone, ammesso che gli altri due siano sopravvissuti. Tale prospettiva non è speculazione: abbiamo seguito come sia la Russia che, nelle ultime settimane, gli Stati Uniti abbiano riscritto la loro dottrina nucleare, adattando il codice per l’uso delle armi fine-di-mondo alla situazione presente.
Sostieni Renovatio 21
Vi è, ad ogni modo, un altro scenario. Potrebbe non esservi, per qualche ragione, un uso di atomiche, o un uso limitato. Il resto diverrebbe una classica guerra territoriale che, però, non ci sentiamo di definire come una guerra tradizionale. Sì, come negli scorsi episodi, sarebbe una guerra che non coinvolge gli eserciti, ma anche la popolazione civile – anzi, sarebbe diretta essenzialmente alla popolazione civile, secondo il principio sterminatore visto benissimo a Gaza.
Tuttavia le forme di questa guerra sarebbero inedite per tutti noi.
Innanzitutto, quella che è la più grande rivoluzione bellica dalla Prima Guerra Mondiale: i droni. I nostri cieli, e l’aria appena sopra alle nostre teste, si riempiranno di queste micromacchine volanti di morte. Il loro impiego ha sconvolto il teatro ucraino: oggi, con probabilità, la Russia non potrebbe mandare più quella colonna di carrarmati che stazionava a poca distanza da Kiev nel marzo 2022. Ciò non vale solo per i militari e i loro mezzi: l’opzione sul tavolo, mostrata tante volte da Renovatio 21, è quella dei cosiddetti slaughterbots, microdroni programmati per essere rilasciati in grandi sciami, riconoscere e uccidere gli esseri umani perfino dentro i palazzi (scuole, uffici) o nelle loro abitazioni. Cose simili, hanno detto, in parte si sarebbero già viste a Gaza.
Non ci sono solo i droni: la guerra si fa robotica. Abbiamo visto di già soldati che si arrendono ad automi, il cui dispiegamento militare è in aumento esponenziale programmato. Robotti antropomorfi, robocani, rover autonomi armati: le creature artificiali da combattimento sono già qui e, aggiungiamo, sono pronte a darvi la caccia, con determinazione e furbizia fornite dall’Intelligenza Artificiale.
Dobbiamo poi parlare dei missili ipersonici: essendo impossibile intercettarli, possiamo dire che non vi è difesa possibile, perché la velocità è tale che nemmeno è detto che si possa rilevarli, o rilevarne la traiettoria. La differenza con le vecchie guerre è evidente: niente più allarmi aerei, il popolo che corre nei rifugi, o in cantina, o nelle grotte: un impatto che arriva prima del suo suono, e poi distruzione. Gli Oreshnik russi possono essere equipaggiati con testate atomiche, e un sistema MIRV, cioè di sgancio, a pioggia, di sei testate indipendenti. Il tempo per arrivare dal territorio russo a qualsiasi città europea (l’obiettivo strategico ideale per tornare all’equilibrio mondiale, secondo il politologo russo Sergej Karaganov) e di meno di un quarto d’ora. Chi di noi vive vicino ad una base militare, come me, ci dovrebbe pensare, almeno una volta al giorno.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Non è improbabile che la prossima guerra vedrà l’utilizzo di armi ad impulso elettromagnetico (EMP), in grado di friggere tutti i circuiti elettronici e i sistemi elettrici, non colpendo direttamente gli esseri viventi, ma neutralizzando all’istante l’infrastruttura tecnologica del nemico, non solo mettendo l’esercito KO, ma ingenerando giocoforza il collasso sociale interno dell’avversario, con la popolazione in preda ad un blackout irreversibile. Le armi EMP rientrano non solo nell’uso del nucleare (l’impulso è ottenuto da una detonazione ad alta quota), ma anche in scenari limitati (NNEMP, Non Nuclear Electromagnetic Pulse) dove si immagina la disposizione tattica di generatori chimici o elettronici per disabilitare i sistemi di un singolo edificio, di un veicolo o di una flotta di droni, senza provocare esplosioni atomiche. Bombe elettromagnetiche, abbiamo riportato, sono state testate di recente da Kim Jong-un.
E ancora: potremmo parlare delle armi laser, delle armi a microonde, delle armi metereologiche ed ambientali (la militarizzazione della geoingegneria, già ben avviata). Chi ha seguito Renovatio 21 sa che tutto questo è realtà odierna. Per non parlare dei virus, ora progettati con l’Intelligenza Artificiale – o forse direttamente dall’Intelligenza Artificiale.
Aggiungiamo che abbiamo tutte le pedine al loro posto per vedere estesa la guerra nello spazio. Gli USA, che hanno creato un ramo delle forze armate specifico (la Space Force, le cui uniformi proposte sembrano quelle degli ufficiali dell’Impero di Guerre Stellari: bellissime) hanno appena detto di avere armi nello spazio. La Russia ha risposto prima accusando gli americani poi mettendo in orbita, di lì a poche ore, un mezzo militare. La Cina è già ben presente, anche con progetti di colonizzazione del suolo lunare. L’India dispone di armi antisatellite, la Germania dice di voler laser orbitanti. La prima guerra spaziale potrebbe generare tanti detriti da rendere impossibile l’uscita della stratosfera per sempre: è la sindrome di Kessler, alla quale nessuno, quando combatte, smette di credere.
Non parliamo allora di una guerra, ma di una superguerra. Un superguerra per una super-ecatombe, che conteremo in milioni morti (megadeath), forse in miliardi, un massacro assoluto, il sacrificio del mondo stesso al nulla, alla distruzione, a coloro che odiano l’uomo, e vogliono ucciderlo, sin dal principio.
Qui veniamo alla parte spirituale del problema, e alla domanda più importante: perché? Perché tutto questo?
Con buona pace dei marxisti e dei liberali, non è possibile trovare un motivo economico a questo disastro: se vi fosse, prova definitiva che potete esperire sulla vostra stessa pelle, paghereste meno la bolletta. Sono solo allora dispute ideologiche, territoriali? Non crediamo nemmeno questo.
Vi è una radice religiosa, metafisica nel quadro attuale. La risposta, quindi, va cercata nello spirito.
Possiamo pensare, ad esempio, che India e Pakistan si combattano per l’hindutva (l’«induità»: la supremazia delle religione autoctone, soprattutto l’induismo, su ogni altra, con conseguenti persecuzioni anche dei cristiani) e per la jihad, Shiva contro Allah.
Possiamo pensare che sauditi e iraniani stiano in realtà lottando per l’egemonia sul mondo musulmano, concretata nella custodia della Mecca, dove ogni singolo fedele islamico del pianeta deve ricarsi per fare l’haji, il pellegrinaggio che è uno dei cinque pilatri dell’Islam.
Possiamo pensare che la Cina contempli la possibilità di conflitto nel suo settore secondo il Tao Te Ching di Laozi, con la primazia del concetto di unità (Yi) espresso come «sotto il cielo» (Tian Xia). Le divisioni, le guerre e il caos «sotto il cielo» nascono quando gli esseri umani dimenticano questa unità originaria per inseguire leggi artificiali, ambizioni, morale rigida e desideri personali, lontani dal progetto etico. La Cina, anche moderna, vuole incentrarsi su una «società armoniosa» (hexie shehui), che era letteralmente il motto della presidenza di Hu Jintao dal 2003 al 2013. Esportare l’armonia, o prevenire che l’interno divenga disarmonico, sono effettivi obiettivi metafisici della politica cinese.
Possiamo pensare che Israele, con il suo governo ultrasionista (con la lieve sfumatura religiosa o secolare che sia), stia facendo tutto questo per ottenere, come da sua profezia fondante, l’arrivo del suo Messia – il quale, va detto en passant, rappresenta per la tradizione cristiana l’anticristo.
Possiamo pensare che l’Europa bruxellita «laica», cioè massonizzata come da programma attuato negli ultimi secoli (con tutti ’48, i Risorgimenti, le guerre di ogni tipo), sia ora in postura di attacco contro la Russia tornata potenza cristiana. Non sarebbe la prima guerra mondiale che i massoni innescano per distruggere la Cristianità e i Paesi soggiacenti: non è difficile interpretare la Grande Guerra, scoppiata poco dopo la morte del papa Pio X – l’uomo che aveva capito tutto il gioco, la cui elezione impedì, secondo i racconti, l’ascesa al soglio di un papa massone – servì a liquidare il Sacro Romano Impero, cioè l’Austria, ultimo bastione cristiano in un’Europa dove il cattolicesimo era stato eradicato da tutti gli Stati (dall’Italia sabauda alla Francia repubblicana, per non parlare dell’Inghilterra).
Aiuta Renovatio 21
E allora: sì, la lotta che ci aspetta è, soprattutto, una lotta spirituale. A questo bisogna prepararsi, considerando anche il sostentamento materiale che serve alle anime. Il caos che potrebbe seguire, ammesso di sopravvivere, potrebbe essere terrificante. Il crollo degli Stati, nella cui autorità gli europei non hanno più alcuna fiducia a meno che non gli si provveda qualcosa (lo abbiamo visto con il COVID e la sua «vacanza» forzata in clausura più «ristori»), potrebbe generare per sopravvissuti un periodo di barbarie totale, magari animata dalle milionate di immigrati importati a nostre spese nelle nostre città.
Possiamo dare qualche consiglio: state con la famiglia. Preparatevi a difenderla, usando tutti i mezzi che offre la legge (che, epperò, è pensata per il tempo di pace). Accumulate qualche scorta. Avere una fonte di energia che non dipende dalla rete, e una batteria per accumulare, potrebbe aiutare. Un’auto elettrica, ammesso che i suoi circuiti non siano bruciati da un attacco EMP o riprogrammata da un attacco hacker, potrebbe avere senso. Mappate le fonti di acqua: torrenti, falde. Alcuni appezzamenti in periferia hanno dei pozzi, antichi o moderni. Individuate i boschi con la popolazione animale più consistente, per esempio di cervi e cinghiali. Apprendere il tiro con l’arco a scopo caccia potrebbe diventare fondamentale.
Ma soprattutto, combattete nello spirito: pregate. Digiunate: imparate la privazione, offrite la fame e il dolore a Dio, alla lucidità superiore che ci serve per proteggere i nostri cari.
Estote parati. Preparatevi a cosa viene dopo – anche a cosa viene dopo di voi. Contemplate non solo la morte, ma la buona morte.
Comprendete le dimensioni del disegno, e, per quanto inspiegabile, la sua bellezza: voi, la vostra anima, ne siete protagonisti. Voi siete al centro di tutto questo, siete stati creati per questo, voi lo vogliate o no. Voi siete stati, siete, e sarete: la vostra esistenza è per sempre, è incancellabile.
La vostra vita è troppo preziosa perché vi facciate trovare impreparati.
Roberto Dal Bosco
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Pensiero
L’Italia e il buco nero: discorso per Emma Bonino
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Aiuta Renovatio 21
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
Sostieni Renovatio 21
E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Politica1 settimana faSì, vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino
-



Vaccini4 giorni faIsraele e Pfizer sapevano che il vaccino COVID causava una patologia cardiaca fatale, ma hanno taciuto per mesi
-



Vaccini1 settimana faI dati sulla mortalità rivelano «segnali di allarme allarmanti» in seguito alla campagna di vaccinazione contro il COVID
-



Misteri1 settimana faStorie misconosciute dell’11 settembre
-



Politica1 settimana fa«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente
-



Persecuzioni2 settimane faL’UE potrebbe ordinare alla Chiesa cattolica la cancellazione dei registri battesimali
-



Salute1 settimana fa«Non è la solita storia di coaguli»: gli scienziati chiedono di indagare sugli strani coaguli di sangue bianchi
-



Intelligenza Artificiale1 settimana faRicercatore AI avverte: «sistemi sovrumani che acquisiscono potere e risorse reali»









