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La storiella di Hitler ebreo e l’oscuro specchio dell’odio

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Il premier israeliano Naftali Bennet ha detto che Putin ha telefonato per scusarsi. L’apparizione di Lavrov alla TV italiana ha fatto il giro del mondo, perché questa cosa delle possibili origini ebraiche di Hitler ha colpito tutti.

 

In ispecie, vogliamo ricordare la reazione di disgusto del grande intellettuale italiano Mario Draghi, incidentalmente Presidente del Consiglio dei ministri, oltre che tra gli ideatori del sequestro dei 300 miliardi della Federazione Russa depositati presso banche estere.

 

Hitler «ebreo»? Che storia è? Ma come si permettono?

 

Tuttavia, come ha avuto il coraggio di ricordare qualcuno, la storiella di Adolfo il giudeo circolava già negli anni Venti, quando il nostro faceva discorsi in birreria a Monaco associandosi ad un partito di ferrovieri, poi divenuto il Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi (NSDAP).

 

La voce non si spense nemmeno dopo il bunker. Chi scrive crede di ricordare di averlo letto un quarto di secolo fa nel classico Le origini culturali del III Reich di Georg Mosse, storico ebreo del nazismo, che confessò che, quattordicenne, partecipò ad un comizio del führer e ne fu ipnotizzato al punto di gridare anche lui, nella psicosi di formazione di massa, «morte agli ebrei».

 

Per anni, nell’ambito storico era una voce o poco più, ma non così scandalosa. La storia della nonna di servizio in casa dell’agiata famiglia ebrea sembra indisputabile, e viene ricordato che una delle prime leggi del suo partito raggiunto il potere (dopo le leggi animaliste, antivivisezione, antifumo, etc.) fu quella di proibire che le fanciulle «ariane» prestassero servizio come cameriere presso le famiglie ebree. Di fatto, succedeva: la ragazza rimane incinta del padre o del figlio padroni di casa, di certo non può sposarsi (per ragioni che forse immaginate), quindi, non esistendo pienamente all’epoca l’aborto, ella viene allontanata con una congrua somma di danaro – insomma una sorta di ridistribuzione della ricchezza, tanto che un intellettuale di sinistra, anni fa, me la raccontava come un fatto positivo, di progressismo materiale quasi ammirevole.

 

Poi è arrivato lo studio genomico del 2010, quello di cui hanno parlato quelle testate che, di recente, hanno avuto il coraggio di ammettere che fino a poco fa questa cosa la potevi perfino rendere un fatto scientifico – genetico! – senza che nessuno, a differenza che col Lavrov, si scandalizzasse.

 

Ricordo anche io nitidamente gli anni in cui una cosa del genere poteva al massimo suonare provocatoria, ma non richiedere scuse diplomatiche tra vertici di Stato.

 

Non abbiamo idea di cosa sia successo da allora: notiamo, tuttavia come il tema sia cambiato nell’intimo significato, cioè ciò che automaticamente passa all’opinione pubblica, ciò che, in ultima analisi, ha fatto saltare i nervi  al mondo intero pochi giorni fa.

 

Se fino a qualche anno fa dicevi che Hitler poteva avere origine ebraiche stavi significando la sua mostruosa follia, un suo contorto, oscuro complesso di inferiorità. Se lo ripeti oggi, invece, non solo gli ebrei si sentono offesi a morte. Perché? Facciamo fatica a spiegarcelo: una proiezione delle colpe di Hitler sullo stesso popolo da lui sterminato, come dice qualche rabbino apocalittico che ritiene l’Olocausto come una punizione? Un’offesa ad una qualche purezza etnica, spirituale di sorta ? Una macchia revisionista su una storia oramai ritenibile kosher? Una menzogna per screditare lo Stato di Israele?

 

E soprattutto: rispetto agli studi a base di DNA dei ricercatori belgi, che una dozzina di anni fa non scandalizzavano nessuno, qualcuno ha argomentato la tesi contraria?

 

In realtà, non ci interessa. Il vespaio ce lo risparmiamo volentieri.

 

Certo, c’è di che rimanere basiti. Mentre sventolano bandiere runiche del battaglione Azov, tra svastiche (pardon, kolovrat) e Sonnenrad himmleriani, spariscono interi tropi della cultura mitteleuropea.

 

Uno, per esempio, che ricordiamo vividamente dagli studi universitari nella città più comunista d’Italia, è quello del jüdischer Selbsthass, l’«odio di sé ebraico», l’«autoantisemitismo», che era già un termine che dava il titolo ad un libro del 1930 del filosofo ebreo tedesco Theodor Lessing. Gli usi di questi concetti, negli ultimi cento anni, sono stati i più svariati, a partire dagli stessi ambienti sionisti, che usano il termine per descrivere gli ebrei che non abbracciano totalmente la causa.

 

L’idea che un ebreo possa odiare il suo stesso popolo non era così indicibile. Ci fu poi, negli USA del dopoguerra, il caso inarrivabile di Daniel Burros, ebreo di Nuova York, che nascondendo le sue origini, divenne dirigente del Partito Nazista Americano e reclutatore del Ku Klux Klan.

 

Il Burros, sucida una volta scoperto nel 1965,  fu l’ispirazione del capolavoro cinematografico The Believer, pellicola con un giovanissimo Ryan Gosling skinhead-ebreo secchione che fa perdere lo spettatore in labirinti mistici e ideologici tra l’ebraismo e l’antisemitismo: guardare questo film vale più che leggere un trattato, e  potrebbe costituire una parziale risposta alle Erinni scatenatesi contro il Lavrov.

 

Tuttavia, ci emerge un altro ricordo.

 

Da qualche parte, nelle sterminate Conversazioni a Tavola – testo che riprodurrebbe i discorsi del dittatore tedesco durante i suoi pasti vegetariani – fu chiesto a Hitler se vi era mai un ebreo che egli aveva potuto ammirare.

 

Egli diede una risposta subitanea: egli aveva avuto stima di Otto Weininger. Si tratta di una figura non conosciutissima in Italia, se non per l’assimilazione che in genere se ne fa con un altro pensatore giovane ebreo e suicida, il Carlo Michelstaedter de La Persuasione e la Rettorica.

 

Weininger fu un filosofo austriaco divenuto assai popolare a cavallo tra Otto e Novecento, autore di un’opera, Sesso e carattere, che si si intonava nel fermento psicosessualizzante della Vienna freudiana, e che fu letto da generazioni di pensatori, da Ludwig Wittgenstein al teorico della destra esoterica Julius Evola, che ne scopiazzò alcune tesi fra le sue compilazioni di Metafisica del Sesso.

 

Sesso e carattere, che vede nell’archetipo della «donna ebraica» il fattore di disgregazione della società moderna, è considerato oggi un caposaldo della letteratura antisemita. Weininger, che si convertì al cristianesimo protestante, poteva ben definirsi anche lui campione del jüdischer Selbsthass.

 

Weininger, già famosissimo a poco più di 23 anni, si suicidò: si sparò nel petto (esattamente come avrebbe fatto Dan Burros 62 anni dopo in Pennsylvania).

 

E quindi, ecco il motivo per cui lo Hitler aveva una buona considerazione del giovane filosofo: perché si era ammazzato. Egli aveva «conosciuto un unico ebreo decente, Otto Weininger, che si è tolto la vita quando ha compreso che l’ebreo vive della dissoluzione dei costumi nazionali altrui».

 

Si tratta di un argomento deludente, ma ricordare Weininger oggi può esserci estremamente prezioso – più che altro per capire come sia stato possibile che il mondo moderno abbia, improvvisamente, fatto finta di non vedere svastiche e insegne runiche in Ucraina, anzi, le abbia nutrite di armi e di miliardi di dollari.

 

Al di là delle riflessioni percepite come autoantisemite, Weininger in realtà dava una grammatica precisa dell’odio di sé in generale.

 

«Per amare o odiare altri esseri umani occorre innanzitutto amare o odiare se stessi. L’uomo ama o odia ciò che ha una somiglianza con lui» scrive il libro di Weininger Intorno alle cose supreme.

 

In Sesso e carattere va molto più a fondo, e dettaglia come funziona questo sistema della «somiglianza» dell’odio.

 

«Come amiamo negli altri ciò che vorremmo essere interamente ma non siamo mai interamente, così noi odiamo negli altri solo ciò che non vorremmo mai essere, ma che per sempre saremo in parte».

 

«Così si spiega che gli antisemiti più virulenti si trovano fra gli stessi ebrei. (…) Non per questo è meno certo che chiunque odia il carattere ebraico, l’odia dapprima in sé stesso; il combatterlo nella persona di altri non è che un tentativo di liberarsene; localizzatolo totalmente fuori di sé, per un momento ci si illude di esserne liberi».

 

«L’odio, come l’amore, è un fenomeno di proiezione: l’uomo non odia che colui che gli ricorda sgradevolmente ciò che egli stesso è».

 

Il filosofo sosteneva quindi che quando si odia qualcuno, è perché egli è una parte di noi, una nostra proiezione, una piccola immagine di noi stessi che possiamo vedere allo specchio.

 

E quindi, vuoi che l’odio per Hitler impartitoci per decenni, fosse solo la proiezione di qualcosa che il mondo moderno percepiva come una parte di sé?

 

La nostra società moderna è la continuazione dello spirito hitleriano? Per carità non si tratta di un’idea nuova. La teoria del «modernismo reazionario» dello storico Jeffrey Herf dava conto di come la Germania regredita a culto sanguinario in realtà fosse il Paese più avanzato in termini di missili balistici, progettati dai medesimi scienziati che, deportati a fine conflitto, hanno spedito USA e URSS nel cosmo.

 

In ambito artistico, a provare a dire quest’enormità fu l’oscuro, fluviale film di Hans-Juergen Syberberg Hitler, un film dalla Germania, otto ore di riflessione abissale tra musiche wagneriane e scenografie di cartapesta, in cui, alla fine, un pupazzo del dittatore rivendicava tante cose della società attuale che, diceva, potevano venire da lui stesso.

 

In realtà, Renovatio 21 propone qualcosa di ancora più radicale: l’identità tra il mondo moderno e il pensiero e l’opera di Hitler ci pare talmente abbagliante che ci chiediamo, da tempo, come sia possibile non vederla.

 

Il nostro mondo, il nostro lettore lo sa, va verso l’eugenetica – o meglio, ci è già. I padroni del vapore lavorano per riprogrammare la razza umana, creare una specie superiore realizzata in individui nati al di fuori della famiglia naturale: non vi chiediamo di guardare ai progetti di Jeffrey Epstein e né agli investimenti CRISPR di Bill Gates, e nemmeno ai mirror humans di George Church.

 

Vi basta guardare la riproduzione artificiale (eterologa, omologa: ma che differenza è?) praticata ora sulle coppie sterili a spese del contribuente: tanti embrioni prodotti, tanti scartati, alcuni impiantati per avere il bambino eugenetico – quello che Hitler, con i suoi arretrati mezzi analogici, faceva con le stazioni di monta delle SS chiamate Lebensborn («fonte della vita», dove allo scopo si offrivano (volontariamente?) bionde dolicocefale fanciulle locali.

 

(Privi di vera famiglia, generati solo per idealismo genetico, i bambini Lebensborn sono finiti in gran parte male, come i tanti della cosiddetta «fabbrica dei geni», cioè i bambini concepiti negli anni Sessanta con sperma di premio Nobel: ne scriveremo altrove)

 

Vi basta guardare gli articoli pietosi sui poveri bambini figli di «surrogate» ucraine – cioè, affittatrici del proprio utero a benefizio retribuito di coppiette abbienti – ora in difficoltà con la guerra che preme. Il New York Times ha appena pubblicato un lungo articolo in cui descrive le consegne dei pargoli appena nati al confine tra l’Ucraina e l’Europa, con implicazioni strazianti e rivoltanti. Bambini concepiti macchinalmente per avere il miglior prodotto possibile, madre e forse ovuli scelti in cataloghi dove abbondano, ma guarda, esemplari biondi e dolicocefali.

 

Vi basta guardare la preminenza dello sperma danese (biondo dolicocefalo, sempre) nelle banche del seme d’Europa.

 

Insomma lo vedete da voi: tra capitalismo e neofemminismo, tra individualismo utiltarista e orgoglio gay, l’eugenetica procede trionfante verso la razza superiore, come da sogno nazista.

 

Chiedetevelo: Hitler disapproverebbe il disegno biologico innestato sotto la società attuale?

 

Hitler sarebbe contro la diagnosi pre-impianto?

 

Hitler sarebbe contro l’aborto «terapeutico», eufemismo con cui si tratta dell’uccisione di feti ritenuti non-normali? (In realtà, qui abbiamo già la risposta: no, non lo era)

 

Hitler combatterebbe la bioingegneria CRISPR?

 

Hitler si opporrebbe all’ascesa della libera eutanasia, che ci permette di sbarazzarci pure volontariamente della lebensunwerten lebens, la «vita indegna di essere vissuta»?

 

Hitler sarebbe un nemico della Necrocultura?

 

E ancora: Hitler sarebbe contro la vaccinazione mondiale con siero in grado di «migliorare» geneticamente  la razza?

 

Hitler si opporrebbe ai lasciapassare che consentono al cittadino di non essere segregato?

 

Hitler sarebbe contro il greenpass, i lockdown, l’apartheid per una porzione della popolazione ritenuta difforme dalla volontà dello Stato e per questo cacciata senza pietà?

 

Hitler sarebbe contro i campi di concentramento australiani , in Canada, e forse anche in USA, in Gran Bretagna, in Germania, in Austria?

 

Sarebbe contrario, lo Hitler, a piattaforme di sorveglianza totale e di controllo del comportamento umano, che riducono lo spionaggio e la repressione della Gestapo a mera barzelletta?

 

Sarebbe contrario, lo Hitler, ad un ordine mondiale basato sulla violenza, sul diritto del più forte?

 

Sarebbe contrario, lo Hitler, ad un ordine sociale basato sulla prepotenza, per esempio delle multinazionali informatiche, sul singolo debole cittadino?

 

Sarebbe contrario ad una scuola che, su modello sempre più spartano, agisce come sei i figli non appartenessero più alle famiglie ma allo Stato?

 

Sarebbe contrario all’indottrinamento razzista nelle scuole, dove, nell’esempio battistrada americano, insegnano a giudicare le persone dal colore della pelle?

 

Andiamo oltre. Hitler conquistava il mondo al grido di «Ein Volk, ein Reich, ein führer». In cosa ciò differisce, di grazia, dalla globalizzazione?

 

In cosa la sua battaglia genocida per il Neuordnung, il «Nuovo Ordine» differisce dalla volontà di chi vuole imporre al mondo il Grande Reset, il Novus Ordo Seculorum?

 

Ecco, quindi, che forse possiamo dirlo. Il mondo moderno ha odiato Hitler perché sapeva, in cuor suo, che egli ne costituiva una parte interiore.

 

Ora, alla fine dei tempi, questo incredibile specchio si è disvelato.

 

Ecco che per combattere per l’«Ordine Nuovo», il mondo moderno si serve alle porte della Russia di soldati con la svastica. I giornali ci dicono che dobbiamo esserne affascinati. Nazionalismo, romanticismo, difesa della patria degli uteri in affitto.

 

È finito il tempo dell’odio. È stato compreso che si tratta di una parte di sé, che oggi torna utile, che in realtà fornisce i muscoli necessari per portar aventi l’unico grande progetto anglo-hitleriano della ricreazione della razza umana tramite il suo sterminio.

 

Ecco che quindi, ora le democrazie liberali possono guadare lo specchio, e vedervi il battaglione Azov.

 

Che importanza può avere, a questo punto, la storiella di Hitler di origine ebrea? Nessuna. Perché il vero tema qui è che l’intero mondo moderno, possiamo dire, potrebbe avere origini hitleriane – o quantomeno, attingere dalla medesima radice assassina.

 

Stanno a disquisire sulla nonna di Hitler, quando di fatto il suo zombie è tornato fra noi, armato e finanziato per miliardi di dollari.

 

Si sono offesi gli ebrei, ma la realtà orrende è che, tra provette e guerre sanguinarie, abbiamo accettato che Hitler fosse e rimanesse una parte di noi. Senza che la cosa, a quanto pare, offenda nessuno.

 

Realizzarlo, lo capiamo bene, può essere un’esperienza rivoltante – ecco perché tutti si evitano questa dissonanza cognitiva.

 

Tuttavia, è il momento di farsi coraggio: adesso, cari miei, guardate lo specchio. Fissatelo bene.

 

Ammettete che avete combattuto il mostro al punto da divenirlo voi stessi, avete guardato l’abisso al punto che esso guardasse in voi.

 

Il mostro, siete voi, e probabilmente lo siete sempre stati. L’abisso è la vostra casa, e avete accettato di viverci, nonostante fosse costruita sul niente irrorato di sangue innocente.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine via Wikimedia di Bundesarchiv, Bild 102-13774 / Heinrich Hoffmann / CC-BY-SA 3.0; immagine modificata

 

Ambiente

Morti di caldo, morti di inciviltà

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Conosciamo tutti la lagna goscista, che da oltreoceano si spande anche da noi, limitando le libertà degli europei e degli italiani: la libera vendita delle armi, dice il grillo parlante progressista con tutti i suoi giornaloni e propalatori decerebrati salariati, genera stragi. Eccerto.

 

È ovvio, no? Se permetti al cittadino di comprarsi pistole e fucili, magari per difendersi dall’anarco-tirannia migratoria, magari per difendersi da lupi ed orsi reimmessi nel suo balcone di casa dallo Stato moderno, magari addirittura, sia mai, per impedire – come saggiamente prevedevano gli estensori della Costituzione USA – da un governo perverso e totalitario installatosi al potere (Tommaso Jefferson: «Quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà»), stai decisamente preparando la strada ad ecatombi indiscriminate, di quelle che si leggono nelle cronache.

 

Le quali cronache, il lettore di Renovatio 21 lo sa, sono ricche di tanti dettagli (beh, un po’ meno recentemente che gli assissinii di massa sono perpetrati spesso da ragazzini trans et similia), tranne che quelli che riguardano gli psicofarmaci che, gratta gratta, al fine si scopre che tutti gli stragisti armati ingollano ad abundantiam.

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Ecco che i partiti «democratici» con i loro Soloni intellettuali (cioè, indirettamente o direttamente impiegati statali, per lo più) ci snocciolano le cifre: vi sarebbero, dicono le statistiche degli enti anti-armi, ben 30.000 decessi per armi da fuoco, ma nel calderone ci buttano suicidi, omicidi e incidenti, cioè anomalie di sistema che non riguardano il cittadino medio, che però va privato dei suoi mezzi di difesa.

 

Insistono: vi sono ben 13 decessi ogni 100.000 abitanti, pensate, ma meglio non dire che la percentuale più alta dei decessi totali da arma da fuoco negli Stati Uniti è storicamente riconducibile ad atti di autolesionismo e suicidio, due fenomeni, guarda guarda, intimamente legati al consumo massivo di psicofarmaci di cui sopra.

 

Ebbene, sarebbe il caso di tirare fuori ora un’altra statistica, secondo noi assai significativa: quella dei morti di caldo in Europa.

 

Diamo i numeri: nel 2024 le morti stimate legate al caldo sarebbero state 62.800, nel 2023 50.800, nel 2022 ben 67.900. Le persone over 75 e le donne sono le più colpite. Due terzi circa dei decessi avvengono nell’Europa meridionale. L’Italia è costantemente il Paese con il numero assoluto più alto (oltre 19.000 nel 2024), seguita da Spagna e Germania.

 

Secondo dati Bloomberg, la situazione 2026, ovviamente in via di abissale aggiornamento in questi giorni di canicola estrema in tutto il Vecchio Continente, vedono oltre 25.000 morti legate al caldo dall’inizio dell’anno, 11.900 nella sola Germania da aprile). Le statistiche EuroMOMO (ve lo ricordate? L’ente statistico per le euromorti da cui piluccavano per le nostre analisi piccanti durante tempesta delle menzogne vaccinali COVID e relativi malori) dicono di diecine di migliai di morti in eccesso durante l’ondata di calore di fine giugno, con 10.000-14.000 decessi in più nella settimana di picco – e figuriamoci ora.

 

In sintesi numerica: negli ultimi anni si parla di 50.000–70.000 morti per caldo ogni estate in Europa, con l’Italia spesso in testa per numero assoluto.

 

In sintesi sociopolitica: il caldo uccide in Europa più di quanto uccidano le armi da fuoco in America. Parliamo, praticamente, di multipli: il calore da noi ammazza molta, molta più gente della supposta emergenza della libera circolazione di pistole e fucili negli Stati Uniti.

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A questo punto, chiediamoci, cercando di uscire dalla cappa mentale del «Cambiamento Climatico» (prima lo chiamavano «Riscaldamento globale», poi dopo eventi come la conferenza sul Clima COP15 di Copenhagen, dove la neve bloccò gli aeroporti, hanno fischiettosamente cambiato nome e natura del fenomeno): perché la gente muore di caldo?

 

Risposta semplicissima: gli anziani, i deboli, tutti quanti stanno morendo in questi giorni lo fanno perché privi dell’aria condizionata. Non è più complicato di così: più condizionatori, più vita.

 

Rendiamoci conto, quindi, di quanto facile dovrebbe essere salvare le esistenze di questi cittadini. Realizziamo: basta un apparecchio, che non costa tanto più che quelli che il sistema sanitario passa a certi pazienti anziani, per evitare stragi di migliaia di persone.

 

Basta una piccola tecnologia per far vivere gli esseri umani, e l’uso e la diffusione di tale tecnologia dovrebbero essere, in una civiltà, un fatto scontato. Una civiltà è fatti di esseri umani, per cui la loro preservazione dovrebbe essere l’obiettivo primigenio di tutti i suoi sistemi.

 

Nessuno, tuttavia ci pensa. Il motivo è semplicissimo: viviamo una fase di decomposizione della civiltà, di inciviltà. Non può essere altrimenti: la civiltà invasa dalla Necrocultura diviene anti-civiltà, sistema volto all’eliminazione programmatica degli esseri umani.

 

Lo Stato moderno, che ha fatto della Necrocultura il suo sistema operativo, dà una mano. Per cui, pensare che esso possa riconoscere la semplice causa di questa strage e fornire la soluzione – che è a scaffale – è errato.

 

Politici, giornali sembrano ignorare la questione se non per lanciare le solite geremiadi sul Cambiamento Climatico, la nuova religione copiata da quella cattolica – al posto di Dio abbiamo la dea Gaia, al posto del peccato abbiamo l’impronta carbonica, distribuita perfino come peccato originale, e al posto dell’espiazione abbiamo la riduzione delle attività degli uomini se non la loro eliminazione – , che nell’animo vacuo di qualche gonzo panciafichista con stipendio parastatale ha magari pure attecchito.

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I condizionatori sono maledetti: consumano tanto solo per dare benessere fisico agli esseri umani che, secondo il culto climatico globale, devono invece espiare, soffrire, morire.

 

Anche fuori dalla civiltà tecnologica del refrigerio le cose vanno male: se volete andare al fiume che solca la vostra provincia è facile che le forze dell’ordine vi multino, con la motivazione per cui l’acqua è inquinata o perché la balneazione lì è vietata punto e basta. Altri specchi d’acqua (laghetti, torrenti, idroscali) sono pieni di immigrati che anarcotirannicamente se ne fottono dei richiami e continuano a prodursi in grigliatine e talvolta in qualche atto di violenza.

 

Voi dite, le piscine pubbliche: come no, abbiamo visto come – fenomeno rilevabile in tutta Europa – esse siano oramai ostaggio di bande di giovinastri immigrati, con molestie di ragazzine che ciclicamente riempiono le pagine dei giornali e generano improbabili racconti della stampa locale su improbabili provvedimenti anti-bulli, cioè anti-maranza, che i gestori sono ora spinti, riluttantemente, ad adottare.

 

Tema importante quello delle piscine, perché interseca, con evidenza, quello del servizio pubblico vitale. Esse dovrebbero essere infatti potenziate ed espanse, ne andrebbero costruite di nuove, visto il benefizio fisico che ne trae la popolazione morente, senza contare come, per tutto l’anno, il nuoto («lo sport più completo», dice l’insopportabile luogo comune) garantisca salute a tantissimi.

 

E invece, assistiamo ad una contrazione nel settore: nella mia città c’era una piscina zonale che offriva, oltre alle vasche sportive, anche uno spazio spiaggesco estivo, con scivoli e acqua bassa, per la felicità dei bambini e dei genitori. Il luogo era divenuto famoso perché era lì che aveva cominciato a nuotare Thomas (cioè, Tommaso) Ceccon, loquace olimpionico medaglia d’oro alle drammatiche Olimpiadi di Parigi, della cui organizzazione egli giustamente si lamentò molto, arrivando a dormire in istrada perché, appunto, l’Olympiade macroniana ambientalmente corretta non considerava bene i condizionatori per gli atleti (ne abbiamo scritto su Renovatio 21: queste crudeltà, come quella di farli nuotare nelle acque fecali della Senna, costituiscono una bella riedizione delle angherie ai ragazzini delle 120 giornate di Sodoma dell’eroe rivoluzionario francese marchese De Sade).

 

Oggi questa piscina non esiste più: il bando del comune per la gestione è andato deserto. L’amministrazione potrebbe quindi scaricare la colpa ai privati che si tirano indietro. La realtà è che l’intero progetto, vista l’importanza letteralmente vitale, andrebbe preso in mano dallo Stato punto e basta – ma lo Stato moderno, lo sappiamo, non ha come fine il vostro benessere. Per cui, ecco che un danno non irrilevante, sociale e biologico, viene portato al tessuto umano locale, e l’anticiviltà dei morti di caldo nemmeno immagina che dovrebbe porvi rimedio.

 

Ripenso con rabbia alle illuminanti parole di Mario Draghi, che il 6 aprile 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina che ha privato l’Italia dell’energia russa a basso costo, ebbe il coraggio di chiedere oscenamente in conferenza stampa «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»

 

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Ma di cosa stava parlando l’eurodrago, forse il peggiore premier mai avuto dal Paese? Stava dicendo che rifiutando il gas russo – e quindi la capacità di alimentare i condizionatori che non fanno morire la gente – avremo avuto la pace? Chissà se ora capisce quanto vacue e avventate sono le sue parole: abbiamo rifiutato il gas russo, mandando in malora l’intera economia manifatturiera italiana ed europea, e uccidendo di conseguenza un po’ di deboli, e abbiamo avuto che cosa?

 

Abbiamo avuto la realizzazione di un scenario di conflitto ancora più estremo, dove si parla con sempre maggiore tranquillità di guerra atomica tra Mosca e l’Europa.

 

C’è quindi una cifra geopolitica, anzi metapolitica, nell’Europa morta di caldo. Essa respinge la Russia (che è considerabile, come detto anche da Putin, uno Stato-civiltà) in quanto civiltà che ancora ha interesse a difendere la prosperità dei suoi esseri umani, al punto di andare in guerra per difendere i russofoni del Donbass. L’Europa della Cultura della morte no, non può concepirlo, nemmeno se si tratta dell’aria condizionata.

 

La realtà è che probabilmente, dai partiti non solo di sinistra alle stanze degli eurobottoni, lo Stato moderno vuole che moriate anche di caldo.

 

E ogni goccia di sudore che vi riga il corpo è una lacrima della nostra Civiltà cristiana che muore.

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Maldini, povera Italia

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Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.   Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.   Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.   Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.   Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).   Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.   È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.   Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.   «Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.   «Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».   «Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».   «Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».   Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».   C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.   Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.   Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».    «È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.   L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».   «Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».    Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.   Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.   Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.   Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.   Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.   Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.   Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.   Francesco Rondolini  

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Geopolitica

Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21

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Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.

 

Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.

 

Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.

 

Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.

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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.

 

«Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».

 

«Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.

 

«È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si  è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».

 

«Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».

 

«Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.

 

«È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».

 

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