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Cina

Mons. Viganò sull’arresto del Cardinale Zen

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Renovatio 21 pubblica questa dichiarazione  di Mons. Carlo Maria Viganò.

 

DICHIARAZIONE

sull’arresto di Sua Eminenza il Card. Joseph Zen

È stata diffusa ieri la notizia dell’arresto del Card. Joseph Zen da parte delle autorità di Hong Kong. Responsabile delle indagini è la sezione di Polizia speciale costituita dal Governo di Pechino per vegliare sulla sicurezza nazionale cinese, ossia per reprimere qualsiasi forma di dissenso o di protesta per le violazioni dei diritti umani della dittatura comunista. 

 

L’anziano Porporato – che in passato espresse forti critiche all’Accordo segreto stipulato tra il Regime cinese e la Santa Sede – è stato interrogato e poi rilasciato su cauzione, mentre gli è stato sequestrato il passaporto.

 

Quanto accaduto costituisce una gravissima violazione delle libertà e dei diritti di cui gode ogni persona umana, tanto più deprecabile trattandosi di un Cardinale di Santa Romana Chiesa.

 

La Sala Stampa vaticana, con evidente imbarazzo, si è limitata ad esprimere «preoccupazione», senza presentare formali proteste al Governo di Pechino.

 

Solo pochi giorni prima altri dieci sacerdoti della comunità di Baoding, appartenenti alla Chiesa clandestina, sono stati prelevati e destinati alla «rieducazione» forzata dal Partito Comunista Cinese perché non disposti ad aderire alla setta patriottica, allungando la serie di soprusi e sopraffazioni contro i Cattolici fedeli della Chiesa sotterranea.

 

I frutti avvelenati dell’Accordo sino-vaticano sono ormai evidenti. La chiesa bergogliana preferisce tacere sulla persecuzione dei Cattolici della Chiesa clandestina, dopo averli consegnati alle ritorsioni della setta patriottica e del Partito Comunista Cinese. In cambio, Pechino ricompensa i suoi servigi con cospicui finanziamenti annui: i mercenari si lasciano comprare per trenta denari, che grondano del sangue dei martiri della Chiesa del silenzio. 

 

Quando il Card. Zen, nel settembre del 2020 alla vigilia del rinnovo di quel famigerato Accordo, venne a Roma per incontrare Bergoglio, questi lo umiliò con uno sdegnato rifiuto, a causa della ben nota posizione del Porporato cinese sull’Accordo e sulle sue ripetute violazioni.

 

Questa offesa a un Principe della Chiesa ha dato un chiaro segnale alla dittatura cinese, che si è sentita libera di agire senza temere conseguenze o prese di posizione da parte del Vaticano; il cui inquilino trova però il tempo per ricevere alti esponenti del Nuovo Ordine Mondiale, rappresentanti del globalismo e della finanza usuraia, dittatori e criminali di guerra, fino alle mogli dei combattenti del battaglione neonazista Azov, che negli scorsi giorni avevano usato i civili come scudi umani durante l’assedio russo dell’acciaieria di Azovstal.

 

Qualcuno ha fatto notare che l’attivista russo-canadese Pyotr Verzilov ha accompagnato le due mogli ucraine all’Udienza papale: si tratta del fondatore e portavoce del gruppo femminista Pussy Riot, noto per le profanazioni e i sacrilegi compiuti in Russia contro le chiese ortodosse, sul modello di Femen in Occidente. Lascia sconcertati che sia ammesso in Vaticano il rappresentante di un movimento anticristiano che ha fatto della blasfemia il cuore della propria azione eversiva.

 

Questo atteggiamento di rara doppiezza, ma tutt’altro che ambiguo, mostra come la deep church di Bergoglio sia totalmente allineata non solo alla narrazione psicopandemica, ma anche alla folle gestione della crisi russo-ucraina da parte del deep state.

 

Il Card. Zen si aggiunge alla lista dei Porporati dei Dubia, ai quali Bergoglio non ha mai risposto né ricevuto, mentre verga di propria mano la lettera a James Martin sj. Con quell’ennesimo endorsement egli conferma la volontà di normalizzare nella Chiesa Cattolica il pansessualismo dell’infame ideologia LGBTQ, con la conseguente perdizione eterna di tante anime.

 

La saggezza e la prudenza della diplomazia vaticana, preziosa eredità di secoli, ammirata da tutte le Cancellerie del mondo, oggi sotto la guida di Pietro Parolin è un lontano ricordo: interessi cortigiani, profitti economici e criminali connivenze prevalgono senza vergogna di fronte a Dio e di fronte agli uomini. I fedeli guardano con scandalo alla trasformazione della Santa Sede in una spelonca di ladri (Lc 19, 46).

 

Esorto i miei Confratelli e i laici a sostenere con la preghiera Sua Eminenza in questo difficile momento, esprimendoGli al contempo vicinanza e solidarietà.

 

Le prove alle quali il Card. Zen è sottoposto possano meritare dal Cielo quella ricompensa che il Signore ha promesso a coloro che servono la Santa Chiesa con fedeltà e che rimangono saldi nella Fede, senza lasciarsi contaminare dallo spirito del mondo.

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

13 Maggio 2022

Anniversario dell’apparizione 

della Beata Vergine Maria a Fatima

 

 

 

 

 

Immagine di Jindřich Nosek (NoJin) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine croppata

 

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Alimentazione

Maiali divengono cannibali per mancanza di cibo: video dalla crisi economica cinese

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Di recente è diventato virale un video che mostra i maiali che mangiano un maiale morto in una fattoria in Cina.

 

Alcuni allevatori di suini, che lavorano per un importante gruppo finanziario cinese, hanno affermato che il cannibalismo è avvenuto a causa della carenza di mangime. Un esperto ritiene che la carenza di mangime rifletta i maggiori problemi dell’economia cinese, scrive Epoch Times.

 

Dal 24 luglio, il video – che al momento è stato rimosso da YouTube ed è introvabile su Twitter – è uno degli argomenti più cercati sui social media cinesi, mettendo in luce la società quotata e un’importante azienda di suinicoltura, la Jiangxi Zhengbang Tech, che appalta ai contadini l’allevamento dei maiali.

 

Secondo messaggi circolati online, «la fornitura di mangime per suini agli allevatori è stata interrotta». Il valore delle azioni della società sarebbe quindi crollato. Il gruppo ha quini fatto plurimi annunci rispetto alla crisi.

 

Il 25 luglio, Zhengbang Tech ha ammesso che ci sono state interruzioni nella fornitura di mangimi per suini a luglio, citando il calo dei prezzi dei suini a giugno, il COVID-19, i fondi dell’azienda limitati, problemi logistici e problemi di coordinamento con i produttori di mangimi. Nella dichiarazione non si fa menzione di compensi per gli allevatori di suini.

 

Le dichiarazioni dell’azienda non affermavano né smentivano che negli allevamenti si verificasse il cannibalismo suino.

 

Il commentatore indipendente  Tang Jingyuan ha dichiarato a Epoch Times il 27 luglio che ci sono due ragioni principali per la carenza di mangimi per suini da parte di Zhengbang Tech.

 

«Uno è la carenza di fondi e potrebbe esserci anche un’interruzione nella catena del capitale. L’altro è che l’epidemia di COVID-19 ha causato il blocco del sistema logistico, che è il problema del coordinamento della distribuzione logistica e dei mangimifici menzionato nel comunicato ufficiale dell’azienda. Dietro queste due ragioni, la causa principale è in realtà che l’ambiente economico nella Cina continentale si è deteriorato a causa della politica e delle misure zero-COVID del regime, determinando un circolo vizioso di causalità reciproca tra le due ragioni sopra menzionate».

 

«Il deterioramento dell’economia cinese è in gran parte causato da errori politici piuttosto che da un disastro naturale. Zhengbang Tech è solo una delle innumerevoli aziende che lo pagano», ha affermato il Tang alla testata dei dissidenti cinesi.

 

 

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Cina

Colosso microchip: stop alla produzione con invasione cinese di Taiwan

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

È l’avvertimento del presidente di TSMC, primo produttore mondiale dei vitali semiconduttori. Parole che arrivano mentre sale la tensione per la possibile visita di Nancy Pelosi a Taipei. Il blocco delle attività della compagnia taiwanese renderebbe inservibili le tecnologie più avanzate della Cina.

 

 

Un’invasione cinese di Taiwan bloccherebbe le attività di Taiwan Semiconductor Manufacturing Company Ltd (TSMC), il primo produttore mondiale di microchip, creando un «grande disordine economico» su entrambi i lati dell’omonimo stretto.

 

Lo ha dichiarato Mark Liu, presidente di TSMC, mentre sale la tensione nell’area per la visita (…) a Taipei di Nancy Pelosi, speaker della Camera USAdei rappresentanti. Pechino insiste che risponderà in modo «significativo» a quella che considera una violazione della propria sovranità: per la Cina comunista, Taiwan è una provincia «ribelle» da riconquistare, anche con l’uso delle armi.

 

In un’intervista alla CNN il 31 luglio, Liu sottolinea che un attacco cinese all’isola provocherebbe una catastrofe geopolitica. Egli spiega che TSMC non può essere controllata con la forza. Data l’estrema sofisticazione dei suoi impianti, la compagnia deve essere connessa in tempo reale con partner in tutto il mondo – USA , Europa e Giappone su tutti – per garantirsi materie prime, sostanze chimiche e pezzi di ricambio.

 

TSMC controlla circa il 52% del mercato mondiale dei microchip.

 

Le vendite in Cina rappresentano il 10% delle sue entrate, e questo è un ottimo deterrente per Liu: in caso di conflitto, lo stop alla produzione di chip taiwanesi renderebbe inservibili le tecnologie più avanzate della Cina, comprese quelle militari.

 

È da ricordare che dal 2020 la scarsità di semiconduttori – dovuta all’alta domanda di apparecchi tecnologici generata dalla pandemia – ha creato problemi per la produzione di molti beni, come le automobili.

 

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

Immagine di Briáxis F. Mendes (孟必思) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

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Algoritmi

Cina, la polizia sorveglia i cittadini per crimini non ancora commessi

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Le telecamere installate in Cina sono ubique. La strategia della polizia cinese è quindi, in semplicità, quella individuare le persone che pensa possano causare problemi e seguirle tramite video sorveglianza.

 

Questa strategia è una realtà quotidiana in Cina. Tutti i cittadini che vivono lì pare rappresentino potenzialmente una minaccia o che si sentano a proprio agio nell’essere costantemente sorvegliati, non sembra avere importanza, stando a quanto sostiene il New York Times.

 

Come riportato da Renovatio 21, un anno fa la Repubblica Popolare Cinese ha lanciato un programma per la sorveglianza del 100% dello spazio pubblico del Paese.

 

Le autorità raccolgono enormi quantità di filmati, dati e schemi che aiutano a identificare le minacce al governo cinese, concentrandosi su minoranze etniche, persone con malattie mentali e migranti. In seguito, questo ammasso infinito di informazioni sono passate al setaccio da algoritmi che giudicano imperscrutabilmente il comportamento passato, presente e soprattutto futuro di ogni cittadino.

 

Si tratta di una forma di profilazione che va ben oltre il cosiddetto sistema di «credito sociale cinese», il quale a dirla tutta sta mettendo piede anche in Europa, dalla Francia di Macron alla Bologna del PD.

 

Il Ministero della Pubblica Sicurezza cinese non ha risposto a molteplici richieste di commento, ha affermato il Times, nonostante vi siano prove che il governo ha persino impedito ad una signora di raggiungere il marito ad Hong Kong in quanto l’algoritmo ha ritenuto il matrimonio «sospetto»

 

Un punto importante che è saltato fuori dall’articolo è  la motivazione del governo fornita per tutto ciò: apparentemente, tutta l’energia messa nel Grande Fratello biosecuritario cinese è dovuta al fatto che il presidente Xi Jinping vuole preservare una società pacifica e stabile.

 

Tuttavia, la storia recente del Regno di Mezzo dice altro.

 

È l’immagine di una società pacifica e stabile, quella dei i residenti di Shanghai che sono stati lasciati a urlare per la paura e la fame durante i lockdown draconiani degli ultimi mesi ?

 

E le uccisioni di cani e gatti dei cittadini risultati positivi al COVID?

 

E l’internamento di questi ultimi in lager sanitari?

 

È l’inquietante uso, per la sorveglianza, di droni e robocani?

 

C’è da sottolineare anche che la Cina all’inizio di questa «pandemia» ha avviato un esperimento di massa sull’uso dei dati per regolare la vita dei cittadini, richiedendo loro di utilizzare software sui loro smartphone che stabilisca se debbano essere messi in quarantena o ammessi in metropolitane, centri commerciali e altri spazi pubblici.

 

Il controllo sociale per via elettronica in Cina avanza da anni con sistemi con milioni di telecamere con Intelligenza Articiale per il riconoscimento facciale a disposizione della polizia.

 

Inoltre il partito comunista cinese si è portato ancora un passo avanti nel futuro per non perdere gli elettori: sta sviluppando una tecnologia che utilizza il riconoscimento facciale e l’Intelligenza Artificiale per determinare la lealtà di un cittadino al Partito

 

Il totalitarismo elettronico cinese è spaventoso: tuttavia, come ripete Renovatio 21, l’Europa del green pass e dell’imminente euro digitale potrebbe essere perfino peggio.

 

Un vero incubo, per il quale non sappiamo se qualcuno pagherà.

 

 

 

 

Immagine di Ted McGrath via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

 

 

 

 

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