Pensiero
Difesa di Nicole Minetti
«Odiano la bellezza perché sono brutti. Senz’altro lo sono dentro e forse lo sono anche fuori. Fossero carucci, o sapessero godersi la vita, non leggerebbero Travaglio, non guarderebbero Report e lascerebbero in pace Nicole Minetti». Così ha sintetizzato il nuovo caso Minetti lo scrittore Camillo Langone.
Qui vorremmo dire che c’è di più: chi adesso alimenta e gode della nuova gogna contro la ragazza berlusconiana è, letteralmente, deforme. Cioè, deformato. Manipolato sino all’abbrutimento da un’operazione di informazione (cioè, deformazione…) che pensavamo sepolta da anni. Invece eccoci qui: l’antiberlusconismo psichiatrico è tornato, e ora, dopo lustri, se la prende con un personaggio al babau della Seconda Repubblica. E a babau morto, è il caso di dire.
Gli americani, che sono più bravi, hanno trovato subito un termine per definire l’avversione automatica, assoluta, con bava alla bocca, contro Trump: TDS, Trump Derangement Syndrome, o sindrome di disturbo da Trump. In Italia invece ci siamo tenuti 30 anni di BDS, Berlusconi Derangement Syndrome, senza sapere nemmeno cosa fosse. Ci abbiamo nuotato dentro, ogni giorno, perché un intero sistema mediatico – espressione di un sistema politico-economico – non parlava d’altro: Berlusconi pericolo per la democrazia, Berlusconi corrotto, Berlusconi satrapo.
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Come sia successo è facile spiegarlo: il PD, allora PDS e poi DS, vedeva nel Berlusconi l’ostacolo sorto dal nulla che impediva l’installazione completa dello Stato-partito: tutte le istituzioni, le poltrone, gli uffici pubblici, occupati dall’unico sistema dominante, dallo Stato profondo italiano. Dopo che gli USA (che poi passarono a batter cassa col Kosovo) gli avevano consegnato le chiavi del Paese, accettando l’ascesa del PDS di Occhetto nel ’94 dopo che molto casualmente con Tangentopoli era stata spazzata via l’unico contendente, la DC, il destino manifesto dell’Italia non poteva che essere quello di finire sotto la matrice di controllo degli ex comunisti.
Sindacalizzati. Cooperativizzati. Indottrinati. Piegati dalla magistratura e da operazioni più oscure. Il Paese piddificato: è quello in cui, nonostante la Meloni, ancora ci troviamo immersi.
I piddificatori nazionali, tuttavia, non avrebbero potuto nulla senza l’aiuto dell’oligarcato: in particolare, l’ebreo De Benedetti, che con i suoi giornali (Repubblica, Espresso) creò uno stato di guerra psicologica permanente contro Silvio Berlusconi. Migliaia, milioni di articoli scritti ogni dì contro il miliardario ridens. Quantità infinite di stipendi, di carriere, di poltrone pagati per eliminare politicamente l’uomo di Arcore.
Ricordiamo, solo en passant, due cose sul De Benedetti, dal 2009 cittadino elvetico che ha negato di avere la tessera numero 1 del PD. Una lunga carriera piena di cose non edificantissime – la FIAT, l’Olivetti – e poi quel risarcimento mostruoso incassato col Lodo Mondadori, 494 milioni di euro. I quali, va detto, non sembrano essere bastati a tenere in piede la baracca editoriale debenedettina, al punto che con lo scemare sulla scena della presenza berlusconiana viene venduto tutto.
(Al volo, sarebbero da rimembrare i legami storici pluridecennali tra l’ingegner De Benedetti e la famiglia Rothschild (che avevano qualche legame anche loro coll’Epstein, di cui parliamo più sotto), il cui membro Jacob Rothschild (1936-2024) ricevette il controllo delle quote dell’oligarca russo Mikhail Khodorkovskij – quello messo in galera da Putin venti anni fa, e poi liberato prima delle Olimpiadi di Sochi – nel colosso petrolifero Yukos. Quando in tutti questi anni in certi giornali compaiono taluni attacchi a Putin, e quindi al suo amico Berlusconi, magari un motivo c’è: chissà se il Travaglio, nell’impegno di tenere nei secoli il ditino alto, se ne renderà conto)
Nel frattempo, un’immensa porzione della popolazione italiana era stata oggetto di un lavaggio del cervello praticamente senza precedenti: processi, accuse, illazioni, gossip, Berlusconi era il male assoluto. Pensare a Silvio in modo razionale era di fatto reso impossibile a milioni di persone: l’intero ceto medio riflessivo (quelli moralmente superiori, perché vanno alla Feltrinelli e talvolta mangiano equo e solidale) era stato portato ad una forma di nevrosi, o di psicosi, di ossessione.
Da fuori qualcuno se ne accorgeva: un’amica madrilena, davvero apolitica e con qualche tratto hippy, mi confidò all’epoca di aver cercato di farsi spiegare da un suo coinquilino italiano perché Berlusconi è cattivo. «No pude entender por qué», non ho potuto comprendere perché. Certo che non si può: Berlusconi era una persona reale, non era un’idea politica, era in toto una fantasia tossica, iniettata a tutte le ore al popolo.
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La punta di lancia di questo processo è un personaggio che ancora è circolante – e pontificante: Marco Travaglio. Bravo, ammettiamo: con la fine di Berlusconi poteva sparire nel nulla, del resto non si era davvero occupato d’altro. E invece: eccotelo che diventa, addirittura, idolo editoriale della «dissidenza» ammorbata dalla dipendenza da cartellone.
Allevato professionalmente da Indro Montanelli, il giornalista, che scriveva quintali di articoli e libri sul nemico e i suoi amici, finì per firmare editoriali per Repubblica, poi divenne presenza fissa, con i suoi monologhi da casellario giudiziale (più uno spruzzo di ironia snob, e la bile che gli batte sulla tempia), nelle trasmissioni di Michele Santoro (lo ricordate? Michele chi?) – ricordiamo en passant, che proprio una trasmissione del teleconduttore salernitano fu teatro della metafora definitiva del rapporto tra Berlusconi e Travaglio: il primo ordina al secondo di alzarsi dalla sedia, e quello obbedisce pavlovianamente, poi il Silvio pulisce, ridendo sornione, la sedia dove si era seduto il giornalista.
Travaglio in seguito trovò altri corpi ospiti. Nei primissimi anni del M5S, quando Grillo lanciava in piazza al giornalismo italiano, era invitato a parlare dal palco. Finito Grillo, Marcolino continua con il suo giornale a sostenere Conte, il premier del lockdown.
Papeete, pandemia, guerra, Draghi. Berlusconi, si penserà, è alle spalle. Invece, non è così. Perché, ripetiamo, Berlusconi non è un argomento, è un’ossessione, un programma patologico oramai non cancellabile – in una classe intera del giornalismo italiano e forse di una fetta di italiani deformati dall’informazione giornalistica.
Il motivo per cui se la prendono con la Minetti è tutto qui. Non si creda sia un’operazione politica contro Nordio e la Meloni: perché per attuarla hanno osato l’inosabile, cioè mettere in difficoltà la Presidenza della Repubblica.
Immaginiamo lo stupore dello staff di Mattarella: davvero, mettono in discussione una grazia presidenziale? Ma quando mai era accaduto? Poi, tuttavia, decidono di andare con la corrente, e chiedere spiegazioni, nel teatrino internazionale che stiamo vedendo oggi: accuse che non vanno da nessuna parte, l’Interpol che nega, le autorità uruguagie che negano.
Non vogliamo che questo articolo sembri una disamina psicopatologica degli zeloti dell’odium immortale antiberlusconiano e non una difesa di Nicole Minetti come persona. Ebbene, difendiamo la donna gettata in questo ulteriore, osceno, rivoltante vortice come possiamo.
Pare che nessuno sappia valutare il quadro umano della vicenda: è evidente che la Minetti – che ancora apostrofano, con un classismo squallido ed intollerabile, «igienista dentale» – ha cambiato vita. Invece che aggrapparsi a qualche rivolo di potere e notorietà, come fanno quelli che finiscono fotografati ai buffet di Dagospia, ha scelto una vita privata, lontana dai riflettori, quella che parrebbe proprio una relazione stabile, perfino adottare un figlio.
Ci chiediamo: cosa stanno cercando di dire, gli antiberlusconiani oltretombali, quando alludono alla morte dell’avvocatessa del piccolo? E quando dicono che non avrebbero dovuto portare portare il bambino ad operarsi a Boston (probabilmente dal miglior specialista del pianeta), vogliono dire che il bambino non andava curato?
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Una parola sull’altra persona portata ora nel fango, Giuseppe Cipriani, figlio di Arrigo. Inanzitutto diciamo che a Venezia la famiglia Cipriani è amata e rispettata. Lo è anche a Nuova York, ed è ovvio che all’Harry’s Bar ci sia finito anche Jeffrey Epstein.
Anzi qui riveliamo un dettaglio giornalistico: quando anni fa emerse l’agendina nera di Epstein – il libretto con tutti i numeri telefonici annotati dall’oscuro miliardario pedofilo negli anni – notammo che il Corriere del Paese vi dedicava un paginone in cui parlava di soli tre nomi: uno era Flavio Briatore (facile immaginarsi che si siano incrociati), l’altro era Andrea Bonomi, un finanziere di buona famiglia che aveva provato a scalare il gruppo editorale, poi c’era Giuseppe Cipriani.
Avevamo scritto, all’epoca, che ci sembrava una scelta interessante: perché alla fine il lettore italiano può accettare tranquillamente che, nel jet set neoeboraceno Epstein possa aver interagito con il personaggio del lusso e un rampollo della dinastia di alti ristoratori. Il problema è che nell’agenda – perfino nella stessa pagina dove erano segnati quei numeri – c’era diecine e diecine di ulteriori nomi italiani, alcuni famosissimi: c’era la famosa contessa, il petroliere, la scrittrice trevigio-africana, l’erede tessile, la miss colombiana consulente di Finmeccanica, la produttrice lesbica, il giornalista de La Stampa e del Sole 24 ore la cui moglie era considerata la miglior amica di Ghislaine Maxwell (qualche giornalista italiano li ha sentiti? No), più una serqua infinita di figure, più o meno con l’inevitabile pedigree semi-aristocratico, legate alla famosa famiglia di industriali torinesi e alla loro azienda.
Su di loro, sulla stampa italiana, non si vide una parola: fui l’unico a scriverne. Beninteso: non crediamo che siano colpevoli di nessuna delle nefandezze epsteiniane, devono averlo pensato anche quei giornalisti che, davanti al libretto, hanno preferito sorvolare. Quindi non capiamo perché ora invece il rapporto col mostro deve essere inflitto al Cipriani, se non per character assassination pura e semplice.
Epstein voleva investire in un locale? E capirai, il networking di alto livello era il suo mestiere – e non si creda che utilizzasse solo ragazzine: è noto che era in grado di presentare donne belle e mature da far sposare a potenti, e dicono sia il caso di un rispettato industriale nostrano.
Insomma: sbatti il mostro in prima pagina, sempre e comunque. Minetti, Epstein, Berlusconi: vivono sul serio in un film horror sceneggiato dalle loro fissazioni.
I veri mostri, tuttavia, sono loro. Deformati dal loro odio, pronti a bassezze morali abissali.
E la Minetti, nonostante i ritocchini, rimane bella – anche, immaginiamo, come madre. Qualcosa che i mostri mediocri malati, nella loro vita deformata e spesso senza figli – senza vita – non possono comprendere.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Nove foto da Firenze via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0; immagine modificata
Oligarcato
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Pensiero
La scuola dell’amicizia
Due sabati fa ho vissuto un’esperienza magica. Sono tornata nella città natale della mia defunta madre per partecipare al funerale di una delle sue più care amiche. Lì, ho condiviso ricordi, prima al cimitero e poi in un ristorante vicino, con le due superstiti del gruppo di quattro donne – tra cui mia madre – che avevano stretto un legame di amicizia indissolubile e sempre caloroso nel corso di otto decenni.
Conoscere i propri genitori è un percorso che dura tutta la vita. Crescendo, mescoliamo e rielaboriamo continuamente i ricordi che abbiamo di loro, nella speranza di ricostruire un ritratto più o meno completo di chi rappresentavano per noi e per il mondo.
Per me, fare ciò non è una semplice e occasionale incursione nella nostalgia. Si tratta, piuttosto, di una ricerca costante, alimentata da un desiderio forse vano di accrescere continuamente la mia consapevolezza mentre mi avvicino al mio ultimo giorno. E questo per una semplice ragione. Sarò sempre il figlio dei miei genitori, e ciò che erano, o non erano, è profondamente radicato in me.
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È risaputo che la nostra memoria è inaffidabile. Ma è altrettanto risaputo che, per impedire che una persona si dissolva in un groviglio di sensazioni fugaci e frammentate (obiettivo che sembra essere perseguito da molti educatori e promotori della cultura popolare contemporanea), dobbiamo impegnarci a costruire un’identità funzionale a partire dai numerosi frammenti di memoria che portiamo dentro di noi.
Esiste un metodo per farlo? Non ne sono sicuro.
Credo però che ci siano alcune abitudini che possono essere d’aiuto, come tenere un registro dettagliato dei ricordi – o, nel mio caso, essendo una persona con una grande sensibilità uditiva e visiva, registrazioni di voci piacevoli e immagini di luoghi – a cui possiamo tornare più e più volte nel corso della nostra vita.
Rivivendo questi momenti di calore e appagamento spirituale, non solo troviamo conforto nei momenti difficili, ma ricordiamo anche a noi stessi, in mezzo alla falsa cornucopia della cultura consumistica, ciò che il nostro essere interiore desidera veramente mentre andiamo avanti nel tempo.
Ascoltandomi in questo modo, negli ultimi anni mi sono stupito di come i ricordi della mia infanzia nella città natale di mia madre, dove trascorrevo solo i fine settimana e le vacanze estive con i miei nonni, mio zio e mia zia, siano arrivati a oscurare quelli del luogo in cui sono cresciuto giorno dopo giorno, dove andavo felicemente a scuola e giocavo a hockey su ghiaccio, dove ho avuto i miei primi amori e ho bevuto di nascosto le prime birre con i miei amici.
Strano, vero? Beh, l’altro giorno credo di aver trovato una spiegazione. Leominster, la città post-industriale di mia madre, a 20 minuti dalla mia, era un luogo dove tutti contavano qualcosa e dove, quando camminavo per la via principale tenendo per mano mio nonno, o compravo il giornale con mio zio dopo aver assistito alla messa delle sei del mattino, c’era sempre tempo per scambiare due parole o raccontare qualche aneddoto. Così ho imparato che ogni incontro apparentemente banale e pratico con gli altri è un’opportunità per cercare di comprenderli e di capire un po’ meglio il loro mondo.
Ma ancora più importante era il modo in cui la famiglia di mia madre concepiva l’amicizia. Partivano tutti dal presupposto che praticamente chiunque si incontrasse regolarmente ne fosse degno e che, salvo casi di menzogne grottesche o ostilità, quel legame sarebbe durato, in un modo o nell’altro, per sempre.
Inutile dire che questa prospettiva dava enorme importanza alla tolleranza. Quando, durante i cocktail party del sabato pomeriggio a volte organizzati dai miei nonni – quest’ultimo membro del comitato scolastico da 25 anni e leader locale del Partito Democratico – Jimmy Foster si presentava ubriaco fradicio, o Doc McHugh si lasciava un po’ trasportare dalla propria genialità, il loro comportamento non ortodosso veniva considerato, come tante altre cose simili, una dimensione normale, seppur un po’ pittoresca, della vita.
E qui risiede un paradosso meraviglioso e forse rivelatore. Gli Smith di Leominster erano ben lungi dall’essere ciò che oggi definiremmo relativisti morali. Nutrivano profonde convinzioni, radicate sia nella loro fede cattolica sia nell’odio irlandese per le bugie, la falsità, le molestie e l’ingiustizia. E se qualcuno oltrepassava uno qualsiasi di questi limiti, esprimevano senza mezzi termini il loro disappunto.
Ma fino a «quel momento», che in realtà arrivava in pochissimi casi, eri un amico fidato con tutte le tue peculiarità, le tue stranezze o le tue preoccupazioni esagerate.
Per mia madre, così come per mio zio e mia zia, questo connubio di profonda convinzione e grande tolleranza ha permesso loro di stringere amicizie straordinariamente durature con persone molto diverse tra loro.
Quando mio zio, politicamente convinto conservatore, morì, il suo amico ultraliberale, che conosceva da 70 anni e che era stato in passato nella lista dei nemici di Nixon, venne da Washington per pronunciare l’elogio funebre. Negli ultimi decenni della sua vita, le amiche più care di mia zia – il cui cattolicesimo si potrebbe definire tridentino – erano una coppia di lesbiche.
E per quanto riguarda mia madre – il cui gruppo di quattro amiche più intime comprendeva un’ambiziosa donna d’affari divorziata che aveva trascorso molti anni in Australia; una moglie, madre e imprenditrice che aveva sconfitto il cancro per ben quattro volte; e una donna elegante e atletica felicemente sposata con lo stesso uomo da 70 anni – quel momento per porre fine o anche solo mettere in discussione le fondamenta della sua amicizia non arrivò mai. E così fu per quasi tutte le altre amicizie che coltivò e di cui godette nel corso della sua vita.
E due sabati fa, io e mia sorella ci siamo rallegrati non solo dei racconti che i due sopravvissuti ci hanno fatto su otto decenni di amicizia condivisa, ma anche della certezza di aver frequentato, grazie alla straordinaria capacità di mia madre e della sua famiglia di creare e coltivare amicizie, una scuola ben più importante di quelle in cui abbiamo conseguito le nostre prestigiose lauree universitarie.
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Possibile che, in questi tempi di divisione, caratterizzati dalla pressione di schierarsi rapidamente da una parte o dall’altra di una particolare posizione sociale o ideologica, gli Smith di Leominster avessero ragione nelle loro idee sull’amicizia?
È possibile che quelle che oggi, nel nostro Paese apparentemente irrimediabilmente diviso, vengono considerate convinzioni ideologiche, non siano in realtà vere e proprie convinzioni, ma piuttosto etichette a cui molti aderiscono in modo rapido e superficiale proprio perché non hanno riflettuto a fondo su ciò in cui credono o perché non vogliono apparire antiquati o disinformati?
Forse è giunto il momento di ricordare loro ciò che i membri della famiglia di mia madre sapevano e trasmettevano quotidianamente: che ogni persona è un’opportunità di apprendimento e che le persone con convinzioni veramente salde non temono le opinioni contrarie, né sentono il minimo bisogno di mettere a tacere o censurare coloro che non sono d’accordo con un aspetto o l’altro della loro visione della realtà.
Thomas Harrington
Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Espana
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Immagine screenshot di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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