Geopolitica
Tra quanto assassineranno Donald Trump?
È un periodo dove stanno saltando fuori verità sempre più indicibili. In particolare, negli ultimi giorni questioni di importanza immane sono saltate fuori lungo lo strano asse Trump-Carlson-Musk.
Tucker Carlson, come sa il lettore di Renovatio 21, aveva il programma di news più seguito di tutta la TV via cavo USA. Il suo show, in genere aperto da monologhi memorabili lunghi anche 20 minuti, andava in onda cinque giorni alla settimana alle otto di sera, tenendo incollati non solo tutti gli americani di tendenza conservatrice, ma pure, i numeri non mentono, anche molti democrat: i suoi ascolti erano multipli di quelli della CNN.
Rupert Murdoch, il padrone della rete dove trionfava Carlson, Fox News, lo ha, per ragioni ancora avvolte nel mistero (ma sulle quali Renovatio 21 ha avanzato una tetra ipotesi…), licenziato in tronco.
Dopo settimane, Carlson è riapparso su Twitter, ora comprato da Elon Musk, con il quale Tucker aveva fatto una densa intervista (rivelatrice di tante cose rispetto al mondo di Big Tech e dell’Intelligenza Artificiale) qualche giorno prima di essere licenziato. Il popolare giornalista decide dunque di far partire una sorta di embrione di programma, ancora poco definito nella tempistica e nel calendario, sul social network muskiano.
Il risultato è clamoroso: i suoi video vengono visti decine di milioni, a volte centinaia di milioni di volte. Di fatto, siamo a multipli del pubblico da record che raggiungeva su Fox, che era già a sua volta un ordine di grandezza superiore alle reti dell’establishment come CNN, MSNBC, etc.
Carlson quando era su Fox già aveva iniziato ad essere preso come un oracolo: la sincerità con cui affrontava ogni tema, rifiutando nel caso la vulgata imposta dal suo editore – un caso su tutti, quello dei vaccini, attaccati da Tucker sin dalla prima ora – lo avevano reso una rarissima figura di giornalista a cui il pubblico americano dava la sua fiducia. Probabilmente, l’unico.
Ora, tale potere oracolare è moltiplicano: tutto quello che viene detto nel programma di Carlson ha un valore immenso.
L’intervista fatta a Budapest a Orban dell’altro giorno è qualcosa di epocale: con le parole del premier magiaro a Carlson, si apre un fronte interno alla NATO, di cui l’Ungheria è parte. Al contempo, nello stesso spezzone, oltre che la lode a Trump come unica soluzione al rischio di distruzione totale che stiamo vivendo, Orban ha rivelato di essere pronto alla guerra contro chiunque toccherà il gasdotto che gli porta il combustibile russo. Una decisione presa con la Serbia, ha detto il primo ministro ungherese.
Aggiungiamo che prima di pubblicare il video con l’intervista ad Orban, Carlson aveva postato una breve clip in cui veniva accolto in modo regale all’ambasciata della Serbia a Budapest, dove era in visita il presidente serbo Vucic, che gli ha fatto trovare a riceverlo mezzo governo di Belgrado, tutti entusiasti di incontrare Tucker. Nel video, che non si è capito se prelude ad una prossima intervista, si vedeva ad un certo punto Carlson che, in auto per le strade della capitale magiara, diceva che era particolarmente interessante sentire Vucic, in quanto la Serbia è un Paese che la NATO ha bombardato…
We just met with the President of Serbia, Aleksandar Vučić, at the Serbian Embassy in Budapest. Here’s what happened. pic.twitter.com/R4fcTMBTlV
— Tucker Carlson (@TuckerCarlson) August 20, 2023
Si sta aprendo, in modo definito, una nuova ondata di NATO-scetticismo in America? Ed è pure possibile parlarne liberamente, grazie al Twitter di Musk?
Come riportato da Renovatio 21, a dispetto delle apparenze, grandi nomi della politica e dell’amministrazione americana, presidenti e senatori, funzionari e politologi, hanno espresso negli anni avversione nei confronti del Patto Atlantico, visto più come un fattore di destabilizzazione per il mondo che non come strumento di pace.
Va rammentato qui qualcosa che Carlson dichiarò in un’intervista anni fa, quando gli chiesero che cosa lo avesse «svegliato» rispetto alla narrazione dei media dominanti, di cui Carlson (già reporter e presentatore per la CNN) era parte integrante: figlio di un diplomatico (e giornalista), Carlson è praticamente cresciuto a Washington, educato in scuole di élite, frequentando il gotha politico-mediatico.
Alla domanda riguardo cosa lo avesse allontanato dal suo mondo washingtoniano (fatto di cene e feste, dove ha peraltro avuto modo di incontrare Hunter Biden), Carlson diede una risposta inaspettata: fu, nel 2015, il candidato presidente Donald Trump, quando, ancora considerato una sorta di disturbo flamboyant che sarebbe stato espulso con le primarie, si chiese: a cosa serve ora la NATO?
Tucker, essendo uomo di TV, conosceva Trump, e, dice, non ne aveva quest’opinione altissima. Eppure la domanda risuonava in lui fortissima: già, a cosa serve ora la NATO? La domanda era più che legittima…
Il giornalista tentò di parlarne ai suoi amici e vicini di Washington. Notò una reazione scomposta, irrazionale. Tutti quelli con cui tentava di parlarne, dicevano, si irritavano, e cominciavano ad attaccare il «buffone» Trump, senza tuttavia fornire la minima risposta alla domanda. A cosa serve la NATO?
Qui, dice, si è svegliato. È stato, come si dice ora, redpillato. C’era qualcosa che non si poteva toccare, anche se era perfettamente legittimo, in teoria, e logico, farlo. Carlson si era già amaramente pentito, anni prima, di aver sostenuto la guerra in Iraq: dopo aver fatto da tamburista per i neocon nell’invasione del 2003, era andato a Baghdad per scrivere un articolo sul campo riguardo ad un amico reporter morto lì qualche mese prima. Vide una situazione talmente allucinante che, tornato a casa, trovò la forza per rimangiarsi tutto quello che aveva scritto sulle operazioni di Bush in Medio Oriente.
Ora, con Trump, il quadro era divenuto ancora più netto: sì, c’è un potere americano, che puoi chiamare Deep State o anche Permanent Washington, che vuole la guerra, vuole morte e distruzione, come fosse indemoniata. Tale potere è dominante nei circoli della capitale (quelli in cui lui era cresciuto, e in cui ha vissuto per anni) ma è per molti versi antitetico all’America reale che trovi appena esci dalle metropoli, che, sotto la guida dei democrat, sono oramai zone di guerra, territori falliti senza più legge né sicurezza.
Ottenuto il programma nell’ora di punta su Fox, e portatolo in vetta come trasmissione di quel genere più vista del Paese, Carlson ottenne di spostare lo studio di registrazione in una casa del Maine, in mezzo ai boschi, dove si era ritirato allontanandosi da Washington.
È da qui, dallo studio domestico che Fox ha abbandonato, che Trump ha giocato una delle sue ultime, geniali mosse elettorali. Invece che presentarsi a Milwaukee per il primo dibattito fra candidati presidenti repubblicani – la corsa per le primarie – lui, forte di un margine sugli inseguitori che i sondaggi dicono essere di 40, 50 o financo 60 punti, l’ex presidente decide di chiamare Carlson, e proporgli un’intervista da mettere online su Twitter esattamente cinque minuti prima della diretta del dibattito fra i suoi concorrenti repubblicani.
Le conseguenze di questa manovra hanno proporzioni da sisma: la videointervista Carlson-Trump viene vista 260 milioni di volte, il dibattito delle primarie repubblicane mandato in onda da Fox News (sì, la stessa azienda che ha cacciato Tucker) ha invece 12,8 milioni di telespettatori.
In pratica, Trump demolisce ogni speranza, se ne avevano, di essere sostituito come candidato Repubblicano. Al contempo il social di Musk dimostra di essere un veicolo migliore per la politica delle TV tradizionali con i loro riti politici, come il debate per le primarie di partito.
La politica e i media vengono, ancora una volta dopo il 2016, disintermediati da Trump. Carlson lo ha capito, e lo ha capito anche Musk: Twitter ora diviene un attore mediatico centrale, non solo un deposito di dichiarazioni (i tweet di questo o quel politico, di questo o quell’ente) ma un teatro live che sbaraglia la TV.
È davanti a questa ulteriore, sottile rivoluzione in corso che vanno ascoltate le parole che Carlson, tornato dall’Ungheria, ha proferito durante il podcast del comico Adam Corolla, che era spesso ospite di Tucker Carlson Tonight ai tempi di Fox News.
Come riportato da Renovatio 21, durante l’ora di conversazione con Corolla ha detto senza mezzi termini che si aspetta «una guerra calda tra USA e Russia entro un anno».
«Siamo già in guerra con la Russia, ovviamente, stiamo finanziando i loro nemici (…) Penso che potrebbe accadere facilmente (…) Penso che potremmo fare una cosa del tipo “Golfo del Tonchino” farci strada, dove all’improvviso i missili atterrano in Polonia, e “Sono stati i russi! Il nostro alleato NATO è stato attaccato! Stiamo andando in guerra!” Vedo ciò accadere molto facilmente».
Qui l’allusione è ad un attacco false flag – cioè un’operazione sotto copertura per fingere di essere attaccati, come accadde con l’incidente del Golfo del Tonchino per mandare le truppe USA contro il Vietnam del Nord – di cui abbiamo già visto un esempio proprio qualche mese fa con il missile ucraino che uccide due polacchi nella loro fattoria in territorio della Polonia.
Nella stessa intervista, Carlson sgancia un’altra bomba. Con espressione perfettamente seria, dice di aspettarsi l’assassinio di Donald Trump.
«Nessuno lo dirà, ma non so come si possa non arrivare a questa conclusione. Capisci cosa intendo? Hanno deciso, Permanent Washington ed entrambi i partiti, hanno deciso che c’è qualcosa in Trump che è troppo minaccioso per loro. Semplicemente non possono permettere che succeda» dice Carlson a Carolla.
«Inizi con le critiche, poi passi alla protesta, poi passi all’impeachment, ora passi alle accuse in tribunale, e nessuno di queste cose funziona, cosa succede dopo? Facci un disegnino, amico. Stiamo accelerando verso l’assassinio, ovviamente».
????Tucker Carlson predicts Deep State will try to KILL Trump: "We are speeding towards assassination obviously."
— Benny Johnson (@bennyjohnson) August 31, 2023
La spiegazione di tale enorme affermazione è, in realtà, piuttosto logica.
«Una volta che inizi a incriminare i tuoi avversari politici, sai che devi vincere altrimenti ti incrimineranno se vincono. Quindi non possono perdere. Faranno di tutto per vincere. Allora come fanno? Non tireranno fuori di nuovo il COVID, so che tutti a destra hanno paura rifaranno il COVID e l’obbligo di mascherine: non possono farlo. Sono già stati smascherati. Non funzionerà».
E quindi «Cosa faranno? Andranno in guerra con la Russia, ecco cosa faranno».
E chi è, come giustamente ricordato da Orban durante l’intervista sempre di Carlson, l’unico uomo che può riportare la pace?
Anzi, chi è l’uomo che ha detto che farà cessare la guerra in 24 ore una volta tornato presidente?
Sì, Donald Trump. Per continuare la guerra, estenderla, globalizzarla, hanno bisogno di rimuovere questo ostacolo. Minacciarlo con più di mezzo millennio di carcere non serve a nulla: lui continua e, soprattutto, il suo indice di gradimento sale. Non solo: ora anche i tiepidi sono convinti che contro The Donald, vi sia una cospirazione, perché i processi sempre più sbilenchi, con evidenza lo comprovano. Gli fanno la foto segnaletica: e la popolazione esplode, è l’immagine più iconica dell’anno, forse del decennio.
Qualcuno chiederà: se è così pericoloso per l’establishment, perché non lo hanno ammazzato prima?
La risposta che possiamo dare è che nel 2016 nessuno si aspettava che divenisse presidente, secondo alcune ricostruzioni nemmeno lui, la moglie e parte del team. Rammenterete i sondaggi che davano Hillary in testa con distacchi abissali, le previsioni di possibilità di vittoria di oltre il 90% per la Clinton pubblicate anche sui giornali italiani. Recentemente Trump ha ricordato che, alle ore 17 del giorno delle elezioni, Hillary e i suoi già stavano festeggiando, prima ancora che le urne fossero chiuse…
Del resto, Trump era solo un clown messo lì per dare un tono all’ambiente. E non è mai stata smentita, neanche dal diretto interessato, la storia secondo cui la candidatura presidenziale fosse stata suggerita a Trump proprio dai Clinton, che volevano gettare un petardo nelle primarie repubblicane 2015 e magari mandare fuori scena quello che credevano essere il candidato più pericoloso contro cui doveva correre Hillary, Jeb Bush.
È opinione di molti sostenitori di Trump che anche le elezioni del 2016 fossero truccate, ma i brogli non furono abbastanza da fermare la valanga di voti per il biondo appaltatore del Queens star della reality TV.
Quell’elezione già aveva fatto emergere pattern sociopolitici (e geopolitici) che sarebbero divenuti drammaticamente centrali negli anni a venire.
Da una parte, la demonizzazione della Russia, indicata dai democratici, in quella che è davvero una teoria del complotto senza alcuna base, come artefice dell’elezione di Trump, pupazzo di Putin. L’isteria russofobica ha generato conseguenze enormi: ha guastato i rapporti con Mosca anche una volta eletto Trump, che non poteva fare accordi con Putin senza essere linciato dalla stampa e dalla politica goscista come marionetta del Cremlino.
Di più: recentemente il giornalista Glenn Greenwald, quello che portò alla ribalta il caso Snowden, ha dato una lettura psicanalitica non improbabile del conflitto russo-ucraino: i miliardi e le armi che i democratici USA stanno dando a Kiev per combattere la Russia sono una sorta di risposta al più grande trauma psicopolitico della loro esistenza, cioè la mancata elezione a presidente di Hillary Clinton nel 2016.
Dall’altra parte, era emersa in quella corsa elettorale la demonizzazione dell’avversario, un astio estremo nei confronti del personaggio che è rimasto invariato durante la presidenza e dopo, anzi è cresciuto. Anche qui si è parlato di un fenomeno psicologico specifico, la Trump Derangement Syndrome, la «sindrome da disturbo Trump», che è una bella definizione che avremmo voluto avere durante i quasi trenta anni di «sindrome da disturbo Berlusconi» che lo Stato-partito italiano con i suoi politici goscisti, i suoi media venduti, i suoi oligarchi ci ha inflitto senza pietà continuativamente.
Infine, in quella fatale campagna elettorale venne a galla forse il fenomeno più rilevante, ed inquietante, che avremo visto poi concretarsi tragicamente nell’era Biden: la demonizzazione della stessa popolazione che vota, che Hillary definì «basket of deplorables» – il «cestino di miserabili».
Si tratta di un salto di paradigma, politicamente: puoi attaccare l’avversario, ma non i suoi elettori. Quelli devi portarli a te, sedurli… saranno comunque i tuoi cittadini quando salirai al potere… Invece no. Non più.
I deplorables che non votavano per lei, vennero insultati da Hillary, e poi programmaticamente perseguitati da Biden. Lo dichiarò, con una scenografia stile Albert Speer e due Marines ai lati, nel famoso discorso chiamato «Dark Brandon», in cui si scagliava non contro Trump, ma contro gli americani MAGA, cioè i suoi sostenitori. E non si trattava di retorica, per quanto perversa: appena eletto, era cominciato la traslazione del concetto di terrorismo, per cui le agenzie di sicurezza non dovevano più occuparsi degli islamisti, ma dei genitori che protestano per l’insegnamento del gender o della Critical Race Theory a scuola, per i papà e le mamme che rifiutano i lockdown, le mascherine e i vaccini per i loro figli: tutti questi miserabili erano divenuti, concretamente, potenziali domestic terrorists.
Ecco che si spiegano le persecuzioni contro i pro-life, con padri di famiglia prelevati da squadre d’assalto in casa per aver protestato fuori dalle cliniche degli aborti.
Ecco che si comprende perché l’FBI abbia cominciato a istituire un sistema di spie contro i cattolici che vanno alla Santa Messa in latino.
Ecco che capiamo da dove venga la persecuzione contro chiunque fosse in Campidoglio quel fatale 6 gennaio.
È un mutamento immane che abbiamo tante volte cercato di spiegare su Renovatio 21: lo Stato non cerca più la convivenza fra i suoi cittadini, ma l’eliminazione del segmento cui non riesce a dare a bere la sua narrativa. Tale porzione di cittadini è considerata come sacrificabile: il senso della pandemia, dell’apartheid biotica che avete subito, del green pass che vi impedisce di lavorare e vivere, è tutto qua.
Nel nuovo concetto di Stato, voi non siete più inclusi. Voi sarete sacrificati. E le aziende private, lo sapete, sono allineate: ecco perché Facebook vi censura, perché il negozio non vi fa entrare senza certificato verde e mascherina. Come dimostrano chiaramente anni di World Economic Forum a Davos, la convergenza tra multinazionale e Stato, tra pubblico e privato è oramai totale – lo chiamano Grande Reset.
Perché, entrati oramai in questa nuova era, a chi vi sta sopra non interessa più il vostro voto, né il vostro danaro. Ecco perché è così facile emarginarvi, eliminarvi.
Donald Trump rappresenta un immenso ostacolo a questa trasformazione in atto. Va in cerca di voti con manifestazioni oceaniche, ama la gente. È ricco, ma più che con i grandi donatori, ora pare stia facendo soldi con le t-shirt della sua foto segnaletica. Si oppone alla globalizzazione, mette in riga la Cina. Si oppone all’immigrazione selvaggia dal confine meridionale – cioè il piano Kalergi in versione USA. Pare avere a cuore la classe media, quella che il partito di Davos vuole eliminare, e che il mandarinato pandemico ha ferito a morte.
Aggiungiamoci pure, come dicevamo sopra, che non ama molto la NATO. Quell’organizzazione di superpotenza militare, anche atomica, basata a Bruxelles, che è per coincidenza la stessa città di Marc Dutroux, cioè, pardon, la stessa città dell’Unione Europea. (Scusate, ci eravamo per un attimo confusi, è stato un lapsus)
Il lettore capisce da sé che, non sarà mai un pazzo solitario, né i soli nemici politici, a tentare di ucciderlo: dietro il suo assassinio ci sarà un piano immenso, un sistema globale in via di realizzazione, un mondo intero, un potere planetario in grado di schiacciare perfino un presidente americano.
È già successo. Uccisero Kennedy che era un uomo di pace, un uomo in grado disinnescare con Krushev la più tremenda crisi atomica, quella dei missili sovietici a Cuba. Per evitare di ritrovarsi ancora una volta ad avere a che fare con un così, sei anni dopo uccisero il fratello, Robert Kennedy, quando era ancora candidato alle primarie democratiche, con ampie prospettive di vittoria. (Il figlio di Robert, Robert Kennedy jr., anche lui candidato democratico, sappiamo prende sul serio la possibilità di essere assassinato anche lui)
Non che Trump non conosca la situazione, anzi.
Uno dei momenti più incredibili offerti dalla trasmissione di Tucker Carlson quando era su Fox fu la puntata in cui disse – forte di una fonte che non poteva nominare ma che, assicurava, conosceva la realtà delle cose – che il presidente John Kennedy fu ammazzato con il coinvolgimento della CIA. Era la prima volta che, dopo 60 anni di bisbigli impubblicabili, qualcuno lo diceva forte e chiaro.
Sì, la CIA ha ucciso il presidente degli USA, quello che avrebbe dovuto servire. Le implicazioni di questo sono gigantesche: la storia degli USA, apprendiamo, non la fanno i presidenti, ma un potere non eletto che può trucidarli a piacere…
«È un Paese completamente diverso da quello che pensavamo fosse. È tutto falso» aveva confessato a Carlson la sua fonte.
Ora, è probabile che il lettore sia giunto con rapidità alla conclusione a cui sono arrivati in tanti: la fonte di Tucker non può che essere Donald Trump.
È una situazione di significato profondo davvero. Siamo a livelli di una tragedia, di un racconto mitico.
L’eroe sa quale può essere il suo destino. Sa che può essere ucciso, magari dai suoi stessi uomini. Eppure non desiste, e porta avanti la sua battaglia senza fermarsi, pienamente conscio del fato che incombe.
Dio salvi Donald Trump.
Signore, riporta la pace nel mondo.
Lettore, fallo anche tu: prega. Perché ne abbiamo davvero bisogno.
Roberto Dal Bosco
Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
L’amministrazione Trump sta valutando opzioni militari in Mali
L’amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali, Paese dell’Africa occidentale, per colpire un gruppo affiliato ad al-Qaeda noto come JNIM. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti giornalistiche citando funzionari militari.
Se venisse approvato, aggiungerebbe un ottavo Paese alla lista delle nazioni in cui il presidente Donald Trump ha ordinato attacchi dall’inizio del suo secondo mandato, un periodo della sua presidenza che inizialmente aveva annunciato sarebbe stato dedicato a porre fine ai conflitti globali e a riorientare le risorse americane verso i cittadini statunitensi.
Esiste però disaccordo tra gli alti funzionari americani sull’opportunità di procedere con l’attacco al gruppo militante. Un deciso sostenitore dell’uso della forza è Sebastian Gorka, direttore senior per la lotta al terrorismo del Consiglio di sicurezza nazionale, secondo quanto affermato da funzionari attuali ed ex funzionari, che, come altri, hanno parlato a condizione di anonimato per discutere di pianificazione militare.
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Il gruppo militante, il cui nome completo è Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, ha consolidato la propria presenza in Mali e ha intensificato gli attacchi nelle nazioni costiere dell’Africa occidentale, affermandosi come il gruppo militante meglio armato della regione e tra i più potenti a livello mondiale.
Interpellato in merito dal giornale della capitale statunitense, un funzionario dell’amministrazione non ha voluto rivelare se il presidente intendesse procedere con attacchi militari, ma ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno esortato i governi del Nord e dell’Africa occidentale «ad acquistare attrezzature e servizi statunitensi per sostenere i loro sforzi bellici contro i terroristi».
Il funzionario ha affermato che il terrorismo nel Sahel, la vasta regione semi-arida a sud del Sahara, è un «problema multinazionale».
«Esortiamo i partner regionali e gli alleati della NATO a sostenere l’Alleanza degli Stati del Sahel nella sua guerra contro il JNIM e l’ISIS», ha aggiunto il funzionario, riferendosi anche allo Stato Islamico, che ha acquisito importanza in Medio Oriente prima di stabilire filiali in tutta l’Africa.
L’Alleanza degli Stati del Sahel è composta da Mali, Burkina Faso e Niger, tutte nazioni dell’Africa occidentale in cui, negli ultimi anni, i leader militari hanno rovesciato governi democraticamente eletti con colpi di Stato, interrotto in gran parte i rapporti con l’Occidente e si sono rivolti alla Russia per ottenere aiuto in materia di sicurezza.
Il funzionario dell’amministrazione ha però attribuito la colpa non a quei governi, bensì ai loro partner russi, affermando che Mosca «si è dimostrata un partner inefficace per la sicurezza del Mali».
«Ci auguriamo che le altre nazioni africane prendano atto della pessima performance della Russia nella lotta al terrorismo», ha dichiarato il funzionario.
Le valutazioni dell’amministrazione Trump su possibili interventi militari nel Paese non erano state precedentemente riportate.
Il Mali, nazione senza sbocco sul mare con quasi 25 milioni di abitanti, è stato negli ultimi anni segnato dalla violenza perpetrata da gruppi militanti islamisti, ma anche dalla stessa giunta militare maliana e dai mercenari russi assoldati per riportare la situazione sotto controllo.
I gruppi militanti, in particolare il JNIM, sono divenuti sempre più potenti, trasformando il Mali e i Paesi limitrofi del Sahel nel centro mondiale del terrorismo.
L’anno scorso, i militanti affiliati ad al-Qaeda hanno imposto un blocco dei carburanti che ha paralizzato gran parte del Paese. Questa primavera hanno lanciato attacchi coordinati su tutto il territorio nazionale, che hanno compreso la perlustrazione delle strade di Bamako, la capitale; la conquista di una città strategica nel nord del Paese, sottraendola all’esercito maliano e ai russi; e l’uccisione del ministro della Difesa in un attentato suicida.
Nel frattempo, l’ISIS Sahel, affiliato allo Stato Islamico e rivale del JNIM, ha consolidato il proprio potere vicino al confine tra Mali e Niger, dove l’anno scorso i suoi militanti hanno rapito il missionario americano Kevin Rideout, che si ritiene sia attualmente detenuto in Mali.
Per contrastare la violenza, la giunta militare maliana ha assoldato mercenari russi, inizialmente del Gruppo Wagner e ora di Africa Corps, quest’ultima più strettamente legata al Ministero della Difesa russo. Secondo organizzazioni per i diritti umani e precedenti articoli del Washington Post, i russi sono stati accusati di una serie di atrocità.
Lo scorso anno, nell’ambito di un’iniziativa dell’amministrazione Trump per riavvicinarsi al Mali, gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di Intelligence con il governo maliano, secondo quanto dichiarato all’epoca da funzionari americani, sia in carica che in pensione. Queste informazioni sono state utilizzate negli attacchi dell’esercito maliano, che era stato in gran parte emarginato dall’amministrazione Biden per il suo rifiuto di fissare una tempistica per il ritorno alle elezioni democratiche e per la sua collaborazione con la Russia.
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Finora tale cooperazione è rimasta limitata, ben lontana dalla portata della partnership di sicurezza tra Stati Uniti e Nigeria, intensificatasi lo scorso anno e che ha incluso attacchi aerei statunitensi e una missione di terra che ha ucciso uno dei massimi leader dello Stato Islamico in Africa.
Qualsiasi coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Mali comporta il rischio di ostilità con le forze russe nella regione. Potrebbe inoltre richiedere sforzi di de-escalation tra Washington e Mosca simili a quelli attuati in Siria durante la guerra civile in quel Paese.
Alla domanda se il Segretario di Stato Marco Rubio appoggiasse un intervento militare in Mali, il Dipartimento di Stato ha eluso la questione, affermando che gli Stati Uniti «condannano inequivocabilmente l’attività terroristica in Mali».
Un intervento militare statunitense contro il JNIM aggiungerebbe il Mali alla lista dei Paesi contro cui Trump ha ordinato attacchi: Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela. L’amministrazione ha inoltre condotto una controversa campagna militare contro presunti narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico orientale, che ha provocato decine di morti.
La Francia ha avviato il suo intervento militare nel Sahel nel 2013 su richiesta dell’allora governo del Mali. Le forze francesi hanno represso l’insurrezione in Mali e ristabilito un certo grado di ordine. A questa missione iniziale ne è seguita una seconda, l’Operazione Barkhane, che ha eliminato importanti leader militanti ma non è riuscita a fermare la diffusione di vari gruppi armati.
La rabbia nei confronti della Francia, alimentata dagli errori neocoloniali e dalla disinformazione russa, è cresciuta nel corso degli anni, contribuendo a innescare i colpi di Stato in Mali nel 2020 e nel 2021 e nei vicini Burkina Faso e Niger. Il presidente Emmanuel Macron ha poi ritirato le forze francesi.
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Gorka ha da tempo fatto delle aggressive politiche antiterrorismo un pilastro della sua ideologia. Tuttavia, il suo impatto sulle politiche dall’inizio del secondo mandato di Trump è stato modesto, ha dichiarato un funzionario statunitense, una fonte di sollievo per i suoi critici, che contestano il suo approccio intransigente, e una delusione per i suoi sostenitori.
In primavera, il Gorka ha avviato colloqui per diventare il prossimo direttore del Centro nazionale antiterrorismo di Trump, in seguito alle dimissioni di Joe Kent, che aveva lasciato l’amministrazione amareggiato dalla decisione del presidente di iniziare la guerra in Iran. Tali colloqui, però, non si sono concretizzati in una nomina ufficiale del Gorka.
Funzionari statunitensi, sia in carica che in pensione, hanno affermato che il Gorka era stato profondamente coinvolto nei colloqui per il rimpatrio del missionario catturato, Rideout. Uno degli obiettivi principali dell’amministrazione lo scorso anno era ottenere i diritti di sorvolo in Mali, ha dichiarato un ex funzionario, in modo che i funzionari statunitensi potessero far volare aerei e altre tecnologie di sorveglianza nei cieli maliani per monitorare meglio i suoi spostamenti.
Il desiderio di ottenere i diritti di sorvolo è stato alla base della decisione dell’amministrazione di revocare le sanzioni contro i membri chiave della giunta, tra cui il ministro della Difesa Sadio Camara, che era un sostenitore chiave dell’intervento russo in Mali ed è stato ucciso nell’attacco del JNIM il 25 aprile.
Secondo quanto affermano funzionari attuali ed ex, il Gorka era anche coinvolto in un’operazione per uccidere Abu Ubaydah Yusuf al-Anabi, un leader di una filiale di al-Qaeda con base in Algeria, la cui influenza è diminuita negli ultimi anni. Sebbene la scorsa estate i funzionari americani sperassero che l’intelligence statunitense fosse stata utilizzata in un attacco in Mali per eliminare al-Anabi, la sua morte non è mai stata confermata.
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Geopolitica
La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina: parla il professor Mearsheimer
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Geopolitica
Sauditi e alleati bombardano il porto Houthi
Sabato la coalizione a guida saudita ha colpito obiettivi nel porto yemenita di Hodeidah, controllato dagli Houthi, in seguito agli attacchi contro navi saudite nel Mar Rosso.
Gli Houthi, un gruppo sciita sostenuto dall’Iran che controlla ampie zone dello Yemen, dilaniato dalla guerra civile, hanno annunciato la scorsa settimana un blocco navale dell’Arabia Saudita in risposta a quello che hanno definito l’ingiusto «assedio» del Paese.
Il portavoce della coalizione, il maggiore generale Turki Al-Maliki, ha dichiarato in un comunicato che gli attacchi hanno preso di mira siti militari utilizzati per «minacciare navi mercantili».
Secondo l’emittente televisiva Al Masirah, allineata con gli Houthi, alcune infrastrutture di telecomunicazione sono state colpite. L’emittente ha aggiunto che una donna è rimasta ferita in un attacco sull’isola di Kamaran, al largo della costa yemenita del Mar Rosso.
Secondo l’agenzia turca Anadolu, l’ala politica del gruppo ha condannato gli attacchi e ha promesso di rispondere a «un’escalation con un’escalation».
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Poco dopo l’attacco a Hodeidah, la città industriale saudita di Jazan sarebbe stata colpita da un apparente attacco di rappresaglia degli Houthi. Secondo le notizie, un vasto incendio sarebbe scoppiato in un impianto gestito dalla compagnia petrolifera statale del regno, la celebre Saudi ARAMCO.
Gli Houthi hanno affermato di aver preso di mira due petroliere di proprietà saudita questa settimana. Riyad ha ammesso che la Encelia ha preso fuoco e in seguito ha dichiarato che un’altra nave saudita, la NCC MASA, ha subito danni lievi allo scafo in un attacco separato avvenuto venerdì.
Nel 2014 gli Houthi hanno conquistato Sana’a, la capitale dello Yemen. Un anno dopo, l’Arabia Saudita ha guidato un intervento a sostegno del governo riconosciuto a livello internazionale. La campagna di bombardamenti non è riuscita a sottomettere gli Houthi, ma ha aggravato la già drammatica crisi umanitaria dello Yemen.
Dopo lo scoppio della guerra a Gaza nel 2023, gli Houthi iniziarono a lanciare missili e droni contro Israele e ad attaccare navi in quello che definirono un atto di solidarietà con i palestinesi. Gli attacchi cessarono dopo che gli Houthi raggiunsero un accordo con gli Stati Uniti nel maggio 2025.
Giovedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso di infliggere «pesanti punizioni militari» agli Houthi, descrivendo il gruppo come «un’organizzazione per procura dell’Iran». Gli Stati Uniti hanno bombardato lo Yemen insieme alla Gran Bretagna e a Israele nel 2025.
Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa aerei sauditi avevano bombardato l’aeroporto di Sana’a per non fare atterrare un aereo passeggeri iraniano. Gli attacchi avevano il supporto della Casa Bianca.
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