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La Regina della Morte è morta. Davvero volete piangere?

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Immaginavamo la sozzura di queste ore. Immaginavamo gli inviati da Londra con l’impermeabile e il tweed. Sapevamo che i giornali ci avrebbero tormentato, perché la monarchia tira sempre, in ispecie quella britannica, segnata da scandali di gravità inaudita, anche freschissimi – qualcuno ricorda Jeffrey Epstein, amicone del figlio Andrea, in posa nel capanno della Regina in Iscozia? Noi sì – di cui tutti ora si sono dimenticati con una velocità disperante.

 

Non un passo falso in vita sua, ci dicono. Non uno scandalo, ripetono, e pazienza se noi in mente abbiamo Diana e il resto.

 

Piangiottano raccontandoci: un’icona di stile, e pazienza se per anni veniva considerata la peggio vestita del pianeta.

 

Poi arriviamo al culmina: era una ispirata figura di leader cristiana. È a questo punto che vomitiamo, quando capiamo che nel piagnisteo elisabettiano ci sono di peso tutti i «conservatori». Perfino Tucker Carlson: una leader di ispirazione cristiana, ed evviva l’impero britannico, che è stato il più umano della storia. (Tucker, per una volta: ma che cazzo dici?)

 

Ah sì, giusto: Elisabetta per diritto dinastico era considerata anche il capo della chiesa anglicana: sì, sopra l’arcivescovo di Canterbury ci stava lei. – quelli che si lamentano della teocrazia vaticana, dove il papa almeno viene eletto, cosa pensano? Però aspetta: la regina è considerata anche il vertice della massoneria. Anzi no: è una leggenda metropolitana. Tuttavia, suo cugino il Duca di Kent…

 

Ma a chi importa, ora? Come è successo per la mascherina e la bandiera ucraina, ora bisogna tirar fuori il fazzoletto e singhiozzare singhiozzi anglomonarchici.

 

È rivoltante. Ci rendiamo conto di essere una minoranza, essendo tra quelli che rammentano la storia, anche quella più superficiale che tutti dovrebbero aver presente, più, va bene, qualche dettaglio più opaco.

 

Ma di chi stiamo parlando? Certo, come ci stanno ripetendo fino alla nausea, si trattava di una personcina delicata, al punto che poche settimane fa, per il giubileo, si è fatta da vedere dal popolo in carrozza… via ologramma. Proprio così: mica poteva fare lo sforzo, hanno montato un’immagine sintetica, dove lei appare giovane e sorridente mentre fa ciao con la manina al volgo.

 

 

Delicata come lo era la mamma, detta Elisabetta la Regina Madre: secondo il libro The Queen Mother: The Untold Story,  si sarebbe sottoposta ad una forma prototipale di inseminazione artificiale. La Regina Madre, si dice, non amava i rapporti sessuali. Elisabetta II, sarebbe nata così.

 

Massì, una bella famigliola, a cui l’eugenetica probabilmente piaceva. Anche quella che veniva da altre terre che Albione aveva contagiato.

 

Bisogna sapere che Elisabetta non viene dalla nobiltà inglese inglese, ma tedesca: si chiamavano Wettin, ma nel 1917 il casato germanico cambiò nome, per volontà di Giorgio V che desiderava contenere i sentimenti antitedeschi che infuriavano nella Gran Bretagna durante la grande guerra. Un’operazione di rebranding: Da Sassonia-Coburgo-Gotha si optò per il ben più anglofono «Windsor», tirandosi dietro le ironie del Kaiser Guglielmo II, che fece la battuta scespiriana: «Le allegre comari di Sassonia-Coburgo-Gotha».

 

Sette anni fa, di colpo, emerse quello strano filmato di 17 secondi, dove Elisabetta, a 8 anni, fa il saluto nazista.

 

 

Ma come? Deve essere un errore, una coincidenza, un fake. Non si può poi metterlo  poi in relazione a quando anni dopo il nipote Enrico si presenta ad una festa vestito da gerarca nazista, svastica al braccio. Ma dai, guardatelo: ha sposato pure una ragazza di colore, anche se più sulla carta che sulla pelle.

 

Vi riveliamo che non è l’unica stramba coincidenza tra gli Windsor e la croce uncinata. Gli storici ricordano i rapporti estremamente cordiali che aveva Edoardo VIII, il re che abdicò per stare con l’americana Wallis Simpson, con Adolf Hitler in persona, visto in Germania durante sereni incontri privati. In breve: conquistata l’isola, il Führer avrebbe piazza Edoardo sul trono come un Quisling incoronato.

 

Meno noto è il fatto che tutte le sorelle del Principe Filippo, il longevo consorte di Elisabetta, sposarono aristocratici tedeschi poi membri del Partito Nazista o financo delle SS.

 

Chiariamo chi era Elisabetta d’Inghilterra: era il capo di una famiglia della morte, una di quelle dinastie che si trasmettono l’odio per l’umanità geneticamente. L’altra, molto nota per la Necrocultura che passa di generazione in generazione, è la famiglia Rockefeller.

 

Ricorderete le immortali parole del consorte, deceduto l’anno scorso, il principe Filippo di Grecia e Danimarca.

 

«Nel caso in cui mi reincarnassi, mi piacerebbe tornare sotto forma di un virus mortale, in modo da poter contribuire in qualche modo a risolvere il problema della sovrappopolazione».

 

Non erano parole a caso. Non era una delle tante gaffe. Stavano scritte nella prefazione del libro del 1986 If I were an animal. Furono ripetute alle agenzie di stampa.

 

«Non puoi tenere un gregge che non riesci a nutrire. In altre parole la conservazione può esigere la cernita e l’eliminazione per mantenere l’equilibrio tra il numero di ciascuna specie in rapporto ad un dato habitat. Mi rendo conto che si tratta di un argomento scottante, ma resta il fatto che l’umanità è parte del mondo vivente» dichiarò alla Deutsche Press Agentur nel 1998.

 

Come sappiamo, il massone Filippo si diede da fare alla grande con l’ambientalismo e l’animalismo: il WWF lo ha fondato lui assieme all’amico regale Bernardo d’Olanda, già fondatore del Gruppo Bilderberg con, nel 1933, una bella tessera dello NSDAP, il partito nazista.

 

L’ambiente, il cambiamento climatico e tutto il resto, è stato tramandato al figlio Carlo, che partecipa ai vari COP sul clima e fa sentire la sua da decenni.

 

Il lettore di Renovatio 21 sa che l‘ambientalismo è solo la facciata per il vero argomento di cui si vuole parlare: il controllo delle nascite, cioè la riduzione della popolazione umana sulla Terra.

 

Da Carlo, il virus dell’antinatalismo passa al figlio Guglielmo, ,il quale ha avuto il coraggio di parlare pubblicamente di limitazione delle nascite dopo aver prodotto il terzo erede.

 

Non basta: ecco che poche settimane fa, per qualche motivo, all’ONU parla il fratello, il turbolento principe Enrico. In circa 40 secondi passa dall’idea di «una pandemia che continua a devastare» il mondo a «i cambiamenti climatici che devastano il nostro pianeta» e, infine, al «ritorno dei diritti costituzionali» negli Stati Uniti che costituisce «un assalto globale al democrazia». Per chi non lo ha capito: sta parlando della sentenza della Corte Suprema USA sull’aborto.

 

Il principe Enrico vuole l’aborto. Nonna Elisabetta non era da meno: fu la sovrana a dare nel 1967 l’«assenso reale» all’Abortion Act che lanciava, con cospicuo anticipo sul resto del mondo, il libero aborto in Inghilterra fino alla 28ª settimana di gestazione. Il Regno degli Windsor da allora ha sacrificato oltre 10 milioni di bimbi non nati. Sudditi della regina, squartati e buttati nella spazzatura: il ruolo dell’aristocrazia è quello di difendere il popolo, i deboli, giusto…?

 

Possiamo, quindi, definire gli Windsor una famiglia della morte? Possiamo definire la regina Elisabetta una regina della morte?

 

Potremmo essere quasi gli unici a pensare una cosa del genere. Siamo gli unici, forse, a ricordare in questo momento Alfie, Charlie, Archie. Stiamo parlando di casi in cui è lo stesso Regno britannico a uccidere bambini, per il loro «best interest». Non molti riescono a vedere la continuità dalla filosofia utilitarista, a Malthus, ai genocidi per fame in Irlanda e India, i campi di concentramento contro i boeri, le oscene guerre dell’oppio per sottomettere e drogare i cinesi (che ora, a distanza di tempo, si stanno vendicando sugli anglofoni con il fentanil).

 

Noi ricordiamo tutto.

 

E ricordiamo Diana, e il «soldato N» e quanti in questi anni hanno fatto rivelazioni di quello strano incidente che, se ci pensate, di fatto ha impedito che sul trono di Londra adesso ci fosse lei con il favore di cui godeva nel popolo, invece che il marito fedifrago (e forse qualcos’altro) e la concubina, universalmente detestata.

 

Vorremo dire al popolo di Britannia di gioire, ma un nuovo re della morte è già su di esso e sul mondo, su noi tutti. Lo abbiamo imparato a conoscere bene. Un mese fa è emerso che Carlo ha preso milioni cash, talvolta messo in borse della spesa, dalla famiglia Bin Laden, ovviamente per le sue fondazioni.

 

Da un documentario ora in onda negli USA apprendiamo che avrebbe preso cifre da capogiro da Armand Hammer, petroliere americano e spia per il KGB, nonno dell’attore Armie Hammer ora accusato di stupri e fantasie cannibaliste. Hammer sr. ricoprì Carlo di soldi (tanti, tantissimi, esageratamente), e la cosa servì: quando nel 1988 la piattaforma Piper Alpha della Occidental Petroleum collassò nelle fiamme a 200 miglia da Aberdeen uccidendo 160 persone, il futuro re si precipitò a difendere Hammer, che se la cavò alla grande.

 

Questo è il nuovo re. Re Carlo III. Quello che, si dice, non solo il sentimento popolare ma pure una fazione interna (quella dietro a tutte le rivelazioni alla stampa degli ultimi anni…) voleva far abdicare subito a favore del figlio Guglielmo.

 

Ma cosa sarebbe cambiato? La Necrocultura scorre potente nelle vene della famiglia Windsor, pardon, Wittin Sassonia-Coburgo-Gotha. Nei secoli.

 

Purtroppo questa maledizione non si interrompe facilmente. Risale di secoli, risale a quando il trono di Londra decise di uscire dalla cristianità e dall’Europa, generando ondate di martiri e la possessione di un demone famelico che chiedeva l’impero, chiedeva oro e sangue.

 

Noi non disperiamo, abbiamo forte dentro di noi l’esempio di quello che i deputati chiamano «l’ultimo uomo entrato a Westminster con intenzioni oneste»: Guido Fawkes.

 

Guido, il cui supplizio per mano del Re viene fatto festeggiare nei secoli ai bambini inglesi, aveva capito tutto, aveva capito ciò che i conservatori che secoli dopo piangono Elisabetta II non oseranno mai dire o anche solo pensare: solo il ritorno della Gran Bretagna al cattolicesimo può fermare il demone sanguinario che abita presso l’élite angloide.

 

Macché lutti, post contriti, servizi che colano saliva, ricordi commossi dei conservatori. Quello che noi chiediamo è un esorcismo di proporzioni storiche, metastoriche, metafisiche.

 

La Regina del Regno della Morte è morta. Ma la sua opera non è finita, neanche per sogno.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

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E il giornale svizzero si chiese: «siamo davvero governati da pazzi?»

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Il settimanale elvetico Weltwoche ha pubblicato un editoriale del suo ultimo numero esplicito fin dal titolo: «Biden, Baerbock, Cassis und Co.: Werden wir eigentlich von Wahnsinnigen regiert?», cioè, tradotto dal tedesco, «Biden, Baerbock, Cassis and Co.: Siamo davvero governati da pazzi?».

 

Segnaliamo che Cassis è il presidente svizzero, e che la parola «wahnsinnigen» è tradotta da qualcuno come «maniaci».

 

«Le nostre super élite occidentali, tutti i think tank e gli esperti della NATO, i generali e gli zampano politici di Washington, Bruxelles e Berlino non hanno pensato a niente, assolutamente a niente. Sarebbe stato facile trovare un compromesso con la Russia negli ultimi due anni» scrive l’autore dell’articolo Roger Köppel.

 

«Più gli americani e gli europei vengono coinvolti nella loro febbrile spirale di aggressione, più lunga, globale e pericolosa diventerà questa guerra (…) Ecco perché è necessaria la pace ora, nei giorni dell’escalation. L’Europa dovrebbe fare da apripista, frenare l’amministrazione Biden, porre limiti agli ucraini con il carisma da telecamera del presidente Zelens’kyj, il quale potrebbe ancora ammalarsi della sindrome del messia».

 

Il pezzo è una durissima invettiva contro l’élite dell’establishment globale, e la loro demonizzazione del presidente russo Putin, che non è riducibili ai piani che il potere mondiale ha per la Russia, che vorrebbe invece magari «installare un nuovo Eltsin amico degli americani al Cremlino, un debole e alcolizzato che gestisce la Russia come negozio di pezzi di ricambio per gli interessi americani».

 

«Invece di rendere onestamente conto della situazione e guardarsi allo specchio, i politici occidentali e i loro media hanno intensificato il loro odio cieco nei confronti di Putin, che ritraggono come una progenie del male, come l’unico colpevole e il diavolo universale che distoglie l’attenzione dai propri fallimenti. Moralmente ubriachi, si inebriano di fantasie di una vittoria già avvenuta, si convincono che Putin è finito, fatto, pompando sempre più armi in Ucraina»

 

Non manca nell’invettiva di Weltwoche una critica dell’autocompiacimento valoriale dell’élite al potere, ora cementata dalla diffusione della cosiddetta cultura woke.

 

«Sono queste le persone che oggi si gonfiano, parlano di “valori europei” e si dichiarano i guardiani della democrazia e della libertà, che si stanno progressivamente limitando, schiacciando sempre di più la proprietà e l’economia di mercato sotto uno Stato in espansione senza pietà e rovinando così la grande eredità per la quale i nostri antenati hanno combattuto duramente e difeso».

 

Il pezzo si allarga al quadro più grande: immigrazione, catastrofe economica, ecologismo reso obbligo distruttivo per l’economia.

 

«Transizione energetica, politica migratoria, malintesi ed errori dell’euro ovunque. I nostri governi hanno aperto le frontiere all’immigrazione clandestina, le loro politiche energetiche stanno portando al baratro. Geopoliticamente, hanno rischiato una guerra nucleare contro la Russia, non perché Putin sia pazzo, ma perché non prendono sul serio i russi, probabilmente a causa di profondi pregiudizi razzisti, li trattano in modo sprezzante e se ne fregano dei loro interessi , mentre sono autointossicati e affamati di potere».

 

«La demonizzazione della Russia e di Putin è diventata un sostituto del pensiero e del programma, alimentando la loro cecità e l’arroganza generale che blocca la loro visione e il percorso verso il realismo e la pacifica convivenza».

 

Infine, Köppel invita al realismo diplomatico, che sembra totalmente abbandonato dalla parte occidentale, cioè a immediati negoziati di pace.

 

«Rischiare una guerra mondiale contro la Russia è una follia. Servono negoziati di pace. I nostri politici, le nostre élite, i nostri media stanno facendo il contrario. Stanno correndo a tutto gas verso il muro. Per anni, in modo dimostrabile».

 

Puntualizziamo: il gas è facile tuttavia che lo finiscano. La Russia no: e non sta guidando per andare a sbattere contro il muro.

 

 

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Giù le mani dalla Torre Goldfinger

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Giù le mani dalla Torre Goldfinger. Giù le mani da questa icona di architettura brutalista, da questa ineludibile pietra miliare della nostra Londra.

 

C’è inquietudine. Pare che vi siano dei progetti che possano minacciarla. Noi non possiamo permetterlo.

 

È impossibile, se avete vissuto a Londra o vi siete anche solo passati per qualche giorno, non conoscere questo colossale, indecifrabile monumento. Di colpo, in mezzo a case e palazzetti bassi, bum, un ecomostro infinito, che sa di roccia e di vecchiaia, pur essendo stato concepito di recente (1972) e con tutta l’intenzione di creare una torre del futuro.

 

Era impossibile sfuggire alla sua visione. E questo per motivi generazionali e tecnologici.

 

Vi è stato un tempo, infatti, in cui le generazioni nate tra gli anni Settanta e i primi Ottanta, in cui non vi era abbondanza. O meglio, vi era un’assoluta abbondanza di benessere e spensieratezza – a livelli che chiunque, qualsiasi sia la sua età nell’A.D. 2022 se lo sogna – tuttavia c’era una carenza, come dire, di cultura popolare.

 

La cultura popolare – la musica, i film, i giornali, i fumetti, i libri, l’abbigliamento – era controllata da conglomerati di distribuzione nazionale, che in pratica decidevano quello che dovevi vedere, ascoltare, vestire, sentire. Gli stimoli autentici, gli stimoli nuovi, gli stimoli alieni, non venivano distribuiti: né in TV, né alla radio, né nei negozi tradizionali.

 

Per questo c’era Londra. La capitale britannica agiva da enorme valvola per la cultura giovanile continentale. Da tutta Europa, si riversavano giovani sulle strade londinesi. E per fare cosa? Per andare a caccia di dischi che in Italia non arrivavano, per trovare vestiti – usati, sempre – che non collimavano con quanto veniva venduto a casa, anche solo per riempirsi gli occhi di immagini che altrimenti (ripetiamo: non c’era internet!) non avresti mai visto: ricordo lo stupore dinanzi a ciò che si vedeva al Forbidden Planet, un polveroso, rifornitissimo negozio di fumetti vicino a Tottenham Court Road. Quando mai potevi vedere in Italia quei disegni, quei poster, quelle estetiche che venivano dagli USA e dal Giappone e chissà da dove.

 

Andare a Londra, quindi, era per tanti giovani europei dei bei tempi un lavoro di scavo. Esso fu reso sempre più inevitabile dall’arrivo dei voli low-cost (che sono il più grande anticoncezionale della nostra generazione, ma quello è un altro discorso).

 

Sorsero intere attività intorno alla questione: conoscevo una ragazza, poi divenuta molto devota, che in Italia teneva aperto un negozio con quello che scavava a Londra nei fine settimana.

 

Lo scavo aveva dei luoghi specifici. Ad un certo punto, era impossibile non passare da Notting Hill a Portobello Road.

 

Ed è lì che la Torre Goldfinger appariva, un simbolo incongruo che era, anche quello, un segno che dimostrava la distanza totale dall’Italia.

 

Torre Goldfinger, A.D. 2004

 

Le portavo rispetto quando a Londra ero poco più che un turista scavatore, ma ho cominciato ad omaggiare la Torre soprattutto quando a Londra mi sono fermato a vivere.

 

Si chiama in realtà Trellick Tower, ma io l’ho sempre chiamata Torre Goldfinger.

 

Il motivo è semplice: così si chiamava l’architetto che, sì, aveva qualcosa a che fare con James Bond.

 

Conosco la storia solo perché, non ricordo bene come, finii ad un piccolo party in quella che fu l’abitazione dell’architetto in 2, Willow Road ad Hampstead, tutt’altra zona di Londra.

 

Ora casa Goldfinger è qualcosa come un piccolo museo Goldfinger, o giù di lì, o almeno lo era una ventina di anni fa  (ricordo bene quella festicciola, perché un inglese tentò di spiegarmi che teoricamente la Regina era padrona di ogni cosa, e il governo doveva solo amministrare le sue proprietà, mentre il popolo è fatto di subjects, cioè soggetti, sudditi assoggettati…).

 

Casa Goldfinger, 2 Willow Road, Hampstead, settembre 2004

 

Erno Goldfinger era un designer britannico nato ungherese che a Londra rappresentava l’architettura modernista. Di famiglia ebraica, al collasso dell’Impero asburgico migrò a Parigi, dove incontrò Mies van der Rohe and Le Corbusier, poi si spostò a inizio anni Trenta a Londra.

 

Prima della guerra cominciò a costruire questa case squadratissime – come la sua. Dopo la guerra fece la sede del Partito Comunista Britannico. Disegnò poi cinema e complessi residenziali, scuole elementarie e secondarie – alcune sono state demolite, altre, addirittura, sono state ricostruite per ordine del giudice come condanna al palazzinaro che le aveva tirate giù.

 

I missili V2 della Germania nazista avevano distrutto una quantità cospicua di Londra, per cui il governo del dopoguerra decise che la progettazione di grattacieli avrebbe risolto i problemi abitativi che affliggevano la capitale. È qui che Goldfinger trovò sfogo, costruendo almeno tre Tower-block, tra cui la Torre Trellick.

 

Non tutti amavano l’estetica brutalista che Goldfinger impartiva ai londinesi. Uno dei detrattori era Ian Fleming, l’enigmatico scrittore che si inventò James Bond. Già allora prendevo sul serio quanto scriveva Fleming: l’idea di un mondo dove Stati-nazione combattono singoli uomini ultrapotenti oggi – con Bill Gates, Klaus Schwab o George Soros («l’unico uomo al mondo con una sua politica estera») – non sembra tanto fiction; così come bisogna sapere che la cifra 007 ha un valore storico ed esoterico immenso, perché richiama il negromante John Dee, l’uomo a cui Elisabetta I assegnò la creazione del servizio segreto di Albione uscita dall’Europa con lo scisma (la vera Brexit) e quindi il progetto del grande impero britannico che avrebbe sconvolto il globo tutto.

 

Quindi, Fleming era visionario e informatissimo, partecipe probabilmente di segreti a noi proibiti, ma al contempo poteva essere assai vendicativo ed insolente.

 

Il Fleming un giorno andò a giuocare a golf col cugino. I due si misero a disquisire della distruzione di alcuni cottage ad Hampstead servita a costruire la casa di Goldfinger in 2 Willow Road. Vi era stata una certa opposizione alla cosa, e Fleming ne aveva fatto parte. Così decise che il cattivo della prossima sua storia di James Bond dovesse chiamarsi Auric Goldfinger. Il romanzo uscì nel 1959.

 

Goldfinger non aveva un carattere facile. Si dice fosse severo perfino con i suoi stessi clienti. Viene definito come iracondo e humorless, privo di spirito. Ovvio quindi che si incazzò parecchio, e andò dagli avvocati.

 

Fleming diede la risposta più stronza possibile: disse che avrebbe quindi cambiato il nome del cattivone, da Goldfinger si sarebbe passati a Goldprick, dove prick significa il fallo maschile ma anche soprattutto l’appellativo di «coglione» che si dà a certe persone. Il Goldfinger mollò la presa e si rimangiò l’intenzione di querelare. L’editore di Fleming volle quindi omaggiare l’architetto con i danari spesi per gli avvocati e bene sei copie gratuite del libro.

 

(Tra parentesi: Goldfinger fu poi la pellicola migliore della serie, quello al termine della cui visione si dice Fellini abbia esclamato: «questo sì che è un film». Confesso che il rapporto tra il villain Auric Goldfinger e la Repubblica Popolare Cinese per far collassare l’economia mondiale risuona ancora oggi dentro di me quando penso allo strano, ben solido legame tra Bill Gates e Pechino. Infine, impossibile trovare una Bond Girl con un nome più consono di Pussy Galore, che qui non traduciamo)

 

Ora, il New York Times scrive che vorrebbero costruire un altro alto palazzo di fianco alla torre. Abitanti della stessa ed appassionati come me si sono imbufaliti: non, non è possibile. Non portateci via anche questo.

 

Il progetto di Goldfinger includeva un asilo nido, un negozio all’angolo, un pub, una clinica medica e persino una casa di riposo. Un ecosistema umano completo, che, penso ora, forse ha dato ispirazione a James Ballard per scrivere il suo romanzo Il condominio.

 

Pezzo per pezzo, potrebbe venire via tutto. L’altra Torre Goldfinger della città, la Balfron Tower nell’East London, è stata svuotata ai tempi della Thatcher e venduta a privati con la falsa promessa che i residenti sarebbero fatti tornare. Cosa che ovviamente non è accaduta.

 

Il New York Times mostra una residente bellissima e giovanissima, tipo 22 anni, che non solo ci vive dentro, ma ha la Torre tatuata sul polpaccio e pure un anello che la riproduce. Siamo a livelli di passione ben superiore ai miei, riconosco. Tuttavia, quello che voglio dire qui è che la Torre non è solo la Torre.

 

La Torre è un pezzo di noi, un ricordo. O ancora di più, è il simbolo di qualcosa di magari inopportuno ed imperfetto, ma che entra nello scenario interiore tuo e di altre persone come te – la tua generazione, e oltre la tua generazione.

 

Il mondo moderno, lo abbiamo capito, vuole rendere tutto resettabile, riformattabile. Può cancellare a piacimento account, idee, persone. Può spersonalizzare milioni di persone, può disintegrare intere porzioni della popolazione. E quindi, certo, può far sparire un ammasso di pietra di 31 piani che svetta nel cielo con la sua forma binaria ed unica.

 

Da un giorno all’altro, puf. Sì, può farlo – perché una società che non ha difeso i propri corpi dinanzi all’imposizione della siringa mRNA, come può davvero battersi per un palazzo, pure ritenuto brutto?

 

Per questo guardo le foto della Torre Goldfinger e capisco che per me è diventata qualcosa di più di un ricordo generazionale, di una memoria di quando stavo a Londra (amandola come la amo tutt’ora: strano detto da me, giusto?).

 

La Torre è l’emblema del vecchio mondo che ci hanno rapinato, e che ora ci dicono che non tornerà mai più: un mondo che chiedeva poche cose, in fondo, un pizzico di prosperità, un pizzico di gioia, un pizzico di gioventù che deve rimanerti attaccata al cuore per sempre, e che invece oggi ti lavano via con la miocardite.

 

In onore della Torre Goldfinger quindi pubblico in copertina per la prima volta perfino un selfie, anzi un protoselfie, fatto quando ancora i telefonini erano telefoni portatili ed esistevano le macchinette fotografiche, un’immagine di quasi 20 anni fa con cui voglio certificare per sempre il mio rispetto al colosso di Kensal Green.

 

Protoselfie dell’autore con la Torre Goldfinger, 2004 (quando vi erano ancora le macchine fotografiche)

 

Questo sono io, questa è la Torre nel 2004.

 

Giù le mani dalla Torre Goldfinger. Giù le mani dai nostri ricordi. Giù le mani dal nostro mondo. Giù le mani dalle nostre vite.

 

Voi, schifosi Goldpricks.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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Il primato dell’essere umano sugli interessi della società e della scienza

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Renovatio 21 pubblica il comunicato del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB).

 

 

 

 Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB)

Parere relativo al primato dell’essere umano sugli interessi della società e della scienza, alla demedicalizzazione della società e alla revisione critica della nozione di progresso tecnologico

 

 

L’attuale fase della gestione del COVID – sebbene parzialmente oscurata dalla sovrapposizione tra pausa estiva, crisi di governo, polemiche relative all’adozione dei vari «Decreti Aiuti» e campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 settembre 2022 – sta evidenziando anche sul mainstream le contraddizioni e le incoerenze che hanno preceduto e accompagnato, sul piano scientifico, l’immissione in commercio dei cosiddetti vaccini.

 

L’incertezza circa la sicurezza e l’efficacia di questi ultimi, e per converso la certezza circa la loro natura sperimentale, sono oggi ben note: ma è appena il caso di ricordare che lo erano molto meno nel novembre 2021, quando il CIEB richiamava – per la prima volta in Italia – l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che i «vaccini» in questione erano stati autorizzati, in via condizionata e provvisoria, sulla base di un regolamento europeo applicabile a «medicinali» per i quali non fossero forniti «dati clinici completi in merito alla sicurezza e all’efficacia». (1)

 

A quasi un anno di distanza dal suo I Parere, il CIEB non può fare a meno di constatare che – tra l’indifferenza della politica, dei media e conseguentemente dell’opinione pubblica – l’assenza di dati oggettivi in merito alla sicurezza e all’efficacia dei cosiddetti vaccini è divenuta il tratto caratteristico ed essenziale destinato a stimolare e ad accelerare l’intera campagna vaccinale, in Europa come nel resto del mondo.

 

Una conferma in tal senso è fornita dalla decisione della Food and Drug Administration statunitense di autorizzare nuovi vaccini per le varianti del COVID pur in assenza di qualsiasi studio clinico (2); un’altra conferma è fornita dalla raccomandazione dell’European Medicines Agency di autorizzare nuovi vaccini per le varianti Ba.4 e 5 del COVID sulla base dei dati ottenuti per i vaccini relativi alle precedenti varianti Ba.1 e 2, a loro volta ottenuti mediante mera comparazione con i dati di laboratorio – e, quindi, non clinici – relativi ai vaccini concepiti per la versione primigenia del Sars-CoV-2 (3); un’ulteriore conferma è fornita dall’invio massiccio di vaccini nei Paesi africani – cui ha contribuito anche il governo italiano donando 100 milioni di euro alla GAVI Alliance, come segnalato dal CIEB nel suo XIV Parere del 19 agosto 2022 – ciò che potrebbe condurre alla accidentale o incauta somministrazione di vaccini adenovirali a soggetti sieropositivi (4); ma la conferma più eclatante è fornita dalla comunicazione della Commissione Europea del 2 settembre 2022, in cui si afferma, in modo emblematicamente apodittico, che «lo sviluppo dei vaccini COVID-19 può essere considerato un trionfo scientifico (sic!) e si stima (sic!) che il loro successo nell’implementazione abbia salvato circa 20 milioni di vite (sic!) in tutto il mondo» (5).

 

Questo scavalcamento delle evidenze scientifiche avviene mentre in Italia si discute più o meno oziosamente dei «poteri speciali» che il Presidente del Consiglio ha ritenuto di disciplinare in materie di rilevanza strategica solo dopo la crisi di governo e le sue dimissioni, nell’assoluto silenzio dei media e della politica e, soprattutto, al culmine del periodo più buio dell’intera storia repubblicana per la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali (6); mentre il dibattito pre-elettorale sta progressivamente soffocando, secondo un processo non imprevedibile e forse non indesiderato dagli stessi movimenti anti-sistema, il dissenso della parte ancora raziocinante della società civile nei confronti dell’evidente mancanza di eticità del potere politico, mediatico, tecno-scientifico e finanziario; mentre taluni partiti, chiaramente interessati al mantenimento dello status quo, strizzano l’occhio a quanti si mostrano critici nei riguardi della gestione del COVID, in vista di eventuali successi elettorali; mentre dovrebbe essere di palmare evidenza che la cosiddetta pandemia è servita, prima di ogni altra cosa, a sdoganare la strategia volta a legittimare l’adozione di meccanismi e strumenti premiali ispirati ai principi dell’economia comportamentale e finalizzati all’instaurazione di regimi neomalthusiani di stampo totalitario mediante l’utilizzo del terrore, della propaganda e dello scientismo; e mentre già si delineano le nuove emergenze pianificate dalle corporazioni finanziarie multinazionali in grado di controllare in profondità, su scala globale, i circuiti scientifici, tecnologici, produttivi, industriali, culturali, mediatici e politici.

 

Poiché da più parti si colgono segnali in grado di far presagire che, qualsiasi governo nascerà dalle prossime elezioni politiche, gli italiani si troveranno comunque a fronteggiare ulteriori restrizioni ispirate a nuove emergenze sanitario-climatico-energetiche, il CIEB ritiene necessario ribadire fin d’ora, ancora una volta e con forza, il principio del primato dell’essere umano sugli interessi della società e della scienza, come recepito anche da strumenti di diritto internazionale (7). Questo principio, richiamato in diversi Pareri del CIEB, non ha che una sola declinazione: guidare le scelte politiche e le decisioni normative concernenti le applicazioni dei risultati scientifici conseguiti, in particolare, nei campi della genetica, della biologia e della medicina, ossia le applicazioni tecnologiche che più di altre suscitano dubbi e sollevano interrogativi etici in merito alla salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’essere umano e alla tutela della dignità e dei diritti fondamentali dell’uomo.

 

A tal fine, il CIEB ritiene improcrastinabile:

 

  • riportare i principi e i valori cui si ispira la riflessione bioetica e biogiuridica al centro del processo di revisione della gestione del COVID – che talune istituzioni pubbliche e private stanno avviando solo ora, con ingiustificabile ritardo, a emergenza apparentemente conclusa – superando in particolare la sterile contrapposizione tra dati scientifici su cui indulgono in modo strumentale gran parte dell’accademia, la politica, i media e, conseguentemente, l’opinione pubblica;

 

  • creare le condizioni affinché la società civile possa dotarsi degli strumenti intellettuali e culturali necessari per valutare criticamente le misure di gestione della cosiddetta pandemia, nonché quelle che saranno adottate per gestire le future, nuove emergenze, tenuto conto della diffusa tendenza, avallata anche dalle istituzioni, a ridicolizzare, criminalizzare o addirittura psichiatrizzare le opinioni dissenzienti e minoritarie, riducendole a teorie cospiratorie o complottismi di varia natura e finalità; (8)

 

  • anche in considerazione delle gravi violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali commesse durante la gestione del COVID, tali da prospettare veri e propri crimini contro l’umanità, riaprire il dibattito sull’esigenza di demedicalizzare la società – allo scopo di recuperare e valorizzare la funzione tradizionale della medicina – e di rivedere, più in generale, nozione e prospettive del progresso tecnologico allo scopo di salvaguardare i diritti dell’uomo nei confronti della biomedicina, delle biotecnologie e delle «tecnologie convergenti» verso la prospettiva postumana e transumana, con specifico riferimento alle nanotecnologie, alle tecnologie dell’informazione e comunicazione, alle applicazioni delle neuroscienze, alla biologia sintetica, all’intelligenza artificiale e alla robotica.

 

 

CIEB

 

17 settembre 2022

 

 

NOTE

 

1) Cfr. l’art. 4, n. 1, del regolamento della Commissione europea n. 507/2006 del 29 marzo 2006, in Guue n. L92 del 20 marzo 2006.

2) Cfr., tra gli altri, https://ilmanifesto.it/vaccino-pfizer-senza-test-gli-usa-corrono-leuropa-frena.

3) Cfr. https://www.ema.europa.eu/en/news/adapted-vaccine-targeting-ba4-ba5-omicron-variants-original-sars-cov-2-recommended-approval.

4)  Sui rischi di tale somministrazione cfr. Buchbinder, S.P.; McElrath, M.J.; Dieffenbach, C.; Corey, L.; Use of Adenovirus Type-5 Vectored Vaccines: A Cautionary Tale, in Lancet Lond. Engl. 2020, 396, e68–e69, doi:10.1016/S0140-6736(20)32156-5.

5) Cfr. l’incipit della comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale e al Comitato delle regioni, intitolata «Risposta dell’UE al COVID-19: preparazione per l’autunno e l’inverno 2023», documento COM(2022) 452 def. del 2 settembre 2022.

6) Cfr. il D.P.C.M. 1° agosto 2022, n. 133, intitolato «Regolamento recante disciplina delle attività di coordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri propedeutiche all’esercizio dei poteri speciali di cui al decreto-legge 15 marzo 2012, n. 21, e successive modificazioni ed integrazioni, della prenotifica e misure di semplificazione dei procedimenti», in G.U., Serie Generale, n. 211 del 9 settembre 2022. Come è evidente, l’atto in questione è stato adottato a crisi già consumata (risalendo le dimissioni del governo al 21 luglio 2022) e pertanto è quantomeno dubbia la sua riconducibilità all’ambito degli «affari correnti» che il governo dimissionario dovrebbe, come noto, limitarsi a espletare. Ad abundantiam, il D.P.C.M. in questione è stato pubblicato con più di un mese di ritardo sulla Gazzetta Ufficiale ed entrerà in vigore il 24 settembre 2022, ossia il giorno prima della data prevista per le elezioni politiche.

7) Cfr. l’art. 2 della Convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti delle applicazioni della biologia e della medicina: Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina, firmata a Oviedo il 4 aprile 1997.

8) Cfr., emblematicamente, https://www.rivistadipsichiatria.it/archivio/3790/articoli/37742/.

 

 

Il testo originale del Parere è pubblicato sul sito internet: www.ecsel.org/cieb

 

 

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